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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 708 del 12/04/2012


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente SCHIFANI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,39).

Si dia lettura del processo verbale.

THALER AUSSERHOFER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,41).

Discussione delle mozioni nn. 479 e 611 sull'insegnamento della storia dell'arte (ore 9,42)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00479, presentata dal senatore Rutelli e da altri senatori, e 1-00611, presentata dal senatore Rusconi e da altri senatori, sull'insegnamento della storia dell'arte.

Ha facoltà di parlare il senatore Rutelli per illustrare la mozione n. 479.

RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, la discussione di oggi, che è stata inserita all'ultimo momento, attiene però ad una mozione che abbiamo presentato ormai da parecchi mesi sull'insegnamento della storia dell'arte, che - forse - può permettere, in quest'Aula, una perorazione in favore di un mondo essenziale per il futuro del nostro Paese.

L'insegnamento della storia dell'arte non è solo una disciplina che attraversa tutti i cicli della formazione dei nostri studenti e degli insegnanti, nonché della consapevolezza dei nostri concittadini, ma rappresenta - se posso permettermi di dire, signor Sottosegretario - una vera e propria infrastruttura di conoscenza che accompagna l'interezza della vita degli italiani.

Riferendoci agli obiettivi della crescita europea al 2020 (che tutti condividiamo e che il nostro Presidente del Consiglio ha fatto propri come orizzonte per la rinnovata identità del nostro Paese), possiamo dire che la crescita dell'Europa deve essere intelligente, sostenibile e inclusiva. Cosa meglio corrisponde a questi tre aggettivi che il processo europeo ha stabilito di legare al futuro, cosa li rappresenta meglio della materia che affrontiamo oggi? Noi oggi dobbiamo dare un tributo di riconoscenza alle migliaia di insegnanti che tengono alto un patrimonio di conoscenza senza il quale non esistono l'Italia e la coscienza del nostro Paese.

Vorrei dire, anche rispetto a quanti, in quest'Aula, difendono giustamente i caratteri dei territori, delle Regioni e dei nostri Comuni, in particolare, che non esisterebbe alcuna dimensione culturale e civile nel nostro Paese se l'insegnamento della storia dell'arte, che rappresenta una luce, cessasse di essere approfondito dal punto di vista disciplinare e scientifico, ma - anche - attraverso le innovazioni formidabili che i nuovi apprendimenti, le nuove tecnologie e le nuove opportunità consentono.

Signor Presidente, la mozione che noi abbiamo presentato il 6 ottobre dell'anno scorso riprende tutti i tratti fondamentali, le convenzioni e gli accordi che l'Italia ha sottoscritto, in sede di Consiglio d'Europa, di Consiglio europeo e di UNESCO. Essa prende a base il fatto che proprio la posizione e l'esperienza italiane rappresentano un riferimento imprescindibile a livello internazionale. Si pensi, colleghi, che il Governo francese, da ultimo, ha dato vita pochi mesi fa a un'iniziativa di promozione della storia dell'arte, creando quello che è stato definito il Festival nazionale della storia dell'arte. Tale evento ha registrato 15.000 visitatori in tre giorni e ha avuto l'Italia come Paese ospite, con l'esperienza didattica per la storia dell'arte offerta a modello da imitare per il sistema francese.

Onorevoli colleghi, la celebre frase di Henry Miller, uno degli intellettuali del XX secolo più brillanti e iconoclasti, secondo la quale «l'arte non insegna niente, tranne il senso della vita» si rivolge in particolare a chi, come chi parla, ha avuto la possibilità di vivere esperienze meravigliose da sindaco di Roma, come migliaia di sindaci italiani fanno, incontrando le scuole che hanno adottato dei monumenti e gli insegnanti, i presidi, i docenti, gli studenti, i genitori che hanno visto in questi momenti di consapevolezza un fondamentale passaggio (non un episodio) della crescita formativa delle nuove generazioni e chi ha avuto la responsabilità di occuparsi dei grandi temi della cultura.

Ricordo, come si legge nella mozione che abbiamo presentato, che nel 2007 l'allora Ministro della pubblica istruzione ha stabilito in uno degli assi culturali fondamentali (quello dei linguaggi) la previsione esplicita delle «conoscenze fondamentali delle diverse forme di espressione e del patrimonio artistico» nonché della «sensibilità alla tutela e alla conservazione dei beni culturali e la coscienza del loro valore» (regolamento di cui al decreto del Ministero della pubblica istruzione n. 139 del 2007).

La nostra mozione naturalmente prende il suo avvio, signor Presidente, dalla constatazione di una difficoltà che è stata sottolineata dalla Consulta universitaria nazionale per la storia dell'arte, che pure voglio ringraziare per il suo lavoro, che giudica positivamente il leggero incremento delle ore dell'insegnamento della didattica storico-artistica nei licei, ma ovviamente critica (e da qui parte la nostra mozione) la completa eliminazione delle ore di sperimentazione, signor Sottosegretario, cassate perché considerate superflue.

Hanno ragione, da questo punto di vista, i rappresentanti dell'altra importantissima associazione, la NISA (Associazione nazionale degli insegnanti di storia dell'arte), i quali lamentano che la eliminazione della sperimentazione ha una incidenza negativa incalcolabile da molti punti di vista.

Mi permetto di segnalare questo, tra i punti che noi critichiamo nella nostra mozione (ma lo facciamo con spirito assolutamente costruttivo, per risolvere un problema la cui incidenza, nel tempo, finirà per essere potenzialmente devastante per la cultura italiana e per la tutela del patrimonio). Come possiamo pretendere nel nostro Paese che esista una cultura diffusa della tutela, una propensione profonda, riconosciuta in favore della valorizzazione e della tutela del nostro patrimonio se la formazione viene gravemente impoverita lungo il corso degli studi?

Segnalo ai colleghi - è una cosa che in particolare gli insegnanti di storia dell'arte sottolineano - che la sparizione della storia dell'arte dal curriculum della formazione professionale, dove si esercita una parte molto importante degli studenti immigrati (in particolare, al riguardo, i dati della Fondazione Agnelli sono eloquenti) è suscettibile di avere ripercussioni negative sull'integrazione degli immigrati nel nostro Paese. Come possiamo parlare di questo se in particolare nella scuola di formazione professionale non si insegna la storia dell'arte nel nostro Paese? Che integrazione possiamo immaginare si possa realizzare con l'eliminazione dell'insegnamento, con la sua drastica riduzione negli istituti tecnici, negli istituti professionali? Negli istituti professionali non è più previsto l'insegnamento della storia dell'arte negli indirizzi di grafica, moda, turismo e alberghiero-turistico. Inoltre, nei licei artistici la materia è stata ridimensionata con la cancellazione dell'indirizzo dei beni culturali. Come pensiamo di promuovere il turismo culturale in Italia se nelle scuole di formazione dedite al turismo la materia cruciale per l'apprendimento e per i servizi da rendere viene fatta scomparire?

Quindi, la nostra è una perorazione, è l'espressione di gratitudine per gli operatori che da anni si battono per difendere una fondamentale attività per l'identità del nostro Paese.

Ricordo che, a conclusione del 150º anniversario della fondazione dello Stato italiano, personalità della cultura, grandi associazioni (ad esempio, Italia Nostra e il Fondo per l'ambiente italiano, che sono impegnatissimi al riguardo), migliaia di insegnanti di storia dell'arte, cittadini e studenti hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica Napolitano, il quale ha ricordato che l'educazione al bello, la divulgazione tra le giovani generazioni della conoscenza dell'enorme patrimonio artistico del nostro e di altri Paesi servono a favorire una migliore comprensione tra le diverse culture e ha richiamato lungo tutto l'itinerario delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unità d'Italia l'insegnamento della storia dell'arte in tutti i cicli - e noi proponiamo di reintrodurlo anche nella scuola primaria - come fondamento non solo dell'identità nazionale, ma del futuro e della crescita economica del nostro Paese.

Questo è il senso della mozione n. 479, che noi abbiamo presentato e che confidiamo possa essere condivisa dall'intera Assemblea del Senato per dare un nuovo impulso ad un'attività per la quale meritano coloro che la portano avanti e si pretende, per i nostri figli e i discendenti delle attuali generazioni, che non venga dimenticata, ma venga posta al centro delle prospettive di sviluppo del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e dei senatori Allegrini, Garavaglia Mariapia e Scarpa Bonazza Buora).

PRESIDENTE. Comunico che la mozione n. 611, presentata dal senatore Rusconi e da altri senatori, è stata riformulata dai proponenti in un nuovo testo.

Ha facoltà di parlare il senatore Rusconi per illustrare la mozione n. 611 (testo 2).

RUSCONI (PD). Signor Presidente, colleghi, ritengo che la discussione svolta questa mattina in Aula sia particolarmente utile e importante. Infatti, come è a tutti noto il nostro Paese è conosciuto nel mondo anzitutto per la sua storia artistica e culturale e ha il maggior numero di siti riconosciuti, valorizzati e tutelati dall'UNESCO, come evidenzia un disegno di legge a prima firma del collega Barbolini (in questi giorni all'esame della 7a Commissione permanente del Senato).

Pertanto, bene hanno fatto i Padri costituenti ad inserire nei principi fondamentali della nostra Costituzione che il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione sono tra i beni fondamentali della Repubblica, impegnando la stessa a tutelarli (articolo 9). Attraverso questo principio, la promozione dello sviluppo culturale del Paese si lega, inscindibilmente, alla salvaguardia della ricchezza culturale già esistente, testimonianza visibile della storia, del percorso identitario della Nazione, ma anche della sua capacità creativa. La Carta fondamentale ha quindi indirizzato l'intervento pubblico ad accrescere nella comunità la consapevolezza di disporre di un patrimonio inestimabile, fruibile da tutti e, insieme, affidato alla custodia di ciascuno: un patrimonio straordinario, composto dalla quantità e dalla qualità di espressioni umanistiche, pittoriche, architettoniche, letterarie, musicali che l'Italia ha consegnato alla storia e che è doveroso trasmettere integre alle future generazioni.

Il principio costituzionale che ho ricordato ha assegnato alla Repubblica il dovere prioritario di promuovere la conoscenza e la tutela del patrimonio storico e artistico in ossequio alla missione di perseguire sia il benessere della collettività, mediante la sua elevazione culturale, sia la maturazione della coscienza individuale, mediante la formazione storica e artistica della persona. Il valore di questo compito educativo, soprattutto verso i giovani, è stato sottolineato in numerosi atti nazionali e internazionali nonché nella Road Map per l'educazione artistica dell'UNESCO, accolta e promossa dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, che ha assegnato all'insegnamento della storia dell'arte e dell'educazione all'arte la funzione di costruire una società creativa e culturalmente cosciente.

Vorrei qui ricordare, in particolare per l'educazione all'arte e la conoscenza della sua storia, le competenze chiave stabilite dalla strategia di Lisbona, ribadite dal Parlamento europeo e dal Consiglio attraverso la raccomandazione del 18 dicembre 2006, che hanno sollecitato i Paesi dell'Unione a rendere la storia dell'arte obbligatoria in tutti i percorsi formativi. In Italia peraltro - è un discorso che rivolgo anche agli amici del PdL perché è una responsabilità di tutti i Governi, non solo dell'ultimo Esecutivo, e lo dico al di fuori della polemica politica - lo spazio per lo studio della storia dell'arte, già limitato a pochi indirizzi e a poche ore, ha subito ulteriori riduzioni, quasi comunicando, in un Paese dove vi sono opere importanti e significative in ogni Provincia, dovremmo dire in ogni territorio, fuori da ogni paese, che questa disciplina sia poco significativa.

Attraverso una mozione, che è un atto significativo e di indirizzo cui seguirà una discussione che darà modo al Governo di indicarci la strada da percorrere, chiediamo al Governo di valutare la possibilità che le ore di storia dell'arte siano integrate in più indirizzi professionali e soprattutto facciano parte di numerosi indirizzi scolastici nell'istruzione italiana. E soprattutto chiediamo che esse possano far parte non solo della scuola secondaria o superiore, perché riteniamo che l'educazione al bello - e il Ministro della cultura ce ne ha parlato in Commissione - debba partire dal principio, dalla scuola primaria. Chiediamo altresì al Governo di includere la comprensione e la conoscenza del patrimonio storico-artistico nell'insegnamento dell'educazione alla cittadinanza.

Ciò che proponiamo oggi non è solamente una sensibilità verso i docenti di storia dell'arte, che hanno sollecitato questo problema, ma nel Paese dei più grandi musei, delle maggiori gallerie, che detiene il primato delle bellezze artistiche, chiediamo che la storia dell'arte sia parte integrante e fattiva dei programmi scolastici. Attraverso questa mozione e queste linee di indirizzo chiediamo al Governo e al dibattito, e per questo ci rivolgiamo a tutti i Gruppi disponibili a modificare la mozione nel senso da noi proposto, che la storia dell'arte sia più protagonista nella scuola italiana, ritenendo che in questo modo si migliori la cultura e l'educazione del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice De Feo).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritta a parlare la senatrice Garavaglia Mariapia. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signor Presidente, oso riprendere un'espressione usata dal collega Rutelli quando dice che vorremmo rivolgere una perorazione all'Aula. È esattamente quello che mi permetto di fare anch'io, signor Sottosegretario.

La riforma della scuola secondaria, infatti, è essenziale per selezionare per merito le classi dirigenti del Paese. Di questo abbiamo parlato durante la discussione di tutte le riforme, da quella della scuola primaria a quella dell'università, e ci siamo avvalsi spesso anche dei giudizi dell'OCSE, che della scuola primaria diceva meraviglie, mentre sottolineava la necessità di riformare quella secondaria di primo e di secondo grado.

Colleghi, stiamo trattando oggi di un argomento importante, perché le riforme sono state delegificate: chi non è stato in 7a Commissione o non ha avuto colleghi che lo hanno interpellato su questo tema non sa che in forza della legge finanziaria, a partire della prima finanziaria del Governo Berlusconi, con il decreto-legge n. 112 del 2008, abbiamo sacrificato la cultura e il sapere alla finanza. Così, mentre noi facevamo una finanziaria di 30 miliardi, la Germania ne faceva una di 40, destinando - la Germania - 15 miliardi al sapere (ricerca, istruzione, arte). Noi, invece, operavamo tagli per 8,5 miliardi alla scuola, di cui 1,36 all'università, alla cultura e ai beni culturali.

