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Legislatura 16 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 704 del 03/04/2012


Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

SOLIANI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:

la Intercast Europe è una azienda di Parma, presente sul mercato dal 1975, leader a livello globale nella produzione e fornitura di lenti da sole ad alta prestazione e a brevetto esclusivo;

l'elevata qualità e performance dei suoi prodotti hanno permesso a tale azienda di diventare un importante punto di riferimento per le più importanti e note aziende italiane del settore che proprio da questa si riforniscono;

nel 2006 l'azienda è stata acquisita dalla PPG Industries, società americana con sede a Pittsburgh in Pennsylvania con succursali dislocate in tutto il mondo tra cui l'Italia;

nel 2007, ovvero ad un anno dalla suddetta acquisizione da parte della PPG Industries, 49 lavoratori su 114 operanti all'interno dello stabilimento di Parma sono stati posti in un primo momento in mobilità e poi licenziati;

progressivamente la produzione è stata delocalizzata in Thailandia mentre a Parma è mantenuta solo una linea di colorazione delle lenti solari;

l'acquisizione dell'azienda da parte della multinazionale americana ha comportato un evidente calo delle attività produttive della Intercast Europe e il conseguente impoverimento del fatturato economico della sede di Parma;

considerato che:

nei giorni scorsi la società americana ha inviato una lettera di licenziamento per 59 dei 64 lavoratori dello stabilimento parmigiano e ha annunciato la chiusura dello stabilimento;

a seguito di tale decisone i lavoratori, già esasperati dalle continue manovre di esternalizzazione e dalla mancanza di un piano industriale più volte, invano, sollecitato, sono entrati in sciopero ad oltranza e hanno bloccato i cancelli d'ingresso dello stabilimento;

la Provincia di Parma ha attivato un tavolo di confronto tra le parti per giungere ad una soluzione proficua,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della situazione rappresentata in premessa e come valuti la politica industriale che la società americana ha adottato nel nostro Paese;

quali misure il Governo intenda adottare, con la massima sollecitudine, per scongiurare la chiusura della Intercast Europe PPG di Parma, garantendo in tal modo la sopravvivenza di un'azienda che, oltre ad essere sana e con un fatturato in attivo, rappresenta un punto di riferimento importante per il made in Italy;

se non ritenga necessario avviare ogni iniziativa utile a salvaguardare i posti di lavoro dei 59 lavoratori impiegati nella suddetta azienda a cui nei giorni scorsi è stato preannunciato il licenziamento, anche in considerazione della difficoltà di riallocazione che questi avrebbero sia per la fascia d'età a cui appartengono sia per il difficile momento economico vissuto dal Paese;

se non si ritenga opportuno intervenire presso la PPG Industries affinché presenti, in tempi rapidi, un piano industriale - da più tempo invano richiesto - realmente orientato alla completa valorizzazione dell'azienda e delle maestranze attualmente impiegate che rischierebbero di andare disperse nonostante la loro alta professionalità ed esperienza in tale settore.

(3-02775)

LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

con decreto del Ministero delle comunicazioni del 24 agosto 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 211 dell'8 settembre 1999, è stato fatto l'atto di determinazione dei casi di esclusione del diritto di accesso ai documenti della società per azioni Poste italiane, come previsto dall'art. 24 della legge n. 241 del 1990 per tutte le amministrazioni pubbliche, i concessionari e i gestori di pubblico servizio e con verbale n. 5 del 1999 il Consiglio di amministrazione delle Poste italiane ha adottato il regolamento di attuazione dell'art. 24, comma 2, della legge n. 241 del 1990 e sono state sottratte al diritto di accesso, come deliberato all'art. 3 del suddetto verbale, le seguenti categorie di documenti formati da Poste italiane SpA: a) documenti ispettivi riguardanti provvedimenti disciplinari e giurisdizionali in corso; b) giudizi diagnostici riguardanti i dipendenti; c) documenti relativi all'iscrizione ed alle contribuzioni dei singoli dipendenti alle organizzazioni sindacali;

