Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, le mozioni che sono state presentate, anche quella presentata dal Partito Democratico, danno conto degli orientamenti che vorremmo qui esprimere al Governo su un tema che ha assunto un peso considerevole e che non può essere ignorato anche per la drammaticità di alcuni episodi, in cui imprenditori si sono tolti la vita proprio in ragione di ritardi di pagamento, e quasi sempre di ritardi di pagamento da parte della pubblica amministrazione: quindi, crisi aziendali non derivanti (o, per lo meno, non derivanti prevalentemente) da errori nella conduzione dell'azienda e da difficoltà specifiche, ma da una generale situazione di prestazioni fornite alla pubblica amministrazione rispetto alle quali non c'è stato un corrispettivo.
Questo è uno dei tanti elementi di distorsione che caratterizzano il sistema Italia: ritardati pagamenti significa naturalmente accrescere in modo esponenziale oneri finanziari a carico delle imprese. Sappiamo che, in modo particolare nel settore della sanità, da parte della pubblica amministrazione ci sono ritardi di pagamenti che arrivano fino a 600 giorni: è un termine che naturalmente non ha alcun paragone a livello europeo. A volte i giornali fanno inchieste anche sul perché di costi così differenziati nel nostro sistema sanitario: certo, spesso ci sono cattiva gestione e procedure di selezione di fornitori inadeguate, ma in qualche occasione rileva anche questa enorme differenza (per un'impresa essere pagata a 60 o a 600 giorni non è esattamente la stessa cosa). Naturalmente questi ritardi nei pagamenti portano ad una distorsione nelle procedure di selezione dei fornitori, che devono incorporare nel costo del servizio o del prodotto l'atteso presunto onere finanziario. Questi sono tutti elementi che non solo gravano le spalle del sistema produttivo di oneri impropri, ma creano una distorsione interna tra grandi aziende in grado di avere una maggiore robustezza finanziaria e piccole aziende che non ce l'hanno, tra grandi aziende che naturalmente nel settore privato impongono condizioni vessatorie ai loro fornitori, a imprese di minori dimensioni, anche se per il settore privato delle normative sono state introdotte.
Sappiamo che le stime di questa cifra, sostanzialmente di questo debito sommerso, sono veramente cospicue: quelle più prudenti parlano di 70 miliardi di euro, quindi una somma veramente rilevante. Sappiamo anche quali sono i motivi che rendono difficile tale situazione, su cui in modo particolare il Partito Democratico si è misurato con diverse proposte formulate nel corso di tutti i provvedimenti economici di questa legislatura. La difficoltà sostanziale sta nel far emergere questo debito, che è sostanzialmente sommerso e la cui emersione anche solo dal punto vista di una certificazione comporterebbe un immediato aggravio della cifra corrispondente sul conteggio del nostro debito pubblico.
Le difficoltà sono dunque comprensibili, però il tema richiede di essere in ogni caso affrontato, e nella nostra mozione diamo alcune indicazioni. Ricordo naturalmente che il Governo si è attivato positivamente: nel decreto liberalizzazioni c'è stato un primo stanziamento di 5,7 miliardi di euro, prevedendo in parte un pagamento attraverso titoli di Stato. È una cifra certamente insufficiente, ma significativa. Giustamente è stata collocata nel decreto liberalizzazioni perché, come dicevo prima, certamente questo debito sommerso e il ritardo della pubblica amministrazione sono elementi di forte distorsione nel mercato delle forniture.
Con il decreto fiscale è stato anche previsto che una parte di questa somma sia al servizio specifico dei debiti delle amministrazioni locali. Anche questo è un passo in avanti importante, ma sotto questo profilo è essenziale che il Governo prenda in carico anche un esame della situazione del Patto di stabilità, specialmente per i pagamenti dei lavori pubblici, cioè di investimenti che gli enti locali sarebbero in grado di fare, o hanno già fatto, e che, pur avendo disponibilità finanziarie, non possono realizzare appunto per i vincoli così rigidi del Patto di stabilità.
