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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 706 del 11/04/2012


Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.

GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, con questa ultima votazione della complessa procedura di riforma costituzionale adempiamo all'impegno assunto in sede comunitaria: un altro mattone in direzione di una possibile governance europea all'altezza della situazione, cioè quella di una grande area economica e politica integrata.

Non sono mancate obiezioni alle modifiche costituzionali, alcune di carattere tecnico circa la complessità della materia e la difficoltà di tradurla in una efficace norma costituzionale o l'inutilità di farlo (obiezioni in gran parte superate con le modifiche introdotte nell'esame parlamentare), altre di carattere politico riguardanti soprattutto due aspetti: la cessione di sovranità e l'asserita rinuncia alla possibilità di attuazione di politiche di bilancio keynesiane.

Sul primo punto non mi sembra che ci si debba molto soffermare: si tratta di dare attuazione ad impegni già presi. Al di là degli aspetti giuridici, ciò che rileva è la risposta che come Paese vogliamo dare all'enorme cambiamento dei rapporti di forza geopolitici. Le stime ci dicono che entro il 2040, nell'arco di una generazione, se si riunisse un vertice G7 i Paesi partecipanti sarebbero i seguenti: Cina, Usa, India, Giappone, Russia, Brasile e Messico; nessun Paese della vecchia Europa. Ma se nel frattempo l'Europa fosse divenuta un autentico Stato federale comparirebbe a pieno titolo in cima alla graduatoria. Dunque non si tratta tanto di cessione di sovranità a un livello superiore ed estraneo: quella sovranità, semplicemente, non ha più l'efficacia che abbiamo conosciuto. Invece si tratta di mettere una nuova sovranità a disposizione di noi stessi, in parità e cooperazione con gli altri partner comunitari, per costruire sul serio un'Europa pienamente politica in grado di essere attore globale. Per farlo, in Europa occorre esserci, ed esserci a pieno titolo con una rinnovata credibilità, per contribuirne a disegnare la nuova architettura, per fare i passi in avanti necessari quali: potenziamento delle istituzioni in una visione comunitaria più che intergovernativa, aumento della qualità democratica delle istituzioni, ampliamento della capacità di intervento della Banca europea.

Quanto al secondo punto, ossia l'affermazione che il nuovo testo dell'articolo 81 impedirebbe l'uso del bilancio pubblico in funzione anticongiunturale, credo che una lettura anche superficiale del testo dimostri l'infondatezza di questa preoccupazione. Il testo, anche grazie ai miglioramenti introdotti nell'esame parlamentare, esplicita al contrario il ruolo attivo che possono svolgere le politiche di bilancio per contrastare i cicli avversi. Ma il tema centrale è la sostenibilità del bilancio. In nessuna parte degli scritti di Keynes si potrà trovare una sottovalutazione di questo aspetto. Al contrario, la sua teoria generale, proprio perché mette al centro il valore e la necessità di un intervento dello Stato come regolatore, riserva grande attenzione alla sostenibilità delle finanze statali. Se è possibile raggiungere un equilibrio di sottoccupazione a differenza di quello che pensavano gli economisti classici e se gli investimenti si possono trasferire ai redditi attraverso un moltiplicatore dapprima rilevante e poi sempre più debole, le politiche statali svolgono un grande ruolo nel promuovere sviluppo. Ad una condizione, però: che esplichino la loro piena efficacia nei periodi di bassa congiuntura, nel rompere appunto possibili equilibri di sottoccupazione, avendo accumulato le risorse necessarie nei periodi di alta congiuntura.

Dunque politiche attive di bilancio ma con grande attenzione alla sostenibilità del debito. E dobbiamo ricordare che esiste buona spesa e cattiva spesa e che in Italia la spesa corrente assomma a 14 volte la spesa in conto capitale e che l'enorme aumento del rapporto debito-PIL, dai 56 punti percentuali degli anni '70 ai 120 attuali, è totalmente dovuto al lievitare della spesa corrente. Certamente non sarebbe un uso keynesiano del bilancio pubblico proseguire su questa strada.

Al di là di riflessioni teoriche, per un Paese nelle condizioni di finanza pubblica dell'Italia non possono che essere condivise ragionevoli norme che rafforzino l'argine dell'articolo 81, rivelatosi troppo fragile. Piuttosto non bisogna mai dimenticare che anche un vincolo costituzionale più stringente non può sostituirsi alla chiarezza della visione politica, alla netta individuazione degli obiettivi e degli strumenti. Per l'appunto, il debito è cresciuto ai limiti della sostenibilità nonostante i Costituenti avessero posto molta cura nella definizione dell'articolo 81 e nonostante i nuovi rigorosi vincoli introdotti a livello comunitario. Ce lo ricordava nel 1992 Beniamino Andreatta, quando, dibattendo anche allora sui temi dell'articolo 81, della riforma della legge di contabilità e delle conseguenze degli accordi di Maastricht, sottolineava: «Credo che il problema essenziale della riforma finanziaria sia la riforma delle istituzioni politiche e del sistema elettorale», individuando quindi questo rapporto così stretto tra efficienza del sistema politico istituzionale e capacità di sviluppare adeguate politiche di bilancio.

Siamo ancora a questo passo. Dobbiamo perciò leggere questi cambiamenti dentro la cornice più vasta di una ambizione riformatrice delle istituzioni parlamentari che scommetta davvero sulla centralità di un Parlamento competente e rappresentativo.

E del resto, anche sul punto specifico della gestione del bilancio, la modifica dell'articolo 81 non è che un primo passo. Ci attendono ulteriori passaggi altrettanto impegnativi, a partire dalle norme attuative, che saranno decisive per il buon funzionamento del sistema complesso delineato, a livello interno, dalle norme costituzionali per la finanza statale e quella decentrata, dalle norme di contabilità e dalle regole del Patto di stabilità interno e, a livello comunitario, dal semestre europeo, e da ultimo con il fiscal compact.

Occorre riportare il processo decisionale di finanza pubblica al pieno rispetto del ciclo interno e comunitario, tratteggiato con chiarezza dalla legislazione vigente, ma finora soggetto ad eccezioni e mancati rispetti. Rispetto delle procedure come condizione essenziale per rendere chiari all'opinione pubblica e alle parti sociali in particolare obiettivi, mezzi apprestati, responsabilità.

Occorre finalmente consentire al Parlamento di poter assolvere fino in fondo al ruolo dialettico con il Governo sulle decisioni di finanza pubblica, in via preventiva e in via consuntiva.

Le norme che approviamo prevedono l'istituzione di «un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e dell'osservanza delle regole di bilancio» sul modello del CBO statunitense. Richiesta da tempo avanzata in sede parlamentare, prevista, sia pure in forma soft, nella vigente legge di contabilità e ora trasformata in norma positiva da tradurre finalmente in realtà.

Infine, occorre dare piena attuazione al processo di spending review, implementandone con efficacia tutte le potenzialità: non solo ai fini di una riduzione della spesa in valore assoluto, ma anche di una più corretta individuazione delle priorità, dell'efficienza degli interventi pubblici e della eliminazione delle sacche di improduttività, perciò con l'obiettivo del pieno dispiegamento della leva del bilancio pubblico come fattore positivo di sviluppo.

Dunque votiamo convintamente queste modifiche, perché le vediamo parte di un più ampio e lungimirante disegno di buona riforma delle pubbliche istituzioni, di cui certo il Paese ha estremamente bisogno. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).