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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 695 del 20/03/2012


Allegato B

Dichiarazione di voto del senatore Molinari sulle mozioni 1-00122, 1-00527, 1-00552, 1-00556, 1-00557, 1-00558, 1-00563 e 1-00564

Negli anni si sono susseguiti vari aumenti delle accise, cioè le imposte sulla fabbricazione e sulla vendita, dei carburanti.

Quando non si sapeva dove trovare una copertura per maggiori spese ovvero minori entrate di un provvedimento di legge si faceva leva sui carburanti e sulle sigarette.

Attualmente il prezzo pagato dal consumatore finale per un litro di benzina o diesel è pari a tre volte il valore attribuibile ai costi di produzione e ai ricavi delle imprese e dei gestori dei distributori. La rimanente parte è fatta di imposte sul carburante cumulatesi negli anni.

Ogni una tantum sulla benzina si è trasformata in imposta permanente, dalla guerra di Abissinia (1935), al terremoto del Belice (1968), sino a giungere all'ultimo decreto cosiddetto salva Italia del dicembre scorso.

La circostanza che l'imposizione fiscale costituisca ormai i due terzi del valore del prezzo finale alla pompa dei carburanti costituisce un elemento di svantaggio dei distributori italiani rispetto a tutti gli Stati confinanti (Austria, Svizzera, Francia, Slovenia, ma anche la Città del Vaticano).

Anche gli altri Stati hanno un prelievo fiscale forte sui carburanti, ma persiste tuttora una differenza tra i carburanti italiani e quelli dei paesi confinanti che va tra gli 0,155 e gli 0,366 centesimi.

È chiaro che molte persone che vivono non lontano dalle zone di confine varchino la frontiera al fine di risparmiare qualche euro, in alcuni casi qualche decina di euro, per ogni pieno di carburante.

Chi ci rimette? L'erario italiano in primo luogo, ma anche gli operatori del settore delle zone di confine.

Sembra infatti che l'impatto complessivo sia di circa 80 milioni di euro di minori entrate e di conseguenti minori devoluzioni di quote di accise.

Ci pare evidente come sia difficile contrastare questo tipo di "pendolarismo" dopo Schengen e l'apertura delle frontiere alla circolazione di cose e persone.

Certamente non si può non studiare l'introduzione di una qualche forma di agevolazione sulle accise per i cittadini e le imprese che renda non conveniente varcare il confine per un pieno di benzina.

Quindi si dovrebbe prevedere di abbattere il costo alla pompa per i residenti di un importo pari o comunque vicino a quello dei confinanti.

Crediamo che in questo modo si possano anche ridurre le perdite dei distributori delle zone di confine.

Di conseguenza il Gruppo per il Terzo Polo è a favore delle mozioni al nostro esame che vanno in questa direzione.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Bonfrisco, Cabras, Casoli, Chiti, Ciampi, Colombo, Dell'Utri, Fantetti, Grillo, Lauro, Mantovani, Marino Ignazio Roberto Maria, Messina, Montani, Palmizio, Pera, Poli Bortone, Sarro, Scanu e Serafini Anna Maria.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Baldassarri, per attività della 6a Commissione permanente; Cursi, Ghigo e Sangalli, per attività della 10a Commissione permanente; Gamba, per attività dell'Assemblea parlamentare Nato; Caforio e Del Vecchio, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE); Giovanardi, per partecipare ad una tavola rotonda.

Commissioni permanenti, variazioni nella composizione

Il Presidente del Gruppo parlamentare il Popolo della Libertà, con lettera in data 15 marzo 2012, ha comunicato la seguente variazione nella composizione delle Commissioni permanenti:

14a Commissione permanente: entra a farne parte il senatore Andrea Fluttero.

Commissioni permanenti, approvazione di documenti

La 9a Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare), nella seduta del 13 marzo 2012, ha approvato una risoluzione - ai sensi dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento - a conclusione dell'esame dell'affare assegnato relativo alle problematiche attinenti al settore olivicolo.

Il predetto documento è stato inviato al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali (Doc. XXIV, n. 34).

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatori Ferrante Francesco, Della Seta Roberto, Mazzuconi Daniela, Di Giovan Paolo Roberto, De Luca Vincenzo, Zanoletti Tomaso

Delega al Governo per l'introduzione di nuove norme per l'utilizzo dei diserbanti nelle operazioni di manutenzione ordinaria delle strade urbane e extraurbane e delle aree destinate a verde urbano (3205)

(presentato in data 16/3/2012 );

Senatrice Bianchi Dorina

Norme comportanti misure per l'eguaglianza di genere nel mercato del lavoro (3206)

(presentato in data 16/3/2012 );

Senatrice Bianchi Dorina

Norme sugli incentivi alla partecipazione al lavoro delle donne (3207)

(presentato in data 16/3/2012 );

Senatrice Bianchi Dorina

Norme a sostegno della conciliazione familiare (3208)

(presentato in data 16/3/2012 );

Senatori Baio Emanuela, De Luca Cristina

Disposizioni in materia di entrate erariali relative ai giochi d'azzardo (3209)

(presentato in data 19/3/2012 );

DDL Costituzionale

Senatori Ramponi Luigi, Bianchi Dorina, Bonfrisco Anna Cinzia, Rizzotti Maria, Colli Ombretta, Allegrini Laura, Spadoni Urbani Ada, Gallone Maria Alessandra, De Feo Diana, Alberti Casellati Maria Elisabetta, Licastro Scardino Simonetta

Modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione (3210)

(presentato in data 20/3/2012 ).

Governo, trasmissione di atti per il parere

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 20 marzo 2012, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi degli articoli 1, commi 3 e 5, e 31 della legge 7 luglio 2009, n. 88 - lo schema di decreto legislativo recante disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 27, di attuazione della direttiva 2007/36/CE, relativa all'esercizio di alcuni diritti degli azionisti di società quotate (n. 446).

Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alle Commissioni riunite 2a e 6a, che esprimeranno il parere entro il termine del 29 aprile 2012. Le Commissioni 1ª, 5ª e 14ª potranno formulare osservazioni alle Commissioni riunite entro il 19 aprile 2012.

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 20 marzo 2012, ha trasmesso - per l'acquisizione del parere parlamentare, ai sensi degli articoli 18 e 24, comma 1, della legge 15 dicembre 2011, n. 217 - lo schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2010/36/UE concernente la modifica della direttiva 98/18/CE, come rifusa dalla direttiva 2009/45/CE, relativa a varianti di ordine tecnico riguardanti la navigazione marittima (n. 447).

Ai sensi delle predette disposizioni e dell'articolo 139-bis del Regolamento, lo schema di decreto è deferito alla 8a Commissione permanente, che esprimerà il parere entro il termine del 29 aprile 2012. Le Commissioni 1ª, 5ª e 14ª potranno formulare osservazioni alla Commissione di merito entro il 19 aprile 2012.

Corte costituzionale, ordinanze relative a conflitto di attribuzione

Con ricorso del 15 giugno 2011, il Tribunale ordinario di Roma - Sezione V penale, ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica in relazione alla deliberazione con la quale l'Assemblea, nella seduta del 19 febbraio 2009, ha dichiarato che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale n. 46854/07 RGNR, pendente nei confronti del signor Francesco Storace, senatore all'epoca dei fatti, debbono ritenersi insindacabili ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione (Doc. IV-quater, n. 1).

Il conflitto è stato dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale con ordinanza del 5 marzo 2012, n. 57, depositata in cancelleria il successivo 9 marzo.

L'ordinanza medesima, unitamente al ricorso introduttivo, sono stati notificati al Senato il 16 marzo 2012.

Ai sensi dell'articolo 34, comma 1, del Regolamento, la questione è stata deferita alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.

Corte dei conti, trasmissione di documentazione

La Corte dei conti - Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, con lettera in data 9 marzo 2012, ha inviato la deliberazione 1/2012/G - Relazione concernente la "Verifica dello stato di attuazione del processo di soppressione ed incorporazione di enti ed organismi pubblici disciplinato dal decreto-legge n. 78/10 (convertito dalla legge 122/10)".

La predetta deliberazione è stata trasmessa, ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento, alla 1a e alla 5a Commissione permanente (Atto n. 797).

Corte di giustizia dell'Unione europea, trasmissione di sentenze

Sono deferite alla 2a Commissione permanente nonché alla 14a Commissione permanente - ai sensi dell'articolo 144-ter del Regolamento - le seguenti sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea:

sentenza del 30 settembre 2003 emessa nell'ambito del procedimento C-224/01 concernente la responsabilità di uno Stato membro per danni causati ai singoli da violazioni del diritto dell'Unione europea ad essi imputabili e sulle violazioni imputabili a un organo giurisdizionale nazionale (Doc. LXXXIX, n. 6);

sentenza del 13 giugno 2006 emessa nell'ambito del procedimento C-173/03 concernente la responsabilità extracontrattuale degli Stati membri per i danni arrecati ai singoli da una violazione del diritto dell'Unione europea allorquando tale violazione è imputabile a un organo giurisdizionale nazionale (Doc. LXXXIX, n. 7).

Commissione europea, trasmissione di progetti di atti normativi per il parere motivato ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità

La Commissione europea, in data 16 marzo 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a un programma dell'Unione europea in materia di etichettatura di efficienza energetica delle apparecchiature per ufficio e recante modifica del regolamento (CE) n. 106/2008 concernente un programma comunitario di etichettatura relativa a un uso efficiente dell'energia per le apparecchiature per ufficio (COM (2012) 109 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è deferito alla 10ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 26 aprile 2012.

Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 10ª Commissione entro il 19 aprile 2012.

La Commissione europea, in data 14 marzo 2012, ha inviato, per l'acquisizione del parere motivato previsto dal protocollo n. 2 del Trattato sull'Unione europea e del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea relativo all'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo al miglioramento del regolamento titoli nell'Unione europea e ai depositari centrali di titoli e recante modifica della direttiva 98/26/CE (COM (2012) 73 definitivo).

Ai sensi dell'articolo 144 del Regolamento, l'atto è deferito alla 6ª Commissione permanente che, ai fini del controllo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità, esprimerà il parere motivato entro il termine del 26 aprile 2012.

Le Commissioni 3ª e 14ª potranno formulare osservazioni e proposte alla 6ª Commissione entro il 19 aprile 2012.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

I senatori Serra e Tofani hanno aggiunto la propria firma all'interrogazione 3-02709 dei senatori Lauro ed altri.

Mozioni

SANGALLI, BUBBICO, ARMATO, DE SENA, FIORONI, GARRAFFA, LATORRE, TOMASELLI - Il Senato,

premesso che:

il settore delle piccole e medie imprese (PMI) industriali e di servizio, già sottoposto ai contraccolpi di una delle peggiori congiunture economiche degli ultimi decenni, vede la sua situazione aggravata da un problema di razionamento del credito che sembra aggravarsi di settimana in settimana;

la crisi si è propagata al sistema bancario che, in presenza di una situazione già pesante a causa della congiuntura reale, con aumento delle sofferenze e delle perdite su crediti, ha subito un forte innalzamento dei tassi pagati sulla raccolta di denaro e un forte deprezzamento degli enormi attivi investiti in titoli del debito pubblico di Paesi in fase di stress finanziario;

contemporaneamente, il sistema bancario europeo ha dovuto ottemperare a regole più stringenti sulla valutazione degli attivi di bilancio dettate dall'Autorità bancaria europea (EBA) e sulla patrimonializzazione (dettati dall'accordo detto di Basilea 3), con la necessità di riequilibrare il rapporto fra attivo, passivo e mezzi propri che può avvenire tramite ricapitalizzazioni, molto difficili in questo momento, e riduzione dei volumi di finanziamento all'economia;

sebbene la piena applicazione dei nuovi requisiti entrerà a regime solo nel 2019, l'annuncio delle nuove regole ha generato pressioni da parte degli investitori e delle controparti affinché le banche si adeguino prima dei tempi previsti, accumulando riserve di capitale e di liquidità nonostante l'attuale difficile situazione di mercato e del sistema produttivo;

il sistema bancario europeo, pertanto, si è trovato ad affrontare una grave crisi di sfiducia all'interno del mondo finanziario alimentata dai dubbi sulla reale solidità di bilancio dei vari operatori bancari, che ha causato il progressivo "prosciugamento" del canale dei prestiti interbancari;

i tentativi dei singoli Stati membri dell'Unione, in Italia tramite la garanzia delle passività bancarie, e della Banca centrale europea (BCE), tramite i prestiti al sistema bancario europeo di circa 1000 miliardi al tasso dell'1 per cento, di rianimare i volumi del credito e di diminuirne il costo non sembrano avere per ora prodotto risultati significativi;

lo stesso Presidente della BCE Mario Draghi ha invitato gli istituti di credito ad approfittare dell'offerta, senza alcun timore di suscitare sospetto, per evitare il credit crunch in atto e riparare i bilanci e i mercati, abbreviando i tempi della ripresa;

tuttavia, le risorse messe a disposizione dalla BCE sembrano essere rimaste, in buona parte, sulla deposit facility che le banche hanno presso la BCE, pur essendo remunerati ad un tasso dello 0,25 per cento, o essere state investite in titoli di Stato;

i crediti alle imprese, specie quelle medio-piccole non sono invece ripartiti o addirittura sono in taluni casi in forte contrazione e gli spread praticati dalle banche alla clientela sono rimasti molto alti, con il denaro che ormai facilmente raggiunge costi del 7-8 per cento;

la situazione attuale, pertanto, è caratterizzata da una scarsa disponibilità e da un elevato costo del credito per l'economia reale, nonché da un credito assistito da garanzie sempre più pesanti;

considerato che:

le imprese si trovano a sostenere uno sforzo straordinario per evitare che errori altrui (ieri la sottovalutazione della volatilità di alcuni prodotti finanziari, oggi l'inadeguatezza di iniziative e strumenti atti a governare la crisi del debito sovrano) si traducano in ulteriori elementi di indebolimento del tessuto produttivo italiano;

fin dal 2008, le imprese hanno reagito contenendo i costi di gestione, gli investimenti fissi e le spese per il personale, ma ciò non è bastato a ridurre il fabbisogno finanziario di capitale circolante, anche a causa dell'allungarsi dei tempi di pagamento nelle transazioni commerciali. Fenomeno che ha colpito particolarmente le imprese di minori dimensioni, contrattualmente più deboli;

di fronte al pericolo concreto che il sistema bancario italiano non riesca ad avere sufficiente disponibilità per sostenere famiglie e imprese, gli interventi del Governo e della BCE sono stati indirizzati al ripristino della capacità di finanziamento delle banche. Il recente intervento della garanzia a favore delle banche promosso dal decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, e l'ingente iniezione di prestiti a tasso particolarmente favorevole da parte della BCE mirano al ripristino di una situazione di normalità;

tuttavia, è necessario che tali interventi siano effettivamente finalizzati a garantire il permanere di livelli quantitativi di credito coerenti con i fabbisogni del sistema imprenditoriale e delle famiglie, e producano effetti positivi sul pricing, ovvero in termini di contenimento del costo del denaro;

rilevato che:

in Italia il razionamento del credito diventa particolarmente dirompente per le PMI, che rappresentano la quasi totalità del sistema produttivo, in un momento in cui la disponibilità di credito diventa questione di sopravvivenza;

il razionamento del credito per le PMI avviene in un contesto in cui: il calo della domanda fa scendere fatturati e margini e quindi le possibilità di autofinanziamento delle imprese, specie quelle che non trovano sbocchi sui mercati internazionali, ovvero quelle industriali più piccole e quelle che producono servizi; si allungano i tempi di pagamento sia fra privati che fra pubblico e privato, con debiti delle pubbliche amministrazioni nei confronti dei privati che ormai hanno raggiunto l'ordine delle svariate decine di miliardi di euro, e occorre dunque finanziare volumi di capitale circolante più elevati a parità di altre condizioni; per le imprese più dinamiche che riescono a crescere, spesso trainate dall'export e dalla loro capacità di innovazione, ci sarebbe bisogno di sostegno da parte del sistema bancario per finanziarne la crescita e gli investimenti; molte aziende che avevano effettuato investimenti fino alla prima metà del 2008, spinte da un pallido miglioramento delle aspettative, si trovano ora in una situazione di forte incertezza e, dopo una debole ripresa nel 2010, si trovano gravate da forti investimenti che per ora non creano cassa sufficiente per ripagare le rate dei finanziamenti;

come evidenziato da un serie di segnalazioni che provengono dal mondo dell'impresa, il fenomeno del razionamento non si risolve solo in un innalzamento del costo del credito e in una mancata disponibilità di nuovo credito, ma implica anche una riduzione dei finanziamenti in essere alle imprese, specie quelli legati agli anticipi su fatture e su contratti, essenziali per garantire la gestione quotidiana della tesoreria delle imprese. Il paradosso è che la riduzione in molti casi sembra coinvolgere anche imprese sane, che in effetti sono quelle potenzialmente più in grado di restituire i finanziamenti;

il risultato è una forte accentuazione delle già notevoli difficoltà del mondo produttivo che sta portando un numero elevato e crescente di operatori verso l'uscita dal mercato. Non si tratta del normale processo di eliminazione degli operatori marginali ed inefficienti dal mercato in situazioni di crisi. Al contrario, si tratta di un processo che sta assumendo proporzioni preoccupanti e che riguarda non solo un gran numero di aziende molto piccole e con pochi capitali propri che, tuttavia, sono capaci di offrire buoni prodotti e buoni servizi e di creare valore ed occupazione. Il processo sta minando anche aziende più grandi e strutturate, capaci di stare sui mercati internazionali e di innovare. Si fa riferimento al tessuto economico che fa forte il made in Italy nel mondo, organismi sani che rischiano di scomparire per mancanza di liquidità e di credito e per i quali bisogna agire rapidamente,

impegna il Governo:

1) ad operare un'attenta e costante azione di monitoraggio, per evitare che gli interventi previsti dal decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, si sostanzino in un generico sostegno al sistema bancario, senza ricadute effettive sull'economia;

2) ad assumere, per quanto di competenza, tutte le iniziative necessarie affinché la liquidità messa a disposizione delle banche italiane dalla BCE si traduca effettivamente in un sostegno all'economia reale e all'accesso al credito delle imprese e delle famiglie;

3) a proseguire gli sforzi, in sede europea, affinché:

a) siano attenuate le richieste dell'EBA, in termini di requisiti di capitale richiesti per i finanziamenti alle PMI ed in generale delle forme potenzialmente in grado di creare severe restrizioni al credito verso le PMI;

b) le nuove regole siano coerenti con l'attuale fase ciclica dell'economia europea e italiana, facendo sì che le nuove regole sui requisiti di capitale siano un fattore di stabilizzazione dei mercati di lungo periodo e non un freno per le banche nel sostegno alle imprese e alle famiglie, evitando che le proposte, le loro modalità di attuazione ed i relativi tempi determinino indesiderati effetti-prociclici;

c) siano introdotti nella normativa europea di recepimento dell'accordo di "Basilea 3" accorgimenti regolamentari che incentivino, riducendone il costo, i prestiti in favore delle piccole e medie imprese, in particolare prevedendo misure che, di fatto, sterilizzino gli incrementi di capitale, a fronte dei prestiti erogati alle piccole e medie imprese, aumenti che si determinerebbero nel caso di applicazione indifferenziata delle nuove regole sul capitale;

d) si provveda a chiarire che, nei casi in cui un finanziamento è supportato dalla garanzia di un consorzio di garanzia collettiva fidi, il criterio di assorbimento patrimoniale relativo all'accantonamento richiesto al confidi non possa risultare superiore al risparmio di capitale ottenuto dalla banca in conseguenza dell'intervento del confidi stesso;

4) a dare ulteriore sostegno al Fondo centrale di garanzia e a promuovere una sua nuova regolamentazione coerente ed adeguata alla centralità di questo strumento per l'accesso al credito delle PMI;

5) ad adottare interventi finalizzati ad ottimizzare e a razionalizzare la filiera del credito, nonché a valorizzare soggetti e strumenti in grado di essere efficienti ed efficaci, verificando innanzitutto quali di questi, a parità di risorse date, garantiscano il migliore effetto leva.

(1-00585)

LANNUTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA - Il Senato,

premesso che:

in un contesto di perduranti tensioni sui mercati finanziari europei, il Consiglio europeo decise il 26 ottobre 2011 di rafforzare la base patrimoniale delle banche. In attuazione della decisione, l'8 dicembre 2011 l'Eba, l'Autorità bancaria europea, ha emanato una raccomandazione riferita a 71 grandi banche europee: le autorità di vigilanza nazionali devono chiedere agli intermediari di costituire, ove necessario, un cuscinetto (buffer) addizionale di capitale tale da portare, entro la fine di giugno 2012, al 9 per cento il rapporto tra capitale di qualità più elevata (Core Tier 1) e attività ponderate per il rischio, dopo aver tenuto conto delle necessità patrimoniali derivanti dalla valutazione delle esposizioni verso gli emittenti sovrani ai prezzi di mercato di fine settembre 2011. Ciò al fine di ridurre il rischio percepito dagli investitori sulla solidità delle banche (il rischio di controparte), cresciuto per le fortissime tensioni sul debito sovrano; nonché al fine di costituire un ulteriore cuscinetto patrimoniale per permettere alle banche di far fronte a eventuali ulteriori shock, continuando a finanziare l'economia;

fra dicembre 2011 e gennaio 2012, la Banca centrale europea (Bce) ha contrastato i problemi di liquidità del settore bancario mediante un duplice finanziamento di medio termine (tre anni) in quantità illimitata e a condizioni molto permissive. Finora le banche europee hanno utilizzato gran parte dell'ingente liquidità, così ottenuta, per riassorbire le componenti più costose dei loro passivi e per acquistare i titoli pubblici dei Paesi più sottovalutati (quelli italiani e spagnoli);

la decisione assunta dal presidente della Bce Mario Draghi e dal predecessore Jean-Claude Trichet, consistente nel citato prestito triennale illimitato offerto alle banche al tasso agevolato dell'1 per cento, ha totalizzato oggi 529,5 miliardi, superando i 490 miliardi di dicembre. Come riferiscono fonti della Banca d'Italia, le banche italiane hanno partecipato alla seconda "Ltro" (long-term refinancing operation) della Banca centrale europea per una quota di 139 miliardi di euro lordi pari ad un quarto del totale. Una vera e propria "pioggia di denaro" che, a detta del governatore Draghi, ha evitato un "credit crunch" in larga scala. Negli auspici, la seconda Ltro gigante dovrebbe rilanciare il credito all'economia, favorire la patrimonializzazione delle banche e dare respiro ai titoli di Stato;

molte banche, messo al sicuro il funding per i prossimi mesi, possono ora impiegare le risorse per sottoscrivere bond governativi, che poi tornano alla Bce a garanzia di ulteriore liquidità. Un carry trade che genera ampi margini d'interesse che, con la moral suasion della Bce, devono andare innanzitutto a rafforzare il capitale;

i piani presentati dalle banche europee alle autorità di vigilanza nel gennaio 2012 per portare il Core Tier al 9 per cento, come raccomandato dall'Eba, indicano che il ridimensionamento dell'attivo avrà un ruolo modesto nel conseguimento del coefficiente regolamentare. È quanto emerge dal rapporto trimestrale della Banca dei regolamenti internazionali (Bri);

su un deficit patrimoniale complessivo di 114,6 miliardi di euro, ben il 77 per cento sarà colmato con interventi sul capitale, di cui il 26 per cento con aumenti del capitale e delle riserve, il 28 per cento con la conversione a patrimonio di strumenti finanziari ibridi e l'emissione di bond convertibili, il 16 per cento con l'imputazione degli utili al capitale. Il restante 23 per cento proverrà invece dalla riduzione delle RWA (attività di rischio ponderato), in particolare tramite la modifica dei modelli interni concordata con le autorità di vigilanza (9 per cento) e il ridimensionamento dell'attivo (10 per cento), comprendente riduzioni per 39 miliardi di euro delle RWA dei portafogli prestiti e circa 73 miliardi di euro di cessioni di attività;

la copertura del 23 per cento del deficit patrimoniale complessivo con il deleveraging si traduce in una riduzione degli attivi totali pari 221 miliardi di euro che corrispondono a una riduzione degli attivi ponderati per il rischio, la grandezza su cui si calcola il Core Tier 1, pari a 112 miliardi. "Benché si tratti di importi ingenti, il loro ordine di grandezza sarebbe stato maggiore se le banche avessero cercato di conseguire l'obiettivo di patrimonializzazione senza apporti di capitale significativi", si legge nel citato rapporto della Bri;

considerato altresì che:

l'intervento della Bce avrebbe dovuto aiutare l'economia, le imprese e le famiglie, eppure queste decisioni non hanno contribuito all'aumento delle erogazioni di denaro da parte delle banche. Le banche italiane non hanno utilizzato quel denaro in attività a sostegno delle famiglie e delle imprese, ma neanche per rinforzare i loro bilanci. Quelle somme sono state depositate al tasso dello 0,25 per cento presso la Bce, tanto che al 28 dicembre c'erano presso la Banca centrale ben 452 miliardi depositati da istituti di credito italiani;

l'operazione della Bce è servita a ridare ossigeno e fiducia al sistema economico e finanziario, tuttavia con i soldi della Bce gli istituti di credito hanno trovato il modo di sistemarsi i bilanci e rafforzare i patrimoni, investendo il denaro ricevuto in bond con rendimenti più alti e speculando persino sui derivati del petrolio. Tuttavia gli istituti di credito dovrebbero prendere coscienza che i conti si possono sistemare anche risparmiando sui bonus ai manager o contenendo la distribuzione di dividendi agli azionisti;

il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, in una circolare alle banche ha spiegato che i gruppi bancari per i quali l'esercizio sul capitale dell'Eba ha individuato un deficit patrimoniale «dovranno impostare politiche dei dividendi che garantiscano il raggiungimento degli obiettivi di capitalizzazione individuati» dall'autorità europea. Tali politiche devono prevedere la patrimonializzazione dell'intero ammontare degli utili realizzati;

l'eventuale distribuzione di utili «dovrebbe quindi essere compatibile con il mantenimento di un livello di patrimonializzazione tale da garantire la copertura dei requisiti patrimoniali obbligatori e dei livelli di capitale calcolati nell'ambito del processo di autovalutazione dell'adeguatezza patrimoniale». Gli stessi fattori, secondo la Banca d'Italia, alla base delle indicazioni sulle politiche di dividendi «inducono a operare un richiamo alle banche e ai gruppi bancari anche sull'erogazione dei bonus e sull'elaborazione dei nuovi piani di remunerazione»;

le norme su compensi e bonus, spiega la Banca d'Italia, stabiliscono che l'ammontare complessivo della remunerazione variabile deve essere sostenibile rispetto alla situazione finanziaria della banca e non deve limitare la sua capacità di mantenere o raggiungere un adeguato livello di patrimonializzazione. Esigenze di rafforzamento patrimoniale devono condurre a una contrazione del bonus pool o all'applicazione di sistemi di malus o claw-back;

la corretta applicazione di queste disposizioni deve comportare, nell'attuale fase congiunturale e, in particolare, nelle banche con esigenze di rafforzamento o mantenimento del livello patrimoniale, un complessivo contenimento dei costi della remunerazione variabile, a vantaggio del profilo patrimoniale dell'intermediario;

nell'attuale fase congiunturale, secondo la Banca d'Italia, «per coniugare gli obiettivi di mantenimento del sostegno all'economia e di rafforzamento patrimoniale è necessario l'utilizzo di tutte le leve disponibili. Tra queste sono di particolare importanza le decisioni che saranno assunte dai gruppi bancari e dalle banche in materia di distribuzione di utili e corresponsione di remunerazioni variabili a valere sul bilancio dell'esercizio 2011»;

valutato altresì che:

ad influire in maniera rilevante sulle difficoltà delle banche italiane non si può dimenticare l'effetto che stanno avendo le disposizioni di rafforzamento patrimoniale imposte dall'accordo Basilea 3 e dall'Eba. Gli indici patrimoniali decisi con Basilea 3 sono impegnativi: prima del fallimento di Lehman Brothers era considerato sufficiente un valore del 6 per cento, il Core Tier 1 raccomandato da Basilea 3 è pari almeno all'8 per cento ed oggi l'Eba chiede di raggiungere rapidamente il 9 per cento. Le banche italiane sono all'8,20 per cento, quelle europee all'8,61 per cento, e questa richiesta fa aumentare il fabbisogno di capitale;

l'accordo di Basilea 3 rappresenta il blocco centrale della riforma, per grado di articolazione ed effetto complessivo sull'operatività delle banche. Agli intermediari si richiede di accrescere qualità e quantità del patrimonio; sono state introdotte nuove regole tese a contenere la leva finanziaria e la pro-ciclicità dell'intermediazione; sono stati fissati limiti alla trasformazione delle scadenze attraverso una nuova disciplina del rischio di liquidità. Si stanno, inoltre, imponendo requisiti patrimoniali aggiuntivi per gli intermediari sistemicamente rilevanti a livello globale e si sta lavorando all'elaborazione di efficaci e credibili meccanismi di risoluzione in caso di una loro crisi, per evitare costi per il contribuente;

le nuove regole renderanno il sistema finanziario più solido e l'arbitraggio regolamentare più difficile. Esse accrescono gli oneri regolamentari per gli intermediari maggiormente orientati alla finanza. Com'è giusto che sia, alla luce del fatto che il rischio di alcune categorie di transazioni finanziarie era stato fortemente sottostimato prima della crisi. Minore è il peso per quelli che seguono un modello di intermediazione più tradizionale. I primi studi d'impatto condotti nei mesi scorsi hanno confermato che le banche di investimento, gli operatori in derivati e quelli ad alta leva finanziaria subiranno un inasprimento non trascurabile dei requisiti prudenziali rispetto ad oggi;

le ripercussioni potenziali sulle banche delle nuove regole sono state oggetto di numerose analisi, condotte dalle autorità, dalle banche, da enti di ricerca. Il perdurare dell'instabilità sui mercati finanziari e la difficoltà di ripresa delle economie dei principali Paesi hanno alimentato la preoccupazione che più severe regole potessero danneggiare ulteriormente le condizioni di imprese e famiglie. In particolare, è stato sostenuto che l'introduzione di più severi requisiti di capitale potrebbe riflettersi sul costo del capitale, sul costo del credito, sulla crescita;

con i prestiti bancari in netta contrazione lo scorso anno e impercettibilmente migliori in questi primi mesi del 2012, solo grazie al denaro della Bce, la riattivazione del mercato primario permette alle aziende di finanziarsi, saltando l'intermediazione bancaria. Ma con un'economia in stallo come in Europa, o in recessione come in Italia, l'accesso diretto al credito è la migliore soluzione per rilanciare gli investimenti. Anzi, con le banche costrette anch'esse a cercar denaro per finanziare e per capitalizzare se stesse, si direbbe che sia quasi l'unica soluzione,

impegna il Governo:

1) ad adottare ogni iniziativa utile affinché le banche, nell'adozione dei piani che intendono attuare per raggiungere l'obiettivo patrimoniale, evitino azioni che possano compromettere il finanziamento dell'economia, il sostegno delle imprese e delle famiglie, ed al contrario provvedano ad esaminare tutte le opzioni, inclusi: limiti alla distribuzione dei dividendi e dei bonus ai dipendenti; riacquisto di strumenti di capitale di qualità inferiore e ristrutturazione di strumenti ibridi esistenti;

2) ad adoperarsi in ambito nazionale e presso le sedi di competenza affinché al Consiglio europeo di marzo 2012 venga anche effettuata un'analisi degli impatti della raccomandazione dell'Eba sull'erogazione di credito, valutando l'adeguatezza dei tempi e delle modalità di esecuzione;

3) ad adottare ogni iniziativa utile a vigilare affinché l'ingente massa di liquidità erogata dalla Bce venga effettivamente utilizzata dagli istituti di credito per far ripartire l'economia e non per far conseguire guadagni alle banche, nonché ad adottare efficaci azioni di monitoraggio sulla politica dei tassi e delle commissioni bancarie oggi in vertiginoso aumento;

4) ad adottare ogni iniziativa utile al fine di indurre le banche italiane ad erogare mutui e prestiti, già finanziati dalla Bce, alle imprese e alle famiglie in modo da favorire un serio rilancio dell'economia;

5) ad adottare ogni iniziativa utile alla netta separazione tra le banche d'affari (che si occupano di trading, investimenti ad alto rischio, speculazioni acquisizioni e scalate) e le banche commerciali (che ovviamente pensavano ai depositi dei clienti, a concedere prestiti e a far fruttare i depositi attraverso investimenti conservativi), come primo passo fondamentale verso il superamento della crisi economica e finanziaria globale che continua a colpire pesantemente la vita delle persone e l'economia reale sia nel nostro Paese che altrove.

