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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 710 del 17/04/2012


Seguito della discussione e approvazione, in seconda deliberazione, del disegno di legge costituzionale:

(3047-B) Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (Approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri; Marinello ed altri; Beltrandi ed altri; Merloni ed altri; Lanzillotta ed altri; Antonio Martino ed altri; Bersani ed altri; e del disegno di legge costituzionale n. 4620 d'iniziativa governativa; approvato, in prima deliberazione, dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 16,42)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale n. 3047-B, già approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati.

Ricordo che nella seduta antimeridiana dell'11 aprile ha avuto luogo la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Vizzini.

VIZZINI, relatore. Signor Presidente, rinunzio alla replica.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Azzollini.

AZZOLLINI, relatore. Signor Presidente, naturalmente non è il caso di entrare in sede di replica nel merito del provvedimento, perché è stato ampiamente esaminato nel corso delle prime due letture, e naturalmente è stato confermato, sia nella terza lettura alla Camera dei deputati, sia nella quarta lettura, e dunque ci si muove rapidamente verso la sua definitiva approvazione. È un percorso che ebbe inizio nell'agosto 2011 e si conclude praticamente quest'oggi o al massimo, a seconda dei lavori dell'Aula, domani.

Entrando nel merito, forse oggi merita soffermarsi solo su un aspetto, quello del completamento di questo disegno di legge costituzionale, perché è noto che tale provvedimento rimanda ad una normativa di attuazione altrettanto importante dell'introduzione in Costituzione del principio del pareggio di bilancio. Quindi, la 5a Commissione è già proiettata verso le leggi di attuazione del principio del pareggio di bilancio in Costituzione. Si è detto che si attende da questo principio un ulteriore rafforzamento nel rigore dei conti pubblici. Ma io ritengo che, oltre alla norma costituzionale propriamente detta, che ci apprestiamo ad approvare, sarà necessario lavorare approfonditamente sulle leggi di attuazione e sugli organismi da essa previsti, perché quel principio possa diventare legislazione corrente ed ispiratrice dell'azione sia governativa sia parlamentare.

Pertanto, signor Presidente, replico ponendo all'attenzione della Presidenza e dei colleghi la necessità non solo di approvare - ormai siamo alla fine dell'iter del disegno di legge che introduce il principio del pareggio di bilancio in Costituzione - ma soprattutto di procedere con una certa rapidità alle leggi di attuazione dello stesso. (Applausi dei senatori Izzo e Astore).

PRESIDENTE. Poiché il rappresentante del Governo non intende intervenire, passiamo alla votazione finale.

ROSSI Nicola (Misto). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROSSI Nicola (Misto). Signor Presidente, nell'annunciare... (Brusìo).

PRESIDENTE. Colleghi, stiamo approvando un disegno di legge di riforma dell'articolo 81 della Costituzione. Per favore, fate silenzio.

ROSSI Nicola (Misto). Signor Presidente, nell'annunciare la mia non partecipazione al voto in occasione del primo voto che abbiamo avuto in Aula su questo argomento, decisione che mantengo anche in questa occasione, avevo segnalato come le modifiche della Carta costituzionale costituiscono un'occasione straordinaria per incidere in profondità sulla cultura del Paese. Fin dal 1997 - avevo ricordato - nessun leader politico, nessun tecnico per quanto autorevole si era degnato di chiarire agli italiani in maniera compiuta che entrare nell'euro implicava un mutamento sostanziale del modo di essere e di pensare di noi tutti. Sia gli uni che gli altri si erano accontentati di risolvere le questioni contingenti facendo ricorso a maggiori entrate e rinviando ad un futuro imprecisato la soluzione dei problemi più difficili.

Di quell'atteggiamento, che giudico irresponsabile, paghiamo oggi le conseguenze, ma sbagliare una volta non basta, perché in questi mesi stiamo ripetendo esattamente quell'errore. La differenza rispetto agli anni passati è che, in questo caso, le conseguenze potrebbero essere incalcolabili per noi tutti. C'è una seconda differenza, secondo me, molto rilevante tra l'atteggiamento tenuto in passato e l'atteggiamento che stiamo tenendo oggi.

PRESIDENTE. Colleghi, temo che sarò costretto a sospendere la seduta: il senatore Rossi non merita di parlare in un'Aula così rumorosa. (Applausi dai Gruppi Pdl e PD).

ROSSI Nicola (Misto). In questo ultimo caso, la scelta di non cogliere un'occasione storica per intervenire su alcune radicate abitudini del Paese, scelta che - devo ribadirlo - mi stupisce data anche la storia intellettuale del Presidente del Consiglio, non è conseguenza di un calcolo politico. È una scelta ponderata e i cui termini ci sono stati illustrati qualche giorno fa in un'intervista sulla stampa dal ministro Giarda. Premesso che il Ministro riscuote tutta la mia stima accademica e personale, credo che le opinioni espresse in quella intervista siano illuminanti per un verso, ma anche sbagliate e siano l'espressione della difficoltà del momento che attraversiamo.

Il Ministro ha distinto tra i profeti della spesa pubblica del primo e del secondo tipo. Per i secondi, tra cui vi sono componenti dell'attuale Governo, l'obiettivo d'intervento sulla spesa pubblica è di medio periodo ed è un obiettivo di razionalizzazione, di eliminazione di sprechi ed inefficienze, il risultato di «scelte consapevoli delle pubbliche amministrazioni interessate». Per i primi, tra cui mi annovero volentieri, l'obiettivo è una modifica sostanziale del modo di essere del settore pubblico italiano, la chiusura di parte dei programmi di spesa esistenti, la ridefinizione dell'ambito di azione e di intervento dello Stato. Non si tratta, quindi, di un calcolo politico o di cautela, ma, dal punto di vista del Governo, di una precisa scelta di campo.

Il Governo ritiene che il modo di essere del settore pubblico italiano non debba mutare se non al margine, gradualmente e - aggiungerei, se è possibile - impercettibilmente. Come possa sostenere questa tesi alla luce degli impegni assunti in campo europeo è una cosa che trovo difficile da comprendere; anzi, ora la capisco meglio: è di oggi la notizia che il cosiddetto fondo taglia tasse non comparirà nella delega fiscale. Non si trattava di introdurlo ex novo, ma semplicemente di anticiparlo di un anno, visto che è già nella legislazione vigente. Anche questo è apparso troppo. (Applausi del senatore Garavaglia Massimo).

