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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 710 del 17/04/2012


Ripresa della discussione congiunta dei disegni di legge costituzionale
nn.
2923, 2991, 3073, 2962, 3057e 2963 (ore 18,50)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lumia. Ne ha facoltà.

LUMIA (PD). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, insieme alla Sardegna e al Friuli, anche la Sicilia si presenta all'autoriforma del proprio Parlamento. Parlo di autoriforma perché l'Assemblea regionale siciliana, nella seduta del 7 dicembre 2011, ha approvato un disegno di legge recante modifiche all'articolo 3 dello Statuto della Regione siciliana, in materia di riduzione dei deputati: si passa da 90 a 70 membri dell'Assemblea siciliana. La riduzione è consistente, ed è ancor più significativa visto il numero degli abitanti in Sicilia rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale.

L'Assemblea regionale siciliana è uno dei più antichi Parlamenti del mondo, che deve conoscere una strategia di cambiamento, al pari di altri significativi momenti storici vissuti da quest'importante Regione.

Si tratta naturalmente di un cambiamento che deve affrontare sfide nuove e conoscere ulteriori passaggi significativi. È necessario un Regolamento che impegni l'Aula dell'Assemblea siciliana e le stesse Commissioni ad un moderno rispetto dei tempi, all'eliminazione del consociativismo d'Aula - dovuto a tempi dilatati - ed alla possibilità di bloccare i lavori con pochissimi deputati (poiché ne basta anche uno). Occorrono sezioni specializzate, insomma, che diano una moderna funzionalità al Parlamento siciliano e trasmettano ad esso capacità decisionale, di risposta e d'innovazione.

Si è trattato di un processo di autoriforma: ho apprezzato moltissimo che tutti i parlamentari siciliani abbiano accettato questa sfida, che partirà dalla prossima legislatura, ma che nel contempo ha previsto anche una modifica delle norme transitorie per quanto riguarda l'elezione del Presidente ed il numero dei parlamentari stessi. È stato possibile inserire un ulteriore cambiamento delle norme transitorie per evitare un vuoto ed un'incoerenza tra la scelta della riduzione dei parlamentari da 90 ad 70 e di una legge elettorale che prevedesse meccanismi di premio di maggioranza in grado di renderla coerentemente adeguata alla suddetta nuova scelta.

Si tratta di un primo passo, come dicevo, cui devono seguirne altri. Naturalmente, tutto si inquadra in un contesto in cui i Parlamenti - anche il nostro nazionale - sono chiamati a scelte senza precedenti: anch'essi subiscono la crisi della politica e dei partiti, che è di autorevolezza, di progettualità, di idealità e di capacità di selezione della classe dirigente. Chi ritiene che la crisi ci sia e non vada nascosta, nello stesso tempo, deve interrogarsi su come uscirne. Vi sono diverse strade: c'è chi pensa che l'uscita da questa crisi sia un indebolimento della vita democratica attraverso i Parlamenti e la stessa organizzazione dei partiti; c'è chi pensa invece che la crisi vada superata e che, anzi, possa costituire un'opportunità d'innovazione, nella misura in cui i Parlamenti cambiano passo, come gli stessi partiti, a vantaggio della capacità di coniugare partecipazione e decisione.

Nella società italiana, nel cuore e nella testa della sua comunità, tra i cittadini, stanno insieme queste due dimensioni che possiamo definire due valori, ossia partecipazione e decisione. Un Parlamento deve saper raccogliere la domanda di partecipazione e, nello stesso tempo, deve saper decidere - e velocemente - nonché incalzare la società con le proprie decisioni e conquistare la propria autorevolezza, decidendo su leggi innovative e generali.

La stessa dimensione deve vivere la Regione siciliana. Oggi ci si interroga molto sul valore della specialità della sua autonomia: c'è chi ritiene che sia una scarpa vecchia da mettere in soffitta, mentre c'è chi ritiene che in questo particolare momento possa trasformarsi in una risorsa. Naturalmente, perché questo accada, è necessario che tale specialità si spogli di quella funzione di gestione che ne ha rovinato tutte le potenzialità.

