RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 11,02).
Si dia lettura del processo verbale.
BONFRISCO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 4 aprile.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 11,07).
Seguito della discussione del disegno di legge costituzionale:
(3047-B) Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (Approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri; Marinello ed altri; Beltrandi ed altri; Merloni ed altri; Lanzillotta ed altri; Antonio Martino ed altri; Bersani ed altri; e del disegno di legge costituzionale n. 4620 d'iniziativa governativa; approvato, in prima deliberazione, dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 11,07)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale n. 3047-B, già approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 29 marzo il relatore, senatore Vizzini, ha svolto la relazione orale.
Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, con questa ultima votazione della complessa procedura di riforma costituzionale adempiamo all'impegno assunto in sede comunitaria: un altro mattone in direzione di una possibile governance europea all'altezza della situazione, cioè quella di una grande area economica e politica integrata.
Non sono mancate obiezioni alle modifiche costituzionali, alcune di carattere tecnico circa la complessità della materia e la difficoltà di tradurla in una efficace norma costituzionale o l'inutilità di farlo (obiezioni in gran parte superate con le modifiche introdotte nell'esame parlamentare), altre di carattere politico riguardanti soprattutto due aspetti: la cessione di sovranità e l'asserita rinuncia alla possibilità di attuazione di politiche di bilancio keynesiane.
Sul primo punto non mi sembra che ci si debba molto soffermare: si tratta di dare attuazione ad impegni già presi. Al di là degli aspetti giuridici, ciò che rileva è la risposta che come Paese vogliamo dare all'enorme cambiamento dei rapporti di forza geopolitici. Le stime ci dicono che entro il 2040, nell'arco di una generazione, se si riunisse un vertice G7 i Paesi partecipanti sarebbero i seguenti: Cina, Usa, India, Giappone, Russia, Brasile e Messico; nessun Paese della vecchia Europa. Ma se nel frattempo l'Europa fosse divenuta un autentico Stato federale comparirebbe a pieno titolo in cima alla graduatoria. Dunque non si tratta tanto di cessione di sovranità a un livello superiore ed estraneo: quella sovranità, semplicemente, non ha più l'efficacia che abbiamo conosciuto. Invece si tratta di mettere una nuova sovranità a disposizione di noi stessi, in parità e cooperazione con gli altri partner comunitari, per costruire sul serio un'Europa pienamente politica in grado di essere attore globale. Per farlo, in Europa occorre esserci, ed esserci a pieno titolo con una rinnovata credibilità, per contribuirne a disegnare la nuova architettura, per fare i passi in avanti necessari quali: potenziamento delle istituzioni in una visione comunitaria più che intergovernativa, aumento della qualità democratica delle istituzioni, ampliamento della capacità di intervento della Banca europea.
Quanto al secondo punto, ossia l'affermazione che il nuovo testo dell'articolo 81 impedirebbe l'uso del bilancio pubblico in funzione anticongiunturale, credo che una lettura anche superficiale del testo dimostri l'infondatezza di questa preoccupazione. Il testo, anche grazie ai miglioramenti introdotti nell'esame parlamentare, esplicita al contrario il ruolo attivo che possono svolgere le politiche di bilancio per contrastare i cicli avversi. Ma il tema centrale è la sostenibilità del bilancio. In nessuna parte degli scritti di Keynes si potrà trovare una sottovalutazione di questo aspetto. Al contrario, la sua teoria generale, proprio perché mette al centro il valore e la necessità di un intervento dello Stato come regolatore, riserva grande attenzione alla sostenibilità delle finanze statali. Se è possibile raggiungere un equilibrio di sottoccupazione a differenza di quello che pensavano gli economisti classici e se gli investimenti si possono trasferire ai redditi attraverso un moltiplicatore dapprima rilevante e poi sempre più debole, le politiche statali svolgono un grande ruolo nel promuovere sviluppo. Ad una condizione, però: che esplichino la loro piena efficacia nei periodi di bassa congiuntura, nel rompere appunto possibili equilibri di sottoccupazione, avendo accumulato le risorse necessarie nei periodi di alta congiuntura.
Dunque politiche attive di bilancio ma con grande attenzione alla sostenibilità del debito. E dobbiamo ricordare che esiste buona spesa e cattiva spesa e che in Italia la spesa corrente assomma a 14 volte la spesa in conto capitale e che l'enorme aumento del rapporto debito-PIL, dai 56 punti percentuali degli anni '70 ai 120 attuali, è totalmente dovuto al lievitare della spesa corrente. Certamente non sarebbe un uso keynesiano del bilancio pubblico proseguire su questa strada.
Al di là di riflessioni teoriche, per un Paese nelle condizioni di finanza pubblica dell'Italia non possono che essere condivise ragionevoli norme che rafforzino l'argine dell'articolo 81, rivelatosi troppo fragile. Piuttosto non bisogna mai dimenticare che anche un vincolo costituzionale più stringente non può sostituirsi alla chiarezza della visione politica, alla netta individuazione degli obiettivi e degli strumenti. Per l'appunto, il debito è cresciuto ai limiti della sostenibilità nonostante i Costituenti avessero posto molta cura nella definizione dell'articolo 81 e nonostante i nuovi rigorosi vincoli introdotti a livello comunitario. Ce lo ricordava nel 1992 Beniamino Andreatta, quando, dibattendo anche allora sui temi dell'articolo 81, della riforma della legge di contabilità e delle conseguenze degli accordi di Maastricht, sottolineava: «Credo che il problema essenziale della riforma finanziaria sia la riforma delle istituzioni politiche e del sistema elettorale», individuando quindi questo rapporto così stretto tra efficienza del sistema politico istituzionale e capacità di sviluppare adeguate politiche di bilancio.
Siamo ancora a questo passo. Dobbiamo perciò leggere questi cambiamenti dentro la cornice più vasta di una ambizione riformatrice delle istituzioni parlamentari che scommetta davvero sulla centralità di un Parlamento competente e rappresentativo.
E del resto, anche sul punto specifico della gestione del bilancio, la modifica dell'articolo 81 non è che un primo passo. Ci attendono ulteriori passaggi altrettanto impegnativi, a partire dalle norme attuative, che saranno decisive per il buon funzionamento del sistema complesso delineato, a livello interno, dalle norme costituzionali per la finanza statale e quella decentrata, dalle norme di contabilità e dalle regole del Patto di stabilità interno e, a livello comunitario, dal semestre europeo, e da ultimo con il fiscal compact.
Occorre riportare il processo decisionale di finanza pubblica al pieno rispetto del ciclo interno e comunitario, tratteggiato con chiarezza dalla legislazione vigente, ma finora soggetto ad eccezioni e mancati rispetti. Rispetto delle procedure come condizione essenziale per rendere chiari all'opinione pubblica e alle parti sociali in particolare obiettivi, mezzi apprestati, responsabilità.
Occorre finalmente consentire al Parlamento di poter assolvere fino in fondo al ruolo dialettico con il Governo sulle decisioni di finanza pubblica, in via preventiva e in via consuntiva.
Le norme che approviamo prevedono l'istituzione di «un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e dell'osservanza delle regole di bilancio» sul modello del CBO statunitense. Richiesta da tempo avanzata in sede parlamentare, prevista, sia pure in forma soft, nella vigente legge di contabilità e ora trasformata in norma positiva da tradurre finalmente in realtà.
Infine, occorre dare piena attuazione al processo di spending review, implementandone con efficacia tutte le potenzialità: non solo ai fini di una riduzione della spesa in valore assoluto, ma anche di una più corretta individuazione delle priorità, dell'efficienza degli interventi pubblici e della eliminazione delle sacche di improduttività, perciò con l'obiettivo del pieno dispiegamento della leva del bilancio pubblico come fattore positivo di sviluppo.
Dunque votiamo convintamente queste modifiche, perché le vediamo parte di un più ampio e lungimirante disegno di buona riforma delle pubbliche istituzioni, di cui certo il Paese ha estremamente bisogno. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli insegnanti e gli studenti dell'Istituto tecnico industriale e commerciale «Cartesio-Luxemburg» di Roma. A loro vanno il saluto del Senato e gli auguri per l'attività di studio. (Applausi).
Ripresa della discussione
del disegno di legge costituzionale n. 3047-B(ore 11,17)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, la discussione su questa modifica costituzionale è stata sciatta, frettolosa e poco interessata, e anche oggi è diventata, schiacciata dall'evidenza di una contingenza politica momentanea, una mera formalità.
Non fa piacere vedere l'impegno di modificare la Costituzione realizzato in modi così poco convincenti e con risultati così discutibili. Al confronto, il dibattito scientifico sull'argomento è stato molto più interessante e molto più fondato. Si sono confrontati punti di vista scientifici. È stata evocata la grande battaglia ideale tra i punti di vista che definiamo - per brevità - keynesiani e quelli restrittivi della nuova ideologia. Oggi tutti dicono che siamo in un mondo post ideologico, ma c'è un'ideologia che resiste fermissimamente, quella neoliberista, sulla quale non mi dilungo.
Cultori della materia particolarmente versati, tra cui cinque premi Nobel, hanno sostenuto che il pareggio di bilancio in Costituzione rappresenta una camicia di forza insidiosa per la gestione delle cose economiche. Si toglie quell'elasticità, quel margine di manovra nella gestione delle cose economiche che, secondo un punto di vista discutibile ma anche molto sperimentato, la politica deve avere.