E proprio in questo momento, in cui siamo preoccupati per la crescita del Paese e ci chiediamo su che cosa puntare per lo sviluppo dell'Italia, non dovremmo dimenticare quella che è la nostra miniera, vale a dire la cultura, i beni culturali, l'arte. Bisogna però capirla l'arte per apprezzarla, altrimenti non c'è nemmeno la tutela. È stato detto proprio in quest'Aula che con la cultura non si mangia; qualcun altro ha detto che la bellezza salva il mondo. La cultura, però, in Italia fa mangiare e in questo senso basterebbe esaminare i rapporti di Federculture per vedere quanto è arrivato in termini di reddito all'ente locale, piuttosto che ad una certa fondazione o associazione, là dove sono intervenuti investimenti in recuperi ambientali, in restauri di opere d'arte, in costruzioni o realizzazioni di musei.

Credo basti guardare alla nostra capitale per renderci conto di qual è l'incremento turistico quando ci sono mostre o concerti importanti - parliamo di quel «turismo di motivazione» che arriva espressamente per un determinato evento - e verificare così qual è il reddito per la capitale, alla quale adesso vengono assegnati anche gli introiti di quella tassa sul turismo che vorrei fosse destinata prioritariamente alla conservazione e alla tutela dei beni culturali. A questo proposito, ci tengo a dire che non sottovalutiamo il momento di grave crisi economico-finanziaria del Paese, ed anzi ci sentiamo responsabili: pertanto, non volendo gravare su altre voci di bilancio, sarebbe però almeno il caso di finalizzare i fondi espressamente derivanti dalla fruizione dei beni culturali e dall'arte, al mantenimento del patrimonio, alla sua conservazione e alla sua rivalutazione.

Signor Sottosegretario, stiamo parlando di un tema che è legato direttamente alla cultura civica. Il Governo aveva molto insistito sull'educazione alla cittadinanza e sull'attuazione dell'articolo 9 della Costituzione, con la sua interdisciplinarità (il paesaggio, l'arte, la cultura in senso lato), a partire dalla scuola, già da quella primaria. Ed è noto che non ci vuole un professore ad hoc; occorre però che ci sia uno spazio per l'educazione al consumo e alla lettura dell'arte. Come si viene a Roma, come si va a Firenze o a San Gimignano o ad Amalfi, se non si sa che cosa leggere in quelle realtà? E come nella scuola primaria si impara a leggere e scrivere, così anche la lettura dell'arte si apprende sotto la guida degli esperti.

Bene, noi sappiamo che abbiamo sacrificato ore curricolari della scuola secondaria e delle scuole professionali, togliendo espressamente storia dell'arte. Non credo che i miei colleghi immaginino che con questa mozione, signor Presidente, noi vogliamo poi fra un po' arrivare con una mozione che chieda l'inserimento di più ore di fisica o di latino: stiamo segnatamente parlando di una materia che, eliminata o ridotta al minimo, lede esattamente il curriculum e quindi l'aspettativa professionale, il futuro e lo sviluppo dei giovani. Si può al ginnasio non apprendere storia dell'arte? Si può in una scuola professionale artistica, in un istituto d'arte, in un istituto di moda, in un istituto di design non conoscere la storia dell'arte? È come non imparare a leggere e a scrivere.

Del resto c'è un tasso, che l'OCSE ci rimanda, di cui dovremmo essere preoccupati: in Italia il 72 per cento delle persone, che pure sono andate a scuola, non ha la competenza a capire ciò che leggono, figurarsi se possono capire opere d'arte. Immagini, signor Sottosegretario e collega, in quanto docente, come si può capire la Divina commedia, per come la si insegna nel triennio del liceo, se non c'è stata prima propedeuticamente una spiegazione di quegli artisti che Dante incontra. Fra l'altro, si usano parole che hanno un'origine greca o latina, come lei m'insegna, e siccome anche il latino è stato ridotto di un'ora e nel liceo tecnologico non c'è più del tutto, chissà che fatica fanno gli studenti a mandare a memoria parole di cui, non conoscendo l'etimologia, non capiscono il significato.

Questo vale anche per le opere d'arte: l'arte è davvero il nutrimento dell'anima, di arte in Italia si vive, ma anche se non fosse così merceologicamente importante anche per il turismo, è comunque importante per la formazione spirituale; non è solo tecnica la formazione che si deve acquisire a scuola, non è solo di cultura generale, ma è anche di capacità di essere orgogliosi della storia che portiamo dentro. L'arte, cari colleghi, è un presente ed è un eterno e, così com'è, come è stata rappresentata, come possiamo goderla, è per noi, è stata per i nostri padri, per i nostri nonni e sarà per i figli e i nipoti. Non ci sembra sufficientemente importante avere un'eredità di questo tipo? Chi non può dare altre eredità ai figli, può dare questa cultura che già Diogene ci diceva essere l'unica cosa che non si perde, l'unica che anche in un naufragio avremmo salvaguardato.

Mi rendo conto, signor Presidente, che abbiamo portato in Aula un argomento di grande importanza, che merita forse ulteriore precisazione e specificazione, perché mentre svolgevo questo mio breve intervento, che sta volgendo al termine, mi rendevo conto che si potrebbe dire: «Allora lo stesso vale per ogni altra materia». Questa però non è come le altre materie: ha proprio una sua trasversalità. Si può fare come si fa la cosiddetta educazione civica, che è sparita dall'orario, la si fa in maniera trasversale. Facciamo lo stesso anche con questa, ma non affidandola a chiunque, onorevole Sottosegretario: il merito lo si può valutare se c'è stata prima la valutazione di chi insegna. Una buona scuola è in mano a insegnanti che sanno insegnare; perciò occorre che ci siano i concorsi per insegnanti di storia dell'arte che diano spazio per lavori interdisciplinari. Del resto, si usava anche ai suoi e ai miei tempi la famosa tesina, per cui partendo da un'opera d'arte si parlava di lingua, di storia e di economia del periodo cui l'opera d'arte faceva riferimento.

Mi pare di poter concludere, signor Presidente, signor Sottosegretario, chiedendo un ripensamento, perché si possono sempre modificare i regolamenti: un regolamento ha modificato la scuola secondaria italiana, non una legge discussa in Parlamento. I regolamenti sono un po' più facili da modificare delle leggi, con un dibattito approfondito, che penso che ora anche il PdL possa assumere come un impegno importante per il Paese, per creare oggi posti di lavoro e, domani, per tenere alta nel mondo la fama che ha il nostro Paese, perché non vorrei che un giorno o l'altro ci sentissimo rivolgere anche dall'UNESCO qualche rimprovero come quello che ci rivolge l'OCSE. (Applausi dai Gruppi PD, PdL e Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Benedetti Valentini. Ne ha facoltà.

BENEDETTI VALENTINI (PdL). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, ho ascoltato con attenzione gli interventi dei senatori che mi hanno preceduto e potrei liquidare l'argomento dicendo che condivido la gran parte delle argomentazioni svolte e che il documento in esame contiene concetti molto familiari e gradevoli.

Prima si è parlato di concetti generali. In essi bisogna credere, altrimenti ci si limita a fare dibattiti nel Paese e nelle istituzioni e tutto poi si esaurisce in quel contesto. Bisogna invece credere in essi. Colleghi, confesso di avere una certa abitudine. Ogni anno che inauguro la nuova agenda, sia professionale che politica, riporto in essa un motto che mi ha particolarmente colpito durante una mia lettura. Quest'anno, nella mia agenda, ho riportato la seguente frase di Johann Wolfgang von Goethe: «Solo l'arte consente la realizzazione di tutto ciò che nella realtà la vita rifiuta all'uomo». Posso quindi affermare di essere veramente in sintonia con quanto è stato finora detto e di essere davvero sincero quando dico che in questi concetti bisogna credere, per non rimanere fermi a un dibattito superficiale ed epidermico.

Ma aggiungo anche un riferimento personale, in un certo senso divertente. Ho sempre detto ai miei figli, quando erano in età scolare e adolescenziale, che potevano prendere tutte le lauree che desideravano e che ne sarei stato contento, ma che ciò non era decisivo. Ho suggerito loro di imparare bene due lingue straniere, di coltivare e praticare correttamente una disciplina artistica, magari di saper suonare bene uno strumento o di saper dipingere. Ho dato loro qualche soldo e li ho spinti a partire e ad andare nel mondo, lasciando al limite perdere la laurea, se essa non rientrava nei loro desideri.

Quindi, bisogna credere in questi concetti, e mi trovo molto d'accordo con quanto è stato finora affermato. Il problema, però, è che crederci significa permeare la propria formazione partendo certamente dalla scuola ma non fermandosi ad essa. Non dobbiamo scaricare tutto sempre sulla scuola, come la cultura della sicurezza sul lavoro, dell'igiene, dell'ambiente e dei diritti civici. Dobbiamo partire certo dalla scuola, ma non è il solo luogo e momento nel quale permeare tutta la formazione dei nostri valori.

Mi soffermo su alcune notazioni più asciutte relative al contenuto del tema al nostro esame. In merito alla prima notazione, sono d'accordo nell'impolpare maggiormente e nel destinare più spazi temporali e organizzativi dei curricula scolastici alla storia dell'arte, anche perché - come giustamente ha affermato poc'anzi la collega Garavaglia - emerge come pretesto culturale lo studio di un'epoca, di una cultura e forse anche di un'economia. Pochi giorni fa, insieme all'ex ministro Paolucci ho inaugurato in Umbria una meravigliosa mostra di legni policromi, di dipinti e in particolare di croci scolpite, mostra dalla quale abbiamo rilevato proprio la storia dell'umanità, della cultura religiosa e del sentire, dell'approccio ai costumi e alle idee.

Colleghi, dobbiamo però in questa sede stabilire un concetto. Si chiede nelle scuole di studiare sempre più materie e contemporaneamente ci si batte perché sia sempre minore il numero delle ore e degli impegni. Allora che cosa facciamo? Bisogna intendersi al riguardo. Per quanto vogliano essere raffinate le tecniche di insegnamento e apprendimento, non è certo diminuendo i giorni e le ore di scuola e di lavoro che si possono aumentare progressivamente le materie. Bisogna mettersi a tavolino e trovare una soluzione tecnicamente e scientificamente, oltre che emotivamente, come ho detto prima.

Aggiungo che stiamo andando avanti in tutti i campi con la mitizzazione della specializzazione. Ormai chi non parla di specializzazione sembra stare fuori dal tempo e dal progresso. Si parla di specializzazione nelle discipline civili, nella medicina e nella chirurgia, nel diritto e negli uffici giudiziari: in sostanza, in tutte le discipline non si fa altro che pronunciare la parola specializzazione. Chi non parla bene della specializzazione ha parlato male di Garibaldi. Dunque è necessario intendersi, perché se nei curricula scolastici si vuole favorire la specializzazione è difficile che riescano ad essere inseriti in tutti gli indirizzi, con debito spazio e importanza, insegnamenti che pure riteniamo patrimonio fondamentale della cultura di base dell'individuo che sia destinato a svolgere un lavoro nobilmente manuale, nobilmente intellettuale o creativo di vario genere. È necessario intendersi: se andiamo verso una iperspecializzazione (di cui spesso chiediamo anche l'anticipazione perché vogliamo che chi si specializzava a 25 anni lo faccia a 18, che chi lo faceva a 18 anticipi a 16 anni, e così via), se andiamo verso una forte differenziazione delle branche formative è evidente che diventa molto difficile, poi, invocare la presenza di discipline di formazione di base dell'individuo fin dalle prime fasce scolastiche. Dunque, come vedete, il problema è molto sentito, anche dal sottoscritto ma deve fare i conti con quello che è, realisticamente, l'insieme dei contenitori della formazione scolastica.

Aggiungo due ultime osservazioni: la prima è relativa alle risorse. Noi possiamo fare - e come vedete io vi partecipo emotivamente - tutti i migliori proponimenti e scelte politiche di indirizzo che vogliamo, ma se mancano le risorse non potremo conservare i beni culturali, non potremo visitarli, né organizzare la fruizione e il godimento di tali beni in ogni campo e settore dei medesimi. Occorre sicuramente non inquinare quanto di nobile vi può essere nel settore, ma occorre anche studiare i modi per far affluire capitali che non possono che provenire dal mondo delle attività private, prevedendo i relativi incentivi. Infatti, senza un afflusso più forte di capitali non saremo in grado di fronteggiare questo scenario che, per l'Italia, è esaltante, ma nello stesso tempo ci responsabilizza tremendamente.

Concludo con il dire che anche in questo settore ci deve essere un'accorta politica territoriale. La gran parte dei beni più preziosi per l'identità profonda della nostra Nazione e della nostra cultura non si trova neppure nei grandi centri o nelle grandi città, ma in quelle piccole e medie, persino nelle piccolissime frazioni della nostra Provincia. Si dice molte volte che vi può essere un patrimonio culturale maggiore in un piccolo centro come Pienza che in un intero Paese del nostro continente o peggio ancora di altri continenti. Se questo è vero, dobbiamo fare delle scelte. Non si può andare avanti con la cultura metropolitana dell'accentramento delle risorse, dei servizi e delle gravitazioni, ma si deve capire, di concerto con le Regioni e con il sistema degli enti locali, che occorre dedicare un'attenzione privilegiata alla costellazione dei piccoli e medi centri italiani che sono gli scrigni che custodiscono la gran parte di tale patrimonio culturale.

Come vedete, in un breve intervento non potevo che accennare ad alcune di queste tematiche; in ogni caso non possiamo congedarci da un dibattito di questo genere senza avere almeno accennato a tali formidabili problemi che prevedono grandi scelte politiche e grandi prospettive e non si esauriscono nell'angoletto di una legge finanziaria o in un provvedimento ad hoc, ma vanno affrontati con scelte di fondo, di indirizzo politico. Se destra e sinistra, a livello culturale e politico, non si fronteggiano su temi alti e nobili come questi, non capisco su cosa si debbano seriamente confrontare. Dunque ritengo che i pronunciamenti che vengono proposti verranno appoggiati e sostenuti, salvo qualche ritocco, purché questa sia una porta che apra ad un dibattito di più lunga, profonda e convinta durata. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Leoni. Ne ha facoltà.

LEONI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, la mozione del collega Rutelli non può che essere da me condivisa, dato che parla di un mondo e di una materia che amo. La mozione, però, arriva come un fulmine a ciel sereno, e io inviterei i presentatori a rinviarne la discussione per approfondire una tematica che tanto mi sta a cuore. Infatti, vi sono alcuni punti che non sono presenti nella mozione e che, se riportassimo la questione in Commissione, potremmo approfondire. In tal modo potremmo sicuramente migliorare la mozione in esame che, come ho detto, è pienamente condivisibile anche da parte del partito che mi onoro di rappresentare.

Come sapete, la gran parte del patrimonio artistico del mondo abita a casa nostra. Sarebbe quindi necessario che avessimo per il mondo ambasciatori che parlano dell'arte che si trova a casa nostra. È infatti riduttivo insegnare la storia dell'arte ai nostri ragazzi quando poi si scopre che nei Paesi asiatici, ad esempio in Cina, che ha un grande sviluppo, si vorrebbe venire in Europa a copiare il nostro modello, come noi europei cerchiamo di copiare il modello americano: dovremmo noi mandare insegnanti di storia dell'arte, quali nostri ambasciatori, nei Paesi esteri, a spiegare quale sia il grande patrimonio italiano della storia dell'arte. Da lì dovremmo partire.

