SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVI LEGISLATURA ------
706a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
MERCOLEDÌ 11 APRILE 2012
(Antimeridiana)
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Presidenza del vice presidente CHITI,
indi del presidente SCHIFANI
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N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Coesione Nazionale (Grande Sud-Sì Sindaci-Popolari d'Italia Domani-Il Buongoverno-Fare Italia): CN:GS-SI-PID-IB-FI; Italia dei Valori: IdV; Il Popolo della Libertà: PdL; Lega Nord Padania: LNP; Partito Democratico: PD; Per il Terzo Polo (ApI-FLI): Per il Terzo Polo:ApI-FLI; Unione di Centro, SVP e Autonomie (Union Valdôtaine, MAIE, Verso Nord, Movimento Repubblicani Europei, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista Italiano): UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI; Misto: Misto; Misto-MPA-Movimento per le Autonomie-Alleati per il Sud: Misto-MPA-AS; Misto-Partecipazione Democratica: Misto-ParDem; Misto-Partito Repubblicano Italiano: Misto-P.R.I..
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RESOCONTO SOMMARIO
Presidenza del vice presidente CHITI
La seduta inizia alle ore 11,02.
Il Senato approva il processo verbale della seduta del 4 aprile.
Le comunicazioni rese dalla Presidenza nel corso della seduta sono riportate nel Resoconto stenografico.
Seguito della discussione del disegno di legge costituzionale:
(3047-B) Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (Approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri; Marinello ed altri; Beltrandi ed altri; Merloni ed altri; Lanzillotta ed altri; Antonio Martino ed altri; Bersani ed altri e del disegno di legge costituzionale n. 4620 d'iniziativa governativa; approvato, in prima deliberazione, dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)
PRESIDENTE. Ricorda che nella seduta antimeridiana del 29 marzo il relatore Vizzini ha svolto la relazione orale. Dichiara aperta la discussione generale.
GIARETTA (PD). Con la modifica dell'articolo 81 della Costituzione l'Italia adempie agli impegni assunti a livello comunitario e, in risposta ai cambiamenti geopolitici mondiali, concorre a disegnare una nuova governance economica europea, più stabile ed efficiente sotto il profilo della crescita. Quanto ai timori di una rinuncia all'impostazione keynesiana dell'uso del bilancio pubblico in funzione anticongiunturale quale strumento positivo di sviluppo, il ruolo regolatore dello Stato non può che fondarsi sulla sostenibilità delle finanze statali. La modifica dell'articolo 81 si presenta comunque come il primo passo di un più ampio processo riformatore delle istituzioni pubbliche. Il vincolo costituzionale che si va ad introdurre, che dovrà essere coerentemente integrato dalle norme attuative previste, non avrà gli effetti attesi se non sarà accompagnato da una chiara visione delle priorità politiche, dalla riduzione della spesa in valore assoluto, da interventi pubblici efficienti e dall'eliminazione delle sacche di improduttività.
PARDI (IdV). L'inserimento in Costituzione dell'obbligo del pareggio di bilancio rappresenta una forzatura pericolosa perché toglie elasticità alle politiche economiche ed appare di dubbia cogenza in quanto, così come molti altri articoli costituzionali, anche il nuovo testo dell'articolo 81, farraginoso ed ambiguo, rischia di rimanere inattuato. Questa discutibile modifica della Carta costituzionale, apportata in un clima parlamentare di evidente disinteresse, verrà probabilmente approvata a maggioranza dei due terzi dei componenti delle Camere, impedendo così al corpo elettorale di pronunciarsi: è auspicabile che tale atteggiamento, che rappresenta una lesione del principio democratico, non venga reiterato per le prossime, annunciate, altrettanto discutibili riforme istituzionali.
CECCANTI (PD). La modifica che il Senato si appresta ad approvare in seconda deliberazione presenta una struttura complessa proprio perché il suo intento è quello di evitare aggiramenti del dettato costituzionale e di dare invece forza al principio di fondo della nuova disposizione. L'approvazione da parte della maggioranza dei due terzi dei componenti delle singole Camere, inoltre, assume un carattere meramente pragmatico non solo perché evita una dilazione dei tempi che farebbe perdere credibilità all'Italia a livello europeo ma anche perché, come opzione preferenziale prevista dallo stesso articolo 138 della Costituzione, consente una convergenza di intenti tra le forze politiche ed un'assunzione di responsabilità da parte del Parlamento, superando in tal modo le inevitabili divisioni che l'eventuale referendum favorirebbe.
MASCITELLI (IdV). Il Gruppo IdV voterà a favore sul disegno di legge costituzionale, come ha fatto in prima deliberazione, sia per evitare che si continui ad aggravare il debito del Paese, eludendo l'articolo 81 della Costituzione, sia per rispettare gli impegni assunti dal Governo italiano in sede europea. Le Camere saranno chiamate ad esercitare un controllo sull'equilibrio tra spese ed entrate e ad istituire un organismo indipendente che verifichi l'andamento della finanza pubblica. In considerazione del perdurare della difficile congiuntura economica, però, è quanto mai urgente la presentazione da parte del Governo del progetto di revisione integrale della spesa pubblica e della riforma fiscale e assistenziale.
BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Per oltre trent'anni l'articolo 81 della Costituzione è stato aggirato con l'escamotage del finanziamento in deficit di parte della spesa pubblica. Ciò ha determinato l'attuale situazione disastrosa dei conti pubblici, alla quale non si può ovviare semplicemente introducendo nella Carta costituzionale l'obbligo del pareggio di bilancio. Tra le varie misure di politica economica che consentono il raggiungimento di tale obiettivo, infatti, dovrebbero essere evitate quelle che rischiano di deprimere l'economica produttiva o di sottrarre ai cittadini una quota eccessiva del loro reddito, intaccandone il potere decisorio. Pertanto, pur essendo condivisibile l'approvazione del disegno di legge costituzionale, esso va completato prevedendo anche limiti stringenti alla pressione fiscale o alla spesa pubblica. L'Italia dovrebbe inoltre promuovere un dibattito su questi temi in sede europea, affinché le decisioni politiche sui debiti pubblici degli Stati membri dell'Unione non siano lasciate in balia della grande finanza, che è anche la principale responsabile della crisi finanziaria in atto.
MURA (LNP). La Lega Nord voterà a favore del disegno di legge costituzionale, ma con l'auspicio che il Governo riprenda il cammino in senso federalista per risanare i conti pubblici. La semplice introduzione dell'obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione, infatti, potrebbe produrre effetti negativi: da un lato, il sistema economico rischia di essere schiacciato dalle pesanti misure per il rientro del debito pubblico; dall'altro, bisogna evitare che le maggiori disponibilità economiche degli enti territoriali più virtuosi servano solo a compensare gli sprechi degli enti che sono in deficit.
MORANDO (PD). Le critiche alla riforma costituzionale, secondo le quali il nuovo testo dell'articolo 81 eliminerebbe la possibilità di utilizzare la politica fiscale in funzione anticiclica, non sono fondate. Il concetto di pareggio di bilancio, infatti, va inteso in termini strutturali e non preclude quindi interventi espansivi per mitigare gli effetti di una congiuntura negativa. L'uso buono o cattivo del deficit dipende dalle finalità della spesa, che dovrebbe finanziare gli investimenti: non si può negare che in Italia una spesa pubblica e un debito elevati convivono da vent'anni con la bassa crescita e la disuguaglianza. Anche in vista dell'imminente entrata in vigore delle nuove regole fiscali europee, occorre procedere sollecitamente all'istituzione del Servizio di bilancio del Parlamento: la legge di contabilità affida ad intese tra i Presidenti delle Camere la nascita di un'istituzione autorevole, indipendente dall'Esecutivo, che sia di ausilio al controllo parlamentare nella valutazione dell'equilibrio strutturale dei conti.
Presidenza del presidente SCHIFANI
PASTORE (PdL). Conferma il voto favorevole, ma le perplessità emerse durante la prima lettura restano inalterate, anzi semmai rafforzate, e riguardano questioni di merito e di metodo. La nuova norma sul pareggio di bilancio si presta ad equivoci e non menziona le regole e gli organismi europei che devono costituire invece un imprescindibile riferimento. L'orientamento che fa salva la politica anticiclica è condivisibile, ma non si può non rilevare che l'attuale politica di bilancio va nella direzione opposta: aggrava la recessione anziché contrastarla. Una riforma costituzionale su un tema delicato, denso di implicazioni per la vita dei cittadini avrebbe meritato un approfondimento maggiore: il Senato è stato invece costretto invece ad approvare un testo licenziato dalla Camera che non è stato oggetto di adeguato esame in Commissione.
PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta, che sarà individuata dalla Conferenza dei Capigruppo che si riunirà oggi alle ore 16.
Seguito della discussione delle mozioni nn. 519, 528, 541, 544 e 549 sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni
PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione che è stata rinviata, su richiesta del rappresentante del Governo, nella seduta pomeridiana dell'8 febbraio.
GIARETTA (PD). I ritardati pagamenti della pubblica amministrazione costituiscono un onere improprio per il sistema produttivo e un elemento distorsivo del mercato che penalizza i fornitori più piccoli. In una congiuntura di crisi il fenomeno ha assunto proporzioni drammatiche, provocando crisi aziendali e suicidi. Il debito sommerso è stimato in 70 miliardi: si comprende perciò la difficoltà del Governo ad affrontare un problema che ha immediate ricadute sui conti pubblici. Il decreto liberalizzazioni ha comunque disposto un primo stanziamento da erogare con titoli di Stato, mentre il decreto fiscale ha destinato una parte dello stanziamento agli enti locali e ha previsto la certificazione pro solvendo dei crediti per riattivare un circuito di finanziamento alle imprese. Occorrono misure aggiuntive quali la revisione dei vincoli del patto di stabilità per gli enti locali con capacità di spesa e la costituzione di un fondo straordinario di intervento per dare ossigeno agli imprenditori in difficoltà.
BONFRISCO (PdL). Il problema dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione pesa da anni come un macigno sul sistema produttivo e, in una fase di stretta creditizia e di difficoltà patrimoniale delle imprese, agisce come detonatore della crisi. Del fenomeno risente negativamente anche il modello organizzativo e funzionale del sistema economico del Nord-Est ed aumenta, soprattutto in Veneto, il numero di imprenditori suicidi. Con il decreto n. 78 del 2010 il legislatore ha provato ad affrontare un problema che pone un'ipoteca pesante sulla competitività, ma la normativa di dettaglio non è stata emanata. Il decreto sulle liberalizzazioni ha stanziato una somma notevole per estinguere i crediti commerciali, ma ha risentito di un vizio di centralismo che penalizza le piccole e medie imprese creditrici degli enti locali. Le soluzioni possono essere ricercate oltre il perimetro della normativa vigente, senza escludere un intervento della Cassa depositi e prestiti ponendo a garanzia del risparmio postale il patrimonio immobiliare di Regioni, enti locali ed enti del Servizi sanitario.
PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta. Dà annunzio degli atti di indirizzo e di sindacato ispettivo pervenuti alla Presidenza (v. Allegato B) e toglie la seduta.
La seduta termina alle ore 13.
Nel corso della seduta, la Presidenza ha salutato, a nome dell'Assemblea, una rappresentanza di studenti presente nelle tribune.
RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CHITI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 11,02).
Si dia lettura del processo verbale.
BONFRISCO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 4 aprile.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 11,07).
Seguito della discussione del disegno di legge costituzionale:
(3047-B) Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (Approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge costituzionale d'iniziativa dei deputati Cambursano ed altri; Marinello ed altri; Beltrandi ed altri; Merloni ed altri; Lanzillotta ed altri; Antonio Martino ed altri; Bersani ed altri; e del disegno di legge costituzionale n. 4620 d'iniziativa governativa; approvato, in prima deliberazione, dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale) (ore 11,07)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge costituzionale n. 3047-B, già approvato, in prima deliberazione, dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica e approvato, in seconda deliberazione, dalla Camera dei deputati.
Ricordo che nella seduta antimeridiana del 29 marzo il relatore, senatore Vizzini, ha svolto la relazione orale.
Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, con questa ultima votazione della complessa procedura di riforma costituzionale adempiamo all'impegno assunto in sede comunitaria: un altro mattone in direzione di una possibile governance europea all'altezza della situazione, cioè quella di una grande area economica e politica integrata.
Non sono mancate obiezioni alle modifiche costituzionali, alcune di carattere tecnico circa la complessità della materia e la difficoltà di tradurla in una efficace norma costituzionale o l'inutilità di farlo (obiezioni in gran parte superate con le modifiche introdotte nell'esame parlamentare), altre di carattere politico riguardanti soprattutto due aspetti: la cessione di sovranità e l'asserita rinuncia alla possibilità di attuazione di politiche di bilancio keynesiane.
Sul primo punto non mi sembra che ci si debba molto soffermare: si tratta di dare attuazione ad impegni già presi. Al di là degli aspetti giuridici, ciò che rileva è la risposta che come Paese vogliamo dare all'enorme cambiamento dei rapporti di forza geopolitici. Le stime ci dicono che entro il 2040, nell'arco di una generazione, se si riunisse un vertice G7 i Paesi partecipanti sarebbero i seguenti: Cina, Usa, India, Giappone, Russia, Brasile e Messico; nessun Paese della vecchia Europa. Ma se nel frattempo l'Europa fosse divenuta un autentico Stato federale comparirebbe a pieno titolo in cima alla graduatoria. Dunque non si tratta tanto di cessione di sovranità a un livello superiore ed estraneo: quella sovranità, semplicemente, non ha più l'efficacia che abbiamo conosciuto. Invece si tratta di mettere una nuova sovranità a disposizione di noi stessi, in parità e cooperazione con gli altri partner comunitari, per costruire sul serio un'Europa pienamente politica in grado di essere attore globale. Per farlo, in Europa occorre esserci, ed esserci a pieno titolo con una rinnovata credibilità, per contribuirne a disegnare la nuova architettura, per fare i passi in avanti necessari quali: potenziamento delle istituzioni in una visione comunitaria più che intergovernativa, aumento della qualità democratica delle istituzioni, ampliamento della capacità di intervento della Banca europea.
Quanto al secondo punto, ossia l'affermazione che il nuovo testo dell'articolo 81 impedirebbe l'uso del bilancio pubblico in funzione anticongiunturale, credo che una lettura anche superficiale del testo dimostri l'infondatezza di questa preoccupazione. Il testo, anche grazie ai miglioramenti introdotti nell'esame parlamentare, esplicita al contrario il ruolo attivo che possono svolgere le politiche di bilancio per contrastare i cicli avversi. Ma il tema centrale è la sostenibilità del bilancio. In nessuna parte degli scritti di Keynes si potrà trovare una sottovalutazione di questo aspetto. Al contrario, la sua teoria generale, proprio perché mette al centro il valore e la necessità di un intervento dello Stato come regolatore, riserva grande attenzione alla sostenibilità delle finanze statali. Se è possibile raggiungere un equilibrio di sottoccupazione a differenza di quello che pensavano gli economisti classici e se gli investimenti si possono trasferire ai redditi attraverso un moltiplicatore dapprima rilevante e poi sempre più debole, le politiche statali svolgono un grande ruolo nel promuovere sviluppo. Ad una condizione, però: che esplichino la loro piena efficacia nei periodi di bassa congiuntura, nel rompere appunto possibili equilibri di sottoccupazione, avendo accumulato le risorse necessarie nei periodi di alta congiuntura.
Dunque politiche attive di bilancio ma con grande attenzione alla sostenibilità del debito. E dobbiamo ricordare che esiste buona spesa e cattiva spesa e che in Italia la spesa corrente assomma a 14 volte la spesa in conto capitale e che l'enorme aumento del rapporto debito-PIL, dai 56 punti percentuali degli anni '70 ai 120 attuali, è totalmente dovuto al lievitare della spesa corrente. Certamente non sarebbe un uso keynesiano del bilancio pubblico proseguire su questa strada.
Al di là di riflessioni teoriche, per un Paese nelle condizioni di finanza pubblica dell'Italia non possono che essere condivise ragionevoli norme che rafforzino l'argine dell'articolo 81, rivelatosi troppo fragile. Piuttosto non bisogna mai dimenticare che anche un vincolo costituzionale più stringente non può sostituirsi alla chiarezza della visione politica, alla netta individuazione degli obiettivi e degli strumenti. Per l'appunto, il debito è cresciuto ai limiti della sostenibilità nonostante i Costituenti avessero posto molta cura nella definizione dell'articolo 81 e nonostante i nuovi rigorosi vincoli introdotti a livello comunitario. Ce lo ricordava nel 1992 Beniamino Andreatta, quando, dibattendo anche allora sui temi dell'articolo 81, della riforma della legge di contabilità e delle conseguenze degli accordi di Maastricht, sottolineava: «Credo che il problema essenziale della riforma finanziaria sia la riforma delle istituzioni politiche e del sistema elettorale», individuando quindi questo rapporto così stretto tra efficienza del sistema politico istituzionale e capacità di sviluppare adeguate politiche di bilancio.
Siamo ancora a questo passo. Dobbiamo perciò leggere questi cambiamenti dentro la cornice più vasta di una ambizione riformatrice delle istituzioni parlamentari che scommetta davvero sulla centralità di un Parlamento competente e rappresentativo.
E del resto, anche sul punto specifico della gestione del bilancio, la modifica dell'articolo 81 non è che un primo passo. Ci attendono ulteriori passaggi altrettanto impegnativi, a partire dalle norme attuative, che saranno decisive per il buon funzionamento del sistema complesso delineato, a livello interno, dalle norme costituzionali per la finanza statale e quella decentrata, dalle norme di contabilità e dalle regole del Patto di stabilità interno e, a livello comunitario, dal semestre europeo, e da ultimo con il fiscal compact.
Occorre riportare il processo decisionale di finanza pubblica al pieno rispetto del ciclo interno e comunitario, tratteggiato con chiarezza dalla legislazione vigente, ma finora soggetto ad eccezioni e mancati rispetti. Rispetto delle procedure come condizione essenziale per rendere chiari all'opinione pubblica e alle parti sociali in particolare obiettivi, mezzi apprestati, responsabilità.
Occorre finalmente consentire al Parlamento di poter assolvere fino in fondo al ruolo dialettico con il Governo sulle decisioni di finanza pubblica, in via preventiva e in via consuntiva.
Le norme che approviamo prevedono l'istituzione di «un organismo indipendente al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica e dell'osservanza delle regole di bilancio» sul modello del CBO statunitense. Richiesta da tempo avanzata in sede parlamentare, prevista, sia pure in forma soft, nella vigente legge di contabilità e ora trasformata in norma positiva da tradurre finalmente in realtà.
Infine, occorre dare piena attuazione al processo di spending review, implementandone con efficacia tutte le potenzialità: non solo ai fini di una riduzione della spesa in valore assoluto, ma anche di una più corretta individuazione delle priorità, dell'efficienza degli interventi pubblici e della eliminazione delle sacche di improduttività, perciò con l'obiettivo del pieno dispiegamento della leva del bilancio pubblico come fattore positivo di sviluppo.
Dunque votiamo convintamente queste modifiche, perché le vediamo parte di un più ampio e lungimirante disegno di buona riforma delle pubbliche istituzioni, di cui certo il Paese ha estremamente bisogno. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli insegnanti e gli studenti dell'Istituto tecnico industriale e commerciale «Cartesio-Luxemburg» di Roma. A loro vanno il saluto del Senato e gli auguri per l'attività di studio. (Applausi).
Ripresa della discussione
del disegno di legge costituzionale n. 3047-B(ore 11,17)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pardi. Ne ha facoltà.
PARDI (IdV). Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, la discussione su questa modifica costituzionale è stata sciatta, frettolosa e poco interessata, e anche oggi è diventata, schiacciata dall'evidenza di una contingenza politica momentanea, una mera formalità.
Non fa piacere vedere l'impegno di modificare la Costituzione realizzato in modi così poco convincenti e con risultati così discutibili. Al confronto, il dibattito scientifico sull'argomento è stato molto più interessante e molto più fondato. Si sono confrontati punti di vista scientifici. È stata evocata la grande battaglia ideale tra i punti di vista che definiamo - per brevità - keynesiani e quelli restrittivi della nuova ideologia. Oggi tutti dicono che siamo in un mondo post ideologico, ma c'è un'ideologia che resiste fermissimamente, quella neoliberista, sulla quale non mi dilungo.
Cultori della materia particolarmente versati, tra cui cinque premi Nobel, hanno sostenuto che il pareggio di bilancio in Costituzione rappresenta una camicia di forza insidiosa per la gestione delle cose economiche. Si toglie quell'elasticità, quel margine di manovra nella gestione delle cose economiche che, secondo un punto di vista discutibile ma anche molto sperimentato, la politica deve avere.