La questione è molto controversa, e viene da interrogarsi sull'efficacia della cogenza di questa misura. Facciamo finta che mettiamo il pareggio di bilancio in Costituzione. Dico facciamo finta perché sappiamo tutti che non è così: è l'equilibrio a determinate condizioni. Questa misura sarà cogente? Averla messa in Costituzione e aver sfigurato l'articolo 81 servirà a determinare degli effetti? Quanti articoli della Costituzione restano inapplicati? Si potrebbe fare un'esercitazione seminariale sul punto, a partire dagli articoli 3, 9 e 21. Potrebbe anche essere un dibattito interessante. Di sicuro, l'articolo 53, che è uno dei fondamenti essenziali del principio di eguaglianza, cioè quello che stabilisce la progressività dell'imposizione fiscale, in Italia non è applicato, anzi è applicato alla rovescia. Nella Costituzione infatti è scritto che l'imposizione fiscale è progressiva, ma nella realtà è regressiva: chi ha poco paga tutto, e chi ha molto paga poco. (Brusìo). Capisco che i colleghi della Lega abbiano da discutere, ma forse potrebbero farlo fuori dall'Aula. (Commenti del senatore Stiffoni). Quindi, sarà cogente questa misura? Se ne può dubitare. Funzionerà? Come funzionerà? Penso che funzionerà secondo il principio dell'ambiguità del suo testo: il testo introduce l'equilibrio di bilancio e riserve anche giuste, secondo me convincenti, che ammorbidiscono la durezza del principio del pareggio di bilancio, e quindi forse avrà una funzione, oso dire, di keynesismo dissimulato, vale a dire che si fa finta di essere neoliberisti mentre sotto sotto ci concediamo la libertà di essere, con un pizzico di sale, un po' keynesiani.
Il testo è scritto male, e purtroppo bisogna rilevare che negli ultimi decenni gli interventi di introduzione di testi in Costituzione hanno dato cattiva prova di sé: sono corpi estranei. La modifica del Titolo V, il giusto processo, il voto all'estero e ora l'articolo 81 hanno un'evidenza stilistica nel testo della Costituzione che qualsiasi studente di media cultura, anche senza preparazione, riuscirebbe ad individuare questi malloppi farraginosi, dalla sintassi complicata, inutilmente lunghi e dettagliati: questi pezzi di testo introdotti in Costituzione spiccano come se fossero colorati. Non è bello vederli. So che nel mondo parlamentare è facile fare ironie sul purismo del linguaggio costituzionale: sarà una fissazione, ma lo stile denuncia, esprime una logica, e quando lo stile è malconcio, farraginoso, contorto e poco convincente sotto il profilo logico e sintattico vuol dire che anche dal punto di vista della logica funziona male. Conveniva non mettercelo.
Qual è il punto finale politico, colleghi? Il punto finale è che temo che questa modifica dell'articolo 81 siffatta, votata con i due terzi dei voti dell'Aula rappresenti un tentativo insidioso di un nuovo tipo di cammino nella modifica della Costituzione: si punta a superare i due terzi, e in questa maniera si zittisce il popolo, si impedisce il pronunciamento di un'opinione popolare sull'argomento. Questo, dal punto di vista della democrazia intesa in senso allargato, è una ferita, perché il popolo non potrà pronunciarsi su questa modifica assai discutibile della Costituzione.
La domanda è: si pensa di fare così anche con la futura riforma costituzionale, quella che dice di rafforzare il Parlamento e il Governo e, in realtà, rafforza solo il Governo, che intesta al Presidente del Consiglio la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere e crea così un insanabile dissidio istituzionale tra la figura del Presidente del Consiglio e quella del Presidente della Repubblica?
Non è un bel vedere, colleghi: siamo di fronte ad una situazione dove, come vedete, stiamo discutendo nel disinteresse totale, e dopo questo voto la Costituzione sarà irrimediabilmente cambiata. Ci si può consolare pensando che il cambiamento non servirà quasi a nulla: forse serve soltanto a determinare una situazione opaca, e quindi questo ci può anche, in parte, consolare (tuttavia il testo resta sfigurato e questa, secondo me, è cosa che va messa agli atti).
So di costituire una esigua minoranza, ma in questo momento non mi riesce di provarne dispiacere. (Applausi del senatore Pedica).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceccanti. Ne ha facoltà.
CECCANTI (PD). Signor Presidente, in precedenza il senatore Giaretta ha citato la visione profetica di Beniamino Andreatta, che vorrei richiamare anch'io, anche in questa seconda lettura. Ricordo in particolar modo che nella Commissione Bozzi, nella seduta dell'11 ottobre 1984, Andreatta sosteneva un'ipotesi di riforma costituzionale che partiva dalle stesse esigenze di quella odierna. Diceva Andreatta: «Questo articolo 81, con la sua storia di interpretazione parlamentare e giurisprudenziale, ha bisogno di ricevere forza. Occorre che la nostra esperienza triste e i nostri fallimenti ci suggeriscano quelle modifiche, perché l'intenzione di Einaudi e di Vanoni nel presentare l'articolo 81 alla Costituente possa essere realizzata in un testo che superi gli aggiramenti che la pratica ha creato in questi trent'anni».
Ora, il giudizio di Andreatta mi sembra che basti a descrivere il senso dell'indirizzo della riforma. In seconda lettura non torniamo sui dettagli: la seconda lettura prevede infatti non una emendabilità del testo, ma un sì o un no al testo già emerso in prima lettura. Quindi, l'indirizzo politico di fondo è quello espresso da Andreatta, e mi sembra che non sia sminuito - interagisco con il collega Pardi, essendo lui l'unico ad intervenire contro nel dibattito, e quindi l'unico a cui possiamo fare riferimento - da un certo carattere inevitabilmente complicato del testo. Poiché il testo vuole rimediare agli aggiramenti dell' articolo 81 originario, non può che trovare delle formule e delle soluzioni procedurali più complesse in quanto il testo originario, che era più semplice è stato aggirato. Pertanto, che il testo sia più complesso è in qualche modo inevitabile. La scelta che abbiamo fatto è comunque una revisione a due livelli, la quale prevede poi la legge rinforzata di applicazione, a cui vengono rinviate le parti numeriche, quelle che meno si prestano all'inserimento diretto in un testo costituzionale.
Chiarito questo primo punto, ossia l'indirizzo complessivo della riforma e il senso della seconda lettura, e ricordata la direzione di marcia che vogliamo intraprendere, vengo al secondo punto, che in realtà è il nodo del dibattito odierno. La seconda lettura merita di essere fatta a due terzi, evitando il referendum, oppure esclusivamente a maggioranza assoluta, consentendo di indire contro il referendum? Questo è l'interrogativo che da più parti, fuori da questa sede, ci è stato posto, e che è stato ripreso dal collega Pardi.
Ovviamente si potrebbe dare una prima risposta di tipo pragmatico a questo interrogativo, dicendo che l'approvazione a maggioranza di due terzi consente l'entrata in vigore immediata, mentre l'approvazione a maggioranza assoluta con un eventuale referendum si trascinerebbe ancora per dieci mesi. Non so quale credibilità avrebbe nel contesto europeo, di fronte ai nostri interlocutori, un Parlamento che inizia una revisione costituzionale, l'approva in prima lettura senza voti contrari e poi si arresta di fronte alla paura di approvarla a maggioranza dei due terzi, mettendo una riforma costituzionale in un limbo per dieci mesi. Questo però è un argomento pragmatico che, a mio avviso, sarebbe già sufficiente per affermare che occorre votare la riforma a maggioranza di due terzi, ma non risponde al quesito posto dal collega Pardi, il quale mette in campo il principio democratico, di fronte al quale gli argomenti pragmatici hanno minore valore.
L'argomento utilizzato dal collega Pardi è che ha maggiore valore sottoporre un testo ad un eventuale referendum, con un verdetto diretto del corpo elettorale, piuttosto che approvarlo direttamente in Parlamento. Si tratta di un argomento superiore alle osservazioni pragmatiche, che va abbordato direttamente. Ma va abbordato tenendo conto che cosa prescrive l'articolo 138 della Costituzione, perché tale articolo non mette sullo stesso piano le due soluzioni.
Che cosa ci dice l'articolo 138? Che vi è un'opzione preferenziale, quella di approvare una riforma a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Qualora non si sia in grado di raggiungere tale maggioranza e vi sia solo una maggioranza assoluta, che è il male minore nella logica dell'articolo in questione, è consentito promuovere un referendum e verificare che la maggioranza parlamentare, sempre qualificata ma più ristretta, sia effettivamente maggioranza anche nel corpo elettorale. In ogni caso, il senso va chiaramente a favore della riforma, perché per il referendum costituzionale non è previsto il quorum di partecipazione, a differenza che nel referendum abrogativo, e dunque è in carico agli oppositori raccogliere le firme per indire il referendum e raccogliere una maggioranza di cittadini che si presentino al voto e votino in senso contrario. Secondo me, noi dobbiamo tener conto di questo ragionamento, e quindi, nel momento in cui noi votiamo con il quorum dei due terzi, seguiamo esattamente l'opzione indicataci dal Costituente come preferenziale.
Questo non solo è vero nel testo dell'articolo 138, ma lo è anche nella prassi repubblicana. Infatti, finché non ci si pose il problema del referendum abrogativo per la legge sul divorzio, la n. 898 del 1970 (caso in cui venne effettuato uno scambio, cioè venne da un lato approvata la legge sul divorzio e dall'altro consentito, con la legge n. 352 del 1970, di indire un referendum abrogativo della stessa legge n. 898), non si potevano approvare le leggi costituzionali a maggioranza assoluta, il male minore, ma solo con una maggioranza di due terzi, perché mancava la normativa di regolamentazione dei referendum, successivi all'approvazione di una legge costituzionale a maggioranza assoluta dei componenti delle Camere. Fino al 1970 nessuna forza politica aveva sentito il bisogno urgente di regolamentare lo strumento dei referendum perché si partiva dal presupposto che le riforme andassero sempre e comunque approvate con la maggioranza dei due terzi.
A questo punto devo dire che non convince oggi la tesi iper-marcata sulla sovranità popolare del collega Pardi, perché quando il centrodestra, rispetto all'investitura popolare diretta dei Governi, sosteneva con forza il principio della sovranità popolare, il collega Pardi e molti altri segnalavano che l'articolo 1 della Costituzione precisa che la sovranità popolare è consentita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Fra i limiti e le forme, c'è quel doppio meccanismo previsto dall'articolo 138, che indica chiaramente come opzione preferenziale, la maggioranza di due terzi, e come male minore la maggioranza assoluta e il possibile referendum.