Sempre nell'ultimo provvedimento fiscale che abbiamo approvato è stata inserita una norma su proposta dei relatori che, prevedendo una dichiarazione pro solvendo, dovrebbe consentire un rapporto con le banche tale da riaprire almeno in parte, anche se con oneri a carico delle imprese, il circuito positivo di un'anticipazione che viene data alle aziende a fronte di debiti della pubblica amministrazione. Probabilmente bisognerebbe anche immaginare uno strumento specifico, una sorta di fondo straordinario di intervento simile a quelli che ci sono per le imprese con i fondi antiusura. Si tratta di situazioni drammatiche di singole imprese; ricordo sempre questi eventi drammatici dei suicidi, che spesso hanno dimensioni modeste dal punto di vista della finanza pubblica, ma che sono tali da distruggere un progetto di impresa. In collaborazione con le Regioni e con i consorzi fidi si potrebbe forse mettere a punto degli strumenti adeguati di intervento in queste particolarissime situazioni.
Dunque, qualcosa è stato fatto, ma molto resta da fare. L'indirizzo che cerchiamo di esprimere al Governo con la nostra mozione è di continuare sulla strada di trasformare le intenzioni in provvedimenti concreti che consentano al sistema delle nostre imprese il respiro necessario per affrontare una crisi congiunturale così difficile.(Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonfrisco. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sebbene nel nostro Paese il problema dei ritardi nei pagamenti, in particolare da parte delle pubbliche amministrazioni, sia ormai storico e consolidato da decenni, esso sembra destinato a pesare come un macigno nel nostro sistema economico-produttivo e, ancor più, sulla vita delle persone. Il tema dei suicidi che si susseguono con numeri sempre più preoccupanti, tali da destare un vero allarme sociale, non può trovarci indifferenti. Allo stesso modo, non può trovarci indifferente il tema del credit crunch, cioè la restrizione del credito, che spesso si somma alle difficoltà della crisi ed alla debolezza patrimoniale delle imprese e che, in un contesto come questo, fa da detonatore a situazioni non più recuperabili.
Ripercorro molto rapidamente i punti salienti evidenziati in questo dibattito ed all'interno delle mozioni. Desidero semplicemente sottolineare che i ritardi nei pagamenti nel 2008 registravano una media di 27 giorni; l'anno scorso sono pressoché raddoppiati, arrivando a 53 giorni; i tempi effettivi dei pagamenti, soprattutto riferiti alla pubblica amministrazione, oltre che al normale libero mercato, arrivano ormai ad una media di 180 giorni (103 giorni se il committente è un'azienda privata).
Tra il 2008 ed il 2011 il numero complessivo di fallimenti che possiamo ascrivere a questo tema ammonta a circa 40.000: ben oltre 30.000 aziende, alla data di oggi (ai primi mesi dell'anno 2012), hanno portato i loro libri in tribunale a causa dell'insolvenza di chi avrebbe dovuto pagare in tempi normali e delle difficoltà della crisi.
Il costo, quindi a valere sulle piccole e medie imprese, di questo fenomeno ammonta complessivamente a circa 10 miliardi di euro. Vi sono, però, alcune situazioni particolari, perché la struttura economica del nostro Paese è a macchia di leopardo, così come anche questo tema si sviluppa a macchia di leopardo, a seconda delle realtà territoriali. Persino il modello organizzativo e funzionale del sistema economico del Nord-Est risente pesantemente della situazione, al punto che aumenta, soprattutto in Veneto, il numero dei suicidi, come fenomeno dirompente di una situazione che evidentemente non si era abituati ad affrontare.
Le gravi conseguenze di tale fenomeno sono legate alla riduzione della competitività: poiché invece lo sforzo dei Governi e del sistema economico è proprio volto a recuperare competitività, evidentemente dobbiamo avviare una riflessione aggiuntiva a quelle fatte finora, proprio in tale prospettiva.
Tutte le mozioni oggi in esame sono percorse da questa preoccupazione. La situazione diventerà insostenibile, soprattutto se continueremo a rinviare il problema senza affrontarlo per ciò che rappresenta. Rischiamo di mettere in pericolo la sopravvivenza anche della parte sana del tessuto produttivo, composto da imprese che oggi sono intente a ristrutturarsi, a rifinanziare il loro patrimonio, a ricostituire le scorte e ad affrontare nel modo più giusto e tecnicamente adeguato una crisi che sta mettendo in discussione i paradigmi del nostro modello di sviluppo economico. Pertanto, il ricorso all'indebitamento e l'eccessiva finanziarizzazione del nostro sistema delle imprese registrano una battuta d'arresto a causa del credit crunch, ma io credo più profondamente a causa di un ripensamento del modello economico che la crisi porta con sé.
