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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 697 del 21/03/2012


Allegato A

DISEGNO DI LEGGE DICHIARATO ASSORBITO A SEGUITO DELL'APPROVAZIONE DEL DISEGNO DI LEGGE N. 1474-B (*)

Ratifica ed esecuzione dei Protocolli di attuazione della Convenzione per la protezione delle Alpi, con annessi, fatta a Salisburgo il 7 novembre 1991 (3085)

Art. 1.

    1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare i seguenti Protocolli di attuazione della Convenzione per la protezione delle Alpi, con annessi, fatta a Salisburgo il 7 novembre 1991:

        a) «Protocollo nell'ambito della protezione della natura e della tutela del paesaggio, con allegati», fatto a Chambéry il 20 dicembre 1994;

        b) «Protocollo nell'ambito dell'agricoltura di montagna, con allegato», fatto a Chambéry il 20 dicembre 1994;

        c) «Protocollo nell'ambito della pianificazione territoriale e dello sviluppo sostenibile», fatto a Chambéry il 20 dicembre 1994;

        d) «Protocollo nell'ambito delle foreste montane», fatto a Brdo il 27 febbraio 1996;

        e) «Protocollo nell'ambito della difesa del suolo», fatto a Bled il 16 ottobre 1998;

        f) «Protocollo nell'ambito del turismo», fatto a Bled il 16 ottobre 1998;

        g) «Protocollo nell'ambito dell'energia», fatto a Bled il 16 ottobre 1998;

        h) «Protocollo sulla composizione delle controversie», fatto a Lucerna il 31 ottobre 2000;

        i) «Protocollo nell'ambito dei trasporti», fatto a Lucerna il 31 ottobre 2000.

    2. Piena ed intera esecuzione è data ai Protocolli di cui al comma 1 a decorrere dalla data della loro entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dal capitolo V dei Protocolli di cui alle lettere a), b), c), d), e), f), g) e i) del medesimo comma 1, e dall'articolo 16 del Protocollo di cui alla lettera h) del medesimo comma 1.

    3. Lo Stato, le regioni e gli enti locali provvedono all'adozione degli atti e delle misure previsti dai Protocolli di cui al comma l, secondo le rispettive competenze, fermo restando quanto stabilito dall'articolo 3 della legge 14 ottobre 1999, n. 403, sulle attribuzioni della Consulta Stato-regioni dell'Arco alpino, convocata e presieduta dal Ministro per la coesione territoriale.

Art. 2.

    1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

________________

(*) Cfr. anche seduta n. 696.

MOZIONI

Mozioni sui requisiti patrimoniali delle banche

(1-00524) (18 gennaio 2012)

V. testo 2

GASPARRI, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, AZZOLLINI, DINI, GRILLO, BIANCONI, CASOLI, COLLI, IZZO, RAMPONI, TOFANI, PICHETTO FRATIN, CONTI, SAIA, GALLONE. - Il Senato,

                    premesso che:

            il Comitato di Basilea, in conseguenza della crisi finanziaria, su indicazione del G20 ha adottato tre documenti - relativi all'adeguatezza del capitale delle banche, alla liquidità e all'assorbimento delle perdite da parte del capitale quando venga meno la capacità operativa - che hanno per effetto, tra l'altro, di innalzare i requisiti minimi e la qualità del capitale degli istituti di credito;

            a livello europeo i nuovi accordi di Basilea troveranno una trasposizione normativa in un regolamento e in una direttiva dei quali la Commissione europea ha pubblicato le relative proposte nel mese di luglio 2011 (rispettivamente COM (2011) 452 e COM (2011) 453);

            i nuovi requisiti richiesti da Basilea III, se da un lato condurranno ad un sistema finanziario capace di resistere maggiormente a future crisi finanziarie, dall'altro, comportando ingenti costi per il settore bancario, avranno un impatto sull'erogazione del credito e sul sostegno del sistema finanziario all'economia;

            preso atto dell'esercizio sul capitale da parte dell'Autorità bancaria europea (European banking authority - EBA), annunciato il 26 ottobre 2011, e i cui risultati sono stati resi noti l'8 dicembre, con cui l'Autorità citata ha richiesto alle banche di rafforzare la loro posizione patrimoniale costituendo un buffer di capitale eccezionale e temporaneo tale da portare il "Core Tier 1 ratio" delle banche al 9 per cento entro la fine di giugno 2012 e dopo aver richiesto di valutare al valore di mercato i titoli di debito pubblico detenuti;

            richiamate le stesse considerazioni del Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, il quale, da un lato, ha chiarito che "i programmi di capitalizzazione delle banche non devono comportare sviluppi a detrimento delle attività economiche, non debbono tradursi in uno schiacciamento del credito" e, dall'altro, criticando la decisione dell'EBA, ha rilevato come l'esercizio dell'Autorità "era giusto quando è stato deciso, ma è stato pensato in un momento in cui le cose erano molto diverse da come sono oggi. E i test hanno finito per essere un esercizio pro-ciclico";

            evidenziato che la decisione di anticipare il rafforzamento dei requisiti patrimoniali delle banche al mese di giugno 2012, e non secondo il periodo transitorio previsto dagli accordi di Basilea III, che prevedono un'applicazione definitiva a partire dal 2018, influenzerà in maniera significativa l'attività degli istituti di credito nella concessione del credito all'economia reale;

            evidenziato che il vero rischio che l'inasprimento dei requisiti patrimoniali comporta è una ridotta capacità degli intermediari finanziari di sostenere l'economia reale attraverso l'erogazione di credito;

            rilevato che entro il prossimo anno (gennaio 2013) l'EBA dovrà definire le caratteristiche che gli strumenti di capitale devono avere per poter essere inclusi nel "Tier 1" e nel cosiddetto "Additional Tier 1";

                    premesso inoltre che:

            sarebbe stato auspicabile che la decisione dell'EBA di anticipare il rafforzamento dei requisiti patrimoniali fosse stata adottata con maggiore attenzione, tenendo conto soprattutto delle conseguenze pro-cicliche e degli effetti sul finanziamento dell'economia reale;

            è necessario in particolare sostenere il tessuto economico italiano, che è basato sulle piccole e medie imprese, le quali nel nostro Paese hanno dimensioni medie inferiori a quelle degli altri Paesi europei e sono caratterizzate da una struttura finanziaria più debole. Conseguentemente, essendo maggiormente dipendenti dal credito bancario e con una struttura patrimoniale più fragile rispetto ad altri soggetti, le Pmi italiane risulteranno più sensibilmente penalizzate dall'introduzione dei nuovi capital ratio;

