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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 713 del 19/04/2012


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

alla vigilia dei consigli di amministrazione di Milano e Fondiaria sulla maxi fusione, Fabio Pavesi scrive per "Il Sole 24 ore" del 18 aprile 2012 sui flussi di denaro tra le società della famiglia Ligresti e le compagnie assicurative quotate del Gruppo;

si legge nel citato articolo: «Dalla Milano alla Fonsai alla Premafin. Un fiume di denaro che sgorgava da anni e che aveva però una caratteristica. I flussi erano prevalentemente a senso unico: cioè in uscita dalle quotate assicurative e in entrata verso le società di Salvatore Ligresti e figli. Come se Fonsai, Milano e Premafin fossero dei veri e propri bancomat cui i Ligresti attingevano liquidità per finanziare i propri progetti immobiliari. Non c'è solo Fonsai che ha visto nel 2008-2010 pagare oneri per 413 milioni a favore appunto delle società riconducibili alla famiglia, incassando proventi per soli 178 milioni con un saldo netto a sfavore di Fonsai per 235 milioni. Basta salire a monte della catena, cioè in Premafin, per accorgersi che i volumi erano fin maggiori. Nel bilancio 2010 per la prima volta Premafin è costretta a dettagliare i flussi verso la famiglia del finanziere siciliano. Ebbene in quell'anno escono dalle casse di Premafin ben 146 milioni, mentre ne entrano dalle parti correlate soli 33. E il confronto con il 2009 è ancora più inquietante. L'anno prima i soldi in uscita sempre diretti alle varie Sinergia e Imco sono di 280 milioni con denaro in entrata per soli 33 milioni. Quei 360 milioni ai Ligresti. Sommateli e avrete che in soli due esercizi (il 2009 e il 2010) fuoriesce liquidità netta dalle casse della Premafin quotata per 360 milioni di euro. In quei due anni Premafin mette a segno perdite consolidate per 1,3 miliardi. Ma la modalità di usare la Premafin e a cascata le altre società assicurative quotate per gli affari immobiliari della famiglia durava da anni. 1,5 miliardi dal 2005 al 2010. Nel 2008 il complesso delle attività di Premafin nei confronti delle parti correlate è stato di 371 milioni con passività per soli 68 milioni. Le attività sempre verso gli interessi della famiglia sono di 216 milioni nel 2007; di altri 174 nel 2006 e di 67 milioni nel 2005. Un flusso di grandi proporzioni che fa sì che tra il 2005 e il 2010 Premafin si trovi esposta nel finanziare attività della famiglia per oltre 1,5 miliardi. Già ma tutto questo giro di denaro a cosa serviva? Di fatto lo schema era il seguente. Le compagnie quotate, da FonSai a Milano alla Premafin, cedevano terreni edificabili alle Imco e Sinergia o altre controllate della famiglia. I Ligresti edificavano e avrebbero rivenduti gli immobili alle stesse società a prezzi prestabiliti. Quei prezzi, come ha denunciato il fondo Amber, spesso erano soggetti a incrementi per modifiche in corso d'opera. E così la famiglia con una mano comprava, con l'altra rivendeva allo stesso soggetto. Le quotate del gruppo. Chi guadagnava dall'affare? È quello che si stanno chiedendo i magistrati»;

un comunicato della stessa holding, a smentita dell'articolo de "Il Sole 24 Ore", precisa che Premafin non ha mai erogato finanziamenti per attività della famiglia Ligresti e che le affermazioni del quotidiano sono "destituite di ogni fondamento" (si veda l'Agenzia Asca del 18 aprile 2012);

la nota ricorda che Premafin redige sia il bilancio consolidato che quello individuale, e che nello specifico i dati dei flussi finanziari riportati nell'articolo (360 milioni di euro) sono tratti dai bilanci consolidati di Premafin e non già dai bilanci individuali, e solo in minima parte, circa il 2 per cento, sono riferibili alla società Premafin. La stessa asserisce peraltro che non ha mai erogato finanziamenti per attività della famiglia Ligresti;

premafin afferma inoltre che i propri flussi finanziari sono riferibili pressoché esclusivamente in entrata ai dividendi incassati dalle partecipate, e in uscita ai costi di funzionamento e al servizio del debito bancario. Negli ultimi 10 anni, "a fronte di 280 milioni circa di dividendi incassati, Premafin ha provveduto a distribuire dividendi a tutti i propri azionisti per 20 milioni di euro circa",

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;

se risulti che, alla luce di quanto denunciato dall'articolo, vi siano stati interventi delle Autorità vigilanti al fine di controllare gli spostamenti di denaro tra la famiglia Ligresti e le società del Gruppo e se questi siano stati effettuati nel pieno rispetto delle regole sulla trasparenza;

se non ritenga necessario adottare le opportune iniziative al fine di rivedere la normativa sulle società, in particolare quelle quotate in Borsa, nonché al fine di promuovere il rafforzamento e l'estensione dell'ambito di applicabilità della disciplina del falso in bilancio e, comunque, di potenziare i controlli e la trasparenza delle informazioni al mercato;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di dotare i piccoli azionisti di strumenti utili a difesa delle gestioni, a giudizio dell'interrogante scellerate, di società, che trovano ogni espediente per avvantaggiarsi con operazioni al limite della legalità;

quali misure urgenti intenda adottare per restituire trasparenza ad autorità, spesso contigue con i vigilati, per garantire i diritti degli assicurati, del mercato e dei risparmiatori.