L'attuale modo di essere del settore pubblico italiano ammette solo due possibilità: moderata crescita e alto debito come negli anni Ottanta o finanze pubbliche in ordine, elevata pressione fiscale e nessuna crescita. La prima strada, per fortuna, è ormai preclusa; la seconda è quella che il Governo sta scegliendo. Non rimane che augurarci che abbia ragione.

Il Presidente del Consiglio qualche settimana fa si è domandato se il Paese sia pronto. Francamente avrebbe dovuto porsi questa domanda con riferimento al provvedimento che stiamo esaminando, perché è una domanda che considero veramente oziosa. Come può non essere pronto ad adottare regole di responsabilità fiscale un Paese che sperimenta ogni giorno le conseguenze dell'irresponsabilità fiscale? Come può non essere pronto un Paese che è sommerso da 2.000 miliardi di euro di debito pubblico, un Paese in cui la dote per i giovani, di cui spesso parliamo nei convegni, c'è già e ammonta a 30.000 euro di debito pubblico per ogni nuovo nato? Come può non essere pronto un Paese in cui ogni famiglia lascia sul campo ogni anno 4.000 euro sotto forma di imposte per il servizio del debito? Come può non essere pronto un Paese che negli ultimi 12 mesi ha sopportato un aggiustamento fiscale prossimo ai 100 miliardi di euro con una compostezza e consapevolezza non comuni? Come può non essere pronto a regole di responsabilità fiscale un Paese soffocato da una pressione fiscale nominale del 45 per cento e reale del 55 per cento? Come può non essere pronto un Paese che da tempo immemore si sente ripetere l'adagio dell'Ottocento: «L'amministrazione dispone e il cittadino paga»?

Questa disponibilità al cambiamento degli italiani poteva, e doveva, io credo, essere colta appieno proprio in occasione della modifica della Carta costituzionale, affinché fosse una modifica non solo di facciata, come purtroppo è. Ciò non è stato. Vedete, quello che manca in questo provvedimento è soprattutto una cosa ed è questa mancanza che personalmente mi fa più male. In questo provvedimento che stiamo per approvare manca totalmente la fiducia del Governo nell'Italia e negli italiani. Senza la fiducia del Parlamento un Governo non governa, ma senza la fiducia dei cittadini che dovrebbe governare un Governo, se va bene, amministra. (Applausi dai Gruppi PdL, PD e CN:GS-SI-PID-IB-FI. Congratulazioni).

PARDI (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, la discussione parlamentare, certe volte, crea delle condizioni in cui il dibattito influenza le decisioni da assumere. Alla Camera il nostro Gruppo aveva ritenuto di votare a favore di questo provvedimento, soprattutto per un senso di responsabilità nei confronti della gestione dell'economia politica del nostro Paese. Lo aveva fatto con molte incertezze, sapendo bene che la pulsione fondamentale per questo provvedimento era dettata da una congiuntura internazionale particolarmente difficile: dalla pressione degli organismi europei, da una sorta di cogenza ad agire in una certa direzione che appariva irresistibile. Lo aveva fatto pur sapendo che si trattava di un testo scritto in modo perlomeno assai discutibile, tale da apparire essenzialmente più un gesto retorico che non una scelta conforme allo scopo.

Il dibattito scientifico sull'argomento è stato molto acceso, direi più acceso di quello che si è verificato in Parlamento. I soggetti della comunità scientifica ed economica si sono misurati da par loro e non sono mancati punti di vista particolarmente critici, in Italia e nell'ambiente internazionale, contro la scelta di introdurre il pareggio di bilancio in un testo costituzionale. C'è stato un appello di cinque premi Nobel americani dell'economia, i quali hanno voluto sottolineare con forza un pensiero che va assai al di là della comunità dei premi Nobel, e cioè che il richiamo ad una gestione keynesiana del ciclo fa apprezzare la capacità di intervento dello Stato, intesa non come debito ma come sforzo per investimento, come sforzo creativo e costruttivo per un'economia da costruire. All'interno del Parlamento il dibattito non è stato così intenso e ha attraversato spesso dei momenti di fiacchezza.

Oggi il Gruppo dell'Italia dei Valori ritiene predominante un ragionamento legato ad un giudizio sulla contingenza che ci forza la mano. Potrebbe avere senso ingessare la mano dello Stato, come sostengono quei cinque Nobel americani, ma accompagnati da molti economisti anche italiani, se ci fosse davvero la capacità di distribuire il peso dello sforzo in una direzione che avesse un qualche collegamento con le ragioni di equità. Ma lo sforzo che viene compiuto e che noi vediamo compiersi nelle scelte del Governo degli ultimi mesi è tutto eccetto la traduzione di un principio di equità. In nome della rinuncia al ruolo plastico dell'intervento statale nell'economia, dovremmo avere almeno una raffigurazione equa degli sforzi sociali per raggiungere l'obiettivo che la crisi ci impone.

A tal proposito, però, vediamo come in realtà il lavoro dipendente, i piccoli imprenditori, i debitori delle banche, i cittadini senza possesso, gli studenti senza lavoro ed i soggetti del lavoro precario, flessibile e gratuito siano chiamati ad uno sforzo impari rispetto alle loro forze. Nello stesso tempo, i soggetti fondamentali dell'azione economica, i grandi gruppi, i grandi monopoli ed i grandi oligopoli si scrollano di dosso come fa un cane bagnato questi sforzi cui sono chiamati a rispondere, ma che in realtà da essi non ricevono risposta.

È una situazione assai incresciosa, su cui si potrebbe fare molta retorica, perciò cerco volutamente di tenere un tono non populistico. Si tratta di una dura realtà ed il sistema politico - insomma la classe o il ceto politico, che dir si voglia - si trova di fronte ad una responsabilità particolare: con un testo alquanto ambiguo, ha introdotto non il pareggio, ma l'equilibrio di bilancio a determinate condizioni (cosa che potrebbe far pensare che non credesse davvero a quanto diceva di voler sostenere). Tuttavia, vuole impegnare lo Stato e la Repubblica in tale sforzo, al punto da voler introdurre nella Carta costituzionale un testo che definirei eteroclito dal punto di vista della prosa. È altro, un tipo di testo che - come quelli sul giusto processo, sulla modifica del Titolo V o sul voto degli italiani all'estero - stona con la prosa della Costituzione.

