DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non solo sono evidentemente felice - come tutti noi - per la liberazione e l'elezione di Aung San Suu Kyi al Parlamento birmano, ma voglio dare merito e atto alla senatrice Soliani - che da tempo è impegnata non solo su questo tema, ma su tutte le questioni relative ai diritti umani - e ai colleghi del Gruppo che si sono occupati di tali tematiche di avere seguito con cura e di aver reso utili i dibattiti che abbiamo svolto in quest'Aula.
In questo momento, vorrei sottolineare tre questioni.
Innanzi tutto, è un fatto politico importante che sia stato segnato il cammino di democrazia in Asia, perché da troppo tempo, signor Presidente, signor Sottosegretario, abbiamo l'idea, diffusa dai cosiddetti realisti, che in Africa, in Asia e nei Paesi che abbiamo la colpa - sia pure con qualche merito - di aver colonizzato la democrazia come l'abbiamo conosciuta non sia possibile; in un certo senso è un modo elegante di parlare di inferiorità tra gli Stati. Ciò è profondamente sbagliato, perché la democrazia è possibile in tutto il mondo. È possibile nei Paesi arabi: gli amici e i colleghi radicali si impegnano da anni, ed Emma Bonino lo ha fatto per tanto tempo partecipando a convegni in quegli Stati per dimostrare che la democrazia è possibile ovunque e che una lettura sapiente dei testi, sia sacri che laici, dei Paesi a noi vicini evidenzia che non si condanna alcun Paese a non essere democratico o a dover accettare la repressione come elemento di aggregazione della propria società. Allora, la democrazia è possibile in Asia; non è incompatibile con la possibilità di crescere come società, anche economicamente prospere; non è incompatibile con l'idea che si debbano avere relazioni che vanno costruite lentamente, se si accettano la diplomazia e il diritto internazionale come elementi di costruzione dei rapporti tra i Paesi. È ovvio che i progressi non avvengono tutti insieme, che bisogna tener conto delle dimensioni e delle situazioni, ma la democrazia è possibile, e questo fatto lo dimostra. Non è obbligatorio: non siamo condannati ad immaginare di dover trattare per forza con i dittatori perché questa è la condizione a cui siamo condannati. Non è così! Chi ha trattato con i dittatori lo ha fatto scegliendo di trattare con i dittatori: poteva scegliere di stare con l'opposizione.
In secondo luogo, le sanzioni, gli organismi internazionali, i dibattiti in Parlamento, anche quello svolto in questa sede sulla Birmania, sono utili. È importante ribadirlo. Molte volte, quando abbiamo svolto questi dibattiti, quando qualcuno di noi ha chiesto di riflettere su tali temi, si è diffuso - diciamo la verità - un certo scetticismo; sembra sempre che la discussione sull'ultimo fatto pubblicato in prima pagina nel nostro Paese sia più importante di quanto accade nel mondo. Ricordo che in quest'Aula abbiamo svolto un dibattito sulla Birmania, anche abbastanza partecipato: tali dibattiti sono utili. Sostengono coloro che vengono imprigionati ingiustamente, aiutano le opposizioni di quei Paesi a crescere, mettono in difficoltà i dittatori e coloro che non rispettano la libertà. Ripeto: i dibattiti parlamentari, gli organismi internazionali, le sanzioni sono utili. Dobbiamo rovesciare il meccanismo mentale per cui si pensa che questi sono elementi sovrastrutturali della politica, mentre altra è la politica. Non è così! Certo, bisogna anche partecipare alla riforma degli organismi internazionali, perché anche in Myanmar (in Birmania) non c'è ancora la libertà per tutti; ci sono altri detenuti politici; ci sono elezioni democratiche da fare; non è escluso che vi siano colpi di coda da parte di chi oggi governa. Non basta questo passaggio. Tuttavia non c'è dubbio che la pressione internazionale, la pressione diplomatica, le sanzioni, i rapporti costruiti in un certo modo hanno determinato le condizioni di un contesto completamente differente. Dunque dobbiamo essere conseguenti, è la scienza della politica che ce lo chiede: se dopo le pressioni, le sanzioni e la diplomazia al lavoro c'è stato questo risultato, dobbiamo moltiplicare le condizioni per cui le sanzioni, gli organismi internazionali e la riforma degli stessi siano portati fino in fondo. Non avrebbe senso gioire per quanto accade in questi giorni in Birmania e per un leader che riconosciamo e poi abbandonare la lotta affinché vengano riformate le Nazioni Unite, affinché abbiano il potere di imporre dall'inizio sanzioni efficaci, che non siano scelte "alla carta" per cui è possibile imporle nel Myanmar ma non in Siria, in Paesi semioccidentali, ma non nei Paesi arabi. La politica deve costruire le condizioni affinché questa possibilità vi sia per tutti i Paesi e allo stesso modo.
Ultima considerazione. Credo che anche questa battaglia dimostri la necessità che i nostri diplomatici, i politici e i responsabili di Governo, i Capi di Stato, viaggino con la valigetta che ha il Presidente degli Stati Uniti d'America, e forse anche il Presidente della Federazione russa; una valigetta che però non dovrebbe contenere i congegni per l'utilizzo delle armi nucleari, bensì i diritti umani. E lo dico non in maniera retorica, ma nel senso che i trattati - potrei citarne uno (il Trattato con la Libia) su cui credo di aver fatto un errore politico - dovrebbero contenere un parametro sul rispetto dei diritti umani scientificamente controllabile, per cui alla sottoscrizione del prossimo patto, del prossimo trattato quel parametro deve salire, altrimenti scatta un meccanismo di sanzione interno ai trattati. C'è sicuramente chi è più esperto di me nelle arti diplomatiche - tra i banchi del Governo in particolare - che quindi potrà trovare il modo per far sì che ciò avvenga: è impensabile, nel 2012, che i trattati prescindano dai diritti umani. È impensabile, perché i diritti umani sono una questione di crescita e di sviluppo, non sono soltanto un fatto morale ed etico. Un Paese che non rispetta i diritti umani è economicamente in difficoltà, non cresce, non si sviluppa, fa fuggire i suoi figli altrove: quindi, conviene rispettare i diritti umani, non è solo un dato morale ed etico fondamentale. Conviene.
A tale proposito, credo valga un'affermazione che ripeteva sempre La Pira, in maniera paradossale, quando parlava della pace: la pace è possibile, perché è sempre possibile ricercarla, la guerra è impossibile, perché è impossibile evitarla. Dovrebbe valere lo stesso anche per i diritti e la democrazia. Questa storia, cara collega Albertina Soliani, cari colleghi, ci insegna che la democrazia è possibile, è sempre possibile, e che la repressione non porta mai a nulla: alla fine perde sempre. La repressione è impossibile. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.