(4-07321)

LANNUTTI - Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

il quotidiano "La Repubblica" racconta la storia della famiglia Tredicine, che possiede quasi tutti i banchi di caldarroste, i camion bar e i banchetti per i souvenir della Capitale; l'articolo, oltre a snocciolare passo dopo passo come i membri della famiglia siano riusciti ad accaparrarsi le licenze per vendere nel centro storico, solleva anche dei dubbi sulla regolarità dei bandi per il rilascio delle stesse che, ogni anno, sono vinti sempre dai membri dell'impero Tredicine;

si legge nel citato articolo: «Nessun altro ha così tanti permessi e licenze nella Capitale. Solo nel centro storico occupano 42 dei 68 posti disponibili per i camioncini di bibite e sorbetti. Il business della famiglia Tredicine vale 27 milioni di euro, considerando solo il valore di mercato dei posti. Il comune infatti non ne rilascia più da anni perché il settore è saturo. Chi ce l'ha, se li tiene. Oppure li vende a prezzi altissimi, 650 mila euro l'una. Si sono presi Roma una licenza alla volta. Prima tutti i caldarrostai, poi i camion bar, poi i banchi di abbigliamento e merce varia. Nelle cartoline della città, dal Colosseo alla Piazza di Spagna, c'è sempre un loro chiosco di bibite, un loro banco di souvenir. Se non è Mario, è Alfiero. Se non è Alfiero è Elio, o Dino, o Emilia, o Dario. Sempre e comunque uno della famiglia Tredicine, padrona del ricchissimo e caotico commercio ambulante della capitale. Talmente potente che gli altri operatori abbassano automaticamente la voce, prima di pronunciare quel nome. Oppure cacciano a male parole chi fa qualche domanda di troppo. I Tredicine occupano centinaia di posti, controllano i prezzi di affitto delle licenze, siedono nei sindacati, hanno chi li protegge in consiglio comunale. Ma chi sono? Quante licenze hanno? E perché sono diventati così potenti? (...) Donato, il patriarca ottantenne, è seduto su un impero plurimilionario. Eppure vende caldarroste. Fino a poco tempo fa lo si vedeva ancora in via Frattina, dalle parti di Trinità dei Monti, a rovesciare castagne nel braciere incandescente. "Che ci vuoi fare, è la mia passione... ", diceva. Del resto tutto è iniziato lì, su quel marciapiede, sessant'anni fa. Il 19 novembre 1959 Donato lasciò i suoi nove figli a Schiavi, in Abruzzo, e si trasferì a Roma. La mattina lavorava in un cantiere all'Eur, nel pomeriggio vendeva castagne nei vicoli di piazza di Spagna. Le cose cambiarono quando all'inizio degli anni Ottanta lo raggiunsero i figli Mario, Elio, Dino, Alfiero e, più tardi, Emilia. "Oggi i Tredicine controllano, direttamente o attraverso parenti e famiglie "alleate", almeno 300 postazioni - stima Giovanni Tallone, presidente della Co. Ge. Se., la cooperativa di servizi dell'Apvad, una delle sigle sindacali degli ambulanti - i loro "feudi" sono i municipi I, VI, IX e XVII. Nessun altro ha così tanti permessi e licenze. Nel centro storico occupano 42 dei 68 posti disponibili per i camioncini di bibite e sorbetti. Con uno di quelli, davanti al Colosseo, si incassano anche 5 mila euro al giorno". Quarantadue licenze sono un tesoro da 27 milioni di euro, solo considerando il valore di mercato. Il comune infatti non ne rilascia più da anni perché il settore è saturo. Chi ce l'ha, se le tiene. Oppure le vende a 650 mila euro l'una. I Tredicine sono anche i padroni dello smercio delle caldarroste all'interno del perimetro d'oro delle Mura Aureliane. "Ogni anno il primo municipio assegna un'ottantina di permessi con bando pubblico - spiega Tallone - che puntualmente finiscono quasi tutti a loro. Come si fa a non avere dubbi sulla regolarità di quel bando?". Anche perché gli altri se li prendono un manipolo di operatori provenienti da Schiavi d'Abruzzo e da Triveneto (Campobasso). Il resto delle licenze dei Tredicine, secondo il sindacalista, è per "posti fissi e unici", sono cioè chioschi isolati di frutta, fiori, souvenir, magliette. Ne controllano circa centocinquanta sui trecento totali. Sono posizioni storiche assegnate dal Comune settanta-ottanta anni fa, e di cui i fratelli nel corso del tempo hanno fatto incetta comprandole dagli altri. È un patrimonio stimabile intorno ai 50 milioni di euro. E si trovano negli angoli pregiati della città. (...) A piazza di Spagna hanno un chiosco, due caldarrostai e un fioraio. Nelle traverse delle centralissime via del Corso e via Nazionale hanno decine di baracchini dove una bottiglietta d'acqua costa due euro e mezzo e un gelato tre. Sono loro il banco di frutta davanti alle Terme di Diocleziano e i camion di fronte alla basilica di San Pietro. Intestati a mogli e figli hanno camioncini al Tridente, in piazza Venezia, alla Bocca della Verità, in Campidoglio, al Colosseo. Dovunque. Poi ci sono i concerti, le fiere, le partite. Con la festa della Befana in piazza Navona un banco di articoli natalizi alza 50-60 mila euro di guadagno netto in due settimane. Il centinaio di posti disponibili viene assegnato in base ad alcuni criteri, tra cui l'anzianità. Puntualmente la maggior parte finisce ai quattro fratelli, grazie alla loro posizione dominante e al loro immenso parco licenze. Si possono permettere, ad esempio, di tenerne alcune in zone meno centrali solo per acquisire punti per entrare nella lista dei grandi eventi. Possono spostare le licenze da una zona all'altra, da un familiare all'altro, a seconda della convenienza. Una ferita alla concorrenza di mercato in un comparto, quello degli ambulanti, già congestionato, con 7 mila venditori e 130 mercati rionali. Insieme coprono il 22 per cento dell'intera vendita al dettaglio della città. E ogni giorno ha la sua lotta, tra irregolari che vantano diritti inesistenti e "pragmatici" che provano a oliare con mazzette gli ingranaggi delle rotazioni (il meccanismo in uso solo a Roma per cui si occupano soste diverse ogni giorno, seguendo turni concordati con l'amministrazione). Un settore afflitto storicamente dall'abusivismo e dall'evasione fiscale e dove si è affacciato il fenomeno dei contratti di affitto taroccati: l'affittuario ufficialmente ha un canone mensile basso, 500-600 euro, a fronte di pagamenti reali al nero di 4-5000 mila euro. Insomma, l'humus ideale per approfittatori e piccoli boss di quartiere. C'è chi va in giro a chiedere tangenti agli irregolari, con la minaccia di chiamare i vigili. Il pm Maria Cordova ha attualmente due fascicoli aperti sul racket degli ambulanti (i Tredicine non sono coinvolti). In questo caos, 300 posti sono in mano a una famiglia sola su un totale di circa 1800 tra rotazioni, soste fisse, camion bar, caldarrostai. Come fanno a gestirle tutte? E perché hanno i posti migliori?»;