(1-00586)

D'ALIA, GALIOTO, GUSTAVINO, SERRA, GIAI, FISTAROL, MUSSO, SBARBATI, VIZZINI - Il Senato,

premesso che:

nelle ultime settimane la Banca centrale europea (Bce) ha attuato una corposa iniezione di liquidità nel sistema finanziario europeo, in virtù del quale le banche italiane hanno ottenuto circa 130 miliardi di euro di prestiti da rimborsare con un interesse dell'1 per cento, ma quando fanno i prestiti ai cittadini e alle imprese applicano tassi altissimi che arrivano anche al 10 per cento;

il prestito della Bce certamente è stato concesso perché le banche potessero acquisire titoli di Stato periferici; ciò di fatto ha permesso un netto calo dei rendimenti di Italia e Spagna, attestatisi al di sotto del 5 per cento;

ancora pesa l'enorme incertezza in merito alle modalità e i tempi mediante i quali, al di là degli acquisti di titoli di Stato, l'ingente massa di denaro concessa alle banche europee ed italiane sarà riversata sull'economia reale dei vari Paesi;

in attesa di capire quanti benefici potranno avere le imprese italiane, preoccupano non poco alcuni segnali che provengono da Francoforte, dove i depositi delle banche europee presso la Bce sono cresciuti a 776,9 miliardi di euro, un record che indica senza dubbio un evidente stato di avversione al rischio del sistema bancario, che deposita la liquidità con un rendimento dello 0,25 per cento piuttosto che veicolarla verso l'economia reale e prestarla sul mercato interbancario ad altre banche;

il paradosso più evidente è che sono proprio le banche più grandi e capitalizzate ad avere maggiore convenienza a depositare la liquidità ricevuta piuttosto che concedere credito;

in un quadro finanziario di forte restrizione del credito, soprattutto verso le piccole e medie imprese, di certo complicano la situazione di stallo le criticabili prese di posizione dell'Autorità bancaria europea (EBA), in merito alla necessità di impegnare le politiche europee verso più stringenti requisiti patrimoniali per le banche,

impegna il Governo:

1) a farsi promotore presso il sistema degli intermediari finanziari, affinché esso possa veicolare in modo veloce verso il sistema economico italiano, e soprattutto verso le piccole e medie imprese, una parte consistente della liquidità ricevuta dalla Banca centrale europea;

2) a scongiurare in sede europea il rischio che, proprio in una situazione di evidente stretta al credito come quella attuale, intervengano politiche volte ad irrigidire ancor di più i parametri vincolanti da rispettare in tema di requisiti patrimoniali delle banche;

3) ad accelerare improrogabilmente il processo di attuazione dei provvedimenti recentemente intervenuti a favore delle piccole e medie imprese.

(1-00587)

BOLDI, GARAVAGLIA Massimo, ADERENTI, VACCARI, FRANCO Paolo, MONTANI, CAGNIN, MARAVENTANO - Il Senato,

premesso che:

l'accordo di Basilea 3 prevede un sostanziale rafforzamento dei requisiti patrimoniali a livello mondiale delle banche;

la proposta di direttiva (CRD IV) e di regolamento (CRR) presentate il 20 luglio 2011 dalla Commissione europea, per adeguare la normativa comunitaria in materia di requisiti di capitale delle banche ai contenuti di Basilea 3, stanno suscitando molte perplessità presso gli istituti bancari;

a seguito del Consiglio europeo dell'autunno scorso, i Governi dell'Unione europea hanno concordato sulla necessità di elevare l'indice di Core Tier 1 e hanno introdotto nuovi criteri per il calcolo dei requisiti patrimoniali che prevedono la valutazione a prezzi di mercato dei titoli del debito pubblico, superando le disposizioni precedenti che prevedevano la contabilizzazione dei titoli iscritti nel portafoglio bancario al valore di acquisto; il rispetto dei nuovi requisiti fissati dalla European Banking Authority (Eba) comporta per gli istituti di credito italiani una ricapitalizzazione pari a circa 14,7 miliardi di euro, penalizzati dalla notevole quantità di titoli Bot e Btp che detengono in portafoglio, in un momento in cui il debito sovrano dell'Italia è sottoposto ad evidenti pressioni speculative e soggetto a grande deprezzamento, con la conseguenza di dover aumentare il capitale aggiuntivo necessario per rispettare i nuovi limiti europei;

è necessario arginare ulteriori possibilità di crisi dei mercati e mettere in atto interventi calibrati in base alla diversa natura delle realtà bancarie, al fine di evitare effetti finali negativi per alcune tipologie di fruitori del credito, in particolare i più deboli, ossia famiglie e piccole e medie imprese (PMI);

è indispensabile evitare il verificarsi di un'eccessiva contrazione del credito bancario ad imprese e famiglie, il cosiddetto credit crunch, che si tradurrebbe in una serie di reazioni a catena a livello sia occupazionale che sociale;

è evidente che l'entrata in vigore della disciplina prevista da Basilea 3 penalizzerebbe le piccole imprese, che invece sono una colonna portante della nostra economia, e le porrebbe in una condizione di limitato accesso al credito, dati il maggior costo dell'indebitamento, le limitate garanzie e una notevole ed apparente carenza di mezzi propri; la revisione dei requisiti patrimoniali di Basilea 3 ed Eba sta portando, infatti, ad un aumento del capitale di vigilanza delle banche pari al 31,25 per cento, con una distribuzione su tutte le posizioni attive bancarie e quindi anche sui portafogli crediti erogati alle PMI; secondo Confindustria, però, i portafogli crediti delle PMI risultano sicuramente meno rischiosi rispetto a quelli delle grandi imprese, grazie alla minore correlazione, dimostrata da analisi empiriche, tra gli attivi delle PMI e l'andamento economico generale;

i maggiori problemi creati dalle regole dell'accordo risiedono nella logica e nel fine perseguito, ossia la linea del tutto discriminatoria ed arbitraria della "taglia unica" per realtà bancarie diverse: in pratica si applicherebbero le stesse regole a modelli di attività bancarie differenti, a banche con diversa natura giuridica (società per azioni, società cooperative, banche di proprietà pubblica o privata), nonché a banche di dimensioni assai diverse;

al punto 8 della "Lettera dei dodici" si richiama acriticamente il pieno rispetto dell'accordo di Basilea 3;

considerato che:

nella realtà europea sono presenti migliaia di banche di piccola e media dimensione, nella forma giuridica sia di società per azioni che di società cooperative, che hanno dimostrato di non essere un rischio per il sistema economico a differenza dei colossi bancari transnazionali, troppo grandi per fallire proprio in relazione al rischio sistemico che rappresentano;

questi ultimi necessiterebbero di essere disciplinati da norme e controlli pubblici ancora più rigorosi e severi;

è bene ricordare che fonte dell'attuale crisi economica è stata proprio la finanza speculativa, alimentata dalle banche d'investimento internazionali e agevolata da alcune zone d'ombra di applicazione delle norme prudenziali;

la natura del modello di business della banca dovrebbe essere un elemento fondamentale nella valutazione dell'esposizione al rischio della stessa; infatti la banca al dettaglio di prossimità, al servizio dell'economia reale e della comunità servita, ben governata, che raccoglie risparmio e lo impiega in imprese e famiglie, sebbene assolutamente "tradizionale" si è rivelata strutturalmente più solida e stabile di quella cosiddetta "innovativa";

la banca "tradizionale" ha dimostrato negli anni di aver notevolmente contribuito a creare sviluppo, nuova occupazione e reddito, laddove invece rimane difficile stabilire se ci siano stati vantaggi per la collettività prodotti dalla finanza per la finanza, spesso senza patria, capace di operare nell'ombra e di vivere lontana dall'economia reale causando evidenti danni;

ad esempio giova ricordare che le banche a forma cooperativa, oltre a non aver partecipato alla crisi finanziaria del 2007-2008, hanno contribuito sensibilmente a rende meno dura la crisi economica per famiglie e imprese non interrompendo l'attività di finanziamento all'economia dei territori di riferimento e questo è documentato da statistiche ufficiali nazionali;

a questo proposito va sottolineata la carenza di statistiche a livello comunitario. In sede europea, infatti, non si reperiscono dati ripartiti per categoria giuridica di banche al dettaglio, anche se le differenze strutturali all'interno di questo vasto insieme di intermediari finanziari sono acclarate e rilevanti. Tali differenze assumono speciale importanza in sede di elaborazione delle politiche europee per il finanziamento delle PMI;

bisognerebbe applicare alle normative che interessano gli istituti bancari il principio di sussidiarietà previsto dall'articolo 5 del Trattato sull'Unione europea, ponendo grande attenzione alle materie la cui disciplina bisognerebbe lasciare alla responsabilità delle autorità nazionali, uniche in grado di valutare al meglio le ricadute di dette complesse disposizioni, così come dovrebbe trovare applicazione il principio di proporzionalità anch'esso contenuto nello stesso articolo 5, prevedendo interventi delle istituzioni unicamente nei limiti a raggiungere gli obiettivi previsti dai Trattati;

non applicare tali principi al processo di formazione delle regole finali porta alla creazione di nuovi vincoli patrimoniali e di liquidità imposti alla generalità delle banche europee, che risultano poco appropriati per i singoli Paesi dell'Unione europea, con il concreto pericolo che l'impatto su un'economia nazionale si dimostra più gravoso che altrove,

impegna il Governo:

1) ad attivarsi per quanto di competenza al fine di riesaminare i tempi e le procedure di entrata in vigore nel territorio dell'Unione europea dell'accordo di Basilea 3;

2) ad intervenire a livello europeo per rinviare, come richiesto anche dall'Associazione bancaria italiana (ABI), l'attuazione della raccomandazione dell'Eba e per rendere omogenei i criteri e le metodologie per ponderare i rischi degli attivi bancari, in modo da garantire effettiva concorrenza tra le banche dei differenti Paesi e da non penalizzare l'attività delle nostre banche, sicuramente meno rischiosa, ma considerata ad alto assorbimento di capitale;

3) ad applicare in merito i principi di proporzionalità e sussidiarietà, delegando alle autorità nazionali dei singoli Stati membri il compito di studiare regole che non penalizzino le banche a dimensione esclusivamente nazionale o regionale e tengano conto della possibilità dell'introduzione graduale delle nuove regole in base alle condizioni congiunturali dell'economia;

4) a valutare la possibilità di rivedere la posizione espressa dal Governo stesso al punto 8 della "Lettera dei dodici", scritta ai Presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea, recante l'impegno ad aderire acriticamente agli standard di Basilea 3.

(1-00588)

BELISARIO, PARDI, GIAMBRONE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LANNUTTI, LI GOTTI, MASCITELLI, PEDICA - Il Senato,

premesso che:

il 28 marzo 2012 ha termine il mandato dell'attuale consiglio di amministrazione della RAI-Radiotelevisione italiana SpA;

l'articolo 20, comma 5, della legge n. 112 del 2004 prevede che la nomina del presidente della RAI, che compete al socio di maggioranza detentore del capitale sociale, divenga efficace solo dopo il parere della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi di cui alla legge 14 aprile 1975, n. 103, e successive modificazioni, espresso a maggioranza dei due terzi;

il medesimo articolo 20, al comma 7, stabilisce che, fino alla completa alienazione della partecipazione dello Stato, il rappresentante del Ministero dell'economia e delle finanze presenti in assemblea, in sede di nomina dei membri del consiglio di amministrazione, una lista di candidati, indicando un numero massimo di candidati proporzionale al numero di azioni di cui è titolare lo Stato; tale lista è formulata sulla base delle delibere della Commissione parlamentare di vigilanza e delle indicazioni del Ministero dell'economia;

l'articolo 20, al comma 9, prevede altresì che, fino a che le azioni della RAI di proprietà statale alienate non superino il 10 per cento del capitale, la Commissione elegga sette membri della lista di candidati per il consiglio d'amministrazione. Le modalità di elezione dei candidati per il consiglio d'amministrazione della RAI da parte della Commissione sono definite dall'articolo 12-bis (approvato il 19 aprile 2005) del regolamento interno;

l'articolo 49, comma 2, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, recante il testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, stabilisce che la RAI, cui è affidata la concessione del servizio pubblico generale radiotelevisivo, per quanto non diversamente previsto dal medesimo Testo unico, è assoggettata alla disciplina generale delle società per azioni, anche per quanto concerne l'organizzazione e l'amministrazione. Ai sensi del comma 3, ed il consiglio di amministrazione della RAI-Radiotelevisione italiana SpA, composto da nove membri, è nominato dall'assemblea. Ai sensi del comma 4, possono essere nominati membri del consiglio di amministrazione i soggetti aventi i requisiti per la nomina a giudice costituzionale ai sensi dell'articolo 135, secondo comma, della Costituzione o, comunque, persone di riconosciuto prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinte in attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze manageriali. Il mandato dei membri del consiglio di amministrazione dura tre anni e i membri sono rieleggibili una sola volta;

la nomina del Presidente del Consiglio di amministrazione è effettuata dal consiglio nell'ambito dei suoi membri e diviene efficace dopo l'acquisizione del parere favorevole, espresso a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (articolo 49, comma 5);

l'elezione degli amministratori della RAI avviene mediante voto di lista (articolo 49, comma 6). Il rappresentante del Ministero dell'economia nell'assemblea, in sede di nomina dei membri del consiglio di amministrazione e fino alla completa alienazione della partecipazione dello Stato, presenta un'autonoma lista di candidati, indicando un numero massimo di candidati proporzionale al numero di azioni di cui è titolare lo Stato. Tale lista è formulata sulla base delle delibere della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi e delle indicazioni del Ministero dell'economia per l'immediata presentazione secondo le modalità e i criteri proporzionali di cui al comma 9 (articolo 49, comma 7). Tale comma stabilisce che fino a che il numero delle azioni alienato non superi la quota del 10 per cento del capitale della RAI-Radiotelevisione italiana SpA, in considerazione dei rilevanti ed imprescindibili motivi di interesse generale connessi allo svolgimento del servizio pubblico generale radiotelevisivo da parte della concessionaria, ai fini della formulazione dell'unica lista di cui al comma 7, la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi indica sette membri eleggendoli con il voto limitato a uno; i restanti due membri, tra cui il presidente, sono invece indicati dal socio di maggioranza. La nomina del presidente diviene efficace dopo l'acquisizione del parere favorevole, espresso a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi;

ai sensi del medesimo decreto legislativo 31 luglio 2005 n. 177, il direttore generale della RAI-Radiotelevisione italiana SpA è nominato dal consiglio di amministrazione, d'intesa con l'assemblea ed il suo mandato ha la stessa durata di quello del consiglio (articolo 49, comma 11);

considerato che:

alla luce degli appelli e delle richieste che provengono da molteplici settori dell'opinione pubblica e della società civile, vi è la necessità di imprimere urgentemente al servizio pubblico radiotelevisivo una decisa inversione di rotta, che lo liberi dal peso e dalle interferenze sempre più soffocanti dei partiti e dei Governi e da ogni forma di conflitto di interessi, attribuendo ai cittadini che lo finanziano con il canone e la fiscalità generale un reale potere di intervento nella definizione degli organi di governo;

nelle more di una riforma profonda delle norme vigenti che disciplinano la governance della RAI e la nomina del consiglio di amministrazione, è necessario evitare che un puro e semplice rinnovo con le regole attuali si traduca nell'automatica ripetizione di quanto accaduto in passato o che, in alternativa, si finisca per prorogare gli attuali assetti di vertice della RAI. Al contrario, è ancora possibile dare al Paese un importante segnale di discontinuità, mettendo in primo piano l'esigenza di una forte trasparenza nel procedimento di nomina rispetto ai rituali e ai conciliaboli che sono stati da sempre lo strumento attraverso cui Governi, partiti e potentati si sono garantiti il controllo della RAI;

è auspicabile procedere al rinnovo del consiglio d'amministrazione della RAI secondo modalità analoghe a quelle previste dal Parlamento europeo per l'esame dei candidati designati a membri della Commissione europea. A tal fine, la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi pubblici radiotelevisivi dovrebbe essere posta in condizione di esaminare, previa selezione delle candidature pervenute, i curricula di esponenti provenienti dalla società civile, procedendo con audizioni al fine di verificare che i candidati siano in possesso dei necessari requisiti di professionalità, competenza, esperienza, autorevolezza e prestigio, e che i medesimi non si trovino in situazioni di conflitto di interessi con l'incarico che sarebbero chiamati a ricoprire. Analoghe procedure di terzietà e trasparenza dovrebbe seguire il Governo per le nomine di propria competenza;

in tale contesto appare altresì improcrastinabile un impegno di tutti i soggetti interessati affinché non siano indicate a ricoprire la carica di consigliere di amministrazione della RAI persone che ricoprano, o abbiano ricoperto, incarichi politici, parlamentari o di Governo;

ritenendo pertanto indispensabile l'avvio, in tempi rapidi e nelle opportune sedi parlamentari, di una procedura selettiva delle candidature per il rinnovo del consiglio di amministrazione della RAI aperta a tutti i cittadini aventi i requisiti per la nomina a giudice costituzionale ai sensi dell'articolo 135, secondo comma, della Costituzione o, comunque, a personalità di riconosciuto prestigio e competenza professionale nel settore e di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinte in attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze manageriali, valutando l'opportunità di escludere quanti, in ogni caso, abbiano ricoperto o ricoprano incarichi partitici, parlamentari o governativi, onde dare un segnale chiaro di un passo indietro della politica dalla RAI,

impegna il Governo, e in particolare il Ministro dell'economia e delle finanze nella sua qualità di azionista della RAI, ad adottare con sollecitudine iniziative atte a consentire, in tempi brevissimi, la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione nella composizione prevista dalla legge n. 112 del 2004 e secondo le modalità di esame trasparente delle candidature di cui in premessa.