Il Parlamento e l'autonomia siciliana devono tradursi in capacità legislativa, di orientamento generale e di controllo. Bisogna mettere da parte la funzione rovinosa che spesso ha avuto l'autonomia siciliana di pensare di gestire tutto, ossia la vita delle comunità locali e dei settori economici, nonché il controllo della pubblica amministrazione, dando alla politica una funzione rovinosa, naturalmente condivisa spesso con quanto avviene anche nel Nord del nostro Paese. Quella funzione di intermediazione burocratica e clientelare, spesso affaristico-mafiosa, rovina qualunque processo democratico di relazione con la società e di relazione corretta con l'economia, che anzi assegna alla politica il primato nel fornire le regole ad un'economia liberale che si afferma e si diffonde nella società.

Sono passati 150 anni dall'Unità d'Italia. Lo scorso anno è servito a interrogarci. Hanno prevalso, in alcuni momenti, delle tensioni; in altri, anche delle dimensioni inevitabilmente retoriche. Abbiamo, però, una opportunità senza precedenti.

Oggi l'Unità d'Italia va riscritta e va rifondato il suo patto. Non è più possibile accettare che vi sia una parte del Paese che produce e un'altra che consuma i prodotti di altre Regioni, né è possibile che per produrre quei prodotti si possa gonfiare la spesa pubblica, il posto pubblico, l'assistenzialismo, il clientelismo, la funzione appunto rovinosa dell'intermediazione della politica. Oggi tutte le Regioni sono chiamate ad essere Regioni produttive. Tutte le Regioni devono contribuire alla crescita del nostro Paese. E il nuovo patto che deve tenere insieme l'Italia deve fondarsi intorno a questa nuova regola.

Ecco perché abbiamo bisogno di Parlamenti come quello speciale della Regione siciliana, capace di stare al passo di questa sfida. Niente rimpianti o nostalgia, niente sbagliate recriminazioni, ma la capacità di dire: siamo pronti, perché anche noi abbiamo delle potenzialità inedite nel settore agricolo, nel turismo, nel commercio, nei settori della formazione, dell'innovazione, della ricerca e della scuola, e vogliamo, appunto, camminare di pari passo con le altre Regioni, con le stesse opportunità e, al contempo, con la stessa capacità competitiva.

Ecco perché questo primo passo della riduzione del numero dei parlamentari segna una strada e ci mette in condizione, con il Parlamento, di mantenere quello spirito pattizio che ha forgiato lo Statuto della Regione Siciliana che - lo ricordo a tutti - fu approvato nel 1946, prima della stessa approvazione della nostra Carta costituzionale, un rapporto pattizio che sfida entrambe le realtà (il Parlamento nazionale e il Parlamento siciliano) a camminare insieme, mano per mano, lungo la strada dell'innovazione.

So che non è un cammino facile; so che la politica oggi, per la crisi in cui vive, spesso non è in grado di mantenere un passo spedito, ma questa è la strada tracciata. I parlamentari siciliani, con questa riduzione, hanno segnato una tappa. Adesso spetta al Parlamento nazionale fare lo stesso cammino di autoriforma e, insieme con queste due riforme, provare a dare al nostro Paese un'istituzione parlamentare, dei Parlamenti, in grado di essere innovativi, di incidere e di dare dignità e autorevolezza alla stessa politica. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (PdL). Signor Presidente, membri del Governo, colleghi e colleghe, il disegno di legge costituzionale di modifica dello Statuto speciale per la Sardegna, definito dalla Commissione affari costituzionali del Senato, è la sintesi di due diversi disegni di legge costituzionale: uno di iniziativa parlamentare, presentato dal senatore Sanna e da altri senatori; l'altro, il n. 2991, di iniziativa del Consiglio regionale della Sardegna. Quest'ultimo è una proposta di legge che ho votato anch'io quando sedevo nei banchi di quel Consiglio regionale.