considerato che:

da cinque anni i fratelli Tredicine sono attivi nei consigli generali di diversi sindacati e si riuniscono con la Commissione Commercio del Comune di Roma per discutere sulla gestione del commercio ambulante e sull'intensificazione o meno dei controlli delle Forze dell'ordine. Infine, la nomina del figlio Giordano Tredicine a consigliere comunale del Popolo della libertà e presidente della Commissione Politiche Sociali, dopo che nel 2008 è riuscito a portare 5.284 preferenze a Gianni Alemanno;

l'assessore Davide Bordoni afferma che la questione delle licenze è al di fuori delle logiche comunali perché sono bloccate da anni ed è il mercato che le regola. Questo però non giustifica lo stretto legame che si è venuto a creare coi Tredicine,

si chiede di sapere:

quale sia la valutazione dei Ministri in indirizzo, per gli aspetti di propria competenza, della circostanza che in una città come Roma, con la sua grande rilevanza storica e culturale, si possa permettere che chioschi e camioncini bar degradino il centro storico e il godimento delle bellezze architettoniche romane;

quali iniziative di competenza, anche in sede normativa, il Governo intenda assumere affinché il patrimonio culturale, storico, archeologico e architettonico della Capitale, censito dall'Unesco fra i beni patrimonio dell'umanità, venga tutelato con maggiore attenzione attraverso opportune azioni di vigilanza da parte delle autorità a ciò deputate, che non sempre si dimostrano sufficientemente attente ed incisive;

se non ritenga necessario intervenire con iniziative di propria competenza presso i vertici dell'amministrazione capitolina, tenuto conto dell'esigenza di verificare la regolarità dei bandi e delle relative assegnazioni delle licenze in questione;

quali iniziative intenda intraprendere, nelle opportune sedi di competenza, alla luce dell'inchiesta del quotidiano "La Repubblica", al fine di fare luce sulla presenza di un monopolio assolutamente dominate nella città di Roma, proprio in un momento in cui si lavora per la liberalizzazione delle varie categorie, allontanando ogni dubbio su possibili forme di abuso di potere familiare e di corruzione.

(4-07322)

POLI BORTONE - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

a giudizio dell'interrogante, la Regione Puglia, così come denunciato anche dalla Segreteria provinciale dell'UGL Spettacolo e Comunicazioni di Lecce, sta operando in maniera discriminatoria nei confronti della storica Fondazione Ico Tito Schipa di Lecce, che realizza da decenni produzioni lirico-sinfoniche, anche televisive, di altissimo livello artistico, con una orchestra stabile di 60 professionisti, che vivono ancora una situazione di forte precariato;

il contributo della Regione Puglia verso la Fondazione Ico Tito Schipa risulta essere di 120.000 euro annui contro i 2 milioni di euro elargiti alla Fondazione del Teatro Petruzzelli di Bari;

