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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 717 del 02/05/2012


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Fioroni. Ne ha facoltà.

FIORONI (PD). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor Sottosegretario, con il decreto sottoposto al nostro esame, le commissioni bancarie sulle aperture di credito continueranno ad essere applicate a carico di consumatori ed imprese, salvo le minime esenzioni che abbiamo introdotto con particolare riguardo a famiglie titolari di conto corrente per le situazioni dì scoperto di conto, che sono un risultato anche se per ipotesi marginali.

Presidenza del vice presidente NANIA (ore 12,18)

(Segue FIORONI). Certo, la disposizione da noi votata originariamente, che considerava nulle tutte le commissioni sulle aperture di credito, era apparsa eccessivamente dirigista e non sostenibile economicamente, tanto è vero che la stessa Banca d'Italia, audita nella nostra Commissione, ha sottolineato che i rischi e le attività connessi con i finanziamenti non possono essere correttamente remunerati con il solo tasso d'interesse. Si tratta di un'affermazione che però da sola non basta e necessita di ulteriori argomentazioni ad integrazione, soprattutto con riferimento al fatto che non tutti i finanziamenti sono uguali e le situazioni di partenza sono ben diverse per coloro che li chiedono. Ad esempio, non possiamo considerare sullo stesso piano, quanto a potere contrattuale per il cliente e ad entità di impegno per le banche, le famiglie e le piccole e medie imprese rispetto ad un grande impresa a capitale pubblico. (Brusìo).

Signor Presidente, con questo brusìo non si può continuare. Ci vorrebbe un'Aula un po' più attenta. (Richiami del Presidente).

Come dicevo, non tutte le situazioni sono uguali, quindi non si può considerare omologa una linea di credito in conto corrente rispetto ad un impegno di finanziamento per una grande opera infrastrutturale. Il nostro emendamento non era pertanto casuale o privo di motivazione ed ha sicuramente aperto la strada ad un processo di sensibilizzazione della politica e del mondo del credito, che non deve interrompersi, per fare un punto sul rapporto tra banche e imprese e consumatori, mettendone in evidenza tutte le criticità, per ridefinire le regole nell'interesse generale, a tutela del contraente più debole e per il bene del nostro sistema economico.

Anche l'ABI ha affermato che è essenziale sottoporre le imprese bancarie ad un giusto set di regole, sottolineando poi che queste devono riguardare tre ambiti: stabilità, trasparenza e correttezza, concorrenza (e perciò comparabilità delle condizioni). Si tratta di una giusta affermazione, visto che ad oggi la galassia delle commissioni, aggi, spese e balzelli vari che gravano i rapporti bancari ha dimensioni considerevoli ed un ambito dì applicazione a livello di sistema, pur se con alcune differenze tra le varie aziende di credito.

In realtà, con riferimento alle commissioni bancarie in generale, non possiamo nascondere che inizialmente gli utili delle banche derivavano in maniera preponderante dall'intermediazione creditizia in senso stretto, cioè dai tassi applicati alla raccolta e agli impieghi. In seguito, soprattutto dopo l'introduzione dell'euro, le aziende di credito hanno visto ridursi progressivamente questa fonte di guadagno e sono stati progressivamente introdotti una serie di elementi di costo che forse ad oggi rappresentano l'essenza dei ricavi bancari: si va dalle commissioni sugli insoluti, sulla presentazione delle RIBA, per l'effettuazione di bonifici, spese di tenuta conto, commissioni sugli affidamenti ed altro ancora.

È evidente che nell'attuale quadro di contesto si rischia di facilitare ancora di più fenomeni di erogazione del credito per cui le banche siano tentate di recuperare gli effetti legati all'andamento negativo del mercato proprio a carico delle piccole e medie imprese e delle famiglie attraverso tassi di interesse e, con riferimento al tema in discussione, le commissioni. Ma allora non è certo scandaloso cercare di contenere l'importo e il peso di quelle commissioni che gravano in modo fisso e sproporzionato sulla concessione delle linee di credito, a tutela delle posizioni più deboli.

Peraltro, se proviamo a ricostruire la storia delle commissioni sull'apertura di credito, notiamo che fino al 2008 le banche applicavano solo la commissione dì massimo scoperto. Il precedente Governo le ha tolte, per alcuni casi, senza prevedere che le banche si sarebbero riorganizzate per far pagare la concessione del fido e lo sconfinamento anche in mancanza del fido. Quindi, immediatamente sono state introdotte commissioni con diversi nomi (di scoperto di conto, per istruttoria urgente, manca fondi), ma tutte volte a far pagare la concessione della linea di credito, il mantenimento e l'utilizzo, oltre allo sconfinamento, con percentuali calcolate sull'affidamento, percepite da consumatori e imprese come delle vere e proprie vessazioni.

L'Autorità antitrust nel dicembre 2009 aveva inviato una segnalazione al Parlamento, al Governo e alla Banca d'Italia rilevando, al termine di un monitoraggio su sette istituti bancari italiani, che si era verificato un innalzamento dei costi per i correntisti. Quindi, dopo l'abolizione della commissione di massimo scoperto, le banche avevano pienamente recuperato i mancati introiti della medesima commissione. Ricordiamoci che non c'è alcuna negoziazione reale in questo caso tra banche e contraente, elemento più debole, che, se vuole il credito, deve sottostare alle condizioni, anche se firma un contratto e riceve un'informativa che per la gran parte dei casi ancora, purtroppo, non è chiara e ben comprensibile.