La legge regionale proposta dal Consiglio regionale della Sardegna, che prevede una riduzione del numero dei consiglieri regionali da 80 (quanti sono adesso) a 60, modifica gli articoli 15 e 16 dello Statuto speciale per la Sardegna. Questa proposta mira a una maggiore semplificazione e, soprattutto, a una riduzione dei costi della politica. Noi riteniamo che il numero di 60 consiglieri regionali sia equilibrato, anche considerate le varie realtà, molto diverse, del territorio della Sardegna.

Io ho apprezzato molto il comportamento della 1a Commissione, che ha accolto integralmente la proposta del Consiglio regionale della Sardegna, che riduce da 80 a 60 il numero dei consiglieri. La 1a Commissione del Senato ha rispettato la volontà della Sardegna e la sua autonomia speciale.

Alla Sardegna fa molto piacere che questa Assemblea, dopo la Commissione, sia rispettosa delle istanze autonomistiche della Regione sarda, senza apportare modifiche sostanziali - mi auguro - alla proposta di legge che arriva dal Consiglio regionale sardo. La Sardegna è una Regione autonomista non solo per definizione, ma per cultura e tradizione, in linea con la sua millenaria storia. Un non accoglimento della proposta non sarebbe accolto favorevolmente.

Il disegno di legge d'iniziativa parlamentare a firma del senatore Sanna e di altri senatori, prevede invece la riduzione da 80 a 49 consiglieri regionali. Se da un lato questo va in direzione di una maggiore semplificazione del sistema politico (è condivisibile il lavoro che sta dietro questa proposta), dall'altro credo che con 49 consiglieri regionali sarebbe difficile rappresentare le diverse aree territoriali dell'isola, soprattutto quelle interessate da fenomeni rilevanti di spopolamento. Non dimentichiamo che la Sardegna è sempre più sbilanciata per quanto riguarda la situazione economica e sociale, soprattutto in termini di numero degli abitanti; quindi, in questo momento c'è la necessità di una legge che sia capace veramente di rappresentare in modo adeguato tutte le varie aree della Sardegna.

Sottolinea un altro contenuto importante di questo testo unificato, là dove si prevede che all'articolo 16, comma 1, dello Statuto «la composizione numerica del Consiglio regionale non può variare (...) se non mediante il procedimento di revisione del presente Statuto». Questo ritengo sia un fatto di estrema importanza, perché evita che ci possa essere, a seguito di altre leggi nazionali che interessino il numero dei consiglieri regionali, un aumento abnorme del numero dei consiglieri regionali.

Voglio ricordare a quest'Aula che il precedente Consiglio regionale della Sardegna è arrivato a 85 consiglieri e molte volte era anche difficile accogliere fisicamente tale numero do consiglieri.

Pertanto il testo unificato pone un punto fermo per quanto riguarda il numero dei consiglieri regionali e noi sappiamo che dopo l'approvazione di questo provvedimento (se verrà approvato da questa Assemblea e poi definitivamente) il numero dei consiglieri regionali non potrà aumentare oltre 60.

Quindi, chiedo all'Aula di accogliere la proposta del Consiglio regionale della Sardegna evitando di presentare emendamenti che ne snaturino i contenuti. Sarà questo un primo passo verso l'approvazione di una nuova legge elettorale e statutaria prima delle elezioni regionali del 2014 in Sardegna. La popolazione, in questo momento di grave crisi economica e sociale, aspetta segnali concreti dalla politica e questo può essere un primo segnale tangibile.

Lo stesso Statuto di autonomia speciale della Sardegna, approvato nel 1948, cioè prima della nascita dell'Unione europea e prima della modifica del Titolo V della Costituzione, ha bisogno di una riscrittura, in linea con i grandi cambiamenti di questi ultimi decenni. Il mondo è totalmente cambiato in questi ultimi anni, le esigenze della popolazione sono diverse, così come le leggi che interessano le autonomie speciali, e sono fortissimamente condizionate soprattutto dalle recenti leggi di natura costituzionale che sono state approvate dal Parlamento italiano, pertanto c'è necessità davvero di una loro riscrittura. Del resto, in questo momento in Sardegna c'è un grande fermento legato proprio alla volontà di arrivare ad una rivisitazione dello Statuto sardo di autonomia.

