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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 693 del 15/03/2012


NEROZZI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, capisco che oggi non è la giornata più adatta per svolgere questa informativa, visto che si è nel pieno di una trattativa che noi speriamo si concluda positivamente con tutte le parti sociali. Sottolineo, però, che quanto lei ci ha riferito non è sufficiente. Infatti, sul piano industriale non basta stanziare le risorse, ma occorre verificare quali modelli verranno fatti. Se gli stabilimenti italiani servono solo per il riassemblaggio e per modelli già usciti, e magari importati dalla Polonia, allora l'affermazione, non della stampa, ma di Marchionne in relazione ai tre stabilimenti diventa realtà. Allo stesso modo, l'affermazione di ieri secondo cui la direzione è una specie di globetrotter che va un giorno qua e un giorno là, un giorno su e un giorno giù non ci può soddisfare rispetto - per esempio - al ruolo che ha Torino per la storia, non solo della FIAT, ma del nostro Paese.

Se la FIAT sta perdendo mercato in Europa, come sta accadendo, allora qual è la scelta? La scelta è quella di uscire dall'Europa come luogo dominante di una parte della propria produzione? Se è questa, non può non interessare il Governo una scelta di questo genere, perché è una scelta strategica.

Anche la scelta di chiudere l'Irisbus è strategica perché, se noi scegliamo una società ecodisponibile e non abbiamo più luoghi in cui si producono strumenti avanzati nella mobilità pubblica, questa scelta non è solo industriale. Se la Volkswagen investe tre quarti dei propri utili e produce nuovi modelli diventando (come sta accadendo) il primo gruppo mondiale, quello è un modello a cui anche il Governo dovrebbe ispirarsi.

Infatti, il Governo deve avere una politica industriale (so che questo non rientra tra le sue competenze e quindi comprendo la sua difficoltà oggettiva).

Si tratta di un tema molto importante rispetto ai destini del nostro Paese ed anche rispetto alle riforme che si stanno avviando. Infatti, anche le buone riforme rischiano di fallire senza adeguate politiche economiche e industriali.

Pensando alla qualità, cito l'esempio (anche se riguarda pochi lavoratori) della Maserati che va via dal suo humus e viene messa da un'altra parte: tutte le volte che ciò è stato fatto, la Maserati è fallita perché tale azienda vive vicino alla Ferrari e vicino a un settore artigianale di grande importanza. Allora, anche questo elemento andrebbe considerato in un disegno più generale.

Per quanto riguarda il suo Ministero e il suo ruolo specifico, sottolineo che quando un sindacato non può più entrare in fabbrica, quando tre operai vengono -come è successo a Melfi - reintegrati dal giudice ma poi non accade niente, quando - come avviene a Pomigliano d'Arco - le operaie iscritte al sindacato sono le ultime e poi non vengono riassunte (non parlo solo di operai, ma soprattutto di operaie), quando sempre nello stabilimento di Pomigliano la maternità è esclusa, quando ancora a Pomigliano e, se non erro, anche ad Avellino i lavoratori che sbagliano il pezzo devono giustificarsi davanti agli altri, come accade solo in Cina (e non mi pare che quel Paese rappresenti il massimo della democrazia), ebbene c'è qualcosa che non funziona.

Lei ha detto poi che ne parleremo nella trattativa. Io non voglio suggerirle le soluzioni, ma farle notare che esistono un accordo sottoscritto il 28 giugno dell'anno scorso fra CGIL, CISL e UIL e altri strumenti, come l'articolo 19. Le decisioni le dovrà prendere lei insieme alle parti sociali, ma questo vulnus alla democrazia deve essere ricomposto.

Termino citando due illustri parlamentari, l'onorevole Giuseppe Di Vittorio e Carlo Donat-Cattin, che nel 1956, l'uno, e nel 1960, l'altro, proprio su casi riferiti alla FIAT analoghi a questo, sostennero che se anche in un piccola fabbrica, anche in un solo luogo la democrazia è alterata e la dignità della persona è colpita questo riguarda tutto il Paese, quindi noi ed il Governo. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).