Il decreto salva Italia successivamente ha provato a risolvere la vicenda delle commissioni nel senso della maggior trasparenza, chiarendo che sono ammesse solo quelle omnicomprensive, per le linee di credito entro un tetto (lo 0,5 per cento trimestrale), mentre per le commissioni extra fido o gli scoperti di conto ha previsto un'istruttoria veloce in forma fissa e stabilito che il CICR dovrà adottare le disposizioni applicative. Però possiamo dire che la commissione di massimo scoperto è stata sostituita ufficialmente e per di più, per lo scoperto di conto con affidamento, in forma di commissione per l'istruttoria veloce che, anche se fissa, potrebbe risultare più onerosa della commissione di massimo scoperto.

È pertanto ragionevole interrogarsi sul fatto che queste commissioni, difficilmente negoziabili da imprese e consumatori, potrebbero, in modo coerente, essere indirizzate, anche con opportuni interventi legislativi, verso una modulazione che tenga conto delle diverse situazioni di imprese e consumatori (un padre di famiglia che sconfina di poco nel conto e non arriva alla fine del mese, un piccolo imprenditore che lavora con una linea di credito per un ammontare al di sotto della metà dell'affidato).

Ciò non è' avvenuto, purtroppo, con le previsioni del salva Italia che, nel modificare il testo unico bancario e nell'introdurre un limite superiore alla commissione omnicomprensiva, ha aperto la strada all'allineamento verso l'alto nella determinazione di quelle commissioni che gravano sui rapporti di fido in conto corrente di consumatori e piccole e medie imprese a loro svantaggio, mentre ha abbassato forse eccessivamente il tetto per i finanziamenti di grandi operazioni rispetto alle quali le banche potrebbero bene negoziare con i clienti l'importo della commissione.

Mi auguro pertanto che si trovi per il futuro una soluzione ancora migliore per riequilibrare il sistema nel senso dell'equità. Il confronto non si deve chiudere, anche perché, signor Presidente - mi consenta di recuperare due minuti visto che sono stata interrotta - in questi ultimi tre anni le banche europee hanno preso in prestito più di 1.000 miliardi di euro in due tranche al tasso dell'1 per cento e in Italia - lo stiamo verificando tutti - non li stanno restituendo a cittadini e imprese, ma soprattutto non applicano condizioni adeguate.

Le commissioni sono tra le più alte d'Europa, e questo incide sul costo del credito determinando insieme al costo delle materie prime, dell'energia e alla pressione fiscale, un grave svantaggio competitivo nel mercato europeo e internazionale per le nostre imprese. Certo, va considerato il contesto attuale per cui l'Europa impone parametri di capitalizzazione che mettono in difficoltà le banche, alle prese con problemi di liquidità che incidono negativamente sugli impieghi e sulla concessione del credito. Si dice perciò che questa immissione di liquidità sia servita per risollevare le banche, che magari così possono anche investire nei titoli del debito pubblico e far ridurre lo spread con i Bund tedeschi, al cui andamento è legato anche lo spread per calcolare i tassi di interesse nella concessione del credito.

Tutto vero, ma nei rapporti tra banche e cittadini e imprese non dobbiamo dimenticare che le banche non possono guardare solo ed esclusivamente alla realizzazione dell'utile e del profitto, che a sua volta determina maggiori compensi - diciamolo - per i vertici aziendali: devono piuttosto riconsiderare la propria funzione sociale a sostegno dell'economia e dei cittadini. Nei confronti delle imprese questo significa anche avere più coraggio nel selezionare gli impieghi e speculare di meno su tassi e spread. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signor Presidente, oggi discutiamo un provvedimento lampo, ossia il decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, concernente disposizioni urgenti a favore delle banche. Si tratta - lo ripeto - di disposizioni urgenti per ripristinare la commissione di massimo scoperto.

Voglio ricordare che le banche italiane praticano i più alti costi dei conti correnti d'Europa, pari a 295,66 euro, contro una media di 114 euro. Le virtuose banche italiane salvate dal Governo, secondo la Banca centrale europea, praticano i tassi di interesse più alti d'Europa: per i mutui, la media dell'Italia è pari al 5,15 per cento, mentre la media dell'Europa a 27 è pari al 3,95 per cento, con un differenziale dell'1,20 per cento. Il credito al consumo è in Italia pari al 7,99 per cento. La media europea è del 6,58 per cento, con una differenza dell'1,41 per cento.

Desidero anche ricordare che le virtuose banche italiane hanno ricevuto dalla Banca centrale europea 268 miliardi di prestiti triennali al tasso dell'1 per cento. Se andiamo ad esaminare la legge n. 108 del 1996, quella che giudica i tassi soglia oltre i quali scatta l'usura, arriviamo a tassi del 22-23 per cento. Quindi, prendono all'1 e prestano al 10, al 15, al 20, al 22, al 23 per cento, senza sconfinare nel reato penale dell'usura.

Voglio anche ricordare che proprio oggi, tanto per ritornare alle necessità e alle urgenze, sono stati forniti i dati sulla disoccupazione che, tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, è volata al 35,9 per cento e rappresenta il dato più alto. Tra l'altro, secondo studi compiuti dalla CGIA di Mestre, le difficoltà esistenti, per quanto riguarda i prestiti bancari, causate dalla stretta creditizia, portano ad un aumento di persone che arrivano a gesti estremi quali il suicido. Sono più di 25 le persone che si sono suicidate dall'inizio dell'anno. Secondo Giuseppe Bortolussi, segretario di tale associazione, tasse, burocrazia e soprattutto mancanza di liquidità sono i principali ostacoli che costringono molti imprenditori a gettare la spugna anzitempo e ad arrivare a gesti estremi.

