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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 710 del 17/04/2012


Ripresa della discussione
del disegno di legge costituzionale n.
3047-B(ore 17,4)

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, ho avuto modo di motivare la mia non partecipazione al voto durante la discussione generale. Quindi, non annoio i colleghi con le argomentazioni che sono agli atti. Non parteciperò al voto perché la mia valutazione è che fissare esclusivamente il saldo di bilancio in pareggio comporta il rischio concreto di dare libertà di uccidere la democrazia e la libertà. È evidente che il saldo zero si può ottenere con una spesa pubblica all'80 per cento del PIL e una pressione fiscale all'80 per cento del PIL. Non ha senso un vincolo costituzionale sul pareggio di bilancio se non c'è un parallelo vincolo o sulla spesa o sulla pressione fiscale. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI e della senatrice Rizzotti).

È evidente che chi non si preoccupa di questo aspetto e di questa possibile deriva può, di fatto, avere un retropensiero: sostituire alla libertà delle scelte economiche concrete di famiglie e imprese la libertà delle scelte collettive; ma il collettivismo nella storia è fallito. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI e del senatore Valditara).

CUTRUFO (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

CUTRUFO (PdL). Signor Presidente, l'azzeramento del deficit dovrebbe servire, nei propositi del Governo, a riequilibrare nel lungo termine il rapporto debito-PIL, che ci pone al livello peggiore in Europa dopo la Grecia. Questo miglioramento dovrebbe essere conseguito attraverso avanzi primari considerevoli (5-6 per cento per anno) per arrestare l'aumento del valore assoluto del numeratore. In tal modo il miglioramento progressivo del rapporto debito-PIL sarebbe ottenuto anche in presenza di una crescita puramente nominale dei valore del PIL: per esempio, con un'inflazione del 3 per cento e una recessione dell'1,5 per cento il rapporto migliorerebbe - teoricamente - comunque.

Questo percorso, tuttavia, non appare affatto così virtuoso e confortante per le seguenti ragioni.

In primo luogo, nessuno può garantire che per mantenere costantemente il bilancio in pareggio non saranno necessarie nel tempo nuove tasse, che provocano inevitabilmente ulteriori effetti recessivi e tendono a riportare il nostro Paese in mare aperto, al centro delle tempeste finanziarie. Di conseguenza, nessuno può garantire quale sarà il tempo necessario per riportare il rapporto debito-PIL al di sotto della soglia di guardia (100 per cento), che richiederebbe comunque in condizioni ottimali un tempo minimo di circa dieci anni.

Tra il 1995 e il 2010 siamo stati il Paese più virtuoso d'Europa nella gestione del bilancio; abbiamo prodotto 530 miliardi di euro di avanzi primari contro i 270 miliardi della Germania e un disavanzo primario cumulato consistente di Francia e Regno Unito. Ma nel 1995 eravamo al 120 per cento del PIL, nel 2007 avevamo raggiunto il 103 per cento e oggi siamo di nuovo al 120 per cento.

È pertanto evidente che non solo non ci sono certezze sulla possibilità di uscire dalla tempesta con le strategie poste in campo, ma non esistono riscontri positivi, né nel nostro Paese né in altri, che ne attestino il funzionamento.

Risulta necessario allora porsi delle domande.

Perché si persevera nell'andare in questa direzione chiedendo tanti sacrifici agli italiani che potrebbero rivelarsi del tutto inutili? Non sarebbe meglio far corrispondere ad essi un'utilità certa?

Perché si trascura che cinque professori di altissimo livello come i premi Nobel per l'economia Arrow, Diamond, Sharpe, Maskin e Solow hanno pochi giorni fa firmato congiuntamente un appello al presidente Obama contro questo principio, da loro ritenuto «una camicia di forza foriera di effetti molto perversi per l'economia»?

In assenza, al momento, di risposte o elementi fattuali convincenti ecco gli argomenti che a mio parere indicano che non si tratta della strada giusta.

A causa della recessione mondiale il nostro Paese ha perso, tra il 2008 e il 2009, circa 100 miliardi di PIL (in termini reali è come se due fabbriche FIAT avessero chiuso).

In secondo luogo, la sostenibilità di uno stock di debito, che oggi ha raggiunto quasi il volume di 2.000 miliardi di euro, può migliorare solo se il PIL reale perso sarà recuperato attraverso una ripresa della capacità di sviluppo tangibile e di spessore, e cioè una capacità non teorica ma effettiva di generare nuove entrate.

