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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 695 del 20/03/2012


LANNUTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,

premesso che:

in un contesto di perduranti tensioni sui mercati finanziari europei, il Consiglio europeo decise il 26 ottobre 2011 di rafforzare la base patrimoniale delle banche. In attuazione della decisione, l'8 dicembre 2011 l'Eba, l'Autorità bancaria europea, ha emanato una raccomandazione riferita a 71 grandi banche europee: le autorità di vigilanza nazionali devono chiedere agli intermediari di costituire, ove necessario, un cuscinetto (buffer) addizionale di capitale tale da portare, entro la fine di giugno 2012, al 9 per cento il rapporto tra capitale di qualità più elevata (Core Tier 1) e attività ponderate per il rischio, dopo aver tenuto conto delle necessità patrimoniali derivanti dalla valutazione delle esposizioni verso gli emittenti sovrani ai prezzi di mercato di fine settembre 2011. Ciò al fine di ridurre il rischio percepito dagli investitori sulla solidità delle banche (il rischio di controparte), cresciuto per le fortissime tensioni sul debito sovrano; nonché al fine di costituire un ulteriore cuscinetto patrimoniale per permettere alle banche di far fronte a eventuali ulteriori shock, continuando a finanziare l'economia;

fra dicembre 2011 e gennaio 2012, la Banca centrale europea (Bce) ha contrastato i problemi di liquidità del settore bancario mediante un duplice finanziamento di medio termine (tre anni) in quantità illimitata e a condizioni molto permissive. Finora le banche europee hanno utilizzato gran parte dell'ingente liquidità, così ottenuta, per riassorbire le componenti più costose dei loro passivi e per acquistare i titoli pubblici dei Paesi più sottovalutati (quelli italiani e spagnoli);

la decisione assunta dal presidente della Bce Mario Draghi e dal predecessore Jean-Claude Trichet, consistente nel citato prestito triennale illimitato offerto alle banche al tasso agevolato dell'1 per cento, ha totalizzato oggi 529,5 miliardi, superando i 490 miliardi di dicembre. Come riferiscono fonti della Banca d'Italia, le banche italiane hanno partecipato alla seconda "Ltro" (long-term refinancing operation) della Banca centrale europea per una quota di 139 miliardi di euro lordi pari ad un quarto del totale. Una vera e propria "pioggia di denaro" che, a detta del governatore Draghi, ha evitato un "credit crunch" in larga scala. Negli auspici, la seconda Ltro gigante dovrebbe rilanciare il credito all'economia, favorire la patrimonializzazione delle banche e dare respiro ai titoli di Stato;

molte banche, messo al sicuro il funding per i prossimi mesi, possono ora impiegare le risorse per sottoscrivere bond governativi, che poi tornano alla Bce a garanzia di ulteriore liquidità. Un carry trade che genera ampi margini d'interesse che, con la moral suasion della Bce, devono andare innanzitutto a rafforzare il capitale;

i piani presentati dalle banche europee alle autorità di vigilanza nel gennaio 2012 per portare il Core Tier al 9 per cento, come raccomandato dall'Eba, indicano che il ridimensionamento dell'attivo avrà un ruolo modesto nel conseguimento del coefficiente regolamentare. È quanto emerge dal rapporto trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali (Bri);

su un deficit patrimoniale complessivo di 114,6 miliardi di euro, ben il 77 per cento sarà colmato con interventi sul capitale, di cui il 26 per cento con aumenti del capitale e delle riserve, il 28 per cento con la conversione a patrimonio di strumenti finanziari ibridi e l'emissione di bond convertibili, il 16 per cento con l'imputazione degli utili al capitale. Il restante 23 per cento proverrà invece dalla riduzione delle RWA (attività di rischio ponderato), in particolare tramite la modifica dei modelli interni concordata con le autorità di vigilanza (9 per cento) e il ridimensionamento dell'attivo (10 per cento), comprendente riduzioni per 39 miliardi di euro delle RWA dei portafogli prestiti e circa 73 miliardi di euro di cessioni di attività;

la copertura del 23 per cento del deficit patrimoniale complessivo con il deleveraging si traduce in una riduzione degli attivi totali pari 221 miliardi di euro che corrispondono a una riduzione degli attivi ponderati per il rischio, la grandezza su cui si calcola il Core Tier 1, pari a 112 miliardi. "Benché si tratti di importi ingenti, il loro ordine di grandezza sarebbe stato maggiore se le banche avessero cercato di conseguire l'obiettivo di patrimonializzazione senza apporti di capitale significativi", si legge nel citato rapporto della Bri;