Per questo Governo di Goldman Sachs e della Trilateral la necessità e l'urgenza non sono per gli imprenditori che si suicidano, per coloro che sono perseguitati da Equitalia e arrivano a gesti estremi, a bruciarsi davanti alle agenzie fiscali. No, la necessità e l'urgenza sono per emanare norme salva banche. È stata appena bocciata la pregiudiziale presentata dalla Lega. Noi abbiamo votato a suo favore, anche perché - voglio ricordarlo - nel nostro Paese esiste la Corte costituzionale e il 5 aprile scorso essa si è pronunciata in merito al decreto milleproroghe per il 2011 varato dall'allora ministro dell'economia Tremonti quale più fedele maggiordomo dei banchieri (ce lo ricordiamo quel milleproroghe?). Su quel provvedimento noi eravamo arrivati fino alla Corte di cassazione a sezioni unite sulla questione della prescrizione. Il codice civile prevedeva che la prescrizione arriva, agli effetti dell'anatocismo, ossia degli interessi sugli interessi, dopo dieci anni dal momento in cui si chiude il conto corrente. Le banche dicevano: no, dall'ultima annotazione, dall'ultima operazione effettuata. La Corte costituzionale ci ha dato ragione: ha dichiarato l'illegittimità di quel decreto salva banche, e annuncio in quest'Aula ai colleghi, anche se sono distratti, che impugneremo questo provvedimento, come abbiamo fatto, davanti alla Corte costituzionale, perché è una vergogna che mentre il Paese brucia si salvino le banche!

L'inserto «Affari e Finanza» di «la Repubblica», in data 30 aprile, reca un articolo dal titolo: «Trimestrali, vince chi esporta». Andiamo a vedere che cosa hanno fatto le banche italiane di questo flusso di finanziamento di 268 miliardi e prendiamo i dati trimestrali riportati dall'articolo: Intesa nel trimestre ha più 11,8 per cento di utili e, nell'anno, si prevede più 3,4 per cento di utili; Unicredit nel trimestre ha meno 25 per cento di utili e chiuderà l'anno con più 18,5 per cento di utili.

C'è da dare anche una notizia, ossia che le banche quando vengono condannate dai tribunali di questa Repubblica e noi - i consumatori, le imprese, gli imprenditori strozzati - otteniamo sentenze immediatamente esecutive, non pagano mica. Dobbiamo andare con ufficiale giudiziario e pignorare le banche, come abbiamo fatto la scorsa settimana con la Banca della Campania per un'imprenditrice campana: non voleva pagare 580.000 euro, che ha dovuto pagare perché ci siamo presentati con l'ufficiale giudiziario. Dopo tre o quattro ore il consiglio di amministrazione ha dovuto staccare gli assegni all'ufficiale giudiziario, perché c'erano le telecamere di «Striscia la notizia». Annuncio che la prossima settimana sarà la volta di un'altra sentenza, che le banche non onorano, non rispettano. E la Banca d'Italia che cosa fa, se non andare a braccetto con i banchieri? Che cosa fa la Banca d'Italia, quella del sottosegretario Ceriani? Nulla: va a braccetto con le banche.

Abbiamo ottenuto un'altra sentenza verso il Monte dei Paschi di Siena, che questo non onorerà, a Latina: pignoreremo il Monte dei Paschi di Siena di Profumo dei derivati, quel signore che si è preso 41 o 42 milioni di euro di buonuscita.

Ritornando ai dati trimestrali, il Monte dei Paschi di Siena avrà un utile del 23,9 per cento nel 2012; il Banco Popolare nel trimestre ha più 30,9 per cento di utili; la Banca Popolare di Milano ha più 3,5 per cento nel dato trimestrale, e si prevede abbia più 61,5 per cento di utili nel 2012; Mediolanum - una banca che conosciamo tutti - ha conseguito un utile, nel dato trimestrale, in aumento 76 per cento, e chiuderà il 2012 con più 125 per cento di utili.

E queste sono le necessità e le urgenze? No, sono altre, signor Presidente: le necessità e le urgenze sono quelle di quegli imprenditori strozzati, strangolati che non ottengono credito; le necessità e le urgenze sono quelle delle famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese; le necessità e le urgenze sono quelle di un fisco che rapina i contribuenti. E bisognerebbe anche fare la compensazione, perché le imprese italiane che devono avere qualcosa come 70-80 miliardi di euro e non riescono a pagare il fisco devono poter compensare quei crediti.

Infine, signor Presidente, concludo leggendo un elenco di quelli che sono gli aumenti in quest'anno, del Governo di Goldman Sachs: alimentazione più 7 per cento, pari a 392 euro; treni 81 euro; trasporto pubblico locale 48 euro; servizi bancari 93 euro; carburante (incluse le accise regionali) 252 euro; derivati del petrolio 123 euro; assicurazioni auto 78 euro; tariffe autostradali 53 euro; gas 113 euro; elettricità 110 euro; acqua 22 euro; rifiuti 53 euro; riscaldamento 195 euro; aumento IVA 93 euro; addizionali regionali 90 euro; IMU prima casa 405 euro. Si arriva così a un totale di 2.201 euro per famiglia. Ritengo ci debba essere un limite all'indecenza.

Faccio un appello, se questo Senato è libero. Ho presentato degli emendamenti diretti a far sì che le banche, avendo ricevuto 268 miliardi di euro al tasso dell'1 per cento, sono tenute a dare almeno il 50 per cento al tasso del 3 per cento, per riattivare l'economia. Io mi aspetto un sussulto di dignità, per non essere complici dei "bankster" che hanno rovinato non solo l'Europa ma anche tanti imprenditori che si suicidano. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Giai, Mura e Alicata. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Armato. Ne ha facoltà.

ARMATO (PD). Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, come è stato detto anche precedentemente, il decreto-legge oggi all'esame è composto di due soli articoli. Esso modifica in primo luogo l'articolo 27-bis del decreto liberalizzazioni, in materia di nullità delle clausole che prevedono commissioni a favore delle banche sulle linee di credito. È una questione delicata e importantissima, che riguarda la vita di tante famiglie e di tanti imprenditori, specialmente i piccoli e medi imprenditori, che si trovano in questo Paese in un rapporto particolarmente difficile con il credito.

