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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 716 del 26/04/2012


PICHETTO FRATIN (PdL). Signora Presidente, l'esame del Documento di economia e finanza, del Programma di stabilità e del Programma nazionale di riforma non può essere separato dal contesto molto grave nel quale stiamo vivendo e dalla condizione economica di difficoltà in cui versa tutto il mondo occidentale, ma in particolare l'Europa e, nel suo ambito, i Paesi del Sud Europa (in ordine di gravità, forse, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia).

Non possiamo negare che è un momento di difficoltà, dovuto anche al contesto politico, alla non omogeneità di un sistema di governance a livello europeo e agli scossoni che sul sistema si riversano a seguito di elezioni, di reazioni popolari, quindi alle politiche dei vari Governi europei. Fino a pochi giorni fa assistevamo all'asse franco-tedesco: oggi i giornali parlano dell'asse italo-tedesco, sulla base di una prospettiva diversa di scelte di governo future che potrebbe fare la Francia e di difficoltà emerse in alcuni Paesi molto vicini all'impostazione della Germania, come in particolare l'Olanda.

Tutto ciò, in una realtà dove abbiamo ceduto parte dei poteri nazionali al livello sovranazionale europeo e abbiamo una moneta unica, l'euro, che finora non è stata utilizzata come strumento di politica economica: unica realtà al mondo dove la moneta è un blocco fermo non utilizzato come strumento di politica economica.

Condivido gran parte dell'analisi svolta dai relatori Pegorer e Tancredi nella presentazione dei documenti rilevando che mai come in questo momento si sente la necessità di una politica economica più integrata e più omogenea, quindi non dettata da un singolo Paese quale la Germania. La prima necessità è quella di una politica economica di equilibrio, omogenea rispetto alle economie e alle società che sono dell'area euro, e altrettanto di una governance monetaria che sia in grado di intervenire tempestivamente sul territorio dell'area euro. Vorrei infatti ricordare che questa situazione di tipo economico-sociale è anche la conseguenza della percezione - e il mondo economico, il mercato, le nostre società, i nostri livelli di consumo sono molto legati allo stato di percezione - che a livello europeo manchi quella governance monetaria che, non essendovi più a livello nazionale, dovrebbe esserci a livello europeo. Su questo diventa difficile anche fare valutazioni.

Certamente, si può formulare l'auspicio di una ratifica da parte degli Stati membri del fiscal compact, ma è giusto anche porsi la domanda: sarà rispettato? Saranno i Paesi d'Europa in grado di rispettare quanto previsto dal fiscal compact? E, giustamente, dobbiamo chiederci: il nostro Paese sarà in grado di rispettare quanto in esso previsto, con tutta una serie di piani di rientro? È vero infatti che prima bisogna guardare in casa propria e il nostro ruolo, di Parlamento italiano, deve far riferimento all'Italia. Ma se effettuiamo una valutazione europea e non solo nazionale, la domanda è: saranno la Spagna, il Portogallo, la Francia in grado di rispettare tutto ciò? È dato quasi per scontato anche dagli analisti che probabilmente, ratificato, il fiscal compact troverà poi modalità di applicazione già diverse e questo è certamente di nuovo un segno di debolezza, che andrà a riverberarsi, come percezione, sul sistema, su tutti i cittadini europei, sui mercati mondiali, sugli investitori, su tutti coloro che devono sottoscrivere i titoli nazionali dei vari Paesi, segno che fa emergere ancora una volta le difficoltà che abbiamo a livello europeo.

Dobbiamo chiedere che finalmente arrivino gli eurobond, perché se parliamo di grandi investimenti infrastrutturali a livello europeo deve esserci una garanzia a livello europeo, e la garanzia ultima a tale livello deve essere che la Banca centrale europea diventi prestatore di ultima istanza, altrimenti non funziona come grande ente di emissione e quindi gestore del più grande strumento di intervento sulle economie che ha l'Europa in questo momento.

Da parte italiana, ci siamo impegnati a rispettare i famosi 39 punti della lettera di Olli Rehn, e alcuni passaggi sono stati attuati. Vorrei ricordare la riforma costituzionale dell'articolo 81, con la previsione di un equilibrio di bilancio e il fatto che i documenti attuali parlano di «equilibrio di bilancio» (equilibrio strutturale, forse non nominale e anche su questo si potrebbe poi andare a discutere, perché l'equilibrio strutturale lascia comunque margini a valutazioni che sono molto soggettive, dei singoli, degli Stati o delle parti politiche da cui vengono fatti), così come dobbiamo riconoscere che alcuni passi sono stati fatti con talune liberalizzazioni e con la riforma del lavoro in discussione ma anche con alcune valutazioni.

