Ripresa della discussione della mozione n. 545 (testo 2) (ore 11,25)
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, a nome del Governo esprimo un parere fortemente favorevole a questa mozione, e aggiungo, se mi permettete, alcuni commenti.
Il primo è che, a nome del Governo, tengo a ringraziare i firmatari della mozione in esame, che testimonia una volta di più la forte attenzione del Parlamento italiano per i diritti umani. Questo si rivolge a voi tutti, perché siete dietro a questa mozione più che giustificata.
Il secondo è che l'Italia, riguardo alla crisi interna al Myanmar, anche seguendo, come avete menzionato, la lungimirante linea dell'ex inviato speciale dell'Unione europea, che era un italiano, l'onorevole Fassino, ha sempre promosso un dialogo critico, a volte fortemente critico, ma costruttivo con le autorità birmane affinché si potesse continuare a spingere, e il risultato l'abbiamo visto. Abbiamo notato - e lo avete detto - con interesse e apprezzamento le riforme politiche, il dialogo avviato con le opposizioni, il rilascio di numerosi prigionieri politici, anche se non tutti (quindi bisogna lavorare ancora), le discussioni con alcuni dei gruppi etnici (anche su questo bisogna impegnarsi), il positivo svolgimento delle elezioni suppletive. Quindi, l'Italia promuoverà un ulteriore allentamento delle sanzioni dell'Unione europea nella prossima riunione, che avrà luogo a Lussemburgo il 23 di questo mese.
Vorrei annunciarvi e confermarvi - e credo sia esattamente ciò che chiedevate avvenisse - che il ministro Terzi di Sant'Agata sarà nel Myanmar dal 24 al 26 aprile prossimi. In quell'occasione potremo utilizzare i risultati della riunione di Lussemburgo del 23 aprile e rilanciare la cooperazione dell'Italia per la difesa dei diritti umani, includendo Myanmar, come sarebbe giusto, e il suo popolo tra le nostre priorità.
Mi permetto pertanto, se il Presidente me lo concede, di chiedere alla senatrice Soliani, prima firmataria della mozione che sosteniamo, un leggero aggiustamento del testo, aggiungendo alla fine delle motivazioni le seguenti parole: «considerato che il Ministro degli affari esteri è in procinto di recarsi in Myanmar nelle prossime settimane» e premettendo al primo capoverso del dispositivo le seguenti parole: «cogliendo l'opportunità dell'importante visita che il Ministro degli affari esteri si accinge ad effettuare in Myanmar». (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della mozione.
CARLINO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor rappresentante del Governo, le indicazioni contenute nella mozione illustrata trovano nel nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, tutto il supporto e la considerazione che meritano iniziative che impegnano il Governo e lo stesso Stato alla partecipazione attiva e pacifica nei confronti di un Paese che, seppure con mille difficoltà, cerca di far propria una coraggiosa evoluzione democratica.
La Birmania è stata per troppo tempo esclusa dai dibattiti internazionali, unicamente sottoposta al regime di sanzioni causate dall'operato repressivo della dittatura militare. La recente liberazione di Aung San Suu Kyi, seguita dall'ancora più recente partecipazione alle elezioni di questi giorni, ha dinamizzato significativamente lo scenario birmano. Questo impegno lo dobbiamo a lei, all'amore e al coraggio che hanno accompagnato le sue azioni nella lotta volta alla liberazione di un Paese ancora tragicamente sottoposto alla violazione dei più elementari diritti umani. Lo dobbiamo inoltre a tutti quei cittadini che, nonostante il pericoloso clima di repressione, hanno creduto in un impegno democratico, ad un'idea di Nazione che potesse uscire dalla stagnazione fatta di chiusura ermetica verso la comunità internazionale, di restrizioni e limitazioni delle libertà di espressione, di un'idea che non fosse quella suggerita, e in qualche modo imposta, dalle istituzioni sottoposte al severo giudizio e controllo militare.
Pertanto, è inutile dire che si guarda con speranza alle apparenti possibili aperture che potrebbero accompagnare l'esito delle ultime elezioni. Le elezioni in Birmania si sono risolte in un trionfo per la dissidente Aung San Suu Kyi. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, ha ottenuto un grande successo e la leader è stata eletta con l'82 per cento dei voti nel suo seggio. Ma, sebbene si tratti di un significativo fatto storico, è bene tenere presente che si tratta pur sempre di elezioni suppletive, che assegnano solo 45 seggi su 1.160.
L'ascesa di Aung San Suu Kyi potrebbe senz'altro contribuire a scardinare il potere del Presidente e spingere verso un approccio riformatore. L'ingresso di una vera opposizione in Parlamento potrà magari modificare il modo in cui il Paese si avvicinerà all'obiettivo, ma tale risultato rischierà di risolversi con un minimo raggiungimento degli obiettivi preposti se contestualmente non dovesse mutare anche l'approccio del Partito militare in Parlamento. Secondo i migliori auspici, si potrà finalmente incidere sull'elevato tasso di corruzione, sulla difesa dei diritti umani, su un'apertura anche economica che allontani la Birmania dalla situazione passiva in cui versa uno Stato che, nella privazione più totale di ogni partecipazione democratica, sottostà ad un piano decisionale basato su accordi unilaterali e piena esclusione dei cittadini nelle varie fasi di sviluppo del Paese.
