Discussione della mozione n. 545 (testo 2) sulle riforme democratiche in Birmania (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento) (ore 10,40)
Approvazione della mozione n. 545 (testo 3)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione 1-00545 (testo 2), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento, sulle riforme democratiche in Birmania.
Ha facoltà di parlare la senatrice Soliani per illustrarla.
SOLIANI (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, questa mozione incrocia la storia. Quando essa è stata presentata, due mesi fa, in Myanmar si era avviata la fase di transizione verso la democrazia con fatti concreti: la liberazione di Aung San Suu Kyi (dopo anni di isolamento e arresti domiciliari) e di numerosi prigionieri politici, la sua candidatura alle elezioni suppletive e la registrazione ufficiale del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia.
Ma la svolta storica di fronte al mondo è avvenuta in Myanmar, proprio in questi giorni, con le elezioni svoltesi il 1° aprile, quando Aung San Suu Kyi è stata eletta al Parlamento e il suo partito ha vinto in 43 dei 45 seggi elettorali: un evento enorme, una svolta storica che il mondo intero ha seguito con grande partecipazione, riconoscendo unanimemente il valore di una leadership democratica, il cui peso si manifesterà sempre di più in Asia e in tutto il mondo.
Il Senato della Repubblica non ha atteso questi giorni per guardare alla Birmania e alla leader Aung San Suu Kyi; in questi anni non ha dimenticato la violazione dei diritti umani e la violenza contro le minoranze etniche. Da diversi anni (in particolare da quando, nel 2007, abbiamo costituito l'associazione interparlamentare «Amici della Birmania») il Senato - forse l'unico al mondo - ha seguito con attenzione la vicenda del popolo birmano e, con interventi, mozioni, interrogazioni ed audizioni della Commissione sui diritti umani, ha preso posizione sulla grave violazione dei diritti umani nel Myanmar, sulle condizioni di vita del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nonché sulla necessità della sua liberazione e della scarcerazione dei prigionieri politici. Di fronte alle ripetute e sistematiche violazioni dei diritti umani, l'Italia, insieme all'Unione europea e alla comunità internazionale, ha intrapreso la via delle sanzioni come strumento per determinare una presa di distanza dal regime militare e per promuovere l'avvio di un processo politico verso la democrazia.
Mentre di tutto ciò la mozione dà conto, oggi essa registra positivamente il cambiamento iniziato: qui sta la svolta. Il presidente del Governo del Myanmar, Thein Sein (che ha aperto la fase riformatrice) e Aung San Suu Kyi (che con la sua resistenza ha tenuto aperta la prospettiva della democrazia in Birmania) hanno avviato un dialogo per le riforme. È questo dialogo che noi dobbiamo e vogliamo incoraggiare. Siamo di fronte ad una nuova fase in Birmania, cui tutti i Paesi guardano con grande attenzione: dagli Stati Uniti, all'Unione europea, all'Asia. La Birmania è un Paese strategico tra la Cina, l'India e il Sud-est asiatico e la sua evoluzione democratica può costituire un grande fattorie di cambiamento.
Sappiamo che nel 2014 la Birmania assumerà la presidenza dell'ASEAN (l'Associazione delle Nazioni dell'Asia sudorientale). Siamo ben consapevoli che ci troviamo di fronte ad un primo passo; che la situazione rimane complessa e non priva di rischi; che la responsabilità posta sulle spalle di Thein Sein e Aung San Suu Kyi è enorme; che il popolo birmano vive con trepidazione e speranza l'attesa delle riforme. La strada verso la libertà è ancora lunga, ma è proprio in una situazione così complessa che è bene sostenere i punti di forza che alimentano la fiducia, che fanno arretrare la paura, che consolidano la volontà di riconciliazione e di costruzione della comune convivenza e che guardano al futuro delle nuove generazioni mentre si custodisce la memoria delle sofferenze del passato.
L'Italia è in primo piano nell'impegno perché la Birmania proceda sulla strada della democrazia. Dal 2007 l'Unione europea ha scelto un italiano, Piero Fassino, come inviato speciale per il Myanmar. Fassino ha contribuito alla positiva evoluzione della situazione politica del Paese, migliorando le relazioni e la comprensione reciproca tra Birmania ed Unione europea, con sistematici ed estesi contatti con i Paesi dell'ASEAN. Il popolo italiano, in questi anni, è stato particolarmente vicino al popolo birmano: numerose istituzioni locali ed associazioni culturali hanno promosso iniziative ed il conferimento della cittadinanza onoraria, non solo ad Aung San Suu Kyi, ma a diversi prigionieri politici birmani.