            è dimostrato che i portafogli crediti delle Pmi sono meno rischiosi rispetto a quelli di imprese di grandi dimensioni e ciò grazie alla minore correlazione tra gli attivi delle Pmi e l'andamento economico generale. La minore correlazione è dimostrata attraverso analisi empiriche, dalle quali risulta che l'asset correlation tende a crescere con la dimensione delle imprese e a decrescere con la loro tendenza al rischio;

            con riferimento ai capital ratio, è necessario introdurre nelle proposte di implementazione degli accordi di Basilea III un moltiplicatore detto "Pmi supporting factor" tale da annullare nella sostanza l'incremento dei requisiti di capitale a fronte dei prestiti alle Pmi richiesto da Basilea III. Tale indice ridurrebbe la quantità di capitale che le banche, indipendentemente dai metodi di valutazione adottati (standard o rating interni), devono accantonare a fronte di crediti erogati alle Pmi. Ciò consentirebbe agli istituti di credito di limitare i temuti effetti restrittivi nell'erogazione del credito alle Pmi;

            è fondamentale che il "Pmi supporting factor" sia introdotto già con l'entrata in vigore delle citate norme (gennaio 2013);

            è opportuno che le caratteristiche tecniche che gli strumenti di capitale devono avere per poter essere inclusi nel Tier 1 e nel cosiddetto Additional Tier 1 siano definite almeno 6 mesi prima dell'entrata in vigore del regolamento - ossia il gennaio 2013 - in modo da dare agli istituti di credito la certezza in merito a quali strumenti di capitale poter emettere nel corso degli ultimi 6 mesi del 2012 ed evitare che si crei un affollamento di emissioni nel 2013,

            impegna il Governo ad assumere ogni opportuna iniziativa nei rapporti con l'Unione europea e con le istituzioni degli altri Paesi membri per favorire l'introduzione nelle proposte di implementazione di Basilea III di un "Pmi supporting factor" che risponda alle esigenze, alle caratteristiche ed alla tempistica richiamate in premessa, scongiurando così ulteriori, drammatici problemi nell'accesso al credito per le Pmi italiane.

(1-00524) (testo 2) (21 marzo 2012)

GASPARRI, QUAGLIARIELLO, AUGELLO, AZZOLLINI, DINI, GRILLO, BIANCONI, CASOLI, COLLI, IZZO, RAMPONI, TOFANI, PICHETTO FRATIN, CONTI, SAIA, GALLONE. - Il Senato,

                    premesso che:

            il Comitato di Basilea, in conseguenza della crisi finanziaria, su indicazione del G20 ha adottato tre documenti - relativi all'adeguatezza del capitale delle banche, alla liquidità e all'assorbimento delle perdite da parte del capitale quando venga meno la capacità operativa - che hanno per effetto, tra l'altro, di innalzare i requisiti minimi e la qualità del capitale degli istituti di credito;

            a livello europeo i nuovi accordi di Basilea troveranno una trasposizione normativa in un regolamento e in una direttiva dei quali la Commissione europea ha pubblicato le relative proposte nel mese di luglio 2011 (rispettivamente COM (2011) 452 e COM (2011) 453);

            i nuovi requisiti richiesti da Basilea III, se da un lato condurranno ad un sistema finanziario capace di resistere maggiormente a future crisi finanziarie, dall'altro, comportando ingenti costi per il settore bancario, avranno un impatto sull'erogazione del credito e sul sostegno del sistema finanziario all'economia;

            preso atto dell'esercizio sul capitale da parte dell'Autorità bancaria europea (European banking authority - EBA), annunciato il 26 ottobre 2011, e i cui risultati sono stati resi noti l'8 dicembre, con cui l'Autorità citata ha richiesto alle banche di rafforzare la loro posizione patrimoniale costituendo un buffer di capitale eccezionale e temporaneo tale da portare il "Core Tier 1 ratio" delle banche al 9 per cento entro la fine di giugno 2012 e dopo aver richiesto di valutare al valore di mercato i titoli di debito pubblico detenuti;

            richiamate le stesse considerazioni del Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, il quale, da un lato, ha chiarito che "i programmi di capitalizzazione delle banche non devono comportare sviluppi a detrimento delle attività economiche, non debbono tradursi in uno schiacciamento del credito" e, dall'altro, criticando la decisione dell'EBA, ha rilevato come l'esercizio dell'Autorità "era giusto quando è stato deciso, ma è stato pensato in un momento in cui le cose erano molto diverse da come sono oggi. E i test hanno finito per essere un esercizio pro-ciclico";

            evidenziato che la decisione di anticipare il rafforzamento dei requisiti patrimoniali delle banche al mese di giugno 2012, e non secondo il periodo transitorio previsto dagli accordi di Basilea III, che prevedono un'applicazione definitiva a partire dal 2018, influenzerà in maniera significativa l'attività degli istituti di credito nella concessione del credito all'economia reale;

            evidenziato che il vero rischio che l'inasprimento dei requisiti patrimoniali comporta è una ridotta capacità degli intermediari finanziari di sostenere l'economia reale attraverso l'erogazione di credito;

            rilevato che entro il prossimo anno (gennaio 2013) l'EBA dovrà definire le caratteristiche che gli strumenti di capitale devono avere per poter essere inclusi nel "Tier 1" e nel cosiddetto "Additional Tier 1";

                    premesso inoltre che:

            sarebbe stato auspicabile che la decisione dell'EBA di anticipare il rafforzamento dei requisiti patrimoniali fosse stata adottata con maggiore attenzione, tenendo conto soprattutto delle conseguenze pro-cicliche e degli effetti sul finanziamento dell'economia reale;

            è necessario in particolare sostenere il tessuto economico italiano, che è basato sulle piccole e medie imprese, le quali nel nostro Paese hanno dimensioni medie inferiori a quelle degli altri Paesi europei e sono caratterizzate da una struttura finanziaria più debole. Conseguentemente, essendo maggiormente dipendenti dal credito bancario e con una struttura patrimoniale più fragile rispetto ad altri soggetti, le Pmi italiane risulteranno più sensibilmente penalizzate dall'introduzione dei nuovi capital ratio;

            è dimostrato che i portafogli crediti delle Pmi sono meno rischiosi rispetto a quelli di imprese di grandi dimensioni e ciò grazie alla minore correlazione tra gli attivi delle Pmi e l'andamento economico generale. La minore correlazione è dimostrata attraverso analisi empiriche, dalle quali risulta che l'asset correlation tende a crescere con la dimensione delle imprese e a decrescere con la loro tendenza al rischio;

            con riferimento ai capital ratio, è necessario introdurre nelle proposte di implementazione degli accordi di Basilea III un moltiplicatore detto "Pmi supporting factor" tale da annullare nella sostanza l'incremento dei requisiti di capitale a fronte dei prestiti alle Pmi richiesto da Basilea III. Tale indice ridurrebbe la quantità di capitale che le banche, indipendentemente dai metodi di valutazione adottati (standard o rating interni), devono accantonare a fronte di crediti erogati alle Pmi. Ciò consentirebbe agli istituti di credito di limitare i temuti effetti restrittivi nell'erogazione del credito alle Pmi;

            è fondamentale che il "Pmi supporting factor" sia introdotto già con l'entrata in vigore delle citate norme (gennaio 2013);

