PARDI (IdV). Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, la discussione su questa modifica costituzionale è stata sciatta, frettolosa e poco interessata, e anche oggi è diventata, schiacciata dall'evidenza di una contingenza politica momentanea, una mera formalità.
Non fa piacere vedere l'impegno di modificare la Costituzione realizzato in modi così poco convincenti e con risultati così discutibili. Al confronto, il dibattito scientifico sull'argomento è stato molto più interessante e molto più fondato. Si sono confrontati punti di vista scientifici. È stata evocata la grande battaglia ideale tra i punti di vista che definiamo - per brevità - keynesiani e quelli restrittivi della nuova ideologia. Oggi tutti dicono che siamo in un mondo post ideologico, ma c'è un'ideologia che resiste fermissimamente, quella neoliberista, sulla quale non mi dilungo.
Cultori della materia particolarmente versati, tra cui cinque premi Nobel, hanno sostenuto che il pareggio di bilancio in Costituzione rappresenta una camicia di forza insidiosa per la gestione delle cose economiche. Si toglie quell'elasticità, quel margine di manovra nella gestione delle cose economiche che, secondo un punto di vista discutibile ma anche molto sperimentato, la politica deve avere.
La questione è molto controversa, e viene da interrogarsi sull'efficacia della cogenza di questa misura. Facciamo finta che mettiamo il pareggio di bilancio in Costituzione. Dico facciamo finta perché sappiamo tutti che non è così: è l'equilibrio a determinate condizioni. Questa misura sarà cogente? Averla messa in Costituzione e aver sfigurato l'articolo 81 servirà a determinare degli effetti? Quanti articoli della Costituzione restano inapplicati? Si potrebbe fare un'esercitazione seminariale sul punto, a partire dagli articoli 3, 9 e 21. Potrebbe anche essere un dibattito interessante. Di sicuro, l'articolo 53, che è uno dei fondamenti essenziali del principio di eguaglianza, cioè quello che stabilisce la progressività dell'imposizione fiscale, in Italia non è applicato, anzi è applicato alla rovescia. Nella Costituzione infatti è scritto che l'imposizione fiscale è progressiva, ma nella realtà è regressiva: chi ha poco paga tutto, e chi ha molto paga poco. (Brusìo). Capisco che i colleghi della Lega abbiano da discutere, ma forse potrebbero farlo fuori dall'Aula. (Commenti del senatore Stiffoni). Quindi, sarà cogente questa misura? Se ne può dubitare. Funzionerà? Come funzionerà? Penso che funzionerà secondo il principio dell'ambiguità del suo testo: il testo introduce l'equilibrio di bilancio e riserve anche giuste, secondo me convincenti, che ammorbidiscono la durezza del principio del pareggio di bilancio, e quindi forse avrà una funzione, oso dire, di keynesismo dissimulato, vale a dire che si fa finta di essere neoliberisti mentre sotto sotto ci concediamo la libertà di essere, con un pizzico di sale, un po' keynesiani.
Il testo è scritto male, e purtroppo bisogna rilevare che negli ultimi decenni gli interventi di introduzione di testi in Costituzione hanno dato cattiva prova di sé: sono corpi estranei. La modifica del Titolo V, il giusto processo, il voto all'estero e ora l'articolo 81 hanno un'evidenza stilistica nel testo della Costituzione che qualsiasi studente di media cultura, anche senza preparazione, riuscirebbe ad individuare questi malloppi farraginosi, dalla sintassi complicata, inutilmente lunghi e dettagliati: questi pezzi di testo introdotti in Costituzione spiccano come se fossero colorati. Non è bello vederli. So che nel mondo parlamentare è facile fare ironie sul purismo del linguaggio costituzionale: sarà una fissazione, ma lo stile denuncia, esprime una logica, e quando lo stile è malconcio, farraginoso, contorto e poco convincente sotto il profilo logico e sintattico vuol dire che anche dal punto di vista della logica funziona male. Conveniva non mettercelo.
Qual è il punto finale politico, colleghi? Il punto finale è che temo che questa modifica dell'articolo 81 siffatta, votata con i due terzi dei voti dell'Aula rappresenti un tentativo insidioso di un nuovo tipo di cammino nella modifica della Costituzione: si punta a superare i due terzi, e in questa maniera si zittisce il popolo, si impedisce il pronunciamento di un'opinione popolare sull'argomento. Questo, dal punto di vista della democrazia intesa in senso allargato, è una ferita, perché il popolo non potrà pronunciarsi su questa modifica assai discutibile della Costituzione.
La domanda è: si pensa di fare così anche con la futura riforma costituzionale, quella che dice di rafforzare il Parlamento e il Governo e, in realtà, rafforza solo il Governo, che intesta al Presidente del Consiglio la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere e crea così un insanabile dissidio istituzionale tra la figura del Presidente del Consiglio e quella del Presidente della Repubblica?
Non è un bel vedere, colleghi: siamo di fronte ad una situazione dove, come vedete, stiamo discutendo nel disinteresse totale, e dopo questo voto la Costituzione sarà irrimediabilmente cambiata. Ci si può consolare pensando che il cambiamento non servirà quasi a nulla: forse serve soltanto a determinare una situazione opaca, e quindi questo ci può anche, in parte, consolare (tuttavia il testo resta sfigurato e questa, secondo me, è cosa che va messa agli atti).
So di costituire una esigua minoranza, ma in questo momento non mi riesce di provarne dispiacere. (Applausi del senatore Pedica).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceccanti. Ne ha facoltà.