Per rispondere al collega Pardi, io penso che dobbiamo iniziare oggi con questa riforma e proseguire con le prossime ad approvarle a maggioranza di due terzi, non perché intendiamo precludere al corpo elettorale l'esercizio della propria sovranità, ma perché ci assumiamo la responsabilità di fare le riforme insieme. Infatti, se l'articolo 138 avesse previsto esclusivamente la maggioranza assoluta o la possibilità di ricorrere sempre al referendum sarebbe molto difficile per le forze politiche raggiungere una maggioranza di due terzi, perché il verdetto referendario tenderebbe a portare ciascuno a marcare le proprie posizioni. Il testo costruisce il quorum dei due terzi ed esclude il referendum esattamente perché le forze politiche non marchino identitariamente le posizioni di partenza, almeno nel caso della Costituzione, ma trovino una convergenza sulle regole del gioco. È quello che facciamo oggi e che, spero, potremo ancora fare nel resto della legislatura per altre riforme costituzionali urgenti. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mascitelli. Ne ha facoltà.
MASCITELLI (IdV). Signor Presidente, signor Sottosegretario, trattandosi di una seconda deliberazione in Senato ed avendo il Gruppo dell'Italia dei Valori già votato a favore di questo testo che approveremo nuovamente, non voglio ritornare sulle finalità dei contenuti, che sono ormai drammaticamente ben note. Vorrei tuttavia cogliere l'occasione di questo dibattito per contestualizzare gli effetti del provvedimento in esame sulla situazione che vive il nostro Paese, considerando alcuni appuntamenti imminenti e alcune prospettive future e partendo da due brevi premesse e da una constatazione.
La prima premessa è di carattere interno. Come ha ricordato poc'anzi il senatore Pardi, sappiamo che molti dei problemi che ci siamo trascinati, fino al debito pubblico pari al 120 per cento del PIL, non derivano certo dalla formulazione attuale dell'articolo 81 della Costituzione, quanto piuttosto dalle procedure di bilancio, che ne hanno determinato una costante elusione o, peggio ancora, una violazione, come ad esempio il meccanismo incrementale con cui è costruito il bilancio dello Stato. In tutti questi anni si è ragionato semplicemente - lo abbiamo visto di recente con i tagli lineari - sulle modalità con cui tagliare la spesa tendenziale, ossia su come intervenire sugli incrementi che si produrrebbero a legislazione vigente, e per niente sulla tecnica dello zero budget.
La seconda premessa - e mi rivolgo in proposito anche al collega Pardi - riguarda l'impegno europeo. Nel corso del Consiglio europeo del 1º marzo scorso, 25 Stati su 27 (tutti tranne la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca) hanno sottoscritto un nuovo trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'unione economica e monetaria. Le parti contraenti, fermo restando il diritto dell'Unione europea, si sono impegnate a introdurre e ad applicare entro un anno dall'entrata in vigore del trattato, con norme vincolanti e a carattere permanente, non obbligatoriamente, ma preferibilmente di tipo costituzionale, le seguenti regole. Il bilancio dovrà essere in pareggio o in attivo. Tale regola si considera rispettata se il saldo strutturale annuo della pubblica amministrazione è pari all'obiettivo a medio termine specifico di quel Paese, con un limite di disavanzo strutturale che non ecceda lo 0,5 per cento del PIL. Si può temporaneamente deviare da questo obiettivo solo nel caso di eventi eccezionali, che sfuggono al controllo dello Stato, oppure in periodi di grave recessione. Questo è il contenuto dell'accordo sottoscritto ai primi di marzo.
Decidere che l'Italia raggiungerà il pareggio di bilancio nei prossimi anni è una scelta - e su questo credo siamo tutti d'accordo - necessaria, complessa e difficile. Ma, proprio per questo, non può essere una scelta pesante e insostenibile solo per una parte del nostro Paese.
Nel 2010, signor Sottosegretario, abbiamo chiuso il nostro bilancio con un deficit pari ad oltre il 5 per cento del PIL. Lo ricordo agli amici che sostenevano il precedente Governo. Tradotto, significa che lo Stato ha speso 80 miliardi di euro in più di quelli che ha incassato. Nel 2011 abbiamo chiuso con 3,9 punti di deficit, quindi lo Stato ha speso 60 miliardi di euro in più di quelli che ha incassato. Nel 2012 chiuderemo, secondo le previsioni, con una diminuzione pari all'1,6 per cento, che comunque corrisponde a una spesa di 27 miliardi di euro superiore rispetto a quanto incassato. In queste condizioni, resta fermo l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
La discussione odierna, allora, dovrebbe rappresentare l'occasione per interrogarci su un aspetto importante: quali sono i margini di manovra che restano al nostro Paese, e che devono essere evidenti a tutti, se vogliamo rispettare, sì, i principi di rigore e di equilibrio di bilancio, ma anche il principio di equità?
È evidente, come ricordava poc'anzi il senatore Ceccanti, che la definizione del contenuto della legge speciale e rinforzata, da approvare a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, con cui si dovranno applicare i principi e gli istituti introdotti da questo disegno di legge costituzionale, diventa un passaggio essenziale. Infatti, è la legge speciale e rinforzata a dover assicurare concretezza ed effettività a questo disegno.
Considerata la situazione drammatica, che i mercati internazionali ci stanno ricordando proprio in questi giorni, l'iter della legge speciale deve essere avviato con una priorità specifica, in modo da completarlo anche prima del termine fissato nel provvedimento, cioè nel mese di febbraio prossimo.
Questa speciale legge rinforzata - vorrei ricordarlo - prevede due importanti disposizioni. La prima è politica: le Camere esercitano la funzione di controllo sulla finanza pubblica, con particolare riferimento all'equilibrio tra entrate e spese; e questo con buona pace del Governo, che dovrebbe rapportarsi un po' di più con il Parlamento ed un po' di meno con i segretari di partito. La seconda disposizione che contiene questa legge speciale è tecnica: l'istituzione cioè presso le Camere, nel rispetto dell'autonomia costituzionale, di un organismo indipendente, al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica; questo, con buona pace della Ragioneria generale dello Stato e del presidente Baldassarri, che giustamente ha sottolineato conti che non tornavano.
Queste due disposizioni sono in un rapporto non solo di coincidenza, ma anche di stretta correlazione, sia nell'attività - ampia per le Camere e più circostanziata per quest'organismo indipendente - sia nella finalità (di controllo, di indirizzo politico, ma anche di accertamento strumentale).
Signor Sottosegretario, in queste settimane al Ministero dell'economia si stanno ultimando le proiezioni da inserire nel nuovo Documento di economia e finanza che sarà trasmesso tra breve, entro il 30 aprile, a Bruxelles insieme all'aggiornamento del Programma di stabilità ed al Programma nazionale di riforme. La stima - speriamo che non sia ancora suscettibile di ulteriori variazioni - è di una contrazione del PIL di circa un punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni di inizio dicembre. Nel documento presentato in Parlamento insieme alla manovra nota come salva-Italia si ipotizzava una caduta del prodotto interno lordo tra lo 0,4 e lo 0,5 per cento. Che significa questo?
Come il Sottosegretario sa bene, per evitare manovre aggiuntive confermato il pareggio di bilancio nel 2013, l'effetto sul deficit dell'ulteriore contrazione del PIL dovrebbe essere compensato dalla minore spesa per interessi. E la manovra correttiva del decreto salva-Italia sconta già un interesse aggiuntivo di 8 miliardi di euro per il servizio del debito quando lo spread aveva superato i 500 punti base, e ad oggi, da questi ultimi giorni in particolare, si prospetta un quadro non certo incoraggiante. L'altro punto è il gettito atteso dalla lotta all'evasione che non è stato cifrato nella manovra di dicembre.
E allora, stando il dispositivo della manovra di agosto, che prevedeva l'eventuale extragettito - che deve essere destinato in via prioritaria alla riduzione dell'indebitamento netto ed al rispetto degli impegni europei del pareggio di bilancio - abbiamo un quadro completo della situazione.
Ecco perché cogliamo l'occasione di questa importante discussione in Aula: signor Sottosegretario, al di là dei documenti previsti ed obbligatori per il semestre europeo che il Governo dovrà predisporre tra poche settimane, noi ne attendiamo in modo particolare due. Il primo è la revisione integrale della spesa pubblica il famoso emendamento Morando, con la norma che impegnava il Ministero dell'economia, d'intesa con i Ministri interessati, a presentare in Parlamento, entro il 30 novembre 2011, un termine già trascorso, dunque, un programma per la riorganizzazione della spesa pubblica. Lo riferisca questo al ministro Giarda, signor Sottosegretario, perché è un aspetto importante che avrebbe richiesto il passaggio preliminare in Parlamento di una informativa da parte del Governo su quelli che vogliono e devono essere gli indirizzi.
Questa norma non va sottovalutata - altrimenti potremmo dilungarci in disquisizioni filosofiche o costituzionalistiche - perché prevede una progressiva riduzione della spesa corrente primaria nel corso degli anni 2012-2013 fino all'1 per cento per ciascun anno rispetto alle spese storiche del bilancio consuntivo del 2010.
Quanto poi alla riforma fiscale, l'altro secondo documento importante che stiamo aspettando, forse si ricorda un po' meno, ma dall'attuazione della legge delega deve derivare non solo la compensazione degli oneri della riduzione dei regimi di favore, ma anche un differenziale positivo per l'indebitamento netto non inferiore a 4 miliardi di euro per l'anno 2012 e a 20 miliardi di euro a regime. In sostanza, la riforma fiscale assistenziale non viene più varata, come spesso si cerca di far credere, per rimodulare la pressione fiscale a favore dei redditi da lavoro riducendo le aliquote IRPEF, ma dovrà essere varata per ridurre l'indebitamento e per evitare che scattino le clausole di salvaguardia, inclusa quella dell'aumento dell'IVA prevista già nella manovra di agosto (lo ricordiamo agli amici della Lega che spesso parlano a sproposito di questo aumento dell'IVA) e che andrà a colpire - come sappiamo bene - le fasce più deboli della popolazione.