Gli insegnanti poi dovrebbero essere qualificati nel modo giusto (io che ho vissuto nel mondo dell'arte non sempre ho avuto insegnanti all'altezza della situazione). Educare al bello non è qualcosa che ha inizio negli istituti tecnici o nelle medie superiori. Se chiedessi ai colleghi senatori di disegnare il ritratto del vicino o di un soggetto che hanno in mente, sicuramente il 90 per cento di loro farebbe un ritratto paragonabile a quello di un bambino della terza elementare, perché di arte nulla hanno conosciuto e approfondito. Quando firmate, colleghi, mettete nella vostra firma tutti gli elementi che Giotto usa nei suoi disegni: le aste, i rotondi, le linee ascendenti e discendenti. Dunque tutti noi saremmo in grado di fare grandi cose per l'arte, ma non ne siamo capaci perché non siamo stati educati; l'educazione all'arte è arrivata quando la nostra maturità era già sviluppata e non siamo riusciti a portare avanti un elemento che invece è necessario per tutti noi. Così, se guardiamo le nostre città, non possiamo che maledire gli architetti per quello che hanno fatto, perché il bello della città in cui viviamo è la parte rinascimentale, non la parte risalente al primo o secondo dopoguerra (anche se forse il primo dopoguerra ancora si salva).

Penso che dovremmo sviluppare questi elementi e che la mozione sia molto condivisibile, ma necessiti di essere approfondita, e invito i suoi sottoscrittori a non leggere la mia proposta come un ritardo sui lavori o la presa di posizione di un partito di opposizione, ma solo come una richiesta di approfondimento in Commissione. Non so se anche gli altri partiti condividano la mia idea.

Infine, la storia dell'arte non è fatta solo di monumenti, ma anche dal patrimonio del bene pubblico, e quando vedo i treni graffitati in un modo vergognoso e poi diciamo che sporcare i treni è arte, non va bene. Ci dobbiamo fare un esame di coscienza per poter dire se è arte o è "porcheria"! (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Possa).

Anche quando percorriamo le strade delle nostre città e troviamo i mozziconi di sigaretta buttati per strada vediamo cosa vuol dire andare contro il patrimonio delle nostre città. Dunque, l'educazione non può iniziare nelle scuole medie superiori. Dovremmo insegnare storia dell'arte, far apprezzare il bello all'inizio del processo di istruzione. Ed allora sicuramente riusciremmo a modificare la nostra società in quel senso che tanto sta a cuore a me e penso anche a molti altri colleghi.

Dunque, il mio suggerimento è quello di riportare l'argomento trattato da questa mozione così importante - lo sottolineo e vi prego di non interpretare questa mia idea come l'opposizione del partito di cui io faccio parte - in Commissione, pur contingentando i tempi, al fine di rafforzare questa bella iniziativa e migliorarla. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

Sulla liberazione di Paolo Bosusco

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire brevemente il sottosegretario agli affari esteri De Mistura per una comunicazione. Ne ha facoltà.

DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli senatori, vorrei annunciare ufficialmente che Paolo Bosusco è stato liberato. (Applausi). L'applauso di tutta l'Assemblea, cui si unisce il mio, deve essere rivolto a tutti coloro che hanno lavorato duramente perché questo avvenisse.

A nome del ministro Terzi di Sant'Agata inoltre vorrei confermare che faremo il possibile per qualunque altro dei nostri ostaggi italiani all'estero...

GRAMAZIO (PdL). Ci riferisca anche sui due marò!

PRESIDENTE. Sicuramente il Governo sta lavorando anche per questo. Prego il senatore Gramazio di non interrompere il rappresentante del Governo. Evitiamo polemiche inutili in questo momento.

DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. ...o prigionieri dei quali, come lei sa bene, mi sto personalmente occupando insieme ad altri giorno e notte, nella speranza che tornino tutti a casa. (Applausi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ringrazio il Sottosegretario per il suo intervento e per ciò che sta facendo.

Ripresa della discussione delle mozioni nn. 479 e 611 (ore 10,28)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Possa. Ne ha facoltà.

POSSA (PdL). Signor Presidente, il mio intervento sarà molto breve. Il tema sollevato dalle mozioni dei senatori Rutelli e Rusconi è di straordinaria importanza: mi riferisco alla formazione sulla sensibilità al bello, così importante per la nostra stessa qualità di vita sociale e anche, com'è stato ricordato, per la qualità della nostra vita economica. Tuttavia, gli impegni che le due mozioni identiche chiedono al Governo sono molto importanti nell'ordine in cui sono stati sinteticamente indicati.

Gli impegni chiesti al Governo sono di reintegrare le ore eliminate dai nuovi ordinamenti della scuola secondaria superiore, in particolare per la formazione alla sensibilità al bello riguardante la storia dell'arte; riattivare l'indirizzo "beni culturali" nel percorso dei licei artistici; introdurre l'insegnamento della storia dell'arte nel ginnasio; inserire l'insegnamento della storia dell'arte nella scuola primaria; includere la comprensione e la conoscenza del patrimonio storico-artistico nell'insegnamento dell'educazione alla cittadinanza; salvaguardare e sostenere la specificità professionale e didattica dei docenti di storia dell'arte; incoraggiare la fruizione del patrimonio artistico e storico nel corso dell'intero periodo formativo di tutti gli studenti italiani, e così via.

Il quadro di questi impegni è di una tale pervasività e complessità e richiede un tale impegno organizzativo, coinvolgendo aspetti didattici così rilevanti, che l'esame in Aula del tema in una o in due mozioni, come in questo caso, come è stato ricordato anche dal senatore Leoni, mi sembra sia un modo troppo subitaneo e repentino di affrontare la questione. Credo sia necessaria una diversa considerazione. Io personalmente sono favorevole a quanto ha proposto il senatore Leoni. Siamo assolutamente d'accordo con chi ha firmato le mozioni, sugli intendimenti di fondo e sulle argomentazioni di tutti coloro che sono intervenuti in discussione generale, però l'impegno richiesto da queste mozioni è tale da meritare un esame più approfondito. Sono personalmente favorevole a che si effettui, nella Commissione che ho l'onore di presiedere, questo esame, al più presto naturalmente, vedendone tutte le implicazioni. Nella fattispecie, credo che oggi si possa proporre un rinvio della votazione sulle due mozioni, proprio per consentire questo approfondimento.

Signor Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola e propongo un rinvio di qualche giorno per la votazione sulle mozioni.

PRESIDENTE. Senatore Possa, prima di chiedere ai presentatori delle mozioni se accolgono l'invito, vorrei ascoltare il rappresentante del Governo.

ROSSI DORIA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, il MIUR ha esaminato con grande cura la mozione a partire dalla quale si è svolta questa importante riflessione del Senato. La situazione degli studi sul nostro patrimonio culturale è complessa. Abbiamo zone d'ombra e zone di luce. Nei licei classici e artistici c'è un posto importante; ci sono cose da definire, come l'Assemblea mi pare richieda. Nella scuola di base, il primo ciclo, vi sono obiettivi e traguardi già ben definiti e che si stanno proprio in queste settimane, secondo la norma, revisionando.

Personalmente ho la delega su questa materia e certamente c'è un'attenzione riguardo ai temi sollevati e dibattuti ora dal Senato. Da quest'Aula emerge una richiesta di riflessione profonda e il Governo propone una sospensione del voto che possa far emergere un ulteriore momento di approfondimento, vista proprio la complessità della materia. Il Senato deciderà in quale modo svolgere l'approfondimento. (Applausi dei senatori Astore e Biondelli).

Saluto ad una delegazione dell'associazione «Lettere Aperte»

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, sono presenti in tribuna i componenti dell'associazione «Lettere Aperte» di Palermo, cui rivolgo il nostro saluto. (Applausi).

Ripresa della discussione delle mozioni nn. 479 e 611 (ore 10,35)

PRESIDENTE. Vorrei ora sentire l'opinione dei presentatori delle due mozioni, senatori Rutelli e Rusconi.

RUTELLI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, ringrazio anzitutto i colleghi per l'attenzione che hanno rivolto alla materia e vorrei ricordare, nel rispondere immediatamente alla sua sollecitazione, che scaturisce dalla richiesta del collega Possa e dall'intervento del rappresentante del Governo Rossi Doria, che si è tenuto nei mesi scorsi un grande dibattito di rilievo generale nazionale sulla stampa italiana a proposito della difesa dell'insegnamento della storia dell'arte. I grandi quotidiani, dal «Corriere della Sera» ad «Avvenire» e «la Repubblica», hanno ospitato i pareri dei maggiori storici dell'arte italiana ­ cito solo Carlo Bertelli ­ segnalando questo punto specifico di criticità. È una questione di interesse generale; voglio sottolineare solo questo, non per sminuire - tutt'altro - l'importante lavoro che si fa nella Commissione competente.

Penso sia giusto che questa tematica, per il rilievo che ha, possa essere ovviamente approfondita nel corso dell'esame dei provvedimenti nella Commissione competente. Tuttavia, nell'accogliere la richiesta che viene fatta di un approfondimento per pervenire ad un'approvazione concordata da tutti (l'intervento del senatore Benedetti Valentini, il cui Gruppo non ha presentato una mozione, testimonia della potenzialità di una larghissima convergenza, così come quello del collega Leoni), manifesto la mia disponibilità ad una sospensione dell'esame perché i Gruppi possano addivenire all'intesa sul testo finale da portare all'approvazione dell'Aula.

Pertanto, se il Presidente è d'accordo, potremmo interrompere qui l'esame e il dibattito e rimandarlo ad un'altra seduta, da concordare in sede di Conferenza dei Capigruppo, dando mandato ai Capigruppo e ai rappresentanti dei diversi Gruppi nella Commissione di addivenire ad un'intesa perché questa materia venga risolta positivamente e con larga convergenza nell'Aula del Senato, poiché vi è nel Paese un'attesa importante per una conclusione positiva. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e della senatrice Garavaglia Mariapia).

RUSCONI (PD). Signor Presidente, mi sembra che il valore di tutti gli interventi manifesti, da una parte, l'importanza dell'argomento e, dall'altra, la necessità di un approfondimento per arrivare a una soluzione che auspico unanime. Il fatto che il primo proponente della prima mozione, ovvero il presidente Rutelli, sia per la ripresentazione del testo in Aula non mi trova in disaccordo, quindi questa soluzione va bene. Ciò non toglie, visto che uno degli interventi è stato quello del presidente Possa, che nel frattempo la Commissione possa dare, poiché in quella sede sono presenti tutti i rappresentanti dei Gruppi, un contributo per risolvere alcuni dei nodi presenti, in modo che quando si arriverà in Aula si sia pronti ad accogliere una soluzione specifica rispetto ai dispositivi presentati. Considero quindi le due proposte del Governo entrambe positive per arrivare ad una soluzione.

PRESIDENTE. Colleghi, mi sembra che non vi siano contrarietà; pertanto, anche su parere favorevole del Governo, è accolta la richiesta del senatore Possa di un rinvio della discussione delle mozioni.

Discussione della mozione n. 545 (testo 2) sulle riforme democratiche in Birmania (Procedimento abbreviato, ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento) (ore 10,40)

Approvazione della mozione n. 545 (testo 3)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione 1-00545 (testo 2), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori, con procedimento abbreviato ai sensi dell'articolo 157, comma 3, del Regolamento, sulle riforme democratiche in Birmania.

Ha facoltà di parlare la senatrice Soliani per illustrarla.

SOLIANI (PD). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, questa mozione incrocia la storia. Quando essa è stata presentata, due mesi fa, in Myanmar si era avviata la fase di transizione verso la democrazia con fatti concreti: la liberazione di Aung San Suu Kyi (dopo anni di isolamento e arresti domiciliari) e di numerosi prigionieri politici, la sua candidatura alle elezioni suppletive e la registrazione ufficiale del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia.

Ma la svolta storica di fronte al mondo è avvenuta in Myanmar, proprio in questi giorni, con le elezioni svoltesi il 1° aprile, quando Aung San Suu Kyi è stata eletta al Parlamento e il suo partito ha vinto in 43 dei 45 seggi elettorali: un evento enorme, una svolta storica che il mondo intero ha seguito con grande partecipazione, riconoscendo unanimemente il valore di una leadership democratica, il cui peso si manifesterà sempre di più in Asia e in tutto il mondo.

Il Senato della Repubblica non ha atteso questi giorni per guardare alla Birmania e alla leader Aung San Suu Kyi; in questi anni non ha dimenticato la violazione dei diritti umani e la violenza contro le minoranze etniche. Da diversi anni (in particolare da quando, nel 2007, abbiamo costituito l'associazione interparlamentare «Amici della Birmania») il Senato - forse l'unico al mondo - ha seguito con attenzione la vicenda del popolo birmano e, con interventi, mozioni, interrogazioni ed audizioni della Commissione sui diritti umani, ha preso posizione sulla grave violazione dei diritti umani nel Myanmar, sulle condizioni di vita del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nonché sulla necessità della sua liberazione e della scarcerazione dei prigionieri politici. Di fronte alle ripetute e sistematiche violazioni dei diritti umani, l'Italia, insieme all'Unione europea e alla comunità internazionale, ha intrapreso la via delle sanzioni come strumento per determinare una presa di distanza dal regime militare e per promuovere l'avvio di un processo politico verso la democrazia.

Mentre di tutto ciò la mozione dà conto, oggi essa registra positivamente il cambiamento iniziato: qui sta la svolta. Il presidente del Governo del Myanmar, Thein Sein (che ha aperto la fase riformatrice) e Aung San Suu Kyi (che con la sua resistenza ha tenuto aperta la prospettiva della democrazia in Birmania) hanno avviato un dialogo per le riforme. È questo dialogo che noi dobbiamo e vogliamo incoraggiare. Siamo di fronte ad una nuova fase in Birmania, cui tutti i Paesi guardano con grande attenzione: dagli Stati Uniti, all'Unione europea, all'Asia. La Birmania è un Paese strategico tra la Cina, l'India e il Sud-est asiatico e la sua evoluzione democratica può costituire un grande fattorie di cambiamento.

Sappiamo che nel 2014 la Birmania assumerà la presidenza dell'ASEAN (l'Associazione delle Nazioni dell'Asia sudorientale). Siamo ben consapevoli che ci troviamo di fronte ad un primo passo; che la situazione rimane complessa e non priva di rischi; che la responsabilità posta sulle spalle di Thein Sein e Aung San Suu Kyi è enorme; che il popolo birmano vive con trepidazione e speranza l'attesa delle riforme. La strada verso la libertà è ancora lunga, ma è proprio in una situazione così complessa che è bene sostenere i punti di forza che alimentano la fiducia, che fanno arretrare la paura, che consolidano la volontà di riconciliazione e di costruzione della comune convivenza e che guardano al futuro delle nuove generazioni mentre si custodisce la memoria delle sofferenze del passato.