La questione è molto controversa, e viene da interrogarsi sull'efficacia della cogenza di questa misura. Facciamo finta che mettiamo il pareggio di bilancio in Costituzione. Dico facciamo finta perché sappiamo tutti che non è così: è l'equilibrio a determinate condizioni. Questa misura sarà cogente? Averla messa in Costituzione e aver sfigurato l'articolo 81 servirà a determinare degli effetti? Quanti articoli della Costituzione restano inapplicati? Si potrebbe fare un'esercitazione seminariale sul punto, a partire dagli articoli 3, 9 e 21. Potrebbe anche essere un dibattito interessante. Di sicuro, l'articolo 53, che è uno dei fondamenti essenziali del principio di eguaglianza, cioè quello che stabilisce la progressività dell'imposizione fiscale, in Italia non è applicato, anzi è applicato alla rovescia. Nella Costituzione infatti è scritto che l'imposizione fiscale è progressiva, ma nella realtà è regressiva: chi ha poco paga tutto, e chi ha molto paga poco. (Brusìo). Capisco che i colleghi della Lega abbiano da discutere, ma forse potrebbero farlo fuori dall'Aula. (Commenti del senatore Stiffoni). Quindi, sarà cogente questa misura? Se ne può dubitare. Funzionerà? Come funzionerà? Penso che funzionerà secondo il principio dell'ambiguità del suo testo: il testo introduce l'equilibrio di bilancio e riserve anche giuste, secondo me convincenti, che ammorbidiscono la durezza del principio del pareggio di bilancio, e quindi forse avrà una funzione, oso dire, di keynesismo dissimulato, vale a dire che si fa finta di essere neoliberisti mentre sotto sotto ci concediamo la libertà di essere, con un pizzico di sale, un po' keynesiani.
Il testo è scritto male, e purtroppo bisogna rilevare che negli ultimi decenni gli interventi di introduzione di testi in Costituzione hanno dato cattiva prova di sé: sono corpi estranei. La modifica del Titolo V, il giusto processo, il voto all'estero e ora l'articolo 81 hanno un'evidenza stilistica nel testo della Costituzione che qualsiasi studente di media cultura, anche senza preparazione, riuscirebbe ad individuare questi malloppi farraginosi, dalla sintassi complicata, inutilmente lunghi e dettagliati: questi pezzi di testo introdotti in Costituzione spiccano come se fossero colorati. Non è bello vederli. So che nel mondo parlamentare è facile fare ironie sul purismo del linguaggio costituzionale: sarà una fissazione, ma lo stile denuncia, esprime una logica, e quando lo stile è malconcio, farraginoso, contorto e poco convincente sotto il profilo logico e sintattico vuol dire che anche dal punto di vista della logica funziona male. Conveniva non mettercelo.
Qual è il punto finale politico, colleghi? Il punto finale è che temo che questa modifica dell'articolo 81 siffatta, votata con i due terzi dei voti dell'Aula rappresenti un tentativo insidioso di un nuovo tipo di cammino nella modifica della Costituzione: si punta a superare i due terzi, e in questa maniera si zittisce il popolo, si impedisce il pronunciamento di un'opinione popolare sull'argomento. Questo, dal punto di vista della democrazia intesa in senso allargato, è una ferita, perché il popolo non potrà pronunciarsi su questa modifica assai discutibile della Costituzione.
La domanda è: si pensa di fare così anche con la futura riforma costituzionale, quella che dice di rafforzare il Parlamento e il Governo e, in realtà, rafforza solo il Governo, che intesta al Presidente del Consiglio la facoltà di chiedere lo scioglimento delle Camere e crea così un insanabile dissidio istituzionale tra la figura del Presidente del Consiglio e quella del Presidente della Repubblica?
Non è un bel vedere, colleghi: siamo di fronte ad una situazione dove, come vedete, stiamo discutendo nel disinteresse totale, e dopo questo voto la Costituzione sarà irrimediabilmente cambiata. Ci si può consolare pensando che il cambiamento non servirà quasi a nulla: forse serve soltanto a determinare una situazione opaca, e quindi questo ci può anche, in parte, consolare (tuttavia il testo resta sfigurato e questa, secondo me, è cosa che va messa agli atti).
So di costituire una esigua minoranza, ma in questo momento non mi riesce di provarne dispiacere. (Applausi del senatore Pedica).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceccanti. Ne ha facoltà.
CECCANTI (PD). Signor Presidente, in precedenza il senatore Giaretta ha citato la visione profetica di Beniamino Andreatta, che vorrei richiamare anch'io, anche in questa seconda lettura. Ricordo in particolar modo che nella Commissione Bozzi, nella seduta dell'11 ottobre 1984, Andreatta sosteneva un'ipotesi di riforma costituzionale che partiva dalle stesse esigenze di quella odierna. Diceva Andreatta: «Questo articolo 81, con la sua storia di interpretazione parlamentare e giurisprudenziale, ha bisogno di ricevere forza. Occorre che la nostra esperienza triste e i nostri fallimenti ci suggeriscano quelle modifiche, perché l'intenzione di Einaudi e di Vanoni nel presentare l'articolo 81 alla Costituente possa essere realizzata in un testo che superi gli aggiramenti che la pratica ha creato in questi trent'anni».
Ora, il giudizio di Andreatta mi sembra che basti a descrivere il senso dell'indirizzo della riforma. In seconda lettura non torniamo sui dettagli: la seconda lettura prevede infatti non una emendabilità del testo, ma un sì o un no al testo già emerso in prima lettura. Quindi, l'indirizzo politico di fondo è quello espresso da Andreatta, e mi sembra che non sia sminuito - interagisco con il collega Pardi, essendo lui l'unico ad intervenire contro nel dibattito, e quindi l'unico a cui possiamo fare riferimento - da un certo carattere inevitabilmente complicato del testo. Poiché il testo vuole rimediare agli aggiramenti dell' articolo 81 originario, non può che trovare delle formule e delle soluzioni procedurali più complesse in quanto il testo originario, che era più semplice è stato aggirato. Pertanto, che il testo sia più complesso è in qualche modo inevitabile. La scelta che abbiamo fatto è comunque una revisione a due livelli, la quale prevede poi la legge rinforzata di applicazione, a cui vengono rinviate le parti numeriche, quelle che meno si prestano all'inserimento diretto in un testo costituzionale.
Chiarito questo primo punto, ossia l'indirizzo complessivo della riforma e il senso della seconda lettura, e ricordata la direzione di marcia che vogliamo intraprendere, vengo al secondo punto, che in realtà è il nodo del dibattito odierno. La seconda lettura merita di essere fatta a due terzi, evitando il referendum, oppure esclusivamente a maggioranza assoluta, consentendo di indire contro il referendum? Questo è l'interrogativo che da più parti, fuori da questa sede, ci è stato posto, e che è stato ripreso dal collega Pardi.
Ovviamente si potrebbe dare una prima risposta di tipo pragmatico a questo interrogativo, dicendo che l'approvazione a maggioranza di due terzi consente l'entrata in vigore immediata, mentre l'approvazione a maggioranza assoluta con un eventuale referendum si trascinerebbe ancora per dieci mesi. Non so quale credibilità avrebbe nel contesto europeo, di fronte ai nostri interlocutori, un Parlamento che inizia una revisione costituzionale, l'approva in prima lettura senza voti contrari e poi si arresta di fronte alla paura di approvarla a maggioranza dei due terzi, mettendo una riforma costituzionale in un limbo per dieci mesi. Questo però è un argomento pragmatico che, a mio avviso, sarebbe già sufficiente per affermare che occorre votare la riforma a maggioranza di due terzi, ma non risponde al quesito posto dal collega Pardi, il quale mette in campo il principio democratico, di fronte al quale gli argomenti pragmatici hanno minore valore.
L'argomento utilizzato dal collega Pardi è che ha maggiore valore sottoporre un testo ad un eventuale referendum, con un verdetto diretto del corpo elettorale, piuttosto che approvarlo direttamente in Parlamento. Si tratta di un argomento superiore alle osservazioni pragmatiche, che va abbordato direttamente. Ma va abbordato tenendo conto che cosa prescrive l'articolo 138 della Costituzione, perché tale articolo non mette sullo stesso piano le due soluzioni.
Che cosa ci dice l'articolo 138? Che vi è un'opzione preferenziale, quella di approvare una riforma a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Qualora non si sia in grado di raggiungere tale maggioranza e vi sia solo una maggioranza assoluta, che è il male minore nella logica dell'articolo in questione, è consentito promuovere un referendum e verificare che la maggioranza parlamentare, sempre qualificata ma più ristretta, sia effettivamente maggioranza anche nel corpo elettorale. In ogni caso, il senso va chiaramente a favore della riforma, perché per il referendum costituzionale non è previsto il quorum di partecipazione, a differenza che nel referendum abrogativo, e dunque è in carico agli oppositori raccogliere le firme per indire il referendum e raccogliere una maggioranza di cittadini che si presentino al voto e votino in senso contrario. Secondo me, noi dobbiamo tener conto di questo ragionamento, e quindi, nel momento in cui noi votiamo con il quorum dei due terzi, seguiamo esattamente l'opzione indicataci dal Costituente come preferenziale.
Questo non solo è vero nel testo dell'articolo 138, ma lo è anche nella prassi repubblicana. Infatti, finché non ci si pose il problema del referendum abrogativo per la legge sul divorzio, la n. 898 del 1970 (caso in cui venne effettuato uno scambio, cioè venne da un lato approvata la legge sul divorzio e dall'altro consentito, con la legge n. 352 del 1970, di indire un referendum abrogativo della stessa legge n. 898), non si potevano approvare le leggi costituzionali a maggioranza assoluta, il male minore, ma solo con una maggioranza di due terzi, perché mancava la normativa di regolamentazione dei referendum, successivi all'approvazione di una legge costituzionale a maggioranza assoluta dei componenti delle Camere. Fino al 1970 nessuna forza politica aveva sentito il bisogno urgente di regolamentare lo strumento dei referendum perché si partiva dal presupposto che le riforme andassero sempre e comunque approvate con la maggioranza dei due terzi.
A questo punto devo dire che non convince oggi la tesi iper-marcata sulla sovranità popolare del collega Pardi, perché quando il centrodestra, rispetto all'investitura popolare diretta dei Governi, sosteneva con forza il principio della sovranità popolare, il collega Pardi e molti altri segnalavano che l'articolo 1 della Costituzione precisa che la sovranità popolare è consentita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione stessa. Fra i limiti e le forme, c'è quel doppio meccanismo previsto dall'articolo 138, che indica chiaramente come opzione preferenziale, la maggioranza di due terzi, e come male minore la maggioranza assoluta e il possibile referendum.
Per rispondere al collega Pardi, io penso che dobbiamo iniziare oggi con questa riforma e proseguire con le prossime ad approvarle a maggioranza di due terzi, non perché intendiamo precludere al corpo elettorale l'esercizio della propria sovranità, ma perché ci assumiamo la responsabilità di fare le riforme insieme. Infatti, se l'articolo 138 avesse previsto esclusivamente la maggioranza assoluta o la possibilità di ricorrere sempre al referendum sarebbe molto difficile per le forze politiche raggiungere una maggioranza di due terzi, perché il verdetto referendario tenderebbe a portare ciascuno a marcare le proprie posizioni. Il testo costruisce il quorum dei due terzi ed esclude il referendum esattamente perché le forze politiche non marchino identitariamente le posizioni di partenza, almeno nel caso della Costituzione, ma trovino una convergenza sulle regole del gioco. È quello che facciamo oggi e che, spero, potremo ancora fare nel resto della legislatura per altre riforme costituzionali urgenti. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mascitelli. Ne ha facoltà.
MASCITELLI (IdV). Signor Presidente, signor Sottosegretario, trattandosi di una seconda deliberazione in Senato ed avendo il Gruppo dell'Italia dei Valori già votato a favore di questo testo che approveremo nuovamente, non voglio ritornare sulle finalità dei contenuti, che sono ormai drammaticamente ben note. Vorrei tuttavia cogliere l'occasione di questo dibattito per contestualizzare gli effetti del provvedimento in esame sulla situazione che vive il nostro Paese, considerando alcuni appuntamenti imminenti e alcune prospettive future e partendo da due brevi premesse e da una constatazione.
La prima premessa è di carattere interno. Come ha ricordato poc'anzi il senatore Pardi, sappiamo che molti dei problemi che ci siamo trascinati, fino al debito pubblico pari al 120 per cento del PIL, non derivano certo dalla formulazione attuale dell'articolo 81 della Costituzione, quanto piuttosto dalle procedure di bilancio, che ne hanno determinato una costante elusione o, peggio ancora, una violazione, come ad esempio il meccanismo incrementale con cui è costruito il bilancio dello Stato. In tutti questi anni si è ragionato semplicemente - lo abbiamo visto di recente con i tagli lineari - sulle modalità con cui tagliare la spesa tendenziale, ossia su come intervenire sugli incrementi che si produrrebbero a legislazione vigente, e per niente sulla tecnica dello zero budget.
La seconda premessa - e mi rivolgo in proposito anche al collega Pardi - riguarda l'impegno europeo. Nel corso del Consiglio europeo del 1º marzo scorso, 25 Stati su 27 (tutti tranne la Gran Bretagna e la Repubblica Ceca) hanno sottoscritto un nuovo trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell'unione economica e monetaria. Le parti contraenti, fermo restando il diritto dell'Unione europea, si sono impegnate a introdurre e ad applicare entro un anno dall'entrata in vigore del trattato, con norme vincolanti e a carattere permanente, non obbligatoriamente, ma preferibilmente di tipo costituzionale, le seguenti regole. Il bilancio dovrà essere in pareggio o in attivo. Tale regola si considera rispettata se il saldo strutturale annuo della pubblica amministrazione è pari all'obiettivo a medio termine specifico di quel Paese, con un limite di disavanzo strutturale che non ecceda lo 0,5 per cento del PIL. Si può temporaneamente deviare da questo obiettivo solo nel caso di eventi eccezionali, che sfuggono al controllo dello Stato, oppure in periodi di grave recessione. Questo è il contenuto dell'accordo sottoscritto ai primi di marzo.
Decidere che l'Italia raggiungerà il pareggio di bilancio nei prossimi anni è una scelta - e su questo credo siamo tutti d'accordo - necessaria, complessa e difficile. Ma, proprio per questo, non può essere una scelta pesante e insostenibile solo per una parte del nostro Paese.
Nel 2010, signor Sottosegretario, abbiamo chiuso il nostro bilancio con un deficit pari ad oltre il 5 per cento del PIL. Lo ricordo agli amici che sostenevano il precedente Governo. Tradotto, significa che lo Stato ha speso 80 miliardi di euro in più di quelli che ha incassato. Nel 2011 abbiamo chiuso con 3,9 punti di deficit, quindi lo Stato ha speso 60 miliardi di euro in più di quelli che ha incassato. Nel 2012 chiuderemo, secondo le previsioni, con una diminuzione pari all'1,6 per cento, che comunque corrisponde a una spesa di 27 miliardi di euro superiore rispetto a quanto incassato. In queste condizioni, resta fermo l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
La discussione odierna, allora, dovrebbe rappresentare l'occasione per interrogarci su un aspetto importante: quali sono i margini di manovra che restano al nostro Paese, e che devono essere evidenti a tutti, se vogliamo rispettare, sì, i principi di rigore e di equilibrio di bilancio, ma anche il principio di equità?
È evidente, come ricordava poc'anzi il senatore Ceccanti, che la definizione del contenuto della legge speciale e rinforzata, da approvare a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, con cui si dovranno applicare i principi e gli istituti introdotti da questo disegno di legge costituzionale, diventa un passaggio essenziale. Infatti, è la legge speciale e rinforzata a dover assicurare concretezza ed effettività a questo disegno.
Considerata la situazione drammatica, che i mercati internazionali ci stanno ricordando proprio in questi giorni, l'iter della legge speciale deve essere avviato con una priorità specifica, in modo da completarlo anche prima del termine fissato nel provvedimento, cioè nel mese di febbraio prossimo.
Questa speciale legge rinforzata - vorrei ricordarlo - prevede due importanti disposizioni. La prima è politica: le Camere esercitano la funzione di controllo sulla finanza pubblica, con particolare riferimento all'equilibrio tra entrate e spese; e questo con buona pace del Governo, che dovrebbe rapportarsi un po' di più con il Parlamento ed un po' di meno con i segretari di partito. La seconda disposizione che contiene questa legge speciale è tecnica: l'istituzione cioè presso le Camere, nel rispetto dell'autonomia costituzionale, di un organismo indipendente, al quale attribuire compiti di analisi e verifica degli andamenti di finanza pubblica; questo, con buona pace della Ragioneria generale dello Stato e del presidente Baldassarri, che giustamente ha sottolineato conti che non tornavano.
Queste due disposizioni sono in un rapporto non solo di coincidenza, ma anche di stretta correlazione, sia nell'attività - ampia per le Camere e più circostanziata per quest'organismo indipendente - sia nella finalità (di controllo, di indirizzo politico, ma anche di accertamento strumentale).
Signor Sottosegretario, in queste settimane al Ministero dell'economia si stanno ultimando le proiezioni da inserire nel nuovo Documento di economia e finanza che sarà trasmesso tra breve, entro il 30 aprile, a Bruxelles insieme all'aggiornamento del Programma di stabilità ed al Programma nazionale di riforme. La stima - speriamo che non sia ancora suscettibile di ulteriori variazioni - è di una contrazione del PIL di circa un punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni di inizio dicembre. Nel documento presentato in Parlamento insieme alla manovra nota come salva-Italia si ipotizzava una caduta del prodotto interno lordo tra lo 0,4 e lo 0,5 per cento. Che significa questo?
Come il Sottosegretario sa bene, per evitare manovre aggiuntive confermato il pareggio di bilancio nel 2013, l'effetto sul deficit dell'ulteriore contrazione del PIL dovrebbe essere compensato dalla minore spesa per interessi. E la manovra correttiva del decreto salva-Italia sconta già un interesse aggiuntivo di 8 miliardi di euro per il servizio del debito quando lo spread aveva superato i 500 punti base, e ad oggi, da questi ultimi giorni in particolare, si prospetta un quadro non certo incoraggiante. L'altro punto è il gettito atteso dalla lotta all'evasione che non è stato cifrato nella manovra di dicembre.
E allora, stando il dispositivo della manovra di agosto, che prevedeva l'eventuale extragettito - che deve essere destinato in via prioritaria alla riduzione dell'indebitamento netto ed al rispetto degli impegni europei del pareggio di bilancio - abbiamo un quadro completo della situazione.
Ecco perché cogliamo l'occasione di questa importante discussione in Aula: signor Sottosegretario, al di là dei documenti previsti ed obbligatori per il semestre europeo che il Governo dovrà predisporre tra poche settimane, noi ne attendiamo in modo particolare due. Il primo è la revisione integrale della spesa pubblica il famoso emendamento Morando, con la norma che impegnava il Ministero dell'economia, d'intesa con i Ministri interessati, a presentare in Parlamento, entro il 30 novembre 2011, un termine già trascorso, dunque, un programma per la riorganizzazione della spesa pubblica. Lo riferisca questo al ministro Giarda, signor Sottosegretario, perché è un aspetto importante che avrebbe richiesto il passaggio preliminare in Parlamento di una informativa da parte del Governo su quelli che vogliono e devono essere gli indirizzi.
Questa norma non va sottovalutata - altrimenti potremmo dilungarci in disquisizioni filosofiche o costituzionalistiche - perché prevede una progressiva riduzione della spesa corrente primaria nel corso degli anni 2012-2013 fino all'1 per cento per ciascun anno rispetto alle spese storiche del bilancio consuntivo del 2010.
Quanto poi alla riforma fiscale, l'altro secondo documento importante che stiamo aspettando, forse si ricorda un po' meno, ma dall'attuazione della legge delega deve derivare non solo la compensazione degli oneri della riduzione dei regimi di favore, ma anche un differenziale positivo per l'indebitamento netto non inferiore a 4 miliardi di euro per l'anno 2012 e a 20 miliardi di euro a regime. In sostanza, la riforma fiscale assistenziale non viene più varata, come spesso si cerca di far credere, per rimodulare la pressione fiscale a favore dei redditi da lavoro riducendo le aliquote IRPEF, ma dovrà essere varata per ridurre l'indebitamento e per evitare che scattino le clausole di salvaguardia, inclusa quella dell'aumento dell'IVA prevista già nella manovra di agosto (lo ricordiamo agli amici della Lega che spesso parlano a sproposito di questo aumento dell'IVA) e che andrà a colpire - come sappiamo bene - le fasce più deboli della popolazione.
Concludo, signor Sottosegretario, con queste considerazioni, che vogliono concretizzare la discussione e contestualizzarla rispetto agli importanti appuntamenti che ci attendono. Infatti, a queste condizioni non basta costituzionalizzare soltanto l'equilibrio di bilancio. Non è possibile risolvere il problema al di fuori di una situazione di crescita economica. Il punto è tutto qua: non basta tornare a discutere di sviluppo, concorrenza e mercato unico se non saranno fatte al più presto delle scelte e se non saranno prese decisioni precise e specifiche da parte di questo Governo. Le attendiamo con molta attenzione e anche con l'ansia che il Paese merita. (Applausi dai Gruppi IdV e PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Baldassarri. Ne ha facoltà.
BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, membri del Governo, onorevoli colleghi, ho dedicato circa cinquant'anni del mio lavoro di economista anche e soprattutto al tema che affrontiamo oggi, ma ben prima di me, cinquant'anni prima della scoperta dell'America, a metà del '400, ci fu un frate italiano, tale Fra Luca Pacioli, che introdusse al mondo moderno il concetto della partita doppia e soprattutto la separazione tra flussi e stock nell'analisi economica, cioè quello che oggi viene chiamato il conto economico e lo stato patrimoniale. A quasi sei secoli di distanza, nei dibattiti, nei confronti e purtroppo anche nelle Aule parlamentari, si trovano spesso esempi di totale confusione tra conto economico e stato patrimoniale.
Signor Presidente, si tratta semplicemente di applicare quello che da Fra Luca Pacioli in poi è entrato nell'uso comune. La lezione di Fra Luca Pacioli è entrata da secoli nel buonsenso comune delle famiglie e delle imprese. Buonsenso comune che poi diventa regola di condotta e di contabilità. Vorrei fare rapidamente due esempi: è evidente che una famiglia, se vuole investire per comprarsi una casa, sa che deve prima risparmiare un po' (quindi il suo conto economico deve avere entrate maggiori delle spese per accumulare un po' di risparmio) e sa che questo risparmio lo può abbinare a un po' di indebitamento (cioè facendo un mutuo) e comprarsi la casa. Un'impresa fa la stessa cosa: sa che se deve fare un investimento (comprare un nuovo fabbricato o nuovi macchinari) in parte lo deve autofinanziare, cioè il suo conto economico deve essere in utile in modo tale che i ricavi superino i costi in conto economico, e con quello che accumula (magari anche qui abbinando un mutuo o un finanziamento) può fare investimenti. Se un'impresa, come ho avuto modo di dire in quest'Aula in anni passati, mettesse la rata del mutuo (sia la quota capitale che la quota interessi) dentro il conto profitti e perdite compirebbe un falso in bilancio e sarebbe pertanto sanzionata. In quest'Aula abbiamo vissuto - parlo di anni più recenti ma anche più antichi - casi eclatanti di questo tipo riguardanti il bilancio pubblico, cioè poste di stato patrimoniale messe nel conto economico. Il che vuol dire che Fra Luca Pacioli, entrato nel comune buonsenso delle famiglie e delle imprese, purtroppo non è ancora entrato appieno nel dibattito sulla politica economica e, peggio ancora, nelle Aule parlamentari.
Tanti anni fa, in occasione del dibattito su quella che sarebbe divenuta la legge n. 468 del 1978,che introdusse la sessione di bilancio e la legge finanziaria, essendo allora giovane economista (e non anziano rompiscatole come qualcuno può lecitamente considerarmi), con il ministro Andreatta, capofila di questo ragionamento, si fecero due battaglie: la prima era volta proprio a introdurre nei meccanismi costituzionali queste semplici e banali regole; la seconda era quella, altrettanto necessaria, volta ad affidare ad un'autorità indipendente la certificazione e il controllo dei conti di tutte le pubbliche amministrazioni. Sono passati 34 anni, signor Presidente, e abbiamo visto, vediamo e tocchiamo oggi con mano le conseguenze della sconfitta di quel piccolo gruppo di politici ed economisti dell'epoca, guidati da quello che poi sarà il ministro del tesoro Andreatta, che perse quella battaglia su entrambi i fronti. Da quel momento iniziò in modo dirompente l'aggiramento dell'articolo 81 della Costituzione e i trucchi di bilancio, che si sono succeduti per trent'anni, tutti coperti sotto il cappello dell'articolo 81 attraverso il semplice escamotage di dare all'articolo 1 dell'allora, e ancora ,presente legge finanziaria, quello che stabilisce l'indebitamento netto, la facoltà di copertura delle spese. Cioè, per definizione, si considerava assolto l'articolo 81 della Costituzione dicendo che pezzi importanti della spesa erano finanziati in deficit. Questa è la realtà di questi trent'anni, e mi fa piacere che precedenti interventi abbiano citato l'amico, professore e maestro Andreatta, perché a volte la sconfitta di una persona seguita a trent'anni di distanza dal disastro di un Paese forse può essere utile per riflettere se dobbiamo ulteriormente proiettare nei decenni prossimi queste stesse condizioni.
Vengo allora all'argomento più specifico che stiamo trattando. Parto dalla geometria per finire alla democrazia, signor Presidente. Non sono un esperto né dell'una né dell'altra, ma qualche rudimento di geometria lo abbiamo tutti. La geometria afferma che per un punto passano infinite rette, per due punti passa un'unica retta e per tre punti passa un unico piano. Cosa vuol dire questo principio di geometria applicato all'argomento in esame oggi? Vuol dire che fare una riforma costituzionale che indichi esclusivamente il pareggio di bilancio nella Costituzione significa apparentemente fare un'operazione di grande rigore, ma di fatto lasciare alla politica licenza di uccidere l'economia e la democrazia. Il motivo è molto semplice: il saldo di bilancio zero corrisponde ad infiniti possibili scenari di politica economica. La politica e i partiti possono scegliere a loro piacimento, fatto salvo il saldo zero. Dunque, abbiamo impedito loro di compiere disastri con la mano sinistra degli squilibri finanziari, ma li abbiamo lasciati totalmente liberi di ammazzare l'economia reale produttiva, con la mano destra che gioca sui livelli e la composizione della spesa pubblica e sui livelli e la composizione del prelievo fiscale.
Richiamo quindi l'attenzione dell'Assemblea e del rappresentante del Governo su questo punto. Non è un caso che il processo improvviso verso la modifica costituzionale sia nato in quest'Aula circa un anno fa quando, con il collega Nicola Rossi e altri senatori, abbiamo proposto un disegno di legge sull'argomento. La differenza tra la nostra proposta e quella in esame è tutta qui, signor Presidente: la nostra proposta prevedeva - in coerenza con la geometria - di fissare almeno due punti per far correre una linea retta, una linea di direzione, cioè zero deficit e, a scelta, un vincolo sul totale delle entrate (quindi, sulla pressione fiscale) oppure un vincolo sul totale della spesa pubblica. È evidente, infatti, che si può fare deficit zero avendo 80 per cento di pressione fiscale e 80 per cento di spesa pubblica oppure avendo 30 per cento di pressione fiscale e 30 per cento di spesa pubblica. La differenza tra questi due casi è nella democrazia, non si tratta soltanto di un elemento economico-finanziario. Infatti, nel primo caso il cittadino, le famiglie e le imprese sono espropriati della propria libera capacità decisionale, perché l'80 per cento di pressione fiscale significa che l'80 per cento delle decisioni sono assunte non all'interno delle case o delle imprese, ma in un consesso politico-partitico, cioè dalla communitas. Nel secondo caso, cioè nel caso estremo del 30 per cento, il cittadino dà allo Stato le risorse per prendere le decisioni collettive, soprattutto in riferimento ai beni pubblici che - come noto - il mercato non può produrre, ma resta libero di decidere la mattina, quando va al lavoro, come gestire parte importante del reddito che produce.
Dunque, dobbiamo stare ben attenti: non è in gioco un tecnicismo economico-finanziario, tra addetti ai lavori, ma è in gioco il confine della democrazia, il confine tra lo Stato e i cittadini. Per questo motivo è profonda la differenza tra quel disegno di legge a firma - lo ripeto - dei senatori Nicola Rossi, Baldassarri ed altri, e quello che stiamo discutendo. L'ho già detto nel corso dell'esame del provvedimento in prima lettura al Senato, lo ripeto ora in seconda lettura.
L'argomento, a mio parere, è talmente profondo, serio e strutturale che credo che qualche riflessione ulteriore la meriti. Stiamo introducendo nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio che vincola sul piano finanziario, ma che lascia alla politica libertà totale di uccidere l'economia reale e la democrazia.
Signor Presidente, per me che sono liberale, il massimo rappresentante liberale si chiamava e si chiama John Maynard Keynes. Come liberale, e non essendo liberista, aveva capito che il mercato lasciato alla sua dirompente giungla può produrre due effetti deleteri. In primo luogo, le grandi concentrazioni di potere oligopolistico e monopolistico (e qui entra in gioco il ruolo delle autorità); in secondo - come sappiamo da 50 anni - il fatto che l'economia di mercato liberista può produrre infiniti equilibri con disoccupazione, cioè con sottoutilizzazione delle risorse. E se l'economia di mercato liberista cade in questa trappola non ne esce da sola: occorre la politica, occorre la politica economica per cavarla dalla trappola di equilibri di mercato, o di pseudomercato, costituiti a livello di sottoutilizzazione delle risorse. Questo è il tema che dobbiamo affrontare.
Abbiamo tre milioni di disoccupati, di giovani precari. Certo che dobbiamo occuparci dell'equilibrio finanziario, dell'azzeramento del deficit che non può realizzarsi con il deficit spending, a babbo morto. Rispetto a questo, John Maynard Keynes non aveva mai detto ciò che successivamente pseudokeynesiani dell'ultima ora, e degli ultimi 30 anni, hanno sostenuto attraverso forzature, anche in queste Aule, per coprire le loro scellerate politiche economiche di deficit e di debito. Non si tratta di questo. Si tratta del cuore della politica, del cuore della democrazia, e cioè del fatto che le Aule parlamentari devono avere due vincoli: non devono far debiti e non devono avere libertà di tassare a loro piacimento, perché altrimenti possiamo scrivere la Costituzione democratica, ma non avremo la democrazia.
È quello che stiamo pericolosamente perseguendo in questi ultimi anni, con una pressione fiscale che arriverà al 47 per cento a fine anno e, per di più, con una composizione di spesa pubblica al 98 per cento corrente, all'interno della quale - come dice la Corte dei conti - ci sono 60 miliardi di corruzione (e ci si viene a dire che non si può tagliare oltre) e, dall'altro lato, 2 per cento di investimenti infrastrutturali, e sul fronte delle entrate - è sempre la Corte dei conti che parla - 120 miliardi di evasione fiscale.
È molto importante questo passaggio, signor Presidente. Il problema non è chiedersi se il provvedimento debba passare con la maggioranza dei due terzi o a maggioranza con un successivo referendum. Io sono per farlo passare con una maggioranza dei due terzi con la responsabilità del Parlamento. Ma che sia una riforma completa, non devastante per i prossimi anni. Completa vuol dire che accanto all'obiettivo sacrosanto di azzerare il deficit deve esserci un vincolo - scegliete voi quale - o sul fronte delle entrate, o sul fronte della spesa. È la stessa cosa perché su tre elementi, fissandone due, il terzo è ovviamente la conseguenza.
Chiudo con una riflessione politica, anche se ciò che ho detto finora è pura polis e politica. Chiediamoci perché questa cortina fumogena con cui tutti o quasi tutti accettano il vincolo sul saldo zero, ma pochi sembrano accettare la seconda gamba del perno costituzionale, vale a dire il vincolo sulla pressione fiscale e sulla spesa. Non mi meraviglio per chi ha una radice culturale di sinistra, marxista, direi anzi marxiana, perché Marx parte dal concetto che gli individui sbagliano le scelte e quindi, giustamente dal suo punto di vista, Carletto Marx afferma che dal momento che gli individui sbagliano le scelte è meglio per tutti che la gran parte di queste siano collettive. Nella forma estrema Marx avrebbe avuto pareggio di bilancio al 100 per cento di spesa pubblica e 100 per cento di prelievo fiscale, vale a dire il collettivismo. Mi meraviglio, però, anche con riguardo alla sinistra, visto che le riflessioni degli ultimi decenni hanno posto anche a tale area questo argomento di democrazia, di rapporto tra Stato e cittadino.
Ancor più meraviglia provo per chi viene da radici apparentemente più liberali, da parte di coloro che avrebbero dovuto realizzare in questi ultimi dieci o vent'anni la rivoluzione liberale. Questo, infatti, vuol dire non capire che assuefarsi a questo concetto pseudorigorista dell'equilibrio finanziario a saldo zero - ripeto sacrosanto - senza però aggiungere la gamba della democrazia vera, del confine tra Stato e cittadino sul fronte della pressione fiscale significa rischiare di dare apparentemente una risposta urgente ai mercati, che chiedono rigore finanziario, sacrificando su quell'altare, con licenza di uccidere, l'economia reale e produttiva, e la democrazia sul fronte interno.
Concludo, e la ringrazio, signor Presidente, sottolineando che questo è un argomento che dovremmo porre a testa alta in sede di Unione europea, di quegli Stati Uniti d'Europa che nessuno vuole perché dovrebbero politicamente affrontare questi argomenti e non lasciarli in mano ai poteri oligopolistici della grande finanza che in questo momento domina le decisioni politiche di tutti i Governi, con il paradosso che quella stessa finanza che ha causato la crisi, alla quale sono stati dati i soldi dei contribuenti (non in Italia ma negli altri Paesi), oggi diventa l'arbitro della partita sui debiti pubblici, in gran parte cresciuti per salvare i loro stessi bilanci. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI e dei senatori Morando, Sbarbati e Mascitelli).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mura. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Signor Presidente, gentili membri del Governo, onorevoli senatori, l'introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale ha visto favorevole la Lega Nord nei vari passaggi alla Camera e al Senato, perché si ritiene serva come base a mettere fine al debito pubblico inteso come mezzo per finanziare tutto quello che in questi anni è stato assistenzialismo, sprechi, burocrazia, clientele. La preoccupazione, però, è che il pareggio di bilancio a livello nazionale possa essere una media aritmetica tra chi risparmia e chi spreca.
A questo proposito, penso sia importante tener ben presente in futuro il riferimento all'equilibrio di bilancio di tutte le pubbliche amministrazioni, in particolare degli enti territoriali, e quindi, grazie alle scelte fatte con il federalismo fiscale, tutto il sistema di sanzioni sull'incandidabilità per i presidenti di Regioni, per i presidenti di Province e per i sindaci resisi responsabili dei dissesti finanziari degli enti da loro amministrati.
Ciò che oggi intendo sottolineare ancora una volta, visto che il dubbio già l'avevamo sollevato nella scorsa lettura in Senato, è la richiesta forte da parte della Lega Nord di sottoporre a referendum preventivo ogni atto legislativo che preveda una cessione di sovranità nazionale, così da evitare che i cittadini vengano privati della libertà di scelta su materie che potrebbero avere gravi conseguenze per loro, soprattutto dal punto di vista economico. In altri Paesi europei questo avviene. Purtroppo la risposta del Governo in proposito è sempre stata negativa.
Passiamo a un'altra criticità. Voglio ricordare il Trattato intergovernativo che prevede le regole che garantiscono una maggiore stabilità finanziaria della zona euro. Il Trattato prevede che gli Stati debbano impegnarsi a ridurre di un ventesimo l'anno la parte di debito pubblico che ecceda la soglia del 60 per cento del PIL. Questo per l'Italia significa un rientro di 45 miliardi all'anno. Una cifra enorme, che credo ponga più di qualche dubbio sulla possibilità che si raggiunga il pareggio di bilancio nel 2014 e sul fatto che l'intero sistema riesca a reggere.
Oggi è importante una riflessione sulla necessità assoluta di superare, con il federalismo, un sistema burocratico e centralista che non dà più scampo e che, se non verranno rivisti i centri di prelievo e di costo, ucciderà la parte produttiva del Paese. Voglio citare alcuni dati a sostegno di quanto affermo. Leggo che la spesa statale per il Nord - parlo del 2009 e prendo i dati della Ragioneria - è pari al 45 per cento della spesa aggregata, con una produzione di PIL pari al 54 per cento. Quindi, 45 per cento di spesa aggregata e 54 per cento di produzione del PIL. Al Centro invece la spesa è del 22 per cento e la produzione di PIL al 22 per cento, quindi la situazione è in equilibrio. Se ci spostiamo invece al Sud, la spesa pubblica aggregata è al 32 per cento, mentre la produzione di PIL è al 24 per cento. Cosa questo significhi credo sia evidente a tutti, ossia che chi più produce, meno riceve dallo Stato. Non credo che si possa considerare un segno di coesione e di solidarietà. Credo invece si possa configurare in una vera e propria rapina alle zone più produttive del Paese.
La Lega Nord da sempre invoca il raggiungimento dell'equilibrio di bilancio attraverso il taglio delle spese improduttive piuttosto che con l'aumento delle entrate tramite nuove imposizioni. Di queste ne ho un lungo elenco, ma non credo sia il caso di citarle tutte. Ricordo solo l'IMU e l'IVA al 23 per cento, ma potrei continuare. Quel che voglio denunciare è che il Governo, sostenuto dalla maggioranza che lo appoggia in Parlamento, sta portando avanti una serie di provvedimenti che vanno nella direzione opposta a quella che auspicavo, quindi con un aumento dell'imposizione fiscale piuttosto che con un taglio importante di spesa pubblica. Ritengo sia importante anche oggi denunciare - ormai ogni occasione è buona - ciò che rappresenta la tesoreria unica, che riporta allo Stato centrale le risorse che fino ad oggi erano nella disponibilità degli enti locali: risorse che, in caso di enti locali virtuosi, sono state destinate al pagamento delle opere pubbliche da realizzare a favore delle proprie comunità.
Mi avvio alla conclusione, evidenziando ancora qualche aspetto. Ritengo che, noi soprattutto, non dobbiamo augurarci che enti virtuosi, che hanno disponibilità economiche che concorrono ad aumentare le possibilità di spesa dello Stato, ed enti locali che non hanno possibilità perché non virtuosi e che sono sempre in deficit apportando al bilancio dello Stato solamente i loro debiti, realizzino un pareggio di bilancio tra enti locali perequando però il Nord con il Sud. Questo infatti non genererebbe alcuna vera ricchezza a livello complessivo, anzi andrebbe ad impoverire gli enti locali che con la loro virtuosità potrebbero concorrere a rilanciare l'economia del nostro Paese, che, se andiamo ad analizzare i numeri, sono proprio quelli del Nord.
L'auspicio è quindi che ci siano le condizioni perché il Governo, dopo questo periodo di buio rispetto alla trasformazione del Paese in senso federale, possa riprendere questo percorso, che riteniamo sia l'unica strada possibile per il risanamento del Paese. Infatti, non è soltanto spendere quanto si incassa e chiudere in pareggio che può determinare le condizioni per il rilancio dell'economia: ci vuole ben altro.
Pertanto, al di là del voto favorevole della Lega Nord che sul provvedimento in esame verrà preannunziato dal collega che interverrà in dichiarazione di voto, invito il Governo a riprendere il percorso avviato dal Governo precedente, sostenuto dalla Lega che ha contribuito notevolmente con il pensiero federalista, e formulo l'auspicio che tale percorso possa continuare e concludersi positivamente, nell'interesse del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signor Presidente, è stato autorevolmente sostenuto che questa riforma dell'articolo 81 della Costituzione priverebbe il nostro Paese della possibilità di far uso della politica fiscale in funzione anticiclica. Si tratterebbe, secondo questi critici, di una riforma che inchiodando la gestione del bilancio ad un rigido vincolo di pareggio, impedirebbe alla politica di bilancio di assumere un'intonazione espansiva quando l'economia fosse in fase di stagnazione o addirittura, come in questo caso purtroppo, di recessione.
Sono fondate queste critiche? Penso che questa discussione dovrebbe servire anche a questo: a rispondere, da parte di chi sostiene questa riforma, a questo tipo di valutazioni critiche.
È così profondamente stupida - per usare l'aggettivo che il presidente Prodi usò a proposito del Patto di stabilità europeo - e "autocastrante" la regola che stiamo per scrivere nella nostra Costituzione? No.
Sia che si guardi al principio contenuto nel nuovo sistema di regole europeo, dal six pack al fiscal compact, sia che si guardi alla regola base del nuovo articolo della Costituzione di cui stiamo discutendo, si vede bene che il cuore delle nuove regole è racchiuso nell'aggettivo "strutturale": "pareggio strutturale", "indebitamento strutturale" o, per usare l'espressione che è contenuta nella nuova formulazione dell'articolo 81, "equilibrio di bilancio che tenga conto dell'andamento del ciclo economico", che è una traduzione in un linguaggio più «costituzionale» dell'aggettivo «strutturale».
