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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 710 del 17/04/2012


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale congiunta.

È iscritto a parlare il senatore Vizzini. Ne ha facoltà.

VIZZINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, interverrò brevemente riferendomi in particolare alle questioni riguardanti l'Assemblea regionale siciliana.

Non posso, però, non premettere come il nostro lavoro si sia svolto su un terreno di cooperazione istituzionale tra i Consigli e le Assemblee regionali e il Parlamento nazionale e il suo frutto abbia visto collaborare la Commissione affari costituzionali con le Assemblee legislative a Statuto speciale, i cui Presidenti hanno partecipato, in termini di audizione, ai lavori della nostra Commissione.

Più in particolare, parlando della Sicilia, vorrei dire che non so quando si voterà. La legge dice che la legislatura scade nel 2013; ciò potrebbe non avvenire. Io mi auguro soltanto che sia la politica a decidere il tempo della votazione, se non dovesse coincidere con la fine naturale della legislatura. Dico però che l'Assemblea regionale siciliana si è comportata molto responsabilmente nei confronti di questo problema e che ha provveduto con una propria «legge voto», che è stata discussa ed approvata a larghissima maggioranza, se non all'unanimità, alla riduzione del numero dei parlamentari, attualmente stabiliti in 90, per portarlo a 70.

Il numero di 70 risponde all'esigenza di diminuire i costi della politica riferiti all'Assemblea regionale siciliana e di garantire una migliore funzionalità dell'organo, senza togliere un buon grado di rappresentatività, che deve tener conto del fatto che un'assemblea prevista da uno Statuto speciale come quella siciliana ha una serie di competenze in modo esclusivo che altre Regioni non hanno. Cito per tutte la competenza esclusiva sulla materia dei beni culturali e quella sulla materia degli enti locali, per non dilungarmi anche sulla struttura di altri organismi dello Stato, che in Sicilia hanno uno sviluppo peculiare, come quello della giustizia amministrativa, proprio per la speciale autonomia. Questo ovviamente comporta, sia a livello di lavoro che di quantità della spesa che viene governata dalla Regione siciliana, impegni diversi rispetto ad altre Regioni.

Tuttavia il risultato raggiunto è buono. Esso ha visto concordare l'Assemblea regionale siciliana, tramite la sua «legge voto», con le proposte che alla fine sono state varate dalla Commissione, ha tenuto in considerazione l'articolazione territoriale particolare della Regione siciliana ed è arrivato ad un rapporto di un deputato regionale ogni 71.000 abitanti circa, il che mi pare un target assolutamente sostenibile.

Cosa dire dunque di questo? Tutto sommato, il dato che emerge è il dato politico. La Sicilia dal 1946, cioè prima ancora della Costituzione della Repubblica italiana, ha uno Statuto di autonomia speciale che ha la caratterizzazione di avere funzionato sempre in un rapporto di tipo pattizio tra lo Stato e la Regione, un rapporto di leale cooperazione istituzionale, nel quale si sono evitate le forzature e si è cercato sempre di operare con il reciproco rispetto e la leale cooperazione. Quello che stiamo discutendo questa sera in Aula è ancora una volta la riprova di tutto questo, giacché, quando cominciammo ad occuparci della questione (la Regione ci avvisò che stavano per varare la «legge voto», che poi fu varata all'unanimità), il presidente dell'Assemblea regionale fu audito in Commissione ed abbiamo lavorato insieme al testo che oggi è all'esame dell'Assemblea.

Quindi, ancora una volta si cambia nel rispetto dell'autonomia, all'interno di un interesse complessivo, quello della migliore funzionalità delle assemblee elettive e del risparmio sui costi della politica; il testo giunge in quest'Aula con il pieno consenso di entrambe le istituzioni che se ne occupano, il Parlamento per un verso e l'Assemblea regionale per l'altro. Credo che, in un momento difficile della vita politica del Paese, questo sia un fatto positivo, che riconosce il radicamento dell'autonomia siciliana e quindi non forza sulle decisioni dell'Assemblea, e questo perché ritiene che siano delle decisioni giuste e condivisibili.