Se questo è il tempo del dialogo internazionale e della cooperazione politica nei confronti del Myanmar, come testimoniano le visite a Rangoon di numerosi ministri e personalità di tutto il mondo a partire dal segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton, se è il tempo della collaborazione, allora è tempo di considerare concretamente la possibilità di sospendere e procedere al definitivo superamento delle sanzioni contro il Myanmar, soprattutto nelle parti che colpiscono la popolazione, stremata da anni di povertà e sofferenza, come si apprestano a fare gli Stati Uniti e l'Unione europea, favorendo il rientro di quel Paese in seno alla comunità internazionale. Un superamento delle sanzioni che vada di pari passo con il consolidamento del processo di riforma avviato e la liberazione di tutti i prigionieri politici.
Signor rappresentante del Governo, la mozione impegna il Governo ad essere parte attività nell'Unione europea e sulla scena internazionale perché sia incoraggiato il processo democratico in Myanmar, sia favorito il dialogo tra le diversi componenti e le etnie, siano sviluppate politiche di cooperazione tra Italia e Birmania nel campo economico, sociale, culturale e politico. Noi invitiamo il Governo ad intensificare gli scambi diplomatici e i rapporti politici con il Myanmar, prevedendo anche una visita in tempi brevi del Ministro degli esteri a Rangoon. La presenza e l'attività a Rangoon dell'ambasciata dell'Italia è il segno dell'attenzione del nostro Paese nei confronti del Myanmar.
Signor Presidente, colleghi, il significato di questa mozione non è solo un capitolo della politica internazionale dell'Italia in un'area destinata a spingere il cammino del mondo. Essa sottolinea il ruolo che il nostro Paese può svolgere con l'Europa nella scena mondiale per affermare i valori universali, il rispetto dei diritti umani, la pace, come è nella storia e nella cultura dell'Italia. Ma vi è un altro significato che conclusivamente vorrei rendere esplicito.
La democrazia - ne sono convinta - è e sarà sempre di più il valore costitutivo del mondo nuovo e la Birmania ci insegna che quando è in gioca la democrazia è la vita stessa delle persone ad essere in gioco. L'Italia che ha vissuto la dittatura e, con l'Europa, l'orrore della violenza e della guerra, che ha fatto nascere la Repubblica e la democrazia oggi guarda ad Aung San Suu Kyi, il cuore pulsante della Birmania, come ad una donna che della sua dignità e della dignità del suo popolo, e dunque della democrazia, ha fatto una ragione di vita pagando prezzi altissimi. Un esempio per la nostra democrazia così affaticata, così indebolita, che conosce più spesso la banalità che l'eroismo. Aung San Suu Kyi vive la democrazia nella sua radicalità come scelta esigente, vive la concentrazione non la dissipazione, il sacrificio non il privilegio, il rigore non il lassismo, la dignità non la volgarità. Si è nutrita di silenzio, di ascolto e per questo la sua voce oggi è così forte e ascoltata.
In questi anni, per me, seguire la vicenda di Aung San Suu Kyi per circostanze, colleghi, che forse sono scritte nel destino - non saprei spiegarlo altrimenti - è stato nello stesso tempo un dolore e un balsamo, mentre scorrevano i giorni tristi della nostra democrazia.
La sua - quella di Aung San Suu Kyi - è un'idea della politica intrisa di spiritualità, non importa a quale fonte sia attinta (nel suo caso, il buddismo). La spiritualità è vissuta come autentica categoria della politica che distingue, discerne, cerca l'essenziale, si esprime con la gratuità, la non violenza, la compassione, una lingua nuova, feconda anche per la nostra democrazia.
Penso, signor Presidente, che faccia piacere a lei e all'Assemblea tutta sapere che nei giorni scorsi è stato consegnato da un mio collaboratore ad Aung San Suu Kyi, ormai nostra collega parlamentare del Parlamento della Birmania, il foulard di seta - molto bello, molto grande - che raffigura il velario che è sopra quest'Aula. Un segno della nostra vicinanza che questa mozione, colleghi, intende trasformare in impegno politico per il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e del senatore De Eccher. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.
DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non solo sono evidentemente felice - come tutti noi - per la liberazione e l'elezione di Aung San Suu Kyi al Parlamento birmano, ma voglio dare merito e atto alla senatrice Soliani - che da tempo è impegnata non solo su questo tema, ma su tutte le questioni relative ai diritti umani - e ai colleghi del Gruppo che si sono occupati di tali tematiche di avere seguito con cura e di aver reso utili i dibattiti che abbiamo svolto in quest'Aula.