negli ultimi dieci anni Poste italiane è stata richiamata e condannata dai giudici amministrativi a rispettare l'applicazione della legge n. 241 del 1990 sulla trasparenza amministrativa con la copiosa e conforme giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sezione VI, 110/2012; Consiglio di Stato, Sezione VI, 25 gennaio 2010, n. 252; Consiglio di Stato, Sezione VI, 26 gennaio 2006, n. 229; Consiglio di Stato, Sezione VI, 30 dicembre 2005, n. 7624; Consiglio di Stato, Sezione VI, 7 agosto 2002, n. 4152; Consiglio di Stato, Sezione VI, 12 febbraio 2001, n. 654; TAR Brescia, 692/2000, 1473/2004, 159/2005, 556/2008, 290/2008, 328/2008; TAR Milano, 2647/2010; TAR Lazio 16 dicembre 2011, n. 7098); sentenza n. 2752 Reg. Ric. 993/2012 del 23 marzo 2012 del TAR Lazio Sezione III;

i dipendenti di Poste, anche cessata l'attività, possono accedere agli atti di organizzazione interna della società. Così ha stabilito il Consiglio di Stato, Sezione VI, nella sentenza del 2 ottobre 2009, n. 5987. Con questa decisione viene ripreso il tema dell'applicazione soggettiva del diritto di accesso, ai sensi dell'articolo 23 della legge n. 241 del 1990, modificato con la legge n. 15 del 2005, che definisce l'ambito dei soggetti nei cui confronti è esercitabile tale diritto, ricomprendendovi non solo tutte le pubbliche amministrazioni, ma altresì le aziende autonome e speciali, nonché gli enti pubblici e i gestori di pubblico servizio; proprio per questi ultimi si è già espresso il Consiglio di Stato per l'applicabilità del diritto di accesso, ai sensi dell'art. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990, con decisione in adunanza plenaria n. 4 e 5 del 1999 che hanno ricomposto la questione stabilendo che l'imprenditore privato, quando svolge, in base a tale titolo, un pubblico servizio, poiché è tenuto a soddisfare gli interessi pubblici, rispettando l'art. 97 della Costituzione, è assoggettato al diritto di accesso di cui alla legge n. 241 del 1990;

in data 23 giugno 2011 il Tribunale amministrativo regionale del Piemonte, con sentenza di esecuzione n. 681 del 2011, ha condannato Poste italiane al pagamento delle spese processuali ed ha nominato per l'ottemperanza il commissario ad acta nella persona del Prefetto di Torino o altra persona da questi delegata per l'esecuzione della sentenza del TAR Piemonte n. 655 del 2009, depositata il 6 marzo 2009, ritualmente notificata l'8 luglio 2009 e confermata dal Consiglio di Stato in data 25 gennaio 2010 con sentenza n. 252 del 2010, notificata a Poste italiane SpA in data 24 maggio 2010, per il rilascio al dipendente/ricorrente della documentazione riguardante le promozioni relative al progetto "Leadership" della Unità produttiva di Torino CMP (Centro di meccanizzazione postale) e la pianta organica della Unità produttiva di Torino CMP dopo il progetto "Leadership"; nonostante l'ordine già impartito dal TAR del Piemonte e dal Consiglio di Stato, a tutt'oggi, la società Poste non ha ottemperato all'esibizione dei documenti richiesti dal dipendente e indicati nella sentenza n. 655 del 2009, di fatto frustrando il diritto alla tutela giurisdizionale del dipendente/ricorrente; il 23 febbraio 2012 si è insediato il commissario ad acta nella persona del Viceprefetto di Torino, dottor Maurizio Gatto;

il Segretario generale dell'organizzazione sindacale FILP/Confederazione dei lavoratori, Giuseppe Giordano, ha chiesto ufficialmente alla Direzione generale per la regolamentazione del settore postale - Divisione Vigilanza e controllo del Ministero dello sviluppo economico e al Dipartimento per il coordinamento amministrativo - Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri di vigilare e controllare Poste italiane sul comportamento discutibile della società che non intende adeguarsi alla legge sulla trasparenza amministrativa, in particolare all'art. 22 e seguenti della legge n. 241 del 1990;

sebbene Poste italiane abbia adottato il suindicato regolamento ai sensi della legge sulla trasparenza, la medesima società nei fatti non intende adeguarsi a quanto sancito dalla medesima legge ed indicato in premessa, facendo riferimento a risorse pubbliche nel contenzioso amministrativo giurisdizionale e civile; ne emerge, quindi, un comportamento discutibile in capo a Poste italiane SpA che, nei fatti, si rifiuta di ottemperare alle sentenze dei tribunali amministrativi e del Consiglio di Stato,

si chiede di sapere quali urgenti iniziative intenda assumere il Governo al fine di garantire la corretta applicazione della legge 7 agosto 1990, n. 241, da parte di Poste italiane SpA e, di conseguenza, attribuire il diritto, a tutti i dipendenti ed ex dipendenti di Poste, di presentare eventuali richieste di accesso agli atti, nei modi e nelle forme stabilite dalla legge sulla trasparenza amministrativa, consentendo loro di ricevere la documentazione richiesta, senza dover fare ricorso al tribunale amministrativo e al Consiglio di Stato.