Concludo, signor Sottosegretario, con queste considerazioni, che vogliono concretizzare la discussione e contestualizzarla rispetto agli importanti appuntamenti che ci attendono. Infatti, a queste condizioni non basta costituzionalizzare soltanto l'equilibrio di bilancio. Non è possibile risolvere il problema al di fuori di una situazione di crescita economica. Il punto è tutto qua: non basta tornare a discutere di sviluppo, concorrenza e mercato unico se non saranno fatte al più presto delle scelte e se non saranno prese decisioni precise e specifiche da parte di questo Governo. Le attendiamo con molta attenzione e anche con l'ansia che il Paese merita. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldassarri. Ne ha facoltà.
BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, ho dedicato circa cinquant'anni del mio lavoro di economista anche e soprattutto al tema che affrontiamo oggi, ma ben prima di me, cinquant'anni prima della scoperta dell'America, a metà del '400, ci fu un frate italiano, tale Fra Luca Pacioli, che introdusse al mondo moderno il concetto della partita doppia e soprattutto la separazione tra flussi e stock nell'analisi economica, cioè quello che oggi viene chiamato il conto economico e lo stato patrimoniale. A quasi sei secoli di distanza, nei dibattiti, nei confronti e purtroppo anche nelle Aule parlamentari, si trovano spesso esempi di totale confusione tra conto economico e stato patrimoniale.
Signor Presidente, si tratta semplicemente di applicare quello che da Fra Luca Pacioli in poi è entrato nell'uso comune. La lezione di Fra Luca Pacioli è entrata da secoli nel buonsenso comune delle famiglie e delle imprese. Buonsenso comune che poi diventa regola di condotta e di contabilità. Vorrei fare rapidamente due esempi: è evidente che una famiglia, se vuole investire per comprarsi una casa, sa che deve prima risparmiare un po' (quindi il suo conto economico deve avere entrate maggiori delle spese per accumulare un po' di risparmio) e sa che questo risparmio lo può abbinare a un po' di indebitamento (cioè facendo un mutuo) e comprarsi la casa. Un'impresa fa la stessa cosa: sa che se deve fare un investimento (comprare un nuovo fabbricato o nuovi macchinari) in parte lo deve autofinanziare, cioè il suo conto economico deve essere in utile in modo tale che i ricavi superino i costi in conto economico, e con quello che accumula (magari anche qui abbinando un mutuo o un finanziamento) può fare investimenti. Se un'impresa, come ho avuto modo di dire in quest'Aula in anni passati, mettesse la rata del mutuo (sia la quota capitale che la quota interessi) dentro il conto profitti e perdite compirebbe un falso in bilancio e sarebbe pertanto sanzionata. In quest'Aula abbiamo vissuto - parlo di anni più recenti ma anche più antichi - casi eclatanti di questo tipo riguardanti il bilancio pubblico, cioè poste di stato patrimoniale messe nel conto economico. Il che vuol dire che Fra Luca Pacioli, entrato nel comune buonsenso delle famiglie e delle imprese, purtroppo non è ancora entrato appieno nel dibattito sulla politica economica e, peggio ancora, nelle Aule parlamentari.
Tanti anni fa, in occasione del dibattito su quella che sarebbe divenuta la legge n. 468 del 1978,che introdusse la sessione di bilancio e la legge finanziaria, essendo allora giovane economista (e non anziano rompiscatole come qualcuno può lecitamente considerarmi), con il ministro Andreatta, capofila di questo ragionamento, si fecero due battaglie: la prima era volta proprio a introdurre nei meccanismi costituzionali queste semplici e banali regole; la seconda era quella, altrettanto necessaria, volta ad affidare ad un'autorità indipendente la certificazione e il controllo dei conti di tutte le pubbliche amministrazioni. Sono passati 34 anni, signor Presidente, e abbiamo visto, vediamo e tocchiamo oggi con mano le conseguenze della sconfitta di quel piccolo gruppo di politici ed economisti dell'epoca, guidati da quello che poi sarà il ministro del tesoro Andreatta, che perse quella battaglia su entrambi i fronti. Da quel momento iniziò in modo dirompente l'aggiramento dell'articolo 81 della Costituzione e i trucchi di bilancio, che si sono succeduti per trent'anni, tutti coperti sotto il cappello dell'articolo 81 attraverso il semplice escamotage di dare all'articolo 1 dell'allora, e ancora ,presente legge finanziaria, quello che stabilisce l'indebitamento netto, la facoltà di copertura delle spese. Cioè, per definizione, si considerava assolto l'articolo 81 della Costituzione dicendo che pezzi importanti della spesa erano finanziati in deficit. Questa è la realtà di questi trent'anni, e mi fa piacere che precedenti interventi abbiano citato l'amico, professore e maestro Andreatta, perché a volte la sconfitta di una persona seguita a trent'anni di distanza dal disastro di un Paese forse può essere utile per riflettere se dobbiamo ulteriormente proiettare nei decenni prossimi queste stesse condizioni.
Vengo allora all'argomento più specifico che stiamo trattando. Parto dalla geometria per finire alla democrazia, signor Presidente. Non sono un esperto né dell'una né dell'altra, ma qualche rudimento di geometria lo abbiamo tutti. La geometria afferma che per un punto passano infinite rette, per due punti passa un'unica retta e per tre punti passa un unico piano. Cosa vuol dire questo principio di geometria applicato all'argomento in esame oggi? Vuol dire che fare una riforma costituzionale che indichi esclusivamente il pareggio di bilancio nella Costituzione significa apparentemente fare un'operazione di grande rigore, ma di fatto lasciare alla politica licenza di uccidere l'economia e la democrazia. Il motivo è molto semplice: il saldo di bilancio zero corrisponde ad infiniti possibili scenari di politica economica. La politica e i partiti possono scegliere a loro piacimento, fatto salvo il saldo zero. Dunque, abbiamo impedito loro di compiere disastri con la mano sinistra degli squilibri finanziari, ma li abbiamo lasciati totalmente liberi di ammazzare l'economia reale produttiva, con la mano destra che gioca sui livelli e la composizione della spesa pubblica e sui livelli e la composizione del prelievo fiscale.
Richiamo quindi l'attenzione dell'Assemblea e del rappresentante del Governo su questo punto. Non è un caso che il processo improvviso verso la modifica costituzionale sia nato in quest'Aula circa un anno fa quando, con il collega Nicola Rossi e altri senatori, abbiamo proposto un disegno di legge sull'argomento. La differenza tra la nostra proposta e quella in esame è tutta qui, signor Presidente: la nostra proposta prevedeva - in coerenza con la geometria - di fissare almeno due punti per far correre una linea retta, una linea di direzione, cioè zero deficit e, a scelta, un vincolo sul totale delle entrate (quindi, sulla pressione fiscale) oppure un vincolo sul totale della spesa pubblica. È evidente, infatti, che si può fare deficit zero avendo 80 per cento di pressione fiscale e 80 per cento di spesa pubblica oppure avendo 30 per cento di pressione fiscale e 30 per cento di spesa pubblica. La differenza tra questi due casi è nella democrazia, non si tratta soltanto di un elemento economico-finanziario. Infatti, nel primo caso il cittadino, le famiglie e le imprese sono espropriati della propria libera capacità decisionale, perché l'80 per cento di pressione fiscale significa che l'80 per cento delle decisioni sono assunte non all'interno delle case o delle imprese, ma in un consesso politico-partitico, cioè dalla communitas. Nel secondo caso, cioè nel caso estremo del 30 per cento, il cittadino dà allo Stato le risorse per prendere le decisioni collettive, soprattutto in riferimento ai beni pubblici che - come noto - il mercato non può produrre, ma resta libero di decidere la mattina, quando va al lavoro, come gestire parte importante del reddito che produce.
Dunque, dobbiamo stare ben attenti: non è in gioco un tecnicismo economico-finanziario, tra addetti ai lavori, ma è in gioco il confine della democrazia, il confine tra lo Stato e i cittadini. Per questo motivo è profonda la differenza tra quel disegno di legge a firma - lo ripeto - dei senatori Nicola Rossi, Baldassarri ed altri, e quello che stiamo discutendo. L'ho già detto nel corso dell'esame del provvedimento in prima lettura al Senato, lo ripeto ora in seconda lettura.
L'argomento, a mio parere, è talmente profondo, serio e strutturale che credo che qualche riflessione ulteriore la meriti. Stiamo introducendo nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio che vincola sul piano finanziario, ma che lascia alla politica libertà totale di uccidere l'economia reale e la democrazia.
Signor Presidente, per me che sono liberale, il massimo rappresentante liberale si chiamava e si chiama John Maynard Keynes. Come liberale, e non essendo liberista, aveva capito che il mercato lasciato alla sua dirompente giungla può produrre due effetti deleteri. In primo luogo, le grandi concentrazioni di potere oligopolistico e monopolistico (e qui entra in gioco il ruolo delle autorità); in secondo - come sappiamo da 50 anni - il fatto che l'economia di mercato liberista può produrre infiniti equilibri con disoccupazione, cioè con sottoutilizzazione delle risorse. E se l'economia di mercato liberista cade in questa trappola non ne esce da sola: occorre la politica, occorre la politica economica per cavarla dalla trappola di equilibri di mercato, o di pseudomercato, costituiti a livello di sottoutilizzazione delle risorse. Questo è il tema che dobbiamo affrontare.
Abbiamo tre milioni di disoccupati, di giovani precari. Certo che dobbiamo occuparci dell'equilibrio finanziario, dell'azzeramento del deficit che non può realizzarsi con il deficit spending, a babbo morto. Rispetto a questo, John Maynard Keynes non aveva mai detto ciò che successivamente pseudokeynesiani dell'ultima ora, e degli ultimi 30 anni, hanno sostenuto attraverso forzature, anche in queste Aule, per coprire le loro scellerate politiche economiche di deficit e di debito. Non si tratta di questo. Si tratta del cuore della politica, del cuore della democrazia, e cioè del fatto che le Aule parlamentari devono avere due vincoli: non devono far debiti e non devono avere libertà di tassare a loro piacimento, perché altrimenti possiamo scrivere la Costituzione democratica, ma non avremo la democrazia.