In questo momento, vorrei sottolineare tre questioni.
Innanzi tutto, è un fatto politico importante che sia stato segnato il cammino di democrazia in Asia, perché da troppo tempo, signor Presidente, signor Sottosegretario, abbiamo l'idea, diffusa dai cosiddetti realisti, che in Africa, in Asia e nei Paesi che abbiamo la colpa - sia pure con qualche merito - di aver colonizzato la democrazia come l'abbiamo conosciuta non sia possibile; in un certo senso è un modo elegante di parlare di inferiorità tra gli Stati. Ciò è profondamente sbagliato, perché la democrazia è possibile in tutto il mondo. È possibile nei Paesi arabi: gli amici e i colleghi radicali si impegnano da anni, ed Emma Bonino lo ha fatto per tanto tempo partecipando a convegni in quegli Stati per dimostrare che la democrazia è possibile ovunque e che una lettura sapiente dei testi, sia sacri che laici, dei Paesi a noi vicini evidenzia che non si condanna alcun Paese a non essere democratico o a dover accettare la repressione come elemento di aggregazione della propria società. Allora, la democrazia è possibile in Asia; non è incompatibile con la possibilità di crescere come società, anche economicamente prospere; non è incompatibile con l'idea che si debbano avere relazioni che vanno costruite lentamente, se si accettano la diplomazia e il diritto internazionale come elementi di costruzione dei rapporti tra i Paesi. È ovvio che i progressi non avvengono tutti insieme, che bisogna tener conto delle dimensioni e delle situazioni, ma la democrazia è possibile, e questo fatto lo dimostra. Non è obbligatorio: non siamo condannati ad immaginare di dover trattare per forza con i dittatori perché questa è la condizione a cui siamo condannati. Non è così! Chi ha trattato con i dittatori lo ha fatto scegliendo di trattare con i dittatori: poteva scegliere di stare con l'opposizione.
In secondo luogo, le sanzioni, gli organismi internazionali, i dibattiti in Parlamento, anche quello svolto in questa sede sulla Birmania, sono utili. È importante ribadirlo. Molte volte, quando abbiamo svolto questi dibattiti, quando qualcuno di noi ha chiesto di riflettere su tali temi, si è diffuso - diciamo la verità - un certo scetticismo; sembra sempre che la discussione sull'ultimo fatto pubblicato in prima pagina nel nostro Paese sia più importante di quanto accade nel mondo. Ricordo che in quest'Aula abbiamo svolto un dibattito sulla Birmania, anche abbastanza partecipato: tali dibattiti sono utili. Sostengono coloro che vengono imprigionati ingiustamente, aiutano le opposizioni di quei Paesi a crescere, mettono in difficoltà i dittatori e coloro che non rispettano la libertà. Ripeto: i dibattiti parlamentari, gli organismi internazionali, le sanzioni sono utili. Dobbiamo rovesciare il meccanismo mentale per cui si pensa che questi sono elementi sovrastrutturali della politica, mentre altra è la politica. Non è così! Certo, bisogna anche partecipare alla riforma degli organismi internazionali, perché anche in Myanmar (in Birmania) non c'è ancora la libertà per tutti; ci sono altri detenuti politici; ci sono elezioni democratiche da fare; non è escluso che vi siano colpi di coda da parte di chi oggi governa. Non basta questo passaggio. Tuttavia non c'è dubbio che la pressione internazionale, la pressione diplomatica, le sanzioni, i rapporti costruiti in un certo modo hanno determinato le condizioni di un contesto completamente differente. Dunque dobbiamo essere conseguenti, è la scienza della politica che ce lo chiede: se dopo le pressioni, le sanzioni e la diplomazia al lavoro c'è stato questo risultato, dobbiamo moltiplicare le condizioni per cui le sanzioni, gli organismi internazionali e la riforma degli stessi siano portati fino in fondo. Non avrebbe senso gioire per quanto accade in questi giorni in Birmania e per un leader che riconosciamo e poi abbandonare la lotta affinché vengano riformate le Nazioni Unite, affinché abbiano il potere di imporre dall'inizio sanzioni efficaci, che non siano scelte "alla carta" per cui è possibile imporle nel Myanmar ma non in Siria, in Paesi semioccidentali, ma non nei Paesi arabi. La politica deve costruire le condizioni affinché questa possibilità vi sia per tutti i Paesi e allo stesso modo.