Questo diventa il riconoscimento che l'impianto della specialità, che molti sono spesso portati a pensare di dover distruggere, rappresenta invece un patrimonio del fondamento della nostra Repubblica, in cui le diversità tra le differenti aree devono diventare una ricchezza del Paese.

In questo senso abbiamo operato. Ringrazio i relatori per il lavoro che hanno svolto. Speriamo di avere davvero il tempo di far diventare queste norme operanti per tutte le Regioni e anche per la Regione siciliana, che dovrebbe andare, votando a scadenza naturale, ad elezioni nella primavera del 2013. Speriamo che già da allora ci possa essere un'Assemblea più snella, capace di funzionare, di garantire la rappresentatività e di servire meglio e con un costo minore gli interessi della collettività siciliana. (Applausi dei senatori Sanna e Saro).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pegorer. Ne ha facoltà.

*PEGORER (PD). Signor Presidente, intervengo, in particolare, sul disegno di legge costituzionale n. 3057, che intende apportare una modificazione all'articolo 13 della legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, recante lo Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia.

Anche questo provvedimento, ai pari degli altri oggi in discussione, rientra in una strategia complessiva di razionalizzazione numerica delle assemblee legislative della nostra Repubblica, per renderle altresì più efficienti. Una riforma che nelle prossime settimane auspico possa riguardare lo stesso Parlamento. Non ci sfugge, infatti, il delicato momento storico che stiamo vivendo in Italia. Una occasione, questa, che ci deve spingere a trovare il giusto equilibrio tra una legittima esigenza di riduzione dei costi (anche attraverso un taglio sostanziale di soggetti e organismi istituzionali e una riduzione numerica della composizione degli organi istituzionali) e una indispensabile adeguatezza della rappresentanza popolare e democratica nelle sedi fondamentali dell'esercizio dei poteri pubblici.

Se è giusto e doveroso superare realtà esageratamente ampie è altrettanto cruciale ribadire e rilanciare il valore di una democrazia diffusa, articolata e declinata sul principio basilare del pluralismo dei poteri, unica vera garanzia di partecipazione reale dei cittadini e di giusta proporzione tra centri di potere pubblico e di governo. Da questo punto di vista, mi pare giusto ricordare che nelle stesse democrazie moderne di tradizione occidentale il valore fondante è incardinato nelle assemblee legislative. Non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti, il ruolo e i poteri del Senato e del Congresso sono alla fine determinanti anche in un modello di tipo presidenziale.

Per queste ragioni, una assemblea avente il potere legislativo (il primo fondamentale potere degli ordinamenti statali moderni dopo la rivoluzione illuministica) deve essere numericamente adeguata: ciò è una precondizione di democrazia. Una assemblea legislativa con un numero adeguato di componenti acquista ancor maggior peso e significato se riguarda una entità come la Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.

La specialità di questa Regione, nata quasi cinquant'anni fa, trovava le sue giustificazioni in elementi che, nonostante le grandi svolte storiche avvenute a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, sono ancora determinanti. Un territorio che è crocevia ed incontro (in passato, purtroppo, anche scontro) tra Paesi di lingua e cultura tedesca, di lingua e cultura slava, di lingua e cultura latina. Un territorio composito linguisticamente e culturalmente, ove è presente una minoranza "nazionale" come quella slovena e una tradizione autoctona di grande rilievo come quella friulana, solo per citare le due realtà più forti e significative.

