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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 708 del 12/04/2012


MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANTICA (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, a nome del Gruppo del Popolo della Libertà la mia dichiarazione di voto è ovviamente favorevole alla mozione che è oggetto del dibattito di questa mattina. Direi che è una convinzione profonda per molti motivi. Ringrazio il collega Tonini per aver ricordato la passione con cui gli italiani hanno seguito le vicende birmane e il ruolo che abbiamo svolto spesso perché si avviasse un circolo virtuoso all'interno della Birmania, ma se vogliamo aiutare questo Paese e soprattutto aiutare questi bagliori di libertà e di democrazia che sono nati recentemente, credo dobbiamo usare (riprendo ancora una battuta dell'amico Tonini) molta testa, molta razionalità.

La differenza tra Birmania e Myanmar sembra un problema semantico, ma non lo è. Birmania è la terra dei Burma, come la chiamarono gli inglesi, ma i Burma sono poco più del 50 per cento della popolazione di quel Paese; Myanmar è una definizione del 1988, dopo il golpe, ed è stata fortemente voluta dalla Giunta militare per parlare di un Paese nel quale ci sono molte etnie. Voglio qui ricordare i Karen, che hanno combattuto e ancora oggi combattono, anche se pare ci sia un segno di pace, la loro lotta d'indipendenza contro la Giunta birmana. Voglio ricordare gli Shan al Nord, di origine cinese, che hanno preteso una grande autonomia della loro realtà, spalleggiati ovviamente dalla Cina.

Non possiamo dimenticare che c'è un problema molto importante che riguarda la struttura del Myanmar: la compatibilità tra queste etnie che in realtà sono nazioni (hanno storie, culture, lingue anche profondamente diverse) e quindi un primo grande auspicio è che si arrivi a un dialogo tra queste realtà.

Se vogliamo ancora aiutare sul serio il Myanmar, credo che ci dovremmo per lo meno domandarci perché 18 mesi fa da una Giunta militare che fino a quel momento aveva esercitato una forte repressione, una dittatura feroce (voglio ricordare i tanti caduti fra i monaci buddisti che avevano accompagnato le rivolte giovanili; voglio ricordare un aspetto, forse banale, del quale non so se molti sono al corrente, e cioè che a Yangon non girano motorini, che peraltro sono una delle caratteristiche del traffico di tutto il Sud-Est asiatico, perché tre anni fa da un motorino durante una manifestazione del regime partì un insulto verso l'oratore ed allora i militari pensarono che abolendo i motorini avrebbero abolito gli insulti e quindi avrebbero abolito una capacità di manifestazione dell'opposizione) è nato un Governo civile e perché hanno voluto avviare un processo che ha portato la Signora, come a me piace chiamarla, perché così è chiamata dai cittadini del Myanmar, fino al suo ingresso in Parlamento insieme a 42 colleghi di partito. Probabilmente, dobbiamo ricondurre il Myanmar nella realtà nella quale vive, in quel Sud-Est asiatico in cui sono nate alcune tigri asiatiche nuove. Penso al Vietnam, penso alla Cambogia, penso alla stessa Thailandia, Paesi che vivono esperienze diverse dal punto di vista politico: Vietnam e Cambogia certamente hanno un modello cinese (voglio ricordare che in Cambogia al Governo vi è Hun Sen dal 1978: si tratta di un periodo più lungo di quello di Gheddafi in Libia, tanto per fare un paragone con una realtà a noi vicina). Forse non è all'origine una transizione verso la democrazia nell'ottica dei militari. Infatti, è ovvio che le ricchezze che ci sono nel Myanmar, che non sono solo il legno e le pietre preziose ma soprattutto il gas e il petrolio, non possono essere sviluppate in assenza di un'apertura al mondo occidentale e della capacità di dialogare con le grandi imprese in grado di sfruttare quei giacimenti. Probabilmente vi è anche la convinzione che una certa autonomia economica dalla Cina debba essere in qualche modo realizzata dal Myanmar, tenendo conto che le sanzioni - di cui si è molto parlato - hanno in quella realtà un valore eminentemente politico: non posso dimenticare che il 95 per cento dell'interscambio del Myanmar avviene con i Paesi confinanti, dalla Cina alla Thailandia, e quindi nella sostanza le sanzioni, dal punto di vista economico, non hanno certamente modificato l'atteggiamento da parte della Giunta militare. Quindi, non è una transizione voluta verso la democrazia, ma è certamente una transizione voluta verso un mercato libero, verso uno sviluppo economico di stampo occidentale, se vogliamo dare una definizione di questo tipo.