Ultima considerazione. Credo che anche questa battaglia dimostri la necessità che i nostri diplomatici, i politici e i responsabili di Governo, i Capi di Stato, viaggino con la valigetta che ha il Presidente degli Stati Uniti d'America, e forse anche il Presidente della Federazione russa; una valigetta che però non dovrebbe contenere i congegni per l'utilizzo delle armi nucleari, bensì i diritti umani. E lo dico non in maniera retorica, ma nel senso che i trattati - potrei citarne uno (il Trattato con la Libia) su cui credo di aver fatto un errore politico - dovrebbero contenere un parametro sul rispetto dei diritti umani scientificamente controllabile, per cui alla sottoscrizione del prossimo patto, del prossimo trattato quel parametro deve salire, altrimenti scatta un meccanismo di sanzione interno ai trattati. C'è sicuramente chi è più esperto di me nelle arti diplomatiche - tra i banchi del Governo in particolare - che quindi potrà trovare il modo per far sì che ciò avvenga: è impensabile, nel 2012, che i trattati prescindano dai diritti umani. È impensabile, perché i diritti umani sono una questione di crescita e di sviluppo, non sono soltanto un fatto morale ed etico. Un Paese che non rispetta i diritti umani è economicamente in difficoltà, non cresce, non si sviluppa, fa fuggire i suoi figli altrove: quindi, conviene rispettare i diritti umani, non è solo un dato morale ed etico fondamentale. Conviene.
A tale proposito, credo valga un'affermazione che ripeteva sempre La Pira, in maniera paradossale, quando parlava della pace: la pace è possibile, perché è sempre possibile ricercarla, la guerra è impossibile, perché è impossibile evitarla. Dovrebbe valere lo stesso anche per i diritti e la democrazia. Questa storia, cara collega Albertina Soliani, cari colleghi, ci insegna che la democrazia è possibile, è sempre possibile, e che la repressione non porta mai a nulla: alla fine perde sempre. La repressione è impossibile. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci ritroviamo oggi a parlare della situazione che investe la Birmania: l'Italia dei Valori auspica reali cambiamenti politici, sociali e istituzionali. Lo abbiamo fatto negli anni passati ricordando Aung San Suu Kyi, tenendo ben presente che a nulla si può realmente giungere se non con il contestuale appoggio e supporto dell'intera comunità internazionale.
Dal 1947 al 1988, la Birmania è stata governata da un sistema politico soltanto inizialmente pluralistico, poi sempre più autoritario, basato su una forte prevalenza delle gerarchie militari che hanno gradualmente assunto ogni potere.
All'indomani delle elezioni del 1990, quando la Lega nazionale per la democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, vinse le elezioni, i militari tornarono al potere, costringendo la leader dell'opposizione a quasi vent'anni di arresti domiciliari e insistendo in una politica duramente restrittiva, in conseguenza della quale Unione europea, Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno ulteriormente inasprito le sanzioni economiche adottate precedentemente.
Ripeto, anche noi più volte - come è stato già ricordato - nel dibattito in Aula abbiamo sollecitato e dato il nostro contributo per accelerare il processo che ha poi portato alla liberazione di San Suu Kyi.
Come spesso accade nelle forme di regime, il Paese è stato assoggettato ad una politica di forte isolamento, situazione che consente un controllo molto più capillare e disincentiva ogni azione volta all'evoluzione istituzionale, sociale e politica.
Nonostante l'elevata disponibilità di risorse naturali, fino ad oggi il Paese ha conosciuto un tasso di sviluppo bassissimo e il risultato è stato quello di un'economia stagnante, proprio negli anni in cui il resto dell'Asia esplodeva, economicamente e commercialmente.
Il partito militare al potere, con il tempo, ha cercato di mutare l'approccio con le potenze economiche vicine, forte della strategica collocazione geopolitica della Birmania, inducendo anche negli ultimi anni Cina ed India a promuovere una crescente politica di scambi, investimenti e affari economici su larga scala.
Ma le stesse possibilità di sviluppo del Paese incontrano ostacoli che inevitabilmente sono riconducibili al regime oppressivo e repressivo del partito dei militari.
Ecco perché abbiamo il dovere, soprattutto in questi giorni, di guardare a quanto sta accadendo in Birmania ad opera della coraggiosa attività della Lega Nazionale per la Democrazia e del suo stesso leader, premio Nobel per la pace e simbolo autentico di un movimento che, nonostante le dure repressioni, prosegue nella sola intenzione di cambiare il proprio Paese, offrendo un'alternativa alla stagnazione, anche politica, alla quale si assiste ormai da decenni.