La specialità del Friuli-Venezia Giulia si è consolidata attraverso, non solo alcune importanti esperienze del recente passato, come la gestione della ricostruzione post terremoto del 1976 o la capacità di intraprendere percorsi di integrazione con le popolazioni e i territori confinanti (Carinzia, Slovenia e Croazia), anticipando quanto poi si è andato affermando con l'allargamento dell'Unione Europea, ma anche mediante l'attribuzione - soprattutto negli anni '90 - di alcune strategiche e fondamentali funzioni pubbliche, come la sanità, il trasporto pubblico locale e le autonomie locali.

Ad esempio, la Regione Friuli-Venezia Giulia possiede una potestà legislativa molto ampia in materia di salute, bene primario fondamentale. E in base al sistema vigente, l'intera - sottolineo "intera" - sostenibilità finanziaria della sanità pubblica regionale è a carico del bilancio della Regione stessa, senza ulteriori oneri a carico dello Stato. Simile è la situazione in ordine alle autonomie locali, dove non solo la Regione possiede una potestà legislativa esclusiva nel disciplinare gli ordinamenti locali, ma soprattutto è l'unico soggetto chiamato ad assicurare le risorse ai Comuni e alle Province.

La finanza locale del Friuli-Venezia Giulia è totalmente a carico del bilancio della Regione, a differenza di quanto avviene tuttora in altre Regioni speciali. Dal 1990, inoltre, il Friuli-Venezia Giulia si è fatta carico delle spese relative al trasporto pubblico locale, senza ricevere più alcun contributo dallo Stato.

Come è noto, il finanziamento della Regione si basa sulla compartecipazione del gettito fiscale riscosso nel territorio regionale, e con queste risorse il Consiglio regionale, l'Assemblea legislativa, definisce le politiche, le scelte per la comunità regionale. Sono sufficienti pochi accenni a dati finanziari per comprendere il peso e il rilievo che settori come la sanità, la protezione sociale e le autonomie locali rivestono all'interno del quadro complessivo della finanza regionale del Friuli-Venezia Giulia.

Infatti, su un totale di circa 6 miliardi e 400 milioni di spese effettive totali (senza contare le partite di giro), il bilancio del Friuli-Venezia Giulia per l'anno 2012 destina alla sanità pubblica ed alla protezione sociale, dedotte dalle spese regionali, le quote destinate per spese tecniche, rimborso di mutui e fondi di riserva, oltre il 60 percento dell'intera massa finanziaria. Sono risorse che in altre Regioni vengono coperte in parte da fondi statali. Altrettanto rilevanti sono i numeri del finanziamento al sistema degli enti locali che dal 1997 - in forza delle norme di attuazione dello Statuto speciale - non è più a carico del bilancio statale, ma viene assicurato dal solo bilancio regionale. Esso ammonta a quasi un decimo del complesso delle risorse regionali.

E' di tutta evidenza, quindi, come l'Assemblea legislativa del Friuli-Venezia Giulia sia chiamata a scelte fondamentali per la vita dei cittadini, singoli ed associati, per le imprese e le realtà economiche, assicurando direttamente - attraverso le tasse e i tributi versati proprio dai cittadini e dalle imprese nella Regione stessa - la sostenibilità finanziaria, l'attuazione concreta, la quantità e la qualità dei servizi e la promozione socio-economica della comunità regionale.

Sono queste alcune delle ragioni, signor Presidente, che mi inducono a ritenere adeguato il numero di 48 membri per il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di una possibile composizione che riduce l'attuale di circa il 20 percento, andando incontro alle esigenze di razionalizzazione, mantenendo numericamente un valore confacente ai compiti e alle politiche per cui è destinata l'Assemblea legislativa e rappresentativa del Friuli-Venezia Giulia e che poco fa ho ricordato; una proposta che si differenzia dal testo oggi al nostro esame e che è stata raccolta in un apposito emendamento, sottoscritto da me e da altri colleghi.