Io voterò convintamente a favore del disegno di legge nel testo unificato, che riduce da 80 a 60 il numero dei consiglieri regionali. (Applausi del senatore Scanu).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.

PARDI (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, ho apprezzato i toni misurati e critici con cui i relatori hanno presentato questo provvedimento e anche alcuni rilievi avanzati dai colleghi che sono intervenuti in seguito (mi riferisco, in particolare, a quelli del collega, senatore Pastore).

Vorrei però allargare per un momento l'orizzonte della critica. Mi viene da fare la seguente domanda: non siamo - forse - in una situazione in cui tendiamo a risolvere i problemi di decisione politica, che dovrebbero essere essenzialmente politici, delegandoli all'ingegneria costituzionale? C'è qualche cosa che oggi è accaduto con due provvedimenti completamente diversi, che ha questo carattere comune. Prendiamo di petto un problema di politica economica molto stringente ed insidioso e pensiamo di risolverlo mettendo un testo un po' apocrifo dentro la Costituzione: un testo eteroclito, perché ha una prosa e una logica diverse da quelle del testo costituzionale. Non è la prima volta, purtroppo, ma l'abbiamo fatto, un po' a cuor leggero.

Ora affrontiamo i problemi della riduzione dei costi della politica infliggendoci e infliggendo al Parlamento e alle Regioni la riduzione del numero dei parlamentari. Dentro questo operare c'è anche qualche intima contraddizione: rilevo, di passaggio, che la Sardegna, che ha la metà degli abitanti della Toscana, ha un numero di consiglieri superiore a quelli della Toscana. Ma non mi voglio mettere a fare la gara e non penso che la Toscana sia la sede delle virtù. Nell'intervento del senatore Sanna ho apprezzato anche l'accenno al fatto che, in Sardegna, una parte della rappresentanza deve coprire i territori poco abitati: da geografo, apprezzo moltissimo questa notazione. Quindi, non ne faccio una questione di numeri: ne faccio una questione di logica.

Mi chiedo ora (anche se, in qualità di componente della Commissione affari costituzionali, avrei dovuto chiedermelo prima): la riduzione del numero dei consiglieri regionali e dei rappresentanti parlamentari rappresenta davvero la risposta alla domanda che la società ci pone in termini di riduzione dei costi della politica? Perché - non possiamo tacerlo tra di noi - stiamo agendo, più o meno consapevolmente (immagino consapevolmente, in quest'Aula), per ridurre i costi della politica sotto la formidabile pressione di un'opinione pubblica che non ci stima più. Questo è l'elemento essenziale: il popolo ci guarda e ci critica. I nostri stessi elettori ci guardano e ci criticano; non sono soddisfatti di noi. Noi sappiamo di non soddisfarli: dentro di noi c'è un rosichio interno di autocritica che ci fa dire che non siamo all'altezza. In questo non essere all'altezza arriva come una spada la scelta di ridurre il numero dei rappresentanti. È una scelta che dobbiamo fare.

Tra l'altro, faccio parte di un Gruppo che fa la proposta più tagliente di tutte; quindi, in un certo senso, sto parlando contro me stesso. Il nostro partito propone il taglio più di tutti gli altri. Non posso, però, tacere a me stesso un senso di misurata insoddisfazione proprio nel momento in cui ci illudiamo di affrontare la riduzione dei costi della politica con la riduzione di noi stessi. Va fatto: è, ormai, una di quelle cose che vanno fatte, perché se non la facciamo andiamo fuori misura rispetto al senso comune dell'opinione pubblica. In realtà, dovremmo però domandarci quali sono i fattori che incrinano la dignità degli eletti. Penso, tanto per andare dritto al punto, che la dignità degli eletti, oltre ad essere il prodotto della statura personale di ognuno di noi, è il prodotto di una legge elettorale: se la legge elettorale è di pessima qualità, la peggiore che sia mai esistita nella storia della Repubblica, non possiamo stupirci, poi, se il cittadino individua in noi dei rappresentanti poco significativi, poco incisivi, poco convincenti. La nostra dignità di eletti è lesa in modo ontologico dalla pessima qualità della legge elettorale. Se si dovesse compiere uno sforzo vero, mirato allo scopo di riparare questo deficit, si dovrebbe prima di tutto realizzare una nuova legge elettorale giusta. Al riguardo mi taccio, perché il dibattito sarà svolto in un altro momento.