Si tratta di un aspetto da sottolineare non in termini di elegia sul purismo del linguaggio costituzionale, ma di coerenza logica: prescrizioni predittive sull'azione economica non possono essere inserite in un testo costituzionale, dove non si può includere il richiamo all'intenzione di varare in futuro una legge rafforzata o di affrontare l'emergenza in un modo piuttosto che in un altro. La Costituzione deve essere sgombra dal peso della contingenza, deve esaminare un quadro di scelte di principio fondamentali e non può piegarsi ad obbedire ad un dettato che domani l'altro potrebbe essere venuto meno.

C'è un ulteriore elemento, sul quale il collega senatore Ceccanti - cui va tutta la mia stima - ha voluto polemizzare, dopo che l'avevo richiamato in discussione generale: mi riferisco alla necessità di lasciare aperta la possibilità per i cittadini di pronunciarsi su una scelta tanto problematica. Il collega Ceccanti ha detto che il dettato costituzionale, che all'articolo 138 stabilisce la maggioranza dei due terzi per modifiche costituzionali non passibili di essere sottoposte a referendum popolare, non costituisce un ripiego, ma la via principale, la scelta preferenziale. Come tale, quindi, non si può considerare il raggiungimento della maggioranza dei due terzi come una sorta di diniego al popolo ad esprimersi in merito ad un tema che pure gli interessa fondamentalmente.

Tutto questo è vero, senatore Ceccanti, ma vorrei richiamare un pensiero autocritico che tutti qui in Aula abbiamo svolto nell'ultima legislatura: spesso, ci siamo detti tra noi di essere un Parlamento di nominati. Forse è persino esagerato dirlo così, quindi modero volutamente il tono. Se rimane però un dubbio sulla pienezza della nostra legittimità, è un dubbio che non incrina la validità dell'Assemblea ma un dubbio che riguarda noi stessi, ognuno nel proprio foro interiore. Se rimane un dubbio, non si può pensare di cancellare la possibilità per il popolo di pronunciarsi su questo argomento. Non siamo noi i più indicati, e non vorrei che questo fosse il mezzo che anticipa una nuova riforma della Costituzione, anche questa ad opera dello stesso Parlamento, discutibile e raggiunta con il voto dei due terzi.

Concludo, signor Presidente, dicendo che sarebbe importante che l'Aula, pur approvando questo provvedimento (perché so che lo approverà), lo faccia con un trattenuto timore ed eviti di proposito di raggiungere i due terzi dei voti, in modo tale che anche il popolo possa pronunciarsi su questo argomento. Per tali motivi, il Gruppo dell'Italia dei Valori annuncia il suo voto contrario.

FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FLERES (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questa dichiarazione di voto, come faccio abitualmente, non mi rivolgo al Governo. E non mi rivolgo al Governo per la semplice ragione che se vi è una competenza che non appartiene a un Governo di tecnici dei tecnici è quella di orientare il Parlamento rispetto ad una modifica costituzionale di così ampia portata, che costituisce forse il momento più alto dell'azione parlamentare dal punto di vista della scelta politica.

Se fosse approvato questo disegno di legge nella forma in cui è elaborato, il «Governo dei tecnici dei tecnici» avrebbe carta bianca nel continuare, come sta facendo, a non fare le riforme. Quindi, potrebbe eludere l'obiettivo riformatore che si era dato durante le prime fasi della sua azione politica e potrebbe mantenere intatti gli sprechi della pubblica amministrazione e ritardare la spending review, eludendo la legge che questo Parlamento ha approvato, e potrebbe decidere, come peraltro sta facendo inopinatamente, senza tener conto delle condizioni del nostro Paese, di inasprire senza limite la pressione fiscale, coltivando quella sorta di pauperismo economico e culturale cui tende a riferirsi in ogni decisione che assume.

Onorevoli colleghi, avete mai visto un'azienda sana (e non una lavanderia di denaro sporco) investire per migliorare la propria posizione, senza indebitarsi in modo compatibile con le sue previsioni di bilancio? Io no. Avete mai visto un Paese che sia privo di almeno una quota più o meno consistente di debito pubblico, anch'esso compatibile con la capacità di affrontare quel debito? Io no. Così come non ho mai visto uno Stato che continua a spendere senza limiti e senza adeguate politiche pubbliche riuscire a mantenere in equilibrio il proprio bilancio senza ricorrere all'aumento della pressione fiscale. Ed è esattamente quello che questa modifica dell'articolo 81 consentirà, con licenza di uccidere, al «Governo dei tecnici dei tecnici» del nostro Paese.

Come pensate, onorevoli colleghi, che si possa raggiungere il vincolo del pareggio di bilancio senza ridurre drasticamente la spesa strutturale e improduttiva? Il Governo aveva detto che lo avrebbe fatto. Invece non lo ha fatto, né ha previsto un vincolo in tal senso di tipo costituzionale in aggiunta alla modifica dell'articolo 81 della Costituzione. È pensabile che un Paese in cui non esiste un tetto al prelievo fiscale possa sperare che qualcuno continui a rischiare del proprio per tentare di risollevare le sorti di questa economia e possa sperare di rilanciare un progetto economico complessivo senza sapere a quale pressione fiscale deve prepararsi?

Voi pensate che questa sia una politica che possa favorire la ripresa del processo economico del nostro Paese? Pensate che sia una politica che possa restituire fiducia ai cittadini, che si vedono a questo punto delineare in maniera chiara i prossimi passaggi che il Governo si accinge a compiere, in assenza di una norma cogente che riduca la spesa pubblica improduttiva e in assenza di una norma cogente che stabilisca un tetto al prelievo fiscale?