In terzo luogo, il recupero del PIL in termini reali non può essere realizzato se non ripartono gli investimenti pubblici, capaci di rimuovere il deficit strutturale del Paese e tali da riattivare gli investimenti privati, interni ed esterni, e con essi i consumi interni.

Onorevoli senatori, inseguire il pareggio non consente affatto di rilanciare gli investimenti richiesti, anzi li comprime. Le cure necessarie per la soluzione dei problemi da cui è afflitto il nostro Paese, soprattutto a seguito del radicale cambiamento della situazione conseguita alla crisi dei debiti sovrani in Europa, sono solo quelle che, pur restando in una logica di rigore di bilancio, da cui evidentemente non si deve comunque prescindere, producono due risultati in forma certa ed immediata: la riduzione del rischio Paese su livelli più vicini ai maggiori Paesi europei e la liberazione di risorse idonee a rilanciare in misura adeguata lo sviluppo economico.

La strategia del pareggio di bilancio rafforzato da un vincolo costituzionale non solo non riduce in misura adeguata e strutturale il rischio Paese per i motivi prima enunciati, ma toglie risorse dal circuito economico, annichilendo la crescita e deprimendo le speranze nel futuro di famiglie ed imprese, cioè del principale motore di sviluppo per ogni sistema produttivo.

L'alternativa a tale forma di rigore inefficace è la riduzione in via diretta dello stock di debito, da attuare con un intervento chirurgico di riequilibrio, realizzato con un'unica tassa di scopo, non aggiuntiva, ma sostitutiva di buona parte di quelle tasse a pioggia introdotte con le manovre del 2011, che hanno maggiore incidenza depressiva.

In un Paese con un buon patrimonio pubblico, un basso debito privato ed un'elevatissima ricchezza privata, ci sono le condizioni per seguire questa strada in modo efficiente ed efficace.

In conclusione, signor Presidente, soprattutto per salvaguardare le generazioni future, a mio avviso questa soluzione va presa in seria considerazione. Al riguardo vi informo di aver presentato un disegno di legge che coniuga riequilibrio e rilancio per il Paese attraverso una nuova strategia ed un nuovo approccio al problema endemico dell'eccesso di debito, intervenendo direttamente sulla riduzione dello stock di debito per 400 miliardi di euro. Solo così, signor Presidente, possiamo cambiare le prospettive di questo Paese.

Annuncio dunque il mio voto di astensione, in dissenso dal Gruppo. (Applausi del senatore Esposito).

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signor Presidente, intervengo in dichiarazione di voto in dissenso - ancorché parziale - dal Gruppo, annunciando il mio voto di astensione su questo provvedimento per i seguenti motivi.

Il pareggio di bilancio, da un lato, può essere uno strumento opportuno per il nostro Paese per raggiungere l'obiettivo vero, ossia il contenimento della spesa pubblica. Se infatti qualcuno qua dentro pensa che si possa raggiungere il pareggio aumentando ancora le tasse, probabilmente non ha ben chiaro il livello raggiunto. In tal senso, pertanto, il pareggio di bilancio è sicuramente uno strumento importante, che ci obbligherà a contenere la spesa pubblica e quindi, per quanto riguarda la Lega, ad applicare finalmente, da subito i costi standard, l'unico modo per ridurre la spesa pubblica. (Commenti del senatore Morando).

Questo quindi va bene, ma, dall'altro lato, riteniamo assolutamente opportuno che si arrivi all'approvazione della modifica costituzionale con un referendum, quindi non con la maggioranza dei due terzi del Parlamento. In questo modo, si aprirebbe un dibattito nel Paese, che diventerebbe conscio degli effetti del fiscal compact sulle tasche dei cittadini e anche sulle sue prospettive di sviluppo futuro. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. Colleghi, il Presidente del Consiglio - che, come saprete bene, è senatore a vita - ha informato la Presidenza che sarebbe di suo gradimento partecipare alla votazione. Mi risulta che sia già all'interno del Palazzo e che quindi tra poco raggiungerà il suo posto per poter votare. Se non vi sono osservazioni contrarie, per garbo istituzionale sospenderei la seduta per cinque minuti; altrimenti, dal momento che il presidente Monti - lo ribadisco - si trova già nel Palazzo, possiamo rimanere in Aula senza sospendere la seduta e attendere qualche attimo che arrivi per poi votare. Eccolo qua. (Applausi. Commenti dal Gruppo LNP).