L'Italia è in primo piano nell'impegno perché la Birmania proceda sulla strada della democrazia. Dal 2007 l'Unione europea ha scelto un italiano, Piero Fassino, come inviato speciale per il Myanmar. Fassino ha contribuito alla positiva evoluzione della situazione politica del Paese, migliorando le relazioni e la comprensione reciproca tra Birmania ed Unione europea, con sistematici ed estesi contatti con i Paesi dell'ASEAN. Il popolo italiano, in questi anni, è stato particolarmente vicino al popolo birmano: numerose istituzioni locali ed associazioni culturali hanno promosso iniziative ed il conferimento della cittadinanza onoraria, non solo ad Aung San Suu Kyi, ma a diversi prigionieri politici birmani.

Se questo è il tempo del dialogo internazionale e della cooperazione politica nei confronti del Myanmar, come testimoniano le visite a Rangoon di numerosi ministri e personalità di tutto il mondo a partire dal segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton, se è il tempo della collaborazione, allora è tempo di considerare concretamente la possibilità di sospendere e procedere al definitivo superamento delle sanzioni contro il Myanmar, soprattutto nelle parti che colpiscono la popolazione, stremata da anni di povertà e sofferenza, come si apprestano a fare gli Stati Uniti e l'Unione europea, favorendo il rientro di quel Paese in seno alla comunità internazionale. Un superamento delle sanzioni che vada di pari passo con il consolidamento del processo di riforma avviato e la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Signor rappresentante del Governo, la mozione impegna il Governo ad essere parte attività nell'Unione europea e sulla scena internazionale perché sia incoraggiato il processo democratico in Myanmar, sia favorito il dialogo tra le diversi componenti e le etnie, siano sviluppate politiche di cooperazione tra Italia e Birmania nel campo economico, sociale, culturale e politico. Noi invitiamo il Governo ad intensificare gli scambi diplomatici e i rapporti politici con il Myanmar, prevedendo anche una visita in tempi brevi del Ministro degli esteri a Rangoon. La presenza e l'attività a Rangoon dell'ambasciata dell'Italia è il segno dell'attenzione del nostro Paese nei confronti del Myanmar.

Signor Presidente, colleghi, il significato di questa mozione non è solo un capitolo della politica internazionale dell'Italia in un'area destinata a spingere il cammino del mondo. Essa sottolinea il ruolo che il nostro Paese può svolgere con l'Europa nella scena mondiale per affermare i valori universali, il rispetto dei diritti umani, la pace, come è nella storia e nella cultura dell'Italia. Ma vi è un altro significato che conclusivamente vorrei rendere esplicito.

La democrazia - ne sono convinta - è e sarà sempre di più il valore costitutivo del mondo nuovo e la Birmania ci insegna che quando è in gioca la democrazia è la vita stessa delle persone ad essere in gioco. L'Italia che ha vissuto la dittatura e, con l'Europa, l'orrore della violenza e della guerra, che ha fatto nascere la Repubblica e la democrazia oggi guarda ad Aung San Suu Kyi, il cuore pulsante della Birmania, come ad una donna che della sua dignità e della dignità del suo popolo, e dunque della democrazia, ha fatto una ragione di vita pagando prezzi altissimi. Un esempio per la nostra democrazia così affaticata, così indebolita, che conosce più spesso la banalità che l'eroismo. Aung San Suu Kyi vive la democrazia nella sua radicalità come scelta esigente, vive la concentrazione non la dissipazione, il sacrificio non il privilegio, il rigore non il lassismo, la dignità non la volgarità. Si è nutrita di silenzio, di ascolto e per questo la sua voce oggi è così forte e ascoltata.

In questi anni, per me, seguire la vicenda di Aung San Suu Kyi per circostanze, colleghi, che forse sono scritte nel destino - non saprei spiegarlo altrimenti - è stato nello stesso tempo un dolore e un balsamo, mentre scorrevano i giorni tristi della nostra democrazia.

La sua - quella di Aung San Suu Kyi - è un'idea della politica intrisa di spiritualità, non importa a quale fonte sia attinta (nel suo caso, il buddismo). La spiritualità è vissuta come autentica categoria della politica che distingue, discerne, cerca l'essenziale, si esprime con la gratuità, la non violenza, la compassione, una lingua nuova, feconda anche per la nostra democrazia.

Penso, signor Presidente, che faccia piacere a lei e all'Assemblea tutta sapere che nei giorni scorsi è stato consegnato da un mio collaboratore ad Aung San Suu Kyi, ormai nostra collega parlamentare del Parlamento della Birmania, il foulard di seta - molto bello, molto grande - che raffigura il velario che è sopra quest'Aula. Un segno della nostra vicinanza che questa mozione, colleghi, intende trasformare in impegno politico per il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e del senatore De Eccher. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non solo sono evidentemente felice - come tutti noi - per la liberazione e l'elezione di Aung San Suu Kyi al Parlamento birmano, ma voglio dare merito e atto alla senatrice Soliani - che da tempo è impegnata non solo su questo tema, ma su tutte le questioni relative ai diritti umani - e ai colleghi del Gruppo che si sono occupati di tali tematiche di avere seguito con cura e di aver reso utili i dibattiti che abbiamo svolto in quest'Aula.

In questo momento, vorrei sottolineare tre questioni.

Innanzi tutto, è un fatto politico importante che sia stato segnato il cammino di democrazia in Asia, perché da troppo tempo, signor Presidente, signor Sottosegretario, abbiamo l'idea, diffusa dai cosiddetti realisti, che in Africa, in Asia e nei Paesi che abbiamo la colpa - sia pure con qualche merito - di aver colonizzato la democrazia come l'abbiamo conosciuta non sia possibile; in un certo senso è un modo elegante di parlare di inferiorità tra gli Stati. Ciò è profondamente sbagliato, perché la democrazia è possibile in tutto il mondo. È possibile nei Paesi arabi: gli amici e i colleghi radicali si impegnano da anni, ed Emma Bonino lo ha fatto per tanto tempo partecipando a convegni in quegli Stati per dimostrare che la democrazia è possibile ovunque e che una lettura sapiente dei testi, sia sacri che laici, dei Paesi a noi vicini evidenzia che non si condanna alcun Paese a non essere democratico o a dover accettare la repressione come elemento di aggregazione della propria società. Allora, la democrazia è possibile in Asia; non è incompatibile con la possibilità di crescere come società, anche economicamente prospere; non è incompatibile con l'idea che si debbano avere relazioni che vanno costruite lentamente, se si accettano la diplomazia e il diritto internazionale come elementi di costruzione dei rapporti tra i Paesi. È ovvio che i progressi non avvengono tutti insieme, che bisogna tener conto delle dimensioni e delle situazioni, ma la democrazia è possibile, e questo fatto lo dimostra. Non è obbligatorio: non siamo condannati ad immaginare di dover trattare per forza con i dittatori perché questa è la condizione a cui siamo condannati. Non è così! Chi ha trattato con i dittatori lo ha fatto scegliendo di trattare con i dittatori: poteva scegliere di stare con l'opposizione.

In secondo luogo, le sanzioni, gli organismi internazionali, i dibattiti in Parlamento, anche quello svolto in questa sede sulla Birmania, sono utili. È importante ribadirlo. Molte volte, quando abbiamo svolto questi dibattiti, quando qualcuno di noi ha chiesto di riflettere su tali temi, si è diffuso - diciamo la verità - un certo scetticismo; sembra sempre che la discussione sull'ultimo fatto pubblicato in prima pagina nel nostro Paese sia più importante di quanto accade nel mondo. Ricordo che in quest'Aula abbiamo svolto un dibattito sulla Birmania, anche abbastanza partecipato: tali dibattiti sono utili. Sostengono coloro che vengono imprigionati ingiustamente, aiutano le opposizioni di quei Paesi a crescere, mettono in difficoltà i dittatori e coloro che non rispettano la libertà. Ripeto: i dibattiti parlamentari, gli organismi internazionali, le sanzioni sono utili. Dobbiamo rovesciare il meccanismo mentale per cui si pensa che questi sono elementi sovrastrutturali della politica, mentre altra è la politica. Non è così! Certo, bisogna anche partecipare alla riforma degli organismi internazionali, perché anche in Myanmar (in Birmania) non c'è ancora la libertà per tutti; ci sono altri detenuti politici; ci sono elezioni democratiche da fare; non è escluso che vi siano colpi di coda da parte di chi oggi governa. Non basta questo passaggio. Tuttavia non c'è dubbio che la pressione internazionale, la pressione diplomatica, le sanzioni, i rapporti costruiti in un certo modo hanno determinato le condizioni di un contesto completamente differente. Dunque dobbiamo essere conseguenti, è la scienza della politica che ce lo chiede: se dopo le pressioni, le sanzioni e la diplomazia al lavoro c'è stato questo risultato, dobbiamo moltiplicare le condizioni per cui le sanzioni, gli organismi internazionali e la riforma degli stessi siano portati fino in fondo. Non avrebbe senso gioire per quanto accade in questi giorni in Birmania e per un leader che riconosciamo e poi abbandonare la lotta affinché vengano riformate le Nazioni Unite, affinché abbiano il potere di imporre dall'inizio sanzioni efficaci, che non siano scelte "alla carta" per cui è possibile imporle nel Myanmar ma non in Siria, in Paesi semioccidentali, ma non nei Paesi arabi. La politica deve costruire le condizioni affinché questa possibilità vi sia per tutti i Paesi e allo stesso modo.

Ultima considerazione. Credo che anche questa battaglia dimostri la necessità che i nostri diplomatici, i politici e i responsabili di Governo, i Capi di Stato, viaggino con la valigetta che ha il Presidente degli Stati Uniti d'America, e forse anche il Presidente della Federazione russa; una valigetta che però non dovrebbe contenere i congegni per l'utilizzo delle armi nucleari, bensì i diritti umani. E lo dico non in maniera retorica, ma nel senso che i trattati - potrei citarne uno (il Trattato con la Libia) su cui credo di aver fatto un errore politico - dovrebbero contenere un parametro sul rispetto dei diritti umani scientificamente controllabile, per cui alla sottoscrizione del prossimo patto, del prossimo trattato quel parametro deve salire, altrimenti scatta un meccanismo di sanzione interno ai trattati. C'è sicuramente chi è più esperto di me nelle arti diplomatiche - tra i banchi del Governo in particolare - che quindi potrà trovare il modo per far sì che ciò avvenga: è impensabile, nel 2012, che i trattati prescindano dai diritti umani. È impensabile, perché i diritti umani sono una questione di crescita e di sviluppo, non sono soltanto un fatto morale ed etico. Un Paese che non rispetta i diritti umani è economicamente in difficoltà, non cresce, non si sviluppa, fa fuggire i suoi figli altrove: quindi, conviene rispettare i diritti umani, non è solo un dato morale ed etico fondamentale. Conviene.

A tale proposito, credo valga un'affermazione che ripeteva sempre La Pira, in maniera paradossale, quando parlava della pace: la pace è possibile, perché è sempre possibile ricercarla, la guerra è impossibile, perché è impossibile evitarla. Dovrebbe valere lo stesso anche per i diritti e la democrazia. Questa storia, cara collega Albertina Soliani, cari colleghi, ci insegna che la democrazia è possibile, è sempre possibile, e che la repressione non porta mai a nulla: alla fine perde sempre. La repressione è impossibile. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci ritroviamo oggi a parlare della situazione che investe la Birmania: l'Italia dei Valori auspica reali cambiamenti politici, sociali e istituzionali. Lo abbiamo fatto negli anni passati ricordando Aung San Suu Kyi, tenendo ben presente che a nulla si può realmente giungere se non con il contestuale appoggio e supporto dell'intera comunità internazionale.

Dal 1947 al 1988, la Birmania è stata governata da un sistema politico soltanto inizialmente pluralistico, poi sempre più autoritario, basato su una forte prevalenza delle gerarchie militari che hanno gradualmente assunto ogni potere.

All'indomani delle elezioni del 1990, quando la Lega nazionale per la democrazia, guidata da Aung San Suu Kyi, vinse le elezioni, i militari tornarono al potere, costringendo la leader dell'opposizione a quasi vent'anni di arresti domiciliari e insistendo in una politica duramente restrittiva, in conseguenza della quale Unione europea, Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno ulteriormente inasprito le sanzioni economiche adottate precedentemente.

Ripeto, anche noi più volte - come è stato già ricordato - nel dibattito in Aula abbiamo sollecitato e dato il nostro contributo per accelerare il processo che ha poi portato alla liberazione di San Suu Kyi.

Come spesso accade nelle forme di regime, il Paese è stato assoggettato ad una politica di forte isolamento, situazione che consente un controllo molto più capillare e disincentiva ogni azione volta all'evoluzione istituzionale, sociale e politica.

Nonostante l'elevata disponibilità di risorse naturali, fino ad oggi il Paese ha conosciuto un tasso di sviluppo bassissimo e il risultato è stato quello di un'economia stagnante, proprio negli anni in cui il resto dell'Asia esplodeva, economicamente e commercialmente.

Il partito militare al potere, con il tempo, ha cercato di mutare l'approccio con le potenze economiche vicine, forte della strategica collocazione geopolitica della Birmania, inducendo anche negli ultimi anni Cina ed India a promuovere una crescente politica di scambi, investimenti e affari economici su larga scala.

Ma le stesse possibilità di sviluppo del Paese incontrano ostacoli che inevitabilmente sono riconducibili al regime oppressivo e repressivo del partito dei militari.

Ecco perché abbiamo il dovere, soprattutto in questi giorni, di guardare a quanto sta accadendo in Birmania ad opera della coraggiosa attività della Lega Nazionale per la Democrazia e del suo stesso leader, premio Nobel per la pace e simbolo autentico di un movimento che, nonostante le dure repressioni, prosegue nella sola intenzione di cambiare il proprio Paese, offrendo un'alternativa alla stagnazione, anche politica, alla quale si assiste ormai da decenni.

Purtroppo, nonostante l'entusiasmo all'esito delle elezioni indette per colmare 45 posti vacanti in Parlamento, è impensabile anche solo immaginare che anche il più positivo dei risultati possa efficacemente e rapidamente mutare gli equilibri interni. Abbiamo visto che i militari appaiono ancora anni luce distanti dalla volontà di cedere democraticamente parte del proprio potere; anche in quest'occasione sono stati denunciati brogli, intimidazioni, tutte operazioni coercitive che insistono nel voler mantenere una sorta di timore reverenziale, che disincentivi il cambiamento e scoraggi ogni forma di opposizione.