(3-02776)

LANNUTTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:

come si apprende da notizie di stampa, come un'agenzia di "Radiocor" del 2 aprile 2012, il 30 marzo il consiglio di amministrazione di Premafin, chiamato ad approvare il bilancio e a convocare l'assemblea per l'aumento di capitale indetta per il 17 maggio 2012, a seguito di una perizia del professor Maurizio Dallocchio dell'università Bocconi di Milano, ha fissato il valore della controllata Fonsai a 3,95 euro, un valore lontano dalle quotazioni di borsa pari ad un euro, a giudizio dell'interrogante prezzato ad hoc con la finalità di evitare un aumento di capitale per ricostituire il patrimonio della holding, diverso dai 400 milioni di euro, previsti per la fusione con la compagnia bolognese. La perdita della Premafin registrata nel bilancio 2011 è di 440,3 milioni di euro, quando nel 2010 aveva perso poco più di 100 milioni di euro;

Maurizio Dallocchio, «ordinario di Finanza Aziendale alla Bocconi, Consigliere in Banca Akros; Presidente del Cda di City Life (partecipata da Generali Properties S.p.A., Gruppo Allianz e Immobiliare Milano Assicurazioni S.p.A. del Gruppo Fondiaria-SAI)» è stato nel collegio dei Sindaci di Mediolanum e «Amministratore di Banca SAI dello stesso Ligresti». Possiede anche il 25 per cento della DGPA una società che si occupa di investimenti. In un'inchiesta sull'Enpam andata in onda su "Report" il 4 dicembre 2011, intitolata "Ente d'azzardo", Antonino Monteleone mette in luce il conflitto di interessi del professor Dallocchio;

l'Enpam, infatti, la cassa di previdenza dell'Ordine dei medici e degli odontoiatri, che conta 400.000 iscritti e ha 11 miliardi di euro di patrimonio, è la più ricca tra gli enti di previdenza privata. Ultimamente, però, la Guardia di finanza ha perquisito la sede dell'Enpam, mediante mandato della Procura di Roma, per l'ipotesi di reato e truffa ai danni dell'ente. Tale ipotesi è nata dalla denuncia dei presidenti dell'Ordine dei medici di Bologna, Catania, Ferrara, Latina e Potenza dopo che una società esterna di revisione ha scoperto perdite tra i 400 e gli 800 milioni di euro. Il consiglio di amministrazione dell'Enpam, fatto di persone non esperte di finanza che si trovano a deliberare in poche ore l'opportunità di investire o meno tanti soldi appartenenti agli iscritti in operazioni complesse, a quanto risulta all'interrogante si erano affidate, secondo Guido Caprio, del sindacato autonomo dei medici, ad un grande scienziato dell'economia, il professor Dallocchio, arrivato all'Enpam, come tutti quelli che ci arrivano, attraverso amicizie, parentele, conoscenze;