è vero che il Teatro Petruzzelli è stato gestito in questi ultimi anni malamente e che quindi è necessario correre ai ripari, ma la Puglia non si ferma solo alla prestigiosa istituzione barese. Lecce e il Salento vantano anche loro un'antica e fervida Fondazione musicale che organizza stagioni liriche e sinfoniche di grande rispetto. Dai tempi di Carlo Vitale, alla decennale gestione del celebre soprano Katia Ricciarelli, fino ai nostri giorni, la Fondazione Ico Tito Schipa di Lecce ha ospitato i più importanti nomi della scena internazionale, allestendo negli ultimi trent'anni un numero rilevante di spettacoli lirici e sinfonici;

oggi, la Fondazione leccese, pur continuando a produrre spettacoli di grande livello artistico, si dibatte per le scarse risorse a disposizione;

tale situazione, paradossale e discriminatoria, è assolutamente inaccettabile ed offensiva nei confronti della cultura e dell'intero Salento che da sempre ha visto la propria Fondazione Ico Tito Schipa come importante volano dell'economia generale del territorio,

si chiede di sapere:

se al Ministro in indirizzo risulti come mai il contributo regionale delle due storiche e più importanti Fondazioni pugliesi non sia stato parificato;

se il Ministro in indirizzo ritenga di intervenire nell'ambito delle proprie competenze affinché venga equiparato il suddetto contributo, visto che la Fondazione non può più continuare a tollerare una simile disparità di trattamento.

(4-07323)

BIONDELLI - Ai Ministri della salute e dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

in data 8 marzo 2012, il quotidiano "La Stampa - Cronaca di Torino" riporta la notizia secondo la quale la certificazione della disabilità rilasciata dall'Azienda sanitaria locale per ottenere l'insegnante di sostegno deve seguire le modalità ordinarie fissate per il riconoscimento dell'invalidità civile, tutto ciò a causa di una interpretazione restrittiva delle disposizioni vigenti in materia;

tale notizia, se fosse vera nei termini in cui è stata esposta, comporterebbe un allungamento dei tempi di rilascio incompatibili con quelli della necessaria programmazione della scuola, oltre anche ad un aggravio economico a carico delle famiglie che si vedono richiedere dai medici di medicina generale (del tutto legittimamente) la cifra di 60 euro per la certificazione medica attestante la natura delle infermità invalidanti e l'invio - per via telematica - all'Istituto nazionale di previdenza sociale (INPS) della richiesta di visita;

considerato che:

ai sensi dell'art. 20 del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, a decorrere dal 1° gennaio 2010, "le domande volte a ottenere benefici in materia di (...) handicap e disabilità, complete della certificazione medica attestante la natura delle infermità invalidanti, sono presentate all'INPS" e le Commissioni ASL "sono integrate da un medico dell'INPS";

ai sensi dell'art. 19, comma 11, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, "le commissioni mediche di cui all'art. 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nei casi di valutazione della diagnosi funzionale costitutiva del diritto all'assegnazione del docente di sostegno all'alunno disabile, sono integrate obbligatoriamente con un rappresentante dell'INPS";

rilevato che:

le due norme considerate (art. 20 del citato decreto-legge n. 78 del 2009 e art. 19 del citato decreto-legge n. 98 del 2011), pur prevedendo modalità organizzative identiche, prendono in considerazione due fattispecie completamente diverse: nel primo caso si tratta di domande volte ad ottenere "benefici"; nel secondo caso si tratta di domande volte alla richiesta di diagnosi funzionale "costitutiva del diritto" all'assegnazione del docente di sostegno, e non di "benefici";

anche dal punto di vista strettamente letterale, la disposizione contenuta nell'art. 19 del decreto-legge n. 98 del 2011 non opera alcun richiamo o rinvio, né esplicito né implicito, alla procedura prevista dall'art. 20 del decreto-legge n. 78 del 2009;

l'art. 2, comma 2, del regolamento recante modalità e criteri per l'individuazione dell'alunno come soggetto in situazione di handicap, ai sensi dell'art. 35, comma 7, legge 27 dicembre 2002, n. 289 di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 febbraio 2006, n. 185, prevede che gli accertamenti vadano effettuati "in tempi utili rispetto all'inizio dell'anno scolastico e comunque non oltre trenta giorni dalla ricezione della richiesta";

ritenuto che l'interpretazione adottata dalle ASL torinesi comporti - nella pratica - un notevole allungamento dei tempi di rilascio, causando enormi ritardi sul riconoscimento dei diritti degli alunni disabili all'integrazione scolastica;

considerato che la Corte costituzionale, fin dal 1987 (sentenza 3 giugno 1987, n. 215), ha riconosciuto che "la frequenza scolastica è (...) un essenziale fattore di recupero del portatore di handicap e di superamento della sua emarginazione",

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo risulti quanto in premessa;

quali azioni di propria competenza intendano adottare al fine di garantire in modo uniforme il concreto esercizio del diritto del disabile all'integrazione scolastica.