Ritengo dunque che questa sia la sede più opportuna per contribuire ad un cambiamento che diventa oramai inevitabile e necessario: lo abbiamo fatto tante volte in passato e continueremo a farlo.

Sarebbe una pura illusione immaginare che il solo risultato elettorale possa modificare gli equilibri interni. La comunità internazionale dovrà giocare in questo momento un ruolo di primo piano, agendo affinché il cambiamento derivante dal passaggio elettorale possa essere credibile, conducendo all'avvio di una fase veramente nuova, incentrata sulla liberazione dei tanti prigionieri politici, sull'apertura di dialogo tra i militari al potere, le opposizioni esistenti e le minoranze etniche su cui ancora si giocano gli scontri.

È in questo senso che intendiamo l'opera di coinvolgimento e di cooperazione che è necessario intraprendere per le riconversioni democratiche di ordinamenti che da sempre vivono in situazioni di dura oppressione. Da irresponsabili sarebbe ipotizzare che solo gli interventi militari, con le missioni internazionali a cui siamo abituati, possano contribuire a passaggi così importanti.

Sono invece queste le situazioni in cui un Paese scrive e sintetizza la propria politica estera, con coinvolgimenti che siano effettivi, sul campo, che contribuiscano a tessere una serie di relazioni istituzionali necessarie, affinché il Paese interessato possa percepire l'attenzione della comunità internazionale, la pressione esercitata sull'effettività del cambiamento democratico.

La mozione in discussione può ben rappresentare per il nostro Paese e per lo stesso Ministro degli esteri una buona opportunità per cercare di mantenere un ruolo nell'ambito delle relazioni internazionali.

Ancora una volta assistiamo al primato del coinvolgimento statunitense, attraverso la visita del Segretario di Stato, e a quello francese, puntualmente presenti in Birmania per appoggiare apertamente l'evoluzione in atto.

Noi, come Italia dei Valori, abbiamo sempre sostenuto il popolo birmano, chiedendo a gran voce il rilascio della leader dell'opposizione. Siamo pertanto favorevoli ad un più intenso impegno del Governo italiano sul piano degli scambi diplomatici da rafforzare con le istituzioni birmane, certi che solo le iniziative di aiuto umanitario e politiche di cooperazione economica, sociale e culturale possano condurre ad un risultato effettivo nell'impegno rivolto al processo di democratizzazione e al rispetto di diritti umani ancora sconosciuti alla stragrande maggioranza della popolazione birmana.

Come ha detto il collega che mi ha preceduto, sui diritti umani bisogna riflettere non solo per quanto riguarda la Birmania, ma bisogna insistere anche per la Libia, per la Siria, per tutti quegli Stati che oggi stanno massacrando tanti innocenti. Su questo, bisogna fare fronte comune, come abbiamo fatto oggi con questa mozione che ci vede tutti uniti per dire grazie alla lotta che ha fatto la leader San Suu Kyi, ma anche per dire che bisogna intensificare questo rapporto di pace e di rispetto dei diritti umani, diritti per i quali in molti Paesi non esiste neanche la parola. (Applausi dai Gruppi IdV e PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.

CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, colleghi, quella oggi in esame è una mozione molto importante. È una mozione che evidenzia per tutti noi una vittoria dal grande valore simbolico, perché finalmente dopo 30 anni d'attesa Aung San Suu Kyi farà finalmente il proprio ingresso nel Parlamento birmano.

Tutti sappiamo che lo scorso 1° aprile si sono tenute a Myanmar le elezioni suppletive per i rappresentanti del Parlamento. Come atteso e come sottolineato dalla senatrice Soliani, la Lega per la Democrazia è prevalsa con un larghissimo consenso (anche se a dire il vero Aung San Suu Kyi non sembrava particolarmente fiduciosa prima delle elezioni): avrebbe ottenuto 40 dei 45 seggi in palio. Questa è una grandissima vittoria e rappresenta per tutti noi un segnale chiarissimo da parte del popolo birmano su che cosa vuole per il proprio futuro e su cosa pensa dell'attuale regime al potere.

Si tratta per tutti noi, in un mondo globale, di una svolta storica di questo Paese e di un passo decisivo in direzione di una pace e di una democrazia che il Paese di fatto aspetta dal 1937, anno in cui la Birmania si è distaccata dall'India britannica.

Questo Paese ha conosciuto una storia estremamente martoriata, nella fase successiva all'indipendenza. Vorrei ricollegarmi ad alcuni passi storici molto importanti, anche per non sottovalutare quello che poi è accaduto: nel 1962 un primo colpo di Stato portò al potere la Giunta militare che è rimasta in carica, come alcuni sapranno, fino al 1988, quando durante le rivolte studentesche ci fu un secondo colpo di Stato. La nuova Giunta militare che prese il potere indisse libere elezioni per un'assemblea popolare nel 1990. A quel tempo molte persone legate alle Nazioni Unite, fra cui io stessa, lavoravano in quel Paese, al Nord, soprattutto nel triangolo d'oro: capimmo che la nostra collega San Suu Kyi sarebbe stata una grandissima donna per come reagì, quando fu arrestata. Già allora la Lega per la Democrazia vinse le elezioni, e anche in quel caso la vittoria fu schiacciante perché Aung San Suu Kyi avrebbe portato all'assemblea costituente 392 membri su 485. Stiamo parlando dei primi anni '90. Dopo tutti questi anni, prima di essere insignita del Nobel per la pace nel 1991, diventò anche, mentre alcuni di noi erano lì, cittadina onoraria della nostra capitale, Roma.

Ha ottenuto definitivamente la sua libertà soltanto nel novembre del 2010 e da quella data la leader birmana ha potuto riprendere in pieno la propria attività politica, anche se di fatto, pur nel corso della lunghissima detenzione, non ha mai smesso di rappresentare il principale punto di riferimento dell'opposizione al regime e della lotta per la democrazia nel Myanmar.

I risultati positivi sono sotto gli occhi di tutto il mondo, ma sono costati davvero molto in termini di diritti umani e civili. Sono costati davvero molto, perché diverse etnie hanno avuto molti profughi: ammontano a circa 60.000 i profughi che fino ad oggi hanno dovuto abbandonare le proprie case.

L'ottimismo e la speranza, però, non debbono farci dimenticare che, per delineare gli sviluppi futuri, è essenziale la posizione che il regime al potere potrà assumere di fronte a questo chiarissimo segnale di consenso, quasi unanime, del popolo birmano nei confronti di Aung San Suu Kyi, che allo stesso tempo rende palese la perdita di consenso del regime stesso.

Alcuni di voi, ma non tutti, sanno che, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006, la capitale è stata spostata da Yangon a Naypyidaw - si trova a 320 chilometri al Nord di Yangon - che in birmano significa la sede del re. Si tratta di una regione di Mandalay, governata da uno dei colonnelli del Paese.

Tutto questo sicuramente, insieme ai forti cambiamenti, lascia ben sperare, ma non si sposta una capitale senza far troppo rumore e senza comunicarlo agli altri Paesi, solo perché c'è bisogno di nuovo spazio per i Ministeri. Non è un fatto ovvio fare una nuova capitale; non è ovvio quanto è stato fatto a Aung San Suu Kyi lasciandola libera: personalmente ritengo, conoscendo quell'area, che tutto sia stato assolutamente programmato.

Da decenni, sotto i regimi militari - di militari astuti - si è saputo cambiare prima di avere una svolta, come del resto è avvenuto nel Mediterraneo. Ma ancora c'è molto da fare. I media - per esempio - non hanno assolutamente possibilità di espressione e ci sono ancora tanti prigionieri per motivazioni attinenti all'esercizio dei diritti civili.

Sono stati apportati allentamenti alla censura in quest'ultimo periodo - è vero - ma solo perché i riflettori sono stati ripuntati in quella realtà da quando Aung San Suu Kyi è stata liberata. Tuttavia, ciò non è ancora sufficiente. Solo una vera e piena libertà di espressione e di trasparenza dell'informazione attraverso media è condizione essenziale per scongiurare scenari di involuzione.

Molte cose purtroppo possono ancora succedere in quella terra ed è quindi essenziale che l'intera comunità internazionale moltiplichi i propri sforzi diplomatici e politici affinché il regime al potere mantenga la barra diritta sulla strada delle riforme e delle libertà per la democrazia. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signor Presidente, nel 2002, nell'ambito di una riunione organizzata dal Partito Radicale presso il Parlamento europeo, attraverso un collegamento telefonico, Aung San Suu Kyi chiedeva ai presenti - erano presenti la nostra presidente Emma Bonino e Marco Pannella, ma vi erano anche invitati provenienti da tutto il Sud Est asiatico - di usare le loro libertà per far avanzare le libertà di chi in quel momento - dieci anni fa, ma purtroppo per il Sud Est asiatico possiamo andare indietro almeno di mezzo secolo - non poteva avere neanche la possibilità di pronunciare la parola libertà in pubblico.

Oggi, forse, dovremmo riflettere anche su come noi abbiamo usato le nostre libertà per far avanzare le libertà altrui. Non sempre credo ci siamo riusciti.

Concordo totalmente con quanto ha detto poco fa il senatore Di Giovan Paolo relativamente all'uso intelligente delle sanzioni. Mi riferisco alle sanzioni economiche e politiche, a quelle sanzioni che mettono pressione su una serie di regimi i quali non soltanto opprimono i propri popoli ma, con il loro modo di governare, specie se siti in zone strategiche - la Birmania lo è, confinando con il Bangladesh, l'India, la Cina, il Laos, la Birmania e il Golfo del Bengala, ma anche la Siria, come diceva giustamente il senatore Di Giovan Paolo, proprio perché piazzata nel bel mezzo del Medio Oriente - finiscono in qualche modo per paralizzare altre iniziative di promozione dei diritti umani, libertà e democrazia in realtà ben più ampie.

Come abbiamo usato noi le nostre libertà, per esempio nei confronti della Birmania? Ricordo che a metà degli anni Novanta, gli eurodeputati radicali, come anche stamane è stato ricordato, riuscirono a far condizionare quanto più possibile l'aiuto, bilaterale o multilaterale, nei confronti dei Paesi che non avevano un regime democratico al progresso di riforme sia per il rispetto dei diritti umani che più strutturali e istituzionali per la creazione di strutture e infrastrutture democratiche.

A metà degli anni Novanta, per l'appunto, gli eurodeputati radicali Olivier Dupuis e Marco Pannella - Emma Bonino all'epoca era da poco stata nominata commissario europeo - riuscirono, con una loro iniziativa, a bloccare gli aiuti, pensate un po', verso due Paesi il cui contesto, da allora, è rimasto sotto strettissima osservazione. Questi due Paesi erano la Birmania e la Siria. Si chiedeva il blocco, il congelamento degli aiuti alla Birmania non soltanto per la vicenda di San Suu Kyi, ma anche per il modo in cui i vari gruppi etnici e le decine di popoli indigeni del Paese non solo continuavano ad essere esclusi dal processo diciamo sociale - perché di civile e democratico sicuramente non si poteva già parlare - ma venivano anche perseguitati in virtù della loro appartenenza al proprio popolo.

La Birmania, inoltre, negli anni Settanta, gli anni della guerra nel Vietnam, era nota anche per essere divenuta, nel giro di pochi mesi, la maggiore produttrice di oppio per eroina del mondo. Proprio a metà degli anni Novanta, grazie ad una sciagurata decisione del Governo Prodi, fu mandato a dirigere l'Agenzia di Vienna per le droghe un senatore eletto nella mia Regione, di nome Pino Arlacchi, che oggi - ahinoi - è responsabile per il Parlamento europeo dei rapporti con l'Afghanistan. Pino Arlacchi decise di tessere una serie di rapporti politici strettissimi con la Giunta militare birmana e vendette al pubblico pagante - l'Italia all'epoca era uno dei maggiori finanziatori di quell'Agenzia, mentre oggi, per una serie di motivi che non affronterò, non lo è più, come purtroppo non lo è più di molte altre Agenzie internazionali - la nozione che era stata cancellata la produzione di semi di papavero in Birmania, salvo poi scoprire, dopo due anni, che si era tutta spostata "poco più in là", in parte a sud verso il Laos e in parte, e oggi nella stragrande maggioranza dei casi, in Afghanistan. Ebbene, abbiamo usato le nostre libertà non soltanto per mandare Arlacchi, che non aveva né titoli né competenze e sicuramente pessime idee, a Vienna, ma non abbiamo fatto nulla per bloccare, a livello apicale delle Nazioni Unite, questo programma di cancellazione dell'oppio in Birmania.

Oggi che festeggiamo l'elezione di San Suu Kyi e di altri 43 membri del suo partito al Parlamento birmano forse potrebbe essere opportuno invitare in Italia San Suu Kyi e una delegazione della Lega Nazionale per la Democrazia birmana per poterla finalmente conoscere di persona, dato che l'abbiamo sentita per telefono in un'occasione e abbiamo anche letto alcuni suoi appelli: appelli disperati, anche se, come diceva nel presentare la mozione la senatrice Soliani, sempre concentrati sulla ricerca della possibilità di raggiungere un obiettivo, quello di far trionfare la verità. La verità, 23 anni fa, era che in Birmania si erano tenute le elezioni e che San Suu Kyi le aveva vinte democraticamente con il suo partito. Una verità che lei ha perseguito, come molti di noi del Partito Radicale continuiamo a fare, attraverso la non violenza e una verità che è condivisa anche da molti colleghi senatori e deputati che continuano ad essere iscritti, e per questo li ringraziamo, al Partito Radicale non violento transnazionale e transpartito.

Dunque il problema dell'allora massima produzione di oppio in Birmania, che ci fu detto essere controllato non soltanto con l'aiuto delle Nazioni Unite ma anche con le politiche stringenti della Giunta militare, potrebbe tornare ad essere tale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarlo non come abbiamo fatto negli ultimi cinquant'anni, cioè non soltanto fallendo, facendo aumentare la produzione, la distribuzione e la vendita dell'oppio e quindi dell'eroina nel mondo, ma con nuove tecniche, che possano finalmente prendere in considerazione, di concerto al progresso delle riforme democratiche in quel Paese, la possibilità di trasformare in qualcosa che possa essere chiamato "industrializzazione dell'oppio" per fini medico-scientifici: l'80 per cento del mondo - e stiamo parlando di più di 5,5 miliardi di persone - non sa cosa sia un analgesico; l'80 per cento degli analgesici del mondo viene consumato dal 20 per cento del mondo. Rendetevi conto di quanto mercato legale, anche gratuito (perché fortunatamente non ci sono brevetti sulla produzione dell'oppio e quindi anche dell'eroina per fini terapeutici), potrebbe essere a disposizione di un Paese che sicuramente è ricco di materie prime. Proprio per questo Cina e India mai hanno voluto imporre le loro sanzioni a quel Paese, che si tratti di legname piuttosto che di rubini, e sicuramente anche perché era un Paese attraverso il quale molti traffici da Cina e India passavano. Occorre essere pronti a trovare una soluzione di tipo diverso, che non sia il proibizionismo manu militari che oggi ha caratterizzato le politiche - diciamo così - antidroga in quel Paese.