La norma va a sostituire la versione precedente licenziata dal Senato nel corso dell'esame del decreto liberalizzazioni, allorché era stato approvato l'emendamento che colpiva e neutralizzava le commissioni bancarie rendendole nulle. Da un'ulteriore analisi in Commissione è stato evidente che quel tipo di norma era troppo punitiva per le banche, e infatti l'approvazione del decreto liberalizzazioni aveva suscitato, come ricorderete tutti, scalpore, forti polemiche e reazioni nel mondo bancario, addirittura con le dimissioni, poi rientrate, del presidente dell'ABI.

Il Governo con l'attuale decreto ha inteso ripristinare la commissione bancaria, seppur attutita - vedremo perché - introdotta per la prima volta con il decreto salva Italia.

Nel corso dell'esame in Commissione, il testo di questa disposizione ci è uscito, a nostro parere, ulteriormente migliorato. In Commissione, inizialmente, si era orientati per una soluzione che accogliesse le istanze delle varie associazioni di consumatori; la proposta era orientata ad escludere le commissioni bancarie quando il "rosso" fosse inferiore a 1.000 euro e si protraesse per non oltre 30 giorni. Successivamente tale proposta è stata riformulata in un emendamento che prevede una facilitazione per le famiglie, quindi per i soggetti più deboli, limitando il potere delle banche di applicare penali al minimo segnale di scoperto sui conti dei clienti, escludendo che le famiglie debbano pagare commissioni in caso di scoperto fino a 500 euro, per un massimo di 7 giorni consecutivi a trimestre.

La norma è dunque una sintesi dei ragionamenti che sono stati fatti, e che guarda e tutela le famiglie (come ho detto, i soggetti più deboli). Sono infatti frequenti i casi in cui si possono verificare situazioni di scoperto, seppure per pochi giorni. Si pensi ai casi derivanti dallo sfasamento temporale, spesso a fine mese, sovente dovuto, come ha sottolineato la senatrice Fioroni, a una gestione familiare di chi non riesce ad arrivare a fine mese, tra scadenze dei pagamenti e disponibilità di valuta degli stipendi sul conto corrente del cliente. Ancora, a favore del cliente è, a mio avviso, la proposta (contenuta in un emendamento approvato in Commissione), in base alla quale il cliente che chiede e non ottiene credito senza un giustificato motivo può rivolgere un'istanza al prefetto affinché chieda conto alla banca sulla meritevolezza del credito. Inoltre, il prefetto, se lo ritiene necessario, può segnalare il caso all'arbitro bancario, che dovrà pronunciarsi entro i successivi 30 giorni.

Il decreto prevede inoltre un'altra disposizione di rilievo: l'istituzione di un Osservatorio sull'erogazione del credito da parte delle banche alle imprese (con particolare riferimento, giustamente, a quelle piccole e medie) e sull'attuazione degli accordi diretti a sostenerne l'accesso al credito.

La costituzione dell'Osservatorio va valutata sicuramente in maniera molto positiva. Si tratta infatti di uno strumento che, attraverso il monitoraggio delle condotte delle banche, agevola l'accesso delle imprese - soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni - al credito, contribuendo a stimolare e favorire la crescita economica del Paese.

Mi sembra particolarmente importante che l'Osservatorio sul credito, previsto in precedenza solo a beneficio delle imprese, possa essere esteso (e lo sarà, con questo decreto) ai consumatori e ai nuclei familiari e sarà deputato anche ad analizzare tassi, commissioni ed altre condizioni accessorie.

La trasparenza e la comparabilità dei costi dei fidi bancari è, infatti, elemento necessario per garantire ai clienti di poter valutare e decidere se accettare o meno le condizioni contrattuali proposte dalla banca, comparando tali condizioni con quelle di altre banche. Questo è previsto grazie ad un emendamento, che è stato approvato in Commissione, che prevede appunto che ci sia un'analisi e una comparazione di questo tipo.

Desidero infine sottolineare un punto del provvedimento sulle liberalizzazioni, su cui pure siamo tornati nella discussione in Commissione, anche se non attiene direttamente a questo decreto. Questo provvedimento infatti interviene principalmente in materia di commissioni bancarie, tuttavia c'è un tema che riguarda in particolare il settore delle assicurazioni ed è un tema che ha una contingenza e un'urgenza.

L'articolo 32 del decreto liberalizzazioni che abbiamo qui votato prevedeva una disposizione diretta ad uniformare la tariffa RC auto in tutto il territorio nazionale, eliminando così le rilevanti disparità di prezzo esistenti tra le diverse Regioni italiane. Su questo tema purtroppo è arrivata, proprio in questi giorni, un'interpretazione discriminatoria della norma da parte del Ministero dello sviluppo economico, resa con una nota del 18 aprile. Sul tema, insieme ai colleghi Carloni, Andria, De Luca e a tutti gli altri senatori campani, abbiamo presentato una interrogazione urgente al Ministro per chiedere di riferire immediatamente in Parlamento sulle motivazioni di una interpretazione discriminatoria da parte del Ministero che non appare coerente al dettato della norma del decreto-legge liberalizzazioni approvata in Parlamento, che prevede quella uniformità.

Il Governo non sta ascoltando: vorrà dire che leggerà il mio intervento (speriamo che qualcuno glielo riporti o che legga le nostre interrogazioni).

