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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 693 del 15/03/2012


PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

È iscritto a parlare il senatore Tedesco. Ne ha facoltà.

TEDESCO (Misto). Signor Presidente, colleghi senatori, signora Ministro, credo che l'Assemblea abbia preso atto dell'informativa da lei resa certamente con l'apprezzamento che merita, ma anche confermando le preoccupazioni alimentate dalle scelte che FIAT ha dichiarato di voler fare, e soprattutto dall'impatto negativo che queste scelte riverbereranno nelle Regioni del Mezzogiorno, in particolare nella Sicilia; zone alle prese già con una profonda crisi occupazionale e con una atavica crisi dell'impianto produttivo nel suo complesso; zone che meriterebbero invece di vedersi collocate al centro di una programmazione complessiva, che possa tendere ad attenuare il grave gap che aumenta rispetto alle zone produttive del Centro-Nord del Paese. È vero quello che lei dice: il Governo deve limitarsi ad un'azione di accompagnamento, nella migliore delle ipotesi, delle scelte dei grandi gruppi industriali. Non deve e non può intromettersi e, in qualche modo, inclinarle verso obiettivi che non sono propri della strategia industriale di quei gruppi.

Tuttavia, credo che in questa azione di accompagnamento possa essere esercitato quel giusto livello di indirizzo che una più complessiva politica industriale e del lavoro di questo Paese impone.

Ministro, non le mancheranno sicuramente i dati riferiti a quello che potrebbe essere l'effetto della chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Si tratterebbe di una perdita secca di 1.400 occupati soltanto in relazione all'impianto, con un moltiplicatore di 2,4 punti per l'occupazione dell'indotto, quindi con una perdita secca di 4.000 occupati nella sola Sicilia, con un decremento del PIL di quella Regione stimato in tre punti, e con un ulteriore decremento dell'export dei prodotti siciliani, in questo caso del comparto automobilistico, verso il Paese e verso i Paesi esteri. Vi è quindi l'esigenza di ragionare con FIAT, con il dottor Marchionne, a fronte di questo taglio assolutamente insostenibile per l'economia siciliana che, peraltro, non verrebbe compensato dall'incremento che lo stabilimento di Pomigliano produrrà in termini complessivi per l'economia generale del Mezzogiorno. Bisogna ragionare appunto con i vertici FIAT su quali potranno essere gli strumenti per una attenuazione dei riverberi negativi di queste scelte sull'economia di queste Regioni, in particolare sull'economia complessiva del Mezzogiorno.

Quindi, apprezzando l'impegno e l'attenzione del Governo in questa direzione, sollecitiamo appunto una relazione più incisiva tra il Governo e la FIAT, i grandi gruppi industriali, perché all'interno di questa attività complessiva di ristrutturazione dell'impianto produttivo che riguarda l'intero Paese, e che riguarderà sicuramente in maniera ancora più pregnante il Mezzogiorno, si possano trovare delle soluzioni che non solo non aggravino ulteriormente la condizione di ritardo e di declino del Mezzogiorno, ma che possano introdurre una inversione di tendenza e quindi portare l'intero sistema Paese all'uscita da una crisi profonda, che l'ha attanagliato in questi anni e di cui ancora non si vede lo sbocco positivo.

Quindi, il mio è un ringraziamento, ma anche una raccomandazione perché il Governo su questo vigili e svolga un ruolo attivo nelle sue componenti, ovviamente rappresentate dal Ministro del lavoro, che ringraziamo per la sua presenza in questa Aula, ma anche dal Ministro dell'economia e delle infrastrutture, i quali su questo - e più complessivamente il Governo - dovranno giocare un ruolo fondamentale.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Belisario. Ne ha facoltà.

BELISARIO (IdV). Signor Presidente, colleghi, signora Ministro, a nome del mio Gruppo voglio ringraziarla per la tempestività con cui ha accolto l'invito a venire a riferire in Senato, ma purtroppo, Ministro, solo per questo. La sua non può neppure essere definita una comunicazione, per cui proverò a farle io qualche domanda, perché, se è vero che lei non è il Ministro dello sviluppo economico, è anche vero che lei si occupa primariamente di occupazione e di lavoro, e siccome è un autorevole Ministro so per certo che potrà comunicarlo, sia al Presidente del Consiglio, sia ai colleghi che si occupano di sviluppo

Lei ha detto che le imprese fanno le imprese e il Governo fa il Governo: mi sa di un'affermazione notarile, e non va bene. Il Governo governa i processi di sviluppo in questo Paese; il Governo non si può limitare, per così dire, all'accoglienza delle imprese, facendo trovare ad esse un territorio buono per investire.