In poche parole, si tratta di espressioni tutte univocamente ed inequivocabilmente orientate ad affermare che gli obiettivi della politica fiscale e delle scelte di bilancio debbono essere definiti in modo tale da salvaguardarne l'intelligenza, cioè il contrario di stupidità, per continuare con l'uso di questo sostantivo: se l'economia va male si dovrà poter far ricorso all'indebitamento (questo vuol dire "strutturale"), a partire dall'azione di quelli che gli economisti chiamano stabilizzatori automatici, per sostenere l'economia e per mitigare i negativi effetti sociali della crisi; se invece l'economia va bene, è inutile, anzi è dannoso - come ci insegna l'esperienza del Paese - tentare di farla andare un po' meglio di quanto già per conto suo non vada attraverso la creazione di nuovo debito pubblico. In quel caso, è certamente più raccomandabile approfittare del tempo buono per mettere in cascina un po' di fieno, che servirà quando il tempo diventerà cattivo.
Sbagliano, dunque, quanti si stracciano le vesti accusandoci di ignorare Keynes (a proposito del quale condivido quanto affermato dal presidente Baldassarri) e di affermare un principio che ci autocondanna - secondo questa accusa - all'impotenza.
Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 12,22)
(Segue MORANDO). Anzi, trovo curioso che così numerosi e qualificati critici dello stato di cose presente - per usare l'espressione della tradizione marxiana - abbiano dedicato tanto impegno a mettere in guardia contro il rischio insito nella scelta di riforma che stiamo per compiere e così poca attenzione al cattivo uso che si è fatto della politica fiscale, del deficit spending e delle regole preposte al suo presidio, quando si è costruita la gigantesca montagna del debito pubblico.
Se elevata spesa pubblica in rapporto al prodotto - e sappiamo che è elevata in Italia - ed elevatissimo debito pubblico - e sappiamo che è elevatissimo in Italia - convivono da tanti anni - quasi vent'anni, signor Presidente - con bassa crescita e crescente disuguaglianza, ciò sembra come minimo - a me pare - dimostrare che c'è spesa pubblica buona e spesa pubblica cattiva, che c'è debito pubblico buono e debito pubblico cattivo e che la relazione tra deficit spending e crescita economica e sociale non è così univoca come i critici di questa riforma sembrano ritenere.
In proposito, per capire in modo migliore, dovremmo salire sulle spalle di due giganti del pensiero politico moderno, Jefferson e Madison, che qualche anno prima della rivoluzione francese si scambiarono alcune lettere - Madison era in Europa e Jefferson negli Stati Uniti d'America - che noi abbiamo.
Jefferson, in una di quelle lettere, prende violentemente posizione contro il debito pubblico, con la sua irruenza straordinaria. Dice Jefferson: «Noi siamo solo usufruttuari della terra su cui ci è dato di vivere e quindi non possiamo impadronircene come se ne fossimo proprietari a danno delle future generazioni. No al debito pubblico e, se proprio lo dobbiamo fare» - e lui lo fece, per la verità, con la Barings di Londra, per comprare la Louisiana da Napoleone, dimostrando di adattarsi alle considerazioni della Realpolitik - «dobbiamo fare solo il debito pagabile in 17 anni». Perché 17 anni? I 17 anni rappresentavano l'attesa di vita della generazione adulta nel momento in cui Jefferson scriveva. Quindi, la tesi di Jefferson è che, se proprio si deve fare, si faccia solo il debito che la generazione che lo fa è in grado di pagare.
Madison, meno violentemente, risponde: «Non sono assolutamente d'accordo, perché l'indebitamento è fondamentale se serve a vincere i nemici della Nazione», e dice ciò facendo riferimento al fatto che stavano facendo ricorso al debito - eccome! - nella guerra di indipendenza rispetto all'Inghilterra. Madison, prendendo posizione proprio a favore di quelle future generazioni che Jefferson voleva tutelare, allontanandosi dal debito pubblico, dice: «Attenzione: il debito pubblico può servire e serve per garantire un futuro migliore non alla generazione che fa il debito, ma esattamente alla generazione che usufruirà del bene acquisito attraverso il debito pubblico».
A ben vedere, sul debito pubblico, buono e cattivo, tutta la teoria successiva ha aggiunto poco al dibattito tra questi due giganti.
Il fatto è che questa discussione ci conferma che il problema non è «debito pubblico sì» o «debito pubblico no». Il problema è: per cosa? Per quali finalità? Sapevano che la domanda giusta era questa, per esempio, i grandi sostenitori del nascente centrosinistra - certamente non giganti come quelli cui ho appena fatto riferimento - come La Malfa, Lombardi e Antonio Giolitti per citare le figure di maggiore spicco, che nel 1961 si riunirono con altri parlamentari in un comitato bicamerale che produsse un documento sulla interpretazione e la gestione del quarto comma dell'articolo 81 della Costituzione. Probabilmente, quando lessero le loro conclusioni, il Parlamento non era molto più frequentato di quello di oggi, ma questo documento è probabilmente più importante per il centrosinistra che stava nascendo in quegli anni di quanto non lo sia stata la nazionalizzazione dell'energia elettrica nota a tutti. Infatti in quel documento si dice chiaramente che bisogna fare deficit spending abbandonando il principio del pareggio di bilancio che prima aveva guidato l'interpretazione prevalente dell'articolo 81 della Costituzione. Chiaramente, però, questi grandi della politica del centrosinistra italiano dicono di doverlo fare in funzione di una politica di investimenti: bisogna accrescere il potenziale produttivo del Paese attraverso questo meccanismo. Noi sappiamo che la storia non è andata così e che abbiamo fatto molto deficit per finanziare spesa corrente.
Non è dunque qui la sostanza del problema. Essa risiede piuttosto, signor Presidente, nel fatto che il livello dell'indebitamento strutturale (ho già detto di cosa si tratta) non è un dato che esista in natura; non è un dato a cui si perviene attraverso un calcolo ormai universalmente accettato e standardizzato come quello del prodotto interno lordo. La questione che abbiamo di fronte è dunque precisa: chi calcola l'indebitamento strutturale? Chi calcola il rispetto del principio dell'equilibrio al netto degli effetti sul ciclo? Certo il Governo, certo la Commissione europea. Ma in Italia solo il Governo? Sappiamo che se avverrà così, signor Presidente, non ci sarà la necessaria credibilità. Ce lo dicono le raccomandazioni dell'OCSE e dell'Europa: costruite strumenti di analisi economica in grado di asseverare il rispetto delle regole di bilancio indipendenti dall'Esecutivo. Cosa vuol dire? Vuol dire costruire una sede, uno strumento, un Istituto in grado di produrre quadri di finanza pubblica (non semplicemente di fare qualche valutazione sui documenti: questo non vuol dire produrre quadri di finanza pubblica) corredati anche da previsioni macroeconomiche, in maniera assolutamente indipendente dal Governo, per consentire al Parlamento di interloquire con il Governo stesso e con le istituzioni europee in maniera tale che sia effettivamente verificato, sul terreno analitico, il rispetto delle regole di finanza pubblica. A questo proposito, vorrei ricordare al presidente Baldassarri che la lettera e) del comma 1 dell'articolo 5 fa parte di queste regole, perché è relativa ad una regola di evoluzione della spesa, per cui una parte dei suoi argomenti, mi permetto di dire, a mio avviso non è perfettamente fondata, in quanto con questo provvedimento viene affrontato il tema dei limiti alla spesa.
Signor Presidente, se si ragiona così si capisce che è assolutamente cruciale passare immediatamente all'opera. Mi fa piacere che stia presiedendo lei, presidente Schifani, non perché non mi faccia piacere la Presidenza del vice presidente Chiti, ma perché volevo sottolineare in particolare a lei che nella legge di contabilità in vigore abbiamo previsto le intese tra il Presidente del Senato e il Presidente della Camera per costituire l'embrione dell'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano. Ora in Costituzione, signor Presidente, scriviamo che questo Ufficio del bilancio è il fiscal council autonomo italiano di cui stavo parlando, alla cui esistenza, efficacia, autonomia, indipendenza e autorevolezza è vitalmente legata la possibilità di acquisire credibilità e di rispettare le nuove regole del bilancio che ci stiamo dando, e soprattutto quelle che ci siamo dati, assieme agli altri Paesi, in Europa.
Non c'è più tempo da perdere, signor Presidente: bisogna agire immediatamente. Faccio un appello accalorato perché credo veramente che sia cruciale. Adesso non ancora, ma tra qualche settimana, quando entreremo nella sessione di bilancio, ci accorgeremo degli effetti enormi del fiscal compact e del six pack; allora avremo bisogno di uno strumento di analisi economica che abbia già compiuto i suoi primi passi per poter svolgere bene il nostro mestiere e il nostro lavoro, che è quello di tutelare gli interessi nazionali in un dialogo positivo e consapevole con le istituzioni europee e con l'Esecutivo.
Da questo punto di vista, signor Presidente, costituire immediatamente le basi per l'Ufficio del bilancio del Parlamento italiano secondo il modello del CBO americano è vitale per il futuro dell'Italia: non è l'impuntatura di qualcuno che si occupa di questi argomenti. Vorrei veramente riuscire a convincere che o compiamo immediatamente i passi necessari su questo versante o tra qualche mese ci troveremo in una situazione di paralisi e di impotenza. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Fantetti, Lusi, Mascitelli e Molinari).
PRESIDENTE. Senatore Morando, la ringrazio per la indiscussa e consolidata capacità dialettica e tecnica, per la quale il Presidente del Senato è onorato di ascoltarla.
È iscritto a parlare il senatore Pastore. Ne ha facoltà.
PASTORE (PdL). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, è difficile appassionarsi a questa materia così come ha fatto il collega Morando un minuto fa. È una materia apparentemente arida, però contiene in sé una serie di implicazioni che, alla fine, ricadono necessariamente sulla testa dei cittadini e hanno conseguenze durevoli, spesso esaltanti, altre volte negative, sul sistema Paese e, in questo caso, anche sul sistema Europa.
Nei mesi che sono trascorsi dall'approvazione in quest'Aula del disegno di legge costituzionale (sostanzialmente in via definitiva, anche se necessitava della seconda lettura di Camera e Senato) speravo che avrei potuto maturare una maggiore convinzione circa la bontà del testo, pur avendo manifestato, chiaramente, il favore per la modifica dell'articolo 81 e per il testo nel suo complesso con l'adesione e il voto favorevole.
Mi chiedevo se in questi mesi vi sarebbe stato nel dibattito che ne è seguito, sia alla Camera, prima, sia ora in quest'Aula, uno spunto o qualche argomentazione per eliminare o ridimensionare i dubbi e le perplessità che non solo io, ma anche tanti colleghi ebbero modo di manifestare ed esprimere in occasione della prima lettura del testo da parte di quest'Aula. Purtroppo devo dire che le perplessità sono rimaste e, anzi, dall'intervento del collega Morando, qualche perplessità non dico che sia aumentata, ma si è consolidata.
Le obiezioni che si fecero allora furono sostanzialmente di due tipi: un'obiezione di merito e di carattere contenutistico e una di metodo, sul processo che portava alla formulazione di quel testo.
Sul primo punto si contestò l'ipocrisia di formulare l'espressione «pareggio di bilancio» invece di quella più corretta di «pareggio strutturale» o di «equilibrio di bilancio», che avrebbe meglio rappresentato la dinamicità delle possibilità politico-istituzionali nella formazione del bilancio in relazione al ciclo economico o alle vicende straordinarie che si potevano verificare durante la vita di una Nazione o di una collettività, in genere. Già questo elemento costituiva un limite, dal momento che ha generato la falsa rappresentazione che si tratti di una norma che impone necessariamente il pareggio numerico di bilancio: così non è.
Ma da questa constatazione - che naturalmente ha risvolti positivi se la vediamo nel quadro europeo, ma negativi se la vediamo nel quadro nazionale - è nata un'altra osservazione: il testo, nei suoi articoli fondamentali, (l'1 e il 5, se non ricordo male) - non cita mai l'Unione europea. Di normativa comunitaria o europea di vincoli europei o di organi europei non si parla affatto.
Agganciandomi, quindi, a quanto sostenuto in maniera condivisibile dal collega Morando, mi chiedo cosa accadrebbe se il nuovo articolo 81 fosse svincolato dal contesto europeo, messo solo nelle mani del Governo del nostro Paese. Cosa accadrebbe di fronte al nuovo articolo 81, che sicuramente concede più chance rispetto a quanto almeno appariva dal vecchio testo di tale articolo, che pure ha consentito quelle larghezze che hanno portato l'Italia a formare questo debito pubblico gigantesco, forse uno dei più giganteschi dell'intero pianeta?
È questa quindi una domanda che dobbiamo porci: sembra quasi che chi ha steso il testo del nuovo articolo 81 e dell'intera legge si sia preoccupato di tenere fuori dalla porta, salvo che in qualche inciso secondario, l'Unione europea, che è invece il punto di riferimento, di cui dobbiamo sempre tenere conto. Altrimenti, non potremmo capire certi ragionamenti fatti, o accedervi nella maniera più equilibrata e di maggior buon senso.
Proprio per seguire la linea appena esposta dal collega, credo che il ragionamento della politica anticiclica non faccia una piega. Però occorre prenderlo nella sua integrità, nel momento in cui si sta cercando di riportare l'economia a un livello di sviluppo che purtroppo vediamo molto lontano.
Se così è, oggi facciamo una politica di valenza esattamente opposta e contraria a quella anticiclica, perché in un momento di depressione operiamo solo con l'aumento delle imposte, non potendolo fare con un l'aumento del deficit (ma lo potremmo fare con una riduzione delle spese pubbliche): esattamente il contrario di quello che si deve fare in una sana politica anticiclica. E di imposte ne abbiamo già messe moltissime sulle spalle dei cittadini e delle imprese. Oggi, con il disegno di legge sul lavoro carichiamo ancora di più il sistema Paese di nuovi balzelli e di nuovi tributi, quando la nostra società e il nostro sistema economico sono ormai al collasso.
Allora dobbiamo chiederci se non dobbiamo incominciare da subito, a onorare, per quanto possibile con i nostri mezzi, il principio espresso dal nuovo articolo 81.
Ma la criticità del nuovo testo della Costituzione nasceva anche dal fatto che vi sono considerazioni di carattere secondario che avremmo potuto correggere se si fosse applicato un metodo, diciamo, più parlamentare di quanto sia stato.
Ho ricordato nel precedente intervento che il testo che la Camera ci consegnò per l'approvazione conforme del Senato non nacque in Commissione ma da un passaggio tra la Commissione e l'Assemblea. Quindi, non ebbe nemmeno quella gestazione della Commissione che oggi è assurta a Camera principale di dibattito, di dialogo e di approfondimento politico e tecnico. La Camera lo approvò in quel testo, con un emendamento del relatore. Dopodiché il testo che arrivò al Senato fu approvato a tamburo battente, senza possibilità di modifiche, e adesso naturalmente il testo riapprovato dalla Camera viene consegnato a quest'Aula. Sarebbe stata un'occasione, magari perdendo una quindicina di giorni o un mese di tempo, per arrivare a una formulazione più consapevole e più corretta, perché quando si interviene su queste tematiche, anche la virgola, soprattutto in materia costituzionale, ha il suo peso, nel momento in cui si tratta poi di leggere, interpretare e applicare la normativa stessa.
Mi auguro naturalmente che anche il contenuto di questi dibattiti, la relazione, le repliche e gli interventi del Governo alla Camera e al Senato, possano indurre ad una corretta applicazione del nuovo articolo 81, ma certamente, pur dichiarando assoluta adesione al testo, ritengo questa un'occasione persa perché il Parlamento riprendesse un po' le fila della sua autorevolezza e della sua dignità di Camera legislativa.(Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Morando).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Colleghi, il seguito della discussione sarà stabilito dalla prossima Conferenza dei Capigruppo, che, come saprete, è già stata convocata per le ore 16 di oggi. Comunque le intenzioni sono quelle di procedere alle dichiarazioni di voto e al voto finale nella prossima settimana. Così era già stato delibato, non deliberato, dalla precedente Conferenza dei Capigruppo.
Seguito della discussione delle mozioni nn. 519, 528, 541, 544 e 549 sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni (ore 12,42)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni 1-00519, presentata dal senatore Gasparri e da altri senatori, 1-00528, presentata dalla senatrice Bugnano e da altri senatori, 1-00541, presentata dal senatore Menardi e da altri senatori, 1-00544, presentata dal senatore Tedesco e da altri senatori, e 1-00549, presentata dal senatore Ranucci e da altri senatori, sui ritardi nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni.
Ricordo che nella seduta pomeridiana dell'8 febbraio, dopo l'illustrazione delle mozioni e degli ordini del giorno, su richiesta del rappresentante del Governo, è stata rinviata la discussione.
Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.
GIARETTA (PD). Signor Presidente, signor Sottosegretario, le mozioni che sono state presentate, anche quella presentata dal Partito Democratico, danno conto degli orientamenti che vorremmo qui esprimere al Governo su un tema che ha assunto un peso considerevole e che non può essere ignorato anche per la drammaticità di alcuni episodi, in cui imprenditori si sono tolti la vita proprio in ragione di ritardi di pagamento, e quasi sempre di ritardi di pagamento da parte della pubblica amministrazione: quindi, crisi aziendali non derivanti (o, per lo meno, non derivanti prevalentemente) da errori nella conduzione dell'azienda e da difficoltà specifiche, ma da una generale situazione di prestazioni fornite alla pubblica amministrazione rispetto alle quali non c'è stato un corrispettivo.
Questo è uno dei tanti elementi di distorsione che caratterizzano il sistema Italia: ritardati pagamenti significa naturalmente accrescere in modo esponenziale oneri finanziari a carico delle imprese. Sappiamo che, in modo particolare nel settore della sanità, da parte della pubblica amministrazione ci sono ritardi di pagamenti che arrivano fino a 600 giorni: è un termine che naturalmente non ha alcun paragone a livello europeo. A volte i giornali fanno inchieste anche sul perché di costi così differenziati nel nostro sistema sanitario: certo, spesso ci sono cattiva gestione e procedure di selezione di fornitori inadeguate, ma in qualche occasione rileva anche questa enorme differenza (per un'impresa essere pagata a 60 o a 600 giorni non è esattamente la stessa cosa). Naturalmente questi ritardi nei pagamenti portano ad una distorsione nelle procedure di selezione dei fornitori, che devono incorporare nel costo del servizio o del prodotto l'atteso presunto onere finanziario. Questi sono tutti elementi che non solo gravano le spalle del sistema produttivo di oneri impropri, ma creano una distorsione interna tra grandi aziende in grado di avere una maggiore robustezza finanziaria e piccole aziende che non ce l'hanno, tra grandi aziende che naturalmente nel settore privato impongono condizioni vessatorie ai loro fornitori, a imprese di minori dimensioni, anche se per il settore privato delle normative sono state introdotte.
Sappiamo che le stime di questa cifra, sostanzialmente di questo debito sommerso, sono veramente cospicue: quelle più prudenti parlano di 70 miliardi di euro, quindi una somma veramente rilevante. Sappiamo anche quali sono i motivi che rendono difficile tale situazione, su cui in modo particolare il Partito Democratico si è misurato con diverse proposte formulate nel corso di tutti i provvedimenti economici di questa legislatura. La difficoltà sostanziale sta nel far emergere questo debito, che è sostanzialmente sommerso e la cui emersione anche solo dal punto vista di una certificazione comporterebbe un immediato aggravio della cifra corrispondente sul conteggio del nostro debito pubblico.
Le difficoltà sono dunque comprensibili, però il tema richiede di essere in ogni caso affrontato, e nella nostra mozione diamo alcune indicazioni. Ricordo naturalmente che il Governo si è attivato positivamente: nel decreto liberalizzazioni c'è stato un primo stanziamento di 5,7 miliardi di euro, prevedendo in parte un pagamento attraverso titoli di Stato. È una cifra certamente insufficiente, ma significativa. Giustamente è stata collocata nel decreto liberalizzazioni perché, come dicevo prima, certamente questo debito sommerso e il ritardo della pubblica amministrazione sono elementi di forte distorsione nel mercato delle forniture.
Con il decreto fiscale è stato anche previsto che una parte di questa somma sia al servizio specifico dei debiti delle amministrazioni locali. Anche questo è un passo in avanti importante, ma sotto questo profilo è essenziale che il Governo prenda in carico anche un esame della situazione del Patto di stabilità, specialmente per i pagamenti dei lavori pubblici, cioè di investimenti che gli enti locali sarebbero in grado di fare, o hanno già fatto, e che, pur avendo disponibilità finanziarie, non possono realizzare appunto per i vincoli così rigidi del Patto di stabilità.
Sempre nell'ultimo provvedimento fiscale che abbiamo approvato è stata inserita una norma su proposta dei relatori che, prevedendo una dichiarazione pro solvendo, dovrebbe consentire un rapporto con le banche tale da riaprire almeno in parte, anche se con oneri a carico delle imprese, il circuito positivo di un'anticipazione che viene data alle aziende a fronte di debiti della pubblica amministrazione. Probabilmente bisognerebbe anche immaginare uno strumento specifico, una sorta di fondo straordinario di intervento simile a quelli che ci sono per le imprese con i fondi antiusura. Si tratta di situazioni drammatiche di singole imprese; ricordo sempre questi eventi drammatici dei suicidi, che spesso hanno dimensioni modeste dal punto di vista della finanza pubblica, ma che sono tali da distruggere un progetto di impresa. In collaborazione con le Regioni e con i consorzi fidi si potrebbe forse mettere a punto degli strumenti adeguati di intervento in queste particolarissime situazioni.