(4-07324)

PARDI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

il 18 marzo 1981 l'Italia ha aderito al Trattato antartico, al quale attualmente aderiscono 45 Paesi, di cui 29 sono parti consultive con diritto di voto. Il Trattato sospende qualsiasi rivendicazione territoriale, lo sfruttamento delle risorse esistenti e favorisce gli usi pacifici del continente. La legge 10 giugno 1985, n. 284, poi abrogata dalla legge n. 266 del 1997, aveva istituito un Programma nazionale di ricerca in Antartide (PNRA) al fine di assicurare la partecipazione dell'Italia al trattato sull'Antartide adottato a Washington il 1° dicembre 1959. In ragione della natura strategica del programma, l'art. 3 della legge aveva istituito un comitato consultivo interministeriale per l'Antartide, mentre l'art. 4 aveva assegnato alla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide (CSNA) funzioni di coordinamento per le iniziative di ricerca scientifica e tecnologica;

alle attività di ricerca messe in atto dal PNRA prende parte, con diverse competenze, l'intero sistema di ricerca nazionale: le università, il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), l'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS), l'Istituto nazionale di astrofisica (INAF) ed altri enti di ricerca;

con l'art. 5 della legge 7 agosto 1997, n. 266, recante "Interventi urgenti per l'economia", vennero apportate modifiche alla legge istitutiva del PNRA, prevedendosi che con decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica di concerto con il Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato, dovessero essere rideterminati i soggetti incaricati dell'attuazione, le strutture operative, nonché i compiti e gli organismi consultivi e di coordinamento, le procedure per l'aggiornamento del programma, le modalità di attuazione e la disciplina dell'erogazione delle risorse finanziarie. Il decreto legislativo 30 gennaio 1999, n. 36 (poi abrogato dal decreto legislativo n. 257 del 2003), aveva stabilito, modificando l'art. 5 della legge n. 266 del 1997, che all'entrata in vigore del citato decreto interministeriale sarebbero stati soppressi gli articoli della legge n. 284 del 1985 che definivano modalità ed organismi del PNRA;

il decreto in questione, lungi dall'essere adottato nel termine di sei mesi previsto dalla citata legge n. 266 del 1997, si è tradotto nel decreto del Ministro dell'istruzione, università e ricerca del 26 febbraio 2002, recante "Rideterminazione dei soggetti incaricati dell'attuazione, delle strutture operative, dei compiti e degli organismi consultivi e di coordinamento, delle procedure per l'aggiornamento del programma di ricerche in Antartide nonché delle modalità di attuazione e della disciplina dell'erogazione delle risorse finanziarie". Con tale decreto, intervenuto a distanza di sei anni dalla data prevista, sono infatti state apportate sostanziali modifiche alla gestione del PNRA, mediante l'istituzione di un consorzio per l'attuazione del programma, composto da ENEA, CNR, INGV, OGS e da altri soggetti pubblici e privati con funzioni organizzative, logistiche e di supporto, necessarie per l'esecuzione delle campagne di ricerca previste nei piani esecutivi annuali;

anche a seguito di rilievi effettuati dalla Corte dei conti circa l'opera di vigilanza del Ministero dell'istruzione e la gestione delle attività antartiche da parte del consorzio, si è posta la necessità di una riforma complessiva del Programma per l'Antartide. Tuttavia, nella fase consultiva prodromica all'emanazione del provvedimento di riforma, con il decreto legislativo 31 dicembre 2009, n. 213, recante "Riordino degli enti di ricerca in attuazione dell'articolo 1 della legge 27 settembre 2007, n. 165", in luogo di una riforma organica si è inteso attribuire allo statuto del CNR la possibilità di prevedere al suo interno una struttura organizzativa di programmazione e coordinamento delle attività polari;

riutilizzando ancora una volta la disposizione contenuta nell'art. 5 della legge 7 agosto 1997, n. 266, che certamente aveva esaurito completamente la sua possibilità di dettare nuove norme di riordino di un organismo già riordinato 10 anni prima, con decreto del Ministro dell'università e della ricerca del 30 settembre 2010 (recante rideterminazione dei soggetti incaricati dell'attuazione, delle strutture operative, dei compiti e degli organismi consultivi e di coordinamento, delle procedure del programma di ricerche in Antartide nonché delle modalità di attuazione e della disciplina dell'erogazione delle risorse finanziarie) si è quindi proceduto a ridisegnare le funzioni della CSNA e dell'ENEA, affidando al CNR le attività di programmazione scientifica e di coordinamento ed abrogando, infine, il citato decreto ministeriale del 26 febbraio 2002;

nel contesto di tale evoluzione normativa e del problematico rapporto tra fonti di rango primario e secondario che si è venuto a determinare - il quale, a giudizio dell'interrogante, ha contribuito, insieme alla progressiva riduzione di fondi, ad accumulare ritardi che hanno fortemente penalizzato l'attività italiana di ricerca in Antartide - la CSNA è stata ricostituita solo nell'agosto 2011 e si è insediata nel mese di novembre dello stesso anno. Anche nell'estate australe 2011 si sono dunque dovuti registrare ritardi nella predisposizione della campagna antartica nonché problemi organizzativi e logistici;

in particolare, si sono fatti sentire gli effetti delle sovrapposizioni di ruoli e competenze. Ad esempio, sulla base delle modifiche introdotte al proprio statuto consentite dal decreto legislativo di riordino degli enti di ricerca, il consiglio di amministrazione del CNR, in data 16 novembre 2011, ha ritenuto di poter istituire, attraverso una deliberazione interna, il Comitato per la ricerca polare (CRP) dotato di una propria commissione e con attribuzioni potenzialmente confliggenti con quelle della CSNA medesima;