Purtroppo, nonostante l'entusiasmo all'esito delle elezioni indette per colmare 45 posti vacanti in Parlamento, è impensabile anche solo immaginare che anche il più positivo dei risultati possa efficacemente e rapidamente mutare gli equilibri interni. Abbiamo visto che i militari appaiono ancora anni luce distanti dalla volontà di cedere democraticamente parte del proprio potere; anche in quest'occasione sono stati denunciati brogli, intimidazioni, tutte operazioni coercitive che insistono nel voler mantenere una sorta di timore reverenziale, che disincentivi il cambiamento e scoraggi ogni forma di opposizione.
Ritengo dunque che questa sia la sede più opportuna per contribuire ad un cambiamento che diventa oramai inevitabile e necessario: lo abbiamo fatto tante volte in passato e continueremo a farlo.
Sarebbe una pura illusione immaginare che il solo risultato elettorale possa modificare gli equilibri interni. La comunità internazionale dovrà giocare in questo momento un ruolo di primo piano, agendo affinché il cambiamento derivante dal passaggio elettorale possa essere credibile, conducendo all'avvio di una fase veramente nuova, incentrata sulla liberazione dei tanti prigionieri politici, sull'apertura di dialogo tra i militari al potere, le opposizioni esistenti e le minoranze etniche su cui ancora si giocano gli scontri.
È in questo senso che intendiamo l'opera di coinvolgimento e di cooperazione che è necessario intraprendere per le riconversioni democratiche di ordinamenti che da sempre vivono in situazioni di dura oppressione. Da irresponsabili sarebbe ipotizzare che solo gli interventi militari, con le missioni internazionali a cui siamo abituati, possano contribuire a passaggi così importanti.
Sono invece queste le situazioni in cui un Paese scrive e sintetizza la propria politica estera, con coinvolgimenti che siano effettivi, sul campo, che contribuiscano a tessere una serie di relazioni istituzionali necessarie, affinché il Paese interessato possa percepire l'attenzione della comunità internazionale, la pressione esercitata sull'effettività del cambiamento democratico.
La mozione in discussione può ben rappresentare per il nostro Paese e per lo stesso Ministro degli esteri una buona opportunità per cercare di mantenere un ruolo nell'ambito delle relazioni internazionali.
Ancora una volta assistiamo al primato del coinvolgimento statunitense, attraverso la visita del Segretario di Stato, e a quello francese, puntualmente presenti in Birmania per appoggiare apertamente l'evoluzione in atto.
Noi, come Italia dei Valori, abbiamo sempre sostenuto il popolo birmano, chiedendo a gran voce il rilascio della leader dell'opposizione. Siamo pertanto favorevoli ad un più intenso impegno del Governo italiano sul piano degli scambi diplomatici da rafforzare con le istituzioni birmane, certi che solo le iniziative di aiuto umanitario e politiche di cooperazione economica, sociale e culturale possano condurre ad un risultato effettivo nell'impegno rivolto al processo di democratizzazione e al rispetto di diritti umani ancora sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione birmana.
Come ha detto il collega che mi ha preceduto, sui diritti umani bisogna riflettere non solo per quanto riguarda la Birmania, ma bisogna insistere anche per la Libia, per la Siria, per tutti quegli Stati che oggi stanno massacrando tanti innocenti. Su questo, bisogna fare fronte comune, come abbiamo fatto oggi con questa mozione che ci vede tutti uniti per dire grazie alla lotta che ha fatto la leader San Suu Kyi, ma anche per dire che bisogna intensificare questo rapporto di pace e di rispetto dei diritti umani, diritti per i quali in molti Paesi non esiste neanche la parola. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, colleghi, quella oggi in esame è una mozione molto importante. È una mozione che evidenzia per tutti noi una vittoria dal grande valore simbolico, perché finalmente dopo 30 anni d'attesa Aung San Suu Kyi farà finalmente il proprio ingresso nel Parlamento birmano.
Tutti sappiamo che lo scorso 1° aprile si sono tenute a Myanmar le elezioni suppletive per i rappresentanti del Parlamento. Come atteso e come sottolineato dalla senatrice Soliani, la Lega per la Democrazia è prevalsa con un larghissimo consenso (anche se a dire il vero Aung San Suu Kyi non sembrava particolarmente fiduciosa prima delle elezioni): avrebbe ottenuto 40 dei 45 seggi in palio. Questa è una grandissima vittoria e rappresenta per tutti noi un segnale chiarissimo da parte del popolo birmano su che cosa vuole per il proprio futuro e su cosa pensa dell'attuale regime al potere.