È quello che stiamo pericolosamente perseguendo in questi ultimi anni, con una pressione fiscale che arriverà al 47 per cento a fine anno e, per di più, con una composizione di spesa pubblica al 98 per cento corrente, all'interno della quale - come dice la Corte dei conti - ci sono 60 miliardi di corruzione (e ci si viene a dire che non si può tagliare oltre) e, dall'altro lato, 2 per cento di investimenti infrastrutturali, e sul fronte delle entrate - è sempre la Corte dei conti che parla - 120 miliardi di evasione fiscale.
È molto importante questo passaggio, signor Presidente. Il problema non è chiedersi se il provvedimento debba passare con la maggioranza dei due terzi o a maggioranza con un successivo referendum. Io sono per farlo passare con una maggioranza dei due terzi con la responsabilità del Parlamento. Ma che sia una riforma completa, non devastante per i prossimi anni. Completa vuol dire che accanto all'obiettivo sacrosanto di azzerare il deficit deve esserci un vincolo - scegliete voi quale - o sul fronte delle entrate, o sul fronte della spesa. È la stessa cosa perché su tre elementi, fissandone due, il terzo è ovviamente la conseguenza.
Chiudo con una riflessione politica, anche se ciò che ho detto finora è pura polis e politica. Chiediamoci perché questa cortina fumogena con cui tutti o quasi tutti accettano il vincolo sul saldo zero, ma pochi sembrano accettare la seconda gamba del perno costituzionale, vale a dire il vincolo sulla pressione fiscale e sulla spesa. Non mi meraviglio per chi ha una radice culturale di sinistra, marxista, direi anzi marxiana, perché Marx parte dal concetto che gli individui sbagliano le scelte e quindi, giustamente dal suo punto di vista, Carletto Marx afferma che dal momento che gli individui sbagliano le scelte è meglio per tutti che la gran parte di queste siano collettive. Nella forma estrema Marx avrebbe avuto pareggio di bilancio al 100 per cento di spesa pubblica e 100 per cento di prelievo fiscale, vale a dire il collettivismo. Mi meraviglio, però, anche con riguardo alla sinistra, visto che le riflessioni degli ultimi decenni hanno posto anche a tale area questo argomento di democrazia, di rapporto tra Stato e cittadino.
Ancor più meraviglia provo per chi viene da radici apparentemente più liberali, da parte di coloro che avrebbero dovuto realizzare in questi ultimi dieci o vent'anni la rivoluzione liberale. Questo, infatti, vuol dire non capire che assuefarsi a questo concetto pseudorigorista dell'equilibrio finanziario a saldo zero - ripeto sacrosanto - senza però aggiungere la gamba della democrazia vera, del confine tra Stato e cittadino sul fronte della pressione fiscale significa rischiare di dare apparentemente una risposta urgente ai mercati, che chiedono rigore finanziario, sacrificando su quell'altare, con licenza di uccidere, l'economia reale e produttiva, e la democrazia sul fronte interno.
Concludo, e la ringrazio, signor Presidente, sottolineando che questo è un argomento che dovremmo porre a testa alta in sede di Unione europea, di quegli Stati Uniti d'Europa che nessuno vuole perché dovrebbero politicamente affrontare questi argomenti e non lasciarli in mano ai poteri oligopolistici della grande finanza che in questo momento domina le decisioni politiche di tutti i Governi, con il paradosso che quella stessa finanza che ha causato la crisi, alla quale sono stati dati i soldi dei contribuenti (non in Italia ma negli altri Paesi), oggi diventa l'arbitro della partita sui debiti pubblici, in gran parte cresciuti per salvare i loro stessi bilanci. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e dei senatori Morando, Sbarbati e Mascitelli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mura. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Signor Presidente, gentili membri del Governo, onorevoli senatori, l'introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale ha visto favorevole la Lega Nord nei vari passaggi alla Camera e al Senato, perché si ritiene serva come base a mettere fine al debito pubblico inteso come mezzo per finanziare tutto quello che in questi anni è stato assistenzialismo, sprechi, burocrazia, clientele. La preoccupazione, però, è che il pareggio di bilancio a livello nazionale possa essere una media aritmetica tra chi risparmia e chi spreca.
A questo proposito, penso sia importante tener ben presente in futuro il riferimento all'equilibrio di bilancio di tutte le pubbliche amministrazioni, in particolare degli enti territoriali, e quindi, grazie alle scelte fatte con il federalismo fiscale, tutto il sistema di sanzioni sull'incandidabilità per i presidenti di Regioni, per i presidenti di Province e per i sindaci resisi responsabili dei dissesti finanziari degli enti da loro amministrati.
Ciò che oggi intendo sottolineare ancora una volta, visto che il dubbio già l'avevamo sollevato nella scorsa lettura in Senato, è la richiesta forte da parte della Lega Nord di sottoporre a referendum preventivo ogni atto legislativo che preveda una cessione di sovranità nazionale, così da evitare che i cittadini vengano privati della libertà di scelta su materie che potrebbero avere gravi conseguenze per loro, soprattutto dal punto di vista economico. In altri Paesi europei questo avviene. Purtroppo la risposta del Governo in proposito è sempre stata negativa.
Passiamo a un'altra criticità. Voglio ricordare il Trattato intergovernativo che prevede le regole che garantiscono una maggiore stabilità finanziaria della zona euro. Il Trattato prevede che gli Stati debbano impegnarsi a ridurre di un ventesimo l'anno la parte di debito pubblico che ecceda la soglia del 60 per cento del PIL. Questo per l'Italia significa un rientro di 45 miliardi all'anno. Una cifra enorme, che credo ponga più di qualche dubbio sulla possibilità che si raggiunga il pareggio di bilancio nel 2014 e sul fatto che l'intero sistema riesca a reggere.
Oggi è importante una riflessione sulla necessità assoluta di superare, con il federalismo, un sistema burocratico e centralista che non dà più scampo e che, se non verranno rivisti i centri di prelievo e di costo, ucciderà la parte produttiva del Paese. Voglio citare alcuni dati a sostegno di quanto affermo. Leggo che la spesa statale per il Nord - parlo del 2009 e prendo i dati della Ragioneria - è pari al 45 per cento della spesa aggregata, con una produzione di PIL pari al 54 per cento. Quindi, 45 per cento di spesa aggregata e 54 per cento di produzione del PIL. Al Centro invece la spesa è del 22 per cento e la produzione di PIL al 22 per cento, quindi la situazione è in equilibrio. Se ci spostiamo invece al Sud, la spesa pubblica aggregata è al 32 per cento, mentre la produzione di PIL è al 24 per cento. Cosa questo significhi credo sia evidente a tutti, ossia che chi più produce, meno riceve dallo Stato. Non credo che si possa considerare un segno di coesione e di solidarietà. Credo invece si possa configurare in una vera e propria rapina alle zone più produttive del Paese.
La Lega Nord da sempre invoca il raggiungimento dell'equilibrio di bilancio attraverso il taglio delle spese improduttive piuttosto che con l'aumento delle entrate tramite nuove imposizioni. Di queste ne ho un lungo elenco, ma non credo sia il caso di citarle tutte. Ricordo solo l'IMU e l'IVA al 23 per cento, ma potrei continuare. Quel che voglio denunciare è che il Governo, sostenuto dalla maggioranza che lo appoggia in Parlamento, sta portando avanti una serie di provvedimenti che vanno nella direzione opposta a quella che auspicavo, quindi con un aumento dell'imposizione fiscale piuttosto che con un taglio importante di spesa pubblica. Ritengo sia importante anche oggi denunciare - ormai ogni occasione è buona - ciò che rappresenta la tesoreria unica, che riporta allo Stato centrale le risorse che fino ad oggi erano nella disponibilità degli enti locali: risorse che, in caso di enti locali virtuosi, sono state destinate al pagamento delle opere pubbliche da realizzare a favore delle proprie comunità.
Mi avvio alla conclusione, evidenziando ancora qualche aspetto. Ritengo che, noi soprattutto, non dobbiamo augurarci che enti virtuosi, che hanno disponibilità economiche che concorrono ad aumentare le possibilità di spesa dello Stato, ed enti locali che non hanno possibilità perché non virtuosi e che sono sempre in deficit apportando al bilancio dello Stato solamente i loro debiti, realizzino un pareggio di bilancio tra enti locali perequando però il Nord con il Sud. Questo infatti non genererebbe alcuna vera ricchezza a livello complessivo, anzi andrebbe ad impoverire gli enti locali che con la loro virtuosità potrebbero concorrere a rilanciare l'economia del nostro Paese, che, se andiamo ad analizzare i numeri, sono proprio quelli del Nord.
L'auspicio è quindi che ci siano le condizioni perché il Governo, dopo questo periodo di buio rispetto alla trasformazione del Paese in senso federale, possa riprendere questo percorso, che riteniamo sia l'unica strada possibile per il risanamento del Paese. Infatti, non è soltanto spendere quanto si incassa e chiudere in pareggio che può determinare le condizioni per il rilancio dell'economia: ci vuole ben altro.
Pertanto, al di là del voto favorevole della Lega Nord che sul provvedimento in esame verrà preannunziato dal collega che interverrà in dichiarazione di voto, invito il Governo a riprendere il percorso avviato dal Governo precedente, sostenuto dalla Lega che ha contribuito notevolmente con il pensiero federalista, e formulo l'auspicio che tale percorso possa continuare e concludersi positivamente, nell'interesse del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signor Presidente, è stato autorevolmente sostenuto che questa riforma dell'articolo 81 della Costituzione priverebbe il nostro Paese della possibilità di far uso della politica fiscale in funzione anticiclica. Si tratterebbe, secondo questi critici, di una riforma che inchiodando la gestione del bilancio ad un rigido vincolo di pareggio, impedirebbe alla politica di bilancio di assumere un'intonazione espansiva quando l'economia fosse in fase di stagnazione o addirittura, come in questo caso purtroppo, di recessione.
Sono fondate queste critiche? Penso che questa discussione dovrebbe servire anche a questo: a rispondere, da parte di chi sostiene questa riforma, a questo tipo di valutazioni critiche.