Si intende così riproporre, anche all'attenzione dell'Aula, il contenuto del disegno di legge costituzionale n. 2963 - che prevede il numero fisso di 48 consiglieri, non variabile, in relazione alla forma di Governo ed al sistema elettorale prescelto, anziché quello modificabile, a seconda della popolazione, che stante l'attuale popolazione residente, porterebbe a un Consiglio regionale di 50 consiglieri. Questo il contenuto del disegno di legge n. 3057.

L'evoluzione di questi decenni, sia per la composizione del Senato e della Camera, sia per quella di altre Regioni, che ha condotto al superamento del criterio variabile in base alla popolazione per consolidare il criterio di una Assemblea con composizione numericamente fissa, porta a ritenere che anche nel Friuli-Venezia Giulia si debba operare tale scelta. Il futuro Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, composto da 48 componenti, sarà così messo nelle condizioni di rappresentare la complessità delle componenti etniche e linguistiche presenti e assicurare un esercizio all'altezza dei compiti e delle sfide importanti e strategiche sottese alle funzioni legislative ed amministrative assegnate a questa Regione.

Concludo: una Regione - ricordo a tutti voi - che è e sarà capace di dimostrare in concreto - come sempre ha fatto - l'attualità della propria specialità, il valore positivo del proprio differente assetto dei poteri, utilizzando gli stessi come continuo laboratorio per l'intero Paese lungo la strada del federalismo, che rappresenta un obiettivo, a mio avviso fondamentale per tutta l'Italia. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Saro).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.

PASTORE (PdL). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, questa sera, per una strana coincidenza, ci troviamo ad affrontare due provvedimenti di rilievo costituzionale: la riforma dell'articolo 81, sul quale ho manifestato, ma non da solo, perplessità, pur avendo votato a favore, e adesso la revisione di tre Statuti di Regioni ad autonomia speciale. Non posso negare che altre perplessità mi sento di doverle esprimere su questi tre disegni di legge. Se nel primo caso le perplessità erano di contenuto e non di contesto, in questo caso, invece, avviene esattamente il contrario. Le perplessità sono di contesto e molto meno di contenuto.

Sono disegni di legge molto semplici; hanno la loro ragionevolezza; rappresentano la risposta a una richiesta che viene dall'opinione pubblica per i costi della politica, per la migliore efficienza degli organi elettivi e anche per un'auspicabile migliore qualificazione della classe dirigente elettiva, perché si spera che meno saranno i rappresentanti delle Aule di qualsiasi livello, migliore sarà la loro scelta da parte degli elettori. Però le criticità che voglio sottolineare riguardano l'assoluto isolamento di questi tre testi dal contesto più generale della composizione dei Consigli regionali.

Noi oggi parliamo di tre Regioni a Statuto speciale. Non abbiamo discusso né, tanto meno, approvato testi che riguardino Consigli regionali delle Regioni a Statuto ordinario e ancor meno - i relatori ne hanno dato conto - abbiamo completato questo pacchetto con le altre due Regioni a Statuto speciale, cioè la Valle d'Aosta e il Trentino-Alto Adige. Per cui, non abbiamo una visione complessiva; forse, l'abbiamo all'ingrosso. Una riduzione vicina al 20 per cento è una quota che potremmo rispettare anche in futuro, però la disamina che ha portato a raccogliere questa percentuale di riduzione non ha visto un dibattito che si sia espresso a tutto campo. La prima criticità è la mancanza di una considerazione delle Regioni a Statuto ordinario, e non so in quale sede noi affronteremo questo tema.

Mi auguro che il rigore nell'ammissibilità degli emendamenti da parte del Presidente della Commissione affari costituzionali sul testo di riforma costituzionale sul quale dovremo avviare il dibattito non sia tale da escludere che nel ridurre i parlamentari ci si ponga il problema anche di ridurre i componenti dei Consigli regionali delle altre Regioni che non siano Regioni a Statuto speciale.