Noi riteniamo dunque che, pur nell'indipendenza che è insita nel concetto di impresa, ci vogliono delle regole che vanno rispettate. La prima regola è che la legge è uguale per tutti ed è uguale anche per la FIAT.

Tre lavoratori di Melfi vengono licenziati: la magistratura di appello li reintegra, ma FIAT non intende farli rientrare al lavoro, colpendoli nella dignità, generando un grave danno alle persone e certamente una lesione a delle libertà sindacali. Ministro, con quali strumenti intende agire per far rispettare anche alla FIAT le sentenze esecutive dello Stato italiano?

A Pomigliano d'Arco esiste un accordo per l'assunzione di 4.367 lavoratori, per produrre 1.050 "Panda" al giorno; oggi ne sono occupati 2.071 e si producono solo 900 auto: mancano dunque solo 150 auto all'obiettivo, ma rimangono da occupare 2.300 lavoratori. È facile dedurre che l'accordo non verrà rispettato.

Le rivolgo poi una seconda domanda: con quali strumenti intende agire il Governo per far cessare una politica discriminatoria che ha visto riassunti solo coloro che non hanno l'iscrizione alla FIOM?

Sono due anni che la FIAT dice di voler fare investimenti per 20 miliardi: probabilmente ne ha realizzati appena un ventesimo. È stata chiusa la fabbrica di Termini Imerese e, sia pure solo con interviste poi smentite, è minacciata la chiusura di due altri stabilimenti.

Lei questa mattina ci dice che non sarà così, però vogliamo capire dove e in che luogo FIAT intende effettuare gli investimenti promessi.

Vorrei sapere, ancora, in quale sede il Governo intende convocare i vertici per chiedere un piano dettagliato per il futuro degli stabilimenti industriali. Non è, signora Ministro, soltanto politica industriale: è politica dell'occupazione e, quindi, se FIAT ha avuto valanghe e - per usare un suo termine - paccate di miliardi per costruire gli stabilimenti da parte dello Stato (ha avuto 7.000 miliardi solo per lo stabilimento di Melfi), noi ci chiediamo quando l'Italia, il Parlamento, il Governo e il Paese riusciranno a sapere come il più importante gruppo, a cui tutti siamo profondamente attaccati anche sotto il profilo affettivo, intende ulteriormente radicarsi sul nostro territorio, anziché smantellare. Noi abbiamo la percezione che FIAT stia portando avanti una serie di scontri con i sindacati, con le associazioni datoriali, perché vuole far dimenticare le manchevolezze sotto il piano industriale.

Le faccio un'ultima domanda, Ministro: le chiediamo di fare proprie le richieste che non l'Italia dei Valori, né il Parlamento, ma la CONSOB ha fatto alla FIAT e a cui l'azienda non ha mai risposto. Chiediamo, in trasparenza, i piani industriali e finanziari perché, ribadiamo in questa Aula, siamo fortemente preoccupati - per questo il Governo non può fare da notaio - che questo gruppo - o quanto meno il centro, il cervello, il cuore della sua produzione - si appresti a lasciare l'Italia. E Dio non voglia che si venga a sapere, tra qualche mese, a babbo morto, che qualcuno, di questo o di altri Governi, ne fosse a conoscenza. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, signora Ministro, signor Vice Ministro, colleghi, sarei ipocrita se non dicessi subito che la sua relazione, signora Minsitro, mi ha procurato al tempo stesso delusione e perplessità, perché, a voler essere benevolo, mi è parsa una comunicazione scarna e distaccata rispetto a questioni e temi che, credo, avrebbero meritato e meriterebbero un diverso approccio da parte del Governo e nel rapporto tra il Governo e il Parlamento.