È proprio in considerazione delle oggettive difficoltà in cui la comunità birmana si trova ad affrontare il clima di cambiamento che riteniamo vi sia l'assoluta esigenza di una partecipazione internazionale alle varie tappe del processo riformatore.
Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,32)
(Segue CARLINO). Non possiamo tra l'altro dimenticare che la Giunta militare birmana continua a commettere gravissime violazioni dei diritti umani nei confronti del gruppo etnico dei Karen sul confine con la Thailandia con atti che includono esecuzioni extragiudiziarie, lavori forzati e violenze sessuali, e che la Birmania continua ad attuare in modo diffuso e sistematico il reclutamento forzato di bambini soldato.
Il recente coinvolgimento della politica statunitense, attraverso il segretario di Stato Clinton, così come di quella francese, con la visita del Ministro degli esteri, devono innanzitutto significare un effettivo appoggio al cambiamento che si auspica da tutte le parti.
Risulta evidente, dunque, la necessità di sostenere il nuovo scenario con un'azione finalizzata a tre obiettivi: la liberazione dei tanti prigionieri politici, la cessazione delle ostilità nei confronti delle minoranze etniche e l'avvio di un vero dialogo tra Giunta, opposizione e comunità etniche per la gestione della transizione. Per perseguire questi obiettivi l'Unione europea, e singolarmente gli Stati che ne fanno parte, dovranno sviluppare una strategia attiva e propositiva che aumenti gli aiuti umanitari, cooperando in settori sociali cruciali per la popolazione, sostenendo la società civile e incoraggiando il dialogo, non soltanto promuovendo pubblicamente una certa accelerazione del processo democratico, ma sostenendo l'esigenza di giungere alla sospensione delle sanzioni internazionali che gravano sul Paese, alla promozione di iniziative umanitarie e di politiche di cooperazione che difficilmente si scindono da una rapida conversione democratica dell'ordinamento.
È per tutta questa serie di motivi che, a nome del Gruppo parlamentare al quale appartengo, ritengo sia di estrema importanza il coinvolgimento del Governo italiano, attraverso il suo rappresentante per gli esteri, sia in un approccio amichevole che avvicini i due Paesi e fornisca i supporti necessari, sia in risposta ai paralleli interventi statali che chiaramente hanno espresso il proprio favore affinché la Birmania possa tornare ad esercitare un ruolo nella comunità internazionale.
Esprimo la piena condivisione dell'Italia dei Valori delle intenzioni che muovono la presentazione della mozione in discussione, auspicando che l'impegno del Governo si concretizzi in una politica estera che, prima di ogni altro genere di intervento, preveda forme di cooperazione, di scambio bilaterale e di protezione giuridica. Il nostro voto pertanto non può che essere favorevole. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, nel dichiarare oggi il voto favorevole del nostro Gruppo a questa mozione della quale sono onorata di essere anche una delle firmatarie - ringrazio la collega Soliani per questo - colgo l'occasione per ribadire alcuni punti da me già messi in rilievo nel precedente intervento in discussione generale. In particolare, vorrei sottolineare quanto sia importante che il nostro Paese metta in gioco tutto il proprio peso e la credibilità recuperata in questi mesi sulla scena internazionale affinché il processo di instaurazione della democrazia e dello Stato di diritto sia accelerato e consolidato in Myanmar.
Certamente, il risultato di queste elezioni suppletive è un segnale importante e preciso della volontà popolare sul loro futuro, del consenso del Paese nei confronti di Aung San Suu Kyi e, di riflesso, quindi, della perdita di consenso dell'attuale Governo dei colonnelli di Myanmar, ma gli scenari non sono ancora decisi, molte cose possono ancora accadere, come dicevo, e questo dipende molto anche dalle scelte che farà il regime birmano al potere. Quelle stesse scelte, però, dipendono anche dall'atteggiamento e dalla pressione che tutta la diplomazia, la politica e la comunità internazionali saranno capaci di esercitare.
È fondamentale che si proceda in direzione dei diritti civili, ancor più di quanto abbiamo fatto fino ad ora, e il segnale più importante in questo senso sarebbe la liberazione di tanti prigionieri ancora detenuti per motivi politici.
Il capitolo delle sanzioni, già ricordato da alcuni miei colleghi, è molto rilevante in questo contesto e si spera di potere arrivare ad una loro sospensione, anche se ciò deve avvenire in un quadro di accelerazione del processo democratico in Myanmar, perché le sanzioni, ricordiamocelo sempre, in un modo o nell'altro finiscono sempre per colpire per molti versi anche la popolazione birmana.