Tale interpretazione della norma configura una discriminazione palese nei confronti della maggioranza dei cittadini onesti e virtuosi del Mezzogiorno d'Italia, i quali, senza alcun ragionevole addebito a loro carico, vedono progressivamente lievitare il costo dell'assicurazione della vettura rispetto ai residenti in altre Regioni italiane. Si tratta di un irragionevole addebito che si somma ad importi altrettanto maggiorati al Sud per il pagamento del bollo auto, cosicché l'abnorme livello raggiunto dalle tariffe concorre a diffondere comportamenti elusivi e zone di ampia evasione.

Mi auguro, signor sottosegretario De Vincenti, che presto il Governo venga in Aula a riferirci su questa circolare, su questa interpretazione che veramente ha gettato nello sgomento tanti utenti. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, colleghi, membri del Governo, il decreto-legge al nostro esame ci pone, in maniera particolarmente espressiva, un problema che abbiamo già affrontato più volte, cioè la natura occasionale, quasi di rimedio, che tale decreto assume per fronteggiare stranezze, aporie e contraddizioni di provvedimenti precedenti, anche con una certa testimonianza - diciamo così, se si può dire - di natura culturale, perché è sotto gli occhi di tutti che il correttivo relativo alla questione delle commissioni bancarie sia apparso, abbia preso forma e ora ci arrivi a causa di una presa di posizione molto ferma, e direi quasi spettacolare, dell'Associazione delle banche italiane. Il provvedimento poteva avere un suo significato progressivo, ma ha suscitato le ire del sistema bancario in seguito, e il Governo è prontamente corso ai ripari.

Anche per quanto riguarda la complicatissima questione dei contributi pensionistici dei grandi burocrati di Stato vi è un'azione tempestiva di rimedio ad una stranezza precedente che però complica le cose. Per quanto riguarda i trattamenti pensionistici, infatti, non si può fare a meno di segnalare che il servizio del bilancio del Senato ha rilevato che la novella al nostro esame implica maggiori oneri pensionistici in relazione alla platea, sebbene tale platea sia ristretta, e questo comporta un problema di copertura come già molti colleghi, assai più esperti di me sull'argomento, avevano fatto balenare.

In entrambi i casi si può aggiungere una sotto-osservazione critica riguardo alla perentorietà dell'azione che viene portata avanti sotto la pressione di gruppi, in un certo senso importanti, ma anche molto ristretti. Il Governo si è attivato per correggere il tiro sulla questione delle commissioni bancarie e sulla questione dei contributi pensionistici, dietro spinta esplicita da parte di gruppi di pressione molto ben definiti. Ci si potrebbe domandare (qualcuno lo riterrà populistico e di facile retorica ma per noi è una cosa seria) perché mai, di fronte a temi assai più preoccupanti che riguardano una platea di persone sterminati non vi sia stata invece la stessa tempestività.

Quando, a pezzi e bocconi, è venuta fuori la questione degli esodati, il Ministro del lavoro ci ha detto, in buona sostanza, che si trattava di un argomento troppo complicato e pesante dal punto di vista finanziario perché lo si potesse affrontare nel quadro della riforma del lavoro, e ha promesso che sarebbe stato affrontato in un altro provvedimento. Ora, mentre i provvedimenti sugli interessi delle banche e degli alti burocrati arrivano a strettissimo giro di posta, siamo ancora in attesa di un provvedimento significativo che risolva il problema di decine di migliaia di persone o, a seconda di come le contiamo, di centinaia di migliaia di persone che si trovano nella situazione inverosimile di non avere più un lavoro, e quindi uno stipendio, e di non avere ancora la pensione.

So bene che questo è un rilievo, diciamo così, eterogeneo rispetto alla natura del provvedimento in quanto tale, perché si tratta di un confronto con un elemento esterno al dibattito parlamentare, ma poiché l'azione del Governo dovrebbe essere improntata, si spera (io l'ho sperato a lungo), una razionale e stringente omogeneità di criteri, ritengo deludente il fatto che, mentre per risolvere dei problemi specifici, si è prontamente attivata l'acribia governativa, per affrontare un problema molto più devastante non si sia proceduto.

Vi sono, poi, incertezze che permangono all'orizzonte. Ad esempio, d'ora in poi l'Osservatorio sul credito potrebbe costituire un punto di riferimento serio per stabilire una visione consapevole, diffusa e critica sui modi con cui le banche concedono o, più spesso, negano crediti. Ricordo di sfuggita che la grandissima parte dei suicidi dei piccoli imprenditori ed artigiani che stanno affollando le pagine dei giornali negli ultimi mesi è dovuta essenzialmente all'impossibilità di fare fronte a debiti e, contestualmente, all'impossibilità di ottenere crediti. Non possiamo trascurare il fatto che le banche prendono i soldi europei all'1 per cento, ma quando devono ridarli in uso temporaneo all'attività economica (che è elemento fondamentale della sanità politica del Paese), li trasferiscono ad interessi decuplicati e qualche volta anche ai limiti con il tasso di usura, come ama ricordare con specifica competenza il collega Lannutti.

Quindi, l'Osservatorio sul credito potrebbe rappresentare uno strumento utile per il futuro. Ricordo, però, che un Osservatorio sul credito era già stato creato nel 2009, ad opera del ministro Tremonti, all'articolo 12 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito in legge dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2. Dopo due anni di attività fantasma, si è deciso che questo Osservatorio sul credito cessasse l'operatività, e nessuno si è levato in piedi a difenderne l'operato o a rivendicarne l'utilità.

Potremmo concludere, pertanto, sottolineando che l'Osservatorio sul credito potrebbe essere un parziale correttivo a questa prassi molto occasionale e potrebbe ispirare fiducia per il futuro, ma purtroppo l'esperienza parlamentare ed amministrativa italiana dimostra che l'istituzione di un Osservatorio sul credito non garantisce che poi questo effettivamente esista e sia in grado di svolgere i compiti che le Aule elettive hanno pensato fossero utili.

