MORANDO (PD). Signor Presidente, è stato autorevolmente sostenuto che questa riforma dell'articolo 81 della Costituzione priverebbe il nostro Paese della possibilità di far uso della politica fiscale in funzione anticiclica. Si tratterebbe, secondo questi critici, di una riforma che inchiodando la gestione del bilancio ad un rigido vincolo di pareggio, impedirebbe alla politica di bilancio di assumere un'intonazione espansiva quando l'economia fosse in fase di stagnazione o addirittura, come in questo caso purtroppo, di recessione.
Sono fondate queste critiche? Penso che questa discussione dovrebbe servire anche a questo: a rispondere, da parte di chi sostiene questa riforma, a questo tipo di valutazioni critiche.
È così profondamente stupida - per usare l'aggettivo che il presidente Prodi usò a proposito del Patto di stabilità europeo - e "autocastrante" la regola che stiamo per scrivere nella nostra Costituzione? No.
Sia che si guardi al principio contenuto nel nuovo sistema di regole europeo, dal six pack al fiscal compact, sia che si guardi alla regola base del nuovo articolo della Costituzione di cui stiamo discutendo, si vede bene che il cuore delle nuove regole è racchiuso nell'aggettivo "strutturale": "pareggio strutturale", "indebitamento strutturale" o, per usare l'espressione che è contenuta nella nuova formulazione dell'articolo 81, "equilibrio di bilancio che tenga conto dell'andamento del ciclo economico", che è una traduzione in un linguaggio più «costituzionale» dell'aggettivo «strutturale».
In poche parole, si tratta di espressioni tutte univocamente ed inequivocabilmente orientate ad affermare che gli obiettivi della politica fiscale e delle scelte di bilancio debbono essere definiti in modo tale da salvaguardarne l'intelligenza, cioè il contrario di stupidità, per continuare con l'uso di questo sostantivo: se l'economia va male si dovrà poter far ricorso all'indebitamento (questo vuol dire "strutturale"), a partire dall'azione di quelli che gli economisti chiamano stabilizzatori automatici, per sostenere l'economia e per mitigare i negativi effetti sociali della crisi; se invece l'economia va bene, è inutile, anzi è dannoso - come ci insegna l'esperienza del Paese - tentare di farla andare un po' meglio di quanto già per conto suo non vada attraverso la creazione di nuovo debito pubblico. In quel caso, è certamente più raccomandabile approfittare del tempo buono per mettere in cascina un po' di fieno, che servirà quando il tempo diventerà cattivo.
Sbagliano, dunque, quanti si stracciano le vesti accusandoci di ignorare Keynes (a proposito del quale condivido quanto affermato dal presidente Baldassarri) e di affermare un principio che ci autocondanna - secondo questa accusa - all'impotenza.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,22)
(Segue MORANDO). Anzi, trovo curioso che così numerosi e qualificati critici dello stato di cose presente - per usare l'espressione della tradizione marxiana - abbiano dedicato tanto impegno a mettere in guardia contro il rischio insito nella scelta di riforma che stiamo per compiere e così poca attenzione al cattivo uso che si è fatto della politica fiscale, del deficit spending e delle regole preposte al suo presidio, quando si è costruita la gigantesca montagna del debito pubblico.
Se elevata spesa pubblica in rapporto al prodotto - e sappiamo che è elevata in Italia - ed elevatissimo debito pubblico - e sappiamo che è elevatissimo in Italia - convivono da tanti anni - quasi vent'anni, signor Presidente - con bassa crescita e crescente disuguaglianza, ciò sembra come minimo - a me pare - dimostrare che c'è spesa pubblica buona e spesa pubblica cattiva, che c'è debito pubblico buono e debito pubblico cattivo e che la relazione tra deficit spending e crescita economica e sociale non è così univoca come i critici di questa riforma sembrano ritenere.
In proposito, per capire in modo migliore, dovremmo salire sulle spalle di due giganti del pensiero politico moderno, Jefferson e Madison, che qualche anno prima della rivoluzione francese si scambiarono alcune lettere - Madison era in Europa e Jefferson negli Stati Uniti d'America - che noi abbiamo.
Jefferson, in una di quelle lettere, prende violentemente posizione contro il debito pubblico, con la sua irruenza straordinaria. Dice Jefferson: «Noi siamo solo usufruttuari della terra su cui ci è dato di vivere e quindi non possiamo impadronircene come se ne fossimo proprietari a danno delle future generazioni. No al debito pubblico e, se proprio lo dobbiamo fare» - e lui lo fece, per la verità, con la Barings di Londra, per comprare la Louisiana da Napoleone, dimostrando di adattarsi alle considerazioni della Realpolitik - «dobbiamo fare solo il debito pagabile in 17 anni». Perché 17 anni? I 17 anni rappresentavano l'attesa di vita della generazione adulta nel momento in cui Jefferson scriveva. Quindi, la tesi di Jefferson è che, se proprio si deve fare, si faccia solo il debito che la generazione che lo fa è in grado di pagare.
Madison, meno violentemente, risponde: «Non sono assolutamente d'accordo, perché l'indebitamento è fondamentale se serve a vincere i nemici della Nazione», e dice ciò facendo riferimento al fatto che stavano facendo ricorso al debito - eccome! - nella guerra di indipendenza rispetto all'Inghilterra. Madison, prendendo posizione proprio a favore di quelle future generazioni che Jefferson voleva tutelare, allontanandosi dal debito pubblico, dice: «Attenzione: il debito pubblico può servire e serve per garantire un futuro migliore non alla generazione che fa il debito, ma esattamente alla generazione che usufruirà del bene acquisito attraverso il debito pubblico».