afferma Monteleone durante l'inchiesta andata in onda su "Report": «Maurizio Dallocchio è ordinario di Finanza Aziendale alla Bocconi. Il suo è un curriculum di tutto rispetto. Consigliere in Banca Akros; Presidente del Cda di City Life. E stato nel collegio dei Sindaci di Mediolanum e Amministratore di Banca SAI di Ligresti. Possiede anche il 25% della DGPA una società che si occupa di investimenti. Secondo la commissione parlamentare di vigilanza, dei 96 milioni di euro investiti da ENPAM nel private equity, circa 4 sono finiti in un fondo costituito proprio dalla società di Dallocchio. Che, in palese conflitto di interessi, era anche nel Cda di ENPAM, in qualità di consigliere esperto». Si apprende durante la trasmissione che Oliveti, vice-presidente Enpam, afferma che Dallocchio «riteneva quell'investimento particolarmente rischioso, ma nella logica di diversificazione a 360° riteneva che una minima fetta di rischiosità dovesse essere presa. Ha denunciato il suo conflitto d'interessi al consiglio d'amministrazione che da questo punto di vista ha preso posizione», approvando quella minima quota di investimento finanziario su DGPA. «C'era Dallocchio anche quando l'ENPAM ha investito nei titoli della Lehman Brothers poco prima del suo fallimento»: «Avevamo titoli in passato investiti direttamente in Lehman Brothers e li abbiamo venduti prima del fallimento di Lehman Brothers. Avevamo mi pare 80milioni di euro investiti indirettamente, quindi come sottostanti, quindi non direttamente, avevamo dei sottostanti, una quota da 80 milioni su un ente che investe 7 miliardi, di investimento finanziario, è una cifra, considerevolissima per il singolo, però in termini assoluti è una cifra ridotta. Peraltro da questo punto di vista questi prodotti con sottostante Lehman Brothers li stiamo chiudendo anche in maniera efficacemente accettabile». Si apprende che la cattedra di Dallocchio in Bocconi era sponsorizzata da Lehman Brothers, seppur in maniera indiretta, e inoltre: «Oltre i titoli tossici della Lehman Brothers, ci sono altre operazioni finanziarie spericolate nell'Enpam. Corser 6/11; Corser 6/12; Airl 337; Airl 309; Camelot; Ferras; solo in questi Cdo l'ENPAM c'ha infilato oltre 360milioni di euro. Il valore di mercato di questi titoli è sceso di oltre il 50% e a fronte della perdita l'ENPAM ha deciso di rifinanziarli con altri 102 milioni di euro, pagando anche lucrose commissioni ai suoi advisor per altri 13 milioni»;

considerato che:

in un articolo pubblicato su "la Repubblica" del 2 aprile dal titolo: "Don Salvatore ha finito gli amici - Ligresti-dynasty vicina al capolinea", la penna di Alberto Statera traccia il sunto del potere, delle connivenze e delle collusioni di ordine politico-istituzionale, con la Consob e l'Isvap che a giudizio dell'interrogante non hanno mai guardato nei bilanci, ma hanno beneficiato al contrario della munificenza di Ligresti, portando una grande compagnia di assicurazioni ad essere spolpata con un deficit di 1,2 miliardi di euro;