Molti sono i Paesi di primo piano che sulla scena diplomatica internazionale hanno voluto prendere una chiara posizione sul Myanmar, esprimendosi con favore in merito ai cambiamenti in atto nel Paese e su una prospettiva di democrazia. Voglio ricordare in proposito il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che, come avete visto su tutte le tv mondiali, è già stata in visita ufficiale ed ha incontrato Aung San Suu Kyi. Si è trattato della prima visita ufficiale di un Segretario di Stato americano nel Myanmar dal 1955, durante la quale la Clinton avrebbe anticipato la possibilità di ristabilire un ambasciatore americano in Birmania. Non è un fatto di poco conto; dovremo fare attenzione a tutto questo perché è molto importante e dà l'idea del livello di impegno degli Stati Uniti. Non solo, alla visita della Clinton hanno fatto immediatamente seguito altre importanti visite ufficiali, quella del ministro degli esteri francese Juppé e di quello britannico. Quindi, come anche dicevamo prima con il Sottosegretario, anche il nostro Ministro degli affari esteri e esponenti del nostro Ministero dovrebbero quanto prima recarsi in visita ufficiale nel Myanmar, per palesare ancor di più la posizione europea in merito alle prospettive democratiche e per instaurare e rafforzare un proficuo rapporto di cooperazione, in campo economico, sociale e culturale, in un Paese, ricorderete tutti, di oltre 50 milioni di abitanti, quasi come l'Italia, che in futuro potrà rivestire un ruolo di primaria importanza in tutta la regione.
Dichiaro pertanto il voto favorevole del Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PD).
SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, la mozione che ci troviamo ad esaminare oggi sulle riforme democratiche in Birmania/Myanmar tratta un argomento di estrema attualità e la recente evoluzione del quadro politico della Birmania ne è una chiara conferma.
La senatrice Soliani ha affermato che questa mozione incrocia la storia: è proprio così.
La Birmania/Myanmar è posta in una posizione strategica dell'Asia sud orientale: essa confina con Cina, India, Laos e Thailandia ed è grande circa il doppio dell'Italia; la sua popolazione è composta da un diversificato numero di gruppi etnici. Dal punto di vista strettamente economico, invece, il Paese è una delle Nazioni più povere del mondo, a causa delle politiche economiche portate avanti dal regime, ma il suo territorio è ricco di materie prime (come petrolio, gas e gemme preziose) e un altro settore importante è quello della silvicoltura. Ho fatto questa descrizione estremamente sintetica solo per sottolineare la posizione strategica del Paese, la composizione della sua popolazione e l'influenza di queste due condizioni sulla storia politica della Birmania degli ultimi 60 anni.
La storia democratica di questo Paese è una storia breve: fondata nel 1948, la Repubblica birmana dovette arrendersi al primo colpo di stato militare nel 1962. Da allora sono cambiati gli attori, ma la trama è rimasta la stessa fino all'elezione, il 4 febbraio 2011, del primo Presidente civile, l'ex generale ed ex primo ministro Thein Sein.
Sul regime che dal 4 febbraio regge il Paese, le ombre sul livello di democrazia e partecipazione e sul rispetto delle libertà individuali sono sicuramente maggiori delle luci, ma è un dato di fatto che con l'elezione di questo Presidente si siano verificate aperture fino a poco tempo fa impensabili: la liberazione dei prigionieri politici, l'allentamento della censura per i media, la legalizzazione della Lega nazionale per la democrazia e il rilascio della leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi, figlia dell'ex Vice Presidente del primo Consiglio esecutivo della Birmania indipendente e premio Nobel per la pace nel 1991. Alle recenti elezioni del 2 aprile, come altri hanno già ricordato, la Lega nazionale per la democrazia ha ottenuto il suo trionfo, conquistando, tra l'altro, l'elezione parlamentare della stessa Aung San Suu Kyi, che l'8 aprile ha già potuto vedere i ribelli della minoranza in un incontro ricco di significati soprattutto dal punto di vista simbolico.
Onorevoli colleghi, non possiamo pertanto che condividere i contenuti di questa mozione, cui desidero aggiungere la mia firma, affinché l'Italia intensifichi gli scambi diplomatici e i rapporti politici con la Birmania/Myanmar; il nostro Paese sostenga, soprattutto presso le autorità di questo Stato, la necessità del consolidamento e dell'accelerazione del processo democratico e l'affermazione di un vero Stato di diritto; si promuova in tutte le sedi internazionali e comunitarie il sostegno al dialogo tra le diverse componenti della società birmana e si favoriscano iniziative di aiuto umanitario e politiche di cooperazione economica, sociale e culturale.
Il nostro Gruppo ritiene, però, che sia necessario anche attenuare il regime di sanzioni imposto dagli Stati Uniti e dall'Unione europea nei confronti della Birmania in seguito a queste prime, sostanziali riforme e in seguito ad un eventuale e successivo miglioramento delle qualità della vita dei cittadini e delle loro condizioni lavorative (penso, ad esempio, al permesso di costituire sindacati autonomi dei lavoratori). Ci appelliamo, pertanto, al Ministro degli affari esteri, affinché si adoperi per l'abolizione delle sanzioni allo Stato asiatico, sulla scia di quanto già annunciato anche dagli Stati Uniti, promuovendo, però, contestualmente, un'azione diplomatica volta a migliorare i nostri rapporti con il Governo e con l'opposizione, per fare di questo Paese asiatico un grande partner turistico e commerciale del nostro Paese.
La Birmania/Myanmar, dal punto di vista del rispetto dei diritti civili dei suoi cittadini, non si allontana di molto dalla condizione, ad esempio, dei cittadini della vicina Repubblica popolare cinese. Nei confronti della Cina, però, non è in vigore un atteggiamento sanzionatorio ugualmente restrittivo, anche perché la Cina rappresenta una potenza economica con cui l'Occidente deve fare i conti.