(1-00589)

Interpellanze

LANNUTTI, PEDICA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che si legge su un articolo pubblicato il 16 marzo 2012 sul blog "lettera43": «Rai, spunta il dg commissario. Monti ai partiti: poteri straordinari al direttore. Un direttore generale Rai con i poteri straordinari di commissario che sia in grado di rimettere a posto i conti della tivù pubblica. È questa l'ipotesi che, stando a quanto rivelato da fonti parlamentari e di governo, il premier Mario Monti avrebbe posto sul tavolo del vertice con la maggioranza il 15 marzo tra le reazioni non proprio entusiaste dei partiti. Secondo indiscrezioni raccolte da Lettera43.it, nelle intenzioni di Monti in pole position per la nomina ci sarebbe Enrico Bondi. Magari con Piero Angela alla presidenza, anche se il padre di Quark declina l'offerta: "Tutti mi stanno chiedendo se voglio fare il presidente della Rai. No, grazie. Penso che posso servire meglio la Rai continuando a fare il lavoro che faccio". Nel giro di tavolo con i partiti dedicato alla Rai, sarebbero state ventilate diverse ipotesi, compresa quella del commissariamento. L'idea sviluppatasi parte proprio da qui, ma non rientra nel senso stretto del termine: nel caso della Rai, infatti, "non vi sarebbero i presupposti giuridici" per un commissariamento vero e proprio, come ha spiegato una fonte dell'esecutivo. Inoltre, la nomina di un direttore generale dai poteri straordinari potrebbe essere decisa senza una riforma della governance, visto che per modificare le deleghe del direttore generale non è necessario rivedere l'attuale legge Gasparri. Una soluzione di compromesso che potrebbe dare il tempo al governo di lavorare a una vera riforma di Viale Mazzini. L'ipotesi ha trovato l'opposizione prevedibile di Angelino Alfano, determinato come il resto del Pdl a non toccare l'attuale assetto dell'azienda: "Fare la riforma della Rai per mettere le mani sulla Rai è contro il senso di questa vicenda", ha detto il segretario del partito. (...) Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, invece, ha insistito sul fatto che con l'attuale governance anche nomine di persone di provata qualità e professionalità avrebbero le mani legate: "Con la governance attuale una persona autorevole è destinata solo a perdere autorevolezza perché nessuno può fare i miracoli"»;

considerato che:

sul quotidiano "la Repubblica" del 28 giugno 2011 si può leggere: «Parmalat è diventata francese. L'offerta pubblica d'acquisto è andata in porto senza alcun contraccolpo e ostacolo, nemmeno flebile della decantata cordata italiana che sembrava appoggiata anche dal ministro Tremonti. In meno di 4 ore di assemblea i francesi di Lactalis hanno portato a casa la proprietà della multinazionale creata da Calisto Tanzi (ora in carcere e autore del più grande crac italiano) e nominato il nuovo presidente: Franco Tatò, ex Enel, manager di lungo corso. Una battaglia durata sei mesi, da gennaio a giugno, che ha fatto finire i sette anni del risanatore Enrico Bondi ed ha consegnato una società per molti versi assai solida nelle mani dei francesi. L'assemblea di Parmalat, iniziata alle 16,20, registra la presenza in sala del 46,7 per cento del capitale, ovvero 682 azionisti in proprio o per delega. Considerata la quota in mano ai soci francesi di Lactalis, pari al 28,9 per cento del capitale, si dà per scontata dal primo minuto la vittoria della sua lista per il rinnovo del consiglio d'amministrazione (nove posti su undici). Tre le liste in campo per il rinnovo del consiglio di amministrazione. La prima fa capo alla francese Lactalis che detiene il 28,9% del capitale sociale; la seconda presentata da Assogestioni e la terza dei fondi Skagen, MacKenzie e Zenit, i tre fondi esteri che hanno già venduto a Lactalis il 15,3% delle azioni da loro detenute. Di fatto Lactalis è presente in netta maggioranza. È costata 4,6 milioni di euro la consulenza commissionata da Parmalat a Goldman Sachs sull'opa dei francesi di Lactalis. È quanto a chiarito il presidente del gruppo di Collecchio, Raffaele Picella, rispondendo alla richiesta di chiarimento di un azionista durante l'assemblea dei soci chiamata, tra l'altro, a rinnovare il consiglio di amministrazione e il collegio dei sindaci»;

scrive Gianluca Paolucci su "La Stampa" del 29 giugno 2011: Enrico Bondi, manager di 77 anni «lascia un gruppo con 282 milioni di utile, 4,3 miliardi di fatturato e una cassa con 1,4 miliardi, in gran parte frutto delle transazioni con le banche promosse da Bondi stesso e dai suoi avvocati. E allora, perché lascia? Perché ha saputo risanare ma non crescere, dice qualcuno. Perché comunque è giusto chiudere una fase e aprirne un'altra, forse. Di certo non per ragioni anagrafiche: il prossimo presidente, Franco Tatò, di anni ne ha 79»;

a quanto risulta agli interpellanti, Bondi, il manager strapagato che la grande stampa incensa e di cui tesse le lodi, dimenticando gli incidenti di percorso come l'allontanamento coatto di Vittorio Nola, ex segretario generale di Telecom Italia, accusato di aver inserito una microspia, falsa si sa ora, trovata nell'auto in uso all'allora amministratore delegato del gruppo (Enrico Bondi, appunto). Una cimice che, a quanto risulta, nel giro di poco tempo ha consentito l'ingresso in Telecom, come capo della Security, di Giuliano Tavaroli, l'indagato numero "uno" dell'inchiesta penale in corso a Milano, è accusato del reato di calunnia nel procedimento penale;

un take dell'agenzia di stampa Adnkronos del 19 aprile 2008, dal titolo: «Dossier illeciti: giudice civile Milano chiude il caso della prima "cimice"» spiega: «Le indagini svolte successivamente hanno accertato che nessuno, a quell'epoca, all'interno di Telecom aveva cercato di captare delle informazioni. Che la cimice trovata sull'auto di Bondi non era altro che un telefonino Motorola smontato e non funzionante. E che l'auto in uso all'allora neo amministratore delegato era stata presa a noleggio privatamente, non era in dotazione a Telecom, né era stata "prestata" da Nola, come invece è stato scritto. Per questo il giudice civile Marisa Nardo ha sottolineato come "particolarmente offensivo l'addebito, mosso a Nola, di aver fornito l'autovettura in cui era stata rinvenuta la cimice, addebito che rendeva del tutto ovvia la conclusione che egli era il principale artefice dello 'spionaggio' scoperto" (...) "Sotto il profilo del danno non patrimoniale deve valutarsi -scrive infatti il giudice- anche il disagio degli attori per il fatto di essersi sentiti additati, in termini di certezza, quali autori o corresponsabili di un'operazione di spionaggio pur essendo essi professionalmente preposti all'incarico di evitare proprio fatti del genere di quelli di cui erano accusati". Con questa decisione, dichiara Vittorio Nola, "il Tribunale di Milano ha implicitamente riconosciuto la mia assoluta estraneità in merito alla vicenda della "microspia" che, tuttavia, causò un repentino allontanamento dalla Telecom Italia con conseguenti rilevanti danni"»;

a quanto risulta agli interpellanti, Bondi, oltre ad aver allontanato ingiustamente Vittorio Nola dalla Telecom consentendo così l'ingresso di Tavaroli, è stato accusato di non aver utilizzato 1,4 miliardi di euro di Parmalat per un piano industriale ed alleanze che consentisse all'azienda di non finire nelle mani dei francesi di Lactalis,

si chiede di sapere:

se risulti che Enrico Bondi abbia proditoriamente accusato Vittorio Nola, ai tempi segretario generale di Telecom Italia, inventando una finta cimice, per consentire l'ingresso di Giuliano Tavaroli ed un'azione sistematica di spionaggio a danno di cittadini, concorrenti, imprenditori e politici, ad uso e consumo di Tronchetti Provera, che il 28 maggio 2010 ha patteggiato una pena di quattro anni e due mesi, deciso dal giudice dell'udienza preliminare Mariolina Panasiti nella vicenda dei dossier illegali, che ha anche condannato, sempre attraverso il patteggiamento, a tre anni e quattro mesi Fabio Ghioni all'epoca dei fatti responsabile del tiger time interno a Telecom, la squadra che avrebbe preparato i dossier illegali;

se al Governo risulti che Bondi, non utilizzando il tesoretto di 1,4 miliardi di euro accumulato nelle casse dell'azienda di Collecchio, dopo aver elargito 4,6 milioni di euro come consulenza commissionata da Parmalat a Goldman Sachs sull'opa dei francesi di Lactalis, abbia consentito ai francesi di acquisire un'azienda come la Parmalat, costata "lacrime e sangue" a 135.000 risparmiatori truffati;

se risponda al vero che dopo tale svendita ai francesi, il Governo vorrebbe nominare Enrico Bondi alla Rai, per un'eventuale replica, o per privatizzare e dismettere l'azienda del servizio pubblico al miglior offerente;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che le aziende italiane possano essere svendute, come nel caso della Parmalat, da manager che, seppur circondati da un alone di competenza e di risanatori aziendali, hanno perseguito al contrario propri interessi particolari anche di tipo economico invece dell'interesse generale del Paese, dei consumatori utenti risparmiatori ed infine dei lavoratori, nominando personalità al di sopra dei sospetti che possano rispondere a requisiti di onorabilità e competenza.

(2-00443)

Interrogazioni

VILLARI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

il Ministero dell'istruzione, università e ricerca, con nota 5 dicembre 2011 prot. n. 5172 aveva trasmesso all'università del Salento (a Lecce) una nota con la quale evidenziava significative illegittimità sulla bozza di statuto dell'ateneo, formulando diverse richieste di modifica dello stesso. Tali osservazioni seguivano un'altra serie, sempre copiosa, di rilievi già inoltrata dal Ministero nel luglio 2011;

per fare solo alcuni esempi, il Ministero aveva evidenziato come, sul cosiddetto "voto pesato" (art. 51 dello statuto), non si ritiene corretta la procedura di ponderazione rispetto ai voti espressi dalla medesima categoria piuttosto che rispetto alle altre categorie di elettori; che le cause di incompatibilità (dei componenti del Consiglio d'amministrazione), introducendo una limitazione delle libertà, devono essere previste dalla legge e non da uno statuto di autonomia e che la norma approvata dall'Ateneo lo esporrebbe a ricorsi giurisdizionali dall'esito molto probabilmente sfavorevole, anche perché la norma, che ora riguarda soltanto i membri esterni del Consiglio d'amministrazione, crea una disparità di trattamento tra vari componenti del Consiglio. Su tale ultimo profilo, infatti, l'art. 60 dello statuto attualmente in vigore stabilisce che "la carica di membro esterno del Consiglio di amministrazione è incompatibile con la contestuale titolarità di incarichi pubblici elettivi o di dirigenza di partiti o di organizzazione sindacale, o con cariche di rappresentanza di categorie, ovvero con la sussistenza di rapporti contrattuali di collaborazione e di consulenza con le suddette organizzazioni". Oltre a quanto precisato, il Ministero aveva altresì eccepito come alla suddetta disparità si aggiunge quella con il regime del componenti del Senato accademico per i quali non si applica tale causa di incompatibilità;

ulteriori osservazioni riguardavano, rispettivamente, le competenze assegnate dall'Università del Salento a favore delle facoltà, le quali, si ricorda, non esistono più nel sistema delineato dalla legge n. 240 del 2010 e della figura del manager didattico, previsto e regolato dall'ateneo salentino, ma, ugualmente, sconosciuto alla legge di settore;

a quel punto, l'università del Salento, nelle sedute, rispettivamente, del 7 dicembre del Consiglio di amministrazione e 22 dicembre 2011 del Senato accademico, ha rigettato gran parte dei rilievi ministeriali adottando lo statuto con la maggioranza dei tre quinti prevista dalla legge. Di tale circostanza si è dato ampio risalto sui media, i quali hanno bene evidenziato la determinazione con la quale il rettore ha sottolineato che i rilievi ministeriali erano inaccettabili per l'università del Salento (si veda, per fare un solo esempio, il titolo del "Quotidiano di Lecce" del 23 dicembre: "Statuto: bocciato il ministero");

in data 23 febbraio 2012, lo statuto è stato impugnato al Tribunale amministrativo regionale da due rappresentanti del personale tecnico-amministrativo, i quali sono anche, rispettivamente, rappresentante del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione dell'ateneo. In tale ricorso, sono stati eccepiti solo una parte dei vizi rilevati dal Ministero e ciò poiché i ricorrenti, appartenendo al personale tecnico-amministrativo, non hanno un interesse qualificato a ricorrere contro le altre illegittimità. Il ricorso contiene invece un più grave vizio relativo alla votazione avvenuta in Senato accademico del 23 dicembre con la quale è stato definitivamente approvato lo statuto. Si evidenzia in particolare che il Senato accademico, dovendosi pronunciare sul rilievo ministeriale relativo all'art. 60 dello statuto, non avrebbe raggiunto la prescritta maggioranza dei tre quinti; al contrario i favorevoli alla bocciatura del rilievo ministeriale sarebbero stati 22 e non 23. A quel punto, la votazione sarebbe stata ripetuta, previo invito del rettore a chi in precedenza non avesse votato per il rigetto del rilievo ministeriale a mutare la propria opinione e a votare diversamente. Tale invito sarebbe stato raccolto da un rappresentante degli studenti, il quale avrebbe dichiarato di cambiare il proprio voto per senso di responsabilità ed avrebbe chiesto che di tale comportamento si fosse espressamente dato atto nel verbale;

i ricorrenti, una volta appreso che, grazie a tale seconda votazione, si sarebbe raggiunta la maggioranza prescritta per il rigetto del rilievo in questione, hanno successivamente chiesto di accedere agli atti della seduta, ma le loro richieste ad oggi sono rimaste inevase salvo che per la possibilità concessa al dottor Margiotta, componente del Senato accademico, di visionare la videoregistrazione dalla quale emergeva effettivamente la doppia votazione di cui si è detto. Parimenti inutili si sono rivelate le interrogazioni sull'accaduto presentate dai ricorrenti in data 18 gennaio 2012 al Senato accademico ed al Consiglio d'amministrazione, atteso che nel corso della seduta del Consiglio d'amministrazione del 24 gennaio ed in quella del Senato accademico del 27 gennaio, le stesse non sono state riscontrate. Peraltro, circostanza ancora più degna nota, ad oggi il rettore, nonostante sia stato ripetutamente sollecitato, non ha ancora predisposto il verbale della seduta del 24 dicembre 2011, al punto che i ricorrenti, per dimostrare l'illegittimità dovuta alla doppia votazione, sono stati costretti a chiedere al Tribunale amministrativo l'acquisizione della videocassetta Di tutto, questo, preme osservare, le rispettive organizzazioni sindacali hanno opportunamente informato il Ministero sia a mezzo fax che a mezzo lettera, senza ricevere, allo stato, alcun riscontro,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo, per quanto di propria competenza, intenda impugnare lo statuto dell'università del Salento per illegittimità rispetto alla legge n. 240 del 2010, per i vizi già rilevati in sede amministrativa;

se intenda attivare opportuni (ed autonomi) approfondimenti al fine di verificare se, effettivamente, nella seduta del 23 dicembre 2011 si sia verificata la predetta clamorosa anomalia e quali siano le ragioni in base alle quali, ad oggi, il rettore non abbia né predisposto il verbale della seduta né consegnato ai richiedenti (un componente del Senato accademico ed un consigliere di amministrazione dell'ateneo) copia della videoregistrazione, e, nonostante tutto, abbia avviato i procedimenti di costituzione dei nuovi organi di ateneo ed addirittura, da notizie apparse sui quotidiani del 23 e 24 febbraio 2012, convocato il consiglio di amministrazione ancora in carica (rectius, quello in scadenza) per nominare il nuovo direttore generale, il quale, preme rammentare, rimarrà in carica per quattro anni.