Credo che l'articolo 81, così com'è formulato nella proposta che ci è sottoposta, non possa essere votato, e il Gruppo di Coesione Nazionale (Il Buongoverno-Grande Sud)non lo voterà e si asterrà in questa votazione; si asterrà (come peraltro ha già detto in maniera più che brillante il senatore Nicola Rossi e come hanno ribadito anche altri colleghi) perché non crede che la strada intrapresa sia quella giusta: non crede che una modifica dell'articolo 81 di siffatta portata politica, che legherà le mani a tutto il Parlamento e che invece imporrà scelte durissime, politicamente scorrette relativamente ad un percorso virtuoso e anticiclico che il nostro Paese si attende di dover avviare, possa garantire assolutamente nulla se non l'impoverimento progressivo del nostro Paese, se non un'interruzione di qualsiasi ipotesi di crescita e di superamento della crisi economica. La recessione, con questa modifica dell'articolo 81, diventerà una costante dell'azione economica del nostro Paese, che sarà incentrata non sullo sviluppo, non sulla crescita, ma sulla recessione.

Quale imprenditore investirà senza sapere qual è il tetto massimo di prelievo finale che si deve attendere? Quale cittadino spenderà se non conosce qual è il tetto massimo di prelievo fiscale che si deve attendere?

Ebbene, se in questa modifica costituzionale fosse stata inserita tutta una serie di condizioni che il senatore Rossi aveva brillantemente illustrato durante la prima fase di discussione di questo disegno di legge, se fossero state inserite quelle indicazioni, probabilmente nel testo di modifica costituzionale sarebbero state previste delle norme che vincolassero il prelievo fiscale e, soprattutto, che obbligassero il Governo ad una cogente, puntuale, attenta e non elusa spending review, come garanzia di una riduzione della spesa pubblica improduttiva, in assenza della quale «i tecnici dei tecnici» continueranno a foraggiare una burocrazia in un sistema che, anziché fare arricchire il Paese, lo farà impoverire progressivamente, mentre manterrà intatti i privilegi non della politica ma di quella burocrazia che sta impoverendo il Paese tenendo in mano le sorti dello stesso e senza rinunziare a nessun privilegio, senza ridurre alcun salario, alcuna retribuzione, addebitando tutto questo alla politica e non a chi invece queste forme di speculazione all'interno dell'amministrazione dello Stato sta mantenendo. Questo è quello che sta accadendo e quello che accadrà.

Onorevole Presidente, un Parlamento di nominati, un Parlamento che non sa per esempio che da oggi fino al 7 maggio si vota e probabilmente bisogna pure chiedere il consenso degli elettori, un Parlamento gran parte del quale è stato eletto non con i voti ma attraverso legati testamentari oppure in posizioni di vertice questi dettagli probabilmente non li capisce, e non li capisce perché non ha bisogno di parlare con l'opinione pubblica, non ha bisogno di parlare con i cittadini: per esso è sufficiente parlare con il salotto, o con «il salotto del salotto», così come i tecnici parlano con gli altri tecnici e diventano il «Governo dei tecnici dei tecnici».

Per queste ragioni (e non credo sia necessario aggiungere altro) il Gruppo di Coesione Nazionale si asterrà dal voto. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI).

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, colleghi senatori, signor rappresentante del Governo, arriva a noi per la seconda deliberazione, secondo le previsioni dell'articolo 138 della Costituzione, il disegno di legge costituzionale che introduce il principio di pareggio di bilancio nella Carta costituzionale.

La posizione che ha deciso di assumere il Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI, pur con alcune criticità (che sono state esposte sia dal senatore Nicola Rossi, prima, sia, in varie riprese, dal presidente Baldassarri) è di assoluta responsabilità. Per questo, il nostro sarà un voto positivo, perché riteniamo che questa formulazione, che assegna allo Stato un compito esplicito, cioè quello di assicurare l'equilibrio tra le entrate e le uscite annuali, sia un obiettivo, non solo e non tanto da introdurre, ma da ribadire nella Costituzione italiana.

Per anni, a presidio dei conti pubblici nella Carta costituzionale abbiamo avuto l'articolo 81, il quale prevede che «con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese» e prevede inoltre che «ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». Una protezione che evidentemente è risultata insufficiente se siamo arrivati ad oltre 1.900 miliardi di debito pubblico, pari a circa il 120 per cento di tutto quanto viene prodotto in un anno nel nostro Paese.

Le regole più stringenti adottate con questo provvedimento non sono che la conseguenza dei procedimenti avviati in altri contesti europei, a partire dalla Germania, che pure ha conti pubblici più in ordine di quelli italiani.

Riteniamo quindi che, pur nell'ambiguità lessicale tra «pareggio», come recita il titolo del provvedimento al nostro esame, ed «equilibrio» di bilancio, come recita il testo che analizziamo, questa legge di modifica costituzionale vada nel senso intrapreso dai Paesi che hanno adottato norme più stringenti al fine di conseguire gli obiettivi di finanza pubblica che derivano dall'appartenenza all'Unione europea.

La modifica non si limita ad una più coerente formulazione dell'articolo 81, prevedendo un legame alle fasi dei cicli economici e una maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera per approvare la sostenibilità del debito del complesso delle amministrazioni pubbliche. Sono presenti, infatti, altri interventi di novella costituzionale che si estendono agli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione andando ad incidere, di conseguenza, sulla disciplina di bilancio di tutta l'area delle amministrazioni pubbliche e di tutti i livelli territoriali: Comuni, Città metropolitane, Province e Regioni.

L'approvazione in seconda lettura delle norme e la conseguente riscrittura della Carta porteranno, a partire dal 2014, a una maggiore coscienza del legislatore sull'importanza delle regole di bilancio. Il lavoro del legislatore a presidio dei conti pubblici non finisce evidentemente, ma comincia dalla data di entrata a regime delle nuove regole di bilancio costituzionali. La previsione che, non solo la legge di bilancio, ma anche le norme fondamentali e i criteri diretti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese nei bilanci e la sostenibilità del debito di tutte le amministrazioni pubbliche, debbano essere approvati a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera ci sembra essere un presidio di garanzia.

Se anche avessimo dettato regole più severe per un pareggio effettivo tra entrate e uscite, avremmo dato garanzie sul deficit, ma non sul debito di bilancio. Così come se avessimo legato con termini percentuali la spesa pubblica al PIL.

Si è molto discusso, sia alla Camera che al Senato, dell'opportunità di inserire un vincolo preciso, una percentuale rispetto alla spesa pubblica massima a cui ricorrere. Certo, sarebbe stata un'iniezione di rigidità.

Il problema vero è il rientro a parametri più sostenibili da uno stock di debito pubblico colossale. Questo lo può garantire solo una politica avveduta di bilancio per molti lunghi anni a venire.