considerato altresì che:

l'intervento della Bce avrebbe dovuto aiutare l'economia, le imprese e le famiglie, eppure queste decisioni non hanno contribuito all'aumento delle erogazioni di denaro da parte delle banche. Le banche italiane non hanno utilizzato quel denaro in attività a sostegno delle famiglie e delle imprese, ma neanche per rinforzare i loro bilanci. Quelle somme sono state depositate al tasso dello 0,25 per cento presso la Bce, tanto che al 28 dicembre c'erano presso la Banca centrale ben 452 miliardi depositati da istituti di credito italiani;

l'operazione della Bce è servita a ridare ossigeno e fiducia al sistema economico e finanziario, tuttavia con i soldi della Bce gli istituti di credito hanno trovato il modo di sistemarsi i bilanci e rafforzare i patrimoni, investendo il denaro ricevuto in bond con rendimenti più alti e speculando persino sui derivati del petrolio. Tuttavia gli istituti di credito dovrebbero prendere coscienza che i conti si possono sistemare anche risparmiando sui bonus ai manager o contenendo la distribuzione di dividendi agli azionisti;

il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in una circolare alle banche ha spiegato che i gruppi bancari per i quali l'esercizio sul capitale dell'Eba ha individuato un deficit patrimoniale «dovranno impostare politiche dei dividendi che garantiscano il raggiungimento degli obiettivi di capitalizzazione individuati» dall'autorità europea. Tali politiche devono prevedere la patrimonializzazione dell'intero ammontare degli utili realizzati;

l'eventuale distribuzione di utili «dovrebbe quindi essere compatibile con il mantenimento di un livello di patrimonializzazione tale da garantire la copertura dei requisiti patrimoniali obbligatori e dei livelli di capitale calcolati nell'ambito del processo di autovalutazione dell'adeguatezza patrimoniale». Gli stessi fattori, secondo la Banca d'Italia, alla base delle indicazioni sulle politiche di dividendi «inducono a operare un richiamo alle banche e ai gruppi bancari anche sull'erogazione dei bonus e sull'elaborazione dei nuovi piani di remunerazione»;

le norme su compensi e bonus, spiega la Banca d'Italia, stabiliscono che l'ammontare complessivo della remunerazione variabile deve essere sostenibile rispetto alla situazione finanziaria della banca e non deve limitare la sua capacità di mantenere o raggiungere un adeguato livello di patrimonializzazione. Esigenze di rafforzamento patrimoniale devono condurre a una contrazione del bonus pool o all'applicazione di sistemi di malus o claw-back;

la corretta applicazione di queste disposizioni deve comportare, nell'attuale fase congiunturale e, in particolare, nelle banche con esigenze di rafforzamento o mantenimento del livello patrimoniale, un complessivo contenimento dei costi della remunerazione variabile, a vantaggio del profilo patrimoniale dell'intermediario;

nell'attuale fase congiunturale, secondo la Banca d'Italia, «per coniugare gli obiettivi di mantenimento del sostegno all'economia e di rafforzamento patrimoniale è necessario l'utilizzo di tutte le leve disponibili. Tra queste sono di particolare importanza le decisioni che saranno assunte dai gruppi bancari e dalle banche in materia di distribuzione di utili e corresponsione di remunerazioni variabili a valere sul bilancio dell'esercizio 2011»;

valutato altresì che:

ad influire in maniera rilevante sulle difficoltà delle banche italiane non si può dimenticare l'effetto che stanno avendo le disposizioni di rafforzamento patrimoniale imposte dall'accordo Basilea 3 e dall'Eba. Gli indici patrimoniali decisi con Basilea 3 sono impegnativi: prima del fallimento di Lehman Brothers era considerato sufficiente un valore del 6 per cento, il Core Tier 1 raccomandato da Basilea 3 è pari almeno all'8 per cento ed oggi l'Eba chiede di raggiungere rapidamente il 9 per cento. Le banche italiane sono all'8,20 per cento, quelle europee all'8,61 per cento, e questa richiesta fa aumentare il fabbisogno di capitale;