Non è un caso, infatti, che proprio Aung San Suu Kyi sia stata la prima a sottolineare l'importanza della creazione di nuovi posti di lavoro per il suo popolo. E non è un caso che l'attuale Presidente abbia dato il via alla sua attività riformatrice con l'intento, seppur non esplicito, di ottenere un miglioramento dei rapporti internazionali della Birmania/Myanmar con i Paesi occidentali, al fine di riuscire a liberarsi dall'abbraccio della vicina Repubblica popolare cinese di cui abbiamo parlato. Le sanzioni occidentali, infatti, hanno lasciato finora campo libero soltanto agli investimenti cinesi, che sono arrivati a circa il 70 per cento.
Con le elezioni politiche, che hanno permesso alla storica leader Aung San Suu Kyi dell'opposizione di entrare in Parlamento, e con la recente riforma del sistema valutario, il Paese ha fatto dei notevoli passi in avanti verso il suo reintegro nella comunità internazionale. Incuneato tra due economie strategiche, quelle della Cina e dell'India, caratterizzato da un potenziale interno di 64 milioni di abitanti e da una manodopera giovane e a basso costo, ricchissimo di risorse naturali, il Myanmar è un appetibile partner commerciale, soprattutto per noi. Ci sarà però da vincere la concorrenza di India, Thailandia, Corea del Sud ma soprattutto quella della Cina. Tuttavia, ad oggi, il Myanmar non pare avere le capacità istituzionali per assorbire grandi flussi di investimenti che rischiano di incoraggiare il clientelismo e la corruzione anziché lo sviluppo, come purtroppo è accaduto in Cambogia dopo il crollo del regime; basti pensare che la corruzione nel settore pubblico risulta la peggiore al mondo, seconda solo a quella della Corea del Nord e della Somalia.
Come abbiamo detto, però, non si possono sottovalutare gli evidenti sforzi dell'attuale Presidente, a cominciare dalla riforma del sistema valutario. Il programma di liberalizzazioni del Governo prevede pure misure per permettere agli investitori stranieri l'affitto della terra, il rimpatrio dei profitti realizzati e l'importazione di manodopera qualificata, a cui si aggiungono le anticipate riforme finanziarie e bancarie, nonché gli sconti fiscali per gli investitori stranieri.
Mi rivolgo dunque, a nome del mio Gruppo, al Governo e al Ministro degli affari esteri perché nella prossima visita ufficiale che farà a breve nello Stato asiatico possa farsi portavoce di questo duplice messaggio. Per il nostro Paese, signor Sottosegretario, è fondamentale che la Birmania s'impegni concretamente e con maggior intensità nel processo di riforme democratiche già avviate e nel percorso di apertura al rispetto delle libertà dei singoli in campo politico, sociale ed economico. Ricordiamo, infatti, che nelle carceri birmane ci sono ancora molti dissidenti e che il 25 per cento dei seggi è riservato all'esercito.
Crediamo tuttavia che l'Europa debba superare le sanzioni economiche, incoraggiando il Governo birmano all'ulteriore liberazione dei prigionieri politici e ad intraprendere la via delle riforme. D'altra parte, auspichiamo pure che il ministro Terzi Di Sant'Agata si faccia portavoce di un'apertura sostanziale dell'Europa e del nostro Paese a rapporti economico-commerciali con la Birmania.
Numerosi leader politici della comunità internazionale hanno espresso un forte apprezzamento, in questi giorni, per il processo di riforme che si è avviato in Myanmar e per la grande partecipazione popolare alle ultime elezioni. La stessa Hillary Clinton ha sottolineato i grandi segnali di apertura alla democrazia che arrivano dal Paese asiatico e David Cameron si recherà in Birmania Myanmar, così come farà il nostro Ministro degli esteri.
Ora tocca a noi, in quest'Aula, approvando la mozione di cui stiamo discutendo, dare un ulteriore segnale d'incoraggiamento e di speranza a questo Paese. Tocca al nostro Governo fare il passo più sostanziale che noi chiediamo. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).
DAVICO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Preliminarmente, signor Presidente, ribadisco, a nome del Gruppo, l'adesione a questa iniziativa parlamentare.
La storia del Myanmar e la sua evoluzione nell'ultimo anno ha colpito il mondo intero. Questo Paese così lontano geograficamente e culturalmente dall'Europa ha vissuto per più di vent'anni sotto il giogo di una dittatura feroce, totalitaria e sprezzante del suo popolo e dei più fondamentali diritti dell'uomo, ma si sta ora sfaldando, pezzo dopo pezzo, senza rivoluzioni, senza interventi cosiddetti umanitari dall'esterno, sotto la forza della protesta fragile e silente di un popolo vessato senza pietà.
Quello della Giunta militare birmana è stato un regime tra i più terribili e tra i più crudeli. L'esempio più clamoroso e incomprensibile per l'opinione pubblica internazionale si è avuto quando si è abbattuto nel 2008 sul Myanmar il ciclone Nargis, arrivato senza che la Giunta prendesse in alcuna considerazione le preventive segnalazioni del Governo indiano per cercare di ridurre al minimo possibile l'impatto devastante di quel tifone, non avvisando le popolazioni interessate e creando, così, colpevolmente, migliaia e migliaia di vittime. La stessa Giunta ha poi impedito alle organizzazioni umanitarie di intervenire per prestare soccorso e ha sequestrato loro fondi e beni per dirottarli alla Giunta stessa e ai suoi accoliti.