Quindi, il testo che approviamo in via definitiva rappresenta un giusto equilibrio tra le diverse istanze che dovrebbero ora trovare una larga convergenza.

Ci auguriamo una maggioranza dei due terzi dei componenti, onde evitare che si faccia luogo a referendum e vengano garantiti i tempi di entrata in vigore delle nuove norme.

Per queste ragioni il Gruppo Per il Terzo Polo: ApI-Futuro e Libertà per l'Italia voterà a favore del disegno di legge costituzionale che introduce il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, noi abbiamo già espresso le nostre opinioni sulla riforma costituzionale che riguarda l'introduzione della regola, diciamo così, virtuosa di bilancio, già nella prima fase di discussione e di approvazione del testo costituzionale.

Non vogliamo aggiungere altro, nel senso che siamo convintamente a favore di questo testo. Riteniamo che sia utile, per il bene del Paese, procedere rapidamente all'approvazione di questa riforma costituzionale e che possa essere utile ad introdurre un criterio diverso nella guida delle amministrazioni pubbliche, anche a livello territoriale, perché con il provvedimento in esame si introducono vincoli e principi che regoleranno la vita economica e finanziaria anche del sistema delle autonomie locali e delle Regioni, che concorrono, ahinoi in maniera negativa, a incrementare la condizione di difficoltà delle nostre finanze.

Per queste ragioni, riteniamo di dover votare a favore, auspicando che vi sia una rapida approvazione del testo così come definito. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e della senatrice Germontani).

VACCARI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VACCARI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, vorrei iniziare il mio intervento leggendo l'incipit di un articolo pubblicato su un quotidiano in cui si legge: «Vladimir Lenin aveva un piano B: "Il modo per sconfiggere la borghesia - disse - è quello di schiacciarla fra due ruote del mulino: inflazione e tassazione". Ma non c'è bisogno di un'altra rivoluzione di ottobre per mettere in opera questo non meritorio proposito» qui da noi. «Basta e avanza la macina della tassazione, anche nelle democrazie cosiddette liberali. Il sistema fiscale italiano - complesso, punitivo, iniquo e vessatorio - ha una grossa responsabilità nella stagnazione economica cui l'Italia sembra condannata». Ritornerò poi su questo punto.

Noi nutriamo seri e importanti dubbi sulla proposta di riforma costituzionale che abbiamo all'attenzione in seconda lettura. Innanzitutto perché vi è un grave inganno circa i contenuti. Nel titolo della legge è scritto infatti «Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale», ma il termine «pareggio di bilancio» all'interno del disegno di legge assolutamente non compare. Compare un altro termine, il termine «equilibrio», e abbiamo visto, anche in sede di audizioni, come autorevoli costituzionalisti e professori di economia abbiano rimarcato la sostanziale differenza che esiste tra pareggio di bilancio ed equilibrio di bilancio. L'argomento è stato ripreso anche nei commenti dei colleghi. Colgo l'occasione per ricordare che il pareggio di bilancio è stato richiesto dall'Europa - e, al riguardo, potrebbe aprirsi un capitolo sulla sovranità del nostro Paese - mentre l'equilibrio di bilancio non rientra assolutamente nelle indicazioni di politica economica impartite dall'Europa, che dovremmo seguire anche per fronteggiare la difficile congiuntura economica e la crisi. Ebbene, questa differenza, che può sembrare ai più insignificante, è, invece, sostanziale. Alcuni colleghi l'hanno richiamata poco fa facendo capire che non approderemo assolutamente a un risanamento della nostra economia anche per altri motivi e per scelte di politica economica che in seguito richiamerò.

Tra l'altro, spiace vedere che autorevoli colleghi, e lo stesso Presidente della 1a Commissione permanente quando ha introdotto questo argomento alcune sedute fa (è stato riportato, oltre che dagli atti, anche dalla collega Germontani, che mi ha preceduto), continuino a parlare di pareggio di bilancio nella Carta costituzionale. C'è un contrasto in termini di principi costituzionali e fra i due concetti.

Signor Presidente, desidero anche rivolgerle un interrogativo, ma lo farò tra poco, in quanto vedo che è impegnato in una conversazione telefonica.

Non crediamo neanche, poi, nella efficacia di questo provvedimento, perché le politiche economiche che questo Governo sta ponendo in atto, sintetizzabili in «più tasse, meno capacità di spesa delle famiglie, nessun taglio della spesa pubblica», in base a quella che viene chiamata in gergo inglese la spending review (il che vuol dire l'arrivo a settembre di un aumento dell'IVA di due punti percentuali anche sui beni di primo consumo, anche sul pane - sì, ci sarà una tassa sul pane che porrà che questo Governo e un aumento anche dell'aliquota IVA del 20 per cento, già innalzata al 21 e che arriverà al 23 per cento), forse potranno consentire, non certamente il pareggio, ma un equilibrio con delle alchimie contabili, forse per un primo periodo, ma assolutamente, con la stagnazione di cui prima ho parlato e con la riduzione della capacità di sviluppo economico di questo Paese, porteranno ad allontanarci non solo dal pareggio di bilancio (che non abbiamo neanche voluto e scritto nella Carta costituzionale), ma anche da un'alchimia contabile di un presunto equilibrio.

Ci muoviamo verso una pressione fiscale che ormai è a quota 45 per cento. Gli incrementi a carico dei contribuenti si collocano - lo leggiamo sulla stampa specializzata - dal 2,5 al 5,5 per cento. Quest'anno le famiglie subiranno una tassazione più elevata ed un prelievo fiscale mediamente pari a più 1.500 euro. Vediamo i salti mortali che sta facendo il Governo su questa iniqua tassazione, con l'IMU, della prima casa in particolare, e come esso voglia nascondere questa pressione dividendo in maniera surrettizia la spesa che le famiglie devono sostenere in tre rate.

Quindi, possiamo dire che si tratta di una politica che in campo economico non può che portare questo Paese a una maggiore povertà. E allora, se l'equilibrio vuol dire renderci tutti più poveri, ovviamente la Lega Nord non può consentire che ciò avvenga e non può votare a favore di questo provvedimento.