È così profondamente stupida - per usare l'aggettivo che il presidente Prodi usò a proposito del Patto di stabilità europeo - e "autocastrante" la regola che stiamo per scrivere nella nostra Costituzione? No.
Sia che si guardi al principio contenuto nel nuovo sistema di regole europeo, dal six pack al fiscal compact, sia che si guardi alla regola base del nuovo articolo della Costituzione di cui stiamo discutendo, si vede bene che il cuore delle nuove regole è racchiuso nell'aggettivo "strutturale": "pareggio strutturale", "indebitamento strutturale" o, per usare l'espressione che è contenuta nella nuova formulazione dell'articolo 81, "equilibrio di bilancio che tenga conto dell'andamento del ciclo economico", che è una traduzione in un linguaggio più «costituzionale» dell'aggettivo «strutturale».
In poche parole, si tratta di espressioni tutte univocamente ed inequivocabilmente orientate ad affermare che gli obiettivi della politica fiscale e delle scelte di bilancio debbono essere definiti in modo tale da salvaguardarne l'intelligenza, cioè il contrario di stupidità, per continuare con l'uso di questo sostantivo: se l'economia va male si dovrà poter far ricorso all'indebitamento (questo vuol dire "strutturale"), a partire dall'azione di quelli che gli economisti chiamano stabilizzatori automatici, per sostenere l'economia e per mitigare i negativi effetti sociali della crisi; se invece l'economia va bene, è inutile, anzi è dannoso - come ci insegna l'esperienza del Paese - tentare di farla andare un po' meglio di quanto già per conto suo non vada attraverso la creazione di nuovo debito pubblico. In quel caso, è certamente più raccomandabile approfittare del tempo buono per mettere in cascina un po' di fieno, che servirà quando il tempo diventerà cattivo.
Sbagliano, dunque, quanti si stracciano le vesti accusandoci di ignorare Keynes (a proposito del quale condivido quanto affermato dal presidente Baldassarri) e di affermare un principio che ci autocondanna - secondo questa accusa - all'impotenza.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,22)
(Segue MORANDO). Anzi, trovo curioso che così numerosi e qualificati critici dello stato di cose presente - per usare l'espressione della tradizione marxiana - abbiano dedicato tanto impegno a mettere in guardia contro il rischio insito nella scelta di riforma che stiamo per compiere e così poca attenzione al cattivo uso che si è fatto della politica fiscale, del deficit spending e delle regole preposte al suo presidio, quando si è costruita la gigantesca montagna del debito pubblico.
Se elevata spesa pubblica in rapporto al prodotto - e sappiamo che è elevata in Italia - ed elevatissimo debito pubblico - e sappiamo che è elevatissimo in Italia - convivono da tanti anni - quasi vent'anni, signor Presidente - con bassa crescita e crescente disuguaglianza, ciò sembra come minimo - a me pare - dimostrare che c'è spesa pubblica buona e spesa pubblica cattiva, che c'è debito pubblico buono e debito pubblico cattivo e che la relazione tra deficit spending e crescita economica e sociale non è così univoca come i critici di questa riforma sembrano ritenere.
In proposito, per capire in modo migliore, dovremmo salire sulle spalle di due giganti del pensiero politico moderno, Jefferson e Madison, che qualche anno prima della rivoluzione francese si scambiarono alcune lettere - Madison era in Europa e Jefferson negli Stati Uniti d'America - che noi abbiamo.
Jefferson, in una di quelle lettere, prende violentemente posizione contro il debito pubblico, con la sua irruenza straordinaria. Dice Jefferson: «Noi siamo solo usufruttuari della terra su cui ci è dato di vivere e quindi non possiamo impadronircene come se ne fossimo proprietari a danno delle future generazioni. No al debito pubblico e, se proprio lo dobbiamo fare» - e lui lo fece, per la verità, con la Barings di Londra, per comprare la Louisiana da Napoleone, dimostrando di adattarsi alle considerazioni della Realpolitik - «dobbiamo fare solo il debito pagabile in 17 anni». Perché 17 anni? I 17 anni rappresentavano l'attesa di vita della generazione adulta nel momento in cui Jefferson scriveva. Quindi, la tesi di Jefferson è che, se proprio si deve fare, si faccia solo il debito che la generazione che lo fa è in grado di pagare.
Madison, meno violentemente, risponde: «Non sono assolutamente d'accordo, perché l'indebitamento è fondamentale se serve a vincere i nemici della Nazione», e dice ciò facendo riferimento al fatto che stavano facendo ricorso al debito - eccome! - nella guerra di indipendenza rispetto all'Inghilterra. Madison, prendendo posizione proprio a favore di quelle future generazioni che Jefferson voleva tutelare, allontanandosi dal debito pubblico, dice: «Attenzione: il debito pubblico può servire e serve per garantire un futuro migliore non alla generazione che fa il debito, ma esattamente alla generazione che usufruirà del bene acquisito attraverso il debito pubblico».
A ben vedere, sul debito pubblico, buono e cattivo, tutta la teoria successiva ha aggiunto poco al dibattito tra questi due giganti.
Il fatto è che questa discussione ci conferma che il problema non è «debito pubblico sì» o «debito pubblico no». Il problema è: per cosa? Per quali finalità? Sapevano che la domanda giusta era questa, per esempio, i grandi sostenitori del nascente centrosinistra - certamente non giganti come quelli cui ho appena fatto riferimento - come La Malfa, Lombardi e Antonio Giolitti per citare le figure di maggiore spicco, che nel 1961 si riunirono con altri parlamentari in un comitato bicamerale che produsse un documento sulla interpretazione e la gestione del quarto comma dell'articolo 81 della Costituzione. Probabilmente, quando lessero le loro conclusioni, il Parlamento non era molto più frequentato di quello di oggi, ma questo documento è probabilmente più importante per il centrosinistra che stava nascendo in quegli anni di quanto non lo sia stata la nazionalizzazione dell'energia elettrica nota a tutti. Infatti in quel documento si dice chiaramente che bisogna fare deficit spending abbandonando il principio del pareggio di bilancio che prima aveva guidato l'interpretazione prevalente dell'articolo 81 della Costituzione. Chiaramente, però, questi grandi della politica del centrosinistra italiano dicono di doverlo fare in funzione di una politica di investimenti: bisogna accrescere il potenziale produttivo del Paese attraverso questo meccanismo. Noi sappiamo che la storia non è andata così e che abbiamo fatto molto deficit per finanziare spesa corrente.
Non è dunque qui la sostanza del problema. Essa risiede piuttosto, signor Presidente, nel fatto che il livello dell'indebitamento strutturale (ho già detto di cosa si tratta) non è un dato che esista in natura; non è un dato a cui si perviene attraverso un calcolo ormai universalmente accettato e standardizzato come quello del prodotto interno lordo. La questione che abbiamo di fronte è dunque precisa: chi calcola l'indebitamento strutturale? Chi calcola il rispetto del principio dell'equilibrio al netto degli effetti sul ciclo? Certo il Governo, certo la Commissione europea. Ma in Italia solo il Governo? Sappiamo che se avverrà così, signor Presidente, non ci sarà la necessaria credibilità. Ce lo dicono le raccomandazioni dell'OCSE e dell'Europa: costruite strumenti di analisi economica in grado di asseverare il rispetto delle regole di bilancio indipendenti dall'Esecutivo. Cosa vuol dire? Vuol dire costruire una sede, uno strumento, un Istituto in grado di produrre quadri di finanza pubblica (non semplicemente di fare qualche valutazione sui documenti: questo non vuol dire produrre quadri di finanza pubblica) corredati anche da previsioni macroeconomiche, in maniera assolutamente indipendente dal Governo, per consentire al Parlamento di interloquire con il Governo stesso e con le istituzioni europee in maniera tale che sia effettivamente verificato, sul terreno analitico, il rispetto delle regole di finanza pubblica. A questo proposito, vorrei ricordare al presidente Baldassarri che la lettera e) del comma 1 dell'articolo 5 fa parte di queste regole, perché è relativa ad una regola di evoluzione della spesa, per cui una parte dei suoi argomenti, mi permetto di dire, a mio avviso non è perfettamente fondata, in quanto con questo provvedimento viene affrontato il tema dei limiti alla spesa.
Signor Presidente, se si ragiona così si capisce che è assolutamente cruciale passare immediatamente all'opera. Mi fa piacere che stia presiedendo lei, presidente Schifani, non perché non mi faccia piacere la Presidenza del vice presidente Chiti, ma perché volevo sottolineare in particolare a lei che nella legge di contabilità in vigore abbiamo previsto le intese tra il Presidente del Senato e il Presidente della Camera per costituire l'embrione dell'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano. Ora in Costituzione, signor Presidente, scriviamo che questo Ufficio del bilancio è il fiscal council autonomo italiano di cui stavo parlando, alla cui esistenza, efficacia, autonomia, indipendenza e autorevolezza è vitalmente legata la possibilità di acquisire credibilità e di rispettare le nuove regole del bilancio che ci stiamo dando, e soprattutto quelle che ci siamo dati, assieme agli altri Paesi, in Europa.
Non c'è più tempo da perdere, signor Presidente: bisogna agire immediatamente. Faccio un appello accalorato perché credo veramente che sia cruciale. Adesso non ancora, ma tra qualche settimana, quando entreremo nella sessione di bilancio, ci accorgeremo degli effetti enormi del fiscal compact e del six pack; allora avremo bisogno di uno strumento di analisi economica che abbia già compiuto i suoi primi passi per poter svolgere bene il nostro mestiere e il nostro lavoro, che è quello di tutelare gli interessi nazionali in un dialogo positivo e consapevole con le istituzioni europee e con l'Esecutivo.
Da questo punto di vista, signor Presidente, costituire immediatamente le basi per l'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano secondo il modello del CBO americano è vitale per il futuro dell'Italia: non è l'impuntatura di qualcuno che si occupa di questi argomenti. Vorrei veramente riuscire a convincere che o compiamo immediatamente i passi necessari su questo versante o tra qualche mese ci troveremo in una situazione di paralisi e di impotenza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Fantetti, Lusi, Mascitelli e Molinari).