Si tratta per tutti noi, in un mondo globale, di una svolta storica di questo Paese e di un passo decisivo in direzione di una pace e di una democrazia che il Paese di fatto aspetta dal 1937, anno in cui la Birmania si è distaccata dall'India britannica.
Questo Paese ha conosciuto una storia estremamente martoriata, nella fase successiva all'indipendenza. Vorrei ricollegarmi ad alcuni passi storici molto importanti, anche per non sottovalutare quello che poi è accaduto: nel 1962 un primo colpo di Stato portò al potere la Giunta militare che è rimasta in carica, come alcuni sapranno, fino al 1988, quando durante le rivolte studentesche ci fu un secondo colpo di Stato. La nuova Giunta militare che prese il potere indisse libere elezioni per un'assemblea popolare nel 1990. A quel tempo molte persone legate alle Nazioni Unite, fra cui io stessa, lavoravano in quel Paese, al Nord, soprattutto nel triangolo d'oro: capimmo che la nostra collega San Suu Kyi sarebbe stata una grandissima donna per come reagì, quando fu arrestata. Già allora la Lega per la Democrazia vinse le elezioni, e anche in quel caso la vittoria fu schiacciante perché Aung San Suu Kyi avrebbe portato all'assemblea costituente 392 membri su 485. Stiamo parlando dei primi anni '90. Dopo tutti questi anni, prima di essere insignita del Nobel per la pace nel 1991, diventò anche, mentre alcuni di noi erano lì, cittadina onoraria della nostra capitale, Roma.
Ha ottenuto definitivamente la sua libertà soltanto nel novembre del 2010 e da quella data la leader birmana ha potuto riprendere in pieno la propria attività politica, anche se di fatto, pur nel corso della lunghissima detenzione, non ha mai smesso di rappresentare il principale punto di riferimento dell'opposizione al regime e della lotta per la democrazia nel Myanmar.
I risultati positivi sono sotto gli occhi di tutto il mondo, ma sono costati davvero molto in termini di diritti umani e civili. Sono costati davvero molto, perché diverse etnie hanno avuto molti profughi: ammontano a circa 60.000 i profughi che fino ad oggi hanno dovuto abbandonare le proprie case.
L'ottimismo e la speranza, però, non debbono farci dimenticare che, per delineare gli sviluppi futuri, è essenziale la posizione che il regime al potere potrà assumere di fronte a questo chiarissimo segnale di consenso, quasi unanime, del popolo birmano nei confronti di Aung San Suu Kyi, che allo stesso tempo rende palese la perdita di consenso del regime stesso.
Alcuni di voi, ma non tutti, sanno che, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, la capitale è stata spostata da Yangon a Naypyidaw - si trova a 320 chilometri al Nord di Yangon - che in birmano significa la sede del re. Si tratta di una regione di Mandalay, governata da uno dei colonnelli del Paese.
Tutto questo sicuramente, insieme ai forti cambiamenti, lascia ben sperare, ma non si sposta una capitale senza far troppo rumore e senza comunicarlo agli altri Paesi, solo perché c'è bisogno di nuovo spazio per i Ministeri. Non è un fatto ovvio fare una nuova capitale; non è ovvio quanto è stato fatto a Aung San Suu Kyi lasciandola libera: personalmente ritengo, conoscendo quell'area, che tutto sia stato assolutamente programmato.
Da decenni, sotto i regimi militari - di militari astuti - si è saputo cambiare prima di avere una svolta, come del resto è avvenuto nel Mediterraneo. Ma ancora c'è molto da fare. I media - per esempio - non hanno assolutamente possibilità di espressione e ci sono ancora tanti prigionieri per motivazioni attinenti all'esercizio dei diritti civili.
Sono stati apportati allentamenti alla censura in quest'ultimo periodo - è vero - ma solo perché i riflettori sono stati ripuntati in quella realtà da quando Aung San Suu Kyi è stata liberata. Tuttavia, ciò non è ancora sufficiente. Solo una vera e piena libertà di espressione e di trasparenza dell'informazione attraverso media è condizione essenziale per scongiurare scenari di involuzione.