La questione dell'efficacia del taglio dei rappresentanti trova di fronte anche un altro termine di confronto. Noi sappiamo tutti benissimo che i costi della politica, i maggiori, i più dispersivi, i più dissipatori non stanno negli emolumenti degli eletti, né delle Regioni, né del Parlamento. C'è una massa infernale di ricchezza sociale che viene dissipata quotidianamente in altri modi, in altre forme e su cui noi ci tratteniamo; il nostro polso esita a prendere la penna nel toccare questo argomento, e non lo facciamo. I soldi ai partiti: perché dobbiamo ricevere come rimborso spese da cinque a sei volte di più di quello che noi, per lo meno nominalmente, spendiamo come partiti? Perché il partito devo figurare ormai come un protagonista della vita economica: il partito imprenditore che deve elaborare e gestire un suo tesoretto (tesorone, a seconda dei casi).

C'è poi un altro elemento che è ancor più pervasivo ed insidioso, ed è l'allargamento ormai all'infinito del tessuto che tiene insieme i partiti, l'arte dell'amministrazione e l'arte della gestione degli affari: la gestione del territorio, le questioni urbanistiche, la moltiplicazione di una ricchezza finta, come la continua produzione di case e capannoni che non servono ormai più a nulla, perché la nostra industria se ne va via a cercare paradisi di lavoro a basso costo. Se andate in una qualsiasi zona industriale troverete distese infinite di capannoni con su scritto «vendesi» o «affittasi». Non ci fanno più nulla dentro quei capannoni e nelle infinite case che produciamo e con cui imbrattiamo il nostro territorio e, spesso, il nostro paesaggio migliore, non ci va a stare nessuno, perché sono cespiti da mettere a frutto come fossero titoli bancari o finanziari. Qui sta la ciccia - se mi permettete questo termine volgare - della ricchezza sociale dissipata dalla politica.

Come componente del Gruppo parlamentare dell'Italia dei Valori sono tenuto a sollecitare da parte di quest'Aula l'esame dell'atto Senato n. 1587, in cui il nostro Gruppo propone, con una notevole radicalità, la prassi del taglio degli eletti a vario titolo nelle varie assemblee elettive. Non posso però tacere a me stesso, né farlo di fronte a voi, che questa pratica contiene in sé qualcosa di elusivo: noi tocchiamo il meno per non toccare il più.

È con questa considerazione che concludo il mio intervento. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Sanna e Sanciu).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Molinari. Ne ha facoltà.

MOLINARI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, esprimo vivo apprezzamento per i contenuti dei disegni di legge costituzionale alla nostra attenzione.

Tre delle cinque Regioni a Statuto speciale hanno espresso un orientamento di sobrietà e di qualità istituzionale che il Senato della Repubblica, tramite il lavoro della 1a Commissione permanente, ha positivamente valutato, e ora si accinge ad approvare.

Come ha correttamente segnalato all'Aula il relatore Saro, e come ha argomentato il senatore Pastore, è ora tempo che anche le altre due autonomie speciali, quella del Trentino-Alto Adige/Südtirol e quella della Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, si muovano in senso analogo.

Per questo auspico che la 1a Commissione permanente si muova nel senso indicato dai relatori di un ulteriore confronto con i rappresentanti istituzionali di quelle due autonomie speciali. Ritengo infatti che l'esemplarità delle autonomie speciali passi, anzitutto, dalla consapevole responsabilità politica ed istituzionale nella definizione della rappresentanza e della partecipazione democratica e che, nel caso specifico, occorra garantire un equilibrio tra le dimensioni delle assemblee legislative delle diverse autonomie speciali riconosciute dalla Costituzione repubblicana. (Applausi del senatore Pegorer).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bodega. Ne ha facoltà.