il CNR inoltre rivendica compiti e ruoli che non gli sono stati attribuiti, stipula accordi internazionali, stabilisce che i costi del funzionamento del CRP sono posti a carico delle risorse messe a disposizione dal Ministero dell'istruzione per il PNRA, sottraendoli quindi alla ricerca, decide di partecipare alla realizzazione di parchi tematici e acquari quali il "Mediterraneum Expo-Sea Life", a giudizio dell'interrogante privi di valore scientifico, pensa di nominare i componenti italiani negli organismi antartici internazionali, di emanare i bandi di ricerca antartica nonostante il proprio palese conflitto di interessi;

con tutto ciò l'attività di ricerca italiana in Antartide, portata avanti negli anni da studiosi ai vertici degli organismi internazionali di ricerca, sta conoscendo una progressiva fase di declino e rischia di veder compromesso il ruolo di primo piano assunto dall'Italia, con una visione strategica meritevole di conferma, sin dalle fasi iniziali del Trattato nel 1981,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Ministro in indirizzo ritenga di porre in essere, per quanto di sua competenza, al fine di promuovere l'attesa riforma organica del programma di ricerca italiana in Antartide, con l'obiettivo di eliminare, anche mediante l'adozione di iniziative legislative, con carattere di urgenza, ricorrendone i presupposti, gli ambiti di interferenza tra gli enti di ricerca e rimuovere conseguentemente le sovrapposizioni di ruoli e funzioni generate dal succedersi non lineare degli interventi normativi di cui in premessa;

se non si intenda a tale proposito consolidare e rafforzare il futuro della presenza italiana nel continente antartico, presenza che deve essere mantenuta e rafforzata non solo per ragioni scientifiche e di ricerca ma anche per le stesse ragioni strategiche che 27 anni fa indussero il Governo italiano e il Parlamento ad aderire al trattato e a dar vita al PNRA;

se non si intenda ribadire il carattere "nazionale" del PNRA, che ha visto finora coinvolti nelle attività di ricerca università ed enti di ricerca in collaborazione tecnica e operativa, tra gli altri, con l'esercito, l'aeronautica, il Ministero della salute, uscendo dal ridotto ed angusto spazio nel quale, a giudizio dell'interrogante, le modeste ambizioni del CNR e la scarsa lungimiranza del precedente Governo lo hanno costretto;

se il Governo non consideri opportuno, parallelamente, attivarsi per assicurare al PNRA adeguati finanziamenti pluriennali, espungendoli dal cosiddetto fondo della ricerca, atteso che il PNRA è appunto programma nazionale di valenza scientifica e strategica;

quale iniziativa si intenda assumere per evitare che un ente di ricerca nazionale aderisca ad iniziative quali il parco tematico ed il "Mediterraneum Expo-Sea Life".

(4-07325)

PEGORER, BLAZINA, PERTOLDI - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

dalle notizie di stampa, confermate a seguito di verifica con i diretti interessati, risulta che il Comune di Cividale del Friuli (Provincia di Udine) rifiuta il rilascio delle carte di identità bilingui italiano-slovene ai cittadini richiedenti;

il rilascio dei documenti di carattere personale, quali la carta di identità e i certificati anagrafici in forma bilingue, è previsto dall'art. 8, comma 3, della legge 23 febbraio 2001, n. 38, recante "Norme a tutela della minoranza linguistica slovena della regione Friuli Venezia Giulia";

con il decreto del Presidente della Repubblica 12 settembre 2007 il Comune di Cividale è stato inserito nella tabella dei Comuni del Friuli-Venezia Giulia dove si applicano le misure di tutela della minoranza slovena, tra le quali anche il rilascio, su richiesta, della carta di identità nella forma bilingue;

rilevato che:

non è accettabile la giustificazione del Comune in merito al mancato rilascio delle carte di identità bilingui, e cioè la mancata convenzione con lo Sportello bilingue presso S. Pietro al Natisone e l'assenza di personale proprio con conoscenza della lingua slovena;

gli altri Comuni, che rientrano nella stessa categoria del Comune di Cividale, provvedono senza difficoltà alcuna a rilasciare le carte d'identità bilingui;

i nuovi modelli di carte d'identità bilingui sono stati tra l'altro approvati dal Ministero dell'interno con decreto del 12 dicembre 2012 e tutti i Comuni interessati dall'applicazione della legge n. 38 del 2001 possono richiederne un congruo numero;

il comportamento del Comune di Cividale è lesivo dei diritti soggettivi dei cittadini residenti nei Comuni di cui all'art. 4 della legge n. 38 del 2001 ed in particolare dei cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena, e ciò dopo dieci anni dall'approvazione della legge di tutela,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza del comportamento omissivo dell'Amministrazione comunale di Cividale del Friuli e quale iniziativa di competenza intenda intraprendere perché siano rispettati i diritti previsti da una legge dello Stato.