Molte cose purtroppo possono ancora succedere in quella terra ed è quindi essenziale che l'intera comunità internazionale moltiplichi i propri sforzi diplomatici e politici affinché il regime al potere mantenga la barra diritta sulla strada delle riforme e delle libertà per la democrazia. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signor Presidente, nel 2002, nell'ambito di una riunione organizzata dal Partito Radicale presso il Parlamento europeo, attraverso un collegamento telefonico, Aung San Suu Kyi chiedeva ai presenti - erano presenti la nostra presidente Emma Bonino e Marco Pannella, ma vi erano anche invitati provenienti da tutto il Sud Est asiatico - di usare le loro libertà per far avanzare le libertà di chi in quel momento - dieci anni fa, ma purtroppo per il Sud Est asiatico possiamo andare indietro almeno di mezzo secolo - non poteva avere neanche la possibilità di pronunciare la parola libertà in pubblico.
Oggi, forse, dovremmo riflettere anche su come noi abbiamo usato le nostre libertà per far avanzare le libertà altrui. Non sempre credo ci siamo riusciti.
Concordo totalmente con quanto ha detto poco fa il senatore Di Giovan Paolo relativamente all'uso intelligente delle sanzioni. Mi riferisco alle sanzioni economiche e politiche, a quelle sanzioni che mettono pressione su una serie di regimi i quali non soltanto opprimono i propri popoli ma, con il loro modo di governare, specie se siti in zone strategiche - la Birmania lo è, confinando con il Bangladesh, l'India, la Cina, il Laos, la Birmania e il Golfo del Bengala, ma anche la Siria, come diceva giustamente il senatore Di Giovan Paolo, proprio perché piazzata nel bel mezzo del Medio Oriente - finiscono in qualche modo per paralizzare altre iniziative di promozione dei diritti umani, libertà e democrazia in realtà ben più ampie.
Come abbiamo usato noi le nostre libertà, per esempio nei confronti della Birmania? Ricordo che a metà degli anni Novanta, gli eurodeputati radicali, come anche stamane è stato ricordato, riuscirono a far condizionare quanto più possibile l'aiuto, bilaterale o multilaterale, nei confronti dei Paesi che non avevano un regime democratico al progresso di riforme sia per il rispetto dei diritti umani che più strutturali e istituzionali per la creazione di strutture e infrastrutture democratiche.
A metà degli anni Novanta, per l'appunto, gli eurodeputati radicali Olivier Dupuis e Marco Pannella - Emma Bonino all'epoca era da poco stata nominata commissario europeo - riuscirono, con una loro iniziativa, a bloccare gli aiuti, pensate un po', verso due Paesi il cui contesto, da allora, è rimasto sotto strettissima osservazione. Questi due Paesi erano la Birmania e la Siria. Si chiedeva il blocco, il congelamento degli aiuti alla Birmania non soltanto per la vicenda di San Suu Kyi, ma anche per il modo in cui i vari gruppi etnici e le decine di popoli indigeni del Paese non solo continuavano ad essere esclusi dal processo diciamo sociale - perché di civile e democratico sicuramente non si poteva già parlare - ma venivano anche perseguitati in virtù della loro appartenenza al proprio popolo.
La Birmania, inoltre, negli anni Settanta, gli anni della guerra nel Vietnam, era nota anche per essere divenuta, nel giro di pochi mesi, la maggiore produttrice di oppio per eroina del mondo. Proprio a metà degli anni Novanta, grazie ad una sciagurata decisione del Governo Prodi, fu mandato a dirigere l'Agenzia di Vienna per le droghe un senatore eletto nella mia Regione, di nome Pino Arlacchi, che oggi - ahinoi - è responsabile per il Parlamento europeo dei rapporti con l'Afghanistan. Pino Arlacchi decise di tessere una serie di rapporti politici strettissimi con la Giunta militare birmana e vendette al pubblico pagante - l'Italia all'epoca era uno dei maggiori finanziatori di quell'Agenzia, mentre oggi, per una serie di motivi che non affronterò, non lo è più, come purtroppo non lo è più di molte altre Agenzie internazionali - la nozione che era stata cancellata la produzione di semi di papavero in Birmania, salvo poi scoprire, dopo due anni, che si era tutta spostata "poco più in là", in parte a sud verso il Laos e in parte, e oggi nella stragrande maggioranza dei casi, in Afghanistan. Ebbene, abbiamo usato le nostre libertà non soltanto per mandare Arlacchi, che non aveva né titoli né competenze e sicuramente pessime idee, a Vienna, ma non abbiamo fatto nulla per bloccare, a livello apicale delle Nazioni Unite, questo programma di cancellazione dell'oppio in Birmania.