            è opportuno che le caratteristiche tecniche che gli strumenti di capitale devono avere per poter essere inclusi nel Tier 1 e nel cosiddetto Additional Tier 1 siano definite almeno 6 mesi prima dell'entrata in vigore del regolamento - ossia il gennaio 2013 - in modo da dare agli istituti di credito la certezza in merito a quali strumenti di capitale poter emettere nel corso degli ultimi 6 mesi del 2012 ed evitare che si crei un affollamento di emissioni nel 2013;

            le recenti decisioni assunte dall'Autorità bancaria europea (European Banking Authority - EBA), che hanno imposto un'accelerazione dei tempi per l'acquisizione di nuovi e più consistenti requisiti patrimoniali per le banche, devono ora misurarsi con un quadro fortemente peggiorato della condizione finanziaria dell'area dell'euro rispetto al contesto in cui erano maturate;

            in questo clima gli effetti sul mercato rischiano di essere ulteriormente negativi, incrementando la difficoltà per le banche di rinnovare o incrementare la dotazione di titoli di Stato in portafoglio, anche alla luce della scelta di valutare secondo il criterio dei mark to market i titoli di Stato detenuti dalle banche,

            impegna il Governo:

           ad assumere ogni opportuna iniziativa nei rapporti con l'Unione europea e con le istituzioni degli altri Paesi membri per favorire l'introduzione nelle proposte di implementazione di Basilea III di un "Pmi supporting factor" che risponda alle esigenze, alle caratteristiche ed alla tempistica richiamate in premessa, scongiurando così ulteriori, drammatici problemi nell'accesso al credito per le Pmi italiane;

           a chiedere un differimento della data ora prevista per l'attuazione dell'esercizio per capitalizzazione delle banche dell'EBA, tenuto conto del peggioramento delle prospettive di crescita dell'economia e del fatto che i rischi di recessione si fanno sempre più concreti.

(1-00579) (06 marzo 2012)

POLI BORTONE, VIESPOLI, FLERES, FILIPPI Alberto, MENARDI, SAIA, FERRARA, PONTONE, FASANO, PALMIZIO, CASTIGLIONE, CARRARA, TOFANI, SERRA, SACCOMANNO, PETERLINI, LENNA, SPADONI URBANI, PINZGER, THALER AUSSERHOFER, RAMPONI, CASELLI, SARO. - Il Senato,

                    premesso che:

            il principio di sussidiarietà è definito dall'articolo 5 del trattato sull'Unione europea. Esso garantisce che le decisioni siano adottate il più vicino possibile al cittadino, verificando che l'azione da intraprendere a livello comunitario sia giustificata rispetto alle possibilità offerte dall'azione a livello nazionale, regionale o locale. Concretamente ciò significa che nei settori che non sono di sua esclusiva competenza l'Unione interviene soltanto quando la sua azione è considerata più efficace di quella intrapresa a livello nazionale, regionale o locale. Il principio di sussidiarietà è strettamente connesso al principio di proporzionalità, secondo cui l'azione dell'Unione non può andare al di là di quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi dei trattati;

            in seguito all'entrata in vigore del trattato di Lisbona il 1° dicembre 2009, il protocollo richiede ora che il principio di sussidiarietà sia rispettato in tutti i progetti di atti legislativi;

            analogamente al principio di sussidiarietà, il principio di proporzionalità all'articolo 5 del trattato sull'Unione europea regola l'esercizio delle competenze esercitate dall'Unione. Esso mira a inquadrare le azioni delle istituzioni dell'Unione entro certi limiti. In virtù di tale regola l'azione delle istituzioni deve limitarsi a quanto è necessario per raggiungere gli obiettivi fissati dai trattati. In altre parole, il contenuto e la forma dell'azione devono essere in rapporto con la finalità perseguita;

                    considerato che:

            entro il 30 giugno 2012 diventeranno operative le regole di Basilea 3 con la direttiva (CRD4) ed il regolamento (CRR1). Queste nuove norme, che verranno proposte e/o emanate dall'Autorità bancaria europea (EBA), rischiano di contribuire ad aggravare la recessione in corso e di frenare il processo di risanamento e rilancio della crescita avviato dal Governo italiano;

            il recepimento nell'ordinamento comunitario delle Regole di Basilea 3 potrebbe, se non ben calibrate nei contenuti e nei tempi, accrescere una fase di credit crunch a causa della necessità di adeguarsi da parte delle banche alle nuove più restrittive misure in materia di capitale e di liquidità. Accrescendo i requisiti di capitale degli istituti di credito, infatti, e rendendo più severe le regole di computazione dei mezzi patrimoniali e di Governo e controllo del rischio di liquidità, si pongono le premesse per un'ulteriore restrizione nella concessione del credito alle imprese in generale ed alle piccole e medie imprese in particolare, limitando la quantità erogabile o accrescendone il prezzo;

            le regole di Basilea 3 sono scritte nella logica,discriminante e arbitraria, della "taglia unica". Si tratta di regole uniche per modelli di attività bancaria differenti (di investimento, universali, commerciali), per aziende bancarie con diversa natura giuridica (società di capitali, quotate e non quotate; società cooperative) di dimensioni diversissime (da 10.000 a uno sportello);

            tenuto conto che:

            la "taglia unica", espressione di superati pregiudizi ideologici, rappresenta un vero e proprio vulnus della democrazia economica e della libertà d'impresa tipiche della storia e della cultura delle nazioni europee;

            i regolatori e i supervisori, essendo istituzioni pubbliche, devono essere al servizio di interessi comuni rappresentati da chi è stato democraticamente eletto: Parlamenti nazionali ed europeo e, indirettamente, Consiglio europeo;

            in Europa esistono migliaia di banche di piccola e media dimensione, sia società per azioni sia cooperative, che non costituiscono un rischio sistemico a differenza invece dei colossi transnazionali troppo grandi per fallire proprio per il rischio sistemico che essi rappresentano, e perciò sono meritevoli di essere disciplinati da norme e controlli pubblici ancor più rigorosi;

            atteso che:

            la banca "tradizionale" al servizio dell'economia reale, ben governata, che raccoglie risparmio e lo impiega in imprese e famiglie, si è dimostrata più solida e stabile di quella "innovativa", costantemente impegnata nel generare profitto in un'ottica di brevissimo termine;

            essa ha mostrato nei decenni di aver contribuito in maniera determinante a creare sviluppo, occupazione e reddito;

            le banche italiane in particolare, soprattutto quelle a struttura societaria cooperativa, non solo non hanno partecipato a creare la crisi finanziaria, ma ne hanno contrastato efficacemente gli effetti, sostenendo famiglie e imprese e continuando a finanziare l'economia dei territori di riferimento, come documenta la stessa Banca d'Italia. È ormai accertato, infatti, che la fonte della crisi è stata la finanza speculativa, alimentata dalle banche d'investimento internazionali e consentita da alcune zone d'ombra di applicazione delle norme prudenziali,

            impegna il Governo ad intervenire, per quanto di propria competenza, presso il Parlamento europeo e la Commissione europea affinché si adoperino per:

            1) rivedere i tempi e le modalità di entrata in vigore nel territorio dell'Unione delle norme finalizzate al recepimento degli "Accordi sui requisiti di capitale" delle banche (noti come Basilea 3);

            2) applicare i principi: di proporzionalità, abbandonando la logica "one size fits all". Tale principio di proporzionalità deve sempre trovare adeguata declinazione nelle 128 tra norme tecniche regolamentari e di implementazione e linee guida che verranno proposte o emanate dall'EBA; di sussidiarietà, al fine di tener conto delle specificità delle morfologie economico-produttive e bancarie dei singoli Stati membri e quindi delegando alle autorità nazionali il compito di determinare regole, modalità e tempi specifici sulla base delle dimensioni nazionali o delle singole banche; di gradualità, tenendo conto delle condizioni congiunturali e della sostenibilità delle nuove regole per i diversi sistemi produttivi nazionali e le differenti tipologie di intermediari creditizi;

            3) effettuare uno studio d'impatto sulle diverse tipologie di aziende bancarie europee (per dimensione, natura e modello di business) delle nuove regole per potere adeguarne l'applicazione.

(1-00585) (testo 2) (21 marzo 2012)

SANGALLI, BUBBICO, ARMATO, DE SENA, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, TOMASELLI, ANTEZZA. - Il Senato,

                    premesso che:

            il settore delle piccole e medie imprese (PMI) industriali e di servizio, già sottoposto ai contraccolpi di una delle peggiori congiunture economiche degli ultimi decenni, vede la sua situazione aggravata da un problema di razionamento del credito che sembra aggravarsi di settimana in settimana;

            la crisi si è propagata al sistema bancario che, in presenza di una situazione già pesante a causa della congiuntura reale, con aumento delle sofferenze e delle perdite su crediti, ha subito un forte innalzamento dei tassi pagati sulla raccolta di denaro e un forte deprezzamento degli enormi attivi investiti in titoli del debito pubblico di Paesi in fase di stress finanziario;

            contemporaneamente, il sistema bancario europeo ha dovuto ottemperare a regole più stringenti sulla valutazione degli attivi di bilancio dettate dall'Autorità bancaria europea (EBA) e sulla patrimonializzazione (dettati dall'accordo detto di Basilea 3), con la necessità di riequilibrare il rapporto fra attivo, passivo e mezzi propri che può avvenire tramite ricapitalizzazioni, molto difficili in questo momento, e riduzione dei volumi di finanziamento all'economia;

            sebbene la piena applicazione dei nuovi requisiti entrerà a regime solo nel 2019, l'annuncio delle nuove regole ha generato pressioni da parte degli investitori e delle controparti affinché le banche si adeguino prima dei tempi previsti, accumulando riserve di capitale e di liquidità nonostante l'attuale difficile situazione di mercato e del sistema produttivo;

            il sistema bancario europeo, pertanto, si è trovato ad affrontare una grave crisi di sfiducia all'interno del mondo finanziario alimentata dai dubbi sulla reale solidità di bilancio dei vari operatori bancari, che ha causato il progressivo "prosciugamento" del canale dei prestiti interbancari;

            i tentativi dei singoli Stati membri dell'Unione, in Italia tramite la garanzia delle passività bancarie, e della Banca centrale europea (BCE), tramite i prestiti al sistema bancario europeo di circa 1000 miliardi al tasso dell'1 per cento, di rianimare i volumi del credito e di diminuirne il costo non sembrano avere per ora prodotto risultati significativi;

            lo stesso Presidente della BCE Mario Draghi ha invitato gli istituti di credito ad approfittare dell'offerta, senza alcun timore di suscitare sospetto, per evitare il credit crunch in atto e riparare i bilanci e i mercati, abbreviando i tempi della ripresa;

            tuttavia, le risorse messe a disposizione dalla BCE sembrano essere rimaste, in buona parte, sulla deposit facility che le banche hanno presso la BCE, pur essendo remunerati ad un tasso dello 0,25 per cento, o essere state investite in titoli di Stato;

            i crediti alle imprese, specie quelle medio-piccole non sono invece ripartiti o addirittura sono in taluni casi in forte contrazione e gli spread praticati dalle banche alla clientela sono rimasti molto alti, con il denaro che ormai facilmente raggiunge costi del 7-8 per cento;

            la situazione attuale, pertanto, è caratterizzata da una scarsa disponibilità e da un elevato costo del credito per l'economia reale, nonché da un credito assistito da garanzie sempre più pesanti;

                    considerato che:

            le imprese si trovano a sostenere uno sforzo straordinario per evitare che errori altrui (ieri la sottovalutazione della volatilità di alcuni prodotti finanziari, oggi l'inadeguatezza di iniziative e strumenti atti a governare la crisi del debito sovrano) si traducano in ulteriori elementi di indebolimento del tessuto produttivo italiano;

            fin dal 2008, le imprese hanno reagito contenendo i costi di gestione, gli investimenti fissi e le spese per il personale, ma ciò non è bastato a ridurre il fabbisogno finanziario di capitale circolante, anche a causa dell'allungarsi dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali. Fenomeno che ha colpito particolarmente le imprese di minori dimensioni, contrattualmente più deboli;

            di fronte al pericolo concreto che il sistema bancario italiano non riesca ad avere sufficiente disponibilità per sostenere famiglie e imprese, gli interventi del Governo e della BCE sono stati indirizzati al ripristino della capacità di finanziamento delle banche. Il recente intervento della garanzia a favore delle banche promosso dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, e l'ingente iniezione di prestiti a tasso particolarmente favorevole da parte della BCE mirano al ripristino di una situazione di normalità;

            tuttavia, è necessario che tali interventi siano effettivamente finalizzati a garantire il permanere di livelli quantitativi di credito coerenti con i fabbisogni del sistema imprenditoriale e delle famiglie, e producano effetti positivi sul pricing, ovvero in termini di contenimento del costo del denaro;

            rilevato che:

            in Italia il razionamento del credito diventa particolarmente dirompente per le PMI, che rappresentano la quasi totalità del sistema produttivo, in un momento in cui la disponibilità di credito diventa questione di sopravvivenza;

            il razionamento del credito per le PMI avviene in un contesto in cui: il calo della domanda fa scendere fatturati e margini e quindi le possibilità di autofinanziamento delle imprese, specie quelle che non trovano sbocchi sui mercati internazionali, ovvero quelle industriali più piccole e quelle che producono servizi; si allungano i tempi di pagamento sia fra privati che fra pubblico e privato, con debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei privati che ormai hanno raggiunto l'ordine delle svariate decine di miliardi di euro, e occorre dunque finanziare volumi di capitale circolante più elevati a parità di altre condizioni; per le imprese più dinamiche che riescono a crescere, spesso trainate dall'export e dalla loro capacità di innovazione, ci sarebbe bisogno di sostegno da parte del sistema bancario per finanziarne la crescita e gli investimenti; molte aziende che avevano effettuato investimenti fino alla prima metà del 2008, spinte da un pallido miglioramento delle aspettative, si trovano ora in una situazione di forte incertezza e, dopo una debole ripresa nel 2010, si trovano gravate da forti investimenti che per ora non creano cassa sufficiente per ripagare le rate dei finanziamenti;