(3-02735)

BASTICO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

l'articolo 50 del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, cosiddetto decreto semplificazioni e sviluppo, approvato con modifiche dalla Camera dei deputati il 13 marzo e attualmente in discussione al Senato, introduce novità significative in ordine all'autonomia delle istituzioni scolastiche;

nel testo approvato alla Camera, su cui è stato posto il voto di fiducia, non è stata accolta una norma contenuta in un emendamento del Partito democratico - a prima firma dell'onorevole Manuela Ghizzoni - inizialmente approvato in sede referente dalle Commissioni riunite, poi modificato a seguito del parere della Commissione Bilancio, in cui si proponeva di incrementare di 10.000 unità l'organico dell'autonomia;

considerato che le determinazioni assunte dal Governo in carica attraverso l'introduzione del citato articolo 50, soprattutto se rapportate all'oggettiva carenza di risorse economiche e di personale nella scuola pubblica, rendono ancora più necessaria ed improrogabile la definizione di nuovi e più equi criteri di riparto di tali risorse tra le diverse regioni e scuole del nostro Paese, che si basino su parametri oggettivi anziché sulla spesa storica;

visto che:

da tempo sulla questione la Conferenza delle Regioni ha aperto una discussione pervenendo, tra l'altro, anche alla definizione di nuovi criteri oggettivi;

i dati in possesso del Ministero evidenziano differenze molto rilevanti tra le varie regioni in relazione al numero di alunni per classe, al numero di alunni per docente, al numero di insegnanti di sostegno;

particolarmente difficile appare la situazione in Emilia-Romagna, dove la forte carenza di risorse economiche e di personale nella scuola pubblica, più volte segnalata anche dalla stessa interrogante, sta mettendo in ginocchio l'intero sistema scolastico regionale;

ciò si evince anche da quanto riportato in un dossier sul sistema scolastico e formativo pubblicato dalla stessa Regione in cui vengono descritte le caratteristiche quantitative e qualitative del sistema scolastico regionale emiliano; in particolare, risulterebbe che negli ultimi 10 anni a fronte di un aumento di 107.000 alunni, pari ad un incremento del 26,6 per cento (contro una media nazionale di incremento del 3,4 per cento), il numero degli insegnanti e del personale ATA è diminuito rispettivamente di 3.711 e di 2.241 unità;

inoltre, sempre in Emilia-Romagna il numero degli studenti stranieri, in continua crescita, è attualmente pari al 15,7 per cento della popolazione scolastica;

considerato che il sistema scolastico dell'Emila-Romagna rappresenta oggi il 6,5 per cento di quello nazionale, ma dai dati rilevati si evince che il Ministero assegna all'ufficio scolastico regionale il 6,3 per cento dell'organico del personale docente e il 6,2 per cento del personale ATA. Si tratta in pratica di oltre 1500 posti in meno a cui vanno aggiunti i tagli agli organici avvenuti nel triennio 2009-2012, pari a 3.711 docenti e 2.241 unità di personale ATA,

si chiede di sapere:

se, anche in considerazione della scelta di istituire l'organico dell'autonomia, il Governo non ritenga necessario procedere, d'intesa con la Conferenza delle Regioni, ad una rapida definizione di nuovi e più equi criteri per il riparto quantitativo e qualitativo delle risorse economiche e di personale nei diversi uffici scolastici regionali e provinciali e alle autonomie scolastiche, tenendo conto del numero degli alunni, del quadro orario annuale, del numero dei ragazzi stranieri in età scolare, nonché delle diverse caratteristiche territoriali ed economico- sociali;

se e in che tempi ritenga possibile che venga stipulato l'accordo tra Stato e Regioni sui criteri di riparto del personale e delle risorse alle scuole;

se ritenga compatibile con la tutela della qualità della scuola pubblica che a fronte di costanti e rilevanti aumenti del numero degli alunni, in alcune regioni del Nord tra cui l'Emilia-Romagna, non ci sia stato alcun incremento nell'attribuzione degli insegnanti e del personale ATA, ma, al contrario, una loro riduzione;

se sia a conoscenza dei grandi divari che tuttora esistono tra le diverse regioni ed autonomie scolastiche nell'attribuzione ed utilizzo delle risorse di personale ed economiche e quali iniziative intenda adottare per garantire il più efficace ed equo utilizzo di tali risorse da parte delle stesse.

(3-02737)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

STIFFONI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

in data 8 marzo 2012, la Camera dei deputati, con 479 voti a favore e 75 contrari, ha votato la fiducia posta dal Governo sull'approvazione del testo del decreto-legge n. 5 del 2012, "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo", con gli emendamenti apportati dalle Commissioni I e X, ivi inclusa la misura che liberalizza la vendita dei servizi ausiliari per l'accesso all'ingrosso alla rete telefonica fissa di Telecom Italia;

la norma in questione, introdotta all'articolo 47, comma 2-quater, è stata sostenuta da tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione ed approvata, all'unanimità, prima nelle Commissioni riunite e poi in Aula, con il parere favorevole dei relatori e del Governo;

tale misura trova fondamento nel decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità ed il consolidamento dei conti pubblici", all'art. 34, rubricato "Liberalizzazione delle attività economiche ed eliminazione dei controlli ex ante", al comma 3, lett. g), che ha abrogato l'obbligo di fornitura di specifici servizi complementari all'attività svolta ed è coerente con il quadro comunitario, dal momento che una simile disposizione di legge è già prevista dall'ordinamento belga;

nell'ottobre 2010, la Commissione europea ha formalmente richiesto all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di intervenire per garantire trasparenza ed efficienza nella gestione delle attività accessorie da parte di Telecom Italia. La richiesta della Commissione non ha avuto risposta da parte dell'Autorità che, in questi anni, non ha risolto un problema noto alla Commissione esponendo l'Italia ai richiami di Bruxelles;

l'offerta aggregata dei servizi ausiliari (quali quelli di manutenzione e di attivazione) nell'accesso alla rete telefonica fissa dell'ex azienda monopolista rappresenta ormai un'eccezione nel panorama delle industrie a rete, in quanto rappresenta un'indebita posizione di rendita per l'operatore ex monopolista, Telecom Italia, descritta dal diritto antitrust come "tie-in", dal momento che gli operatori che richiedono l'accesso dovrebbero pagare solo per i servizi effettivamente richiesti;

le disposizioni previste dall'articolo 47, comma 2-quater, aprono alla concorrenza nei servizi accessori di manutenzione preventiva e correttiva senza intaccare né la proprietà né l'integrità della rete di Telecom Italia;

le stesse attività già oggi vengono esternalizzate da Telecom Italia al fine di incrementare il tasso di trasparenza ed il livello di qualità nella gestione di tali servizi, anche rafforzando il ruolo dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che dovrà certificare le aziende terze;

nel decreto liberalizzazioni, il Governo, al fine di favorire la concorrenza nel settore della distribuzione del gas, ha adottato una misura ben più incisiva della vendita disaggregata dei servizi ausiliari di accesso, decidendo per la separazione strutturale della Snam Rete Gas dall'ENI. In tale direzione si ricorda inoltre che in riferimento alla rete elettrica, i servizi ausiliari, quali quelli di manutenzione, non sono inclusi in modo forfettario nel prezzo di accesso all'ingrosso, ma rappresentano, per gli operatori richiedenti l'accesso, un costo eventuale da sostenere solo in caso di effettiva necessità;

il Presidente del Consiglio dei ministri Monti ha ribadito che il Governo intende andare avanti con le liberalizzazioni per sostenere la crescita economica del Paese;

la Commissione europea e la commissaria Kroes hanno informato il Governo attraverso una comunicazione formale del 16 marzo 2011 che questa norma non comporta alcuna preoccupazione di incompatibilità rispetto alla normativa europea,

si chiede di sapere:

se risponda al vero quanto riportato dal quotidiano "Libero", in data 16 marzo 2012, e cioè che il Governo starebbe studiando "l'insabbiamento" della norma e, più in generale, il modo per renderla inefficace, eventualmente demandandone la definizione e l'attuazione all'Autorità di settore, con la conseguenza che "a farne le spese sarà la liberalizzazione della rete, rinviata a data da destinarsi";

se il Governo intenda presentare proposte emendative nel corso dell'esame in Senato con riferimento all'articolo 47, comma 2-quater,del decreto-legge o, eventualmente favorire l'approvazione di emendamenti parlamentari a tale disposizione;

in caso affermativo, quali siano le ragioni che inducono il Governo a sostenere modifiche che si pongono nella direzione contraria al processo di liberalizzazione delle telecomunicazioni o che ne potrebbero rallentare l'immediata applicabilità.

(3-02736)

BORNACIN - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per la pubblica amministrazione e la semplificazione e dello sviluppo economico - Premesso che:

in data 8 marzo 2012, la Camera dei deputati ha votato la fiducia posta dal Governo sull'approvazione del testo del decreto-legge n. 5 del 2012, "Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo", con gli emendamenti apportati dalle Commissioni I e X, ivi inclusa la misura che liberalizza la vendita dei servizi ausiliari per l'accesso all'ingrosso alla rete telefonica fissa;

la norma in questione, introdotta all'articolo 47, comma 2-quater, è stata sostenuta da tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione ed approvata, all'unanimità, prima nelle Commissioni riunite e poi in Aula, con il parere favorevole dei relatori e del Governo;

tale misura trova fondamento nel decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, all'articolo 34, rubricato Liberalizzazione delle attività economiche ed eliminazione dei controlli ex ante, al comma 3, lettera g), che ha abrogato l'obbligo di fornitura di specifici servizi complementari all'attività svolta ed è coerente con il quadro comunitario;

nell'ottobre 2010, la Commissione europea ha formalmente richiesto all'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni di intervenire per garantire trasparenza ed efficienza nella gestione delle attività accessorie da parte di Telecom Italia. La richiesta della Commissione non ha avuto risposta da parte dell'Autorità che, in questi anni non ha risolto un problema noto alla Commissione esponendo l'Italia ai richiami di Bruxelles;

l'offerta aggregata dei servizi ausiliari (quali quelli di manutenzione e di attivazione) nell'accesso alla rete telefonica fissa dell'ex azienda monopolista rappresenta ormai un'eccezione nel panorama delle industrie a rete, in quanto rappresenta un'indebita posizione di rendita per l'operatore ex monopolista, Telecom Italia, descritta dal diritto antitrust come "tie-in", dal momento che gli operatori che richiedono l'accesso dovrebbero pagare solo per i servizi effettivamente richiesti;

le disposizioni previste dall'articolo 47, comma 2-quater , non intaccano né la proprietà né l'integrità della rete di Telecom Italia ma aprono alla concorrenza nei servizi accessori di manutenzione preventiva e correttiva (attività già esternalizzate da Telecom Italia) al fine di incrementare il tasso di trasparenza ed il livello di qualità nella gestione di tali servizi, anche rafforzando il ruolo dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che dovrà certificare le aziende terze;

il Presidente del Consiglio dei ministri Monti ha ribadito che il Governo intende andare avanti con le liberalizzazioni per sostenere la crescita economica del Paese;

il Commissario europeo Neelie Kroes ha scritto al Governo una lettera di richiesta di informazioni nella quale si esclude qualsiasi tipo di preoccupazione riguardo alla compatibilità della disposizione con la normativa europea,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda presentare o sostenere proposte emendative volte a modificare la disposizione richiamata;

in caso affermativo, per quali ragioni intenderebbe procedere in tal senso, considerato che l'eventuale modifica di tale disposizione contrasterebbe con il programma di liberalizzazioni fin qui portato avanti.

(3-02738)

AMATO - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

la società editrice "Editoriale 2000 Srl" è detenuta al 52 per cento da una cooperativa composta da giornalisti grafici e amministrativi e al 48 per cento da una società di capitali. Tra la società editrice e le società che prestano servizi di diffusione e di raccolta pubblicitaria gravitano circa 40 dipendenti;

la Editoriale 2000 Srl attualmente edita due testate che accedono ai contributi pubblici: la prima, nata il 27 novembre 1999, del quotidiano "Il Nuovo Corriere" con edizioni a Firenze e ad Arezzo; la seconda del settimanale "Il Nuovo Mediavalle Garfagnana", distribuito nella provincia di Lucca, a supporto delle quali sono attive le redazioni di Firenze, sede legale della società, di Arezzo e Lucca;

secondo i dati relativi al 2011, per quanto riguarda la testata quotidiana, le tirature complessive medie giornaliere sono state di 10.087 copie a fronte di una media giornaliera di 4.373 copie vendute; mentre, riguardo alla testata settimanale, la tiratura media settimanale è stata di 2.530 copie per una media di 1.151 copie vendute alla settimana;

a parziale sostegno di tale attività editoriale l'azienda ha ricevuto contributi statali (oltre a 200 milioni di lire per l'anno 2002) di 2.500.000 euro per ciascuno degli anni dal 2003 al 2009 incluso;

ad oggi tuttavia, per l'anno 2010, il previsto contributo (ridotto per quell'annualità del 15 per cento) pari a circa 2.194.000 euro non è stato ancora corrisposto, come l'annualità (circa 2.500.000 euro) dovuta per il 2011, per la quale non se ne prevede la corresponsione prima della fine del 2012;

considerato che:

pur chiudendo negli anni i propri bilanci in perdita, i soci della Editoriale 2000 Srl, ricapitalizzando, hanno comunque permesso ai dipendenti di mantenere il proprio posto di lavoro;

nonostante sia stato attualmente presentato dalla società editrice un piano di ristrutturazione drastico che andrà ad incidere sui giornalisti e sui grafici, con ogni probabilità, senza l'erogazione dei contributi pubblici dovuti, entro fine marzo 2012 i soci saranno costretti a interrompere le pubblicazioni;

considerato altresì che la grave situazione di incertezza legata al ritardo sull'erogazione dei contributi statali non ha permesso e non permette di cedere a terzi la società editrice, anche in presenza di soggetti interessati che potrebbero dare continuità alla testata stessa,

si chiede di conoscere:

quali siano le cause della mancata erogazione dei contributi per gli anni 2010 e 2011 spettanti alla Editoriale 2000 Srl;

se non ritenga opportuno garantire una tempestiva soluzione della vicenda relativa all'erogazione dei contributi per la società editrice onde evitare la chiusura delle testate e la conseguente messa in mobilità di giornalisti, poligrafici e personale amministrativo.

