PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, la discussione parlamentare, certe volte, crea delle condizioni in cui il dibattito influenza le decisioni da assumere. Alla Camera il nostro Gruppo aveva ritenuto di votare a favore di questo provvedimento, soprattutto per un senso di responsabilità nei confronti della gestione dell'economia politica del nostro Paese. Lo aveva fatto con molte incertezze, sapendo bene che la pulsione fondamentale per questo provvedimento era dettata da una congiuntura internazionale particolarmente difficile: dalla pressione degli organismi europei, da una sorta di cogenza ad agire in una certa direzione che appariva irresistibile. Lo aveva fatto pur sapendo che si trattava di un testo scritto in modo perlomeno assai discutibile, tale da apparire essenzialmente più un gesto retorico che non una scelta conforme allo scopo.
Il dibattito scientifico sull'argomento è stato molto acceso, direi più acceso di quello che si è verificato in Parlamento. I soggetti della comunità scientifica ed economica si sono misurati da par loro e non sono mancati punti di vista particolarmente critici, in Italia e nell'ambiente internazionale, contro la scelta di introdurre il pareggio di bilancio in un testo costituzionale. C'è stato un appello di cinque premi Nobel americani dell'economia, i quali hanno voluto sottolineare con forza un pensiero che va assai al di là della comunità dei premi Nobel, e cioè che il richiamo ad una gestione keynesiana del ciclo fa apprezzare la capacità di intervento dello Stato, intesa non come debito ma come sforzo per investimento, come sforzo creativo e costruttivo per un'economia da costruire. All'interno del Parlamento il dibattito non è stato così intenso e ha attraversato spesso dei momenti di fiacchezza.
Oggi il Gruppo dell'Italia dei Valori ritiene predominante un ragionamento legato ad un giudizio sulla contingenza che ci forza la mano. Potrebbe avere senso ingessare la mano dello Stato, come sostengono quei cinque Nobel americani, ma accompagnati da molti economisti anche italiani, se ci fosse davvero la capacità di distribuire il peso dello sforzo in una direzione che avesse un qualche collegamento con le ragioni di equità. Ma lo sforzo che viene compiuto e che noi vediamo compiersi nelle scelte del Governo degli ultimi mesi è tutto eccetto la traduzione di un principio di equità. In nome della rinuncia al ruolo plastico dell'intervento statale nell'economia, dovremmo avere almeno una raffigurazione equa degli sforzi sociali per raggiungere l'obiettivo che la crisi ci impone.
A tal proposito, però, vediamo come in realtà il lavoro dipendente, i piccoli imprenditori, i debitori delle banche, i cittadini senza possesso, gli studenti senza lavoro ed i soggetti del lavoro precario, flessibile e gratuito siano chiamati ad uno sforzo impari rispetto alle loro forze. Nello stesso tempo, i soggetti fondamentali dell'azione economica, i grandi gruppi, i grandi monopoli ed i grandi oligopoli si scrollano di dosso come fa un cane bagnato questi sforzi cui sono chiamati a rispondere, ma che in realtà da essi non ricevono risposta.
È una situazione assai incresciosa, su cui si potrebbe fare molta retorica, perciò cerco volutamente di tenere un tono non populistico. Si tratta di una dura realtà ed il sistema politico - insomma la classe o il ceto politico, che dir si voglia - si trova di fronte ad una responsabilità particolare: con un testo alquanto ambiguo, ha introdotto non il pareggio, ma l'equilibrio di bilancio a determinate condizioni (cosa che potrebbe far pensare che non credesse davvero a quanto diceva di voler sostenere). Tuttavia, vuole impegnare lo Stato e la Repubblica in tale sforzo, al punto da voler introdurre nella Carta costituzionale un testo che definirei eteroclito dal punto di vista della prosa. È altro, un tipo di testo che - come quelli sul giusto processo, sulla modifica del Titolo V o sul voto degli italiani all'estero - stona con la prosa della Costituzione.
Si tratta di un aspetto da sottolineare non in termini di elegia sul purismo del linguaggio costituzionale, ma di coerenza logica: prescrizioni predittive sull'azione economica non possono essere inserite in un testo costituzionale, dove non si può includere il richiamo all'intenzione di varare in futuro una legge rafforzata o di affrontare l'emergenza in un modo piuttosto che in un altro. La Costituzione deve essere sgombra dal peso della contingenza, deve esaminare un quadro di scelte di principio fondamentali e non può piegarsi ad obbedire ad un dettato che domani l'altro potrebbe essere venuto meno.
C'è un ulteriore elemento, sul quale il collega senatore Ceccanti - cui va tutta la mia stima - ha voluto polemizzare, dopo che l'avevo richiamato in discussione generale: mi riferisco alla necessità di lasciare aperta la possibilità per i cittadini di pronunciarsi su una scelta tanto problematica. Il collega Ceccanti ha detto che il dettato costituzionale, che all'articolo 138 stabilisce la maggioranza dei due terzi per modifiche costituzionali non passibili di essere sottoposte a referendum popolare, non costituisce un ripiego, ma la via principale, la scelta preferenziale. Come tale, quindi, non si può considerare il raggiungimento della maggioranza dei due terzi come una sorta di diniego al popolo ad esprimersi in merito ad un tema che pure gli interessa fondamentalmente.
Tutto questo è vero, senatore Ceccanti, ma vorrei richiamare un pensiero autocritico che tutti qui in Aula abbiamo svolto nell'ultima legislatura: spesso, ci siamo detti tra noi di essere un Parlamento di nominati. Forse è persino esagerato dirlo così, quindi modero volutamente il tono. Se rimane però un dubbio sulla pienezza della nostra legittimità, è un dubbio che non incrina la validità dell'Assemblea ma un dubbio che riguarda noi stessi, ognuno nel proprio foro interiore. Se rimane un dubbio, non si può pensare di cancellare la possibilità per il popolo di pronunciarsi su questo argomento. Non siamo noi i più indicati, e non vorrei che questo fosse il mezzo che anticipa una nuova riforma della Costituzione, anche questa ad opera dello stesso Parlamento, discutibile e raggiunta con il voto dei due terzi.
Concludo, signor Presidente, dicendo che sarebbe importante che l'Aula, pur approvando questo provvedimento (perché so che lo approverà), lo faccia con un trattenuto timore ed eviti di proposito di raggiungere i due terzi dei voti, in modo tale che anche il popolo possa pronunciarsi su questo argomento. Per tali motivi, il Gruppo dell'Italia dei Valori annuncia il suo voto contrario.