Oggi che festeggiamo l'elezione di San Suu Kyi e di altri 43 membri del suo partito al Parlamento birmano forse potrebbe essere opportuno invitare in Italia San Suu Kyi e una delegazione della Lega Nazionale per la Democrazia birmana per poterla finalmente conoscere di persona, dato che l'abbiamo sentita per telefono in un'occasione e abbiamo anche letto alcuni suoi appelli: appelli disperati, anche se, come diceva nel presentare la mozione la senatrice Soliani, sempre concentrati sulla ricerca della possibilità di raggiungere un obiettivo, quello di far trionfare la verità. La verità, 23 anni fa, era che in Birmania si erano tenute le elezioni e che San Suu Kyi le aveva vinte democraticamente con il suo partito. Una verità che lei ha perseguito, come molti di noi del Partito Radicale continuiamo a fare, attraverso la non violenza e una verità che è condivisa anche da molti colleghi senatori e deputati che continuano ad essere iscritti, e per questo li ringraziamo, al Partito Radicale non violento transnazionale e transpartito.
Dunque il problema dell'allora massima produzione di oppio in Birmania, che ci fu detto essere controllato non soltanto con l'aiuto delle Nazioni Unite ma anche con le politiche stringenti della Giunta militare, potrebbe tornare ad essere tale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarlo non come abbiamo fatto negli ultimi cinquant'anni, cioè non soltanto fallendo, facendo aumentare la produzione, la distribuzione e la vendita dell'oppio e quindi dell'eroina nel mondo, ma con nuove tecniche, che possano finalmente prendere in considerazione, di concerto al progresso delle riforme democratiche in quel Paese, la possibilità di trasformare in qualcosa che possa essere chiamato "industrializzazione dell'oppio" per fini medico-scientifici: l'80 per cento del mondo - e stiamo parlando di più di 5,5 miliardi di persone - non sa cosa sia un analgesico; l'80 per cento degli analgesici del mondo viene consumato dal 20 per cento del mondo. Rendetevi conto di quanto mercato legale, anche gratuito (perché fortunatamente non ci sono brevetti sulla produzione dell'oppio e quindi anche dell'eroina per fini terapeutici), potrebbe essere a disposizione di un Paese che sicuramente è ricco di materie prime. Proprio per questo Cina e India mai hanno voluto imporre le loro sanzioni a quel Paese, che si tratti di legname piuttosto che di rubini, e sicuramente anche perché era un Paese attraverso il quale molti traffici da Cina e India passavano. Occorre essere pronti a trovare una soluzione di tipo diverso, che non sia il proibizionismo manu militari che oggi ha caratterizzato le politiche - diciamo così - antidroga in quel Paese.
L'altra questione che credo occorra prendere in considerazione, e cui ha già accennato la senatrice Soliani poc'anzi, è quella delle etnie. Non soltanto ci sono i birmani in Birmania, ma anche laotiani, vietnamiti, indiani e cinesi, e ci sono anche dei sottogruppi, dei veri e propri popoli indigeni che, di fronte a una Giunta militare, hanno preso le armi per decenni utilizzando anche bambini (ci sono stati e sono noti anche film molto toccanti relativamente alla sorte dei piccoli militari Karen, che nella giungla si opponevano alla Giunta militare).
Occorre tenere in considerazione, anche perché alle Nazioni Unite negli ultimi 25 anni si sono fatti notevoli passi avanti in questa direzione, i diritti dei popoli indigeni e quindi, secondo me, potrebbe essere apportata una piccola modifica alla mozione, includendo le etnie e anche i popoli indigeni nella seconda parte, in cui si chiedono impegni al nostro Governo che, devo dire, proprio perché in Italia esistono almeno una dozzina di gruppi che hanno questo status speciale riconosciuto, sui popoli indigeni ha sempre mantenuto una posizione di grande avanguardia all'interno delle Nazioni Unite.
Dobbiamo anche porci il problema - e con questo concludo, signor Presidente - di una transizione verso il nuovo contesto. In Europa ci sono state giunte militari, nel Sud America ci sono state giunte militari e anche altrove, per certi aspetti, ci sono stati regimi antidemocratici che motu proprio sono diventati qualcosa di diverso - penso in particolare al Sudafrica - e hanno lanciato un processo di riconciliazione basato sulla verità, la verità delle responsabilità. Ebbene, noi dall'Europa credo dovremo assumerci le responsabilità del modo con cui ci siamo posti nei confronti di quel Paese, ma dubito si possa arrivare a una piena riconciliazione in Birmania se non ci sarà anche all'interno (col passare del tempo naturalmente, visto e considerato che si è appena avuta questa possibilità di avere un'opposizione democratica eletta in quel Parlamento) un processo di ricerca della verità. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Pardi e Amato).