Dunque, qualcosa è stato fatto, ma molto resta da fare. L'indirizzo che cerchiamo di esprimere al Governo con la nostra mozione è di continuare sulla strada di trasformare le intenzioni in provvedimenti concreti che consentano al sistema delle nostre imprese il respiro necessario per affrontare una crisi congiunturale così difficile.(Applausi dal Gruppo PD e del senatore Molinari).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bonfrisco. Ne ha facoltà.
BONFRISCO (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi, sebbene nel nostro Paese il problema dei ritardi nei pagamenti, in particolare da parte delle pubbliche amministrazioni, sia ormai storico e consolidato da decenni, esso sembra destinato a pesare come un macigno nel nostro sistema economico-produttivo e, ancor più, sulla vita delle persone. Il tema dei suicidi che si susseguono con numeri sempre più preoccupanti, tali da destare un vero allarme sociale, non può trovarci indifferenti. Allo stesso modo, non può trovarci indifferente il tema del credit crunch, cioè la restrizione del credito, che spesso si somma alle difficoltà della crisi ed alla debolezza patrimoniale delle imprese e che, in un contesto come questo, fa da detonatore a situazioni non più recuperabili.
Ripercorro molto rapidamente i punti salienti evidenziati in questo dibattito ed all'interno delle mozioni. Desidero semplicemente sottolineare che i ritardi nei pagamenti nel 2008 registravano una media di 27 giorni; l'anno scorso sono pressoché raddoppiati, arrivando a 53 giorni; i tempi effettivi dei pagamenti, soprattutto riferiti alla pubblica amministrazione, oltre che al normale libero mercato, arrivano ormai ad una media di 180 giorni (103 giorni se il committente è un'azienda privata).
Tra il 2008 ed il 2011 il numero complessivo di fallimenti che possiamo ascrivere a questo tema ammonta a circa 40.000: ben oltre 30.000 aziende, alla data di oggi (ai primi mesi dell'anno 2012), hanno portato i loro libri in tribunale a causa dell'insolvenza di chi avrebbe dovuto pagare in tempi normali e delle difficoltà della crisi.
Il costo, quindi a valere sulle piccole e medie imprese, di questo fenomeno ammonta complessivamente a circa 10 miliardi di euro. Vi sono, però, alcune situazioni particolari, perché la struttura economica del nostro Paese è a macchia di leopardo, così come anche questo tema si sviluppa a macchia di leopardo, a seconda delle realtà territoriali. Persino il modello organizzativo e funzionale del sistema economico del Nord-Est risente pesantemente della situazione, al punto che aumenta, soprattutto in Veneto, il numero dei suicidi, come fenomeno dirompente di una situazione che evidentemente non si era abituati ad affrontare.
Le gravi conseguenze di tale fenomeno sono legate alla riduzione della competitività: poiché invece lo sforzo dei Governi e del sistema economico è proprio volto a recuperare competitività, evidentemente dobbiamo avviare una riflessione aggiuntiva a quelle fatte finora, proprio in tale prospettiva.
Tutte le mozioni oggi in esame sono percorse da questa preoccupazione. La situazione diventerà insostenibile, soprattutto se continueremo a rinviare il problema senza affrontarlo per ciò che rappresenta. Rischiamo di mettere in pericolo la sopravvivenza anche della parte sana del tessuto produttivo, composto da imprese che oggi sono intente a ristrutturarsi, a rifinanziare il loro patrimonio, a ricostituire le scorte e ad affrontare nel modo più giusto e tecnicamente adeguato una crisi che sta mettendo in discussione i paradigmi del nostro modello di sviluppo economico. Pertanto, il ricorso all'indebitamento e l'eccessiva finanziarizzazione del nostro sistema delle imprese registrano una battuta d'arresto a causa del credit crunch, ma io credo più profondamente a causa di un ripensamento del modello economico che la crisi porta con sé.
Questa non è solo una crisi, ma forse la rappresentazione del fatto che è giunto il momento di rivedere alcuni modelli organizzativi ed economici che finora hanno costituito per noi delle certezze. Forse dovremmo uscire da una fase di eccessiva finanziarizzazione per ritornare ad un modello di economia reale più sano, più ancorato alla realtà e più adeguato al tempo che si vive che, seppure, dal mio punto di vista, veda un capitalismo che ha certamente molti secoli davanti a sé, dovrà essere rivisto, a cominciare da oggi, quanto alla centralità dello sviluppo economico, e ripensato.
Affrontare in termini costruttivi e risolutivi questo problema - un gigantesco problema che vale nel nostro Paese circa 70 miliardi di euro - non è certo facile. La compensazione volontaria tra debiti tributari e crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione è, secondo noi, uno dei capisaldi da affrontare.
Vorrei riportare all'Assemblea le parole assai incisive del commissario europeo per lo sviluppo industriale Antonio Tajani, che ieri scriveva: «qualsiasi politica seria per uscire dalla crisi e rilanciare la competitività delle nostre imprese deve partire, prima di tutto, proprio dall'eliminazione di questi ritardi». Ed ancora: «Non vedo differenze tra l'obbligo, non solo giuridico ma anche morale, di pagare le tasse e quello della pubblica amministrazione di onorare puntualmente i propri debiti».
Partendo da questo assunto, vorrei richiamare l'attenzione del Presidente del Senato e della nostra Aula sul fatto che, sul piano applicativo, il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, con cui si cominciò ad affrontare questo tema ancora non riesce a trovare operatività, e sulla mancanza di appositi decreti ministeriali che ancora vanifica lo sforzo fatto da questo Parlamento.
L'impatto finanziario negativo segnalato all'epoca dall'amministrazione finanziaria, al pari delle forme di certificazione proposte sulle manovre finanziarie o del decreto sui meccanismi sanzionatori in attuazione del federalismo fiscale vanno risolti e chiariti rapidamente.
Secondo noi, lo spartiacque potrebbe essere rappresentato dal recente decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, sulla concorrenza e la competitività, quello che stanzia circa 6 miliardi. Una somma che questo Governo ha voluto cominciare a mettere a disposizione per risolvere il problema e provvedere all'estinzione dei crediti commerciali nei confronti dei Ministeri e di quelli fuori bilancio che, se si riuscisse a non tener conto solo di una logica centralista, può essere un utile strumento per eliminare ostacoli e contraddizioni palesi ancora presenti. Una su tutte: gli accertamenti per l'IVA, che lo Stato svolge dimenticandosi dei suoi debiti.
Noi non possiamo però pensare solo alle grandi imprese creditrici dei Ministeri. Dobbiamo saper tutelare la sopravvivenza delle imprese più piccole che si interfacciano con gli enti locali, poiché loro - lo sappiamo tutti - sono l'ossatura del nostro tessuto economico e sociale. Questa è quella parte di federalismo che vorremmo vedere applicata quanto prima e che difendiamo a tutti i costi.
Ma le soluzioni possono essere ricercate anche al di fuori del recinto assegnato dalla normativa vigente. Molti sforzi sono stati compiuti insieme ad altri colleghi; ne ricordo uno fra tutti: il collega Rossi. Siamo convinti che sia utile avvalersi dell'attività della Cassa depositi e prestiti per lo smaltimento del debito arretrato con le opportune garanzie a tutela del risparmio postale, evidentemente, perché noi continuiamo a credere che la leva del patrimonio immobiliare di Regioni, enti locali ed enti del Servizio sanitario possa supportare l'estinzione, in tutto o in parte, delle posizioni debitorie con la Cassa stessa. Questo ridarebbe ossigeno agli enti sul territorio e consentirebbe loro di onorare i debiti con le imprese.
Auspico quindi che, nell'attuazione degli indirizzi indicati in queste mozioni, il Governo voglia tenere in conto e presentare queste «istruzioni per l'uso» che il Parlamento ha da tempo elaborato, e sulle quali auspichiamo di trovarlo impegnato, insieme con il Parlamento, per dare finalmente soluzione a questo tragico problema. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione delle mozioni in titolo ad altra seduta.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16,30, con lo stesso ordine del giorno.
La seduta è tolta (ore 13).
Allegato B
Congedi e missioni
Sono in congedo i senatori: Aderenti, Amato, Baldini, Battaglia, Bosone, Butti, Carrara, Chiti (dalle ore 12.15), Ciampi, Ciarrapico, Colombo, Cursi, D'Ali', D'Ambrosio Lettieri, Dell'Utri, Filippi Alberto, Fluttero, Galperti, Marinaro, Oliva, Paravia, Pera, Sanciu, Sarro, Scarabosio, Serafini Anna Maria e Serafini Giancarlo.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Dini, per attività della 3a Commissione permanente; Cabras, De Gregorio, Gamba e Lannutti, per attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Contini, per attività dell'Unione interparlamentare.
Disegni di legge, annunzio di presentazione
Ministro lavoro
(Governo Monti-I)
Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita (3249)
(presentato in data 05/4/2012).
Disegni di legge, assegnazione
In sede referente
11ª Commissione permanente Lavoro, previdenza sociale
Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita (3249)
previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 2° (Giustizia), 5° (Bilancio), 6° (Finanze e tesoro), 7° (Istruzione pubblica, beni culturali), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni), 9° (Agricoltura e produzione agroalimentare), 10° (Industria, commercio, turismo), 14° (Politiche dell'Unione europea), Commissione parlamentare questioni regionali
(assegnato in data 05/04/2012).
Disegni di legge, nuova assegnazione
11ª Commissione permanente Lavoro, previdenza sociale
in sede deliberante
sen. Lannutti Elio ed altri
Norme per promuovere l'equità retributiva e la regolarizzazione contrattuale nel lavoro giornalistico (2429)
previ pareri delle Commissioni 1° (Affari Costituzionali), 5° (Bilancio), 8° (Lavori pubblici, comunicazioni)
Già assegnato, in sede referente, alla 1ª Commissione permanente(Aff. cost.)
(assegnato in data 04/04/2012).
Governo, trasmissione di atti per il parere
Il Ministro per i beni e le attività culturali, con lettera in data 30 marzo 2012, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi dell'articolo 1 della legge 17 ottobre 1996, n. 534 - lo schema di decreto ministeriale recante la tabella delle istituzioni culturali da ammettere al contributo ordinario annuale dello Stato per il triennio 2012-2014 (n. 459).
Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 7ª Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il 1° maggio 2012.
Governo, trasmissione di atti
Il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, con lettera in data 28 marzo 2012, ha trasmesso - ai sensi dell'articolo 11, comma 5, del decreto legislativo 31 dicembre 2009, n. 213 - la comunicazione concernente la nomina del professor Stefano Gresta a Presidente dell'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanonogia (n. 115).
Tale comunicazione è stata trasmessa, per competenza, alla 7a Commissione permanente.
Il ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con lettera in data 23 marzo 2012, ha trasmesso - ai sensi dell'articolo 9 della legge 24 gennaio 1978, n. 14 - la comunicazione concernente la nomina dell'avvocato Stefano Sabino Francesco Pecorella a Presidente dell'Ente Parco Nazionale del Gargano (n. 116)
Tale comunicazione è stata trasmessa, per competenza, alla 13a Commissione permanente.
Interpellanze, apposizione di nuove firme
Il senatore Marcucci aggiunge la propria firma all'interpellanza 2-00454 dei senatori Perduca ed altri.
Mozioni
SCARPA BONAZZA BUORA, SANCIU, PICCIONI, BOSCETTO, COMPAGNA, DI STEFANO, NESPOLI, SANTINI, ZANOLETTI - Il Senato,
premesso che:
il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che riguarda la decisione del Consiglio relativa alla conclusione dell'accordo tra l'Unione europea e il regno del Marocco, che pertanto entrerà in vigore;
tale accordo prevede misure di liberalizzazione per i prodotti agricoli, i prodotti agricoli trasformati, il pesce e i prodotti della pesca;
l'accordo è stato giustificato, in particolare, dal mutamento del quadro politico nel Mediterraneo meridionale che avrebbe richiesto una reazione da parte dell'Unione europea;
appare riduttivo focalizzare tale reazione nella conclusione di accordi commerciali di liberalizzazione degli scambi che, se da un lato penalizzano gravemente le più importanti produzioni ortofrutticole dei Paesi europei, dall'altro difficilmente avranno l'immediato effetto di alleviare la povertà e la disoccupazione diffuse che sono alla radice dei problemi di ordine sociale, economico, migratorio e di sicurezza della regione;
in un contesto già particolarmente difficile dal punto di vista economico e sociale per il settore agricolo europeo e italiano, un accordo di liberalizzazione come quello sottoscritto avrà un impatto catastrofico sugli agricoltori italiani, in particolare nel sensibile settore dell'ortofrutta, con ripercussioni drammatiche sull'occupazione;
la proposta di accordo prevede la liberalizzazione con effetto immediato del 55 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca del Marocco, contro l'attuale 33 per cento, e la liberalizzazione entro 10 anni del 70 per cento dei dazi doganali sui prodotti agricoli e della pesca dell'UE, contro l'attuale 1 per cento;
il Marocco ha creato 1.200 ettari di nuovi impianti per la produzione di agrumi che, secondo il Ministero marocchino dell'agricoltura, contribuiranno ad un aumento della produzione del 6 per cento rispetto alla stagione precedente, per un totale di 1,86 milioni di tonnellate, con conseguente aumento dell'8 per cento delle esportazioni;
non corrisponde a realtà la valutazione dell'UE secondo cui le produzioni di questo Paese si porranno in contro-stagione rispetto alle produzioni comunitarie, soprattutto di prodotti orto-floro-frutticoli, e completeranno la produzione comunitaria, poiché invece esse si sovrappongono con le produzioni delle regioni europee più meridionali, determinando un danno ai produttori comunitari;
un esempio di impatto economico negativo di questa decisione sui produttori italiani è relativo al pomodoro da mensa, per cui il calendario di commercializzazione marocchino coincide con quello dei produttori italiani, con un'ulteriore perdita di competitività del prodotto nazionale sui mercati nordeuropei (Germania, Austria e Regno Unito);
queste produzioni sono spesso l'unica fonte di reddito ed occupazione nelle regioni del sud dell'Italia, in cui non sono possibili alternative colturali;
esse rappresentano peraltro uno dei prodotti di punta delle esportazioni, essendo apprezzate per requisiti qualitativi e organolettici, per cui l'accordo avrà effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti, proprio quando sarebbe necessario affiancare, ai sacrifici economici imposti dalla crisi finanziaria, provvedimenti per la crescita del PIL;
i prodotti ortofrutticoli italiani sono anche apprezzati per l'alto livello di sicurezza raggiunto, evidenziando l'assenza di residui di fitofarmaci nei costanti controlli cui sono sottoposti;
è noto che in Marocco è consentito l'uso di un lungo elenco di prodotti antiparassitari che non possono essere impiegati in Europa, quale ad esempio il bromuro di metile, dannoso all'ambiente, che in Europa è vietato, per cui gli agricoltori devono reperire prodotti molto più costosi e meno efficaci, con evidente perdita di competitività;
l'effetto peggiorativo dell'accordo non è solo di carattere economico, ma incide fortemente sulla sicurezza alimentare che costituisce un'esigenza fortemente avvertita dai cittadini;
tutti i prodotti agricoli importati dai Paesi terzi nell'Unione europea devono conformarsi alle norme dell'Unione in materia di misure sanitarie e fitosanitarie;
gli effetti negativi colpiscono le produzioni meridionali di agrumi e orticole ma altresì quelle importanti di regioni del centro-nord, pomodori, zucchine, cetrioli, fragole e aglio, in cui l'Italia può vantare anche riconoscimenti di indicazioni geografiche protette;
l'impatto dell'imprevedibile aumento di prodotti di scarsa qualità e privi di adeguate garanzie si riverbera su tutta la filiera, in particolare quindi anche sui prodotti trasformati, senza possibilità per il consumatore di effettuare scelte consapevoli, dato che non esiste obbligo di indicazione dell'origine dei prodotti agricoli freschi utilizzati;
le produzioni svantaggiate dall'accordo sono parte integrante delle tradizioni alimentari e del paesaggio agrario, trattandosi anche di impianti arborei quali agrumi e alberi da frutto, per cui un loro progressivo abbandono comporta effetti negativi anche ai fini della sicurezza del territorio e dei suoli;
il monitoraggio dei prodotti sensibili e la rigorosa applicazione dei contingenti sono condizioni indispensabili per il funzionamento equilibrato dell'accordo;
è nota la scarsa capacità del sistema comunitario e nazionale di monitorare e far rispettare i calendari e i contingenti tariffari fissati in questi accordi, che, come denunciato più volte nel corso degli ultimi anni, vengono troppo spesso ignorati dagli operatori dei Paesi interessati;
particolarmente sensibile è anche l'aspetto del costo del lavoro, che svantaggia le produzioni europee e italiane, accentua le gravi problematiche a livello di competitività causate dal differenziale di costo della manodopera tra l'Unione europea e il Marocco, con il rischio di perdita di reddito e di posti di lavoro soprattutto nel Mezzogiorno;
la Conferenza Stato-Regioni ha rappresentato la necessità che l'Unione europea, nel riconoscere le difficoltà generate dagli accordi bilaterali, preveda misure che ne mitighino gli impatti negativi e quindi, l'urgenza di riformare il sistema del prezzo di entrata, poiché si manifestano rischi di frode in tale sistema, ed in generale nel mercato agricolo, come evidenziato anche dall'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF);
alcuni operatori europei hanno presentato denuncia all'OLAF e alla commissione per le petizioni del Parlamento europeo, la quale ha invitato la Commissione a modificare il regime dei prezzi d'entrata in modo da porre fine alle frodi,
impegna il Governo:
1) a rafforzare il sistema di controllo doganale, anche incrementando il numero delle operazioni, al fine di evitare l'elusione delle disposizioni vigenti, soprattutto relative alla sicurezza dei prodotti;
2) ad adottare i decreti attuativi della legge n. 4 del 2011, sull'etichettatura e la qualità dei prodotti alimentari, con particolare riferimento ai prodotti trasformati a base di ortofrutticoli, al fine di informare esaurientemente il consumatore sull'origine della materia prima utilizzata e consentire scelte di acquisto consapevoli;
3) a richiedere l'attuazione di tutte le misure di salvaguardia non tariffarie addizionali incluse nell'accordo, con particolare riferimento alle norme sulle indicazioni geografiche europee;
4) ad attivarsi a livello europeo per richiedere la modifica del regolamento di attuazione dell'organizzazione comune di mercato per introdurre misure di controllo più efficaci;
5) ad effettuare valutazioni di impatto sulle produzioni italiane maggiormente svantaggiate dall'accordo e sui redditi delle imprese agricole, al fine di presentarle alla Commissione e al Parlamento europeo;
6) a vigilare e chiedere garanzie affinché l'aumento dei contingenti tariffari previsto dall'accordo sia adeguatamente regolamentato dall'UE e non ci sia errata interpretazione di attuazione del meccanismo dei prezzi di entrata;
7) a richiedere l'applicazione del meccanismo di composizione delle controversie, che consente a ciascuna delle parti di ottenere un risarcimento se l'altra non rispetta i termini dell'accordo, tenendo in maggiore considerazione le liste di prodotti sensibili da escludere dagli accordi;
8) a far applicare strumenti e meccanismi istituzionali specifici che l'accordo prevede, quali la cooperazione finalizzata ad evitare perturbazioni dei mercati, i gruppi di esperti con i Paesi terzi, compreso il Marocco, il sottocomitato per gli scambi agricoli nel quadro della gestione degli accordi di associazione, gli scambi di informazioni sulle politiche e la produzione nonché la clausola di salvaguardia ai sensi dell'articolo 7 del protocollo;
9) a richiedere la realizzazione di un monitoraggio continuo, anche attraverso meccanismi specifici, per lo scambio di dati e di informazioni sulle produzioni e sugli scambi commerciali al fine di evitare perturbazioni dei mercati;
10) ad attivarsi affinché la Commissione promuova l'equivalenza delle misure e dei controlli tra il Marocco e l'Unione europea per quanto concerne le norme ambientali e in materia di sicurezza alimentare, in modo da garantire una concorrenza equa tra i due mercati.