Questa non è solo una crisi, ma forse la rappresentazione del fatto che è giunto il momento di rivedere alcuni modelli organizzativi ed economici che finora hanno costituito per noi delle certezze. Forse dovremmo uscire da una fase di eccessiva finanziarizzazione per ritornare ad un modello di economia reale più sano, più ancorato alla realtà e più adeguato al tempo che si vive che, seppure, dal mio punto di vista, veda un capitalismo che ha certamente molti secoli davanti a sé, dovrà essere rivisto, a cominciare da oggi, quanto alla centralità dello sviluppo economico, e ripensato.
Affrontare in termini costruttivi e risolutivi questo problema - un gigantesco problema che vale nel nostro Paese circa 70 miliardi di euro - non è certo facile. La compensazione volontaria tra debiti tributari e crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione è, secondo noi, uno dei capisaldi da affrontare.
Vorrei riportare all'Assemblea le parole assai incisive del commissario europeo per lo sviluppo industriale Antonio Tajani, che ieri scriveva: «qualsiasi politica seria per uscire dalla crisi e rilanciare la competitività delle nostre imprese deve partire, prima di tutto, proprio dall'eliminazione di questi ritardi». Ed ancora: «Non vedo differenze tra l'obbligo, non solo giuridico ma anche morale, di pagare le tasse e quello della pubblica amministrazione di onorare puntualmente i propri debiti».
Partendo da questo assunto, vorrei richiamare l'attenzione del Presidente del Senato e della nostra Aula sul fatto che, sul piano applicativo, il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, con cui si cominciò ad affrontare questo tema ancora non riesce a trovare operatività, e sulla mancanza di appositi decreti ministeriali che ancora vanifica lo sforzo fatto da questo Parlamento.
L'impatto finanziario negativo segnalato all'epoca dall'amministrazione finanziaria, al pari delle forme di certificazione proposte sulle manovre finanziarie o del decreto sui meccanismi sanzionatori in attuazione del federalismo fiscale vanno risolti e chiariti rapidamente.
Secondo noi, lo spartiacque potrebbe essere rappresentato dal recente decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, sulla concorrenza e la competitività, quello che stanzia circa 6 miliardi. Una somma che questo Governo ha voluto cominciare a mettere a disposizione per risolvere il problema e provvedere all'estinzione dei crediti commerciali nei confronti dei Ministeri e di quelli fuori bilancio che, se si riuscisse a non tener conto solo di una logica centralista, può essere un utile strumento per eliminare ostacoli e contraddizioni palesi ancora presenti. Una su tutte: gli accertamenti per l'IVA, che lo Stato svolge dimenticandosi dei suoi debiti.
Noi non possiamo però pensare solo alle grandi imprese creditrici dei Ministeri. Dobbiamo saper tutelare la sopravvivenza delle imprese più piccole che si interfacciano con gli enti locali, poiché loro - lo sappiamo tutti - sono l'ossatura del nostro tessuto economico e sociale. Questa è quella parte di federalismo che vorremmo vedere applicata quanto prima e che difendiamo a tutti i costi.
Ma le soluzioni possono essere ricercate anche al di fuori del recinto assegnato dalla normativa vigente. Molti sforzi sono stati compiuti insieme ad altri colleghi; ne ricordo uno fra tutti: il collega Rossi. Siamo convinti che sia utile avvalersi dell'attività della Cassa depositi e prestiti per lo smaltimento del debito arretrato con le opportune garanzie a tutela del risparmio postale, evidentemente, perché noi continuiamo a credere che la leva del patrimonio immobiliare di Regioni, enti locali ed enti del Servizio sanitario possa supportare l'estinzione, in tutto o in parte, delle posizioni debitorie con la Cassa stessa. Questo ridarebbe ossigeno agli enti sul territorio e consentirebbe loro di onorare i debiti con le imprese.
Auspico quindi che, nell'attuazione degli indirizzi indicati in queste mozioni, il Governo voglia tenere in conto e presentare queste «istruzioni per l'uso» che il Parlamento ha da tempo elaborato, e sulle quali auspichiamo di trovarlo impegnato, insieme con il Parlamento, per dare finalmente soluzione a questo tragico problema. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.