(3-02739)

GIOVANARDI, CUTRUFO, ZANOLETTI, BALBONI, POSSA, FANTETTI, MANTICA, FLUTTERO, MESSINA, DE ECCHER, ASCIUTTI, VIESPOLI, MENARDI, CASTIGLIONE, CENTARO, CONTI, BIANCONI, SCARPA BONAZZA BUORA, SANTINI, PASTORE, BETTAMIO - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare -

(3-02740)

(Già 4-06942)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

FERRANTE, DELLA SETA - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

con l'adozione della legge 28 dicembre 1993, n. 549, recante "Misure a tutela dell'ozono stratosferico e dell'ambiente", sono stati stabiliti in Italia i termini di cessazione dell'impiego delle sostanze lesive della fascia di ozono nella stratosfera;

in seguito, con il decreto-legge n. 56 del 10 febbraio 1996 e il decreto ministeriale del 26 marzo 1996, e successiva proroga del 10 marzo 1999, è stata accelerata l'eliminazione degli halon, ovverosia le sostanze più pericolose per la fascia di ozono utilizzate nel settore antincendio, mentre con l'entrata in vigore dei decreti ministeriali 3 ottobre 2001 e 20 dicembre 2005 sono stati fissati i termini per l'eliminazione di un'altra categoria di sostanze ad elevata pericolosità globale normalmente utilizzate nell'antincendio: gli HCFC. Mediante tali ulteriori provvedimenti sono stati delineati i requisiti per i centri di raccolta autorizzati e le modalità di recupero degli HCFC dagli estintori e dai sistemi di protezione antincendio. Infine, con il decreto 20 settembre 2002 ed il decreto del Presidente della Repubblica 15 febbraio 2006, n. 147, sono state disciplinate le norme tecniche e le modalità per il controllo ed il recupero di fughe di sostanze ozono-lesive da impianti ed apparecchiature di refrigerazione e di condizionamento d'aria e pompe di calore che le contengono;

si evidenzia che successivamente con l'articolo 5 del citato decreto ministeriale 3 ottobre 2001, come modificato dal decreto ministeriale 20 dicembre 2005, è stato sancito che entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del suddetto decreto ministeriale, e quindi entro il 18 gennaio 2007, gli HCFC contenuti nei sistemi di protezione antincendio e negli estintori destinati ad usi diversi da quelli cosiddetti critici (usi per applicazioni particolari) avrebbero dovuto essere recuperati e avviati al riciclo, alla rigenerazione o alla distruzione nei centri di raccolta;

ma ad oggi bisogna constatare che nonostante il preciso obbligo di smantellamento sancito, sono state segnalate a livello nazionale alcune criticità nella raccolta degli HCFC antincendio che avrebbe dovuto essere stata completata ormai più di 5 anni fa;

in particolare si evidenzia che i dati sulla raccolta degli HCFC ad oggi disponibili mostrerebbero che solo una quota minoritaria degli HCFC ancora circolanti è stata effettivamente avviata al recupero. Infatti, a fronte di uno stock stimato in quasi 1.500 tonnellate, alla data odierna la raccolta si attesterebbe attorno al solo 25-30 per cento. La parte rimanente dello stock è probabilmente ancora detenuta dai possessori d'impianti antincendio;

è del tutto evidente che la principale causa della mancata applicazione del decreto ministeriale 20 dicembre 2005 potrebbe essere riconducibile all'assenza di un chiaro quadro sanzionatorio per chi possiede ancora impianti di protezione antincendio contenente HCFC per usi differenti da quelli critici previsti nell'allegato VII del regolamento (CE) n. 1005/2009,

si chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non ritenga utile e urgente riferire sulla reale situazione della raccolta delle sostanze e sullo stato dell'iter delle azioni intraprese ai fini della completa attuazione delle disposizioni legislative sulla materia, prevedendo anche l'introduzione di sanzioni specifiche.

(4-07113)

FERRANTE, DI GIOVAN PAOLO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

l'Ente nazionale per il microcredito è un organismo di diritto pubblico, che dovrebbe perseguire i seguenti obiettivi: promuovere la conoscenza del microcredito come strumento di aiuto per lo sradicamento della povertà; individuare misure per stimolare lo sviluppo delle iniziative dei sistemi finanziati a favore dei soggetti in stato di povertà, al fine di incentivare la costituzione di microimprese in campo nazionale ed internazionale; promuovere la capacità e l'efficienza dei fornitori di servizi di microcredito e di microfinanziamento nel rispondere alle necessità dei soggetti in stato di povertà, al fine di promuovere innovazione e partenariati nel settore; agevolare l'esecuzione tecnica dei progetti di cooperazione a favore dei Paesi in via di sviluppo, nel rispetto delle competenze istituzionali del Ministero degli affari esteri;

sembrerebbe che l'Ente costi alle casse dello Stato circa 1.800.000 euro all'anno ed eroghi 351.000 euro all'anno di sole indennità, tra le quali, solo ad esempio esplicativo, quelle al Presidente, pari a 120.000, e al dottor Riccardo Graziano, segretario generale, pari a 147.000 euro;

a fronte di questi assurdi costi non si è a conoscenza di iniziative concrete a favore del microcredito ma solo di iniziative pubbliche, alcune delle quali assai curiose, come ad esempio il convegno del prossimo 23 marzo 2012 sul "Sistema creditizio e inclusione finanziaria: la sfida del microcredito" che si terrà a Rende (Cosenza) presso la sede della banca di credito cooperativo "Mediocrati". È importante evidenziare che gli invitati sarebbero tutti di una certa area politica e per questo si potrebbe configurare quasi come un'iniziativa politica a sostegno del Presidente della Regione Calabria, che risulta tra gli invitati, e di altri esponenti politici del centro-destra;

in un momento come quello attuale, in cui si chiedono sacrifici a tutti, un segnale affinché tali pratiche siano definitivamente archiviate non sarebbe a giudizio degli interroganti sgradito,

si chiede di conoscere:

se i Ministri in indirizzo intendano rendere pubblico il dato sulle risorse stanziate dall'Ente nazionale per il microcredito atte a perseguire i propri obiettivi statutari;

se non ritengano urgente intervenire con atti di competenza sulle indennità percepite dagli organismi dirigenti che appaiono agli interroganti assolutamente sproporzionate.

(4-07114)

DELLA SETA - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

la necessità di ridurre l'impatto ambientale di combustibili e carburanti ha condotto ad approfonditi studi e ricerche per lo sviluppo di prodotti evolutivi con basso impatto sull'ambiente: tra questi, l'emulsione del gasolio con biodiesel e acqua;

a tale proposito, si evidenzia una sperimentazione effettuata nel porto di Los Angeles. I dati di questa sperimentazione sono stati pubblicati da "Diesel Net". In pratica, del gasolio è stato emulsionato con biodiesel (20 per cento) e acqua (12 per cento), ottenendo risultati veramente sorprendenti in termini di diminuzione delle emissioni;

in Italia la normativa vigente stabilisce che la percentuale massima di biodiesel nel gasolio deve essere del 7 per cento;

anche entro questa soglia, i benefici ambientali offerti dalle emulsioni sono notevoli, ma il vero problema per la diffusione di tale tecnologia è dato dalla rigidità delle norme fiscali che regolano questa materia, imponendo alle aziende che chiedono di autoprodurre le emulsioni stabilizzate il vincolo del deposito fiscale;

l'obbligo di autoprodurre le emulsioni in regime di deposito fiscale nasce dal fatto che il decreto ministeriale 20 marzo 2000 (Gazzetta Ufficiale 3 aprile 2000, n. 78), emanato ben prima che si pensasse a questi impieghi, nel fissare le caratteristiche tecniche delle emulsioni per accedere alle agevolazioni fiscali ha considerato solo il sistema di produzione in vigore nelle raffinerie;

se venisse eliminato l'obbligo del deposito fiscale, si introdurrebbe il principio dell'acquisto del gasolio in regime di accisa assolta, che prevede che l'azienda paghi l'aliquota totale prevista per il gasolio all'atto dell'acquisto e non l'aliquota ridotta prevista per le emulsioni ma a valle del processo di lavorazione. Questo sistema eviterebbe la necessità di recintare aree all'interno dei cantieri creando problemi di logistica che per alcune aziende risultano insormontabili; la macchina emulsionatrice potrebbe approvvigionarsi direttamente dai serbatoi esistenti, che per legge devono essere interrati;

si sottolinea che la sicurezza fiscale dell'impianto è assolutamente garantita dai contatori fiscali previsti per la macchina emulsionatrice da apposita circolare dell'Agenzia delle dogane e che anche senza il vincolo del deposito fiscale le accise dovute sarebbero pagate in base all'effettiva quantità di emulsioni prodotte; inoltre questo regime procurerebbe allo Stato solo vantaggi in quanto, contrariamente a quanto avviene in regime di "deposito fiscale", il fisco incasserebbe immediatamente il valore totale delle accise per restituirne in seguito la parte non dovuta, ma lasciando all'azienda l'onere di dimostrare, attraverso una puntuale tenuta dei registri, di avere diritto al rimborso,

si chiede di conoscere se i Ministri in indirizzo, per quanto di competenza, non intendano, per incentivare e promuovere l'uso di combustibili e carburanti con basso impatto sull'ambiente, rimuovere l'imposizione del vincolo del deposito fiscale per le aziende che autoproducono, per uso proprio, l'emulsione stabilizzata in acqua in gasolio o in oli densi.

(4-07115)

THALER AUSSERHOFER - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

con nota del 9 marzo 2012 la Direzione generale motorizzazione del Ministero delle infrastrutture e trasporti ha comunicato agli uffici competenti che a causa delle ridotte risorse finanziarie non è più possibile erogare il servizio di postalizzazione dei tagliandi relativi al rinnovo delle patenti;

nella stessa nota l'amministrazione conferma che, in caso di circolazione al di fuori del territorio nazionale, non esiste documentazione alternativa a quella dell'emissione del rispettivo tagliando che di fatto è emesso dal sistema informatico del CED;

stando così le cose il titolare della patente scaduta in attesa del tagliando del rinnovo che intenda recarsi all'estero si troverebbe nell'impossibilità di condurre il mezzo di trasporto in mancanza di un valido documento abilitativo;

per superare tale difficoltà il Dipartimento dei trasporti terrestri indica come unica possibilità per l'utente in attesa del tagliando quella di richiedere il duplicato della patente;

tale richiesta comporta per l'utente interessato un esborso di denaro non dovuto;

considerato altresì che la responsabilità della mancata postalizzazione dei tagliandi del rinnovo patente è imputabile solo allo Stato che non ha trasferito le risorse finanziarie sufficienti all'adempimento di quanto previsto dalla legge,

si chiede di sapere quali provvedimenti urgenti si intenda assumere per evitare ai titolari di patente di guida in attesa del tagliando di sostenere un'ulteriore gabella, peraltro non dovuta e determinata solo da una mancanza di previsione di spesa e organizzazione delle risorse da parte dell'amministrazione pubblica.

(4-07116)

DELLA SETA, FERRANTE - Ai Ministri dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

si apprende dalla lettura di numerosi quotidiani, tra i quali "Libero" e "la Repubblica", che l'ex Presidente del Consiglio dei ministri non avrebbe pagato la bolletta della luce. Il conto per l'illuminazione della via privata San Martino, che costeggia la dimora ad Arcore (Monza e Brianza), sarebbe finito sulla scrivania del sindaco. La storia sarebbe andata avanti da tre decenni: da quando la stradina è stata dotata di due lampioni, per un costo pari a 120 euro all'anno, che il Comune di Arcore avrebbe sborsato al posto del proprietario;

a scoprire l'assurda vicenda è stato l'ufficio tecnico del Municipio. In nome del risparmio energetico, l'amministrazione sta mappando i pali della luce della cittadina. Una decisione presa dalla Giunta di centro-sinistra, guidata da un sindaco del Partito democratico, che vorrebbe sostituire le vecchie lampadine con nuovi led a basso consumo energetico. Elettrificata sul finire degli anni '70, la stradina alla destra dell'ingresso principale porta dritto a quelle che un tempo erano le cascine della residenza appartenuta ai Casati Stampa. E che oggi servono a ospitare il personale di servizio;

per gli arretrati non c'è nulla da fare, spiega il sindaco: «Non chiederemo di saldare il debito. Si tratta di 2.000 euro che piuttosto dovremmo chiedere ai miei predecessori, visto che l'errore è loro». Al Comune, allora, non resta altro da fare che regolarizzare la situazione. Un paio di giorni fa il sindaco ha inviato una lettera in cui chiede al proprietario della via di procedere a una formale voltura per sistemare la faccenda;

la vicenda è singolare, tanto più in quanto è capitato che alcuni comuni di centro-destra abbiano mostrato particolare rigore in talune circostanze, negando assistenza ai bambini disagiati, ad esempio quando le relative famiglie non hanno pagato, perché non potevano farlo, la retta della mensa,

si chiede di conoscere:

se risultino al Governo le motivazioni che hanno condotto l'amministrazione comunale di Arcore a non richiedere, per decenni, al proprietario di villa San Martino le spese dell'illuminazione pubblica;

se questo comportamento omissivo dell'amministrazione comunale di Arcore, nell'azione di vigilanza, non abbia espressamente violato le proprie prerogative istituzionali, il che comporterebbe violazione dei principi costituzionali della trasparenza, dell'imparzialità e della legittimità nell'azione della pubblica amministrazione e, nel caso, se non intenda immediatamente assumere le iniziative di competenza per far valere l'eventuale danno erariale commesso dalle precedenti amministrazioni di Arcore.

(4-07117)

D'ALIA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il Governo, con legge 14 settembre 2011, n. 148, di conversione del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante "Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo", è stato delegato ad adottare uno o più decreti legislativi per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio nazionale degli uffici giudiziari, al fine di realizzare risparmio di spesa e incremento di efficienza;

nell'ambito e nel contesto di siffatta riorganizzazione, già da tempo allo studio del Governo, si paventa e si profila la possibilità concreta della soppressione del tribunale di Sant'Agata Militello, sezione distaccata del tribunale di Patti (Messina);

nello schema del decreto legislativo recante "Revisione delle circoscrizioni giudiziarie - Uffici dei giudici di pace, a norma dell'articolo 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148" è già stata prevista la soppressione dell'ufficio del giudice di pace di Sant'Agata Militello;

secondo quanto disposto dall'art. 1, comma 2, lettera b), della citata legge, il nuovo assetto territoriale degli uffici giudiziari dovrà tenere conto "dell'estensione del territorio, del numero degli abitanti, dei carichi di lavoro e dell'indice delle sopravvenienze, della specificità territoriale del bacino di utenza, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale";

considerato che:

dalle notizie e dai dati acquisiti emerge la circostanza che il carico di lavoro presso il tribunale di Sant'Agata Militello è proporzionalmente maggiore di quello della sede principale di Patti, tanto da rendere necessaria ed imprescindibile, oltre che opportuna, l'esigenza di sollecitare il Governo nazionale ad attivarsi per contrastarne la soppressione;

il territorio dei Nebrodi, nel quale il comune di Sant'Agata Militello occupa una posizione geograficamente centrale e nevralgica, è caratterizzato da una conformazione che si sviluppa dal litorale alla montagna, nonché da un sistema di mobilità complesso e da un deficit infrastrutturale accentuato negli ultimi anni da diffusi fenomeni di dissesto idrogeologico che hanno interessato il territorio;

ritenuto che:

Sant'Agata Militello è Comune capofila di quasi tutte le aggregazioni sovracomunali del territorio ed anche sede di istituzioni e servizi comprensoriali quali Agenzia delle entrate, Monte Paschi Serit, ospedale, ambulatori dell'Azienda sanitaria provinciale, INPS, INAIL, sezione circoscrizionale per l'impiego (SCICA), compagnia dei Carabinieri, commissariato di Polizia, sezione di Polizia stradale, sezione di Polizia ferroviaria, tenenza della Guardia di finanza, distaccamento Vigili del fuoco, ufficio circondariale marittimo recentemente istituito dal Governo Monti, sede di uffici decentrati della Provincia regionale di Messina;

la paventata soppressione del tribunale di Sant'Agata Militello ha destato la reazione della categoria degli avvocati, i quali hanno proclamato, nei mesi scorsi, lo stato di agitazione con riserva di intraprendere ulteriori forme di protesta;

la giustizia, quale valore fondamentale che in una società civile deve essere garantito in misura eguale per tutti i cittadini, deve contemplare dei "costi di civiltà" che lo Stato non può esimersi dal sostenere;

l'eventuale decisione del Governo di sopprimere la sezione distaccata di Sant'Agata Militello in assenza di un'attenta valutazione della sussistenza dei criteri di cui all'art. 1, comma 2, lettera b), della legge 14 settembre 2011, n. 148, arrecherebbe un grave pregiudizio al diritto dei cittadini di accedere al servizio giustizia e di fruire dello stesso, essendo un importante presidio di legalità per tutto il territorio di riferimento;

difatti, l'estensione del vasto territorio ricadente nella competenza della sezione distaccata di Sant'Agata Militello, l'elevato numero dei suoi abitanti ed il notevole carico di lavoro del medesimo tribunale (circa 1.550 procedimenti penali pendenti, 3.300 giudizi civili in corso e 1.200 esecuzioni mobiliari), sono dati oggettivi che non possono essere elusi e che rendono necessario ed imprescindibile il mantenimento ed anzi il potenziamento della sezione distaccata. Le medesime considerazioni valgono per l'ufficio del giudice di pace di Sant'Agata Militello, il cui carico di lavoro è altrettanto rilevante, atteso che presso lo stesso ufficio pendono circa 311 procedimenti penali e 621 cause civili;

la prospettata soppressione comporterebbe altresì gravi ripercussioni sull'utenza anche per i disagi generati dalla maggiore distanza, e quindi da maggiori tempi e costi, per raggiungere la sede del tribunale di Patti,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo condivida quanto in premessa e se, in sede di esercizio della delega per la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, intenda assumere come criteri di valutazione non solo dati statistici, ma, come per il caso di specie, anche altri aspetti, quali la specificità e l'eterogeneità del territorio dei Nebrodi, l'elevato volume di attività in essere presso il tribunale di Sant'Agata Militello, la centralità del comune di Sant'Agata rispetto al territorio, così assicurando, a tutela dei cittadini del circondario, l'accessibilità al servizio di giustizia, altrimenti fortemente compromessa, con la conseguente lesione di principi costituzionalmente riconosciuti.