In Birmania il lavoro forzato è - possiamo dire da sempre - la normale condizione della popolazione, in stragrande maggioranza contadina; la pulizia etnica è portata avanti sistematicamente nelle regioni abitate da Mon e Karen. La persecuzione religiosa colpisce indistintamente cristiani, musulmani, buddisti. Si calcola che in Myanmar siano tuttora arruolati migliaia di bambini soldato, in un Paese stremato dalla fame ma che arruola il decimo esercito del mondo, con un bilancio per la difesa che rappresenta il 40 per cento della spesa nazionale, del 28 per cento più alto della spesa per istruzione e sanità.
Secondo i dati dell'UNICEF, il 10 per cento dei bambini birmani non arriva ai cinque anni. Il 95 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e il PIL pro capite è meno della metà di quelli del Bangladesh o della Cambogia.
Nel maggio 2008, all'indomani delle devastazioni del ciclone, la Giunta, anziché l'assistenza alle vittime, ha posto in atto un referendum farsa per costringere il popolo birmano a votare per una Costituzione pensata appositamente per garantire il potere ai militari anche per il futuro. In questo contesto, durato ininterrottamente dal 1988 ad oggi, è tuttavia sopravvissuta, rafforzandosi, una opposizione vera, seria, non violenta e costruttiva, che ha continuato la sua opera senza mai cedere alla violenza, senza invocare interventi armati internazionali, pagando la propria opposizione con una persecuzione terribile, con migliaia di condanne per gli oppositori politici ad una carcerazione che in Birmania significa condizioni di vita al limite della sopravvivenza.
Gli eventi dell'ultimo mese, che hanno visto la liberazione di Aung San Suu Kyi e la partecipazione del suo partito ad elezioni suppletive che hanno sancito un plebiscito per il partito d'opposizione e che sono state salutate con ottimismo a livello mediatico ed internazionale, non devono farci credere che tutto si avvierà naturalmente verso il lieto fine, non devono farci abbassare la guardia. Di per sé, i fatti hanno un significato morale e politico importantissimo: la dittatura, spinta effettivamente anche da uno sforzo internazionale unanime attraverso condanne e atti di denuncia, da un embargo fortemente penalizzante, ma soprattutto dalla tenacia della resistenza del popolo birmano e dalla sua leader di opposizione, ha dovuto cedere in maniera clamorosa rispetto alle sue posizioni del recente passato, concedendo uno spiraglio democratico. Resta, però, uno spiraglio: si tratta di meno del 10 per cento dei seggi del Parlamento, solo una "pezza" in un sistema totalmente antidemocratico ed al momento senza riscontri concreti sulla vita della popolazione.
Condividiamo quindi l'opportunità di questa mozione e gli impegni che si chiedono al Governo, specificando semmai che essi devono essere intesi come imprescindibili l'uno dall'altro: purtroppo, in un contesto come quello birmano, la cooperazione e l'aiuto umanitario, da soli, rischierebbero di essere controproducenti, finendo dirottati a favore degli interessi della Giunta e contribuendo a mantenerla, anziché aiutare la popolazione. Dunque, il principale impegno deve essere volto al proseguimento del processo democratico, che - ripeto - è solo all'inizio e che non deve diventare la foglia di fico per rendere presentabile a livello internazionale un sistema che resta colpevole di quotidiane violazioni dei diritti umani. È tuttora dubbio se il regime di sanzioni arrechi davvero danno al regime o sia solo uno sproporzionato strazio per i birmani, ma è chiaro che a questo punto il superamento dell'embargo può essere definito solo di pari passo al consolidamento dello Stato di diritto, per non rendere crudelmente inutili i sacrifici fino ad ora sostenuti dal quel popolo.
TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, come si evince da una rapida lettura delle firme in calce alla mozione n. 545 (testo 3), in gran parte appartenenti al Gruppo del Partito Democratico (anche se poi tutti i Gruppi hanno opportunamente dato il loro contributo), il Gruppo PD voterà con grande convinzione a favore di questa mozione. Ringraziamo innanzitutto la senatrice Soliani per essersi fatta promotrice di questa mozione con grande impegno e passione, nonché il Governo, nella persona del sottosegretario De Mistura, per aver espresso parole di convinto sostegno da parte dell'Esecutivo.
Voteremo a favore di questa mozione sulla base di tre argomenti di politica estera, ma innanzitutto per un ulteriore argomento che riguarda la politica come tale, quella con la "P" maiuscola. La mozione al nostro esame mette insieme, come a volte solo la nostra collega Soliani sa fare, il cuore caldo e la testa fredda, che dovrebbero essere le due caratteristiche fondamentali della buona politica. È una mozione dal cuore caldo di indignazione, il sentimento che ci ha accompagnato per tanti anni, guardando alla Birmania: indignazione verso la macchina mostruosa di una Giunta militare che ha calpestato in modo indegno i diritti umani, a cominciare dalla violenza esercitata su Aung San Suu Kyi, meritatamente premio Nobel per la pace nel 1991, simbolo di mitezza e fermezza al tempo stesso per tutti gli uomini e le donne che si battono per la libertà nel mondo. Quindi, cuore caldo di indignazione, ma in questi giorni anche cuore caldo di gioia e soddisfazione nel vedere gli importanti passi avanti realizzati nella lotta per la libertà e la democrazia, e quindi cuore caldo di speranza per ciò che può avvenire in Birmania e in generale nel Sud-Est asiatico nei prossimi mesi o anni. Al tempo stesso, però, occorre testa fredda, perché sappiamo che tanto c'è ancora da fare, e questo tanto può essere realizzato solo se si manterrà forte l'attenzione e la passione sulla questione birmana e se allo stesso tempo saremo capaci, come si è stati capaci sull'esempio di Aung San Suu Kyi, di una giusta considerazione della gradualità nonché di un'apertura al giusto compromesso, perché la politica buona è fatta di grandi passioni e poi di gradualità e compromessi.