si legge infatti: «Jonella i cavalli e il potere, Giulia gli elicotteri e le griffe, Paolo il calcio e i miliardi. Don Salvatore, il capoclan dei paternesi di Milano, i terreni, i palazzi e la regia del grande saccheggio che, con la complicità di banchieri, industriali, politici, gran commis e autorità di controllo ha condotto sull'orlo della bancarotta una delle più grandi compagnie assicurative del paese a spese degli azionisti e dei clienti. Della storia di don Salvatore Ligresti da Paternò (Catania), approdato a Milano sull'ondata sicula dei Virgillito, degli Ursini, dei Sindona, e della sua famelica figliolanza si sa quasi tutto, fin da quando all'esordio di Tangentopoli trascorse 112 giorni a San Vittore per tangenti a Dc e Psi sulla metropolitana milanese, per poi essere condannato nel 1996 a due anni e quattro mesi per le tangenti Eni-Sai. Lo stesso processo nel quale per la prima volta fu condannato Bettino Craxi a cinque anni e sei mesi di reclusione. Passati vent'anni, il grande establishment finanziario e politico del paese, complice in buona parte e in ogni momento, scopre - ohibò - antichi e ben noti profili talvolta definiti nei processi "delinquenziali". Ma qualche cenno sul clan vale la pena di rinfrescarlo per quei banchieri, quei politici e quelle autorità di controllo che per un ventennio non solo hanno rivolto lo sguardo dall'altra parte, ma sono stati complici ben ripagati di una che si rivelerà probabilmente tra le più grandi spoliazioni di un capitalismo notoriamente ben versato nella pubblicizzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti o, per dirla in modo meno diplomatico, nel sistematico ladrocinio. Prendiamo un po' di storia della figliolanza, cui don Salvatore ha conferito formalmente il comando dell'impero quando per le condanne non ha più potuto ricoprire le cariche ufficiali. Anche con qualche piccolo inside, spesso più significativo delle grandi e note operazioni a dir poco border line, per capire la cifra del clan, che per decenni ha fatto di una grande impresa quotata in borsa il bancomat di famiglia. Jonella la cavallerizza, beniamina di papà, che le affida gli incarichi aziendali più prestigiosi, lodevolmente ama gli animali e segnatamente i cavalli. Ma chi paga l'hobby equestre? La Fondiaria Sai che versa milioni alla Laità srl, la società di famiglia che possiede Toulon, il cavallo preferito dall'appassionata amazzone. Nel 2007 brigò per ottenere una laurea honoris causa, che l'Università di Torino non ebbe difficoltà a conferirle nei saloni di un albergo di famiglia. Ma mentre la lieta cerimonia era in corso, il benemerito ministro dell'Università di allora, Fabio Mussi, comunicò che la laurea non era "compatibile con il sistema vigente di studi universitari". Il preside di Economia Sergio Bortolani esaltò la superba "capacità imprenditoriale" della signora, vestita di tocco e toga. Per fortuna il professore non è più preside, ma "soltanto" consigliere della Banca d'Italia. Giulia è la bella di casa, tanto che Novella 2000 l'ha impalmata reginetta di bellezza tra le top manager, sulla base del giudizio di una giuria di 20 banchieri e giornalisti economici. Ci piacerebbe conoscerne i nomi. Fa la stilista a spese della Fondiaria Sai, che le versa, tra l'altro, milioni per "acquisto di omaggistica". Non le piace far la fila nel traffico, per cui preferisce muoversi in elicottero. Uno degli ultimi che ha noleggiato è costato 100 mila euro a carico della Premafin. E sapete chi c'era a bordo? Roberta Furcolo, sposata Nagel, cioè consorte dell'amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel, finanziatore del gruppo paternese, che a sua volta è azionista della banca. Ma sui conflitti di interesse, che forse dovremmo chiamare almeno conflagrazioni, torneremo non prima di avervi detto di Paolo. Il papà non l'ha messo in Mediobanca, nel cui consiglio, prima donna, è entrata Jonella (...). Difficile per vecchi giornalisti rivelare qualcosa di nuovo sul capoclan di Paternò, che giunto a Milano tanti anni fa fu presentato a Enrico Cuccia da Antonino La Russa (...). Politici, prefetti, gran commis: chi può dire a Milano di non aver avuto qualche favore da don Salvatore. L'attuale sottosegretario alla Difesa Filippo Milone, anche lui catanese di Paternò, (...) ha sempre lavorato per le sue società immobiliari. Piergiorgio Peluso, direttore di Fondiaria, è figlio del ministro ex prefetto Anna Maria Cancellieri. Per i prefetti, del resto, don Salvatore ha sempre avuto un debole, come per i titolati delle Autorità che avrebbero dovuto controllarlo e che per anni e anni hanno chiuso gli occhi. Andrea Giannini, figlio del presidente dell'Autorità di controllo sulle assicurazioni Giancarlo, secondo quanto ha ricostruito Il Fatto, ha lavorato in Fondiaria. Ma che volete? Don Salvatore la sua rete di relazioni non la nasconde, anzi si può dire che tenda ad esibirla come un trofeo. Tanto che (...) ha riunito un po' di suoi sodali tra i più significativi nello stesso palazzo di sua proprietà. Roma, via delle Tre Madonne 16/18, l'indirizzo più prestigioso dei Parioli. In questo immobile abitano o hanno abitato intere legioni di potenti. (...) Non sappiamo a quale piano risiedano, né il censimento che ha tentato L'Espresso ce lo ha rivelato, ma nell'androne potreste incontrare (...) l'ex direttore generale della Rai Mauro Masi, attuale amministratore delegato della Consap che si occupa di servizi assicurativi pubblici (...) Chiara e Benedetta Geronzi, figlie dell'ex presidente delle Generali e antico "banchiere di sistema", lord protettore del sistema Ligresti. E (...) Marco Cardia, figlio dell'ex presidente della Consob Lamberto. Dov'era la Consob in tutti questi anni mentre il clan di Paternò spolpava società quotate in borsa? (...) il clan (...) ha avviluppato il poco commendevole capitalismo italiano nelle reti di clientela e parentela nel grande saccheggio, permesso con evidenti complicità garantite a Mister 5 per cento, l'assicuratore che si è assicurato l'impunità con le preziose partecipazioni in Mediobanca, Rizzoli Corriere della Sera, Pirelli, Gemina e Generali. Il cuore di questo sciagurato capitalismo all'italiana. Ora si narra che il capoclan platese, barricato nel compound di San Siro, ricordi con orrore quei 112 giorni a San Vittore. Salvo gli spaghetti alle vongole che gli preparava un'anima buona di Tangentopoli, suo compagno di cella. Che però fortunatamente non ci tornerà perché ha imparato la lezione»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che non costituisca grave conflitto di interessi la valutazione a 3,95 euro, il quadruplo del valore di borsa di Fonsai, del professor Maurizio Dallocchio dell'università Bocconi di Milano;

