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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 693 del 15/03/2012


MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANTICA (PdL). Signora Presidente, svolgerò una dichiarazione che riguarda tutti gli emendamenti. Il problema è molto semplice, anche se sono stati presentati quattro emendamenti diversi. Anche noi invitiamo il senatore Belisario, il senatore Castro e il relatore a ritirare gli emendamenti e convergiamo sull'emendamento 1.101 (testo 2). Non è un giochino di cucina parlamentare fare nostro un emendamento che oggi non è più condiviso da chi lo aveva esteso. Questo spiega solamente, al di là delle norme di diritto, di cosa stiamo parlando: ho la vaga sensazione che siamo in un momento nel quale l'Assemblea sta approvando un provvedimento importante, forse non avendo coscienza di cosa significa. Non è una questione di diritto.

Noi stiamo affrontando un periodo estremamente difficile al Ministero degli affari esteri. Ne stiamo parlando. Il collega Tonini fa addirittura parte del «Comitato spending review» del Ministero degli affari esteri, quindi ancora più di me conosce i termini del problema. Da parte mia li conosco per antica e passata frequentazione della Farnesina.

In questo momento abbiamo una situazione anomala rispetto gli altri Paesi europei: abbiamo infatti una prevalenza di personale del Ministero degli affari esteri mandato all'estero. Ed abbiamo una forte presenza, ma comunque meno del 50 per cento di personale locale assunto a contratto, con costi evidentemente inferiori. È chiaro che quando mandiamo un funzionario dall'Italia all'estero bisogna dargli una serie di indennità per affrontare spese ulteriori, per trasferire la famiglia e così via.

Una delle ipotesi che credo verrà attuata in questa spending review è di adeguarci agli altri Paesi europei, nei quali i contrattisti locali sono la grande maggioranza: secondo il Foreign Office inglese, quasi l'80 per cento del personale delle ambasciate all'estero è rappresentato da personale locale. Sostanzialmente, la tendenza è quella di mandare all'estero i diplomatici e forse i capi delle amministrazioni per un problema rispetto alla Ragioneria generale, ma ciò non riguarda il resto del personale - come centralinisti, archivisti, autisti e non professori universitari di Berkeley o del MIT di Boston - che deve collaborare con la nostra amministrazione.

Quindi, ciò che stiamo decidendo oggi va immaginato nella prospettiva verso la quale stiamo andando. Una prospettiva che si realizzerà in 3, 5, 10 anni - non lo so - e forse lo deciderà il ministro Terzi sulla base anche, lo auspico, delle proposte della spending review. Oggi stiamo parlando di 1.200, 1.300 persone che lavorano per gli uffici italiani all'estero del Ministero degli affari esteri, che sono locali ed hanno il contratto locale. Se questa cosa che ho detto, che è un lavoro che stiamo facendo, dovesse andare in porto, queste 1.200 persone diventeranno circa 3.000, un numero certamente più importante di quello che oggi noi abbiamo. Qui si pone un problema che è di diritto sindacale certamente, ma anche operativo. Noi andiamo a dare il diritto di voto all'interno della rappresentanza sindacale unitaria del Ministero degli affari esteri per i problemi che i sindacati legittimamente rappresentano all'interno del Ministero; diamo una rappresentanza sostanzialmente maggioritaria - se diventano l'80 per cento assumono un peso importante all'interno del Ministero - e, pertanto, gli italiani saranno rappresentati in buona parte da coloro che lavorano all'estero che saranno, professor Ichino, non solo europei, ma anche argentini, brasiliani, venezuelani, americani. Non è solo un problema di diritto europeo.

Qual è la proposta del Ministero e di molte organizzazioni sindacali? È inutile che in Aula ci prendiamo in giro. Per la prima volta in vita mia sto rappresentando gli interessi della CGIL della signora Susanna Camusso e concordo con lei e con la posizione della CGIL. Non è un problema ideologico, per cui la destra sostiene una tesi e la sinistra un'altra; è un problema interno al mondo sindacale, alla Farnesina e alla funzionalità della Farnesina. Nessuno toglie i diritti sindacali; vivono nei loro Paesi, lavorano, hanno un contratto di quel Paese e sono, quindi, cittadini inquadrati, anche se il loro datore di lavoro sta all'estero. È come se uno fosse dipendente della General Motors e lavorasse in Italia. Non è un mistero. Non credo che i dipendenti della General Motors in Italia votino per i sindacati americani o per la rappresentanza a Detroit, voteranno per la loro rappresentanza.

Nel momento in cui ci viene chiesto di riconoscere (sono due forme diverse di appartenenza alla struttura e due modi diversi di rapportarsi alla struttura), noi prendiamo questa posizione, ma vorrei invitare delicatamente gli amici - di questo tema abbiamo parlato diffusamente - a prendere in considerazione il fatto che non c'è una posizione sindacale conservativa e reazionaria, ma un problema vero: noi apriamo una finestra che è pericolosa perché è evidente, umano e comprensibile che uno che proviene dalla rappresentanza sindacale cerca di portare a sé le garanzie ulteriori che sono in Italia. Il nostro Paese, come sappiamo, in materia di garanzie dei lavoratori non sarà brillantissimo, ma rispetto ad altri Paesi - penso alla Svizzera - è molto diverso. Il Sottosegretario invitava, come ho fatto molte volte io prima di lui in qualità di Sottosegretario, a riflettere seriamente. Se non lo vogliamo fare e preferiamo passare alla trattazione in Aula, non c'è problema.

Credo che la situazione dopo le dichiarazioni di voto sia abbastanza evidente; ritengo sia un errore quello che sta pensando di fare il Parlamento. Ho dei timori perché vi sono anche dei voti a dispetto, che in questo momento sono pericolosissimi. Capisco chi vota convintamente contro questo emendamento, perché ne abbiamo discusso molto e so che ci sono due orientamenti diversi, però trattare un tema estremamente delicato con i voti a dispetto non mi pare serio per un'iniziativa di questo genere.

Detto questo, a nome del Gruppo del PdL, dopo aver spiegato come ci comportiamo sugli emendamenti, confermo che voteremo a favore dell'emendamento 1.101 (testo 2) del relatore. Ci rimettiamo all'Aula, com'è doveroso fare da parte nostra, e invito i colleghi degli altri Gruppi a considerare la delicatezza dell'argomento, che è certamente un problema di diritti sindacali che nessuno nega, ma anche un problema di funzionalità di un Ministero che all'estero mi pare sia notevolmente impegnato. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Senatore Belisario, insiste per la votazione dell'emendamento 1.100?