A ben vedere, sul debito pubblico, buono e cattivo, tutta la teoria successiva ha aggiunto poco al dibattito tra questi due giganti.
Il fatto è che questa discussione ci conferma che il problema non è «debito pubblico sì» o «debito pubblico no». Il problema è: per cosa? Per quali finalità? Sapevano che la domanda giusta era questa, per esempio, i grandi sostenitori del nascente centrosinistra - certamente non giganti come quelli cui ho appena fatto riferimento - come La Malfa, Lombardi e Antonio Giolitti per citare le figure di maggiore spicco, che nel 1961 si riunirono con altri parlamentari in un comitato bicamerale che produsse un documento sulla interpretazione e la gestione del quarto comma dell'articolo 81 della Costituzione. Probabilmente, quando lessero le loro conclusioni, il Parlamento non era molto più frequentato di quello di oggi, ma questo documento è probabilmente più importante per il centrosinistra che stava nascendo in quegli anni di quanto non lo sia stata la nazionalizzazione dell'energia elettrica nota a tutti. Infatti in quel documento si dice chiaramente che bisogna fare deficit spending abbandonando il principio del pareggio di bilancio che prima aveva guidato l'interpretazione prevalente dell'articolo 81 della Costituzione. Chiaramente, però, questi grandi della politica del centrosinistra italiano dicono di doverlo fare in funzione di una politica di investimenti: bisogna accrescere il potenziale produttivo del Paese attraverso questo meccanismo. Noi sappiamo che la storia non è andata così e che abbiamo fatto molto deficit per finanziare spesa corrente.
Non è dunque qui la sostanza del problema. Essa risiede piuttosto, signor Presidente, nel fatto che il livello dell'indebitamento strutturale (ho già detto di cosa si tratta) non è un dato che esista in natura; non è un dato a cui si perviene attraverso un calcolo ormai universalmente accettato e standardizzato come quello del prodotto interno lordo. La questione che abbiamo di fronte è dunque precisa: chi calcola l'indebitamento strutturale? Chi calcola il rispetto del principio dell'equilibrio al netto degli effetti sul ciclo? Certo il Governo, certo la Commissione europea. Ma in Italia solo il Governo? Sappiamo che se avverrà così, signor Presidente, non ci sarà la necessaria credibilità. Ce lo dicono le raccomandazioni dell'OCSE e dell'Europa: costruite strumenti di analisi economica in grado di asseverare il rispetto delle regole di bilancio indipendenti dall'Esecutivo. Cosa vuol dire? Vuol dire costruire una sede, uno strumento, un Istituto in grado di produrre quadri di finanza pubblica (non semplicemente di fare qualche valutazione sui documenti: questo non vuol dire produrre quadri di finanza pubblica) corredati anche da previsioni macroeconomiche, in maniera assolutamente indipendente dal Governo, per consentire al Parlamento di interloquire con il Governo stesso e con le istituzioni europee in maniera tale che sia effettivamente verificato, sul terreno analitico, il rispetto delle regole di finanza pubblica. A questo proposito, vorrei ricordare al presidente Baldassarri che la lettera e) del comma 1 dell'articolo 5 fa parte di queste regole, perché è relativa ad una regola di evoluzione della spesa, per cui una parte dei suoi argomenti, mi permetto di dire, a mio avviso non è perfettamente fondata, in quanto con questo provvedimento viene affrontato il tema dei limiti alla spesa.
Signor Presidente, se si ragiona così si capisce che è assolutamente cruciale passare immediatamente all'opera. Mi fa piacere che stia presiedendo lei, presidente Schifani, non perché non mi faccia piacere la Presidenza del vice presidente Chiti, ma perché volevo sottolineare in particolare a lei che nella legge di contabilità in vigore abbiamo previsto le intese tra il Presidente del Senato e il Presidente della Camera per costituire l'embrione dell'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano. Ora in Costituzione, signor Presidente, scriviamo che questo Ufficio del bilancio è il fiscal council autonomo italiano di cui stavo parlando, alla cui esistenza, efficacia, autonomia, indipendenza e autorevolezza è vitalmente legata la possibilità di acquisire credibilità e di rispettare le nuove regole del bilancio che ci stiamo dando, e soprattutto quelle che ci siamo dati, assieme agli altri Paesi, in Europa.
Non c'è più tempo da perdere, signor Presidente: bisogna agire immediatamente. Faccio un appello accalorato perché credo veramente che sia cruciale. Adesso non ancora, ma tra qualche settimana, quando entreremo nella sessione di bilancio, ci accorgeremo degli effetti enormi del fiscal compact e del six pack; allora avremo bisogno di uno strumento di analisi economica che abbia già compiuto i suoi primi passi per poter svolgere bene il nostro mestiere e il nostro lavoro, che è quello di tutelare gli interessi nazionali in un dialogo positivo e consapevole con le istituzioni europee e con l'Esecutivo.
Da questo punto di vista, signor Presidente, costituire immediatamente le basi per l'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano secondo il modello del CBO americano è vitale per il futuro dell'Italia: non è l'impuntatura di qualcuno che si occupa di questi argomenti. Vorrei veramente riuscire a convincere che o compiamo immediatamente i passi necessari su questo versante o tra qualche mese ci troveremo in una situazione di paralisi e di impotenza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Fantetti, Lusi, Mascitelli e Molinari).
PRESIDENTE. Senatore Morando, la ringrazio per la indiscussa e consolidata capacità dialettica e tecnica, per la quale il Presidente del Senato è onorato di ascoltarla.
È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.