(4-07118)

VICARI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione - Premesso che:

è a tutti noto che nel novembre 2011 un'alluvione ha tragicamente colpito la Sicilia per la seconda volta in due anni, soprattutto la zona del messinese, e ha causato ben quattro morti, la devastazione di ampie zone abitate e gravissimi danni agli abitanti del luogo che, seppur fortunatamente sopravvissuti, dimorano in aree metropolitane distrutte o nettamente inagibili e comunque non più adatte ad una condizione di vita civile;

come riportato dalla stampa, frane, smottamenti, allagamenti, crolli hanno creato uno scenario apocalittico che rischia di avere conseguenze anche sul futuro dell'assetto idrogeologico e quindi della sicurezza della popolazione, se non si interviene in maniera rapida, decisa e fattiva sulla stabilità del territorio;

diversi atti di sindacato ispettivo parlamentare, ad esempio presentati dal PdL, mettevano in luce ritardi della Regione nelle procedure e, citando la stampa, in particolare un articolo del "Quotidiano di Sicilia" del 19 febbraio 2012, «mentre con solerzia si continuano a foraggiare i "soliti noti", comunque, gli alluvionati di (...) tutti i comuni della fascia tirrenica colpiti dalla tragica alluvione del 22 novembre scorso (ricordiamo le quattro vittime) attendono ancora, dopo quattro mesi, l'ordinanza di Protezione civile con un primo stanziamento per la sistemazione idraulica, la messa in sicurezza e il riconoscimento degli aiuti previsti dallo stato di calamità»;

un comunicato stampa dello stesso Presidente della Regione Siciliana, in riscontro ad una specifica richiesta del Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri, già il 7 dicembre 2011 aveva chiarito, con adeguata motivazione, che la Regione non era in grado di far fronte all'emergenza attingendo a fondi del proprio bilancio, né tantomeno è possibile aumentare la pressione fiscale e pertanto, così come previsto per legge, aveva chiesto il finanziamento dell'ordinanza attraverso l'utilizzo del Fondo nazionale di protezione civile, trasmettendo, in allegato alla stessa nota, una circostanziata relazione, sia tecnica che illustrativa, da cui è possibile evincere l'area complessivamente interessata dagli eventi calamitosi, nonché i danni già rilevati in questa prima fase nei singoli territori dei comuni coinvolti;

il Dipartimento della protezione civile, in pari data, così come richiesto dal presidente, aveva inoltrato al Ministero dell'economia e delle finanze la richiesta corredata dell'opportuna documentazione;

considerato che:

un articolo del quotidiano "la Repubblica" del 28 febbraio riporta uno studio del Governo secondo il quale Regioni ed enti italiani hanno speso negli ultimi 5 anni quasi 2 miliardi all'anno per consulenze esterne;

lo studio, assai particolareggiato, dice che nel 2011 la Giunta del Presidente della Regione Siciliana ha "viaggiato alla media di 13 contratti al mese, per uscite complessive superiori a un milione e mezzo di euro". Fra i capitoli più ricchi di questa spesa si riconosce la ricostruzione delle zone alluvionate nel messinese. Sembra infatti che all'uopo il governatore abbia affidato 15 incarichi, per una spesa mensile di 400.000 euro, tra i quali si riconoscono anche, come si evince dai curricula "appassionati di vela e sci alpino, pianisti di piano bar e organisti su richiesta per matrimoni" e questo in netto contrasto con quanto riportato in premessa a proposito delle disponibilità economiche della Regione Sicilia;

in realtà la spesa globale per le consulenze affidate dalla Regione Siciliana sia per la prima che per la seconda alluvione, sempre secondo la stampa, ammonterebbero a ben 900.000 euro, somma che da sola sarebbe bastata a fare qualcosa di tangibile per restituire ai cittadini una vita accettabile, mentre invece gli incarichi di consulenza sarebbero stati rinnovati fino al mese di ottobre 2012;

in aggiunta a quanto detto, dalla stampa locale si evince che dopo poche giorni dall'alluvione erano stati aperti i primi conti correnti attraverso i quali sarebbe stato possibile donare denaro agli sfollati ed un numero telefonico attraverso il quale effettuare donazioni tramite sms;

una cifra di notevole entità, che si aggirerebbe intorno ai 900.000 euro, sarebbe stata raccolta tramite tali donazioni, ma nessuno sembra avere notizia di dove sia confluito tanto denaro né, tantomeno, l'uso che ne sia stato fatto.

atteso che:

non appare all'interrogante che, dopo tanto tempo da tutte e due le alluvioni, quattro morti, innumerevoli feriti e gravissimi e perduranti disagi alla popolazione, siano almeno state ripristinate le condizioni quo ante, e che tanta profusione di collaboratori tecnici non abbia prodotto alcunché per rendere la vita dei cittadini siciliani colpiti dalla tragedia quantomeno vivibile;

se, come dice il Governatore, non ci sono fondi per la ricostruzione, non appare chiaro dove possano essere stati reperiti i fondi per retribuire i consulenti, peraltro riconfermati fino al mese di ottobre 2012,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza di quanto esposto in premessa;

quale sia la loro valutazione, per quanto di propria competenza, riguardo all'enorme numero di consulenze, più o meno congrue e in linea con le necessità tecniche del problema, affidate in vista di una ricostruzione che in realtà non esiste ancora;

se siano a conoscenza dell'esistenza del denaro raccolto grazie alle donazioni e, in caso affermativo, se possano riferire in merito al suo destino;

se infine non ritengano di dover intervenire, nei modi e nei tempi che riterranno più opportuni, affinché il denaro pubblico, anche quello spontaneamente donato, venga utilizzato a scopo produttivo per una popolazione estenuata, provata da eventi atmosferici che peraltro hanno agito su un territorio già rovinato da un'espansione edilizia non regolamentata, senza quindi regole che proteggessero la popolazione da eventi che si sono poi puntualmente verificati e con i noti danni.

(4-07119)

FASANO - Ai Ministri per i beni e le attività culturali e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

a circa un chilometro da Paestum (patrimonio Unesco), in provincia di Salerno, alle spalle dei templi di Poseidonia, in via Laghetto, fu rinvenuta casualmente dagli alleati americani, alla fine della seconda guerra mondiale, la necropoli del Gaudo. La necropoli, scavata in parte, è preziosa testimonianza dell'età eneolitica, con tombe a "camera" o a "grotticella", e con altre tombe probabilmente non ancora portate alla luce;

malgrado la rilevanza storico-archeologica della necropoli, attualmente il sito è abbandonato a se stesso, lasciato nell'incuria più totale: le tombe sono coperte non solo da rovi, ma anche da macerie, lastre di eternit, copertoni bruciati, materassi vecchi, elettrodomestici. Insomma, la necropoli del Gaudo sembra essere ridotta a una vera e propria discarica a cielo aperto;

archeologi della Sorbona, e prima di loro studiosi spagnoli, svedesi, belgi, inglesi, si sono recati a Paestum per studiare la necropoli ma, visto lo stato in cui versa, sono dovuti andare via;

considerato che:

il problema principale di Paestum, come evidenziato in un articolo comparso sul "Corriere della Sera" il 19 marzo 2012 a firma di Alessandra Arachi, è che su 120 ettari di templi e necropoli solo 20 sono stati acquisiti dal Ministero per i beni e le attività culturali, equivalenti all'area recintata e fruibile dai visitatori. La restante superficie è di proprietà privata e utilizzata principalmente per le attività agricole;

in virtù della proprietà privata dei terreni della città della Magna Grecia e in spregio a una legge che vieta di costruire entro il raggio di un chilometro dai templi di Paestum, migliaia di case sono state costruite nelle immediate vicinanze dei templi, molte delle quali arredate con piscine, deturpando la bellezza e l'unicità del territorio,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza della situazione descritta;

quali misure intendano promuovere al fine di arrestare l'abbandono, a giudizio dell'interrogante vergognoso, in cui versa la necropoli del Gaudo;

quali provvedimenti intendano adottare per preservare dal degrado e dal gravoso impatto antropico le bellezze della città della Magna Grecia.

(4-07120)

PORETTI, PERDUCA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

nell'ultimo "Rapporto annuale sui lineamenti di politica del Governo in materia di controllo dell'esportazione, dell'importazione e del transito dei materiali d'armamento" della Presidenza del Consiglio dei ministri si è riscontrata l'esportazione di materiale d'armamento verso Paesi problematici come la Turchia per 1.483 milioni di euro (10,1 per cento del totale), l'Arabia Saudita per 1.212 milioni euro (8,2 per cento), gli Emirati Arabi Uniti con 682 milioni (4,6 per cento), il Pakistan (648 milioni - 4,4 per cento) e l'India (594 milioni - 4,0 per cento) in costante conflitto fra loro; e poi il Qatar (2,2 per cento), l'Oman (2,0 per cento) e la stessa Libia che è poi stata sottoposta ad attacco anche da parte delle Forze armate italiane;

si è anche notata la mancanza sistematica di un allegato contenente il "Riepilogo in dettaglio suddiviso per istituti di credito";

nell'ultimo biennio, analizzato dall'istituto di ricerche internazionale "Archivio disarmo", le industrie italiane hanno esportato più di un miliardo di euro di armi leggere e le partite più ragguardevoli sono state acquistate, direttamente o attraverso triangolazioni commerciali, anche da Paesi che hanno combattuto o stanno combattendo contro i soldati italiani impegnati in azioni di peace keeping e in ogni caso verso Paesi sottoposti a politiche internazionali di embargo, in cui sono in atto conflitti e si riscontrano violazioni dei diritti umani;

l'ultimo rapporto di Amnesty international ha rivelato un'altra amara verità: le armi realizzate da marchi italiani (in industrie a volte delocalizzate) sono state segnalate nelle regioni coinvolte nelle battaglie della "primavera araba" e sono state utilizzate dai regimi in pericolo per reprimere gli insorgenti in Egitto, Libia, Tunisia e Siria",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo abbia previsto di reinserire nel rapporto annuale l'allegato che riporta le indicazioni delle singole operazioni autorizzate dal Ministero agli istituti di credito relative all'esportazione di armi italiane, denominato "Riepilogo in dettaglio suddiviso per istituti di credito";

se si intenda provvedere all'integrazione e alla pubblicazione della documentazione, la cosiddetta "Tabella S", relativamente anche agli anni 2010 e 2009 come previsto dalla legge n. 185 del 1990;

se si intenda, vista la grande e qualificata esperienza sull'argomento derivante proprio dalla citata legge, decidere di aumentare gli standard di controllo, soprattutto a livello internazionale, includendo le armi leggere, tra i controlli accurati previsti dalla legge;

se si intenda, infine, verificare l'efficacia della legge n. 185 del 1990 viste le modifiche subite nel corso degli ultimi anni e la residua capacità che la norma ancora ha nell'assicurare controlli e trasparenza sui trasferimenti di armi e nell'evitare il rischio di esportare armi italiane in teatri di guerra o che siano utilizzate per commettere gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale.

(4-07121)

THALER AUSSERHOFER - Al Ministro della salute - Premesso che il decreto del Ministero della sanità 27 agosto 1999, n. 332, "Regolamento recante norme per le prestazioni di assistenza protesica erogabili nell'ambito del Servizio sanitario nazionale: modalità di erogazione e tariffe", prevede, all'articolo 11, che il nomenclatore sia aggiornato periodicamente e, comunque, con cadenza massima triennale, con la contestuale revisione della nomenclatura dei dispositivi erogabili;

considerato che:

dalla data in entrata in vigore del decreto citato a tutt'oggi il nomenclatore non è mai stato aggiornato;

dal 1999 ad oggi sono stati fatti notevoli passi in avanti nella ricerca nel campo dei dispositivi protesici e di ausilio per cui grazie all'utilizzo di tecnologie avanzate e di tecniche di costruzione all'avanguardia è stato notevolmente ridotto il peso dei materiali e migliorata la funzionalità dei dispositivi stessi,

si chiede di sapere se non sia il caso di provvedere al più presto all'aggiornamento del nomenclatore di cui al decreto ministeriale n. 332 del 1999 al fine di ricomprendervi anche i più moderni dispositivi protesici e di ausilio.

(4-07122)

BUTTI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

il Governo, con legge 14 settembre 2011, n. 148, di conversione del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, è stato delegato ad adottare un piano per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio nazionale degli uffici giudiziari;

l'accorpamento o, ancor peggio, la soppressione di sezioni distaccate di tribunali, se effettivamente realizzata, alla luce della peculiare morfologia del territorio comasco e della considerevole entità dell'indice di densità di imprese e di popolazione presenti sul territorio di competenza delle stesse, costituirebbe un gravissimo danno per una delle zone più produttive del Paese;

tutto ciò non rappresenterebbe una razionalizzazione, ma piuttosto un grave danno che pone in serio rischio il buon andamento del sistema giustizia;

il Ministero della giustizia ha pubblicato sul proprio sito Internet la relazione illustrativa ed il testo dello schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta dello scorso 16 dicembre 2011 da cui si evince una riduzione del 75 per cento delle sedi del giudice di pace, la soppressione e il successivo accorpamento di 674 uffici su 846;

entro 60 giorni dalla pubblicazione, gli enti locali interessati, anche consorziati tra loro, possono richiedere il mantenimento degli uffici del giudice di pace tuttora esistenti con competenza sui rispettivi territori di cui è proposta la soppressione, anche tramite eventuale loro accorpamento;

gli enti locali devono farsi integralmente carico delle spese di funzionamento e di erogazione del servizio giustizia nelle relative sedi, ivi incluso il fabbisogno di personale amministrativo che dovrà essere messo a disposizione dagli enti medesimi con il solo obbligo finanziario da parte del Ministero di procedere alla loro formazione;

la relazione illustrativa spiega che all'art. 4 si prevede che il personale amministrativo in servizio presso gli uffici soppressi del giudice di pace venga riassegnato in misura non inferiore al 50 per cento alla sede di tribunale o di procura limitrofa e, nella restante parte, all'ufficio del giudice di pace presso il quale sono trasferite le relative competenze;

la riassegnazione, non essendo vigenti disposizioni legislative in contrasto, verrà effettuata in conformità a tutte le altre determinazioni delle piante organiche dei singoli uffici giudiziari, ovvero con decreto del Ministro;

l'amministrazione comunale di Erba (Como), volendo mantenere gli uffici del giudice di pace ora esistenti sul proprio territorio, si è adoperata a tal fine effettuando una valutazione analitica dei conseguenti costi ed attivando una consultazione con le restanti amministrazioni comunali appartenenti all'ambito di competenza del predetto ufficio al fine di condividerne la gestione e suddividerne i relativi oneri su base consorziale o convenzionale;

tale attività posta in essere dal Comune di Erba ha evidenziato le considerevoli problematicità derivanti dall'accollo agli enti locali di tali ulteriori ragioni di spesa fino ad oggi sostenute dallo Stato;

al fine di rendere effettivamente possibile per le amministrazioni comunali, che in tal senso si sono attivate, il mantenimento degli esistenti uffici del giudici di pace, si ritiene quanto mai necessario che il Governo, a fronte dell'attribuzione agli enti locali delle spese ed oneri di gestione, ivi compreso quello del personale necessario al loro funzionamento, inserisca nei decreti attuativi che verranno a tal fine emanati misure che facilitino questo gravoso compito;

a tal fine, ad esempio, si evidenzia l'opportunità, secondo le modalità ritenute più idonee, di prevedere l'accredito diretto o mediante ristorno a favore dell'ente o del consorzio di enti che si facciano carico del servizio del contributo unificato versato dagli utenti per l'iscrizione a ruolo presso gli uffici del giudice di pace dei procedimenti "non esenti". Contributo quest'ultimo che ad oggi è introitato dallo Stato quale erogatore del relativo servizio;

si evidenzia altresì l'opportunità di attribuire all'ente o al consorzio di enti che si facciano carico del servizio la facoltà di richiedere agli utenti degli uffici del giudice di pace il versamento di diritti aggiuntivi al contributo avanti indicato al fine di contribuire ai relativi oneri di gestione. Tali diritti potrebbero essere determinati in un entità parametrata ai costi che il cittadino si accollerebbe con la trasferta dall'ufficio di gestione comunale (ad esempio Erba) a quello presso il quale il servizio sarebbe diversamente accorpato (nel medesimo esempio il capoluogo di provincia Como). Ciò consentirebbe altresì di recuperare quanto meno una parte dei costi di gestione del servizio anche dagli utenti dei comuni che non dovessero aderire alle convenzioni di gestione;

si sottolinea che l'attribuzione della facoltà di istituire tale diritto aggiuntivo, quanto meno nei limiti sopra indicati, non comporterebbe alcun aggravio ulteriore all'utenza in quanto sostitutiva dei maggiori oneri di trasporto, parcheggio e del tempo impiegato da quest'ultima per raggiungere gli uffici destinatari dell'accorpamento di funzioni;

si evidenzia infine la necessità di mantenere in funzione presso gli uffici dei giudici di pace gestiti dagli enti locali, anche in caso di soppressione delle relative sezioni distaccate di tribunale (che si ritiene in Provincia di Como assolutamente dannosa e non opportuna), gli uffici degli ufficiali giudiziari per l'espletamento delle relative attività e funzioni nei relativi ambiti di competenza;

la soppressione di tali uffici comporterebbe infatti non solo gravi disagi all'utenza ma anche la produzione di ingenti oneri, segnatamente alla luce della particolare orografia del territorio comasco, derivanti dalle frequenti e lunghe trasferte che il personale di tali uffici dal capoluogo dovrebbe sobbarcarsi per svolgere le proprie attività nell'intero ambito provinciale,

si chiede di sapere:

quali misure di propria competenza il Ministro in indirizzo intenda assumere al fine di agevolare il ruolo degli enti locali che decidono di mantenere gli uffici dei giudice di pace sul proprio territorio;

se ritenga attuabili e condivisibili le iniziative in merito sopra illustrate;

se condivida l'opportunità di mantenere in funzione tutte le sezioni distaccate del Tribunale di Como scongiurandone l'accorpamento e la soppressione, anche prevedendo l'apertura di un tavolo di consultazione con le parti interessate in grado di consentire la diretta sottoposizione al Governo delle ragioni giustificanti la sopravvivenza delle strutture esistenti in provincia di Como;

se condivida l'opportunità di mantenere in funzione presso le sedi dei giudici di pace gestite dagli enti locali gli esistenti uffici degli ufficiali giudiziari e segnatamente, alla luce della sua particolare orografia, quelli situati nel territorio provinciale comasco.