l'accordo di Basilea 3 rappresenta il blocco centrale della riforma, per grado di articolazione ed effetto complessivo sull'operatività delle banche. Agli intermediari si richiede di accrescere qualità e quantità del patrimonio; sono state introdotte nuove regole tese a contenere la leva finanziaria e la pro-ciclicità dell'intermediazione; sono stati fissati limiti alla trasformazione delle scadenze attraverso una nuova disciplina del rischio di liquidità. Si stanno, inoltre, imponendo requisiti patrimoniali aggiuntivi per gli intermediari sistemicamente rilevanti a livello globale e si sta lavorando all'elaborazione di efficaci e credibili meccanismi di risoluzione in caso di una loro crisi, per evitare costi per il contribuente;

le nuove regole renderanno il sistema finanziario più solido e l'arbitraggio regolamentare più difficile. Esse accrescono gli oneri regolamentari per gli intermediari maggiormente orientati alla finanza. Com'è giusto che sia, alla luce del fatto che il rischio di alcune categorie di transazioni finanziarie era stato fortemente sottostimato prima della crisi. Minore è il peso per quelli che seguono un modello di intermediazione più tradizionale. I primi studi d'impatto condotti nei mesi scorsi hanno confermato che le banche di investimento, gli operatori in derivati e quelli ad alta leva finanziaria subiranno un inasprimento non trascurabile dei requisiti prudenziali rispetto ad oggi;

le ripercussioni potenziali sulle banche delle nuove regole sono state oggetto di numerose analisi, condotte dalle autorità, dalle banche, da enti di ricerca. Il perdurare dell'instabilità sui mercati finanziari e la difficoltà di ripresa delle economie dei principali Paesi hanno alimentato la preoccupazione che più severe regole potessero danneggiare ulteriormente le condizioni di imprese e famiglie. In particolare, è stato sostenuto che l'introduzione di più severi requisiti di capitale potrebbe riflettersi sul costo del capitale, sul costo del credito, sulla crescita;

con i prestiti bancari in netta contrazione lo scorso anno e impercettibilmente migliori in questi primi mesi del 2012, solo grazie al denaro della Bce, la riattivazione del mercato primario permette alle aziende di finanziarsi, saltando l'intermediazione bancaria. Ma con un'economia in stallo come in Europa, o in recessione come in Italia, l'accesso diretto al credito è la migliore soluzione per rilanciare gli investimenti. Anzi, con le banche costrette anch'esse a cercar denaro per finanziare e per capitalizzare se stesse, si direbbe che sia quasi l'unica soluzione,

impegna il Governo:

1) ad adottare ogni iniziativa utile affinché le banche, nell'adozione dei piani che intendono attuare per raggiungere l'obiettivo patrimoniale, evitino azioni che possano compromettere il finanziamento dell'economia, il sostegno delle imprese e delle famiglie, ed al contrario provvedano ad esaminare tutte le opzioni, inclusi: limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus ai dipendenti; riacquisto di strumenti di capitale di qualità inferiore e ristrutturazione di strumenti ibridi esistenti;

2) ad adoperarsi in ambito nazionale e presso le sedi di competenza affinché al Consiglio europeo di marzo 2012 venga anche effettuata un'analisi degli impatti della raccomandazione dell'Eba sull'erogazione di credito, valutando l'adeguatezza dei tempi e delle modalità di esecuzione;

3) ad adottare ogni iniziativa utile a vigilare affinché l'ingente massa di liquidità erogata dalla Bce venga effettivamente utilizzata dagli istituti di credito per far ripartire l'economia e non per far conseguire guadagni alle banche, nonché ad adottare efficaci azioni di monitoraggio sulla politica dei tassi e delle commissioni bancarie oggi in vertiginoso aumento;

4) ad adottare ogni iniziativa utile al fine di indurre le banche italiane ad erogare mutui e prestiti, già finanziati dalla Bce, alle imprese e alle famiglie in modo da favorire un serio rilancio dell'economia;

5) ad adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari (che si occupano di trading, investimenti ad alto rischio, speculazioni acquisizioni e scalate) e le banche commerciali (che ovviamente pensavano ai depositi dei clienti, a concedere prestiti e a far fruttare i depositi attraverso investimenti conservativi), come primo passo fondamentale verso il superamento della crisi economica e finanziaria globale che continua a colpire pesantemente la vita delle persone e l'economia reale sia nel nostro Paese che altrove.

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