se risulti che tale valore della controllata Fonsai a 3,95 euro, un valore lontano dalle quotazioni di borsa pari ad un euro, non sia stato stabilito ad hoc con la finalità di evitare un aumento di capitale per ricostituire il patrimonio della holding, molto diverso dai 400 milioni di euro previsti per la fusione con la compagnia bolognese Unipol;

se risponda al vero che l'ex presidente della Consob, Lamberto Cardia, abbia chiuso gli occhi sui bilanci del gruppo Ligresti per non disturbare le consulenze del figliolo, avvocato Marco Cardia, e le generose offerte di inquilinato, anche come uso ufficio, nel vasto patrimonio immobiliare di Salvatore Ligresti;

se risponda al vero che né l'Isvap, né il presidente Giancarlo Giannini, che mirava ad una proroga di un biennio nella comoda poltrona dell'istituto, abbiano mai fatto rilievi sui bilanci in perdita e sulle allegre gestioni dei familiari di Ligresti, che oltre alle consulenze di 40 milioni a Salvatore Ligresti, ben 400 milioni negli ultimi dieci anni, ha prodotto un disavanzo di oltre 2 miliardi di euro negli ultimi due anni, per non disturbare troppo Andrea Giannini, figlio del presidente dell'Autorità di controllo sulle assicurazioni Giancarlo, secondo quanto ha ricostruito "il Fatto Quotidiano", assoldato in Fondiaria;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per restituire credibilità all'operato di autorità di borsa, a giudizio dell'interrogante a volte eccessivamente vicine alle imprese ed aziende vigilate, la cui omessa vigilanza produce un danno enorme sia alla credibilità delle istituzioni che ai diritti lesi dei risparmiatori azionisti e degli assicurati, costretti a pagare tariffe rincarate del 187 per cento negli ultimi dieci anni e tra le più care in assoluto d'Europa.

(3-02777)

PALMA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

in data 28 marzo 2012 è stata eseguita l'ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano di custodia cautelare a carico del dottor Giusti, magistrato del distretto di Reggio Calabria, tratto in arresto per il delitto di corruzione aggravata dall'aver favorito potenti cosche della 'ndrangheta calabrese operanti in Lombardia;

nel corpo del provvedimento restrittivo, ripreso con grandissimo risalto mediatico ("Corriere della Sera", "Libero", "la Repubblica", "La Stampa", eccetera), è stato riferito dell'iter della procedura disciplinare prima, e di quella per la valutazione di professionalità dopo, svoltesi innanzi al Consiglio superiore della magistratura a carico del dottor Giusti e dell'esito favorevole sortito da entrambe le procedure in favore del magistrato;

più precisamente dall'ordinanza cautelare emerge che il dottor Giusti era finito sotto ispezione e procedimento disciplinare per avere assegnato nel 2004 immobili alla società Tridea Srl di cui era socio il suocero; e per aver dato, su 945 incarichi dal 2000 al 2005, un terzo delle perizie a 4 soli professionisti, e 116 procedure (per 300.000 euro di compensi) all'architetto marito della socia del suocero nella Tridea Srl. In quell'occasione il dottor Giusti asserì che non sapeva la società fosse del suocero;

il giudice in Milano ha così commentato l'accaduto: "sfugge all'umana comprensione come si sia potuto credere alla buona fede di Giusti sulla base delle dichiarazioni dell'architetto";

tuttavia il 6 luglio 2007 la sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha assolto il dottor Giusti nel procedimento disciplinare perché "la buona fede riconosciuta, nel tentativo di riorganizzare un ufficio ereditato in condizioni disastrose, assume un significato determinante ai fini della valutazione del disvalore disciplinare delle irregolarità rilevabili nella sua condotta";