L'altra questione che credo occorra prendere in considerazione, e cui ha già accennato la senatrice Soliani poc'anzi, è quella delle etnie. Non soltanto ci sono i birmani in Birmania, ma anche laotiani, vietnamiti, indiani e cinesi, e ci sono anche dei sottogruppi, dei veri e propri popoli indigeni che, di fronte a una Giunta militare, hanno preso le armi per decenni utilizzando anche bambini (ci sono stati e sono noti anche film molto toccanti relativamente alla sorte dei piccoli militari Karen, che nella giungla si opponevano alla Giunta militare).

Occorre tenere in considerazione, anche perché alle Nazioni Unite negli ultimi 25 anni si sono fatti notevoli passi avanti in questa direzione, i diritti dei popoli indigeni e quindi, secondo me, potrebbe essere apportata una piccola modifica alla mozione, includendo le etnie e anche i popoli indigeni nella seconda parte, in cui si chiedono impegni al nostro Governo che, devo dire, proprio perché in Italia esistono almeno una dozzina di gruppi che hanno questo status speciale riconosciuto, sui popoli indigeni ha sempre mantenuto una posizione di grande avanguardia all'interno delle Nazioni Unite.

Dobbiamo anche porci il problema - e con questo concludo, signor Presidente - di una transizione verso il nuovo contesto. In Europa ci sono state giunte militari, nel Sud America ci sono state giunte militari e anche altrove, per certi aspetti, ci sono stati regimi antidemocratici che motu proprio sono diventati qualcosa di diverso - penso in particolare al Sudafrica - e hanno lanciato un processo di riconciliazione basato sulla verità, la verità delle responsabilità. Ebbene, noi dall'Europa credo dovremo assumerci le responsabilità del modo con cui ci siamo posti nei confronti di quel Paese, ma dubito si possa arrivare a una piena riconciliazione in Birmania se non ci sarà anche all'interno (col passare del tempo naturalmente, visto e considerato che si è appena avuta questa possibilità di avere un'opposizione democratica eletta in quel Parlamento) un processo di ricerca della verità. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Pardi e Amato).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Voglio salutare a nome dell'Assemblea gli alunni dell'Istituto comprensivo statale «Via F. Santi 65» di Roma. (Applausi).

Ripresa della discussione della mozione n. 545 (testo 2) (ore 11,25)

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, a nome del Governo esprimo un parere fortemente favorevole a questa mozione, e aggiungo, se mi permettete, alcuni commenti.

Il primo è che, a nome del Governo, tengo a ringraziare i firmatari della mozione in esame, che testimonia una volta di più la forte attenzione del Parlamento italiano per i diritti umani. Questo si rivolge a voi tutti, perché siete dietro a questa mozione più che giustificata.

Il secondo è che l'Italia, riguardo alla crisi interna al Myanmar, anche seguendo, come avete menzionato, la lungimirante linea dell'ex inviato speciale dell'Unione europea, che era un italiano, l'onorevole Fassino, ha sempre promosso un dialogo critico, a volte fortemente critico, ma costruttivo con le autorità birmane affinché si potesse continuare a spingere, e il risultato l'abbiamo visto. Abbiamo notato - e lo avete detto - con interesse e apprezzamento le riforme politiche, il dialogo avviato con le opposizioni, il rilascio di numerosi prigionieri politici, anche se non tutti (quindi bisogna lavorare ancora), le discussioni con alcuni dei gruppi etnici (anche su questo bisogna impegnarsi), il positivo svolgimento delle elezioni suppletive. Quindi, l'Italia promuoverà un ulteriore allentamento delle sanzioni dell'Unione europea nella prossima riunione, che avrà luogo a Lussemburgo il 23 di questo mese.

Vorrei annunciarvi e confermarvi - e credo sia esattamente ciò che chiedevate avvenisse - che il ministro Terzi di Sant'Agata sarà nel Myanmar dal 24 al 26 aprile prossimi. In quell'occasione potremo utilizzare i risultati della riunione di Lussemburgo del 23 aprile e rilanciare la cooperazione dell'Italia per la difesa dei diritti umani, includendo Myanmar, come sarebbe giusto, e il suo popolo tra le nostre priorità.

Mi permetto pertanto, se il Presidente me lo concede, di chiedere alla senatrice Soliani, prima firmataria della mozione che sosteniamo, un leggero aggiustamento del testo, aggiungendo alla fine delle motivazioni le seguenti parole: «considerato che il Ministro degli affari esteri è in procinto di recarsi in Myanmar nelle prossime settimane» e premettendo al primo capoverso del dispositivo le seguenti parole: «cogliendo l'opportunità dell'importante visita che il Ministro degli affari esteri si accinge ad effettuare in Myanmar». (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione della mozione.

CARLINO (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARLINO (IdV). Signor Presidente, onorevoli senatori, signor rappresentante del Governo, le indicazioni contenute nella mozione illustrata trovano nel nostro Gruppo, l'Italia dei Valori, tutto il supporto e la considerazione che meritano iniziative che impegnano il Governo e lo stesso Stato alla partecipazione attiva e pacifica nei confronti di un Paese che, seppure con mille difficoltà, cerca di far propria una coraggiosa evoluzione democratica.

La Birmania è stata per troppo tempo esclusa dai dibattiti internazionali, unicamente sottoposta al regime di sanzioni causate dall'operato repressivo della dittatura militare. La recente liberazione di Aung San Suu Kyi, seguita dall'ancora più recente partecipazione alle elezioni di questi giorni, ha dinamizzato significativamente lo scenario birmano. Questo impegno lo dobbiamo a lei, all'amore e al coraggio che hanno accompagnato le sue azioni nella lotta volta alla liberazione di un Paese ancora tragicamente sottoposto alla violazione dei più elementari diritti umani. Lo dobbiamo inoltre a tutti quei cittadini che, nonostante il pericoloso clima di repressione, hanno creduto in un impegno democratico, ad un'idea di Nazione che potesse uscire dalla stagnazione fatta di chiusura ermetica verso la comunità internazionale, di restrizioni e limitazioni delle libertà di espressione, di un'idea che non fosse quella suggerita, e in qualche modo imposta, dalle istituzioni sottoposte al severo giudizio e controllo militare.

Pertanto, è inutile dire che si guarda con speranza alle apparenti possibili aperture che potrebbero accompagnare l'esito delle ultime elezioni. Le elezioni in Birmania si sono risolte in un trionfo per la dissidente Aung San Suu Kyi. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, ha ottenuto un grande successo e la leader è stata eletta con l'82 per cento dei voti nel suo seggio. Ma, sebbene si tratti di un significativo fatto storico, è bene tenere presente che si tratta pur sempre di elezioni suppletive, che assegnano solo 45 seggi su 1.160.

L'ascesa di Aung San Suu Kyi potrebbe senz'altro contribuire a scardinare il potere del Presidente e spingere verso un approccio riformatore. L'ingresso di una vera opposizione in Parlamento potrà magari modificare il modo in cui il Paese si avvicinerà all'obiettivo, ma tale risultato rischierà di risolversi con un minimo raggiungimento degli obiettivi preposti se contestualmente non dovesse mutare anche l'approccio del Partito militare in Parlamento. Secondo i migliori auspici, si potrà finalmente incidere sull'elevato tasso di corruzione, sulla difesa dei diritti umani, su un'apertura anche economica che allontani la Birmania dalla situazione passiva in cui versa uno Stato che, nella privazione più totale di ogni partecipazione democratica, sottostà ad un piano decisionale basato su accordi unilaterali e piena esclusione dei cittadini nelle varie fasi di sviluppo del Paese.

È proprio in considerazione delle oggettive difficoltà in cui la comunità birmana si trova ad affrontare il clima di cambiamento che riteniamo vi sia l'assoluta esigenza di una partecipazione internazionale alle varie tappe del processo riformatore.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 11,32)

(Segue CARLINO). Non possiamo tra l'altro dimenticare che la Giunta militare birmana continua a commettere gravissime violazioni dei diritti umani nei confronti del gruppo etnico dei Karen sul confine con la Thailandia con atti che includono esecuzioni extragiudiziarie, lavori forzati e violenze sessuali, e che la Birmania continua ad attuare in modo diffuso e sistematico il reclutamento forzato di bambini soldato.

Il recente coinvolgimento della politica statunitense, attraverso il segretario di Stato Clinton, così come di quella francese, con la visita del Ministro degli esteri, devono innanzitutto significare un effettivo appoggio al cambiamento che si auspica da tutte le parti.

Risulta evidente, dunque, la necessità di sostenere il nuovo scenario con un'azione finalizzata a tre obiettivi: la liberazione dei tanti prigionieri politici, la cessazione delle ostilità nei confronti delle minoranze etniche e l'avvio di un vero dialogo tra Giunta, opposizione e comunità etniche per la gestione della transizione. Per perseguire questi obiettivi l'Unione europea, e singolarmente gli Stati che ne fanno parte, dovranno sviluppare una strategia attiva e propositiva che aumenti gli aiuti umanitari, cooperando in settori sociali cruciali per la popolazione, sostenendo la società civile e incoraggiando il dialogo, non soltanto promuovendo pubblicamente una certa accelerazione del processo democratico, ma sostenendo l'esigenza di giungere alla sospensione delle sanzioni internazionali che gravano sul Paese, alla promozione di iniziative umanitarie e di politiche di cooperazione che difficilmente si scindono da una rapida conversione democratica dell'ordinamento.

È per tutta questa serie di motivi che, a nome del Gruppo parlamentare al quale appartengo, ritengo sia di estrema importanza il coinvolgimento del Governo italiano, attraverso il suo rappresentante per gli esteri, sia in un approccio amichevole che avvicini i due Paesi e fornisca i supporti necessari, sia in risposta ai paralleli interventi statali che chiaramente hanno espresso il proprio favore affinché la Birmania possa tornare ad esercitare un ruolo nella comunità internazionale.

Esprimo la piena condivisione dell'Italia dei Valori delle intenzioni che muovono la presentazione della mozione in discussione, auspicando che l'impegno del Governo si concretizzi in una politica estera che, prima di ogni altro genere di intervento, preveda forme di cooperazione, di scambio bilaterale e di protezione giuridica. Il nostro voto pertanto non può che essere favorevole. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).

CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, nel dichiarare oggi il voto favorevole del nostro Gruppo a questa mozione della quale sono onorata di essere anche una delle firmatarie - ringrazio la collega Soliani per questo - colgo l'occasione per ribadire alcuni punti da me già messi in rilievo nel precedente intervento in discussione generale. In particolare, vorrei sottolineare quanto sia importante che il nostro Paese metta in gioco tutto il proprio peso e la credibilità recuperata in questi mesi sulla scena internazionale affinché il processo di instaurazione della democrazia e dello Stato di diritto sia accelerato e consolidato in Myanmar.

Certamente, il risultato di queste elezioni suppletive è un segnale importante e preciso della volontà popolare sul loro futuro, del consenso del Paese nei confronti di Aung San Suu Kyi e, di riflesso, quindi, della perdita di consenso dell'attuale Governo dei colonnelli di Myanmar, ma gli scenari non sono ancora decisi, molte cose possono ancora accadere, come dicevo, e questo dipende molto anche dalle scelte che farà il regime birmano al potere. Quelle stesse scelte, però, dipendono anche dall'atteggiamento e dalla pressione che tutta la diplomazia, la politica e la comunità internazionali saranno capaci di esercitare.

È fondamentale che si proceda in direzione dei diritti civili, ancor più di quanto abbiamo fatto fino ad ora, e il segnale più importante in questo senso sarebbe la liberazione di tanti prigionieri ancora detenuti per motivi politici.

Il capitolo delle sanzioni, già ricordato da alcuni miei colleghi, è molto rilevante in questo contesto e si spera di potere arrivare ad una loro sospensione, anche se ciò deve avvenire in un quadro di accelerazione del processo democratico in Myanmar, perché le sanzioni, ricordiamocelo sempre, in un modo o nell'altro finiscono sempre per colpire per molti versi anche la popolazione birmana.

Molti sono i Paesi di primo piano che sulla scena diplomatica internazionale hanno voluto prendere una chiara posizione sul Myanmar, esprimendosi con favore in merito ai cambiamenti in atto nel Paese e su una prospettiva di democrazia. Voglio ricordare in proposito il segretario di Stato americano Hillary Clinton, che, come avete visto su tutte le tv mondiali, è già stata in visita ufficiale ed ha incontrato Aung San Suu Kyi. Si è trattato della prima visita ufficiale di un Segretario di Stato americano nel Myanmar dal 1955, durante la quale la Clinton avrebbe anticipato la possibilità di ristabilire un ambasciatore americano in Birmania. Non è un fatto di poco conto; dovremo fare attenzione a tutto questo perché è molto importante e dà l'idea del livello di impegno degli Stati Uniti. Non solo, alla visita della Clinton hanno fatto immediatamente seguito altre importanti visite ufficiali, quella del ministro degli esteri francese Juppé e di quello britannico. Quindi, come anche dicevamo prima con il Sottosegretario, anche il nostro Ministro degli affari esteri e esponenti del nostro Ministero dovrebbero quanto prima recarsi in visita ufficiale nel Myanmar, per palesare ancor di più la posizione europea in merito alle prospettive democratiche e per instaurare e rafforzare un proficuo rapporto di cooperazione, in campo economico, sociale e culturale, in un Paese, ricorderete tutti, di oltre 50 milioni di abitanti, quasi come l'Italia, che in futuro potrà rivestire un ruolo di primaria importanza in tutta la regione.

Dichiaro pertanto il voto favorevole del Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI e PD).

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, la mozione che ci troviamo ad esaminare oggi sulle riforme democratiche in Birmania/Myanmar tratta un argomento di estrema attualità e la recente evoluzione del quadro politico della Birmania ne è una chiara conferma.

La senatrice Soliani ha affermato che questa mozione incrocia la storia: è proprio così.

La Birmania/Myanmar è posta in una posizione strategica dell'Asia sud orientale: essa confina con Cina, India, Laos e Thailandia ed è grande circa il doppio dell'Italia; la sua popolazione è composta da un diversificato numero di gruppi etnici. Dal punto di vista strettamente economico, invece, il Paese è una delle Nazioni più povere del mondo, a causa delle politiche economiche portate avanti dal regime, ma il suo territorio è ricco di materie prime (come petrolio, gas e gemme preziose) e un altro settore importante è quello della silvicoltura. Ho fatto questa descrizione estremamente sintetica solo per sottolineare la posizione strategica del Paese, la composizione della sua popolazione e l'influenza di queste due condizioni sulla storia politica della Birmania degli ultimi 60 anni.