(4-07123)

LANNUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico - Premesso che:

il Gestore dei servizi energetici (GSE) SpA è società totalmente controllata dal Ministero dell'economia e delle finanze e ha come scopo, sulla base degli indirizzi del Ministero dello sviluppo economico, di promuovere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e del risparmio energetico attraverso l'erogazione di incentivi economici e azioni informative tese a diffondere la cultura dell'uso dell'energia compatibile con le esigenze dell'ambiente;

numerosi operatori e privati cittadini lamentano ritardi che sfiorano i 18 mesi nella definizione delle pratiche relative al controllo e verifica degli impianti da loro realizzati e all'erogazione degli incentivi da parte del GSE;

di contro si è avuta evidenza, da parte del GSE, di trattamenti di "favore" ad alcuni soggetti tanto da indurre la sezione del giudice per le indagini preliminari (R.G.N.R. n. 66223/2010 e R.G.G.I.P. n. 12493/2010) del Tribunale di Milano a richiedere misure cautelari per un dipendente del GSE (Franco Centili) e a compiere verifiche e indagini su alcuni dirigenti della stessa società (Gerardo Montanino, Luca Barberis), indagini nel corso delle quali è stato chiamato in causa anche l'amministratore delegato dottor Nando Pasquali;

inoltre si è avuta notizia di mancati controlli da parte del GSE relativamente all'erogazione dei cosiddetti certificati verdi sull'energia da fonti rinnovabili prodotta all'estero e importata in Italia,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo ritenga di attivare sul vertice operativo del GSE al fine di rendere possibile, da parte di tale azienda, risposte più sollecite a operatori e cittadini nonché l'attivazione di trasparenti ed efficaci procedure di controllo nell'attribuzione di certificati verdi all'energia da fonti rinnovabili prodotta all'estero e importata in Italia.

(4-07124)

LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

come si apprende dalla lettura di articoli di stampa, come quello pubblicato su "Il Faro on line" del 19 marzo 2012, i magistrati liguri stanno indagando sul «complesso meccanismo di subappalti, aziende apparentemente estranee le une alle altre con un'unica radice comune, percentuali fluttuanti tra società di riferimento e ripartizioni incongrue ai danni del Comune di Imperia messo in atto nell'ambito della realizzazione del porto turistico di Imperia dal costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone»;

il suddetto metodo, secondo quanto si evince dall'ordinanza di custodia cautelare del giudice di Imperia a carico dell'imprenditore romano e di altre 5 persone, avrebbe potuto essere applicato ad altre realtà;

su un articolo de "la Repubblica" del 18 marzo si legge che: «Da Imperia a Fiumicino. Il gip di Imperia nell'ordinanza con cui ha disposto l'arresto di Francesco Bellavista Caltagirone non ha dubbi: l'indagato "ha attualmente in corso la realizzazione del porto turistico di Fiumicino e sta usando le medesime modalità di fraudolente lievitazione dei costi sperimentate a Imperia". Poche righe che probabilmente non suonano nuove alla procura di Civitavecchia, guidata da Gianfranco Amendola, dove un fascicolo sul porto è già aperto. Stando a quanto scrive il gip del tribunale di Imperia, Ottavio Colamartino, sul porto laziale sono in corso ulteriori accertamenti i cui risultati potrebbero anche già essere stati inviati per competenza a Civitavecchia. "Ciò che sta accadendo - scrive il magistrato - è chiaramente desumibile dagli atti della causa civile intentata davanti al tribunale di Civitavecchia da parte degli originari soci della società concessionaria dell'opera". Affermazione che viene chiarita nel dettaglio."Si riscontra il medesimo modus operandi: una società la Ip - Iniziative Portuali - che ha quale oggetto sociale la costruzione e gestione di impianti portuali turistici e/o commerciali e che ha ottenuto dalla Regione Lazio la concessione di zona demaniale marittima per la costruzione e gestione per novanta anni del porto turistico di Fiumicino". Ancora. "L'ingresso nella compagine societaria di società quali la Technomarine Servizi srl e Porto Turistici AM srl riconducibili al gruppo Acqua Pia Antica Marcia Spa (di Bellavista Caltagirone, ndr); la conversione in diritti di concessione del corrispettivo monetario ottenuto (pari a 400 milioni di euro anche in questo caso senza ricorrere ad alcuna gara) da Acquatirrena srl, la società costruttrice dell'opera (anche in questo caso general contractor) e controllata da Technomarine: in questo caso la percentuale è addirittura del 75 per cento delle opera a terra e a mare del porto a fronte del corrispettivo stabilito in 400 milioni". Infine, nemmeno a farlo apposta, i protagonisti sono gli stessi. E non si tratta solo di Bellavista Caltagirone. "Andrea Gotti Lega (manager di fiducia dell'immobiliarista romano ora ai domiciliari per l'inchiesta ligure, ndr) siede nel consiglio di amministrazione di Ip" e "la stipula di una serie di contratti di subappalto tra Acquatirrena srl, formalmente amministrata da Delia Merlonghi (anche lei fedele collaboratrice di Bellavista Caltagirone finita ai domiciliari, ndr), Peschiera Edilizia Srl, Sielt Immobiliare Srl - nessuna delle quali risulta essere operativa - per poi giungere alla ditta che effettivamente sta realizzando l'opera, Save Group srl". Indizi che non lasciano scampo per il magistrato: "il meccanismo è assolutamente identico"»;

sempre dall'articolo citato de "Il Faro on line" si apprende che «per il giudice è ''oltremodo chiaro come Caltagirone Bellavista attraverso la propria fitta rete di conoscenze'' è ''perfettamente in grado di insinuarsi all'interno delle pubbliche amministrazioni e, grazie anche alla collaborazione di funzionari infedeli, di conoscerne in anticipo le opere e gli appalti nei settori che gli interessano''. E ad Imperia, scrive il giudice, riesce anche a intervenire nelle decisioni del Comune: l'imprenditore infatti, evidenzia il giudice, dopo aver visto ''la bozza della delibera sui lavori per il porto ''dice di non condividerla in quanto sembra una sorta di commissariamento e quindi deve essere messa un pochino meglio''»,

si chiede di sapere:

quali concrete misure di competenza il Governo intenda adottare al fine di garantire la massima trasparenza e il corretto svolgimento delle procedure di gara al di fuori da ogni possibile pressioni affaristiche politiche ed economiche;

quali misure urgenti intenda attivare per stroncare la "mala pianta" della corruzione e se non ritenga opportuno agevolare, per quanto di competenza, l'iter di approvazione del disegno di legge sulla corruzione;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare sperperi e sprechi nella gestione delle grandi opere con lievitazioni abnormi dei costi delle opere pubbliche.

(4-07125)

LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che, con la fusione dell'Inpdap con l'Inps e l'Enpals, la creazione dal 1° gennaio 2012 del cosiddetto super Inps nascerebbe già con un debito miliardario stimato, per il 2012, in 12.421 milioni di euro;

in particolare sarebbe l'Inpdap, l'istituto di previdenza e assistenza dei dipendenti pubblici che ha 2.785.000 pensioni e 3.387.000 iscritti, a portare in eredità un deficit enorme di 13.281 milioni di euro e anche per il patrimonio dell'ente farebbe registrare, per il 2012, addirittura una perdita netta di 24.477 milioni di euro;

i conti dell'Inpdap sono preoccupanti considerato che in tre anni il debito è passato da 9 miliardi del 2010 agli oltre 13 previsti per i1 2012. I numeri impressionanti sono venuti fuori nel corso di un'audizione in Senato del presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua;

inoltre risulta all'interrogante che il collegio dei sindaci dell'Inpdap possa contare su nuovi incarichi nel collegio dei sindaci dell'Inps e addirittura per 5 di questi sarebbe prevista una promozione sul campo a dirigenti della Ragioneria generale dello Stato;

considerato che:

in un precedente atto di sindacato ispettivo l'interrogante chiedeva chiarimenti sul deficit di 80 milioni di euro raggiunto dall'Inps solo per mancati incassi nella gestione del patrimonio immobiliare, come risulterebbe da un'indagine interna e da una lettera di Antonio Ferrara, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulla correttezza degli atti (3-02702);

inoltre nell'atto di sindacato ispettivo 3-02703 si evidenziava il grande potere che ha assunto all'Inps la KPMG, penetrata, nel tempo, all'interno delle attività nevralgiche dell'Istituto, assumendo un ruolo di primo piano non solo nell'informatica ma anche nella formazione, nella vigilanza e negli altri settori strategici. In particolare sembrerebbe che il Coordinamento generale statistico attuariale abbia messo a disposizione di KPMG non i dati statistici, che pure dovrebbero rimanere saldamente in mano pubblica, ma addirittura strumenti e formule per costruire i dati di bilancio con relativa sottrazione di funzioni all'ente per affidarle ai privati;

a quanto risulta all'interrogazione, esistono veri e propri "collezionisti" di cariche pubbliche, come il Presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua il quale, non pago delle sue 24 poltrone occupate contemporaneamente senza peritarsi della crisi e della politica di sacrifici di milioni di famiglie impoverite, anche per precise responsabilità di banchieri e tecnocrati di complemento, continua ad accumularne ulteriori, senza alcun problema di ordine etico, morale e di cumulo dei compensi percepiti,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero quanto denunciato dalla stampa e come intenda il Governo fronteggiare l'emergenza di bilancio dovuta al pesante debito dell'Inpdap che graverà quest'anno sull'Inps;

quali iniziative intenda assumere affinché non vi siano pesanti ricadute sui lavoratori e i pensionati, ossia sulle spalle dei 17 milioni di lavoratori che pagano ogni anno 150 miliardi di euro di contributi previdenziali per garantirsi una pensione;

se anche l'Enpals, che ha i bilanci in attivo, farà le spese del deficit di bilancio dell'Inpdap in seguito al suo accorpamento nell'Inps;

quali siano stati i controlli degli organi di vigilanza che hanno permesso una gestione così scellerata da comportare per l'Inpdap un saldo negativo di oltre 13 miliardi di euro e un patrimonio in rosso di oltre 24 miliardi;

quali misure intenda adottare per restituire trasparenza e rigore ad una gestione, a giudizio dell'interrogante dispendiosa ed opaca dell'Inps da parte di Antonio Mastrapasqua, soprattutto alla luce della fusione dell'Inpdap con l'Inps e l'Enpals e della relativa eredità del deficit miliardario.

(4-07126)

DE ECCHER - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

nel mese di febbraio 2011, a seguito dell'inaugurazione del nuovo carcere di Trento, veniva ufficialmente dichiarata la chiusura della Casa circondariale di Rovereto (Trento);

il personale di Polizia penitenziaria in servizio a Rovereto, composto da 60 unità, dallo scorso giugno 2011 è stato trasferito d'ufficio presso il nuovo carcere di Trento;

a tale trasferimento avrebbe dovuto seguire il pagamento delle indennità contrattualmente previste;

in realtà, ad oggi, al personale interessato non sono ancora state corrisposte né l'indennità di trasferimento, né l'indennità di prima sistemazione;

il personale, oltre a vivere i disagi del trasferimento, ha dovuto farsi carico di tutti gli oneri connessi al trasferimento subendo pesanti penalizzazioni di natura economica,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei tempi necessari per procedere alla liquidazione e alla corresponsione totale delle somme spettanti al personale trasferito d'ufficio dal carcere di Rovereto al nuovo complesso di Trento.

(4-07127)

SACCONI, GIULIANO, CASTRO, FASANO, SPADONI URBANI, PONTONE, MORRA, SARO, BATTAGLIA, BEVILACQUA, AMORUSO, RIZZOTTI, SALTAMARTINI, SERAFINI Giancarlo, LATRONICO, CAMBER, TOTARO, DE ECCHER, ALLEGRINI, ZANOLETTI, LENNA, BIANCHI, SCIASCIA, CARDIELLO, BENEDETTI VALENTINI, LICASTRO SCARDINO, NESSA, BETTAMIO, ASCIUTTI, POSSA, BALBONI, BORNACIN, CORONELLA, CARRARA, FERRARA, CASTIGLIONE, BUTTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

per effetto di quanto previsto dalle disposizioni in materia di trattamento fiscale e contributivo della retribuzione di risultato corrisposta in adempimento della contrattazione aziendale e territoriale emanate nel 2011, è affidata al Governo la determinazione della misura effettiva dell'incentivazione a tali forme di reddito;

sono sempre più insistenti le anticipazioni che vorrebbero, nel decreto che dovrà essere emanato dal Ministero del lavoro e politiche sociali di concerto con quello dell'economia e delle finanze, significativamente ridotti sia le percentuali di detassazione e di decontribuzione, sia il tetto reddituale entro cui far operare le percentuali medesime;

considerato che:

una riduzione degli incentivi a favore della contrattazione di prossimità rappresenterebbe una contraddizione patente con tutte le indicazioni provenienti dai maggiori organismi e istituzioni internazionali, che invitano al contrario l'Italia a depotenziare il contratto nazionale e a favorire le dimensioni aziendale e territoriale della contrattazione, considerate naturalmente idonee a promuovere la produttività e la competitività del sistema economico italiano;

tale riduzione rallenterebbe le migliori esperienze nazionali di valorizzazione delle relazioni industriali e del loro assetto collaborativo come vettore di efficienza competitiva, penalizzandole con un incremento inatteso del costo del lavoro e con un'alterazione dei loro ormai definiti equilibri organizzativi e remunerativi,

si chiede di sapere se il Governo, e in particolare il Ministro dell'economia e delle finanze e del lavoro e politiche sociali, intenda dare con urgenza rassicurazioni in ordine al fatto che non saranno emanati provvedimenti peggiorativi delle attuali condizioni fiscali e contributive di favore nei riguardi della contrattazione di prossimità.

(4-07128)

Interrogazioni, da svolgere in Commissione

A norma dell'articolo 147 del Regolamento, le seguenti interrogazioni saranno svolte presso la Commissione permanente:

7ª Commissione permanente(Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport):

3-02735, del senatore Villari, su possibili vizi di illegittimità dello statuto dell'università del Salento;

3-02737, della senatrice Bastico, sui criteri di riparto di fondi e personale agli istituti scolastici.