PRESIDENTE. Senatore Morando, la ringrazio per la indiscussa e consolidata capacità dialettica e tecnica, per la quale il Presidente del Senato è onorato di ascoltarla.
È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, è difficile appassionarsi a questa materia così come ha fatto il collega Morando un minuto fa. È una materia apparentemente arida, però contiene in sé una serie di implicazioni che, alla fine, ricadono necessariamente sulla testa dei cittadini e hanno conseguenze durevoli, spesso esaltanti, altre volte negative, sul sistema Paese e, in questo caso, anche sul sistema Europa.
Nei mesi che sono trascorsi dall'approvazione in quest'Aula del disegno di legge costituzionale (sostanzialmente in via definitiva, anche se necessitava della seconda lettura di Camera e Senato) speravo che avrei potuto maturare una maggiore convinzione circa la bontà del testo, pur avendo manifestato, chiaramente, il favore per la modifica dell'articolo 81 e per il testo nel suo complesso con l'adesione e il voto favorevole.
Mi chiedevo se in questi mesi vi sarebbe stato nel dibattito che ne è seguito, sia alla Camera, prima, sia ora in quest'Aula, uno spunto o qualche argomentazione per eliminare o ridimensionare i dubbi e le perplessità che non solo io, ma anche tanti colleghi ebbero modo di manifestare ed esprimere in occasione della prima lettura del testo da parte di quest'Aula. Purtroppo devo dire che le perplessità sono rimaste e, anzi, dall'intervento del collega Morando, qualche perplessità non dico che sia aumentata, ma si è consolidata.
Le obiezioni che si fecero allora furono sostanzialmente di due tipi: un'obiezione di merito e di carattere contenutistico e una di metodo, sul processo che portava alla formulazione di quel testo.
Sul primo punto si contestò l'ipocrisia di formulare l'espressione «pareggio di bilancio» invece di quella più corretta di «pareggio strutturale» o di «equilibrio di bilancio», che avrebbe meglio rappresentato la dinamicità delle possibilità politico-istituzionali nella formazione del bilancio in relazione al ciclo economico o alle vicende straordinarie che si potevano verificare durante la vita di una Nazione o di una collettività, in genere. Già questo elemento costituiva un limite, dal momento che ha generato la falsa rappresentazione che si tratti di una norma che impone necessariamente il pareggio numerico di bilancio: così non è.
Ma da questa constatazione - che naturalmente ha risvolti positivi se la vediamo nel quadro europeo, ma negativi se la vediamo nel quadro nazionale - è nata un'altra osservazione: il testo, nei suoi articoli fondamentali, (l'1 e il 5, se non ricordo male) - non cita mai l'Unione europea. Di normativa comunitaria o europea di vincoli europei o di organi europei non si parla affatto.
Agganciandomi, quindi, a quanto sostenuto in maniera condivisibile dal collega Morando, mi chiedo cosa accadrebbe se il nuovo articolo 81 fosse svincolato dal contesto europeo, messo solo nelle mani del Governo del nostro Paese. Cosa accadrebbe di fronte al nuovo articolo 81, che sicuramente concede più chance rispetto a quanto almeno appariva dal vecchio testo di tale articolo, che pure ha consentito quelle larghezze che hanno portato l'Italia a formare questo debito pubblico gigantesco, forse uno dei più giganteschi dell'intero pianeta?
È questa quindi una domanda che dobbiamo porci: sembra quasi che chi ha steso il testo del nuovo articolo 81 e dell'intera legge si sia preoccupato di tenere fuori dalla porta, salvo che in qualche inciso secondario, l'Unione europea, che è invece il punto di riferimento, di cui dobbiamo sempre tenere conto. Altrimenti, non potremmo capire certi ragionamenti fatti, o accedervi nella maniera più equilibrata e di maggior buon senso.
Proprio per seguire la linea appena esposta dal collega, credo che il ragionamento della politica anticiclica non faccia una piega. Però occorre prenderlo nella sua integrità, nel momento in cui si sta cercando di riportare l'economia a un livello di sviluppo che purtroppo vediamo molto lontano.
Se così è, oggi facciamo una politica di valenza esattamente opposta e contraria a quella anticiclica, perché in un momento di depressione operiamo solo con l'aumento delle imposte, non potendolo fare con un l'aumento del deficit (ma lo potremmo fare con una riduzione delle spese pubbliche): esattamente il contrario di quello che si deve fare in una sana politica anticiclica. E di imposte ne abbiamo già messe moltissime sulle spalle dei cittadini e delle imprese. Oggi, con il disegno di legge sul lavoro carichiamo ancora di più il sistema Paese di nuovi balzelli e di nuovi tributi, quando la nostra società e il nostro sistema economico sono ormai al collasso.
Allora dobbiamo chiederci se non dobbiamo incominciare da subito, a onorare, per quanto possibile con i nostri mezzi, il principio espresso dal nuovo articolo 81.
Ma la criticità del nuovo testo della Costituzione nasceva anche dal fatto che vi sono considerazioni di carattere secondario che avremmo potuto correggere se si fosse applicato un metodo, diciamo, più parlamentare di quanto sia stato.
Ho ricordato nel precedente intervento che il testo che la Camera ci consegnò per l'approvazione conforme del Senato non nacque in Commissione ma da un passaggio tra la Commissione e l'Assemblea. Quindi, non ebbe nemmeno quella gestazione della Commissione che oggi è assurta a Camera principale di dibattito, di dialogo e di approfondimento politico e tecnico. La Camera lo approvò in quel testo, con un emendamento del relatore. Dopodiché il testo che arrivò al Senato fu approvato a tamburo battente, senza possibilità di modifiche, e adesso naturalmente il testo riapprovato dalla Camera viene consegnato a quest'Aula. Sarebbe stata un'occasione, magari perdendo una quindicina di giorni o un mese di tempo, per arrivare a una formulazione più consapevole e più corretta, perché quando si interviene su queste tematiche, anche la virgola, soprattutto in materia costituzionale, ha il suo peso, nel momento in cui si tratta poi di leggere, interpretare e applicare la normativa stessa.
Mi auguro naturalmente che anche il contenuto di questi dibattiti, la relazione, le repliche e gli interventi del Governo alla Camera e al Senato, possano indurre ad una corretta applicazione del nuovo articolo 81, ma certamente, pur dichiarando assoluta adesione al testo, ritengo questa un'occasione persa perché il Parlamento riprendesse un po' le fila della sua autorevolezza e della sua dignità di Camera legislativa.(Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Morando).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Colleghi, il seguito della discussione sarà stabilito dalla prossima Conferenza dei Capigruppo, che, come saprete, è già stata convocata per le ore 16 di oggi. Comunque le intenzioni sono quelle di procedere alle dichiarazioni di voto e al voto finale nella prossima settimana. Così era già stato delibato, non deliberato, dalla precedente Conferenza dei Capigruppo.
Seguito della discussione delle mozioni nn. 519, 528, 541, 544 e 549 sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni (ore 12,42)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni 1-00519, presentata dal senatore Gasparri e da altri senatori, 1-00528, presentata dalla senatrice Bugnano e da altri senatori, 1-00541, presentata dal senatore Menardi e da altri senatori, 1-00544, presentata dal senatore Tedesco e da altri senatori, e 1-00549, presentata dal senatore Ranucci e da altri senatori, sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni.
Ricordo che nella seduta pomeridiana dell'8 febbraio, dopo l'illustrazione delle mozioni e degli ordini del giorno, su richiesta del rappresentante del Governo, è stata rinviata la discussione.
Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, le mozioni che sono state presentate, anche quella presentata dal Partito Democratico, danno conto degli orientamenti che vorremmo qui esprimere al Governo su un tema che ha assunto un peso considerevole e che non può essere ignorato anche per la drammaticità di alcuni episodi, in cui imprenditori si sono tolti la vita proprio in ragione di ritardi di pagamento, e quasi sempre di ritardi di pagamento da parte della pubblica amministrazione: quindi, crisi aziendali non derivanti (o, per lo meno, non derivanti prevalentemente) da errori nella conduzione dell'azienda e da difficoltà specifiche, ma da una generale situazione di prestazioni fornite alla pubblica amministrazione rispetto alle quali non c'è stato un corrispettivo.
Questo è uno dei tanti elementi di distorsione che caratterizzano il sistema Italia: ritardati pagamenti significa naturalmente accrescere in modo esponenziale oneri finanziari a carico delle imprese. Sappiamo che, in modo particolare nel settore della sanità, da parte della pubblica amministrazione ci sono ritardi di pagamenti che arrivano fino a 600 giorni: è un termine che naturalmente non ha alcun paragone a livello europeo. A volte i giornali fanno inchieste anche sul perché di costi così differenziati nel nostro sistema sanitario: certo, spesso ci sono cattiva gestione e procedure di selezione di fornitori inadeguate, ma in qualche occasione rileva anche questa enorme differenza (per un'impresa essere pagata a 60 o a 600 giorni non è esattamente la stessa cosa). Naturalmente questi ritardi nei pagamenti portano ad una distorsione nelle procedure di selezione dei fornitori, che devono incorporare nel costo del servizio o del prodotto l'atteso presunto onere finanziario. Questi sono tutti elementi che non solo gravano le spalle del sistema produttivo di oneri impropri, ma creano una distorsione interna tra grandi aziende in grado di avere una maggiore robustezza finanziaria e piccole aziende che non ce l'hanno, tra grandi aziende che naturalmente nel settore privato impongono condizioni vessatorie ai loro fornitori, a imprese di minori dimensioni, anche se per il settore privato delle normative sono state introdotte.
Sappiamo che le stime di questa cifra, sostanzialmente di questo debito sommerso, sono veramente cospicue: quelle più prudenti parlano di 70 miliardi di euro, quindi una somma veramente rilevante. Sappiamo anche quali sono i motivi che rendono difficile tale situazione, su cui in modo particolare il Partito Democratico si è misurato con diverse proposte formulate nel corso di tutti i provvedimenti economici di questa legislatura. La difficoltà sostanziale sta nel far emergere questo debito, che è sostanzialmente sommerso e la cui emersione anche solo dal punto vista di una certificazione comporterebbe un immediato aggravio della cifra corrispondente sul conteggio del nostro debito pubblico.