La storia democratica di questo Paese è una storia breve: fondata nel 1948, la Repubblica birmana dovette arrendersi al primo colpo di stato militare nel 1962. Da allora sono cambiati gli attori, ma la trama è rimasta la stessa fino all'elezione, il 4 febbraio 2011, del primo Presidente civile, l'ex generale ed ex primo ministro Thein Sein.

Sul regime che dal 4 febbraio regge il Paese, le ombre sul livello di democrazia e partecipazione e sul rispetto delle libertà individuali sono sicuramente maggiori delle luci, ma è un dato di fatto che con l'elezione di questo Presidente si siano verificate aperture fino a poco tempo fa impensabili: la liberazione dei prigionieri politici, l'allentamento della censura per i media, la legalizzazione della Lega nazionale per la democrazia e il rilascio della leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi, figlia dell'ex Vice Presidente del primo Consiglio esecutivo della Birmania indipendente e premio Nobel per la pace nel 1991. Alle recenti elezioni del 2 aprile, come altri hanno già ricordato, la Lega nazionale per la democrazia ha ottenuto il suo trionfo, conquistando, tra l'altro, l'elezione parlamentare della stessa Aung San Suu Kyi, che l'8 aprile ha già potuto vedere i ribelli della minoranza in un incontro ricco di significati soprattutto dal punto di vista simbolico.

Onorevoli colleghi, non possiamo pertanto che condividere i contenuti di questa mozione, cui desidero aggiungere la mia firma, affinché l'Italia intensifichi gli scambi diplomatici e i rapporti politici con la Birmania/Myanmar; il nostro Paese sostenga, soprattutto presso le autorità di questo Stato, la necessità del consolidamento e dell'accelerazione del processo democratico e l'affermazione di un vero Stato di diritto; si promuova in tutte le sedi internazionali e comunitarie il sostegno al dialogo tra le diverse componenti della società birmana e si favoriscano iniziative di aiuto umanitario e politiche di cooperazione economica, sociale e culturale.

Il nostro Gruppo ritiene, però, che sia necessario anche attenuare il regime di sanzioni imposto dagli Stati Uniti e dall'Unione europea nei confronti della Birmania in seguito a queste prime, sostanziali riforme e in seguito ad un eventuale e successivo miglioramento delle qualità della vita dei cittadini e delle loro condizioni lavorative (penso, ad esempio, al permesso di costituire sindacati autonomi dei lavoratori). Ci appelliamo, pertanto, al Ministro degli affari esteri, affinché si adoperi per l'abolizione delle sanzioni allo Stato asiatico, sulla scia di quanto già annunciato anche dagli Stati Uniti, promuovendo, però, contestualmente, un'azione diplomatica volta a migliorare i nostri rapporti con il Governo e con l'opposizione, per fare di questo Paese asiatico un grande partner turistico e commerciale del nostro Paese.

La Birmania/Myanmar, dal punto di vista del rispetto dei diritti civili dei suoi cittadini, non si allontana di molto dalla condizione, ad esempio, dei cittadini della vicina Repubblica popolare cinese. Nei confronti della Cina, però, non è in vigore un atteggiamento sanzionatorio ugualmente restrittivo, anche perché la Cina rappresenta una potenza economica con cui l'Occidente deve fare i conti.

Non è un caso, infatti, che proprio Aung San Suu Kyi sia stata la prima a sottolineare l'importanza della creazione di nuovi posti di lavoro per il suo popolo. E non è un caso che l'attuale Presidente abbia dato il via alla sua attività riformatrice con l'intento, seppur non esplicito, di ottenere un miglioramento dei rapporti internazionali della Birmania/Myanmar con i Paesi occidentali, al fine di riuscire a liberarsi dall'abbraccio della vicina Repubblica popolare cinese di cui abbiamo parlato. Le sanzioni occidentali, infatti, hanno lasciato finora campo libero soltanto agli investimenti cinesi, che sono arrivati a circa il 70 per cento.

Con le elezioni politiche, che hanno permesso alla storica leader Aung San Suu Kyi dell'opposizione di entrare in Parlamento, e con la recente riforma del sistema valutario, il Paese ha fatto dei notevoli passi in avanti verso il suo reintegro nella comunità internazionale. Incuneato tra due economie strategiche, quelle della Cina e dell'India, caratterizzato da un potenziale interno di 64 milioni di abitanti e da una manodopera giovane e a basso costo, ricchissimo di risorse naturali, il Myanmar è un appetibile partner commerciale, soprattutto per noi. Ci sarà però da vincere la concorrenza di India, Thailandia, Corea del Sud ma soprattutto quella della Cina. Tuttavia, ad oggi, il Myanmar non pare avere le capacità istituzionali per assorbire grandi flussi di investimenti che rischiano di incoraggiare il clientelismo e la corruzione anziché lo sviluppo, come purtroppo è accaduto in Cambogia dopo il crollo del regime; basti pensare che la corruzione nel settore pubblico risulta la peggiore al mondo, seconda solo a quella della Corea del Nord e della Somalia.

Come abbiamo detto, però, non si possono sottovalutare gli evidenti sforzi dell'attuale Presidente, a cominciare dalla riforma del sistema valutario. Il programma di liberalizzazioni del Governo prevede pure misure per permettere agli investitori stranieri l'affitto della terra, il rimpatrio dei profitti realizzati e l'importazione di manodopera qualificata, a cui si aggiungono le anticipate riforme finanziarie e bancarie, nonché gli sconti fiscali per gli investitori stranieri.

Mi rivolgo dunque, a nome del mio Gruppo, al Governo e al Ministro degli affari esteri perché nella prossima visita ufficiale che farà a breve nello Stato asiatico possa farsi portavoce di questo duplice messaggio. Per il nostro Paese, signor Sottosegretario, è fondamentale che la Birmania s'impegni concretamente e con maggior intensità nel processo di riforme democratiche già avviate e nel percorso di apertura al rispetto delle libertà dei singoli in campo politico, sociale ed economico. Ricordiamo, infatti, che nelle carceri birmane ci sono ancora molti dissidenti e che il 25 per cento dei seggi è riservato all'esercito.

Crediamo tuttavia che l'Europa debba superare le sanzioni economiche, incoraggiando il Governo birmano all'ulteriore liberazione dei prigionieri politici e ad intraprendere la via delle riforme. D'altra parte, auspichiamo pure che il ministro Terzi Di Sant'Agata si faccia portavoce di un'apertura sostanziale dell'Europa e del nostro Paese a rapporti economico-commerciali con la Birmania.

Numerosi leader politici della comunità internazionale hanno espresso un forte apprezzamento, in questi giorni, per il processo di riforme che si è avviato in Myanmar e per la grande partecipazione popolare alle ultime elezioni. La stessa Hillary Clinton ha sottolineato i grandi segnali di apertura alla democrazia che arrivano dal Paese asiatico e David Cameron si recherà in Birmania Myanmar, così come farà il nostro Ministro degli esteri.

Ora tocca a noi, in quest'Aula, approvando la mozione di cui stiamo discutendo, dare un ulteriore segnale d'incoraggiamento e di speranza a questo Paese. Tocca al nostro Governo fare il passo più sostanziale che noi chiediamo. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Carlino).

DAVICO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DAVICO (LNP). Preliminarmente, signor Presidente, ribadisco, a nome del Gruppo, l'adesione a questa iniziativa parlamentare.

La storia del Myanmar e la sua evoluzione nell'ultimo anno ha colpito il mondo intero. Questo Paese così lontano geograficamente e culturalmente dall'Europa ha vissuto per più di vent'anni sotto il giogo di una dittatura feroce, totalitaria e sprezzante del suo popolo e dei più fondamentali diritti dell'uomo, ma si sta ora sfaldando, pezzo dopo pezzo, senza rivoluzioni, senza interventi cosiddetti umanitari dall'esterno, sotto la forza della protesta fragile e silente di un popolo vessato senza pietà.

Quello della Giunta militare birmana è stato un regime tra i più terribili e tra i più crudeli. L'esempio più clamoroso e incomprensibile per l'opinione pubblica internazionale si è avuto quando si è abbattuto nel 2008 sul Myanmar il ciclone Nargis, arrivato senza che la Giunta prendesse in alcuna considerazione le preventive segnalazioni del Governo indiano per cercare di ridurre al minimo possibile l'impatto devastante di quel tifone, non avvisando le popolazioni interessate e creando, così, colpevolmente, migliaia e migliaia di vittime. La stessa Giunta ha poi impedito alle organizzazioni umanitarie di intervenire per prestare soccorso e ha sequestrato loro fondi e beni per dirottarli alla Giunta stessa e ai suoi accoliti.

In Birmania il lavoro forzato è - possiamo dire da sempre - la normale condizione della popolazione, in stragrande maggioranza contadina; la pulizia etnica è portata avanti sistematicamente nelle regioni abitate da Mon e Karen. La persecuzione religiosa colpisce indistintamente cristiani, musulmani, buddisti. Si calcola che in Myanmar siano tuttora arruolati migliaia di bambini soldato, in un Paese stremato dalla fame ma che arruola il decimo esercito del mondo, con un bilancio per la difesa che rappresenta il 40 per cento della spesa nazionale, del 28 per cento più alto della spesa per istruzione e sanità.

Secondo i dati dell'UNICEF, il 10 per cento dei bambini birmani non arriva ai cinque anni. Il 95 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e il PIL pro capite è meno della metà di quelli del Bangladesh o della Cambogia.

Nel maggio 2008, all'indomani delle devastazioni del ciclone, la Giunta, anziché l'assistenza alle vittime, ha posto in atto un referendum farsa per costringere il popolo birmano a votare per una Costituzione pensata appositamente per garantire il potere ai militari anche per il futuro. In questo contesto, durato ininterrottamente dal 1988 ad oggi, è tuttavia sopravvissuta, rafforzandosi, una opposizione vera, seria, non violenta e costruttiva, che ha continuato la sua opera senza mai cedere alla violenza, senza invocare interventi armati internazionali, pagando la propria opposizione con una persecuzione terribile, con migliaia di condanne per gli oppositori politici ad una carcerazione che in Birmania significa condizioni di vita al limite della sopravvivenza.

Gli eventi dell'ultimo mese, che hanno visto la liberazione di Aung San Suu Kyi e la partecipazione del suo partito ad elezioni suppletive che hanno sancito un plebiscito per il partito d'opposizione e che sono state salutate con ottimismo a livello mediatico ed internazionale, non devono farci credere che tutto si avvierà naturalmente verso il lieto fine, non devono farci abbassare la guardia. Di per sé, i fatti hanno un significato morale e politico importantissimo: la dittatura, spinta effettivamente anche da uno sforzo internazionale unanime attraverso condanne e atti di denuncia, da un embargo fortemente penalizzante, ma soprattutto dalla tenacia della resistenza del popolo birmano e dalla sua leader di opposizione, ha dovuto cedere in maniera clamorosa rispetto alle sue posizioni del recente passato, concedendo uno spiraglio democratico. Resta, però, uno spiraglio: si tratta di meno del 10 per cento dei seggi del Parlamento, solo una "pezza" in un sistema totalmente antidemocratico ed al momento senza riscontri concreti sulla vita della popolazione.

Condividiamo quindi l'opportunità di questa mozione e gli impegni che si chiedono al Governo, specificando semmai che essi devono essere intesi come imprescindibili l'uno dall'altro: purtroppo, in un contesto come quello birmano, la cooperazione e l'aiuto umanitario, da soli, rischierebbero di essere controproducenti, finendo dirottati a favore degli interessi della Giunta e contribuendo a mantenerla, anziché aiutare la popolazione. Dunque, il principale impegno deve essere volto al proseguimento del processo democratico, che - ripeto - è solo all'inizio e che non deve diventare la foglia di fico per rendere presentabile a livello internazionale un sistema che resta colpevole di quotidiane violazioni dei diritti umani. È tuttora dubbio se il regime di sanzioni arrechi davvero danno al regime o sia solo uno sproporzionato strazio per i birmani, ma è chiaro che a questo punto il superamento dell'embargo può essere definito solo di pari passo al consolidamento dello Stato di diritto, per non rendere crudelmente inutili i sacrifici fino ad ora sostenuti dal quel popolo.

TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, come si evince da una rapida lettura delle firme in calce alla mozione n. 545 (testo 3), in gran parte appartenenti al Gruppo del Partito Democratico (anche se poi tutti i Gruppi hanno opportunamente dato il loro contributo), il Gruppo PD voterà con grande convinzione a favore di questa mozione. Ringraziamo innanzitutto la senatrice Soliani per essersi fatta promotrice di questa mozione con grande impegno e passione, nonché il Governo, nella persona del sottosegretario De Mistura, per aver espresso parole di convinto sostegno da parte dell'Esecutivo.

Voteremo a favore di questa mozione sulla base di tre argomenti di politica estera, ma innanzitutto per un ulteriore argomento che riguarda la politica come tale, quella con la "P" maiuscola. La mozione al nostro esame mette insieme, come a volte solo la nostra collega Soliani sa fare, il cuore caldo e la testa fredda, che dovrebbero essere le due caratteristiche fondamentali della buona politica. È una mozione dal cuore caldo di indignazione, il sentimento che ci ha accompagnato per tanti anni, guardando alla Birmania: indignazione verso la macchina mostruosa di una Giunta militare che ha calpestato in modo indegno i diritti umani, a cominciare dalla violenza esercitata su Aung San Suu Kyi, meritatamente premio Nobel per la pace nel 1991, simbolo di mitezza e fermezza al tempo stesso per tutti gli uomini e le donne che si battono per la libertà nel mondo. Quindi, cuore caldo di indignazione, ma in questi giorni anche cuore caldo di gioia e soddisfazione nel vedere gli importanti passi avanti realizzati nella lotta per la libertà e la democrazia, e quindi cuore caldo di speranza per ciò che può avvenire in Birmania e in generale nel Sud-Est asiatico nei prossimi mesi o anni. Al tempo stesso, però, occorre testa fredda, perché sappiamo che tanto c'è ancora da fare, e questo tanto può essere realizzato solo se si manterrà forte l'attenzione e la passione sulla questione birmana e se allo stesso tempo saremo capaci, come si è stati capaci sull'esempio di Aung San Suu Kyi, di una giusta considerazione della gradualità nonché di un'apertura al giusto compromesso, perché la politica buona è fatta di grandi passioni e poi di gradualità e compromessi.

Ecco quindi le tre considerazioni rapide di politica estera.