tre anni dopo il dottor Giusti risulta sottoposto alla terza valutazione di professionalità e, circostanza singolare e straordinaria nella prassi degli uffici di giustizia, il consiglio giudiziario di Reggio Calabria in data 22 aprile 2010 ebbe ad esprimere all'unanimità un severo parere "non positivo" per la promozione del magistrato, scrivendo "pur apparentemente determinando la ripresa di un settore da tempo paralizzato", il dottor Giusti "ha dato prova di carenti ed inadeguate capacità organizzative" e ha "operato con inopportuna disinvoltura" nel delicato settore delle esecuzioni immobiliari;

nel corpo dell'ordinanza del giudice di Milano si dà atto al sequestro di un diario informatico che il dottor Giusti redigeva sul proprio computer ove nel settembre 2011, in relazione alla procedura di promozione in parola passata all'esame del Consiglio superiore della magistratura ha annotato: "Tesso tela per l'audizione al Csm. Risposte positive dai colleghi che contatto". A dimostrazione univoca che il dottor Giusti aveva svolto una proficua attività di pressione su alcuni componenti del Csm per ottenere il ribaltamento della precedente decisione adottata dal Consiglio giudiziario di Reggio Calabria;

il 3 novembre 2011, pochi giorni prima che il dottor Giusti venisse sospeso cautelativamente dalle funzioni e dallo stipendio al momento dell'arresto di un altro giudice reggino, il Csm a sorpresa ha ribaltato il parere negativo del Consiglio giudiziario locale e a maggioranza ha promosso, malgrado i gravi addebiti, ugualmente il dottor Giusti;

gli argomenti spesi in suo favore dai consiglieri Csm di ogni corrente sono analiticamente ripresi nell'ordinanza e delineano un quadro assolutamente anomalo. Come si legge sulla stampa (si veda ad esempio un articolo pubblicato sul "Corriere della sera" del 29 marzo 2012), più esattamente la relatrice Di Rosa suggerisce che i fatti del processo disciplinare "non possono far dimenticare il buon operato nell'attività del magistrato"; il consigliere Carfì ritiene che Giusti "si sia trovato solo nel gestire tale criticità", che "va inserita in un periodo relativamente limitato e che è superata da una serie di elementi positivi legati alla sua professionalità"; il consigliere Rossi aggiunge che "le ingenuità da condannare sono però da giustificare a fronte di una positiva volontà di movimentare un settore immobile da tempo in un contesto comunque ostile"; il consigliere Giostra ritiene che debba "prevalere il progresso dell'esperienza professionale del magistrato che ha preso coscienza, piuttosto che il singolo episodio intervenuto nella fase iniziale della sua esperienza"; il consigliere Fuzio nega "corporativismo o magnanimità", quello del Csm "è piuttosto segno di fiducia istituzionale nel collega"; il consigliere Pepe si spinge a "ricordare che in taluni casi molte delle forzature fatte da singoli magistrati nel tempo sono divenute oggetto di recepimento legislativo";

la piena disponibilità del materiale investigativo (intercettazioni, tabulati, pedinamenti, eccetera), a disposizione dell'autorità giudiziaria di Milano, impone, con assoluta urgenza, di accertare quali condizionamenti, pressioni, interventi siano stati eventualmente esercitati dal dottor Giusti su taluni componenti del Csm al fine di conseguire una pronuncia a lui favorevole nel giudizio disciplinare, prima, e nella valutazione di professionalità, dopo, e quale "tela" abbia tessuto e quali "risposte positive" abbia ricevuto dai suoi "colleghi";

urge, quindi, un rapido intervento affinché con apposita indagine ispettiva si accertino gli elementi a disposizione della Procura della Repubblica di Milano per verificare le condotte eventualmente poste in essere dal dottor Giusti per influenzare in suo favore le decisioni del Consiglio superiore della magistratura;

a giudizio dell'interrogante urge un intervento legislativo che, ponendo termine alle influenze correntistiche e clientelari che attanagliano l'associazione giudiziaria e gli organismi istituzionali da essa espressi, preveda una nuova legge per le elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura e la definitiva separazione da esso della Sezione disciplinare,

si chiede si sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti sopra riferiti e quali iniziative di sua competenza intenda intraprendere al riguardo, anche al fine di attivare una rapida revisione della legge che regola l'elezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura e per la composizione della sezione disciplinare.

(3-02778)