(1-00610)
Interrogazioni
MASCITELLI - Ai Ministri della salute e dell'economia e delle finanze - Premesso che:
con l'adozione del piano di rientro dai disavanzi, al fine del contenimento della spesa per la medicina di base, la Regione Abruzzo fissa dei tetti di spesa e con tali risorse vengono remunerate le prestazioni dei medici di famiglia, di continuità assistenziale (ex guardia medica), del 118 e dei pediatri di libera scelta nel rispetto del trattamento economico fissato, per singola voce, dall'accordo collettivo nazionale e regionale;
il fabbisogno complessivo per tali remunerazioni comporterebbe una spesa media annua di circa 159 milioni di euro, di cui 133 per le voci del contratto nazionale e 26 per le voci del contratto regionale (delibera della Giunta regionale n. 916 del 2006);
l'intesa Stato-Regioni sulla proposta del Ministro della salute di deliberazione CIPE concernente il riparto tra le Regioni delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale attribuisce alla Regione Abruzzo e per la medicina di base: anno 2010, 161.452.900 euro; anno 2011, 161.080.222 euro; anno 2012, 164.142.990 euro;
la spesa a consuntivo è stata (dati ufficiali riportati nel piano operativo 2010): anno 2009, 149.769.000 euro; anno 2010, 152.281.000 euro; e il tendenziale della spesa a consuntivo si attesta, per il 2011 e 2012, sui valori del 2010;
tali somme sono poi ripartite tra le Aziende sanitarie locali (Asl), per categorie di medici a contratto nazionale e regionale, tenendo conto del numero degli assistiti dei medici di assistenza primaria e di pediatria di libera scelta e delle ore lavorate dai medici di continuità assistenziale e dell'emergenza sanitaria territoriale. Tale meccanismo fa sì che una quota maggiore di risorse sia attribuita al contratto nazionale (che poi non viene interamente speso generando risparmi ulteriori) e una quota, insufficiente (circa 20 milioni di euro), vada a finanziare il contratto regionale. A tale riguardo si cita il caso dei medici di assistenza primaria che nel 2010 hanno avuto per il contratto nazionale 26.654.561 euro a fronte di una spesa a consuntivo di 20.951.336 euro;
l'inadeguatezza sistematica delle risorse per il livello regionale ha comportato negli anni un progressivo taglio di servizi (comunque rientranti nei livelli essenziali di assistenza - LEA) erogati dai medici di base e una decurtazione del valore economico degli stessi: si cita l'esempio della Asl di Chieti che, in via unilaterale, ha ridotto di circa il 60 per cento le remunerazioni delle voci del contratto regionale dei medici del 118,
si chiede di sapere:
se i Ministri in indirizzo non intendano accertare, nell'ambito delle loro competenze, se, dalle somme erogate per l'esercizio corrente, siano state detratte quote superiori ai 7 milioni all'anno, destinate al funzionamento della medicina di base che eroga LEA, mentre ulteriori somme, quali differenze tra lo speso e il finanziato, siano state inutilizzate per circa un milione all'anno, sottraendo quindi, complessivamente, circa 8 milioni all'anno dal finanziamento dell'esercizio corrente del Fondo sanitario regionale (FSR) e considerate quote di risparmio finalizzate all'abbattimento del disavanzo generale, mentre nella medicina di base non vi era alcun disavanzo da ripianare, rientrando la spesa abbondantemente entro il finanziamento ex delibera CIPE come recepito dall'intesa Stato-Regioni nelle annualità in vigenza del piano di rientro;
se non considerino necessario fare chiarezza sul mancato rispetto, nei tempi e nei modi, degli impegni assunti dal commissario ad acta attraverso i decreti commissariali, sugli strumenti individuati per la riorganizzazione della medicina di base e la migliore allocazione delle risorse, anche a correzione delle delibere aziendali che hanno perseguito il rispetto dei tetti di spesa con abolizione di servizi (definiti in contrattazione a livello regionale) e riduzione dei trattamenti economici dei medici convenzionati del settore;
se a loro giudizio quanto sopra non determini, per evidente e grave violazione del mandato e delle prerogative del commissario ad acta, causa ostativa al proseguimento dell'attività commissariale e la decisione di rimuovere lo stesso commissario.
(3-02789)
BOLDI - Al Ministro della salute - Premesso che:
l'art. 11 del decreto-legge n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012, reca disposizioni riguardanti il "potenziamento del servizio di distribuzione farmaceutica, accesso alla titolarità delle farmacie, modifica alla disciplina della somministrazione dei farmaci e altre disposizioni in materia sanitaria";
l'Ufficio legislativo del Ministero della salute, interpellato dal Gruppo interregionale in merito a dei chiarimenti circa l'interpretazione del citato art. 11, ha fornito un parere interpretativo di dubbia legittimità;
infatti tale parere contiene evidenti forzature ed incongruenze che non rispettano la volontà parlamentare manifestatasi nell'iter di conversione del decreto-legge e che soprattutto avranno gravi ripercussioni sul servizio farmaceutico nazionale;
occorre necessariamente chiarire che l'Ufficio legislativo di un qualunque Ministero non ha alcuna competenza a fornire pareri circa la corretta interpretazione di un decreto-legge;
considerato che:
secondo l'Ufficio legislativo del Ministero, le modifiche all'art. 2 della legge n. 475 del 1968 introdotte con l'art. 11, comma 1, del decreto-legge in materia di liberalizzazioni, eliminerebbero l'istituto della pianta organica delle farmacie e resterebbe quindi operante il parametro della popolazione ai soli fini di determinazione del numero delle farmacie da aprire in ciascun comune;
secondo questa interpretazione sarebbero le amministrazioni comunali a dover indicare le zone nelle quali aprire le nuove farmacie, senza più la necessità di delimitare il territorio di pertinenza di ciascun esercizio; secondo tale indirizzo quindi la determinazione delle "zone" potrebbe avvenire in forma assolutamente generica e non sarebbe limitata dalla preesistente perimetrazione delle sedi già aperte;
dalla discussione in sede di approvazione della disposizione, la nozione di "sede farmaceutica", invece, viene mantenuta anche con le modifiche dell'art. 11, e vuole intendere proprio l'ambito territoriale all'interno del quale può avvenire il trasferimento della farmacia e in tal senso, naturalmente, prevede che ci sia una precisa e dettagliata individuazione dei relativi confini (infatti il testo così come modificato mantiene un'esplicita continuità terminologica con la precedente formulazione, proprio nel senso della necessità di dover confermare per ciascuna farmacia il perimetro della relativa sede);
non è stato abrogato l'art. 5 della legge n. 362 del 1991, il quale stabilisce che "in sede di revisione della pianta organica delle farmacie" le Regioni debbano provvedere "alla nuova determinazione delle circoscrizioni delle sedi farmaceutiche" esprimendo una necessità oggettiva di equo trattamento dei farmacisti;
sempre in base a questa errata interpretazione, l'Ufficio legislativo ritiene che le disposizioni contenute all'art. 11, comma 17, vadano interpretate nel senso che il limite di età per la direzione delle farmacie sia 65 anni e che tale norma debba trovare applicazione anche nei confronti dei titolari individuali, i quali dunque al superamento del limite di età potrebbero mantenere la titolarità della farmacia ma dovrebbero delegare l'esercizio a un direttore responsabile, pena la chiusura della farmacia;
nel caso di farmacie ubicate in piccoli comuni, in pratica di esercizi a basso reddito, non sarà possibile al farmacista titolare assumere un direttore e questo si tradurrebbe in un grave danno e per i cittadini e per i titolari di farmacie;
una simile interpretazione ignora completamente una specifica osservazione recata nel parere approvato dalla XII Commissione permanente (Affari sociali) della Camera sul richiamato decreto-legge n. 1 del 2012 (Atto Camera 5025), tendente invece ad "evitare che si creino ostacoli al corretto svolgimento del servizio farmaceutico e si dia luogo a controversie e contenziosi" e non tiene conto della lettura data dai Servizi Studi di Camera e Senato sui quali si è basato il voto dei parlamentari;
soprattutto tale interpretazione è manifestamente illegittima, in quanto trascura totalmente il principio di legalità, secondo il quale ogni atto del pubblico potere deve avere il suo fondamento in una norma di legge, ed è lapalissiano che nella disposizione in commento nessun riferimento viene fatto ad un illecito disciplinare e meno che mai all'ipotesi che possa determinare la drastica sanzione della chiusura della farmacia;
nell'ordinamento esistono previsioni legislative che consentirebbero anche al farmacista che abbia superato i 65 anni di mantenere la titolarità dell'esercizio;
l'art. 15-novies del decreto legislativo n. 502 del 1992 stabilisce al comma 1 che il limite massimo di età per il collocamento a riposo dei dirigenti medici e del ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale (SSN) è stabilito al compimento dei 65 anni e comunque il limite massimo di permanenza non può superare il settantesimo anno di età;
il comma 3 dell'articolo stabilisce che "Le disposizioni di cui al precedente comma 1 si applicano anche nei confronti del personale a rapporto convenzionale di cui all'articolo 8. In sede di rinnovo delle relative convenzioni nazionali sono stabiliti tempi e modalità di attuazione" ed è noto che l'art. 8 del decreto legislativo n. 502 del 1992 disciplina i rapporti tra il SSN e le categorie ad esso legate da un rapporto convenzionale, ivi compresi i farmacisti;
stando a quanto sin qui esposto, non si comprende come l'Ufficio legislativo del Ministero della salute abbia potuto completamente trascurare quanto previsto da queste norme, fissando il limite di età a 65 anni, andando decisamente nella direzione opposta all'ormai generale tendenza dell'aumento dell'età pensionabile;
tale interpretazione risulta iniqua e penalizzante per i farmacisti che indubbiamente hanno un ruolo di rilievo nello svolgimento di un servizio di pubblica utilità,
si chiede di sapere quali iniziative legislative il Ministro in indirizzo intenda intraprendere per chiarire una situazione che reca grave danno al comparto farmaceutico.
(3-02790)
RANUCCI, FILIPPI Marco - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:
SDA Express Courier è un corriere espresso specializzato per le consegne in Italia; dal 1998, fa parte del gruppo Poste italiane ed è il partner unico per la gestione logistica, distributiva, l'e-commerce e per la vendita a distanza; ha una forza lavoro di circa 3.000 unità, tra dipendenti e collaboratori, e 4.000 addetti alla distribuzione che collegano l'Italia quotidianamente;
la FILT-CGIL Roma-Lazio ha richiesto e ottenuto, dalla Direzione provinciale del lavoro, una verifica ispettiva, tuttora in corso, presso la SDA Express Courier SpA, per il persistere di gravi mancanze nelle applicazioni delle previsioni contrattuali nei confronti dei lavoratori che vengono utilizzati come addetti alle consegne/ritiri pacchi e plichi; tali lavoratori sono quasi sempre lavoratori in appalto, formalmente dipendenti o soci di società/cooperative, spesso fittizie, ai quali vengono imposte tariffe assurde ed inspiegabili a causa delle quali gli stessi lavoratori si trovano a loro volta costretti a non poter rispettare le norme di legge che regolano il settore;
il segretario regionale della FILT-CGIL Roma-Lazio ha ricevuto il 30 marzo 2012 dalla Direzione generale per l'attività ispettiva del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, una comunicazione dalla quale si evince che, nella prima parte della verifica ispettiva, su 252 lavoratori intervistati, al momento dell'accesso, 37 risultavano in nero;
il primo firmatario del presente atto di sindacato ispettivo ha già presentato in data 17 novembre 2011 l'interrogazione 4-06282 ancora in corso e quindi in attesa di risposta con il quale si chiedeva ai Ministri competenti quali iniziative intendevano adottare per verificare e porre fine alla deplorevole questione che vedeva negati e calpestati i diritti dei lavoratori coinvolti presso la SDA Express Courier SpA;
nel codice etico di Poste italiane si legge: "Poste Italiane, consapevole che l'etica nei comportamenti costituisce valore e condizione di successo, e che principi quali l'onestà, l'integrità morale, la trasparenza, l'affidabilità e il senso di responsabilità rappresentano la base fondamentale di tutte le attività che caratterizzano la sua mission, definisce (...) le linee guida a cui devono essere improntati i comportamenti nelle relazioni interne" e nei rapporti con l'esterno;
Poste italiane, inoltre, ha adottato il modello organizzativo previsto dal decreto legislativo n. 231 del 2001 che ha introdotto una nuova e aggiuntiva responsabilità degli enti per alcuni reati commessi materialmente da amministratori, rappresentanti o dipendenti nell'interesse o a vantaggio dell'ente medesimo;
considerato che, alla luce di quanto sopra, risulta bizzarro, a giudizio degli interroganti, che il gruppo Poste italiane abbia siglato e dato ampio rilievo pubblicitario all'accordo con l'Istituto nazionale per la previdenza sociale (Inps) relativo all'acquisto ed alla riscossione dei buoni lavoro presso gli uffici postali, da dove si evince, tra l'altro, l'impegno al contrasto del lavoro nero,
si chiede di sapere quali urgenti iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare al fine di fare chiarezza sulla vicenda deplorevole riguardante l'azienda SDA Express Courier SpA che vede la negazione dei diritti basilari dei lavoratori, oltre all'ipotesi di gravi reati tra cui evasione fiscale e contributiva.
(3-02791)
SANNA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:
la legge finanziaria per l'anno 2007 (legge n. 296 del 27 dicembre 2006) attribuisce inequivocabilmente alla Regione le competenze sulla continuità territoriale ed il cabotaggio marittimo tra la Sardegna e le sue isole;
la città di Porto Torres è da anni collegata all'isola dell'Asinara da navi traghetto che rendono il servizio di trasporto pubblico di persone e merci;
tale collegamento è stato sospeso il 31 marzo 2012 in quanto la Regione Sardegna non ha bandito procedure di evidenza pubblica per il servizio di trasporto, né ha prorogato la convenzione scaduta;
con decreto del Presidente della Repubblica 3 ottobre 2002 è stato istituito, a tutela e valorizzazione ambientale dell'isola, l'ente Parco nazionale dell'Asinara, vigilato dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare,
si chiede di sapere:
quali conseguenze sull'attività del Parco, sulle attività economiche che esso ha attivato e sullo sviluppo di iniziative e progetti in corso produrrebbe la persistente sospensione dei collegamenti marittimi tra Porto Torres e l'isola dell'Asinara;
se il Ministro in indirizzo non ritenga di assumere una forte iniziativa di sollecitazione della Regione Sardegna perché assuma i provvedimenti di propria competenza idonei a garantire il ripristino delle corse.
(3-02792)
Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento
STIFFONI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
da quanto si apprende dalle notizie riportate dagli organi di stampa il sindacato dei pensionati, negli ultimi giorni, ha evidenziato la palese ingiustizia che potrebbe scaturire dall'applicazione dell'imposta municipale unica (IMU) introdotta ex art. 13 de3l decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, cosiddetto decreto salva Italia, qualora non venisse specificato che l'aliquota più bassa si applichi all'abitazione principale e alle abitazioni assimilate all'abitazione principale;
il comma 2 dell'art. 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, infatti, definisce abitazione principale l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore dimora abitualmente e risiede anagraficamente;
all'art. 1 del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126, che aveva stabilito, a decorrere dal 2008, l'esclusione dall'ICI dell'unità immobiliare adibita ad abitazione principale del soggetto passivo, era precisato che "per unità immobiliare adibita ad abitazione principale del soggetto passivo si intende quella considerata tale ai sensi del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, nonché quelle ad esse assimilate dal comune con regolamento o delibera comunale vigente alla data di entrata in vigore del presente decreto";
l'art. 8, comma 2, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, stabilisce che per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente, che la possiede a titolo di proprietà, usufrutto o altro diritto reale, ed i suoi familiari dimorano abitualmente e che, a seguito delle modifiche apportate dall'art. 1, comma 173, lettera b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296, si identifica, salvo prova contraria, con quella di residenza anagrafica;
per quanto riguarda, invece, le fattispecie degli immobili assimilati all'abitazione principale, l'art. 1, comma 2, del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, rinviava alle assimilazioni effettuate dai singoli Comuni con regolamento o delibera comunale vigenti alla data di entrata in vigore del decreto stesso;
questa disposizione deve essere letta in combinato disposto con altre norme vigenti in materia, che con essa vanno ad interferire. Il riferimento corre, in primo luogo, all'art. 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che attribuisce ai Comuni la potestà di disciplinare con regolamento le proprie entrate, anche tributarie, negando tale potestà esclusivamente per quanto attiene all'individuazione e alla definizione delle fattispecie imponibili, dei soggetti passivi, dell'aliquota massima dei singoli tributi, e dispone che, per quanto non regolamentato, si applicano le disposizioni di legge vigenti;
la disposizione contenuta nel decreto-legge n. 93 del 2008 si coordinava perfettamente con il disposto dell'art. 52 del decreto legislativo n. 446 del 1997, dove prevedeva, appunto, l'esclusione dall'ICI - oltre che delle unità immobiliari adibite ad abitazione principale secondo la definizione ai sensi del decreto legislativo n. 504 del 1992 - delle unità immobiliari che i Comuni, nell'esercizio della propria potestà regolamentare, abbiano inteso equiparare alle stesse;
l'unico limite, che il legislatore del 2008 poneva ai Comuni per il riconoscimento dell'assimilazione, consisteva nella necessità che la stessa fosse effettuata con regolamento o delibera comunale vigenti alla data di entrata in vigore del decreto-legge n. 93 del 2008;
la disposizione contenuta nell'art. 1, comma 2, del decreto-legge n. 93 del 2008 deve poi coordinarsi anche con le ipotesi di assimilazione espressamente previste da alcune disposizioni di legge già vigenti in materia. Si tratta, innanzi tutto, dell'art. 3, comma 56, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, che permette al Comune di considerare direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata. Si tratta, altresì, dell'art. 59, comma 1, lettera e), del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, che attribuisce ai Comuni la possibilità di considerare abitazioni principali - con conseguente applicazione dell'aliquota ridotta od anche della detrazione per queste previste - quelle concesse in uso gratuito a parenti in linea retta o collaterale, stabilendo il grado di parentela;
tassare l'abitazione principale è profondamente ingiusto perché significa colpire un bene primario incidendo due volte sul frutto del lavoro e del risparmio in netta violazione del principio costituzionale di cui all'art. 53 che sancisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva secondo il criterio della progressività. Ancor più iniquo è non considerare abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda con propria circolare o altro atto specificare in modo incontrovertibile che, nell'applicazione della tassazione IMU, sia considerata abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata.