Con questo accenno critico sono costretto a concludere il mio intervento. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sangalli. Ne ha facoltà.

SANGALLI (PD). Signor Presidente, è in atto un preoccupante fenomeno di restrizione del credito sia in termini di quantità erogata che di costi applicati. I dati più recenti indicano che i prestiti alle famiglie e, soprattutto, alle imprese sono in calo: a gennaio si sono ridotti dello 0,1 per cento, dopo la contrazione dell'1 per cento già registrata a dicembre, pari a 20 miliardi in meno di crediti erogati.

A questa contrazione si aggiunge un elevato livello del costo del credito: a gennaio 2012, il costo medio per un'impresa era del 4,1 per cento, mentre a giugno 2011 era del 3,2 per cento. Ciò è avvenuto a causa dello spread applicato dalle banche sull'Euribor: più 2,8 punti a gennaio invece degli 1,7 punti di giugno. In particolare, il tasso pagato dalle piccole imprese, pari al 3,7 per cento a giugno, è salito al 5 per cento in soli sei mesi.

La domanda di credito è aumentata per un maggiore fabbisogno di capitale circolante e per la domanda di ristrutturazione del debito stesso. La restrizione finanziaria è stata resa più grave dell'allungamento dei termini di pagamento sia delle pubbliche amministrazioni verso le imprese, ma anche fra le imprese, mentre in altre economie avviene l'esatto opposto. In Francia e in Germania, infatti, i tassi del denaro sono decrescenti e i termini di pagamento, negli stessi sei mesi presi in considerazione da questi dati che fornisco e che sono della Commissione europea, sono calati, sia in Francia che in Germania, drasticamente.

La carenza di credito, è bene saperlo, è uno dei principali fattori di freno per l'economia. Il decreto-legge 24 marzo 2012, n. 29, ha integrato le disposizioni contenute nell'articolo 27-bis del decreto-legge sulle liberalizzazioni relativo alla nullità delle clausole dei contratti bancari. In questo contesto di credito difficile, di rapporto complesso tra famiglie, imprese e banche s'inserisce il dibattito che stiamo facendo.

Il decreto-legge oggi al nostro esame completa le disposizioni di cui al decreto sulle liberalizzazioni che sancivano la nullità delle commissioni bancarie, a fronte della concessione di linee di credito, chiarendo e circoscrivendone l'ambito applicativo, che è tale quando le clausole siano stipulate in violazione delle disposizioni applicative dell'articolo 117-bis del Testo unico bancario, che detta disposizioni in materia di remunerazione degli affidamenti e degli sconfinamenti.

Abbiamo posto un correttivo ad un intervento sui costi dei servizi delle banche, sulle commissioni bancarie, avendo fiducia che il sistema bancario italiano si metta finalmente al servizio dell'economia e non al servizio solo dei propri azionisti e dei propri bilanci.

Le commissioni rappresentano un'entrata importante per le banche. La loro abolizione avrebbe comportato, in realtà, come effetto una crescita degli interessi e un impatto negativo non solo sul sistema bancario, ma anche su quello delle imprese. Il ripristino delle commissioni alle condizioni date - che non sono state tutte ripristinate - crea dunque un auspicabile spazio di confronto tra mondo dell'impresa, dei consumatori e delle banche.

Ciò detto, resta serio il problema di trasparenza e di comparabilità delle commissioni, nonché della loro entità che può incidere in modo significativo sul costo finale del credito.

La Commissione europea rileva che il 48 per cento delle piccole e medie imprese europee segnala un incremento dei costi diversi dal tasso d'interesse (commissioni, spese, tasse).

In Italia si sono registrati incrementi più elevati, segnalati non dal 48 ma dal 63 per cento delle piccole imprese (contro il 44 per cento che segnalava questo problema nel 2009). Ciò indica che l'aumento dei costi diversi dal tasso di interesse è stato nel nostro Paese molto forte.

Il decreto-legge in esame non può essere l'occasione per consolidare e confermare la diffusa prassi bancaria di applicare commissioni ed alti costi in modo non controllabile e difficilmente negoziabile da parte del contraente più debole, sia esso una piccola impresa o una famiglia, e in misura sproporzionata rispetto all'ammontare del finanziamento concesso e in essere, ciò che porta il costo effettivo dei finanziamenti a livelli irragionevoli.

La stessa fissazione di un tetto allo 0,5 per cento per trimestre (forse sarebbe stato meglio indicare lo 0,5 per semestre) rischia di uniformare verso l'alto (2 per cento all'anno) il costo delle commissioni bancarie, in mancanza di una effettiva trasparenza dei mercati. Il rischio è di confermare, senza indurre modificazioni, l'inefficienza organizzativa del sistema bancario italiano (di questo infatti si tratta, quando le commissioni bancarie sono le più alte d'Europa e il servizio è il meno efficiente ed efficace d'Europa), da cui deriva l'elevato costo delle commissioni, che ne sono sintomo evidente, e che andrebbe invece affrontato in modo determinante.

Se il costituendo Osservatorio sarà in grado di agire per la trasparenza del mercato, in cui prevalgono opacità, asimmetrie informative, logiche di remunerazione alle condizioni più onerose, lo vedremo. Mi permetto, però, di sollevare sinceramente, viste anche altre esperienze, ragionevoli dubbi.