            come evidenziato da un serie di segnalazioni che provengono dal mondo dell'impresa, il fenomeno del razionamento non si risolve solo in un innalzamento del costo del credito e in una mancata disponibilità di nuovo credito, ma implica anche una riduzione dei finanziamenti in essere alle imprese, specie quelli legati agli anticipi su fatture e su contratti, essenziali per garantire la gestione quotidiana della tesoreria delle imprese. Il paradosso è che la riduzione in molti casi sembra coinvolgere anche imprese sane, che in effetti sono quelle potenzialmente più in grado di restituire i finanziamenti;

            il risultato è una forte accentuazione delle già notevoli difficoltà del mondo produttivo che sta portando un numero elevato e crescente di operatori verso l'uscita dal mercato. Non si tratta del normale processo di eliminazione degli operatori marginali ed inefficienti dal mercato in situazioni di crisi. Al contrario, si tratta di un processo che sta assumendo proporzioni preoccupanti e che riguarda non solo un gran numero di aziende molto piccole e con pochi capitali propri che, tuttavia, sono capaci di offrire buoni prodotti e buoni servizi e di creare valore ed occupazione. Il processo sta minando anche aziende più grandi e strutturate, capaci di stare sui mercati internazionali e di innovare. Si fa riferimento al tessuto economico che fa forte il made in Italy nel mondo, organismi sani che rischiano di scomparire per mancanza di liquidità e di credito e per i quali bisogna agire rapidamente,

                    impegna il Governo:

            1) ad operare un'attenta e costante azione di monitoraggio, per evitare che gli interventi previsti dal decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, si sostanzino in un generico sostegno al sistema bancario, senza ricadute effettive sull'economia;

            2) ad assumere, per quanto di competenza, tutte le iniziative necessarie affinché la liquidità messa a disposizione delle banche italiane dalla BCE si traduca effettivamente in un sostegno all'economia reale e all'accesso al credito delle imprese e delle famiglie;

            3) a proseguire gli sforzi, in sede europea, affinché:

            a) siano attenuate le richieste dell'EBA, in termini di requisiti di capitale richiesti per i finanziamenti alle PMI ed in generale delle forme potenzialmente in grado di creare severe restrizioni al credito verso le PMI;

            b) le nuove regole siano coerenti con l'attuale fase ciclica dell'economia europea e italiana, facendo sì che le nuove regole sui requisiti di capitale siano un fattore di stabilizzazione dei mercati di lungo periodo e non un freno per le banche nel sostegno alle imprese e alle famiglie, evitando che le proposte, le loro modalità di attuazione ed i relativi tempi determinino indesiderati effetti-prociclici;

            c) siano introdotti nella normativa europea di recepimento dell'accordo di "Basilea 3" accorgimenti regolamentari che incentivino, riducendone il costo, i prestiti in favore delle piccole e medie imprese, in particolare prevedendo misure che, di fatto, sterilizzino gli incrementi di capitale, a fronte dei prestiti erogati alle piccole e medie imprese, aumenti che si determinerebbero nel caso di applicazione indifferenziata delle nuove regole sul capitale;

            d) si provveda a chiarire che, nei casi in cui un finanziamento è supportato dalla garanzia di un consorzio di garanzia collettiva fidi, il criterio di assorbimento patrimoniale relativo all'accantonamento richiesto al confidi non possa risultare superiore al risparmio di capitale ottenuto dalla banca in conseguenza dell'intervento del confidi stesso;

            4) a dare ulteriore sostegno al Fondo centrale di garanzia e a promuovere una sua nuova regolamentazione coerente ed adeguata alla centralità di questo strumento per l'accesso al credito delle PMI;

            5) ad adottare interventi finalizzati ad ottimizzare e a razionalizzare la filiera del credito, nonché a valorizzare soggetti e strumenti in grado di essere efficienti ed efficaci, verificando innanzitutto quali di questi, a parità di risorse date, garantiscano il migliore effetto leva;

            6) a promuovere in sede di Unione europea una adeguata iniziativa volta ad introdurre nell'ambito dell'Accordo cosiddetto "Basilea 3" il parametro "PMI supporting factor" per sostenere l'erogazione di credito alle PMI.

(1-00586) (20 marzo 2012)

LANNUTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA. - Il Senato,

                    premesso che:

            in un contesto di perduranti tensioni sui mercati finanziari europei, il Consiglio europeo decise il 26 ottobre 2011 di rafforzare la base patrimoniale delle banche. In attuazione della decisione, l'8 dicembre 2011 l'Eba, l'Autorità bancaria europea, ha emanato una raccomandazione riferita a 71 grandi banche europee: le autorità di vigilanza nazionali devono chiedere agli intermediari di costituire, ove necessario, un cuscinetto (buffer) addizionale di capitale tale da portare, entro la fine di giugno 2012, al 9 per cento il rapporto tra capitale di qualità più elevata (Core Tier 1) e attività ponderate per il rischio, dopo aver tenuto conto delle necessità patrimoniali derivanti dalla valutazione delle esposizioni verso gli emittenti sovrani ai prezzi di mercato di fine settembre 2011. Ciò al fine di ridurre il rischio percepito dagli investitori sulla solidità delle banche (il rischio di controparte), cresciuto per le fortissime tensioni sul debito sovrano; nonché al fine di costituire un ulteriore cuscinetto patrimoniale per permettere alle banche di far fronte a eventuali ulteriori shock, continuando a finanziare l'economia;

            fra dicembre 2011 e gennaio 2012, la Banca centrale europea (Bce) ha contrastato i problemi di liquidità del settore bancario mediante un duplice finanziamento di medio termine (tre anni) in quantità illimitata e a condizioni molto permissive. Finora le banche europee hanno utilizzato gran parte dell'ingente liquidità, così ottenuta, per riassorbire le componenti più costose dei loro passivi e per acquistare i titoli pubblici dei Paesi più sottovalutati (quelli italiani e spagnoli);

            la decisione assunta dal presidente della Bce Mario Draghi e dal predecessore Jean-Claude Trichet, consistente nel citato prestito triennale illimitato offerto alle banche al tasso agevolato dell'1 per cento, ha totalizzato oggi 529,5 miliardi, superando i 490 miliardi di dicembre. Come riferiscono fonti della Banca d'Italia, le banche italiane hanno partecipato alla seconda "Ltro" (long-term refinancing operation) della Banca centrale europea per una quota di 139 miliardi di euro lordi pari ad un quarto del totale. Una vera e propria "pioggia di denaro" che, a detta del governatore Draghi, ha evitato un "credit crunch" in larga scala. Negli auspici, la seconda Ltro gigante dovrebbe rilanciare il credito all'economia, favorire la patrimonializzazione delle banche e dare respiro ai titoli di Stato;