Ecco quindi le tre considerazioni rapide di politica estera.
La prima riguarda le buone notizie che arrivano da Myanmar. Proprio ieri, riferiscono le agenzie, Aung San Suu Kyi ha incontrato il presidente Sein, un atto di per sé di straordinaria importanza. Una prigioniera politica - che forse non è stata uccisa solo perché la dittatura non voleva farsi da sola un danno più grave del necessario - tenuta agli arresti domiciliari dopo essere stata cacciata e deposta dal Parlamento dove era stata eletta a furor di popolo, che ha saputo resistere per tanti anni. Ebbene, ieri la vittima si è incontrata con il suo aguzzino, o per lo meno con il simbolo della Giunta che è stata l'aguzzino di questa illustre vittima. La storia ricorda una pagina altrettanto straordinaria, quella di Nelson Mandela che incontra il Presidente sudafricano aprendo una pagina nuova per l'altro straordinario esempio per tutti noi delle lotta contro l'apartheid in Sudafrica. Il 1° aprile si sono tenute le elezioni suppletive in Birmania, che hanno segnato la straordinaria vittoria della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi aprendo una fase nuova, dopo la stagione delle elezioni ambigue del novembre 2010. Anche se ambigue, le elezioni sono sempre e comunque un passo avanti, un segnale di apertura e rinnovamento, ma certamente in quella occasione furono segnate in maniera drammatica dalla persecuzione dei dissidenti politici (più di 2.000 persone sono ancora detenute in Birmania come prigionieri politici) e dall'esclusione brutale di Aung San Suu Kyi dalle elezioni, perché temuta dalla Giunta militare per la sua popolarità. Oggi il cambiamento è evidente, anche se la prudenza naturalmente è d'obbligo. Tanto resta il cammino da fare e dobbiamo andare avanti.
La seconda considerazione che vorrei svolgere è che questo risultato - fatemelo dire - premia l'Italia e l'impegno che il nostro Paese ha messo a servizio della causa birmana, un impegno corale, che ha visto un forte e grande movimento di solidarietà con la battaglia di Aung San Suu Kyi, all'interno del quale i democratici italiani hanno avuto una parte importante, ed è giusto sottolinearlo. In particolare, voglio ricordare che Walter Veltroni, ad esempio, non appena diventato segretario degli allora Democratici di Sinistra, si recò in Birmania per incontrare Aung San Suu Kyi, rompendo l'isolamento dei suoi arresti domiciliari: fu la prima visita all'estero del neosegretario degli allora DS, che scelse proprio la Birmania come simbolo della lotta per la libertà. Voglio ricordare, ancora, il grande impegno del movimento sindacale, in modo particolare della CISL, a sostegno dei sindacati liberi messi fuori legge dal regime, nonché l'impegno dei Radicali, richiamato anche dal collega Perduca, e i tanti documenti parlamentari con i quali in questi anni è stata sostenuta la lotta per la libertà del popolo birmano. C'è poi, ovviamente, l'impegno del grande tessitore, dell'inviato speciale dell'Unione europea, Piero Fassino, che in questi anni ha lavorato con pazienza e discrezione, anche fuori dai riflettori, per costruire la trama di una possibile mediazione politica e diplomatica che portasse alla soluzione del problema birmano. Abbiamo ora davanti a noi la grande opportunità della visita a Yangon nei prossimi giorni del ministro Terzi di Sant'Agata, al quale chiediamo di portare avanti la linea che è stata seguita dal Governo italiano e dalla sua diplomazia (penso al grande lavoro fatto dal nostro ambasciatore in Birmania), una linea di attenzione e di dosaggio tra il "bastone" delle sanzioni, che deve essere tenuto fermo, e, nello stesso tempo, la mano tesa e l'apertura al riconoscimento di tutti i passi concreti che la Birmania vorrà fare per la liberazione dei detenuti politici e per il riconoscimento dei diritti umani, in un cammino vero e forte verso la democrazia.
Infine, consentitemi un'ultima considerazione. Come è noto, la Birmania è un grande Paese asiatico: la collega Contini ne ricordava prima le dimensioni, con una popolazione di 50 milioni di abitanti, mentre la collega Sbarbati ne richiamava l'importanza economica. Parliamo di un Paese che è come un tassello all'interno del mosaico asiatico tra la Thailandia e l'Oceano Indiano, ma, soprattutto, tra l'India e la Cina. Fino a qualche tempo fa si poteva dire che nel contesto asiatico c'era, da una parte, la grande democrazia indiana, la più grande democrazia del mondo, con un miliardo e più di abitanti, che si regge attraverso una faticosa - ma quand'è che la democrazia non è faticosa? - ma straordinaria esperienza democratica, mentre dall'altra c'era il modello cinese, con l'idea che, uscendo dai regimi comunisti, si possa procedere verso il capitalismo, ma non verso la democrazia. In qualche modo il segnale che viene dalla Birmania è che non è detto che questi due modelli debbano per forza confliggere: è possibile che si incontrino sulla via dello sviluppo che si coniuga con la democrazia.