Non dobbiamo mai dimenticare che le banche sono strutture economiche indispensabili in una moderna economia e che la loro efficienza è fondamentale per la competitività del Paese. Non vale, quindi, assumere posizioni demagogiche o ideologiche contro le banche; dobbiamo invece batterci per l'efficienza delle banche in un sistema moderno e competitivo di mercato, in cui le nostre imprese sono chiamate alla sfida dell'innovazione e della globalizzazione. Non dobbiamo dimenticare che banche sono imprese e - quindi - è giusto che operino in una dimensione di mercato, e non in un regime tariffario, ma devono operare in un mercato vero, regolato e trasparente. Non dobbiamo altresì dimenticare che al sistema bancario e finanziario internazionale è ascrivibile la nascita della crisi sistemica che coinvolge, dal 2007, l'intero mondo economico e che le banche - e non altri - hanno bruciato parte del potenziale di investimento e di risparmio delle famiglie e delle imprese. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che ogni volta che si pensa alle banche si fa qualcosa di utile solo se - contemporaneamente - si pensa all'economia reale, quindi alla crescita, al lavoro, ai consumi e agli investimenti.

Siamo quindi d'accordo su questo provvedimento, che delimita un intervento che richiamava aspramente le banche ad una maggiore efficienza e capacità organizzativa. Se in altri Paesi il mercato funziona meglio che qua, ciò significa che c'è maggiore capacità imprenditoriale da parte delle banche straniere rispetto alle banche italiane. Se una banca straniera dovesse venire in Italia, trovando le condizioni in cui operano le banche italiane, dovute alla loro inefficienza, non abbasserebbe certamente il conto, perché troverebbe qui condizioni più favorevoli rispetto a qualunque altro mercato internazionale. Lo abbiamo visto: le banche straniere sono venute e si sono adeguate in una logica profittevole di cartello, che era una situazione che creava loro immediatamente dei vantaggi.

Spero che il dibattito che abbiamo fatto sulle liberalizzazioni e l'emendamento che dimostrava uno stato d'animo, non soltanto del Parlamento e del Governo, ma del Paese nei confronti di questa importante struttura della nostra economia, inducano le banche ad una riflessione su se stesse: una riflessione che le allontani dall'attacco demagogico e imponga loro una seria revisione organizzativa, della loro missione sociale, della loro capacità imprenditoriale, della loro trasparenza e del loro modo di operare come soggetti economici. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Cursi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (PdL). Signor Presidente, più che svolgere un intervento ordinario di riflessione sul provvedimento che stiamo affrontando, vorrei avere qualche chiarimento.

Il primo chiarimento è di carattere più che generale. Vorrei capire qual è l'argomento di questo provvedimento, perché né nel titolo, né nella premessa che tutti i decreti‑legge hanno (che spiegano qual è la straordinaria necessità e urgenza del provvedimento stesso) viene menzionato alcun argomento. Semplicemente, ci sono i riferimenti delle norme che vengono modificate dal provvedimento.

A giudicare dagli interventi che si sono ascoltati e, in particolare, dal comma 1 dell'articolo 1 l'argomento sembra riguardare le banche e il credito. Allora, però, non si capisce cosa c'entri il comma 2 dello stesso articolo, che non ha a che fare né con le banche, né con il credito. In attesa di sapere qual è l'argomento, mi pare di capire che, qualunque esso sia, vi sia una palese disomogeneità nelle sole tre piccole parti di questo provvedimento, ossia la lettera a), la lettera b) del comma 1, e il comma 2, su cui mi soffermo.

L'enigmatico comma 2 dell'articolo 1 introduce delle norme che modificano, o quanto meno precisano, gli effetti del cosiddetto decreto salva Italia, per quanto riguarda aspetti previdenziali. Altro aspetto che si comprende facilmente è che esso riguarda persone che percepivano, prima del tetto imposto con un emendamento di origine parlamentare agli alti compensi della pubblica amministrazione, compensi superiori ai 298.000 euro l'anno. Queste norme sono a tutela della loro posizione pensionistica, che difficilmente potremmo definire di bisogno.

Non si è mai capito quanti sono i soggetti coinvolti, il perché di questa norma e il perché una norma analoga debba tutelare soltanto quei soggetti e non altri; ad esempio, tra coloro che sono stati colpiti dal tetto ai compensi della pubblica amministrazione, ci chiediamo perché salvaguardare coloro che hanno le caratteristiche richieste dal comma 2 e non altri. Coloro che non sono stati tutelati da questa norma e faranno ricorso non lo vedranno forse accolto con ulteriori oneri per la pubblica amministrazione? Inoltre, non soltanto a coloro che si vedono il compenso ridotto da interventi legislativi come questo, che limita i compensi nella pubblica amministrazione, può capitare di avere, negli ultimi due-tre anni della loro carriera, compensi inferiori a quelli percepiti in precedenza. Perché i soggetti inclusi nel comma 2 dell'articolo 1 vengono tutelati ed altri no? Questo è difficile da spiegare a tutti coloro che, anziché passare da 500.000 a 300.000 euro all'anno, sono passati da 50.000 a 30.000 euro o da 30.000 a 20.000 euro. Perché, poverini, tuteliamo quelli che scendono da 500.000 a 300.000 euro e non quelli che scendono da 30.000 a 20.000 euro?

Sono domande che abbiamo posto anche in sede di parere in Commissione affari costituzionali; se ricordo bene lo abbiamo fatto il 3 aprile. Circa 10 giorni dopo in Commissione un Sottosegretario ha riferito che purtroppo non era stato possibile avere i chiarimenti richiesti perché l'intero Ministero dell'economia, che credo abbia più di 3 o 4 dipendenti (forse anche più di 3.000 o 4.000), era impegnato su un altro provvedimento.