BODEGA (Misto). Signor Presidente, non possiamo che accogliere con favore la decisione di operare una qualche riduzione del numero dei consiglieri delle Assemblee regionali di Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Tale scelta appare persino tardiva, poiché necessaria ben al di là delle ristrettezze causate dalla crisi internazionale e dai pasticci di questo Governo.

La necessità dei provvedimenti in oggetto infatti risiede soprattutto nel dovere di porre fine ad incongruenze protrattesi troppo a lungo nel tempo. Difficile capire perché alla Sicilia, con i suoi cinque milioni di abitanti, spettassero 90 consiglieri regionali, a fronte degli 80 della Lombardia che ha una popolazione doppia. Lo stesso discorso vale per la Sardegna che, bontà sua, si era accontentata di attestarsi sul numero dei rappresentanti lombardi. Ora la Sicilia passerà da 90 a 70 consiglieri, la Sardegna da 80 a 60 e il Friuli-Venezia Giulia da 59 a 48. Si prospetta, dunque, una situazione un po' più ragionevole, frutto di provvedimenti che, essenzialmente motivati dall'esigenza di risparmio nella situazione economica attuale, si accostano finalmente a minimali criteri di equità.

Nessuno con questo sottovaluta l'opportunità del risparmio che deriverà dal ridimensionamento numerico dei rappresentanti politici. In tale prospettiva, tuttavia, il taglio del numero degli amministratori non costituisce di per sé garanzia di una gestione più conveniente e più morigerata: a tal fine conta piuttosto la qualità, l'onestà, il senso di responsabilità del personale politico. Il divario maggiore tra Regioni, colleghi senatori, non consiste certamente nella pure ingiustificata discrepanza degli organici consiliari, bensì nell'abisso di denaro pubblico sperperato che separa Regioni virtuose e Regioni parassitarie.

Oggi, con impareggiabile fariseismo, si addita al disprezzo generale la figura dell'evasore, dimenticando che l'evasione fiscale è il frutto di una insostenibile pressione tributaria finalizzata allo sperpero amministrativo e burocratico, nonché agli onerosi servigi resi dalla politica alle lobby finanziarie più o meno transnazionali, più o meno occulte. In questo clima di fondamentalismo fiscale abbiamo assistito - mi sia consentito questo termine - alla fatwa del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contro gli evasori: una scomunica presidenziale fulminata indistintamente per il disonesto che occulta il motoscafo fuoribordo e per il povero diavolo reo di dimenticare qualche scontrino per non chiudere bottega.

Che ne direbbe un Presidente della Repubblica degno di stima quale fu Luigi Einaudi? Egli, autentico statista ed economista insigne ma, soprattutto, sincero democratico, non esitò un attimo a schierarsi dalla parte del popolo nell'eterno conflitto italiano tra contribuente vessato e fisco iniquo: «La frode fiscale» - osservò - «non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l'unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco».

Ebbene, all'epoca in cui Luigi Einaudi scrisse sul «Corriere della Sera» il suo onesto ammonimento, la pressione fiscale era al 25 per cento. Oggi supera il 47 per cento del PIL.

Mi si perdoni questa breve digressione, ma chi ha orecchie per intendere avrà già inteso dove voglio arrivare. Ben venga l'eliminazione di qualche decina di stipendi politici, ma tutto ciò di per sè non allenterà - ripeto non allenterà - di un centesimo il cappio tributario intorno al collo dei cittadini. Quelle che il presidente Einaudi chiamava esorbitanze fiscali resteranno tali se, al di là di estemporanei e propagandistici interventi, non si giungerà alla reale riduzione dei costi della politica e della cosa pubblica, che solo il federalismo può consentire.

I promotori dei provvedimenti in esame si appellano - come ho già detto - all'esigenza di risparmio nella situazione economica attuale, alla richiesta di riduzione dei costi della politica proveniente dalla collettività, al senso di responsabilità, alla dignità della politica: alti ideali a cui i colleghi parlamentari avrebbero potuto dare realmente corpo, impegnandosi sino in fondo nella realizzazione della grande riforma che, tra l'altro, consentirebbe l'applicazione dei costi standard per tutte le amministrazioni della Penisola. Al contrario, non avrebbe molto significato tagliare gli stipendi di cinquanta consiglieri regionali e mantenere discrepanze miliardarie nella spesa pubblica tra Regioni efficienti ed altre assai meno virtuose.