            molte banche, messo al sicuro il funding per i prossimi mesi, possono ora impiegare le risorse per sottoscrivere bond governativi, che poi tornano alla Bce a garanzia di ulteriore liquidità. Un carry trade che genera ampi margini d'interesse che, con la moral suasion della Bce, devono andare innanzitutto a rafforzare il capitale;

            i piani presentati dalle banche europee alle autorità di vigilanza nel gennaio 2012 per portare il Core Tier al 9 per cento, come raccomandato dall'Eba, indicano che il ridimensionamento dell'attivo avrà un ruolo modesto nel conseguimento del coefficiente regolamentare. È quanto emerge dal rapporto trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali (Bri);

            su un deficit patrimoniale complessivo di 114,6 miliardi di euro, ben il 77 per cento sarà colmato con interventi sul capitale, di cui il 26 per cento con aumenti del capitale e delle riserve, il 28 per cento con la conversione a patrimonio di strumenti finanziari ibridi e l'emissione di bond convertibili, il 16 per cento con l'imputazione degli utili al capitale. Il restante 23 per cento proverrà invece dalla riduzione delle RWA (attività di rischio ponderato), in particolare tramite la modifica dei modelli interni concordata con le autorità di vigilanza (9 per cento) e il ridimensionamento dell'attivo (10 per cento), comprendente riduzioni per 39 miliardi di euro delle RWA dei portafogli prestiti e circa 73 miliardi di euro di cessioni di attività;

            la copertura del 23 per cento del deficit patrimoniale complessivo con il deleveraging si traduce in una riduzione degli attivi totali pari 221 miliardi di euro che corrispondono a una riduzione degli attivi ponderati per il rischio, la grandezza su cui si calcola il Core Tier 1, pari a 112 miliardi. "Benché si tratti di importi ingenti, il loro ordine di grandezza sarebbe stato maggiore se le banche avessero cercato di conseguire l'obiettivo di patrimonializzazione senza apporti di capitale significativi", si legge nel citato rapporto della Bri;

            considerato altresì che:

            l'intervento della Bce avrebbe dovuto aiutare l'economia, le imprese e le famiglie, eppure queste decisioni non hanno contribuito all'aumento delle erogazioni di denaro da parte delle banche. Le banche italiane non hanno utilizzato quel denaro in attività a sostegno delle famiglie e delle imprese, ma neanche per rinforzare i loro bilanci. Quelle somme sono state depositate al tasso dello 0,25 per cento presso la Bce, tanto che al 28 dicembre c'erano presso la Banca centrale ben 452 miliardi depositati da istituti di credito italiani;

            l'operazione della Bce è servita a ridare ossigeno e fiducia al sistema economico e finanziario, tuttavia con i soldi della Bce gli istituti di credito hanno trovato il modo di sistemarsi i bilanci e rafforzare i patrimoni, investendo il denaro ricevuto in bond con rendimenti più alti e speculando persino sui derivati del petrolio. Tuttavia gli istituti di credito dovrebbero prendere coscienza che i conti si possono sistemare anche risparmiando sui bonus ai manager o contenendo la distribuzione di dividendi agli azionisti;

            il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in una circolare alle banche ha spiegato che i gruppi bancari per i quali l'esercizio sul capitale dell'Eba ha individuato un deficit patrimoniale «dovranno impostare politiche dei dividendi che garantiscano il raggiungimento degli obiettivi di capitalizzazione individuati» dall'autorità europea. Tali politiche devono prevedere la patrimonializzazione dell'intero ammontare degli utili realizzati;

            l'eventuale distribuzione di utili «dovrebbe quindi essere compatibile con il mantenimento di un livello di patrimonializzazione tale da garantire la copertura dei requisiti patrimoniali obbligatori e dei livelli di capitale calcolati nell'ambito del processo di autovalutazione dell'adeguatezza patrimoniale». Gli stessi fattori, secondo la Banca d'Italia, alla base delle indicazioni sulle politiche di dividendi «inducono a operare un richiamo alle banche e ai gruppi bancari anche sull'erogazione dei bonus e sull'elaborazione dei nuovi piani di remunerazione»;

            le norme su compensi e bonus, spiega la Banca d'Italia, stabiliscono che l'ammontare complessivo della remunerazione variabile deve essere sostenibile rispetto alla situazione finanziaria della banca e non deve limitare la sua capacità di mantenere o raggiungere un adeguato livello di patrimonializzazione. Esigenze di rafforzamento patrimoniale devono condurre a una contrazione del bonus pool o all'applicazione di sistemi di malus o claw-back;

            la corretta applicazione di queste disposizioni deve comportare, nell'attuale fase congiunturale e, in particolare, nelle banche con esigenze di rafforzamento o mantenimento del livello patrimoniale, un complessivo contenimento dei costi della remunerazione variabile, a vantaggio del profilo patrimoniale dell'intermediario;

            nell'attuale fase congiunturale, secondo la Banca d'Italia, «per coniugare gli obiettivi di mantenimento del sostegno all'economia e di rafforzamento patrimoniale è necessario l'utilizzo di tutte le leve disponibili. Tra queste sono di particolare importanza le decisioni che saranno assunte dai gruppi bancari e dalle banche in materia di distribuzione di utili e corresponsione di remunerazioni variabili a valere sul bilancio dell'esercizio 2011»;

            valutato altresì che:

            ad influire in maniera rilevante sulle difficoltà delle banche italiane non si può dimenticare l'effetto che stanno avendo le disposizioni di rafforzamento patrimoniale imposte dall'accordo Basilea 3 e dall'Eba. Gli indici patrimoniali decisi con Basilea 3 sono impegnativi: prima del fallimento di Lehman Brothers era considerato sufficiente un valore del 6 per cento, il Core Tier 1 raccomandato da Basilea 3 è pari almeno all'8 per cento ed oggi l'Eba chiede di raggiungere rapidamente il 9 per cento. Le banche italiane sono all'8,20 per cento, quelle europee all'8,61 per cento, e questa richiesta fa aumentare il fabbisogno di capitale;

            l'accordo di Basilea 3 rappresenta il blocco centrale della riforma, per grado di articolazione ed effetto complessivo sull'operatività delle banche. Agli intermediari si richiede di accrescere qualità e quantità del patrimonio; sono state introdotte nuove regole tese a contenere la leva finanziaria e la pro-ciclicità dell'intermediazione; sono stati fissati limiti alla trasformazione delle scadenze attraverso una nuova disciplina del rischio di liquidità. Si stanno, inoltre, imponendo requisiti patrimoniali aggiuntivi per gli intermediari sistemicamente rilevanti a livello globale e si sta lavorando all'elaborazione di efficaci e credibili meccanismi di risoluzione in caso di una loro crisi, per evitare costi per il contribuente;