Spero di avere oggi questi chiarimenti, nel qual caso sarò felice di ritirare l'emendamento soppressivo del comma 2, il cui contenuto non capisco e dal poco che capisco non mi sembra particolarmente equo rispetto ad altre situazioni. Pertanto ho qualche difficoltà a votarlo, specialmente in un momento in cui le norme del decreto salva Italia hanno colpito in modo assai problematico molti altri lavoratori o ex lavoratori. Gli esodati sono solo uno dei casi. Su questi però c'è stato l'impegno del Governo, in sede di discussione del decreto di proroga dei termini, ad affrontare globalmente il problema onde evitare interventi disordinati. È una posizione, espressa nelle Commissioni riunite dalla ministro Fornero, che ho perfettamente condiviso. Trovo tuttavia difficile spiegare a coloro che sono a tutt'oggi in attesa della risoluzione del problema - parliamo degli esodati, ma ve ne sono anche altri - come mai per altre posizioni si è addirittura ricorsi al decreto-legge, non accontentandosi di una soluzione che invece attende altri.

Mi meraviglio anche che non sia stato possibile specificare - ho letto i Resoconti della Commissione di merito - quanti siano i soggetti coinvolti dal comma 2 e mi meraviglio altresì che, pur non sapendo a quanti soggetti è rivolta una norma palesemente onerosa, gli oneri vengano ritenuti trascurabili. Se un parlamentare presenta un emendamento in cui gli oneri sono certi, magari di poche migliaia di euro, la Commissione bilancio non lo accoglie se non c'è la copertura, anche se minima. In questo caso abbiamo un provvedimento oneroso, senza copertura, disomogeneo rispetto al resto del testo (cioè l'unico altro comma), di dubbia equità, che vorrei vedere chiarito. Per questo ho presentato anche un ordine del giorno che chiede al Governo di risolvere il problema che viene affrontato dal comma 2, che ho più volte citato, contestualmente agli altri.

Risolviamo la questione di coloro il cui problema è trovarsi senza stipendio e senza pensione non dico prima, ma insieme a quella di coloro il cui problema verosimilmente è quello di non rischiare che la loro pensione scenda in prospettiva da 400.000 a 360.000-370.000 euro. Direi che, quanto meno, sarebbe logico vederli andare di pari passo, tanto più che da parte del Governo c'era stato un impegno proprio in questo senso. (Applausi del senatore Alicata).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Bubbico.

BUBBICO, relatore. Signor Presidente, penso che il dibattito abbia messo in evidenza la rilevanza dei temi trattati da questo provvedimento e credo che sia emersa materia sulla quale continuare a riflettere da parte del Parlamento e del Governo, perché il rapporto tra le banche, le imprese e i cittadini, in un mondo che cambia profondamente, non può essere ancorato a vecchie regole, né può essere riproposto sulla base di antiche consuetudini.

Il problema della parità di interlocuzione tra soggetti diversi si pone con tutta evidenza, pur nel riconoscimento di ruoli e funzioni che non sono equiparabili a quelle proprie degli agenti del mercato. Quindi, l'intervento di carattere legislativo è estremamente delicato e necessita di verifiche e di aggiornamenti rispetto a quelli che saranno gli esiti applicativi.

È stato rilevato da parte di alcuni colleghi che sono intervenuti quanto possa essere aleatoria la previsione di un Osservatorio privo di esperienza, anche in ragione di precedenti provvedimenti legislativi: ma noi abbiamo il dovere di mettere a disposizione strumenti, e saranno i soggetti sociali, i soggetti economici, le rappresentanze di interessi collettivi che valorizzeranno quello strumento e segnaleranno eventuali problemi.

Ci pare importante che possa essere compilato in maniera ufficiale un "dossier credito" rispetto al quale chiamare ad una discussione e ad una riflessione i diversi soggetti sociali e istituzionali perché, appunto, il rapporto di mercato possa svilupparsi in una dimensione più matura. Infatti, non c'è dubbio che oggi siamo di fronte alla conclusione di un'esperienza che vedeva le banche sottoposte a regole definite e predeterminate in una logica di prezzi amministrati.

Questo provvedimento mette in evidenza l'obiettivo della trasparenza e della comparabilità tra le diverse offerte, e questo ci pare un risultato importante, sul quale la Commissione si è soffermata. Il dibattito in Aula ha confermato la rilevanza di quella impostazione, e per questo siamo convinti che l'integrazione proposta dal Governo fosse necessaria per rendere esigibili i diritti dei diversi soggetti in campo, in modo particolare dei soggetti più deboli, delle famiglie, dei consumatori, delle imprese, soprattutto le micro-imprese e quelle piccole e medie. Il Parlamento continuerà a seguire, come ha fatto in questi anni, l'evolversi dei fenomeni, e confidiamo anche nella sensibilità del Governo perché la nuova situazione possa essere governata con strumenti in grado di conseguire quegli obiettivi.

Un'ultima notazione. Il decreto-legge in esame definisce, al comma 2 dell'articolo 1, un sistema di regole e di diritti per una platea fatta oggetto di uno specifico provvedimento, quindi precisa in maniera coerente questioni relative a una specifica area di soggetti che subiva l'imposizione a cui la norma si riferisce. Il problema di carattere generale verrà poi assunto e trattato dal Governo in un quadro di riequilibrio dei diritti, ma anche dei doveri e dei sacrifici richiesti ai cittadini in questo particolare momento. Noi pensiamo che il comma 2 risulti coerente con la norma principale prevista nel decreto cosiddetto salva Italia. Ad ogni modo - ne siamo convinti - il Governo fornirà gli impegni e le garanzie necessarie perché non si determinino disparità di trattamento a fronte di situazioni identiche. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Colleghi, poiché la Conferenza dei Capigruppo è convocata per le ore 13,30, come già preannunciato all'Assemblea, sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 14,30 con la replica del rappresentante del Governo.

(La seduta, sospesa alle ore 13,19, è ripresa alle ore 14,30).

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 14,30)