Ciò detto, cominciamo ad incassare questo sconticino che la politica di Palazzo concede all'Erario, con la normalizzazione di alcuni Consigli regionali sovradimensionati. Tuttavia, colleghi senatori, riponiamo nel cassetto ogni enfatica espressione sulla riduzione dei costi della politica e sull'efficienza amministrativa che si otterrebbero con la limatina alle Assemblee regionali.

La solo strada foriera - concludo, signor Presidente - del cambiamento autentico sappiamo tutti qual è. Non resterebbe dunque che l'onestà di percorrerla. (Applausi dal Gruppo LNP.Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cabras. Ne ha facoltà.

CABRAS (PD). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi che avete avuto la pazienza di arrivare sino alla fase conclusiva di questa discussione generale, i provvedimenti in esame - come è stato ricordato efficacemente dai relatori - hanno una storia abbastanza recente. Essa origina dopo il provvedimento adottato dal Governo Berlusconi nello scorso mese di agosto, quando si introdusse la riduzione dei Consigli regionali delle Regioni a Statuto ordinario.

Fu proprio immediatamente dopo quella decisione approvata dal Parlamento che fra diversi di noi, parlamentari delle Regioni speciali, e - devo prenderne atto positivamente - anche fra i membri degli stessi Consigli regionali delle Regioni speciali, iniziò una riflessione circa il fatto se fosse lecito, o meglio se fosse opportuno continuare a mantenere una differenza fra le Regioni speciali e le Regioni ordinarie, la quale andasse addirittura a negare quanto era stato deciso per le Regioni a Statuto ordinario.

Penso che la scelta di procedere attraverso le iniziative parlamentari, ma anche attraverso l'iniziativa dei Consigli regionali, sia stata accorta ed abbia guardato al futuro. Certo, con essa non si propone di risolvere il problema della crisi tra la politica e le istituzioni, ma almeno porta un secchiello a questa soluzione, cercando di rappresentare in tal modo soprattutto una volontà - sottolineo - di autoriforma manifestata nei diversi Consigli regionali delle Regioni speciali, che hanno affrontato e formulato le proposte al nostro esame.

Ora, come è emerso nel dibattito, non è stata una discussione facile, perché - come sa chi ha avuto modo di seguirla - questo è il classico argomento sul quale - il collega Bodega ce ne ha appena dato un esempio - si tende a dire che ci vuole ben altro per affrontare e risolvere i problemi dei costi della politica e così via discorrendo. Non ho sentito però il senatore Bodega fare questo intervento quando abbiamo convertito in legge il decreto-legge adottato dal precedente Governo che riduceva i consiglieri regionali delle Regioni a Statuto ordinario. Anzi, l'attenzione a prendere una decisione in quella direzione - ricordo alcune affermazioni dell'allora ministro Calderoli - era molto ferma e molto dura, quasi di minaccia verso le Regioni a Statuto speciale, se non si fossero adeguate a quello che era stato in qualche modo deciso per le Regioni a Statuto ordinario.

Ma, tant'è, capitano degli eventi che portano anche quelli più convinti a cambiare idea, a riscoprire il valore di Einaudi, ricordando che a quel tempo la pressione fiscale era pari al 25 per cento, mentre oggi è pari al 45 per cento, e ovviamente omettendo di dire che i servizi che lo Stato forniva allora erano di gran lunga inferiori a quelli che fornisce oggi, ad esempio nell'università e nella scuola. C'è la scolarizzazione di massa, che a quel tempo non c'era, perché c'era ancora l'analfabetismo nel Sud del Paese. Penso quindi che le statistiche debbano essere fatte confrontando dati che sono confrontabili, non dati che sono come i cavoli e le patate.