Per essere chiaro, per esempio, avrei voluto sentire da lei, Ministro, se con la FIAT, al di là dell'evoluzione che la stessa determinerà nel corso dei prossimi mesi - il suo approccio iniziale non è stato del tutto tranquillizzante - è ancora in corso un rapporto relativo ad un'iniziativa che è nata nel 2002-2003 e che costituì il più grande intervento che, nella dimensione europea, un'industria dell'automobile, insieme al Governo dell'epoca, abbia determinato sul terreno della formazione e dell'impegno rispetto ai dipendenti FIAT riguardo a politiche attive del lavoro. Mi riferisco, in particolare, alla formazione e ricollocazione dei soggetti dentro l'universo FIAT, in collaborazione tra FIAT e Governo e con il cofinanziamento di FIAT e Governo rispetto ad interventi finalizzati a fare quello che manca in questo Paese, cioè massicce iniziative nel quadro di politiche attive del lavoro finalizzate alla ricollocazione dei soggetti rispetto alle crisi industriali.

Poiché quell'intervento mobilitò un impegno finanziario di circa 40 milioni di euro, e credo vi siano ancora 20 milioni di residui non utilizzati, sarebbe stato utile in questa occasione sapere se ed in che misura quelle risorse esistano, se le si vogliano o no mobilitare in quella o in un'altra direzione, per capire come accompagnare la vicenda della FIAT, che storicamente è una straordinaria vicenda industriale per questo Paese, rispetto alle condizioni di criticità e all'avvio reale della cosiddetta fabbrica Italia, che non sembra decollare nonostante i piani e le intenzioni pure più volte ribaditi.

In secondo luogo, signora Ministro, le faccio un solo esempio. La FIAT opera nella produzione di autobus urbani, attività che riguarda il Nord come il Sud, un settore fondamentale e strategico che richiama la capacità dei sistemi Paese e dei Governi di determinare la competitività nell'ambito di una dimensione globale. La FIAT si sposta in Francia, in un altro Paese, perché quel Governo determina alcune condizioni favorevoli, per cui non è del tutto vero che bisogna lasciar fare al mercato e che il Governo deve solo creare le precondizioni o le condizioni dell'attrattiva, perché poi si devono accompagnare alcuni processi. Nel caso di Irisbus tutto ciò non si è determinato, con l'aggravante di aver ostacolato ipotesi di riconversione produttiva attraverso l'impatto su quella vicenda della riforma pensionistica, che naturalmente ha creato condizioni di maggiore difficoltà rispetto a quell'intervento, come ad altri. Pertanto, anche da questo punto di vista, sarebbe stata utile una più puntuale sottolineatura rispetto all'impatto che, per esempio, la riforma pensionistica ha determinato, non solo rispetto ai cosiddetti esodati, ma anche rispetto alle vertenze in essere e alla possibilità di accompagnare o meno positivamente l'esito di quelle vertenze.

Insomma, signora Ministro, credo, e concludo perché il tempo a mia disposizione mi sembra stia già per scadere, che sia utile per tutti, in un clima che dal punto di vista del rapporto Governo-Parlamento è orientato ad un dialogo positivo, evitare quella che definisco la retorica del nuovo inizio. In Italia, nel corso di questi anni, molto si è determinato e concretizzato sul terreno delle politiche e delle riforme orientate al lavoro, in un lungo percorso di cambiamento e di riforma che aveva solo l'obiettivo di rendere più attrattivo questo Paese, e di farlo non perpetuando politiche assistenzialistiche, come il caso FIAT evidenzia, e dimostra, e come ho cercato di sottolineare facendo quell'esempio per far comprendere che si tratta di processi che in continuità vanno portati avanti.

Verificheremo l'impegno del Governo sulle riforme del mercato del lavoro, ben consapevoli che questo iter riformista è iniziato a partire dal Libro bianco sul mercato del lavoro, ben consapevoli che quell'iter non è stato certamente completato dai Governi di centrodestra, ma altrettanto consapevoli che è lungo quell'iter riformista che si può collocare la capacità di utilizzare la riforma del mercato del lavoro per determinare le migliori suscettività occupazionali, se e quando le politiche di crescita accompagneranno le possibilità di sviluppo di questo Paese. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI e del senatore Bevilacqua).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Russo. Ne ha facoltà.