(3-02788)
LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
la Corte costituzionale, presidente Quaranta, e relatore Criscuolo, con la sentenza n. 78 del 2 aprile 2012, depositata il 5 aprile 2012, ha dichiarato incostituzionale l'art. 2, comma 61, del decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011, con cui il precedente Governo, che vedeva alla guida del dicastero dell'economia e delle finanze l'on. Giulio Tremonti, decideva di cancellare con un "colpo di spugna" gli effetti della sentenza n. 24418, emessa dalle Sezioni unite di Cassazione il 2 dicembre 2010 sull'anatocismo (capitalizzazione trimestrale dell'interesse), che riconosceva al correntista debitore il diritto di recupero, dalla data di inizio del rapporto e sino alla chiusura, di tutti gli indebiti pagamenti ricevuti dalla banca con gli addebiti trimestrali di illecite competenze;
la saga dell'anatocismo - cioè degli interessi sugli interessi calcolati in maniera illegittima sui conti correnti che vanno in rosso - risale ai primi anni '50. Ma fino al 1999, la norma contenuta nell'articolo 1283 del codice civile secondo cui, "in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi", era stata interpretata, dai giudici di legittimità e dalle banche, nel senso di poter attribuire alla locuzione "salvo gli usi contrari" una valenza, per così dire, negoziale. Gli istituti di credito capitalizzavano gli interessi trimestrali facendo leva sulle necessità dei correntisti che avevano accesso ad alcune operazioni bancarie soltanto accettando tale odiosa pratica;
gli usi e gli abusi bancari, praticati per oltre mezzo secolo dagli istituti di credito, subivano l'ennesima sconfitta dalla sentenza n. 21095 emessa dalle Sezioni unite di Cassazione in data 4 novembre 2004. La tentata rivincita dell'Associazione bancaria italiana (Abi) e delle banche, che pretendevano di ribaltare precedenti limpide sentenze di Cassazione sull'anatocismo, ossia quell'illegale pratica vietata dall'art. 1283 del codice civile, ma consentita dagli "usi bancari" applicati per oltre mezzo secolo di capitalizzare gli interessi sui prestiti effettuati dalle banche ogni 3 mesi, annualizzando quelli sui depositi, subiva l'ennesimo duro colpo dopo i ricorsi intentati dall'Adusbef, l'associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari;
nel 1999 la Suprema Corte ha chiarito, con le sentenze n. 2374/99 e n. 3096/99, che gli usi a cui si riferisce la norma sono esclusivamente quelli normativi in senso tecnico. In altre parole, ha sancito la Cassazione, "gli usi contrari, suscettibili di derogare al precetto dell'articolo 1283 codice civile, sono non i meri usi negoziali di cui all'articolo 1340 Codice Civile, ma esclusivamente i veri e propri usi normativi, di cui agli articoli 1 e 8 disp. prel. cc, consistenti nella ripetizione generale, uniforme, costante e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratta di comportamento (non dipendente da un mero arbitro soggettivo) ma giuridicamente obbligatorio, in quanto conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell'ordinamento giuridico" (sentenza 21095/2004);
tali decisioni, scaturite dopo una dura battaglia dell'Adusbef, hanno ritenute nulle le clausole bancarie anatocistiche la cui stipulazione rispondesse a un uso meramente negoziale, dipendente, cioè, dalla volontà della banca. I clienti si erano così abituati all'illegittima capitalizzazione non perché convinti che fosse conforme alle norme in materia, ma perché questa veniva imposta con l'inserimento nei moduli predisposti dagli istituti di credito, 'in conformità con le direttive dell'Abi (associazione di categoria). Per di più la sottoscrizione di tali clausole era un presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari. Anche La Corte costituzionale, su ricorso di Adusbef, con la sentenza n. 425/2000 sul decreto legislativo 4 agosto 1999 (cosiddetto decreto salvabanche), recante "Modifiche al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, recante il testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia", nei giudizi promossi con ordinanze emesse il 21 ottobre 1999 dal Tribunale di Benevento, il 21 ed il 29 ottobre 1999 dal giudice istruttore del Tribunale di Lecce, l'8 novembre 1999 dal Tribunale di Brindisi, il 10 dicembre 1999 dal giudice istruttore del Tribunale di Lecce, il 9 dicembre 1999 dal Tribunale di Brindisi, aveva assestato un definito colpo all'anatocismo sia per l'ingiustificata disparità di trattamento, nei confronti dei clienti delle banche, nella fase anteriore al regime fissato con la delibera del Comitato internazionale per il credito e il risparmio (CICR), tra la posizione debitoria verso la banca - con validità dell'anatocismo trimestrale - e la posizione creditoria - con invalidità di tale anatocismo, sia per l'irragionevole attribuzione di validità a clausole anatocistiche già riconosciute illecite dalla Corte di cassazione, con le sentenze 16 marzo 1999, n. 2374, e 30 marzo 1999, n. 1096;
ma a giudizio dell'interrogante la protervia e lo strapotere delle banche e dell'Abi, aduse a chiedere ed ottenere leggi, sentenze e regolamenti a loro uso e consumo, si manifestava nel dicembre 2010, subito dopo che Adusbef aveva ottenuto, dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 24418 del 2 dicembre del 2010, la condanna le banche a favore dei cittadini. A distanza di poche settimane, il Governo (all'epoca guidato da Silvio Berlusconi) ha rovesciato la pronuncia. Così il sistema bancario italiano non ha dovuto restituire ingenti somme ai clienti (imprese e famiglie) che - classico caso di danno oltre la beffa - si sono visti addebitare in passivo interessi, di fatto, illegittimi;
le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista devono considerarsi nulle anche se contratte prima del noto orientamento giurisprudenziale che, nella primavera del 1999, ne ha negato l'uso. In sostanza, è da attribuire valore retroattivo all'inesistenza dell'uso normativo concernente la capitalizzazione trimestrale degli interessi. È la sintesi della sentenza a Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, che ha bocciato la pretesa delle banche e dell'Abi di ribaltare le precedenti sentenze sull'anatocismo, sentenza che si può così riassumere a titolo di esempio: si devono 1.000 euro alla banca, che applica un 5 per cento di interessi passivi; sul primo trimestre si dovranno quindi alla banca 50 euro di interessi passivi oltre al capitale (1.000). La banca sommava i 50 euro al capitale, così nel secondo trimestre il calcolo degli interessi si effettuava non su 1.000, ma su 1.050 dando luogo a 52,50 euro, che si sommavano al capitale nel terzo trimestre, dando luogo alla somma di 1.000, 50 e 52, pari a 1102 sul quale si calcola ancora il 5 per cento pari a 55,10 che poi si continua a sommare al capitale, 1.102 sommato a 55,10, dà 1157,10 su cui si calcola l'ultimo 5 per cento pari a 57,855. Se la banca calcolasse un "numero" (il computo su cui si calcolano gli interessi attivi dovuti sui conti corrente) pari a 1.000, darebbe, per un anno con il 5 per cento di interessi, 50 euro, ma ne prenderebbe, in caso di interessi passivi, 57,855, quasi 8 euro in più. Questo è l'anatocismo;
considerato che:
il 5 aprile 2012, in un comunicato, Adusbef rivendica la vittoria, tramite il suo Presidente ed il suo Vice presidente avvocato Antonio Tanza (difensore dei correntisti sia dinanzi alla Consulta, che dinanzi alle Sezioni unite di Cassazione); l'Associazione ha combattuto da sola contro tutto il sistema bancario, su una norma inserita nel decreto milleproroghe che violava vari principi costituzionali, tra cui quello di ragionevolezza ed uguaglianza, nonché i principi delle norme della CEDU (Corte europea dei diritti dell'uomo);
sul quotidiano "Il Sole-24 ore" del 5 aprile 2012, è stato pubblicato un articolo dal titolo: "Salva banche illegittimo, la Consulta boccia la prescrizione breve". Francesco Machina Grifeo, nella sezione Guida al Diritto, pubblica un approfondimento sulla sentenza 5 aprile 2012, n. 78, della Corte costituzionale: «Salta la norma "salva banche" contenuta nel Milleproroghe di fine 2010. La Corte costituzionale con una ampia sentenza di 70 pagine redatta dal giudice Criscuolo boccia la lettura retroattiva dell'articolo 2935 del codice civile in base alla quale per le operazioni bancarie di conto corrente la prescrizione decorreva dal giorno dell'annotazione e non da quello di chiusura del conto. L'articolo 2, comma 61, del Dl 225/2010, aggiunto in sede di conversione, dalla legge 10/2011, imponeva, infatti, una simile lettura configurandosi come norma interpretativa con valore retroattivo. E ciò contro non solo una consolidata giurisprudenza di merito ma anche una decisione a Sezioni Unite della Cassazione (24418/2010). Violati dunque il principio di uguaglianza e ragionevolezza, articolo 3 della Costituzione, ma anche il 117 con riferimento alla violazione delle norme internazionali sul divieto di interferenza nel processo. Una sorta di show down fra banche e consumatori quello svoltosi oggi al Palazzo della Consulta dove sono stati riuniti in un unico giudizio i ricorsi promossi dai Tribunali di Brindisi, sezione distaccata di Ostuni, Benevento, Lecce, sezione distaccata di Maglie, Potenza, Catania, Nicosia e Venezia. Sul fronte opposto si era costituita una "folla" di banche: Monte dei Paschi di Siena, quale incorporante Antonveneta, San Paolo Banco di Napoli, Unicredit, quale incorporante della Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia, Banca nazionale del lavoro, Banca Carime e Banco Popolare, quale incorporante della Banca Popolare di Lodi (alcune di esse fuori termine); oltre alla presidenza del Consiglio dei ministri. "Ancora una volta Davide ha battuto il Golia delle banche e la loro arroganza", è stato il commento lapidario di Elio Lannutti, presidente dell'Adusbef. Si riaprono, dunque, i giochi per tutti i correntisti che negli anni '90 ritengono di aver subito un torto per l'addebito di interessi non dovuti. In particolare, tutto origina dall'uso invalso da parte degli istituti di credito della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi che portava al cosiddetto anatocismo: la maturazione cioè di interessi sugli interessi già maturati. La prescrizione del codice. Il codice civile regolamenta all'articolo 2935 stabilendo che essa "comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere". Osserva la Corte che si tratta di una norma di carattere generale, dalla quale si evince che "presupposto della prescrizione è il mancato esercizio del diritto da parte del suo titolare". La giurisprudenza di merito. In questo quadro, nella giurisprudenza di merito, vi era già un orientamento di gran lunga maggioritario secondo cui la prescrizione del diritto alla ripetizione dell'indebito doveva decorrere dalla chiusura definitiva del rapporto, considerata la natura unitaria del contratto di conto corrente bancario, il quale darebbe luogo ad un unico rapporto giuridico, ancorché articolato in una pluralità di atti esecutivi. In questo senso "la serie successiva di versamenti e prelievi, accreditamenti e addebiti, comporterebbe soltanto variazioni quantitative del titolo originario costituito tra banca e cliente". Mentre "soltanto con la chiusura del conto si stabilirebbero in via definitiva i crediti e i debiti delle parti e le somme trattenute indebitamente dall'istituto di credito potrebbero essere oggetto di ripetizione". Le Sezioni unite. A fare definitivamente chiarezza era intervenuta la Cassazione, sentenza 2 dicembre 2010 n. 24418, che aveva affermato il seguente principio di diritto: "Se, dopo la conclusione di un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, il correntista agisce per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione di quanto pagato indebitamente a questo titolo, il termine di prescrizione decennale cui tale azione di ripetizione è soggetta decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati". Rispetto alle pronunzie precedenti, dunque, la sentenza della Cassazione, chiariva anche che la prescrizione decorre dalla data in cui il pagamento indebito è stato eseguito soltanto qualora "si sia in presenza di un atto con efficacia solutoria, cioè per l'appunto di un pagamento, vale a dire di un versamento eseguito su un conto passivo ("scoperto"), cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, oppure di un versamento destinato a coprire un passivo eccedente i limiti dell'accreditamento (cosiddetto extra fido)". L'intervento "salva banche". A fronte dunque di una situazione chiara e definita è intervenuto l'articolo 2, comma 61, del Dl n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011. La norma nel primo periodo dispone che "In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'articolo 2935 Cc si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa". La disposizione si autoqualifica di interpretazione e, dunque, spiega efficacia retroattiva. Per la Consulta, però, così facendo lede, in primo luogo, il canone generale della ragionevolezza delle norme (art. 3 Cost.). Infatti non si versava in quella "situazione di oggettiva incertezza del dato normativo" che legittima la necessità da parte del legislatore di intervenire con una norma interpretativa retroattiva. Il quadro, infatti, come visto, era chiaro. La ripetizione dell'indebito. La Corte costituzionale precisa poi che nel novero dei "diritti nascenti dall'annotazione", devono ritenersi inclusi anche i diritti di ripetere somme non dovute (quali sono quelli derivanti, ad esempio, da interessi anatocistici o comunque non spettanti, da commissioni di massimo scoperto e così via). Ma la ripetizione dell'indebito oggettivo postula un pagamento (art. 2033 cod. civ.) che, avuto riguardo alle modalità di funzionamento del rapporto di conto corrente, spesso si rende configurabile soltanto all'atto della chiusura del conto (Corte di cassazione, sezioni unite, sentenza n. 24418 del 2010, citata). "Ne deriva - continua - che ancorare con norma retroattiva la decorrenza del termine di prescrizione all'annotazione in conto significa individuarla in un momento diverso da quello in cui il diritto può essere fatto valere, secondo la previsione dell'art. 2935 cod. civ". "Pertanto, la norma censurata, lungi dall'esprimere una soluzione ermeneutica rientrante tra i significati ascrivibili al citato art. 2935 cod. civ., ad esso nettamente deroga, innovando rispetto al testo previgente, peraltro senza alcuna ragionevole giustificazione". Il pregiudizio per i correntisti. Anzi, - prosegue la sentenza - l'efficacia retroattiva della deroga rende asimmetrico il rapporto contrattuale di conto corrente perché, retrodatando il decorso del termine di prescrizione, finisce per ridurre irragionevolmente l'arco temporale disponibile per l'esercizio dei diritti nascenti dal rapporto stesso, in particolare pregiudicando la posizione giuridica dei correntisti che, nel contesto giuridico anteriore all'entrata in vigore della norma denunziata, abbiano avviato azioni dirette a ripetere somme ai medesimi illegittimamente addebitate". I vincoli internazionali. Ma vi è anche un altro profilo di illegittimità. Secondo la Corte infatti, le norme della Cedu integrano, quali "norme interposte", il parametro costituzionale espresso dall'articolo 117, primo comma, Cost., nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dagli obblighi internazionali. La violazione del principio di non ingerenza nel processo. E la Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte affermato che se, in linea di principio, "nulla vieta al potere legislativo di regolamentare in materia civile, con nuove disposizioni dalla portata retroattiva, diritti risultanti da leggi in vigore, il principio della preminenza del diritto e il concetto di processo equo sanciti dall'articolo 6 della Convenzione ostano, salvo che per imperative ragioni di interesse generale, all'ingerenza del potere legislativo nell'amministrazione della giustizia, al fine di influenzare l'esito giudiziario di una controversia". Pertanto, è vero che sussiste uno spazio, delimitato, per un intervento del legislatore con efficacia retroattiva, ma soltanto se giustificato da "motivi imperativi d'interesse generale". Che in questo caso non è dato ravvisare. Ne segue che risulta violato anche il parametro costituito dall'articolo 117, primo comma, Costituzione, in relazione all'articolo 6 della Convenzione europea, come interpretato dalla Corte di Strasburgo. E "la declaratoria di illegittimità comprende anche il secondo periodo della norma ("In ogni caso non si fa luogo alla restituzione di importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto"), trattandosi di disposizione strettamente connessa al primo periodo, del quale, dunque, segue la sorte»,
si chiede di sapere:
se le numerose sentenze della Corte costituzionale, che hanno annullato il tempestivo intervento dei Governi ad emanare norme salvabanche, non debbano indurre il Governo a facilitare le richieste di rimborso presentate nei tribunali a favore di piccoli e medi imprenditori "strozzati" ed usurati dal sistema creditizio anche con pratiche illegali denominate anatocismo;
se l'ultima sentenza della Corte costituzionale n. 78 del 5 aprile 2012 - dove si sancisce inconfutabilmente che, nel novero dei «diritti nascenti dall'annotazione», devono ritenersi inclusi anche i diritti di ripetere somme non dovute (quali sono quelli derivanti, ad esempio, da interessi anatocistici o comunque non spettanti, da commissioni di massimo scoperto e così via), poiché la ripetizione dell'indebito oggettivo postula un pagamento (art. 2033 del codice civile) che, avuto riguardo alle modalità di funzionamento del rapporto di conto corrente, spesso si rende configurabile soltanto all'atto della chiusura del conto (Corte di cassazione, Sezioni unite, sentenza n. 24418 del 2010) - non debba indurre il Governo a promuovere l'abrogazione dell'ultimo decreto salvabanche sulle commissioni, che potrebbe essere dichiarato nullo, qualora impugnato alla Consulta;
se al Governo risulti che l'inserimento tempestivo della disposizione nel decreto milleproroghe del 2010 da parte del Ministro dell'economia e delle finanze pro tempore, la cui incostituzionalità era stata immediatamente eccepita dall'Adusbef e dall'avvocato Antonio Tanza, vice-presidente dell'Associazione, disposizione abrogata dalla Consulta con la suddetta sentenza n. 78, è dovuto alle pressioni dell'Abi e delle banche, con ventilate minacce di non acquistare i titoli del debito pubblico da parte del sistema bancario italiano;
se risulti che l'inserimento del "salvabanche" nel milleproroghe del 2010, che ancorava con norma retroattiva la decorrenza del termine di prescrizione all'annotazione in conto, per individuarla in un momento diverso da quello in cui il diritto può essere fatto valere, secondo la previsione dell'art. 2935 del codice civile, con la norma censurata che lungi dall'esprimere una soluzione ermeneutica rientrante tra i significati ascrivibili al citato art. 2935 del codice civile, ad esso nettamente deroga, innovando rispetto al testo previgente, peraltro senza alcuna ragionevole giustificazione, creando un gravissimo pregiudizio per i correntisti, è stato effettuato mediante pratiche "persuasive", benché illegittime, da parte dell'Abi e dei banchieri;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire la certezza del diritto e dell'esecuzione delle sentenze della Cassazione ai consumatori-utenti vessati dalle banche che, in una fase di difficilissima crisi economica come l'attuale, a fronte di una richiesta di rientro del fido con un preavviso di 24 ore o di credito di poche migliaia di euro negato da un sistema bancario che ha ricevuto dalla Banca centrale europea un prestito triennale di 268 miliardi di euro regolato al tasso dell'1 per cento, arrivano anche a gesti estremi, nonché per contribuire ad offrire liquidità alle imprese ed alle famiglie e ad uscire dalla difficile congiuntura economica e dagli effetti recessivi.
(3-02793)
Interrogazioni con richiesta di risposta scritta
BUTTI - Al Ministro della difesa - Premesso che:
l'esigenza di maggior sicurezza è sempre avvertita dai cittadini come prioritaria, soprattutto nelle zone del marianese e del Canturino, in provincia di Como, dove si registra un preoccupante aumento di fenomeni criminosi micro e macro, come le tristemente note rapine in villa;
l'interrogante già nel 2009 ha rappresentato al Ministero le proprie istanze in ordine alla necessità di trasformare la stazione dei Carabinieri di Mariano Comense in tenenza;
il Ministero della difesa ha già manifestato attenzione a questo problema, prevedendo un potenziamento dell'organico presso la stazione di Mariano Comense, per un totale di 25 addetti impiegati;
di fatto però l'organico non risulta al completo in quanto alcuni militari sono stati trasferiti temporaneamente presso altre stazioni di comuni limitrofi;
con il passaggio da stazione a tenenza dei Carabinieri si potrebbe garantire il mantenimento dell'organico (25 addetti), con la possibilità di impiegare altro personale nel ruolo di sottufficiali, carabinieri, mezzi e soprattutto la presenza di un ufficiale in qualità di comandante,
si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno porre in essere tutte le misure di propria competenza per promuovere l'istituzione della tenenza dei Carabinieri a Mariano Comense, territorio che ha come unico presidio di sicurezza la caserma dei Carabinieri, che a tutt'oggi può contare su un organico ridotto, garantendo in tal modo un più efficiente controllo del territorio.
(4-07249)
PORETTI, PERDUCA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:
con un'ordinanza del 21 ottobre 2011, il Tribunale di Napoli ha respinto gli appelli proposti nell'interesse di R.P. madre di un bimbo piccolo attualmente sottoposta alla misura della custodia cautelare in carcere;
le ragioni del rigetto sono riferibili alla nuova legge sulle detenute-madri, che, in mancanza della completa attuazione del piano straordinario penitenziario, non potrà produrre i suoi effetti prima di gennaio 2014;
considerato che R.P. non potrà usufruire di una pena più leggera poiché gli istituti a custodia attenuata (Icam), di cui all'articolo 3 della legge n. 62 del 2011, non sono stati ancora regolamentati, ma risultano avviati soltanto in forma sperimentale nella città di Milano;
rilevato che decisivo per escludere la praticabilità di un'alternativa al carcere nell'ordinanza napoletana non sia stata tanto la gravità del reato contestato, su cui si fonda la custodia cautelare dopo la condanna in appello a 14 anni, ma il fatto che la funzione degli Icam non sia regolamentata da alcuna fonte di rango normativo;
atteso che:
una recente sentenza della Corte di cassazione (depositata il 28 marzo 2012) sulla legge sulle detenute madri ritiene che la previsione di favore dell'art. 275, comma 4, del codice di procedura penale possa prevalere sulla previsione di sfavore del comma 3 dello stesso articolo (secondo cui la custodia cautelare è imposta, salvo prova contraria, quando si procede per determinati reati, come, nel caso di specie, traffico di stupefacenti con l'aggravante mafiosa);
la modifica dell'art. 275, comma 4, del codice di procedura penale introdotta dalla nuova legge n. 62 del 2011 non è ancora applicabile per la mancanza di strutture, e in particolare, circa l'aumento dell'età dei figli che possono restare con i genitori, la Corte critica decisamente la formulazione della norma, aggiungendo che «sarebbe davvero paradossale ed in contrasto con più parametri di costituzionalità, far dipendere l'applicazione di un regime carcerario di indubbio favore dalla semplice esistenza e disponibilità di "posti" presso una struttura sperimentale dell'amministrazione penitenziaria» (sentenza della Corte di cassazione n. 11714/2012),
si chiede di sapere:
se e come il Governo intenda reagire, adeguando le disposizioni della legge sulle detenute madri, alla luce della sentenza della Corte di cassazione;
se comunque non condivida la necessità di rendere quanto prima operativa la legge n. 62 del 2011;
quando intenda dare completa attuazione al piano straordinario penitenziario con la previsione di apposita regolamentazione degli Icam e conferimento delle relative risorse economiche di funzionamento;
quando intenda emanare il decreto ministeriale che - ai sensi dell'articolo 4 della legge n. 62 del 2011 - entro 180 giorni dalla data di sua entrata in vigore doveva, d'intesa con la Conferenza Stato-città e autonomie locali, determinare le caratteristiche tipologiche delle case famiglia protette previste dall'articolo 284 del codice di procedura penale e dagli articoli 47-ter e 47-quinquies della legge 26 luglio 1975, n. 354;
quali siano tempi entro i quali intenda stipulare con gli enti locali convenzioni volte ad individuare le strutture idonee ad essere utilizzate come case famiglia protette, ai sensi del comma 2 dell'articolo 3 della medesima legge n. 62 del 2011.