(4-07326)

BLAZINA, PEGORER, PERTOLDI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:

la Stock SpA è una storica azienda di Trieste, fondata nel 1884, che produce liquori e distillati. Essa impegna oggi, dopo le diverse ristrutturazioni e modifiche societarie, circa 30 lavoratori, di cui 28 in linea di produzione;

lo stabilimento, attualmente di proprietà della società britannica Stock Spirits Group facente riferimento al fondo americano Oaktree Capital Management, aveva avviato dal 2008 una ristrutturazione per aumentare la competitività, grazie anche alla disponibilità dei lavoratori ad una maggiore flessibilità negli orari e nelle turnazioni;

tale ristrutturazione ha comportato anche un forte taglio del personale a fronte dell'accordo, che ha portato all'investimento di 1.700.000 euro per il rinnovamento della linea di produzione e per la formazione del personale rimasto;

nonostante la riorganizzazione ed anche un recente intervento di manutenzione dello stabilimento, la proprietà ha annunciato improvvisamente nei giorni scorsi la decisione di cessare l'attività e di chiudere la produzione a Trieste;

l'azienda trasferirà dal giugno 2012 la produzione nello stabilimento della Repubblica Ceca, motivando tale decisione con la necessità di ridurre i costi e aumentare l'efficienza;

rilevato che:

tale decisione è stata presa senza un'interlocuzione con i diversi soggetti ed istituzioni pubbliche, nonché senza alcuna consultazione delle rappresentanze sindacali;

la chiusura della Stock, con la perdita di nuovi 30 posti di lavoro, senza contare poi le ricadute per le aziende dell'indotto per trasporti e logistica, si inserisce in un quadro di grande difficoltà per il settore manifatturiero di Trieste, che sta perdendo costantemente i propri pezzi, e rischia di mettere a rischio la tenuta socio-economica del tessuto cittadino;

in particolare va sottolineato che la chiusura riguarda uno degli stabilimenti storici di Trieste, che è diventato nel tempo simbolo della città stessa,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della progressiva condizione di impoverimento delle attività produttive di Trieste;

quali iniziative intendano porre in essere per scongiurare la chiusura dello stabilimento Stock, al fine di salvaguardare i posti di lavoro e tutelare adeguatamente i lavoratori in esubero.

(4-07327)

DE FEO, SALTAMARTINI, VIESPOLI, POLI BORTONE, CHIAROMONTE, SPADONI URBANI, BALBONI, SPEZIALI, IZZO, MALAN, PASTORE - Ai Ministri per i beni e le attività culturali e della salute - Premesso che:

il quotidiano "Il Mattino" del 17 aprile 2012 ha pubblicato l'articolo "Pompei, Sos delle guide: liberateci dai percorsi a ostacoli. Ciceroni, tassisti e imprenditori contro le transenne installate nell'area archeologica", a firma di Susy Malafronte;

nel corpo dell'articolo tra l'altro si legge: «"Togliere quelle transenne pericolose collocate tra l'arco di Porta Marina Superiore e il Tempio di Venere, prima che qualche turista si faccia male seriamente". È l'appello che le aziende e gli operatori turistici, che lavorano a ridosso dell'area archeologica, hanno lanciato alla Soprintendente di Napoli e Pompei Teresa Elena Cinquantaquattro. Si sono uniti perfino in un comitato, il "Pompei turistica - Porta Marina", per raccogliere le firme antitransenne. Alla sottoscrizione hanno aderito anche le guide turistiche e i tassisti. Fino a ora sono state raccolte 50 firme che gli imprenditori invieranno al Governo e alla Procura di Torre Annunziata. "Se chi è preposto alla tutela e alla salvaguardia dei turisti si dimentica di farlo - dicono - chi è sopra di loro deve essere informato di cosa accade nella quotidianità dei tour tra le antiche vestigia. Sarà nostra cura farlo. E pensare - continuano meravigliati gli imprenditori turistici - che il commissario Marcello Fiori, inviato a Pompei dal Governo per risanare tutte le emergenze degli scavi, fece rimuovere quegli ostacoli in ferro lo stesso giorno in cui si insediò, ritenendoli pericolosissimi per i turisti. Venti giorni fa, improvvisamente, su disposizione della Soprintendente sono ricomparsi quei pericolosi tubolari in ferro"»;

la presenza delle transenne, sostengono gli esponenti del Comitato, ostruendo il percorso sia di entrata che di uscita, crea gravi disagi in particolare alle persone anziane e ai diversamente abili che non riescono a proseguire agevolmente in quel passaggio vista la proibitiva altezza del marciapiede;

tali impedimenti creano pericolosi affollamenti sulla scaletta del percorso del tempio di Venere che è stata imposta dalla Soprintendente come unica uscita utilizzabile ai turisti presenti nell'area;

gli accompagnatori e le guide turistiche, riferisce l'articolo, lamentano un significativo incremento delle cadute e delle conseguenti richieste di intervento medico da parte dei turisti;

l'interdizione, tramite il posizionamento delle transenne, del percorso di Porta Marina quale uscita dall'area degli scavi penalizza significativamente i turisti che utilizzano il treno per raggiungere il sito archeologico, dato che la stazione si trova esattamente di fronte all'uscita di Porta Marina, costringendo gli stessi turisti a percorrere un più lungo e impegnativo percorso di avvicinamento privo tra l'altro di marciapiede;

gli operatori chiedono, si legge sempre nell'articolo, al posto delle transenne, l'apposizione di una specifica segnaletica già introdotta durante la gestione commissariale e il ripristino della pedana in legno preesistente per rendere più agevole il percorso;

ad aggravare il quadro della pericolosità della presenza delle transenne e dei rischi per l'incolumità dei turisti è bene ricordare che la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro nel settembre 2011 non ha rinnovato la convenzione con la Croce rossa italiana per la gestione del posto di primo soccorso medico presente negli scavi;