Si sta andando avanti con difficoltà su interventi quali la riforma del lavoro che, vorrei ricordare, era uno dei punti fondamentali di raccomandazione già dei Documenti di economia e finanza dello scorso anno da parte dell'Unione europea. I tentativi sono di cercare artifizi di legge per creare lavoro, ma i posti di lavoro vengono se c'è lavoro, se alle imprese è dato lo spazio per creare lavoro. D'altra parte, le stesse raccomandazioni e gli stessi impegni assunti con l'Unione europea e con il Consiglio europeo riguardavano la burocrazia, la pubblica amministrazione: vorrei ricordare che il nostro Paese, rispetto agli standard, al numero di abitanti e all'organizzazione ha circa un 20-30 per cento di dipendenti pubblici in più rispetto a quelli che dovrebbe avere se tutto funzionasse.

Un passaggio fondamentale di riforma deve allora essere anche quello di una spending review fatta bene, e su questo il Governo deve dare risposte in tempi ragionevoli e rendersi conto che ogni dipendente pubblico in più ha come riferimento tre dipendenti privati in meno, per una ragione di costo di mantenimento. Si possono fare tutte le considerazioni a valle che si vogliono, ma la realtà è questa. Quindi, in un Paese che si trova in questa condizione, è difficile fare valutazioni strategiche di prospettiva se non si entra nel merito delle questioni, naturalmente discusse e mediate, tentando di dare una risposta appunto nel merito e non solo indicazioni di principio.

Così come la partita del fisco. Vorrei ricordare che il Documento di economia e finanza prevede un livello di tassazione del 45 per cento per questo Paese che, essendo mediato anche con il sommerso, significa che chi paga ha una media del 55 per cento. È un livello di tassazione che non dà più spazio a fare impresa ed al lavoro e rischia di essere suicida davvero anche chi intraprende. La nostra azione deve essere quella di riformare il fisco, riformularlo, cambiare i meccanismi di intervento.

La politica e le posizioni ideali certamente ci possono dividere, portandoci ad avere modelli diversi. Naturalmente, sono convinto della necessità di portare la maggiore tassazione possibile sui consumi, riducendo al minimo l'imposizione diretta e quindi liberando il più possibile l'energia del Paese. Ma naturalmente su questo dovrà esserci un confronto e creare una condizione che ci permetta quindi di lavorare di più. Così, sì, davvero si riesce riequilibrare la situazione e a creare i posti di lavoro.

Ed ancora, sul bilancio dello Stato, è vero che abbiamo la previsione del pareggio di bilancio, e che abbiamo un avanzo primario (e sono pochi in Europa ad averlo: la Germania, noi e pochi altri; i restanti lo vedono con grande difficoltà o non lo vedono neanche), ma è opportuno che vi sia un abbattimento del debito, con cessione di molti degli asset pubblici, naturalmente con le procedure più opportune. Mi rendo conto che non possiamo cedere alcune società o alcuni beni in questo momento. Il mercato infatti li accoglierebbe molto volentieri perché svalutati, ma non faremmo l'interesse dello Stato e, quindi, dei cittadini italiani. Ma alcuni meccanismi possono esserci. Questo ci permetterebbe di abbattere gli interessi in modo cospicuo e quindi aumentare l'avanzo primario, avere il vero pareggio di bilancio e cominciare ad intaccare il sistema che ci ha portato a questa situazione.

Concludendo, credo che il DEF dia un quadro chiaro e offra una lettura fedele della realtà del Paese, con i suoi richiami, anche nel Programma di stabilità. Mantenendo le previsioni del pareggio, o quasi pareggio, di bilancio nel 2013, penso si debba davvero spingere forte sulle azioni conseguenti, le azioni di crescita, che non possono assolutamente avvenire con spesa pubblica improduttiva. Servono infatti grandi riforme. Se spesa pubblica deve esserci, deve essere spesa pubblica non improduttiva, devono essere investimenti sulle opere o di concorso su opere che i privati possono fare. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mercatali. Ne ha facoltà.