RUSSO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). OnorevolePresidente, signora Ministro, i temi legati alla presenza e agli investimenti della FIAT in Italia impongono attenzione puntuale e costante per la rilevanza che il gruppo riveste nel sistema produttivo nazionale. Attenzioni che devono coniugare le istanze e le preoccupazioni dei lavoratori, sempre più evidenti, con le scelte di parte imprenditoriale.

La storia della FIAT è strettamente connessa ad un pezzo significativo della storia industriale del nostro Paese. Questo è l'orizzonte rispetto al quale il Governo e, per la sua parte, il Parlamento devono tendere.

L'annuncio di Marchionne di un piano di investimenti in Italia per 20 miliardi di euro è stato accolto con soddisfazione, soprattutto in una contingenza economica, nazionale e globale, di particolare severità. Parlare di investimenti quando, nel contempo, il nostro Paese sembra aver imboccato la strada della recessione è di buon auspicio. Ciò nonostante, non possiamo ritenerci appagati.

È importante sapere, e che il Parlamento sappia, che il piano industriale della FIAT è fondato sulla FIAT e sull'Italia.

Lungi dall'indicare una linea imprenditoriale, che non compete né al Governo, né al Parlamento, non possiamo in questa sede non rappresentare la preoccupazione per il fatto che il baricentro del gruppo parrebbe essere diverso da quello attuale (trasferirsi in America, per esempio).

Come pure non possiamo nasconderci la preoccupazione, in termini occupazionali, generata dall'alea esistente nella declinazione del piano industriale della FIAT in Italia, soprattutto in considerazione del fatto che importanti unità produttive del gruppo operano in aree disagiate del Mezzogiorno, dove gli stabilimenti hanno una «vera funzione sociale» rappresentando, al tempo stesso, fonte di lavoro, di reddito, di stimolo alla generazione familiare.

Con questo non intendiamo dire che la FIAT debba sostituirsi allo Stato nel presidiare gli spazi di welfare che esso non riesce a garantire!

Vogliamo che la FIAT abbia nella debita considerazione la circostanza che essa è, oggi, il prodotto di un legame radicato e stretto tra l'azienda, i territori dove è insediata ed il Paese che l'ha sempre sostenuta, come ricordava qualche collega, anche nei momenti difficili. Ecco perché dobbiamo operare affinché la FIAT mantenga le sue radici torinesi, piemontesi ed italiane, e che in tale direzione sviluppi nuove opportunità.

Le contrapposizioni tra le parti, talvolta aspre, lascino il campo alla continuità nelle relazioni industriali e sindacali, alla capacità di produrre e di creare lavoro. In questa direzione il Governo svolga il ruolo di interfaccia stabile tra le istanze di tutela dei lavoratori e la parte datoriale.

Liberi da preconcetti e da posizioni cristallizzate, siamo ben consapevoli che parlare di FIAT significa introdurre il tema, assai delicato, della riforma del mercato del lavoro di cui lei, signora Ministro, si sta occupando. Ma occorre fare attenzione: ricondurre, anche mediaticamente, il tema al solo articolo 18 è un po' come inasprire i toni e dare sponda a posizioni ideologiche. Il vero problema, visti i numeri di cui disponiamo, è un'altro: creare ricchezza, creare opportunità di lavoro, quindi sostenere l'imprenditoria sana che investe.

Il mercato del lavoro ha bisogno di abbandonare la logica della contrapposizione che l'ha sinora caratterizzato. Ha bisogno di modernizzarsi senza, perciò, abbassare il grado di tutela dei lavoratori. Ha bisogno di adottare meccanismi di flessibilità della domanda e dell'offerta, tali da consentire una tendenziale continuità nei rapporti di lavoro e da garantire presidi efficienti in vista della ricollocazione dei lavoratori temporaneamente inoccupati. Ha bisogno di strumenti per coinvolgere più intensamente il lavoratore nella vita aziendale, legando, ad esempio, parte del compenso al contributo dato alla produzione. Ha bisogno, infine, di umanizzarsi per recuperare il carattere sociale che fa del posto di lavoro uno dei mezzi più alti dell'affermazione della dignità umana.