Mi rendo conto che il percorso di queste Regioni a Statuto speciale è particolare, non solo perché è previsto, tranne che per il Trentino-Alto Adige, una sorta di colloquio tra Parlamento e Consigli regionali (anche se non si tratta di un colloquio che debba concludersi con un'intesa, perché su questi tre Statuti c'è un accordo sostanziale e sugli altri due questo accordo non c'è), ma anche perché l'approvazione di queste modifiche di collegi costituzionali non è soggetta a referendum e, quindi, noi con la maggioranza assoluta dei votanti potremmo chiudere il percorso di queste modifiche senza referendum. Non è previsto il ricorso al referendum proprio perché si tratta di situazioni molto specifiche che il legislatore costituzionale non ha voluto sottoporre al vaglio di una comunità più ampia che potrebbe anche assolutamente disinteressarsi o essere al di fuori di ogni questione.

Se noi però valutiamo questa vicenda dell'equilibrio tra i vari Consigli regionali, ci rendiamo conto che effettivamente lo squilibrio tra i medesimi è notevole. E mentre apprezzo lo sforzo della Regione Siciliana che, con oltre cinque milioni di abitanti, ha concordato di ridurre i propri consiglieri da 90 a 70 (ricordo peraltro, per inciso, che all'articolo 14 del decreto-legge 13 agosto del 2011, n. 138, il cosiddetto provvedimento Calderoli, la legge ordinaria d'incentivazione, i numeri erano talmente modesti da porre in forse la rappresentatività delle Assemblee delle Regioni più grandi), ritengo che qualche considerazione vada fatta per le altre Regioni interessate.

La Sicilia, con più di 5 milioni di abitanti, passa, come dicevo, da 90 a 70 deputati; il Friuli-Venezia Giulia, con 1.250.000 abitanti, da 62 a 48 consiglieri regionali e la Sardegna, con 1.700.000 abitanti, da 80 a 60 consiglieri regionali. Si vede già che le proporzioni non sono precise, ma così probabilmente non potrebbe mai essere, considerando la specialità propria di queste Regioni per posizione geografica, per composizione e distribuzione delle varie comunità e per la presenza, in questo caso nel solo Friuli, di minoranze linguistiche.

Per il Trentino-Alto Adige e la Valle d'Aosta vorrei sottoporre ai colleghi un punto di domanda e chiedere se forse questa è la vera ragione per cui non c'è stato il consenso delle Regioni. Nella Valle d'Aosta, con meno di 130.000 abitanti, i consiglieri regionali sono 35: numero modesto, ma non se rapportato alla popolazione, visto che corrisponde alla metà di quelli che avrà la Regione siciliana. Nel Trentino-Alto Adige i consiglieri regionali, costituiti dalla somma dei consiglieri delle Province autonome, sono 70; quindi, non modificandone il numero, sarebbero pari a quelli di una Regione come la Sicilia che ha oltre cinque milioni di abitanti.

Credo quindi che vi sia la necessità di mettere in campo da subito e discutere al più presto la revisione degli statuti delle altre Regioni a Statuto speciale e la revisione della norma costituzionale ordinaria che prevede che siano le stesse Regioni ordinarie a determinare il numero dei loro consiglieri. Altrimenti, temo che avremmo reso un pessimo servizio al disegno di legge complessivo, equilibrato e responsabile, e non avremmo inoltre dato alcuna risposta all'opinione pubblica, che, a fronte di una modifica parziale di questi organismi, non guarderebbe al bicchiere mezzo pieno ma al bicchiere mezzo vuoto e lo considererebbe tutto vuoto.

Formulo quindi un invito alle rappresentanze in quest'Aula, ai relatori e al Presidente della Commissione affari costituzionali, perché ci si faccia carico della questione e la si porti a rapida soluzione, in modo che la Camera dei deputati possa votare i testi di tutte le Regioni a Statuto speciale sapendo qual è il criterio che ci ha guidato e che ci guiderà anche per la revisione degli Statuti delle Regioni ordinarie. (Applausi dal Gruppo PdL).