Le difficoltà sono dunque comprensibili, però il tema richiede di essere in ogni caso affrontato, e nella nostra mozione diamo alcune indicazioni. Ricordo naturalmente che il Governo si è attivato positivamente: nel decreto liberalizzazioni c'è stato un primo stanziamento di 5,7 miliardi di euro, prevedendo in parte un pagamento attraverso titoli di Stato. È una cifra certamente insufficiente, ma significativa. Giustamente è stata collocata nel decreto liberalizzazioni perché, come dicevo prima, certamente questo debito sommerso e il ritardo della pubblica amministrazione sono elementi di forte distorsione nel mercato delle forniture.
Con il decreto fiscale è stato anche previsto che una parte di questa somma sia al servizio specifico dei debiti delle amministrazioni locali. Anche questo è un passo in avanti importante, ma sotto questo profilo è essenziale che il Governo prenda in carico anche un esame della situazione del Patto di stabilità, specialmente per i pagamenti dei lavori pubblici, cioè di investimenti che gli enti locali sarebbero in grado di fare, o hanno già fatto, e che, pur avendo disponibilità finanziarie, non possono realizzare appunto per i vincoli così rigidi del Patto di stabilità.
Sempre nell'ultimo provvedimento fiscale che abbiamo approvato è stata inserita una norma su proposta dei relatori che, prevedendo una dichiarazione pro solvendo, dovrebbe consentire un rapporto con le banche tale da riaprire almeno in parte, anche se con oneri a carico delle imprese, il circuito positivo di un'anticipazione che viene data alle aziende a fronte di debiti della pubblica amministrazione. Probabilmente bisognerebbe anche immaginare uno strumento specifico, una sorta di fondo straordinario di intervento simile a quelli che ci sono per le imprese con i fondi antiusura. Si tratta di situazioni drammatiche di singole imprese; ricordo sempre questi eventi drammatici dei suicidi, che spesso hanno dimensioni modeste dal punto di vista della finanza pubblica, ma che sono tali da distruggere un progetto di impresa. In collaborazione con le Regioni e con i consorzi fidi si potrebbe forse mettere a punto degli strumenti adeguati di intervento in queste particolarissime situazioni.
Dunque, qualcosa è stato fatto, ma molto resta da fare. L'indirizzo che cerchiamo di esprimere al Governo con la nostra mozione è di continuare sulla strada di trasformare le intenzioni in provvedimenti concreti che consentano al sistema delle nostre imprese il respiro necessario per affrontare una crisi congiunturale così difficile.(Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonfrisco. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sebbene nel nostro Paese il problema dei ritardi nei pagamenti, in particolare da parte delle pubbliche amministrazioni, sia ormai storico e consolidato da decenni, esso sembra destinato a pesare come un macigno nel nostro sistema economico-produttivo e, ancor più, sulla vita delle persone. Il tema dei suicidi che si susseguono con numeri sempre più preoccupanti, tali da destare un vero allarme sociale, non può trovarci indifferenti. Allo stesso modo, non può trovarci indifferente il tema del credit crunch, cioè la restrizione del credito, che spesso si somma alle difficoltà della crisi ed alla debolezza patrimoniale delle imprese e che, in un contesto come questo, fa da detonatore a situazioni non più recuperabili.
Ripercorro molto rapidamente i punti salienti evidenziati in questo dibattito ed all'interno delle mozioni. Desidero semplicemente sottolineare che i ritardi nei pagamenti nel 2008 registravano una media di 27 giorni; l'anno scorso sono pressoché raddoppiati, arrivando a 53 giorni; i tempi effettivi dei pagamenti, soprattutto riferiti alla pubblica amministrazione, oltre che al normale libero mercato, arrivano ormai ad una media di 180 giorni (103 giorni se il committente è un'azienda privata).
Tra il 2008 ed il 2011 il numero complessivo di fallimenti che possiamo ascrivere a questo tema ammonta a circa 40.000: ben oltre 30.000 aziende, alla data di oggi (ai primi mesi dell'anno 2012), hanno portato i loro libri in tribunale a causa dell'insolvenza di chi avrebbe dovuto pagare in tempi normali e delle difficoltà della crisi.
Il costo, quindi a valere sulle piccole e medie imprese, di questo fenomeno ammonta complessivamente a circa 10 miliardi di euro. Vi sono, però, alcune situazioni particolari, perché la struttura economica del nostro Paese è a macchia di leopardo, così come anche questo tema si sviluppa a macchia di leopardo, a seconda delle realtà territoriali. Persino il modello organizzativo e funzionale del sistema economico del Nord-Est risente pesantemente della situazione, al punto che aumenta, soprattutto in Veneto, il numero dei suicidi, come fenomeno dirompente di una situazione che evidentemente non si era abituati ad affrontare.
Le gravi conseguenze di tale fenomeno sono legate alla riduzione della competitività: poiché invece lo sforzo dei Governi e del sistema economico è proprio volto a recuperare competitività, evidentemente dobbiamo avviare una riflessione aggiuntiva a quelle fatte finora, proprio in tale prospettiva.
Tutte le mozioni oggi in esame sono percorse da questa preoccupazione. La situazione diventerà insostenibile, soprattutto se continueremo a rinviare il problema senza affrontarlo per ciò che rappresenta. Rischiamo di mettere in pericolo la sopravvivenza anche della parte sana del tessuto produttivo, composto da imprese che oggi sono intente a ristrutturarsi, a rifinanziare il loro patrimonio, a ricostituire le scorte e ad affrontare nel modo più giusto e tecnicamente adeguato una crisi che sta mettendo in discussione i paradigmi del nostro modello di sviluppo economico. Pertanto, il ricorso all'indebitamento e l'eccessiva finanziarizzazione del nostro sistema delle imprese registrano una battuta d'arresto a causa del credit crunch, ma io credo più profondamente a causa di un ripensamento del modello economico che la crisi porta con sé.
Questa non è solo una crisi, ma forse la rappresentazione del fatto che è giunto il momento di rivedere alcuni modelli organizzativi ed economici che finora hanno costituito per noi delle certezze. Forse dovremmo uscire da una fase di eccessiva finanziarizzazione per ritornare ad un modello di economia reale più sano, più ancorato alla realtà e più adeguato al tempo che si vive che, seppure, dal mio punto di vista, veda un capitalismo che ha certamente molti secoli davanti a sé, dovrà essere rivisto, a cominciare da oggi, quanto alla centralità dello sviluppo economico, e ripensato.
Affrontare in termini costruttivi e risolutivi questo problema - un gigantesco problema che vale nel nostro Paese circa 70 miliardi di euro - non è certo facile. La compensazione volontaria tra debiti tributari e crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione è, secondo noi, uno dei capisaldi da affrontare.
Vorrei riportare all'Assemblea le parole assai incisive del commissario europeo per lo sviluppo industriale Antonio Tajani, che ieri scriveva: «qualsiasi politica seria per uscire dalla crisi e rilanciare la competitività delle nostre imprese deve partire, prima di tutto, proprio dall'eliminazione di questi ritardi». Ed ancora: «Non vedo differenze tra l'obbligo, non solo giuridico ma anche morale, di pagare le tasse e quello della pubblica amministrazione di onorare puntualmente i propri debiti».
Partendo da questo assunto, vorrei richiamare l'attenzione del Presidente del Senato e della nostra Aula sul fatto che, sul piano applicativo, il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, con cui si cominciò ad affrontare questo tema ancora non riesce a trovare operatività, e sulla mancanza di appositi decreti ministeriali che ancora vanifica lo sforzo fatto da questo Parlamento.
L'impatto finanziario negativo segnalato all'epoca dall'amministrazione finanziaria, al pari delle forme di certificazione proposte sulle manovre finanziarie o del decreto sui meccanismi sanzionatori in attuazione del federalismo fiscale vanno risolti e chiariti rapidamente.
Secondo noi, lo spartiacque potrebbe essere rappresentato dal recente decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, sulla concorrenza e la competitività, quello che stanzia circa 6 miliardi. Una somma che questo Governo ha voluto cominciare a mettere a disposizione per risolvere il problema e provvedere all'estinzione dei crediti commerciali nei confronti dei Ministeri e di quelli fuori bilancio che, se si riuscisse a non tener conto solo di una logica centralista, può essere un utile strumento per eliminare ostacoli e contraddizioni palesi ancora presenti. Una su tutte: gli accertamenti per l'IVA, che lo Stato svolge dimenticandosi dei suoi debiti.
Noi non possiamo però pensare solo alle grandi imprese creditrici dei Ministeri. Dobbiamo saper tutelare la sopravvivenza delle imprese più piccole che si interfacciano con gli enti locali, poiché loro - lo sappiamo tutti - sono l'ossatura del nostro tessuto economico e sociale. Questa è quella parte di federalismo che vorremmo vedere applicata quanto prima e che difendiamo a tutti i costi.
Ma le soluzioni possono essere ricercate anche al di fuori del recinto assegnato dalla normativa vigente. Molti sforzi sono stati compiuti insieme ad altri colleghi; ne ricordo uno fra tutti: il collega Rossi. Siamo convinti che sia utile avvalersi dell'attività della Cassa depositi e prestiti per lo smaltimento del debito arretrato con le opportune garanzie a tutela del risparmio postale, evidentemente, perché noi continuiamo a credere che la leva del patrimonio immobiliare di Regioni, enti locali ed enti del Servizio sanitario possa supportare l'estinzione, in tutto o in parte, delle posizioni debitorie con la Cassa stessa. Questo ridarebbe ossigeno agli enti sul territorio e consentirebbe loro di onorare i debiti con le imprese.
Auspico quindi che, nell'attuazione degli indirizzi indicati in queste mozioni, il Governo voglia tenere in conto e presentare queste «istruzioni per l'uso» che il Parlamento ha da tempo elaborato, e sulle quali auspichiamo di trovarlo impegnato, insieme con il Parlamento, per dare finalmente soluzione a questo tragico problema. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 13).