Per tutte queste ragioni, noi siamo contenti che lei sia venuta in Senato così tempestivamente però, devo dire la verità, ripercorrendo quanto detto dal collega Viespoli, anche noi siamo poco contenti della laconicità della sua relazione. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.

*SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, anche a nome del Gruppo UDC, SVP e Autonomie, Repubblicani e altri cui appartengo, la voglio ringraziare per la disponibilità, perché in un momento come questo, in cui il suo fronte di azione e il suo impegno sono così vasti, capisco che trovare anche il tempo per dare risposte a tutti è abbastanza arduo.

Al di là delle questioni che hanno sollevato i colleghi, credo di doverle sottolineare che forse la comunicazione poteva essere anche arricchita di una ulteriore dimostrazione della capacità (che lei in questi giorni sta già dimostrando) di analisi dei problemi non solo per trovare soluzioni, ma anche per inquadrarli alla luce di un pensiero e di un progetto che lei e questo Governo certamente avrete rispetto alle politiche del lavoro, alla politica dello sviluppo di questo Paese e alla possibilità di mettere in campo politiche attive che non deprimano ulteriormente il lavoro, come in Italia da molti anni si sta facendo.

Infatti siamo arrivati, soprattutto rispetto alle giovani generazioni, ad un livello intollerabile di precarietà che non possiamo più sopportare. La tensione sociale è sotto le righe e qualche volta sopra le righe. Il problema della FIAT, che lei ha messo in evidenza correttamente - e glielo devo riconoscere - investe comunque un più ampio e grave problema relativo al mondo produttivo italiano: la grande industria, la piccola e media impresa, gli altri settori del terziario e della pubblica amministrazione. Dunque un progetto di sviluppo e di crescita per il Paese, un progetto per le politiche attive del lavoro, signora Ministro, deve unire la capacità tecnica, che sicuramente non vi difetta, alla genialità politica di una riflessione che dia luce alle scelte tecniche.

La mia cultura di appartenenza, quella repubblicana, mi ha portato sempre a fare riferimento, relativamente a questi temi, alla figura storica di Bruno Visentini che non mi permette di esimermi dal dirle che noi, attraverso lui, in determinati momenti di grande difficoltà per il nostro Paese, abbiamo più volte sostenuto la necessità di Governi tecnici, che potessero aiutare l'Italia a passare il guado, ma non mi esime nemmeno dal dirle che, comunque, anche se questo Governo si definisce tecnico a 360 gradi, deve avere, e non può non avere, una lucidità politica rispetto a questi problemi, perché se manca tale lucidità manca la capacità per realizzare un disegno concreto per ricostruire, nel nostro Paese, un sistema industriale e di piccole e medie imprese adatto alle sfide della modernità, alle sfide della globalizzazione e in grado di competere sui mercati. Perché manca la competitività, difetta la capacità produttiva, la capacità di produrre a costi minori e la capacità di vendere nei mercati attraverso un marketing che sappia essere all'altezza delle sfide che dobbiamo affrontare.

Trovo assolutamente corretto quanto lei ha detto relativamente al fatto che non è il Governo che può dire alle imprese ciò che devono fare, né spetta al Governo, come ha fatto in passato, aiutare le imprese stesse a «tirare avanti» perché proprio questo «tirare avanti», nel corso del tempo, ha prodotto i disastri più gravi per il nostro Paese. Per questo è bene che si metta uno stop a uno stile che ha rovinato il mondo produttivo italiano. Ciò che non va più, va rivisto, va chiusa oppure va assolutamente riconvertito su nuovi versanti, nuovi sistemi e nuove capacità che il mondo della ricerca applicata e di progetto dà e deve continuare a poter dare anche intrattenendo un rapporto più stretto con l'università.

Io credo che la sua capacità di affrontare, in questi giorni, un tema così difficile, non debba essere avulsa da una visione politica che ritengo necessaria, perché altrimenti rischiamo di fare delle operazioni che saranno pur corrette o efficaci, magari nell'immediato e settorialmente per determinate questioni, ma poi, a lungo andare, possono provocare grossi cataclismi a livello sociale e una incapacità di sopportazione soprattutto dei livelli più bassi della società.