Credo che questo sia un fatto di straordinaria speranza. Dopo la grande speranza della primavera araba, iniziata lo scorso anno (che tutti sappiamo essere faticosa, lunga e per tanti versi dolorosa), abbiamo davanti a noi la prospettiva di una primavera asiatica della democrazia. Ritengo che per questo dobbiamo batterci, in questo dobbiamo sperare ed è per questo che voteremo convintamente a favore della mozione avente come prima firmataria la senatrice Soliani. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Contini e Molinari).
MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, a nome del Gruppo del Popolo della Libertà la mia dichiarazione di voto è ovviamente favorevole alla mozione che è oggetto del dibattito di questa mattina. Direi che è una convinzione profonda per molti motivi. Ringrazio il collega Tonini per aver ricordato la passione con cui gli italiani hanno seguito le vicende birmane e il ruolo che abbiamo svolto spesso perché si avviasse un circolo virtuoso all'interno della Birmania, ma se vogliamo aiutare questo Paese e soprattutto aiutare questi bagliori di libertà e di democrazia che sono nati recentemente, credo dobbiamo usare (riprendo ancora una battuta dell'amico Tonini) molta testa, molta razionalità.
La differenza tra Birmania e Myanmar sembra un problema semantico, ma non lo è. Birmania è la terra dei Burma, come la chiamarono gli inglesi, ma i Burma sono poco più del 50 per cento della popolazione di quel Paese; Myanmar è una definizione del 1988, dopo il golpe, ed è stata fortemente voluta dalla Giunta militare per parlare di un Paese nel quale ci sono molte etnie. Voglio qui ricordare i Karen, che hanno combattuto e ancora oggi combattono, anche se pare ci sia un segno di pace, la loro lotta d'indipendenza contro la Giunta birmana. Voglio ricordare gli Shan al Nord, di origine cinese, che hanno preteso una grande autonomia della loro realtà, spalleggiati ovviamente dalla Cina.
Non possiamo dimenticare che c'è un problema molto importante che riguarda la struttura del Myanmar: la compatibilità tra queste etnie che in realtà sono nazioni (hanno storie, culture, lingue anche profondamente diverse) e quindi un primo grande auspicio è che si arrivi a un dialogo tra queste realtà.
Se vogliamo ancora aiutare sul serio il Myanmar, credo che ci dovremmo per lo meno domandarci perché 18 mesi fa da una Giunta militare che fino a quel momento aveva esercitato una forte repressione, una dittatura feroce (voglio ricordare i tanti caduti fra i monaci buddisti che avevano accompagnato le rivolte giovanili; voglio ricordare un aspetto, forse banale, del quale non so se molti sono al corrente, e cioè che a Yangon non girano motorini, che peraltro sono una delle caratteristiche del traffico di tutto il Sud-Est asiatico, perché tre anni fa da un motorino durante una manifestazione del regime partì un insulto verso l'oratore ed allora i militari pensarono che abolendo i motorini avrebbero abolito gli insulti e quindi avrebbero abolito una capacità di manifestazione dell'opposizione) è nato un Governo civile e perché hanno voluto avviare un processo che ha portato la Signora, come a me piace chiamarla, perché così è chiamata dai cittadini del Myanmar, fino al suo ingresso in Parlamento insieme a 42 colleghi di partito. Probabilmente, dobbiamo ricondurre il Myanmar nella realtà nella quale vive, in quel Sud-Est asiatico in cui sono nate alcune tigri asiatiche nuove. Penso al Vietnam, penso alla Cambogia, penso alla stessa Thailandia, Paesi che vivono esperienze diverse dal punto di vista politico: Vietnam e Cambogia certamente hanno un modello cinese (voglio ricordare che in Cambogia al Governo vi è Hun Sen dal 1978: si tratta di un periodo più lungo di quello di Gheddafi in Libia, tanto per fare un paragone con una realtà a noi vicina). Forse non è all'origine una transizione verso la democrazia nell'ottica dei militari. Infatti, è ovvio che le ricchezze che ci sono nel Myanmar, che non sono solo il legno e le pietre preziose ma soprattutto il gas e il petrolio, non possono essere sviluppate in assenza di un'apertura al mondo occidentale e della capacità di dialogare con le grandi imprese in grado di sfruttare quei giacimenti. Probabilmente vi è anche la convinzione che una certa autonomia economica dalla Cina debba essere in qualche modo realizzata dal Myanmar, tenendo conto che le sanzioni - di cui si è molto parlato - hanno in quella realtà un valore eminentemente politico: non posso dimenticare che il 95 per cento dell'interscambio del Myanmar avviene con i Paesi confinanti, dalla Cina alla Thailandia, e quindi nella sostanza le sanzioni, dal punto di vista economico, non hanno certamente modificato l'atteggiamento da parte della Giunta militare. Quindi, non è una transizione voluta verso la democrazia, ma è certamente una transizione voluta verso un mercato libero, verso uno sviluppo economico di stampo occidentale, se vogliamo dare una definizione di questo tipo.
