il 24 febbraio 2011 veniva creato dall'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (ACNUR) un campo profughi a Shousha, una località tunisina a nove chilometri dalla Libia per far fronte alla fuga di migliaia di persone che abbandonavano quel Paese all'indomani dell'inizio delle rivolte che avrebbero nei mesi successivi suscitato l'intervento della NATO sancito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;
ad oggi, nel mese di marzo 2012, il campo ospita oltre 3.500 persone di diverse nazionalità: eritrei, sudanesi, ciadiani, iracheni, palestinesi e nigeriani;
il Fondo mondiale per l'alimentazione gestisce l'aspetto alimentare del campo;
l'Italia è uno dei Paesi donatori del campo;
considerato che:
molti degli ospiti del campo sono migranti somali ed eritrei che nell'estate 2011 furono al centro di una serie di respingimenti;
con sentenza del 23 febbraio 2012 resa in Grande Camera, la Corte europea dei diritti umani ha deciso il caso Hirsi e altri c. Italia, accertando, all'unanimità, che i ricorrenti, intercettati in mare dalle autorità italiane, erano sottoposti alla giurisdizione italiana ai sensi dell'articolo 1 della Convenzione, e che vi è stata una duplice violazione dell'articolo 3 in quanto i ricorrenti, rimandati in Libia, erano esposti al rischio sia di subire maltrattamenti e sia di essere rimpatriati verso la Somalia e l'Eritrea, loro Paesi d'origine. Infine che vi è stata violazione dell'articolo 4 del Protocollo n. 4 alla Convenzione che vieta le espulsioni collettive nonché la violazione dell'articolo 13 combinato con gli articoli 3 della Convenzione e 4 del Protocollo n. 4. Il caso riguardava un gruppo di migranti, cittadini somali ed eritrei, provenienti dalla Libia, fermati in mare e quindi ricondotti in Libia dalle autorità italiane;
dal maggio 2009 circa 2000 immigrati sono stati intercettati nel mar Mediterraneo dalle navi italiane e respinti in Libia;
il 22 maggio 2011, per citare solo uno degli episodi più gravi, il campo fu incendiato, e quattro persone persero la vita mentre l'esercito tunisino, intervenuto per sedare le proteste, sparò sulla folla;
il 12 marzo è stato pubblicato sul sito di giornalismo partecipativo "FaiNotizia" di Radio radicale il cortometraggio "Shousha - Profughi nel deserto tunisino" di Laura Verduci, Enrico Montalbano e Judith Gleitze, che contiene immagini relative alle condizioni generali del campo nonché di alcune denunce relative all'operato dell'ACNUR;
i pochi fuggiaschi che riescono a ottenere lo status di rifugiati, dopo tempi di attesa che si aggirano intorno agli 8 mesi, spesso restano per un periodo di tempo indefinito a Shousha in attesa di un resettlement, cioè di un trasferimento dal Paese di prima ospitalità ad un altro Stato che accetti di accoglierli;
tra le criticità segnalate vi sarebbe quella delle condizioni di sicurezza del campo, della scarsità dei generi di conforto e la qualità del cibo, dei tempi lunghi di studio dei casi di richiesta di protezione umanitaria, sussidiaria e asilo nonché della violazione della privacy di decine di profughi nigeriani i cui dossier sarebbero stati fatti vedere all'ambasciatore della Nigeria che avrebbe minacciato i migranti di desistere dalle richieste e abbandonare il campo quanto prima;
dopo il colloquio con la commissione dell'ACNUR ai nigeriani sono state presentate tre possibilità, a detta dei nigeriani ugualmente non plausibili: le prime due prevedrebbero il rientro in Libia o in Nigeria, Paesi in cui non possono ritornare per ragioni di incolumità personale. La terza consisterebbe nell'attendere una decisione da parte dell'esercito tunisino, che potrebbe intervenire per allontanarli forzatamente dal campo;
alle menzionate denunce raccolte dai cineasti ha risposto Rocco Nuri, funzionario dell'ACNUR e responsabile del campo Shousha. Nuri ha confermato i tempi di attesa, tra il colloquio e il riconoscimento dello status passano in media sei mesi. Chi ottiene la protezione attende poi quattro mesi se è stato accolto in Svezia o in Norvegia. La maggior parte dei rifugiati va negli Stati Uniti con tempi di attesa di sei mesi. Attualmente su 3.300 profughi, 2.900 hanno ottenuto lo status di rifugiato, 180 sono richiedenti asilo, il resto è in appello dopo il diniego. Chi ottiene il diniego, come i nigeriani, dovrebbe invece lasciare il campo. In teoria, precisa Nuri, perché di fatto molti restano a Shousha. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni informa e assiste per ciò che concerne il rimpatrio volontario assistito. Infine, per quanto riguarda l'appello dei nigeriani Nuri ha dichiarato di non essere a conoscenza della visita di alcun ambasciatore nigeriano a Shousha. I dossier sono sempre segreti e restano tali anche in caso di diniego;
in più occasioni il Senato ha adottato atti di indirizzo relativi alle persecuzioni religiose soffermandosi in particolare sulla situazione della Nigeria,
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti riportati dal documentario;
a quanto ammonti il contributo italiano al campo Shousha;
quali ospiti di Shousha abbiano fatto richiesta di protezione all'Italia e quanti di essi abbiano ottenuto la possibilità di essere trasferiti nel nostro Paese;
quali siano le modifiche in termini di politiche messe in atto a seguito della condanna della CEDU del 24 febbraio 2012 nel caso Hirsi e altri c. Italia;
quali siano le misure che si intendono adottare per permettere che a vittime di persecuzioni religiose possano essere garantite corsie preferenziali per la richiesta di asilo come previsto da una risoluzione discussa nel 2009 in Senato;
a quanto ammonti il contributo italiano all'ACNUR;
a quanto ammonti il contributo italiano al Fondo mondiale per l'alimentazione;
a quanto ammonti il contributo italiano all'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
(4-07110)