La questione che lei ha affrontato con determinazione e che ci ha illustrato con convinzione, così come si evinceva dalle sue parole, verrà trattata anche in un incontro con il presidente Monti nel quale, chiaramente, si parlerà anche del futuro. Questo ci fa piacere e in qualche misura ci rassicura, ma a questa speranza, che noi non neghiamo, e al sostegno convinto che diamo a questo Governo, vogliamo siano affiancate anche delle coordinate, delle nuove categorie di pensiero che anche un Governo tecnico non può non possedere per fare l'interesse del Paese. Tali categorie riguardano la cultura, la tecnologia, la formazione.

Un disegno per la riforma del mercato del lavoro non può prescindere dalla capacità di incidere anche nel meccanismo della riconversione industriale delle piccole e medie imprese che imposti il sistema lavoro su nuove basi culturali, su nuove dinamiche, su nuove coordinate mentali e tecnologiche. Altrimenti saremo completamente fuori da quella ripresa mondiale che lentamente si sta facendo strada e che vede già gli Stati Uniti avanzare giorno dopo giorno con notizie positive e che ancora l'Italia non riesce a vedere perché è ancora purtroppo dentro il tunnel.

Crediamo nella attività del Governo, nella sua attività, signora Ministro, e nella sua capacità di comprendere che anche il dato tecnico, ancorché efficace e decisivo in un momento in cui bisogna dare uno stacco rispetto al passato, ha bisogno di una lucidità politica sulla quale richiamiamo la sua sensibilità e quella del presidente Monti.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.

MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Ministro, sarà la natura tecnocratica di questo Governo o le sue origini piemontesi, signora Ministro, ma mi trovo sempre in difficoltà a valutare le sue comunicazioni.

Mi sono trovato in difficoltà ieri, quando lei è venuta in Commissione lavoro del Senato: tutti ci aspettavamo qualche indicazione sulla riforma del mercato del lavoro, di cui si parla da tre mesi sui mass media e sulla stampa di regime, e ci ha chiesto di non formulare domande. Un Ministro del lavoro si presenta davanti alla Commissione lavoro del Senato della Repubblica e dice: vi do i titoli, i paragrafi di questa riforma, ma evitate di farmi domande.

Stamattina la sua informativa, signora Ministro, è abbastanza imbarazzante, e lo hanno detto esponenti della sua maggioranza, che peraltro hanno disertato in massa l'Aula, segno che probabilmente non nutrono la massima fiducia nelle sue valutazioni sul futuro industriale del Paese.

Le affermazioni sono imbarazzanti, quando si dice che bisogna predisporre un ambiente favorevole per le imprese. Il problema è che, nessuno lo ha detto e ovviamente i giornali di regime tacciono in proposito, ma pochi giorni fa la Banca Mondiale ha pubblicato una classifica dei Paesi che hanno le condizioni migliori per le imprese e noi siamo all'ottantasettesimo posto, dopo la Mongolia, le Bahamas, lo Zambia e l'Albania. Il verdetto è impietoso. Si tratta del rapporto 2012 steso dalla Banca Mondiale in collaborazione con l'International finance corporation, dal titolo «Doing business in a more transparent world».

E mentre qualche anno fa il Partito Democratico di fronte a queste classifiche alzava le mani in segno di sdegno per l'incapacità del Governo precedente di creare le condizioni favorevoli, ora vediamo che con questo Governo Monti, che sta creando illusioni enormi (ci è stato detto che con il decreto liberalizzazioni ci sarà un incremento del 10 per cento del PIL e che con questa futura riforma del mercato del lavoro ci sarà una diminuzione della disoccupazione del 5 per cento), finiamo all'ottantasettesimo posto dopo Bahamas, Zambia, Mongolia ed Albania.

Credo davvero che ciò dimostri che questo Governo dal punto di vista accademico può anche darci qualche lezione, ma dal punto di vista concreto e operativo purtroppo ci dà grandi delusioni.

E quando poi i problemi verranno davvero al pettine, vedremo. Ne vedremo delle belle, vedremo in che modo nelle Aule parlamentari questa riforma che verrà del mercato del lavoro potrà essere affrontata da una maggioranza così anomala.