L'ambizione è creare una nuova tigre asiatica, probabilmente inseguendo un modello di stampo cinese. Ma noi sappiamo - di qui la novità che dobbiamo saper cogliere - che più libertà diamo all' economia, più inseriamo elementi di libertà economica e maggiormente necessaria è la libertà nella società civile, la speranza cioè che vi sia un incontro fra queste due ambizioni, fino a realizzare un sistema in cui la libertà di mercato coincida con la libertà civile.
Questa è la grande opportunità che la Signora ha saputo certamente cogliere. Appartiene a una cultura profondamente diversa dalla nostra. Non so quanti riescano a immaginare, in un sistema diverso di una cultura diversa, la persecuzione morale a cui è stata sottoposta la Signora con gli arresti domiciliari, durati molti anni, e con i tentativi ogni volta di rinnovarli per protrarre questa tortura, nella speranza evidentemente che a livello personale - la morte del marito, i figli in Inghilterra, la sua stessa appartenenza a una cultura britannica - venisse spinta a cedere le armi e a lasciare la Birmania.
Ma là si manifesta la grandezza di questo grande personaggio politico a cui è stato conferito il premio Nobel. È la storia di una realtà umana e politica, una grande storia che fa parte del XXI secolo, che ci dice che è in atto in realtà un grande compromesso tra chi propugna una libertà economica, nella speranza di governare lo sviluppo economico e quindi di mantenere un'oligarchia capace di gestire la nuova realtà, e chi, sapendo che la società civile comunque avrà possibilità di libertà diverse, lavora per costruire nel tempo, con gradualità, l'opportunità di trasformarsi da opposizione parlamentare, ovviamente consentita (43 parlamentari non sono un piccolo nucleo), a maggioranza al fine di modificare le istituzioni.
Questo è il passaggio estremamente delicato, sul quale credo che l'incontro di ieri sia la testimonianza di questo grande compromesso politico, di rilevante livello politico che è in atto fra il presidente Sein e la Signora.
Dobbiamo cercare di cogliere questo senso di libertà, questa aspirazione alla libertà che esiste in quel Paese e aiutarlo a risolvere alcuni problemi pratici. Voglio ricordare che nel 1947 proprio il generale Aung San, cioè il padre della Signora, indisse una grande conferenza fra tutte le minoranze etniche del Myanmar, proprio perché aveva capito che quel Paese aveva bisogno di una convivenza pacifica di tutte le tribù.
Credo occorrerà spingere perché qualcosa di simile possa avvenire oggi in questo clima di compromesso, per recuperare alcune aree del Paese, per diminuire il peso dell'oppressione militare che si alimenta e si autoalimenta evidentemente con la repressione interna. Occorrerà poi lavorare perché l'opposizione nata in Parlamento, nei tempi che il partito rappresentato dalla figura di San Suu Kyi ha dato e si è data, senza accelerare temporalmente le elezioni, costruisca una nuova realtà fino al momento in cui si misurerà la capacità di chi pensa solo allo sviluppo economico e di chi pensa invece allo sviluppo della democrazia in quel Paese.
A questo proposito, penso che a fine aprile il nostro Ministro degli affari esteri avrà una grande occasione. Occorre aiutare anche lo sviluppo economico del Myanmar. Voglio ricordare che nel Myanmar non esiste un trattore che lavori nei campi e vi sono livelli di arretratezza che per noi sono quasi inconcepibili. È un Paese nel quale, per esempio, le strade non sono mai state utilizzate come strumento di collegamento. Nel Myanmar si viaggia benissimo in aereo ma le strade sono difficili da percorrere, e questo è il risultato di una scelta voluta di un Paese che non comunica e viene mantenuto isolato. Quindi il Myanmar ha bisogno di grandi infrastrutture, perché anche questo è un modo di creare scambio e opportunità di incontro per il suo popolo. Agli operatori italiani si presenta una grande opportunità di una presenza economica; al contempo, occorre coltivare con la stessa passione con cui le abbiamo seguite fino ad oggi le vicende del Myanmar perché continui questo processo virtuoso.
Credo che sarebbe un errore non accettare questa cultura, questa logica che la Signora ha interpretato e che ha costruito la sua immagine di autorevolezza all'interno del popolo del Myanmar, anche da parte di coloro che forse non la amano, nel senso che pensano che altre debbano essere le soluzioni, ma che comunque vedono in lei un'immagine forte di ciò che può essere la battaglia per la libertà. Cogliamo quindi questo senso di libertà interpretato da San Suu Kyi, dalla Signora, e aiutiamo il Myanmar nella necessaria gradualità di questo passaggio perché questo compromesso si rafforzi e un domani si passi da un'opposizione parlamentare a un Governo parlamentare capace di cambiare le istituzioni in Myanmar. (Applausi dai Gruppi PdL e PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 545 (testo 3), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori, che comprende le modifiche che sono state richieste e che la prima presentatrice ha accolto.
È approvata.
Credo che anche l'unanimità di questa votazione abbia un significato importante, considerata la discussione e il messaggio che questa mozione voleva dare. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e dei senatori Contini, Lusi e Pedica).