            le nuove regole renderanno il sistema finanziario più solido e l'arbitraggio regolamentare più difficile. Esse accrescono gli oneri regolamentari per gli intermediari maggiormente orientati alla finanza. Com'è giusto che sia, alla luce del fatto che il rischio di alcune categorie di transazioni finanziarie era stato fortemente sottostimato prima della crisi. Minore è il peso per quelli che seguono un modello di intermediazione più tradizionale. I primi studi d'impatto condotti nei mesi scorsi hanno confermato che le banche di investimento, gli operatori in derivati e quelli ad alta leva finanziaria subiranno un inasprimento non trascurabile dei requisiti prudenziali rispetto ad oggi;

            le ripercussioni potenziali sulle banche delle nuove regole sono state oggetto di numerose analisi, condotte dalle autorità, dalle banche, da enti di ricerca. Il perdurare dell'instabilità sui mercati finanziari e la difficoltà di ripresa delle economie dei principali Paesi hanno alimentato la preoccupazione che più severe regole potessero danneggiare ulteriormente le condizioni di imprese e famiglie. In particolare, è stato sostenuto che l'introduzione di più severi requisiti di capitale potrebbe riflettersi sul costo del capitale, sul costo del credito, sulla crescita;

            con i prestiti bancari in netta contrazione lo scorso anno e impercettibilmente migliori in questi primi mesi del 2012, solo grazie al denaro della Bce, la riattivazione del mercato primario permette alle aziende di finanziarsi, saltando l'intermediazione bancaria. Ma con un'economia in stallo come in Europa, o in recessione come in Italia, l'accesso diretto al credito è la migliore soluzione per rilanciare gli investimenti. Anzi, con le banche costrette anch'esse a cercar denaro per finanziare e per capitalizzare se stesse, si direbbe che sia quasi l'unica soluzione,

                    impegna il Governo:

            1) ad adottare ogni iniziativa utile affinché le banche, nell'adozione dei piani che intendono attuare per raggiungere l'obiettivo patrimoniale, evitino azioni che possano compromettere il finanziamento dell'economia, il sostegno delle imprese e delle famiglie, ed al contrario provvedano ad esaminare tutte le opzioni, inclusi: limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus ai dipendenti; riacquisto di strumenti di capitale di qualità inferiore e ristrutturazione di strumenti ibridi esistenti;

            2) ad adoperarsi in ambito nazionale e presso le sedi di competenza affinché al Consiglio europeo di marzo 2012 venga anche effettuata un'analisi degli impatti della raccomandazione dell'Eba sull'erogazione di credito, valutando l'adeguatezza dei tempi e delle modalità di esecuzione;

            3) ad adottare ogni iniziativa utile a vigilare affinché l'ingente massa di liquidità erogata dalla Bce venga effettivamente utilizzata dagli istituti di credito per far ripartire l'economia e non per far conseguire guadagni alle banche, nonché ad adottare efficaci azioni di monitoraggio sulla politica dei tassi e delle commissioni bancarie oggi in vertiginoso aumento;

            4) ad adottare ogni iniziativa utile al fine di indurre le banche italiane ad erogare mutui e prestiti, già finanziati dalla Bce, alle imprese e alle famiglie in modo da favorire un serio rilancio dell'economia;

            5) ad adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari (che si occupano di trading, investimenti ad alto rischio, speculazioni acquisizioni e scalate) e le banche commerciali (che ovviamente pensavano ai depositi dei clienti, a concedere prestiti e a far fruttare i depositi attraverso investimenti conservativi), come primo passo fondamentale verso il superamento della crisi economica e finanziaria globale che continua a colpire pesantemente la vita delle persone e l'economia reale sia nel nostro Paese che altrove.

(1-00587) (20 marzo 2012)

D'ALIA, GALIOTO, GUSTAVINO, SERRA, GIAI, FISTAROL, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI. - Il Senato,

                    premesso che:

            nelle ultime settimane la Banca centrale europea (Bce) ha attuato una corposa iniezione di liquidità nel sistema finanziario europeo, in virtù del quale le banche italiane hanno ottenuto circa 130 miliardi di euro di prestiti da rimborsare con un interesse dell'1 per cento, ma quando fanno i prestiti ai cittadini e alle imprese applicano tassi altissimi che arrivano anche al 10 per cento;

            il prestito della Bce certamente è stato concesso perché le banche potessero acquisire titoli di Stato periferici; ciò di fatto ha permesso un netto calo dei rendimenti di Italia e Spagna, attestatisi al di sotto del 5 per cento;

            ancora pesa l'enorme incertezza in merito alle modalità e i tempi mediante i quali, al di là degli acquisti di titoli di Stato, l'ingente massa di denaro concessa alle banche europee ed italiane sarà riversata sull'economia reale dei vari Paesi;

            in attesa di capire quanti benefici potranno avere le imprese italiane, preoccupano non poco alcuni segnali che provengono da Francoforte, dove i depositi delle banche europee presso la Bce sono cresciuti a 776,9 miliardi di euro, un record che indica senza dubbio un evidente stato di avversione al rischio del sistema bancario, che deposita la liquidità con un rendimento dello 0,25 per cento piuttosto che veicolarla verso l'economia reale e prestarla sul mercato interbancario ad altre banche;

            il paradosso più evidente è che sono proprio le banche più grandi e capitalizzate ad avere maggiore convenienza a depositare la liquidità ricevuta piuttosto che concedere credito;

            in un quadro finanziario di forte restrizione del credito, soprattutto verso le piccole e medie imprese, di certo complicano la situazione di stallo le criticabili prese di posizione dell'Autorità bancaria europea (EBA), in merito alla necessità di impegnare le politiche europee verso più stringenti requisiti patrimoniali per le banche,

                    impegna il Governo:

            1) a farsi promotore presso il sistema degli intermediari finanziari, affinché esso possa veicolare in modo veloce verso il sistema economico italiano, e soprattutto verso le piccole e medie imprese, una parte consistente della liquidità ricevuta dalla Banca centrale europea;

            2) a scongiurare in sede europea il rischio che, proprio in una situazione di evidente stretta al credito come quella attuale, intervengano politiche volte ad irrigidire ancor di più i parametri vincolanti da rispettare in tema di requisiti patrimoniali delle banche;

            3) ad accelerare improrogabilmente il processo di attuazione dei provvedimenti recentemente intervenuti a favore delle piccole e medie imprese.