Poco fa le stavo chiedendo, signor Presidente, un suo autorevole e illuminato parere per capire, anche come senatore di quest'Assemblea, seppur distratta, su un tema assolutamente importante, come possa consentire che si voti un provvedimento che nel titolo parla di «pareggio» di bilancio, mentre al suo interno parla di «equilibrio». È chiaramente un falso in un atto legislativo parlamentare che si dice sia di assoluta importanza e strategico per il nostro Paese. Inoltre, ammettere questo vuol dire acconsentire a che si faccia non solo una cattiva legge nelle prospettive e negli obiettivi, ma addirittura proprio un falso nello stesso provvedimento legislativo.

Sono, quindi, questi i motivi che ci spingono con decisione, cognizione e con scienza e coscienza a votare fermamente in modo contrario, anche perché il Governo ha voluto affossare, scrivere il de profundis, mettere una pietra tombale sul federalismo, il quale rappresentava l'unica via di uscita del Paese, l'unica possibilità di una ripresa da una crisi internazionale nella quale siamo piombati; questo affossamento ci porterà in un circolo vizioso sempre più nero di povertà.

Ricordiamo che federalismo vuol dire diminuzione della spesa improduttiva pubblica. Federalismo vuol dire determinazione nella partecipazione dei cittadini alla spesa per i servizi, quindi, giustamente, anche le tasse e i tributi in funzione dei servizi erogati, posti in essere vicino ai cittadini in modo tale da confrontare quello che danno con quello che ricevono, con una responsabilità ovviamente degli amministratori, dei politici eletti, i quali rispondono direttamente in uno spirito di vera sussidiarietà, ai cittadini stessi, a cui sono vicini.

Al contrario, le scelte che fa questo Governo sono sempre più di tipo centralista, di allontanamento dall'opinione pubblica, dal pensiero e dai bisogni dei cittadini. Tali scelte comportano un aumento sempre più pressante e forte della pressione fiscale, con i valori che ho prima ricordato, e non fanno altro che affossare la nostra economia e quindi la possibilità, dal momento che non si vuole diminuire la spesa pubblica, di ottenere un fantomatico equilibrio di bilancio, che tra l'altro non abbiamo capito assolutamente che cosa sia.

Per queste ragioni, che abbiamo esposto nel corso del dibattito svolto sia in Commissione che in Aula, anche nelle altre sedute, e aspettando, signor Presidente, la sua risposta sul quesito che le ho posto in merito al titolo del provvedimento e al suo contenuto, esprimiamo convintamente un voto contrario. (Applausi dal Gruppo LNP).

ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, nutro molta stima nei confronti del senatore Nicola Rossi, ma debbo dirle che, al contrario di quanto ha poco fa annunciato, aspetto con molta soddisfazione il voto che ci accingiamo tra poco ad esprimere, il quale introdurrà nella nostra Costituzione il principio dell'equilibrio di bilancio.

Debbo anche dire che il consenso largo finora manifestato nel corso delle tre letture del provvedimento, e la tempestività con la quale stiamo modificando la Costituzione segnalano quanto sia grave quella crisi poc'anzi ricordata sempre dal senatore Nicola Rossi, nonché la necessità per l'Italia di onorare l'impegno assunto con i partner europei.

Detto questo, sbaglieremmo se ci soffermassimo solo su queste ragioni senza cogliere anche i serissimi significati istituzionali, politici ed economici di un voto con il quale il Partito Democratico intende contribuire a garantire il futuro dei nostri conti pubblici e quindi, in definitiva, il futuro del nostro Paese.

I prossimi anni saranno decisivi per l'Italia e per l'Europa. Le circostanze che stanno determinando le decisioni dell'eurozona mostrano quanto si siano ristretti i margini delle politiche nazionali e quanto si stia facendo sottile il sentiero della ripresa e dello sviluppo. Non sono in gioco solo la qualità della vita e il futuro dei nostri figli, ma persino i beni primari della sicurezza e della democrazia in Europa. L'euro e l'Europa hanno ancora molto da fare per dispiegare appieno le loro potenzialità; ma esiste anche un grumo di problemi che è nostro e che nessuno mai risolverà per noi.

Nel 1948 la nostra Costituzione, unica in Europa, vietando leggi prive di copertura, definiva con molta lungimiranza i principi dell'equilibrio di bilancio. E i 2.000 miliardi del nostro debito pubblico, che ci pongono in coda nelle classifiche mondiali, segnalano vistosamente con quanta ampiezza quei principi siano stati violati e con quanta disinvoltura nei decenni passati il Parlamento abbia nella sostanza ignorato lo spirito dell'articolo 81. Potevamo non arrivare a tanto, se soltanto avessimo ascoltato le ragioni con le quali Ezio Vanoni e Luigi Einaudi illustrarono la relazione tra l'articolo 81 e il controllo del disavanzo; oppure se, in un passato più recente, avessimo tenuto conto dei richiami di Nino Andreatta e Tommaso Padoa-Schioppa.

Ma c'è una prima lezione che possiamo trarre dalle vicende dell'articolo 81. Dovremmo prendere atto di quanto possa costare la latitanza della politica rispetto al dettato costituzionale, e non solo per i vincoli disattesi dell'articolo 81. Le tristissime vicende della ex Margherita e della Lega Nord mostrano le conseguenze della mancata attuazione della disciplina dei partiti prevista dall'articolo 49 e ci chiedono di fare molta attenzione, perché anche sorvolare con troppa disinvoltura sulla centralità del lavoro, così ben definita dall'articolo 1, può essere un altrettanto grave errore.

Oggi il servizio al debito accumulato in barba all'articolo 81 ci costa dagli 80 ai 90 miliardi l'anno (sono miliardi sottratti agli investimenti pubblici e allo sviluppo), un peso insostenibile per Paesi con una forte economia, figuriamoci per un'Italia stremata e impoverita. Ha ragione il presidente Napolitano, quando ricorda che non possiamo «andare avanti con questa montagna di debito» e che abbatterlo «è un dovere morale della politica e delle istituzioni». Per un debito di 2.000 miliardi non esiste una formula magica e non possiamo chiedere al presidente Monti quel che non può fare. Dobbiamo però chiedergli di indicare la strada da seguire, di indicare l'orizzonte e di dire con chiarezza in quale misura e a quali condizioni venti anni di pesantissimi sacrifici imposti dal fiscal compact possano aiutare la stabilità del Paese e la crescita della nostra economia.