Il dibattito che si è sviluppato e che, secondo me, riaffronteremo quando parleremo della riforma costituzionale e della riduzione del numero dei parlamentari è il dibattito sul tema di come si misura oggi la rappresentanza, perché la misura della rappresentanza ovviamente si trascina immediatamente il tema del numero dei rappresentanti. Questo è un tema controverso. Il collega Pardi ci ha dato un esempio di quanto sia difficile che questo argomento trovi una soluzione definitiva, però, occorre contestualizzare la discussione. Non c'è dubbio che oggi il numero dei parlamentari, o dei legislatori, sia nazionali che regionali, si debba misurare con un profondo cambiamento che si è determinato nella società. Viviamo la società dell'informazione e della comunicazione in tempi reali; i cittadini sono in grado di interagire con le istituzioni: questo è uno dei problemi e dei ritardi che noi evidentemente oggi registriamo sul tema della crisi fra la politica e il popolo che deve essere rappresentato dalla politica.

Quindi c'è questo tema, così come c'è il tema di evitare la chiusura in un ambito troppo piccolo e troppo ristretto. Ciascuno pensa che, se rappresenta soltanto il suo paese e se il numero dei rappresentati è piccolo, sia meglio così. Ma questo si trascina dietro una conseguenza inevitabile: è molto più difficile fare sintesi in una situazione complessa come quella di oggi. Io penso che anche in questo caso occorra trovare un punto di equilibrio.

Come sappiamo, sul tema c'è stata una discussione in Commissione (non mi sottraggo dall'affrontare anche questo argomento): una discussione che peraltro, più che sul numero, ha visto alcuni di noi sostenere che forse era meglio correggere ulteriormente le proposte che sono arrivate (in particolare dalla Sardegna) sul numero di consiglieri regionali, mentre altri legittimamente - io rispetto questa posizione - hanno ritenuto che in questo momento fosse più importante adeguarsi alla decisione presa dalle Assemblee regionali. Credo che questo tema non debba essere amplificato più di tanto.

Rimango convinto - avviandomi alla conclusione - che le Regioni a Statuto speciale, che sono - come sappiamo ‑ nell'occhio del ciclone ormai da molti anni, si difendano meglio se si differenziano da quelle ordinarie per le differenze che esistono, non per le differenze che vengono inventate. Allora, come diceva il mio collega Pegorer, che ha fatto una disamina di punti importanti nei quali sono impegnati il Governo e il legislatore friulano (la stessa cosa si può fare per la Sardegna), è difficile spiegare agli stessi abitanti di queste Regioni che, quando la popolazione è di un milione e mezzo di abitanti, il numero di consiglieri regionali può essere del 30 per cento più grande di un'altra Regione che ha esattamente lo stesso numero di abitanti.

Io, con un emendamento presentato in Commissione, che è stato bocciato, devo dire, con il voto determinante dei colleghi della Lega, che parlano in un modo e razzolano in un altro - glielo dirò domani in sede di esame degli emendamenti - ero e sono del parere che la mia Regione avrebbe un rapporto più equilibrato, considerando che poi c'è anche la Giunta, che viene investita di responsabilità di governo, se l'assemblea fosse composta da 55 e non da 60 membri. Però questa rimane una mia posizione, che non sminuisce per nulla il lavoro che è stato svolto dai relatori e da quanti hanno contribuito a determinare la condizione affinché queste leggi vengano approvate.

Aggiungo che c'era un altro disegno di legge, di cui ero primo firmatario, che affrontava il tema di tutte le Regioni a Statuto speciale - per rispondere ad un'osservazione, che ha un suo fondamento, del collega Pastore - che poi in Commissione si è deciso di non associare a questi provvedimenti perché la specificità della Valle d'Aosta e delle due Province autonome di Trento e Bolzano richiedeva una valutazione separata. Anche in quel caso ero rimasto dell'idea che sarebbe stato sicuramente meglio in termini di chiarezza per l'opinione generale dei cittadini se tutte le Regioni speciali avessero modificato il loro livello di rappresentanza così come previsto per le Regioni a Statuto ordinario. Mi pare però che, stando alle affermazioni del collega Saro, relatore di questo provvedimento, a proposito del lavoro che si svilupperà nei prossimi giorni, niente impedirà di affrontare il tema anche per queste Regioni. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Saro).