(1-00588) (20 marzo 2012)

BOLDI, GARAVAGLIA Massimo, ADERENTI, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, CAGNIN, MARAVENTANO. - Il Senato,

                    premesso che:

            l'accordo di Basilea 3 prevede un sostanziale rafforzamento dei requisiti patrimoniali a livello mondiale delle banche;

            la proposta di direttiva (CRD IV) e di regolamento (CRR) presentate il 20 luglio 2011 dalla Commissione europea, per adeguare la normativa comunitaria in materia di requisiti di capitale delle banche ai contenuti di Basilea 3, stanno suscitando molte perplessità presso gli istituti bancari;

            a seguito del Consiglio europeo dell'autunno scorso, i Governi dell'Unione europea hanno concordato sulla necessità di elevare l'indice di Core Tier 1 e hanno introdotto nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico, superando le disposizioni precedenti che prevedevano la contabilizzazione dei titoli iscritti nel portafoglio bancario al valore di acquisto; il rispetto dei nuovi requisiti fissati dalla European Banking Authority (Eba) comporta per gli istituti di credito italiani una ricapitalizzazione pari a circa 14,7 miliardi di euro, penalizzati dalla notevole quantità di titoli Bot e Btp che detengono in portafoglio, in un momento in cui il debito sovrano dell'Italia è sottoposto ad evidenti pressioni speculative e soggetto a grande deprezzamento, con la conseguenza di dover aumentare il capitale aggiuntivo necessario per rispettare i nuovi limiti europei;

            è necessario arginare ulteriori possibilità di crisi dei mercati e mettere in atto interventi calibrati in base alla diversa natura delle realtà bancarie, al fine di evitare effetti finali negativi per alcune tipologie di fruitori del credito, in particolare i più deboli, ossia famiglie e piccole e medie imprese (PMI);

            è indispensabile evitare il verificarsi di un'eccessiva contrazione del credito bancario ad imprese e famiglie, il cosiddetto credit crunch, che si tradurrebbe in una serie di reazioni a catena a livello sia occupazionale che sociale;

            è evidente che l'entrata in vigore della disciplina prevista da Basilea 3 penalizzerebbe le piccole imprese, che invece sono una colonna portante della nostra economia, e le porrebbe in una condizione di limitato accesso al credito, dati il maggior costo dell'indebitamento, le limitate garanzie e una notevole ed apparente carenza di mezzi propri; la revisione dei requisiti patrimoniali di Basilea 3 ed Eba sta portando, infatti, ad un aumento del capitale di vigilanza delle banche pari al 31,25 per cento, con una distribuzione su tutte le posizioni attive bancarie e quindi anche sui portafogli crediti erogati alle PMI; secondo Confindustria, però, i portafogli crediti delle PMI risultano sicuramente meno rischiosi rispetto a quelli delle grandi imprese, grazie alla minore correlazione, dimostrata da analisi empiriche, tra gli attivi delle PMI e l'andamento economico generale;

            i maggiori problemi creati dalle regole dell'accordo risiedono nella logica e nel fine perseguito, ossia la linea del tutto discriminatoria ed arbitraria della "taglia unica" per realtà bancarie diverse: in pratica si applicherebbero le stesse regole a modelli di attività bancarie differenti, a banche con diversa natura giuridica (società per azioni, società cooperative, banche di proprietà pubblica o privata), nonché a banche di dimensioni assai diverse;

            al punto 8 della "Lettera dei dodici" si richiama acriticamente il pieno rispetto dell'accordo di Basilea 3;

                    considerato che:

            nella realtà europea sono presenti migliaia di banche di piccola e media dimensione, nella forma giuridica sia di società per azioni che di società cooperative, che hanno dimostrato di non essere un rischio per il sistema economico a differenza dei colossi bancari transnazionali, troppo grandi per fallire proprio in relazione al rischio sistemico che rappresentano;

            questi ultimi necessiterebbero di essere disciplinati da norme e controlli pubblici ancora più rigorosi e severi;

            è bene ricordare che fonte dell'attuale crisi economica è stata proprio la finanza speculativa, alimentata dalle banche d'investimento internazionali e agevolata da alcune zone d'ombra di applicazione delle norme prudenziali;

            la natura del modello di business della banca dovrebbe essere un elemento fondamentale nella valutazione dell'esposizione al rischio della stessa; infatti la banca al dettaglio di prossimità, al servizio dell'economia reale e della comunità servita, ben governata, che raccoglie risparmio e lo impiega in imprese e famiglie, sebbene assolutamente "tradizionale" si è rivelata strutturalmente più solida e stabile di quella cosiddetta "innovativa";

            la banca "tradizionale" ha dimostrato negli anni di aver notevolmente contribuito a creare sviluppo, nuova occupazione e reddito, laddove invece rimane difficile stabilire se ci siano stati vantaggi per la collettività prodotti dalla finanza per la finanza, spesso senza patria, capace di operare nell'ombra e di vivere lontana dall'economia reale causando evidenti danni;

            ad esempio giova ricordare che le banche a forma cooperativa, oltre a non aver partecipato alla crisi finanziaria del 2007-2008, hanno contribuito sensibilmente a rende meno dura la crisi economica per famiglie e imprese non interrompendo l'attività di finanziamento all'economia dei territori di riferimento e questo è documentato da statistiche ufficiali nazionali;

            a questo proposito va sottolineata la carenza di statistiche a livello comunitario. In sede europea, infatti, non si reperiscono dati ripartiti per categoria giuridica di banche al dettaglio, anche se le differenze strutturali all'interno di questo vasto insieme di intermediari finanziari sono acclarate e rilevanti. Tali differenze assumono speciale importanza in sede di elaborazione delle politiche europee per il finanziamento delle PMI;

            bisognerebbe applicare alle normative che interessano gli istituti bancari il principio di sussidiarietà previsto dall'articolo 5 del Trattato sull'Unione europea, ponendo grande attenzione alle materie la cui disciplina bisognerebbe lasciare alla responsabilità delle autorità nazionali, uniche in grado di valutare al meglio le ricadute di dette complesse disposizioni, così come dovrebbe trovare applicazione il principio di proporzionalità anch'esso contenuto nello stesso articolo 5, prevedendo interventi delle istituzioni unicamente nei limiti a raggiungere gli obiettivi previsti dai Trattati;

            non applicare tali principi al processo di formazione delle regole finali porta alla creazione di nuovi vincoli patrimoniali e di liquidità imposti alla generalità delle banche europee, che risultano poco appropriati per i singoli Paesi dell'Unione europea, con il concreto pericolo che l'impatto su un'economia nazionale si dimostra più gravoso che altrove,

                    impegna il Governo:

            1) ad attivarsi per quanto di competenza al fine di riesaminare i tempi e le procedure di entrata in vigore nel territorio dell'Unione europea dell'accordo di Basilea 3;

            2) ad intervenire a livello europeo per rinviare, come richiesto anche dall'Associazione bancaria italiana (ABI), l'attuazione della raccomandazione dell'Eba e per rendere omogenei i criteri e le metodologie per ponderare i rischi degli attivi bancari, in modo da garantire effettiva concorrenza tra le banche dei differenti Paesi e da non penalizzare l'attività delle nostre banche, sicuramente meno rischiosa, ma considerata ad alto assorbimento di capitale;

            3) ad applicare in merito i principi di proporzionalità e sussidiarietà, delegando alle autorità nazionali dei singoli Stati membri il compito di studiare regole che non penalizzino le banche a dimensione esclusivamente nazionale o regionale e tengano conto della possibilità dell'introduzione graduale delle nuove regole in base alle condizioni congiunturali dell'economia;

            4) a valutare la possibilità di rivedere la posizione espressa dal Governo stesso al punto 8 della "Lettera dei dodici", scritta ai Presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea, recante l'impegno ad aderire acriticamente agli standard di Basilea 3 .