Oggi i senatori del Partito Democratico voteranno a favore della modifica dell'articolo 81 in assoluta consapevolezza, avendo ben chiare le difficoltà e la tragedia che solo pochi mesi fa ci si profilava davanti. Sappiamo anche che alla riforma non possiamo chiedere virtù risanatrici maggiori di quelle che può dare, soprattutto se l'economia dovesse entrare in una fase recessiva peggiore del previsto.

I buoni medici sanno che gli antibiotici fanno bene soltanto se accompagnati da tante vitamine e i buoni economisti sanno che il pareggio di bilancio, l'alta tassazione e l'austerità, senza politiche per la crescita, non saranno mai in grado di battere la recessione.

È giunto nel nostro Paese, signor Presidente, il momento di aprire un grande dibattito su come e quando levarci dalle spalle l'incubo degli insostenibili interessi sul debito; e per farlo non possiamo escludere la possibilità di abbatterne subito una parte consistente, con ampie dismissioni e con una imposizione patrimoniale straordinaria e progressiva, che si rivolga prioritariamente ai grandi patrimoni e non ai cittadini che stanno ancora pagando il mutuo della prima casa che abitano.

Da molto tempo sulla Costituzione non si manifestava in Parlamento una maggioranza così larga come sta accadendo con l'articolo 81; e l'ampiezza del voto segna discontinuità rispetto alla pratica ultradecennale di riforme varate da maggioranze di parte. L'augurio è che non si tratti di un episodio isolato, ma l'indice della consapevolezza che le regole del gioco democratico non possono, per loro natura, essere scritte da una parte contro l'altra.

Sarà la nuova legge elettorale il campo di prova. Se l'Italia riuscirà ad andare alle elezioni politiche del 2013 con una nuova legge elettorale che, sostenuta da una maggioranza larga, restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari, vorrà dire che il voto sull'articolo 81 non è stato un fuoco di paglia e che la crisi ha restituito al Parlamento un po' di quel senso di responsabilità che ha reso nobile la classe dirigente italiana ai tempi della Costituente, della ricostruzione e della lotta al terrorismo.

Da decenni il Parlamento italiano si dimostra incapace di grandi decisioni. Durante il Concilio Vaticano II vi fu una lunga fase nella quale i vescovi faticavano a prendere decisioni. Discutevano molto, ma non decidevano. Nel tentativo di semplificare la complessità del dibattito, Giuseppe Dossetti sottopose al Concilio cinque «quesiti orientativi» (così vennero definiti) che, individuate con nettezza le scelte da compiere, chiedevano in modo diretto ed esplicito ai Padri conciliari di approvarle o di bocciarle. I «quesiti orientativi» di Dossetti aiutarono i lavori del Concilio ad uscire dallo stallo e, su questioni cruciali per il futuro della Chiesa, resero possibili decisioni a larghissima maggioranza.

Esiste nei Parlamenti e nei popoli europei (a cominciare dall'Italia) una diffusa consapevolezza che le intese raggiunte sull'equilibrio dei bilanci nazionali e sul fiscal compact non siano sufficienti. Per uscire dalla crisi servono l'unificazione politica dell'Europa e una governance capace di guidare il continente nella sua interezza, tenendo conto anche delle ragioni degli Stati più deboli, come la Grecia e il Portogallo. Eppure, a causa della complessità dei problemi e dell'egoismo degli Stati nazionali, il processo di unificazione dell'Europa procede così lentamente da rendere indecifrabile se e quando arriverà a compimento. L'Italia e l'Europa oggi hanno il dovere di raccogliere i frutti di un dibattito che Altiero Spinelli ha aperto più di 70 anni fa.

Per usare l'espressione di Dossetti, per noi europei è arrivato il momento di rispondere al fondamentale «quesito orientativo» se vogliamo o no l'unione «politica», se vogliamo un Governo e un Parlamento con tutti i loro poteri, assieme a una vera banca europea prestatore di ultima istanza. L'Europa è a un bivio. Se completa rapidamente il processo di integrazione può diventare una grande potenza globale. Oppure può restare così com'è, una vasta regione di libero scambio e libera circolazione, con una moneta unica, ma priva di guida politica. Nel primo caso, l'Europa sarà uno dei grandi del pianeta. Nel secondo caso, l'Europa dei nazionalismi sarà terra di conquista della speculazione finanziaria.

Nell'approvazione della modifica dell'art. 81 della Costituzione c'è, implicita, la richiesta al Governo italiano di fare del progetto di unificazione politica dell'Europa la sua prima battaglia. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Colleghi, ci avviamo al voto finale. Vi ricordo che occorre la maggioranza assoluta dei componenti e che, ai sensi dell'articolo 138 della Costituzione, per evitare il referendum, occorre la maggioranza dei due terzi dei componenti. Si tratta quindi di una votazione estremamente significativa ed importante anche per il suo risultato numerico.

PICHETTO FRATIN (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PICHETTO FRATIN (PdL). Onorevole Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghe e colleghi, giunge oggi all'esame dell'Aula, per la quarta e definitiva lettura, il provvedimento di rango costituzionale che introduce nella nostra Carta fondamentale il principio del pareggio di bilancio o «equilibrio», come richiamato nell'articolo 1.

L'iter che ha condotto al varo di questa riforma di grande significato politico ed economico è stato rapido, a conferma dell'ampia consapevolezza che l'iniziativa, già più volte avanzata in sede parlamentare, anche a seguito di un lungo dibattito in seno all'opinione pubblica, e da ultimo fatta propria dal Governo, era ormai matura e andava condotta in porto.

Con questa modifica costituzionale l'Italia compie un ulteriore passo nell'allineamento con gli altri partner europei quanto a disciplina di bilancio. Inutile nascondere che la tempestività con cui il provvedimento in esame giunge alla sua conclusione, dopo la doppia approvazione da parte di entrambe le Camere, è anche legato alle difficoltà della lunga crisi economico-finanziaria che ha investito il mondo intero, agli attacchi speculativi mossi alle finanze pubbliche di numerosi Paesi dell'area euro, alla necessità di dare risposte decise e risolutive a questi attacchi, ma soprattutto risposte concordate a livello di Unione europea, in modo tale da raggiungere quell'efficacia e quella capacità di riportare i bilanci pubblici in sicurezza che era parsa vacillare nei mesi scorsi, non solo in Italia.