Per il resto, attendiamo al varco: prima o poi la democrazia tornerà, prima o poi questa sospensione della democrazia cesserà, prima o poi il popolo riprenderà la parola. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.

NEROZZI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, capisco che oggi non è la giornata più adatta per svolgere questa informativa, visto che si è nel pieno di una trattativa che noi speriamo si concluda positivamente con tutte le parti sociali. Sottolineo, però, che quanto lei ci ha riferito non è sufficiente. Infatti, sul piano industriale non basta stanziare le risorse, ma occorre verificare quali modelli verranno fatti. Se gli stabilimenti italiani servono solo per il riassemblaggio e per modelli già usciti, e magari importati dalla Polonia, allora l'affermazione, non della stampa, ma di Marchionne in relazione ai tre stabilimenti diventa realtà. Allo stesso modo, l'affermazione di ieri secondo cui la direzione è una specie di globetrotter che va un giorno qua e un giorno là, un giorno su e un giorno giù non ci può soddisfare rispetto - per esempio - al ruolo che ha Torino per la storia, non solo della FIAT, ma del nostro Paese.

Se la FIAT sta perdendo mercato in Europa, come sta accadendo, allora qual è la scelta? La scelta è quella di uscire dall'Europa come luogo dominante di una parte della propria produzione? Se è questa, non può non interessare il Governo una scelta di questo genere, perché è una scelta strategica.

Anche la scelta di chiudere l'Irisbus è strategica perché, se noi scegliamo una società ecodisponibile e non abbiamo più luoghi in cui si producono strumenti avanzati nella mobilità pubblica, questa scelta non è solo industriale. Se la Volkswagen investe tre quarti dei propri utili e produce nuovi modelli diventando (come sta accadendo) il primo gruppo mondiale, quello è un modello a cui anche il Governo dovrebbe ispirarsi.

Infatti, il Governo deve avere una politica industriale (so che questo non rientra tra le sue competenze e quindi comprendo la sua difficoltà oggettiva).

Si tratta di un tema molto importante rispetto ai destini del nostro Paese ed anche rispetto alle riforme che si stanno avviando. Infatti, anche le buone riforme rischiano di fallire senza adeguate politiche economiche e industriali.

Pensando alla qualità, cito l'esempio (anche se riguarda pochi lavoratori) della Maserati che va via dal suo humus e viene messa da un'altra parte: tutte le volte che ciò è stato fatto, la Maserati è fallita perché tale azienda vive vicino alla Ferrari e vicino a un settore artigianale di grande importanza. Allora, anche questo elemento andrebbe considerato in un disegno più generale.

Per quanto riguarda il suo Ministero e il suo ruolo specifico, sottolineo che quando un sindacato non può più entrare in fabbrica, quando tre operai vengono -come è successo a Melfi - reintegrati dal giudice ma poi non accade niente, quando - come avviene a Pomigliano d'Arco - le operaie iscritte al sindacato sono le ultime e poi non vengono riassunte (non parlo solo di operai, ma soprattutto di operaie), quando sempre nello stabilimento di Pomigliano la maternità è esclusa, quando ancora a Pomigliano e, se non erro, anche ad Avellino i lavoratori che sbagliano il pezzo devono giustificarsi davanti agli altri, come accade solo in Cina (e non mi pare che quel Paese rappresenti il massimo della democrazia), ebbene c'è qualcosa che non funziona.

Lei ha detto poi che ne parleremo nella trattativa. Io non voglio suggerirle le soluzioni, ma farle notare che esistono un accordo sottoscritto il 28 giugno dell'anno scorso fra CGIL, CISL e UIL e altri strumenti, come l'articolo 19. Le decisioni le dovrà prendere lei insieme alle parti sociali, ma questo vulnus alla democrazia deve essere ricomposto.

Termino citando due illustri parlamentari, l'onorevole Giuseppe Di Vittorio e Carlo Donat-Cattin, che nel 1956, l'uno, e nel 1960, l'altro, proprio su casi riferiti alla FIAT analoghi a questo, sostennero che se anche in un piccola fabbrica, anche in un solo luogo la democrazia è alterata e la dignità della persona è colpita questo riguarda tutto il Paese, quindi noi ed il Governo. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).