tale fondamentale servizio, istituito durante la gestione commissariale, dotato di specifici locali adeguatamente attrezzati e collocati a ridosso del Foro, garantiva la presenza di: un medico, operatori sanitari ripartiti tra infermieri e barellieri, un'ambulanza dedicata e presente sempre nell'area, un sistema di comunicazione radio che consentiva, nel caso di necessità di intervento, un rapidissimo scambio di informazioni tra i custodi, la sala regia, la direzione degli scavi e gli stessi operatori sanitari nonché un efficace raccordo con il sistema sanitario territoriale;

sono stati oltre un migliaio gli interventi effettuati dalla Croce rossa nel corso dei 15 mesi di attività e tutti improntati alla massima professionalità ed efficienza e assai apprezzati dagli stessi visitatori ed operatori turistici;

la Soprintendente non ha ritenuto di doversi avvalere della professionalità della Croce rossa ed ha avviato una procedura di gara che, secondo quanto pubblicato sullo stesso sito web della Soprintendenza speciale per i beni archelogici di Napoli e Pompei avrebbe dovuto concludersi a dicembre 2011 ma che evidentemente ha subito ritardi e dilazioni;

l'amaro e gravissimo risultato è che da settembre ad oggi (e chissà fino a quando) le migliaia di visitatori di Pompei sono privi di uno specifico servizio di assistenza medica e sanitaria ed anche per piccoli interventi, quali una distorsione o banali escoriazioni da caduta, si dovrà ricorrere al sistema sanitario territoriale intasando le già precarie condizioni di operatività del sistema di pronto soccorso;

considerato che i beni culturali costituiscono la principale risorsa per lo sviluppo e la crescita del Paese e dovrebbero essere adeguatamente valorizzati e tutelati,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano doveroso intervenire presso le competenti strutture ministeriali per accogliere le ragionevoli proposte avanzate dal Comitato degli operatori turistici di Pompei-Porta Marina volte alla utilizzazione di un percorso più agevole soprattutto per le persone anziane, le persone diversamente abili e coloro che vogliono utilizzare il treno per visitare gli scavi;

se il Ministro della salute non ritenga doveroso intervenire, con ogni consentita urgenza, per accelerare le procedure per ripristinare nell'area archeologica il servizio di primo soccorso, con le caratteristiche descritte e istituito durante il periodo commissariale, anche in considerazione dell'accrescersi dei rischi sia per i turisti che per gli stessi addetti derivanti dall'annunciata prossima apertura dei numerosi cantieri del grande progetto Pompei;

se il Ministro per i beni e le attività culturali ritenga che i siti archeologici di Pompei siano adeguatamente tutelati e valorizzati e, in caso negativo, se e quali misure intenda adottare al riguardo.

(4-07328)

DE FEO, SALTAMARTINI, POLI BORTONE, CHIAROMONTE, IZZO, GRAMAZIO, MALAN, PASTORE - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute - Premesso che:

la stampa ha dato grande risalto ad una ricerca condotta in Campania nel "triangolo della morte", ovvero la vasta area della provincia di Napoli compresa fra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, in base alla quale i residenti in prossimità di discariche contenenti rifiuti tossici invecchiano prematuramente;

gli studiosi dell'università Federico II hanno analizzato e quindi paragonato il DNA di 50 donne sane che vivono nell'area interessata con quello di 50 donne coetanee provenienti da luoghi in cui non sorgono discariche rilevando che nelle prime il primo è sensibilmente più vecchio;

secondo tale studio, inoltre, gli effetti sul DNA sarebbero direttamente proporzionali alla distanza dalle discariche per cui gli effetti più dannosi sarebbero stati riscontrati nelle donne che vivono nelle immediate vicinanze delle stesse;

l'invecchiamento precoce, secondo tale analisi pubblicata sulla rivista "Gene", sarebbe causato dall'esposizione a sostanze dannose;

considerato che:

nel "triangolo della morte" sorgono circa 1.230 discariche abusive contenenti rifiuti tossici;

il cancro e la nascita di bambini con difetti congeniti sono due tra le piaghe che maggiormente affliggono le popolazioni residenti nell'area;

gli studiosi temono che le malformazioni alla nascita, oltre a derivare da un alto rischio dovuto alla "diversità" dei geni delle madri evidenziato dalla ricerca, possano anche essere determinate dalla presenza di sostanze chimiche presenti nelle discariche, prima fra tutte la diossina;

preso atto che la salute è costituzionalmente tutelata come "fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività",

si chiede di sapere:

come i Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, intendano intervenire al fine di procedere alla bonifica dell'area conosciuta come "triangolo della morte";

come intendano intervenire al fine di eliminare le discariche abusive e le discariche nelle quali è riscontrabile la presenza di rifiuti tossici;

come intendano intervenire al fine di facilitare la realizzazione di opere e/o strutture idonee alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, inclusi quelli tossici, quali termovalorizzatori e impianti di compostaggio, non nocivi per la salute, anche per rispondere alle ripetute bocciature ricevute dalla Campania da parte dell'Unione europea proprio in tema di rifiuti;

come intendano intervenire al fine di tutelare la salute dei cittadini, in special modo quella dei residenti nel "triangolo della morte" già gravemente compromessa anche per le generazioni future.

(4-07329)