La regola aurea del pareggio di bilancio, che in Italia dovrà trovare concreta attuazione nel 2013, risulta fondamentale per assicurare la sostenibilità del debito pubblico, messa sotto stress dalla crisi di liquidità e di fiducia. Se però, come diventa ormai certo con il voto definitivo della presente proposta, il nostro Paese uscirà dalla crisi avendo approvato una norma di rango costituzionale che impone l'equilibrio di bilancio, le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, con pesanti ripercussioni di carattere sociale sui cittadini, avranno sortito l'effetto durevole di introdurre un meccanismo virtuoso, di cui l'Italia avrebbe dovuto dotarsi ben prima della presente congiuntura.

In realtà, e a verità, il disposto dell'attuale articolo 81 della Costituzione, sia sulla base del contenuto letterale che delle intenzioni dei Costituenti, era già sufficientemente significativo, per evitare spese pubbliche senza adeguata copertura. Ma negli anni non sono mancati, anzi si sono via via affinati, gli strumenti per scardinare la sostanza dell'articolo 81, determinando un'abnorme crescita del deficit e del debito, violando persino, nel nome di un keynesismo distorto, le stesse teorie di Keynes, che certo non postulava che il bilancio pubblico potesse essere permanentemente in deficit, come è accaduto in Italia per decenni.

Keynes intendeva piuttosto spostare l'orizzonte dell'equilibrio di bilancio dal singolo esercizio al ciclo economico, sostenendo la necessità di recuperare, nel momento della ripresa, il deficit spending applicato nel punto della crisi. Ma, esaminando la serie storica del deficit di bilancio degli ultimi decenni è difficile rintracciare un qualunque legame tra andamento del deficit stesso e ciclo economico, perché si assiste a una progressiva crescita di debito, anche nei momenti in cui la capacità di crescita dell'economia nazionale avrebbe permesso al Governo un recupero delle spese a debito degli anni precedenti.

L'introduzione del pareggio di bilancio, pur con le necessarie norme di flessibilità che responsabilizzano ancor più il Parlamento in ordine alla concreta applicazione, costituisce dunque un elemento dotato di solidi fondamenti nella teoria economica, ma non solo. È anche un dovere di natura etica, un impegno che il Paese di oggi si prende nei confronti delle future generazioni affinché non vengano pregiudicate le prospettive future. Cumulare debito pubblico in misura progressiva significa infatti attingere oggi alle risorse che il Paese deve ancora produrre, significa in parole semplici ipotecare gli stipendi dei nipoti. È dunque corretto, anche dal punto di vista etico e di giustizia intergenerazionale, che la possibilità di contrarre debito sia sottratta all'immediato potere delle maggioranze di turno, affidandolo alla custodia di una Costituzione rigida, che richiede procedure e maggioranze qualificate per modificare le proprie norme.

Naturalmente, se è viva la preoccupazione di carattere etico, occorre anche che i comportamenti della maggioranza e dell'intera classe politico-parlamentare siano tali da mantenere il principio dell'equilibrio di bilancio nella sostanza, evitando quei comportamenti che (come ho già avuto modo di dire), pur in presenza di norme già molto vincolanti, come il vigente articolo 81, non hanno impedito di raggiungere un tetto di debito che è del 120 per cento del prodotto interno lordo. Norme e senso etico viaggiano in parallelo e impongono che, non solo per le attuali circostanze, ma per un atteggiamento di giustizia e di rispetto verso il futuro del Paese ci si muova di conseguenza e in modo coerente.

La nuova formulazione del dettato costituzionale pone un rimando ai Regolamenti parlamentari e, inoltre, l'intesa raggiunta a livello europeo sul fiscal compact richiede i doverosi adeguamenti anche in sede di norme sulla contabilità pubblica. È dunque necessario intervenire in tale direzione, fissando norme attuative che permettano, nel quadro costituzionale e in base alle intese comunitarie (che restringono reciprocamente la sovranità economica dei Paesi aderenti in nome della difesa di un mercato e di una moneta comuni), al Parlamento di assumersi con consapevolezza le proprie responsabilità e al Governo di agire di conseguenza.

Con la definitiva approvazione della norma sul pareggio di bilancio si pone un ulteriore tassello al processo di risanamento, non solo economico, del Paese, secondo il programma che fin dalla scorsa estate il Governo Berlusconi, accogliendo e condividendo le sollecitazioni delle autorità europee, aveva posto in campo avviandone la concreta realizzazione. Si tratta di un passaggio fondamentale che è stato indubbiamente agevolato dalla più ampia convergenza delle forze politiche a sostegno del nuovo Esecutivo e dalla minore «opposizione sociale» che quest'ultimo incontra rispetto agli attacchi livorosi e irragionevoli di cui era oggetto il precedente Governo. Si tratta di un passo importante che rientra in un disegno più grande. La verità è che non si è risolto con una norma il problema del nostro debito pubblico e hanno ragione alcuni dei colleghi intervenuti prima di me come i colleghi Fleres e Vaccari.

Alcuni temi sono già stati affrontati; altri sono da affrontare. Dopo la riforma pensionistica, il provvedimento di delega fiscale, che vedremo nei prossimi giorni, l'introduzione di numerosi provvedimenti di liberalizzazione in diversi settori dell'economia, occorre ora procedere al completamento della riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali e la nuova regolamentazione della flessibilità in entrata e in uscita, non cedendo a convenienze immediate di alcuna categoria e, naturalmente, al passaggio successivo che significa diminuzione delle tasse e conseguentemente diminuzione della spesa pubblica. (Applausi dal Gruppo PdL).

In questa nuova sfida attendiamo di misurare il senso di responsabilità anche delle altre componenti parlamentari che sostengono il Governo, affinché le misure che danno stabilità al bilancio - come quella oggi all'esame - possano essere accompagnate da norme volte a garantire la ripresa economica, l'attrazione degli investimenti esteri e un adeguamento alla disciplina prevalente nei Paesi europei in ampi settori dalla nostra vita sociale.

Ringrazio tutti i colleghi, il relatore e tutti coloro che hanno partecipato anche al primo passaggio in questo ramo del Parlamento della stesura e della votazione della norma sull'equilibrio o pareggio di bilancio.

Per questi motivi dichiaro il voto favorevole del Gruppo del Popolo della Libertà. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Mercatali e Morando).