L'ambizione è creare una nuova tigre asiatica, probabilmente inseguendo un modello di stampo cinese. Ma noi sappiamo - di qui la novità che dobbiamo saper cogliere - che più libertà diamo all' economia, più inseriamo elementi di libertà economica e maggiormente necessaria è la libertà nella società civile, la speranza cioè che vi sia un incontro fra queste due ambizioni, fino a realizzare un sistema in cui la libertà di mercato coincida con la libertà civile.

Questa è la grande opportunità che la Signora ha saputo certamente cogliere. Appartiene a una cultura profondamente diversa dalla nostra. Non so quanti riescano a immaginare, in un sistema diverso di una cultura diversa, la persecuzione morale a cui è stata sottoposta la Signora con gli arresti domiciliari, durati molti anni, e con i tentativi ogni volta di rinnovarli per protrarre questa tortura, nella speranza evidentemente che a livello personale - la morte del marito, i figli in Inghilterra, la sua stessa appartenenza a una cultura britannica - venisse spinta a cedere le armi e a lasciare la Birmania.

Ma là si manifesta la grandezza di questo grande personaggio politico a cui è stato conferito il premio Nobel. È la storia di una realtà umana e politica, una grande storia che fa parte del XXI secolo, che ci dice che è in atto in realtà un grande compromesso tra chi propugna una libertà economica, nella speranza di governare lo sviluppo economico e quindi di mantenere un'oligarchia capace di gestire la nuova realtà, e chi, sapendo che la società civile comunque avrà possibilità di libertà diverse, lavora per costruire nel tempo, con gradualità, l'opportunità di trasformarsi da opposizione parlamentare, ovviamente consentita (43 parlamentari non sono un piccolo nucleo), a maggioranza al fine di modificare le istituzioni.

Questo è il passaggio estremamente delicato, sul quale credo che l'incontro di ieri sia la testimonianza di questo grande compromesso politico, di rilevante livello politico che è in atto fra il presidente Sein e la Signora.

Dobbiamo cercare di cogliere questo senso di libertà, questa aspirazione alla libertà che esiste in quel Paese e aiutarlo a risolvere alcuni problemi pratici. Voglio ricordare che nel 1947 proprio il generale Aung San, cioè il padre della Signora, indisse una grande conferenza fra tutte le minoranze etniche del Myanmar, proprio perché aveva capito che quel Paese aveva bisogno di una convivenza pacifica di tutte le tribù.

Credo occorrerà spingere perché qualcosa di simile possa avvenire oggi in questo clima di compromesso, per recuperare alcune aree del Paese, per diminuire il peso dell'oppressione militare che si alimenta e si autoalimenta evidentemente con la repressione interna. Occorrerà poi lavorare perché l'opposizione nata in Parlamento, nei tempi che il partito rappresentato dalla figura di San Suu Kyi ha dato e si è data, senza accelerare temporalmente le elezioni, costruisca una nuova realtà fino al momento in cui si misurerà la capacità di chi pensa solo allo sviluppo economico e di chi pensa invece allo sviluppo della democrazia in quel Paese.

A questo proposito, penso che a fine aprile il nostro Ministro degli affari esteri avrà una grande occasione. Occorre aiutare anche lo sviluppo economico del Myanmar. Voglio ricordare che nel Myanmar non esiste un trattore che lavori nei campi e vi sono livelli di arretratezza che per noi sono quasi inconcepibili. È un Paese nel quale, per esempio, le strade non sono mai state utilizzate come strumento di collegamento. Nel Myanmar si viaggia benissimo in aereo ma le strade sono difficili da percorrere, e questo è il risultato di una scelta voluta di un Paese che non comunica e viene mantenuto isolato. Quindi il Myanmar ha bisogno di grandi infrastrutture, perché anche questo è un modo di creare scambio e opportunità di incontro per il suo popolo. Agli operatori italiani si presenta una grande opportunità di una presenza economica; al contempo, occorre coltivare con la stessa passione con cui le abbiamo seguite fino ad oggi le vicende del Myanmar perché continui questo processo virtuoso.

Credo che sarebbe un errore non accettare questa cultura, questa logica che la Signora ha interpretato e che ha costruito la sua immagine di autorevolezza all'interno del popolo del Myanmar, anche da parte di coloro che forse non la amano, nel senso che pensano che altre debbano essere le soluzioni, ma che comunque vedono in lei un'immagine forte di ciò che può essere la battaglia per la libertà. Cogliamo quindi questo senso di libertà interpretato da San Suu Kyi, dalla Signora, e aiutiamo il Myanmar nella necessaria gradualità di questo passaggio perché questo compromesso si rafforzi e un domani si passi da un'opposizione parlamentare a un Governo parlamentare capace di cambiare le istituzioni in Myanmar. (Applausi dai Gruppi PdL e PD. Congratulazioni).