(4-07250)
DELLA SETA, FERRANTE, DI GIOVAN PAOLO - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e per i beni e le attività culturali - Premesso che:
si apprende dalla lettura di alcuni quotidiani di un progetto del Comune di Roma per realizzare a Ostia, in via delle Baleniere, un grande parcheggio multipiano del costo preventivato di 3.600.000 euro;
dato che via delle Baleniere è proprio nel mezzo del XIII municipio di Roma, non si capisce se questo parcheggio multipiano sarà costruito abbattendo i palazzi esistenti oppure demolendo una porzione della pineta di Ostia, benché inserita nella riserva naturale statale del litorale romano;
questa nuova iniziativa si affianca ad un altro incredibile progetto: costruire una pista da sci sul lungomare di Ostia, con un investimento di un milione e mezzo di euro. L'idea, a giudizio degli interroganti decisamente surreale, pare che preveda, oltre alla pista da sci (così secondo il sito Internet di "Panorama") anche un campo da minigolf, un maneggio per l'ippoterapia, il tiro con l'arco e un ristorante in perfetto stile tirolese;
a quanto risulta agli interroganti non si sta parlando di una boutade del Sindaco di Roma, ma di proposte concrete, dato che entrambi i progetti sono stati iscritti nel bilancio del 2012-2014 del Comune;
un Comune, mentre taglia su scuole e servizi sociali, non può finanziare imbarazzanti e strampalati progetti,
si chiede di conoscere:
se il Governo, al fine di vigilare sul rispetto dei principi costituzionali di tutela del paesaggio, del territorio, dell'ambiente, dei beni architettonici, della trasparenza, dell'imparzialità e della legittimità nell'azione della pubblica amministrazione, non intenda attivarsi nell'ambito delle proprie competenze al fine di accertare se l'amministrazione comunale di Roma, nel prevedere nel proprio bilancio la realizzazione di un parcheggio multipiano e di una pista da sci nel XIII municipio, non abbia espressamente violato le proprie prerogative istituzionali e specifiche disposizioni di legge;
se non intenda attivarsi al fine di sospendere l'iter di approvazione dei suddetti progetti e convocare una conferenza dei servizi, in cui siano invitati tutti gli enti interessati, in modo da verificare il rispetto delle norme urbanistiche e in materia di vincoli paesaggistici, ambientali e architettonici a tutela di beni storici, paesaggistici e culturali.
(4-07251)
DELLA SETA, ICHINO, MARCUCCI, FERRANTE - Al Ministro per i beni e le attività culturali - Premesso che:
il Piano integrato per lo sviluppo urbano sostenibile (PIUSS) del Comune di Lucca annovera, tra vari altri progetti che beneficiano in parte di finanziamenti europei, la realizzazione di una struttura destinata ad accogliere eventi musicali e, in particolare, il "Lucca Summer festival" che da anni si svolge in piazza Napoleone durante il mese di luglio raccogliendo oltre 50.000 presenze. La nuova localizzazione di questa imponente ed affollata manifestazione è stata individuata nell'area di piazzale Verdi, dove l'amministrazione comunale vorrebbe realizzare un grande anfiteatro;
tale opera è assai onerosa per le casse comunali: dei 5 milioni e oltre di euro di costo preventivato, solo 3 milioni proverrebbero dai fondi europei del programma PIUSS, mentre oltre 2 milioni sono a carico del Comune;
l'iniziativa appare per diversi aspetti molto discutibile. Da una parte, la nuova struttura sarebbe in grado di accogliere poche centinaia di spettatori in più rispetto alla piazza Napoleone, dall'altra la sua realizzazione sottrarrebbe somme preziose del bilancio comunale in una situazione già di larga difficoltà finanziaria e nella quale, per esempio, scarseggiano le risorse per la conservazione e la manutenzione ordinaria della preziosa cinta muraria di Lucca;
inoltre va sottolineato che nella stessa area interessata dal progetto insiste anche il Parco della rimembranza, monumento di grande valore tutelato sia come bene culturale (exart. 10 del Codice dei beni culturali, di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004) sia quale vestigia della prima guerra mondiale (exlegge n. 78 del 2001). Il Parco, costruito negli anni tra il 1923 e il 1928 in memoria dei caduti nella prima guerra mondiale, è articolato in assi viari che confluiscono verso la porta S. Anna collegandola al vecchio decumano (via S. Paolino) e al nuovo decumano (via della Rotonda, poi via Vittorio Emanuele II);
l'associazione "Italia nostra", insieme al circolo di Lucca di Legambiente, ha ripetutamente espresso la propria contrarietà al progetto giacché, a fronte di un'assai dubbia utilità, esso lede con evidenza l'interesse costituzionale della tutela del patrimonio storico e artistico della nazione, prevedendo tra l'altro la manomissione del Parco della Rimembranza che invece andrebbe recuperato e restaurato dopo decenni di incuria;
è importante evidenziare che l'attuale soprintendente Agostino Bureca, con decreto n. 38 del 5 ottobre 2010, ha revocato il nulla osta con il quale in data 9 febbraio 2010 il Soprintendente dell'epoca aveva autorizzato il progetto dell'anfiteatro. Il Comune di Lucca ha impugnato con un ricorso al TAR la decisione del nuovo soprintendente, e senza attendere l'esito del ricorso ha comunque indetto la gara d'appalto; di conseguenza Italia Nostra, sostenuta dal circolo di Lucca di Legambiente e da oltre 2.000 firme raccolte tra i cittadini contrari al programma di radicale sconvolgimento del piazzale Verdi, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare sia la natura del tutto illegale e arbitraria della decisione del Comune e sia il fatto che il nuovo anfiteatro causerebbe la mutilazione del Parco della rimembranza e l'abbattimento di circa 70 lecci,
si chiede di conoscere:
se, al fine di vigilare sul rispetto dei principi costituzionali di tutela del paesaggio, del territorio, dell'ambiente, dei beni architettonici, della trasparenza, dell'imparzialità e della legittimità nell'azione della pubblica amministrazione, il Ministro in indirizzo non intenda attivarsi nell'ambito delle proprie competenze al fine di accertare se l'amministrazione comunale di Lucca, nel procedere alla realizzazione di un anfiteatro nell'area di piazzale Verdi, non abbia espressamente violato le proprie prerogative istituzionali e specifiche disposizioni di legge;
se non intenda immediatamente sospendere la gara d'appalto e convocare una conferenza dei servizi, in cui siano invitati tutti gli enti interessati, in modo da verificare il rispetto delle norme urbanistiche e in materia di vincoli paesaggistici, ambientali e architettonici a tutela di beni storici, paesaggistici e culturali.
(4-07252)
LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:
le insidie contenute nei contratti derivati, che molti enti locali italiani hanno stipulato dal 2002 fino al divieto introdotto nel giugno 2008, sono sfociate in due direttrici principali, quella della revisione normativa e quella dei contenziosi tra banche ed enti, che si sono incrociate nell'ultimo anno;
relativamente alla revisione normativa: a settembre 2009 il Dipartimento del Tesoro ha messo in consultazione una bozza di regolamento in materia di contratti derivati stipulabili da Regioni ed enti locali; nella bozza si introducevano importanti novità per assicurare la trasparenza contrattuale attraverso l'illustrazione di scenari di probabilità che dovevano chiarire all'ente (prima della sottoscrizione del contratto) i rischi e i costi (anche impliciti) del derivato; il regolamento non è mai stato emanato. Il Dipartimento sta mantenendo in piedi da oltre due anni un divieto agli enti locali di sottoscrivere derivati e nel frattempo sta approfondendo il tema; l'approfondimento consiste nel vagliare soluzioni di trasparenza alternative agli scenari probabilistici: le "analisi di sensitività". Si tratta di semplici esercizi di statica comparata (primo anno della facoltà di Economia) dove si mostra ad esempio quanto sale il costo di una passività comprensiva del derivato proposto all'ente nel contratto se i tassi aumentano del 10 per cento; da notare che la statica comparata ha ben poco a che fare con il concetto di rischio di un'operazione in derivati. Perciò abbandonare le probabilità per l'analisi di sensitività è un non progresso nell'opera di accrescimento della trasparenza dato che le sovra-semplificazioni e le ipotesi implicite negli esercizietti di statica comparata occultano i veri rischi del derivato e possono fuorviare le decisioni dell'ente locale;
il "padre" dell'analisi di sensitività in opposizione agli scenari di probabilità è il professor Carlo Domenico Mottura che ha certamente condiviso la sua soluzione di trasparenza con la dottoressa Cannata, attuale dirigente generale responsabile della Direzione del debito pubblico del Dipartimento del Tesoro: a quanto risulta all'interrogante, in un intervento in un Convegno a Palermo nel novembre 2010 la dottoressa Cannata ha dichiarato che a seguito di ulteriori approfondimenti erano emersi punti di debolezza dell'approccio probabilistico e si rendeva necessario valutare soluzioni di trasparenza alternative come appunto quelle basate sull'analisi di sensitività; le argomentazioni usate in quel convegno dalla dottoressa Cannata sono state identiche a quelle presentate solo tre mesi dopo (febbraio 2011) da Mottura in un convegno dell'Associazione bancaria italiana (ABI) ove è intervenuta anche la dottoressa Cannata; nello stesso convegno Mottura proponeva come soluzione per la trasparenza dei derivati l'analisi di sensitività; meno di un mese dopo (marzo-aprile 2011) circolava in via ufficiosa (formalmente smentita dalla dottoressa Cannata) una nuova bozza di regolamento sui derivati degli enti locali dove gli scenari di probabilità erano stati rimpiazzati proprio dall'analisi di sensitività proposta da Mottura;
relativamente ai contenziosi tra banche ed enti locali, nella vicenda della Provincia di Pisa contro le banche Dexia e Depfa per costi occulti sul derivato sottoscritto dalla Provincia: la società MTM Advisors (Mottura) è consulente tecnico delle banche; con ordinanza del 7 settembre 2011 il Consiglio di Stato ha disposto delle consulenze tecniche in ordine al derivato in questione; a ottobre 2011 la dottoressa Cannata, inizialmente nominata consulente tecnico d'ufficio, ha rigettato la consulenza rappresentando (invero dopo alcuni articoli a lei sfavorevoli apparsi sulla stampa nazionale) l'esistenza di una situazione asseritamente ostativa all'espletamento del mandato;
considerato che a quanto risulta all'interrogante:
il professor Carlo Domenico Mottura, ordinario di Matematica finanziaria e di Modelli di risk management all'Università degli studi "Roma 3", è socio fondatore della società MTM Advisors, società di consulenza e assistenza nei contratti finanziari, specie contratti derivati e strutturati;
uno degli altri due soci fondatori è Andrea Monorchio, ordinario di Contabilità di Stato e degli enti pubblici nella facoltà di Scienze politiche dell'Università di Siena;
Monorchio, che è suocero di Mottura, è stato il diciassettesimo Ragioniere generale dello Stato dal 1° settembre 1989 al 30 giugno 2002;
in questo periodo (a dicembre 2000), la dottoressa Maria Cannata è diventata direttore della Direzione del debito pubblico in seno al Dipartimento del Tesoro, la cui nomina (secondo alcune indiscrezioni di cui l'interrogante è venuto a conoscenza) sarebbe stata fortemente "sponsorizzata" dall'allora Ragioniere generale dello Stato;
Mottura è uno dei più quotati consulenti tecnici delle banche in tutti i contenziosi con enti locali italiani. Oltre a quello tra Dexia/Depfa e la Provincia di Pisa si cita, ad esempio, quello tra BNL e il Comune di Messina;
nel corso di tale contenzioso il Dipartimento del Tesoro il 7 ottobre 2011 ha espresso un parere secondo cui i contratti swap sono qualificati dalla normativa nazionale e dalle regole Eurostat non come debito ma come strumenti di gestione del debito. Il giudizio di convenienza economica di cui all'articolo 41, comma 2, della legge n. 448 del 2001 non è quindi applicabile - secondo il citato parere - all'ipotesi di stipula di swap, bensì esclusivamente alla rinegoziazione di debiti attraverso nuovi debiti, nel qual caso la norma impone di valutare se, per effetto dell'avvenuta rinegoziazione, il costo del finanziamento si è ridotto;
a giudizio dell'interrogante è abbastanza evidente che il parere non è a favore del Comune di Messina, ma della BNL di cui Mottura è consulente;
in un precedente atto di sindacato ispettivo l'interrogante aveva già sollevato l'evidente conflitto di interessi visto che a proprio giudizio:
due consulenti del Consiglio di Stato dovrebbero astenersi dalla consulenza tecnica, proprio perché Maria Cannata, dirigente del Ministero dell'economia, è impegnata nella stesura definitiva del regolamento che sbloccherà la stipula di nuovi derivati per gli enti locali servendosi di un consulente delle banche;
occorrerebbe evitare che i derivati avariati collocati presso gli enti locali per un controvalore di 52,2 miliardi di euro con pochissime probabilità di guadagno per i contraenti, moltissime per le banche, i cui contratti sono annullabili a seguito della sentenza del Consiglio di Stato, possano essere resuscitati da consulenze posticce;
il conflitto di interessi lampante sull'operato del consulente delle banche, che potrebbe essere l'anima portante della versione finale del regolamento condiviso dallo stesso Ministero, è la prova inconfutabile di un Ministero dell'economia che si fa dettare le regole dalle banche mediante i suoi strapagati consulenti;
gli accademici, i giuristi, i consulenti che hanno rapporti professionali con le banche e che hanno dichiarato di preferire l'analisi di sensitività sui prodotti derivati, sostenendo che le informazioni sulle probabilità non sarebbero utili a individuare i rischi, possono mettere a rischio l'evidenza dei costi occulti praticati, con il concorso di dirigenti del Ministero dell'economia che dovrebbero al contrario vigilare sulla correttezza e trasparenza degli swap emessi, nella maggior parte dei casi, non per alleviare i debiti degli enti locali, ma per ingrassare i bilanci delle banche, le stock option dei banchieri e gli incentivi dei piazzisti (atto 3-02421),
si chiede di sapere:
se, a quanto risulta al Ministro in indirizzo, Carlo Domenico Mottura, ordinario della facoltà di Economia nell'Università Roma Tre e consulente di Dexia e Depfa, sia lo stesso professionista che il Ministero dell'economia ha sentito negli ultimi mesi, probabilmente su indicazione della dottoressa Cannata, proprio per rivedere il regolamento sugli enti locali, proponendo di sostituire le informazioni sulle "probabilità di convenienza" dello swap con l'"analisi di sensitività", in linea con le posizioni espresse dal mondo bancario;
se la dottoressa Cannata, che non si è ancora attivata per l'emanazione dei regolamenti in materia di derivati a quasi 4 anni dal loro divieto, abbia subito influenze per favorire le banche di affari e le banche estere molto attive nel collocare tali strumenti presso gli enti locali per un valore nozionale di ben 60 miliardi di euro;
quali misure urgenti il Governo intenda attivare sia per trovare soluzioni allo scandalo dei derivati che per allontanare i sospetti di vera e propria collusione tra dirigenti del Ministero e banche.
(4-07253)
FERRANTE, DELLA SETA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:
si apprende dalla lettura di diversi articoli pubblicati, nelle scorse settimane, su vari quotidiani, tra cui "la Repubblica" e "il Fatto Quotidiano", che Vittorio Sgarbi avrebbe intenzione di candidarsi nuovamente per la carica di Sindaco di una città siciliana: questa volta, dopo Salemi (Trapani), alle elezioni amministrative di maggio 2012 toccherà a Cefalù, uno dei principali centri turistici siciliani, a pochi chilometri da Palermo. "Mi candido - ha spiegato il critico d'arte - per non lasciare l'amministrazione della città, la difesa della dignità della bellezza e dei valori positivi della Sicilia, nelle mani di personaggi inadeguati, pavidi e incapaci di difenderla dai disonesti e dai finti onesti";
si sottolinea che la città di Cefalù, caratterizzata da un centro storico d'impianto medievale, custodisce uno dei duomi più belli del nostro Paese, è in pratica la "porta delle Madonie" e il suo territorio è in parte ricompreso nell'omonimo parco; inoltre Cefalù è compresa tra i borghi più belli d'Italia, ovvero l'associazione tra piccoli centri italiani che si distinguono per grande interesse artistico, culturale e storico. Vittorio Sgarbi ha formalizzato nei giorni scorsi l'accettazione della candidatura nello studio di un notaio romano;
sempre dalla lettura dei suddetti articoli si apprende che: "Io proverò a fare il sindaco di Cefalù per continuare l'opera iniziata a Salemi - ha annunciato Sgarbi - la creazione del Museo della Follia deve essere letta in questo senso: a Salemi abbiamo creato il Museo della Mafia, a Cefalù faremo quello della Follia. L'unico antidoto che io conosco contro la mafia è la lotta all'immobilismo, fare cose di cui si parli";
a tal proposito è importante ricordare che a Salemi, nella sua precedente avventura a quanto risulta agli interroganti finita assai poco gloriosamente, dietro il sindaco Sgarbi si allungava l'ombra di "Pino" Giammarinaro, arrestato per mafia, poi assolto, ma alla fine scivolato in altre indagini di mafia. Da sorvegliato speciale dal 2001 al 2005 Giammarinaro ha continuato a fare affari con sanità pubblica e privata; qualche mese fa i magistrati di Trapani gli hanno sequestrato beni per 35 milioni di euro. Come si evidenzia in un articolo di "la Repubblica" del 6 aprile, in uno stralcio di una relazione del Ministro in indirizzo si leggeva che: «Questi, (...) partecipando alle riunioni di giunta ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l'attività dell'ente locale...» e che in pratica «Decideva tutto "Pino". Anche quando l'amministrazione doveva cedere un terreno confiscato al boss Salvatore Miceli. "Mai a Libera e a don Ciotti", diceva Sgarbi a un suo assessore tenendo conto dei desideri di Giammarinaro». Questi, tra gli altri, sono i motivi per cui è stato sciolto per mafia il Comune di Salemi;
è importante sottolineare che non sono trascorse neanche tre settimane da quando il Comune di Salemi è stato "sciolto" per mafia e che il "Sea Palace" di Cefalù, l'albergo dove il 17 marzo 2012 il critico d'arte (e saggista, opinionista, conduttore televisivo, ex deputato ed ex Sottosegretario di Stato) ha annunciato ufficialmente che avrebbe corso per la candidatura a sindaco, è di proprietà di Giuseppe Farinella;
premesso altresì che a quanto risulta agli interroganti:
in pratica Sgarbi non solo passerebbe da Salemi a Cefalù, ma fatto grave passerebbe da un ex sorvegliato speciale, Giuseppe Giammarinaro detto "Pino", a un condannato per mafia, Giuseppe Giusi Farinella detto "Oro colato";
Farinella, noto imprenditore della zona appartiene a una "famiglia" di peso, fu arrestato su mandato di Giovanni Falcone più di 20 anni fa e condannato dalla Cassazione nel 1998 a 4 anni e 6 mesi per associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d'armi e materiale esplodente;
costretto ad andarsene in fretta da Salemi per commissariamento e per le sospettissime intromissioni nella sua Giunta di Pino Giammarinaro, sembra quindi che Sgarbi si rimetterebbe in pista per le amministrative di maggio appoggiato da qualche lista civica e dallo stesso Farinella;
a giudizio degli interroganti, con la candidatura di Vittorio Sgarbi appare quindi concreto il rischio che quello che accadeva a Salemi si possa replicare a Cefalù,
si chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non ritenga improcrastinabile accertare se quanto sopra corrisponda al vero e, in caso affermativo, come intenda intervenire per evitare infiltrazioni mafiose nelle prossime elezioni amministrative di Cefalù.
(4-07254)
Interrogazioni, già assegnate a Commissioni permanenti, da svolgere in Assemblea
L'interrogazione 3-02771, del senatore De Lillo, precedentemente assegnata per lo svolgimento alla 3ª Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione), sarà svolta in Assemblea, in accoglimento della richiesta formulata in tal senso dall'interrogante.
Interrogazioni, da svolgere in Commissione
A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso le Commissioni permanenti:
11ª Commissione permanente (Lavoro, previdenza sociale):
3-02791, dei senatori Ranucci e Marco Filippi, su alcune assunzioni irregolari da parte di un'azienda del gruppo Poste italiane;
12 a Commissione permanente(Igiene e sanità):
3-02790, della senatrice Boldi, sull'interpretazione dell'articolo 11 del decreto-legge n. 1 del 2012 in materia di servizio farmaceutico.
Interrogazioni, ritiro di firme
La senatrice Poli Bortone ha dichiarato di ritirare la propria firma dall'interrogazione 3-02768 dei senatori Gallo ed altri.
Avviso di rettifica
Nel Resoconto sommario e stenografico della 703aseduta pubblica del 29 marzo 2012, a pagina 24, l'interrogazione 4-07214, dei senatori Andria ed altri, deve intendersi sottoscritta dal senatore Vincenzo De Luca anziché dalla senatrice Cristina De Luca.