La prima riguarda le buone notizie che arrivano da Myanmar. Proprio ieri, riferiscono le agenzie, Aung San Suu Kyi ha incontrato il presidente Sein, un atto di per sé di straordinaria importanza. Una prigioniera politica - che forse non è stata uccisa solo perché la dittatura non voleva farsi da sola un danno più grave del necessario - tenuta agli arresti domiciliari dopo essere stata cacciata e deposta dal Parlamento dove era stata eletta a furor di popolo, che ha saputo resistere per tanti anni. Ebbene, ieri la vittima si è incontrata con il suo aguzzino, o per lo meno con il simbolo della Giunta che è stata l'aguzzino di questa illustre vittima. La storia ricorda una pagina altrettanto straordinaria, quella di Nelson Mandela che incontra il Presidente sudafricano aprendo una pagina nuova per l'altro straordinario esempio per tutti noi delle lotta contro l'apartheid in Sudafrica. Il 1° aprile si sono tenute le elezioni suppletive in Birmania, che hanno segnato la straordinaria vittoria della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi aprendo una fase nuova, dopo la stagione delle elezioni ambigue del novembre 2010. Anche se ambigue, le elezioni sono sempre e comunque un passo avanti, un segnale di apertura e rinnovamento, ma certamente in quella occasione furono segnate in maniera drammatica dalla persecuzione dei dissidenti politici (più di 2.000 persone sono ancora detenute in Birmania come prigionieri politici) e dall'esclusione brutale di Aung San Suu Kyi dalle elezioni, perché temuta dalla Giunta militare per la sua popolarità. Oggi il cambiamento è evidente, anche se la prudenza naturalmente è d'obbligo. Tanto resta il cammino da fare e dobbiamo andare avanti.

La seconda considerazione che vorrei svolgere è che questo risultato - fatemelo dire - premia l'Italia e l'impegno che il nostro Paese ha messo a servizio della causa birmana, un impegno corale, che ha visto un forte e grande movimento di solidarietà con la battaglia di Aung San Suu Kyi, all'interno del quale i democratici italiani hanno avuto una parte importante, ed è giusto sottolinearlo. In particolare, voglio ricordare che Walter Veltroni, ad esempio, non appena diventato segretario degli allora Democratici di Sinistra, si recò in Birmania per incontrare Aung San Suu Kyi, rompendo l'isolamento dei suoi arresti domiciliari: fu la prima visita all'estero del neosegretario degli allora DS, che scelse proprio la Birmania come simbolo della lotta per la libertà. Voglio ricordare, ancora, il grande impegno del movimento sindacale, in modo particolare della CISL, a sostegno dei sindacati liberi messi fuori legge dal regime, nonché l'impegno dei Radicali, richiamato anche dal collega Perduca, e i tanti documenti parlamentari con i quali in questi anni è stata sostenuta la lotta per la libertà del popolo birmano. C'è poi, ovviamente, l'impegno del grande tessitore, dell'inviato speciale dell'Unione europea, Piero Fassino, che in questi anni ha lavorato con pazienza e discrezione, anche fuori dai riflettori, per costruire la trama di una possibile mediazione politica e diplomatica che portasse alla soluzione del problema birmano. Abbiamo ora davanti a noi la grande opportunità della visita a Yangon nei prossimi giorni del ministro Terzi di Sant'Agata, al quale chiediamo di portare avanti la linea che è stata seguita dal Governo italiano e dalla sua diplomazia (penso al grande lavoro fatto dal nostro ambasciatore in Birmania), una linea di attenzione e di dosaggio tra il "bastone" delle sanzioni, che deve essere tenuto fermo, e, nello stesso tempo, la mano tesa e l'apertura al riconoscimento di tutti i passi concreti che la Birmania vorrà fare per la liberazione dei detenuti politici e per il riconoscimento dei diritti umani, in un cammino vero e forte verso la democrazia.

Infine, consentitemi un'ultima considerazione. Come è noto, la Birmania è un grande Paese asiatico: la collega Contini ne ricordava prima le dimensioni, con una popolazione di 50 milioni di abitanti, mentre la collega Sbarbati ne richiamava l'importanza economica. Parliamo di un Paese che è come un tassello all'interno del mosaico asiatico tra la Thailandia e l'Oceano Indiano, ma, soprattutto, tra l'India e la Cina. Fino a qualche tempo fa si poteva dire che nel contesto asiatico c'era, da una parte, la grande democrazia indiana, la più grande democrazia del mondo, con un miliardo e più di abitanti, che si regge attraverso una faticosa - ma quand'è che la democrazia non è faticosa? - ma straordinaria esperienza democratica, mentre dall'altra c'era il modello cinese, con l'idea che, uscendo dai regimi comunisti, si possa procedere verso il capitalismo, ma non verso la democrazia. In qualche modo il segnale che viene dalla Birmania è che non è detto che questi due modelli debbano per forza confliggere: è possibile che si incontrino sulla via dello sviluppo che si coniuga con la democrazia.

Credo che questo sia un fatto di straordinaria speranza. Dopo la grande speranza della primavera araba, iniziata lo scorso anno (che tutti sappiamo essere faticosa, lunga e per tanti versi dolorosa), abbiamo davanti a noi la prospettiva di una primavera asiatica della democrazia. Ritengo che per questo dobbiamo batterci, in questo dobbiamo sperare ed è per questo che voteremo convintamente a favore della mozione avente come prima firmataria la senatrice Soliani. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Contini e Molinari).

MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANTICA (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, a nome del Gruppo del Popolo della Libertà la mia dichiarazione di voto è ovviamente favorevole alla mozione che è oggetto del dibattito di questa mattina. Direi che è una convinzione profonda per molti motivi. Ringrazio il collega Tonini per aver ricordato la passione con cui gli italiani hanno seguito le vicende birmane e il ruolo che abbiamo svolto spesso perché si avviasse un circolo virtuoso all'interno della Birmania, ma se vogliamo aiutare questo Paese e soprattutto aiutare questi bagliori di libertà e di democrazia che sono nati recentemente, credo dobbiamo usare (riprendo ancora una battuta dell'amico Tonini) molta testa, molta razionalità.

La differenza tra Birmania e Myanmar sembra un problema semantico, ma non lo è. Birmania è la terra dei Burma, come la chiamarono gli inglesi, ma i Burma sono poco più del 50 per cento della popolazione di quel Paese; Myanmar è una definizione del 1988, dopo il golpe, ed è stata fortemente voluta dalla Giunta militare per parlare di un Paese nel quale ci sono molte etnie. Voglio qui ricordare i Karen, che hanno combattuto e ancora oggi combattono, anche se pare ci sia un segno di pace, la loro lotta d'indipendenza contro la Giunta birmana. Voglio ricordare gli Shan al Nord, di origine cinese, che hanno preteso una grande autonomia della loro realtà, spalleggiati ovviamente dalla Cina.

Non possiamo dimenticare che c'è un problema molto importante che riguarda la struttura del Myanmar: la compatibilità tra queste etnie che in realtà sono nazioni (hanno storie, culture, lingue anche profondamente diverse) e quindi un primo grande auspicio è che si arrivi a un dialogo tra queste realtà.

Se vogliamo ancora aiutare sul serio il Myanmar, credo che ci dovremmo per lo meno domandarci perché 18 mesi fa da una Giunta militare che fino a quel momento aveva esercitato una forte repressione, una dittatura feroce (voglio ricordare i tanti caduti fra i monaci buddisti che avevano accompagnato le rivolte giovanili; voglio ricordare un aspetto, forse banale, del quale non so se molti sono al corrente, e cioè che a Yangon non girano motorini, che peraltro sono una delle caratteristiche del traffico di tutto il Sud-Est asiatico, perché tre anni fa da un motorino durante una manifestazione del regime partì un insulto verso l'oratore ed allora i militari pensarono che abolendo i motorini avrebbero abolito gli insulti e quindi avrebbero abolito una capacità di manifestazione dell'opposizione) è nato un Governo civile e perché hanno voluto avviare un processo che ha portato la Signora, come a me piace chiamarla, perché così è chiamata dai cittadini del Myanmar, fino al suo ingresso in Parlamento insieme a 42 colleghi di partito. Probabilmente, dobbiamo ricondurre il Myanmar nella realtà nella quale vive, in quel Sud-Est asiatico in cui sono nate alcune tigri asiatiche nuove. Penso al Vietnam, penso alla Cambogia, penso alla stessa Thailandia, Paesi che vivono esperienze diverse dal punto di vista politico: Vietnam e Cambogia certamente hanno un modello cinese (voglio ricordare che in Cambogia al Governo vi è Hun Sen dal 1978: si tratta di un periodo più lungo di quello di Gheddafi in Libia, tanto per fare un paragone con una realtà a noi vicina). Forse non è all'origine una transizione verso la democrazia nell'ottica dei militari. Infatti, è ovvio che le ricchezze che ci sono nel Myanmar, che non sono solo il legno e le pietre preziose ma soprattutto il gas e il petrolio, non possono essere sviluppate in assenza di un'apertura al mondo occidentale e della capacità di dialogare con le grandi imprese in grado di sfruttare quei giacimenti. Probabilmente vi è anche la convinzione che una certa autonomia economica dalla Cina debba essere in qualche modo realizzata dal Myanmar, tenendo conto che le sanzioni - di cui si è molto parlato - hanno in quella realtà un valore eminentemente politico: non posso dimenticare che il 95 per cento dell'interscambio del Myanmar avviene con i Paesi confinanti, dalla Cina alla Thailandia, e quindi nella sostanza le sanzioni, dal punto di vista economico, non hanno certamente modificato l'atteggiamento da parte della Giunta militare. Quindi, non è una transizione voluta verso la democrazia, ma è certamente una transizione voluta verso un mercato libero, verso uno sviluppo economico di stampo occidentale, se vogliamo dare una definizione di questo tipo.

L'ambizione è creare una nuova tigre asiatica, probabilmente inseguendo un modello di stampo cinese. Ma noi sappiamo - di qui la novità che dobbiamo saper cogliere - che più libertà diamo all' economia, più inseriamo elementi di libertà economica e maggiormente necessaria è la libertà nella società civile, la speranza cioè che vi sia un incontro fra queste due ambizioni, fino a realizzare un sistema in cui la libertà di mercato coincida con la libertà civile.

Questa è la grande opportunità che la Signora ha saputo certamente cogliere. Appartiene a una cultura profondamente diversa dalla nostra. Non so quanti riescano a immaginare, in un sistema diverso di una cultura diversa, la persecuzione morale a cui è stata sottoposta la Signora con gli arresti domiciliari, durati molti anni, e con i tentativi ogni volta di rinnovarli per protrarre questa tortura, nella speranza evidentemente che a livello personale - la morte del marito, i figli in Inghilterra, la sua stessa appartenenza a una cultura britannica - venisse spinta a cedere le armi e a lasciare la Birmania.

Ma là si manifesta la grandezza di questo grande personaggio politico a cui è stato conferito il premio Nobel. È la storia di una realtà umana e politica, una grande storia che fa parte del XXI secolo, che ci dice che è in atto in realtà un grande compromesso tra chi propugna una libertà economica, nella speranza di governare lo sviluppo economico e quindi di mantenere un'oligarchia capace di gestire la nuova realtà, e chi, sapendo che la società civile comunque avrà possibilità di libertà diverse, lavora per costruire nel tempo, con gradualità, l'opportunità di trasformarsi da opposizione parlamentare, ovviamente consentita (43 parlamentari non sono un piccolo nucleo), a maggioranza al fine di modificare le istituzioni.

Questo è il passaggio estremamente delicato, sul quale credo che l'incontro di ieri sia la testimonianza di questo grande compromesso politico, di rilevante livello politico che è in atto fra il presidente Sein e la Signora.

Dobbiamo cercare di cogliere questo senso di libertà, questa aspirazione alla libertà che esiste in quel Paese e aiutarlo a risolvere alcuni problemi pratici. Voglio ricordare che nel 1947 proprio il generale Aung San, cioè il padre della Signora, indisse una grande conferenza fra tutte le minoranze etniche del Myanmar, proprio perché aveva capito che quel Paese aveva bisogno di una convivenza pacifica di tutte le tribù.

Credo occorrerà spingere perché qualcosa di simile possa avvenire oggi in questo clima di compromesso, per recuperare alcune aree del Paese, per diminuire il peso dell'oppressione militare che si alimenta e si autoalimenta evidentemente con la repressione interna. Occorrerà poi lavorare perché l'opposizione nata in Parlamento, nei tempi che il partito rappresentato dalla figura di San Suu Kyi ha dato e si è data, senza accelerare temporalmente le elezioni, costruisca una nuova realtà fino al momento in cui si misurerà la capacità di chi pensa solo allo sviluppo economico e di chi pensa invece allo sviluppo della democrazia in quel Paese.

A questo proposito, penso che a fine aprile il nostro Ministro degli affari esteri avrà una grande occasione. Occorre aiutare anche lo sviluppo economico del Myanmar. Voglio ricordare che nel Myanmar non esiste un trattore che lavori nei campi e vi sono livelli di arretratezza che per noi sono quasi inconcepibili. È un Paese nel quale, per esempio, le strade non sono mai state utilizzate come strumento di collegamento. Nel Myanmar si viaggia benissimo in aereo ma le strade sono difficili da percorrere, e questo è il risultato di una scelta voluta di un Paese che non comunica e viene mantenuto isolato. Quindi il Myanmar ha bisogno di grandi infrastrutture, perché anche questo è un modo di creare scambio e opportunità di incontro per il suo popolo. Agli operatori italiani si presenta una grande opportunità di una presenza economica; al contempo, occorre coltivare con la stessa passione con cui le abbiamo seguite fino ad oggi le vicende del Myanmar perché continui questo processo virtuoso.

Credo che sarebbe un errore non accettare questa cultura, questa logica che la Signora ha interpretato e che ha costruito la sua immagine di autorevolezza all'interno del popolo del Myanmar, anche da parte di coloro che forse non la amano, nel senso che pensano che altre debbano essere le soluzioni, ma che comunque vedono in lei un'immagine forte di ciò che può essere la battaglia per la libertà. Cogliamo quindi questo senso di libertà interpretato da San Suu Kyi, dalla Signora, e aiutiamo il Myanmar nella necessaria gradualità di questo passaggio perché questo compromesso si rafforzi e un domani si passi da un'opposizione parlamentare a un Governo parlamentare capace di cambiare le istituzioni in Myanmar. (Applausi dai Gruppi PdL e PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione n. 545 (testo 3), presentata dalla senatrice Soliani e da altri senatori, che comprende le modifiche che sono state richieste e che la prima presentatrice ha accolto.

È approvata.

Credo che anche l'unanimità di questa votazione abbia un significato importante, considerata la discussione e il messaggio che questa mozione voleva dare. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e dei senatori Contini, Lusi e Pedica).

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.

La seduta è tolta (ore 12,19).