CASTRO (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, la ringrazio dell'attenzione che mi sta prestando con tanto garbo.
Intervengo nella mia qualità di Capogruppo del Popolo della Libertà in Commissione lavoro e quindi per un doveroso impegno istituzionale. Come loro ricorderanno, la Commissione lavoro fece registrare un'ampia convergenza intorno ad una mozione di censura dei contenuti di questo provvedimento che poi fu disattesa dal successivo dibattito. Parlavo di dovere istituzionale, ma adesso potrei parlare persino di un po' di piacere, dato che mi occorre tutte le mattine di essere soavemente svegliato da decine di e-mail scritte da baldi giovanotti che prestano servizio talora a Ouagadougou, talora a Ulan Bator, i quali mi rivolgono i più affettuosi insulti, avendo ben contezza, costoro, che io sia firmatario di un emendamento ostile alla loro tesi. Tra l'altro, signor Sottosegretario, se questo è l'atteggiamento di costoro nei confronti di un decisore pubblico, mi chiedo davvero se sappiano poi rappresentare l'interesse del Paese o delle imprese italiane nelle relazioni diplomatiche. (Applausi dal Gruppo PdL).
Ieri non potevo non sorridere - e guardo gli amici e colleghi Passoni e Nerozzi - per l'ultima accusa che mi è stata rivolta, cioè quella di essere una sorta di ancella della CGIL. Capisco che la mia sia una biografia minima, assolutamente periferica e irrilevante, ma questa non l'aveva mai pensata nessuno. Ancora una volta, signor Sottosegretario, sommessamente e umilmente le dico che se questi giovanotti di Ulan Bator e Ouagadougou studiano i dossier con i quali accompagnano le imprese e le vicende diplomatiche con la stessa cura con la quale accusano me di essere ancillare rispetto alla CGIL, qualche dubbio sull'effettività della loro tenuta professionale mi permetto di nutrirlo. (Applausi dal Gruppo PdL).
Le ragioni che sostiene la Commissione lavoro nella sua dominante componente, che personalmente sostengo convintamente, fanno riferimento al fatto che questa legge, se venisse approvata nella sua attuale versione, realizzerebbe un vulnus irrimediabile dei principi fondativi della rappresentanza sindacale nel nostro sistema. Si tratta di quei medesimi principi recepiti nell'accordo interconfederale del 28 giugno, a sua volta recepito con la manovra straordinaria d'agosto nella nostra legislazione strutturale.
È evidente, infatti, che nella nostra legislazione non è concepibile che la rappresentanza sia estranea al perimetro legale e contrattuale che ne costituisce l'unica fonte di legittimazione. È il principio in base al quale i dipendenti di un'impresa fornitrice o appaltatrice di servizi, ad esempio, non possono essere eletti RSU nella rappresentanza dell'impresa che si avvale della fornitura della ditta di loro provenienza. È assolutamente evidente, insomma, che i dipendenti della mensa o i dipendenti della società che cura le pulizie non possono essere eletti RSU dell'impresa alla quale la loro ditta fornisce un servizio di mensa o di pulizia.
Se si volesse ulteriormente sostenere che invece vale il principio dell'unicità del soggetto dell'impresa, sarebbero decine, anzi, centinaia i casi di siti produttivi nei quali il medesimo gruppo detiene società o divisioni che, occupandosi di business diversi, sono regolate da diversi contratti. La grande impresa di elettrodomestici, pertanto, ha inquadrati insieme nel settore del credito coloro che si occupano del factoring, in quello dei servizi coloro i quali si occupano di distribuzione e in quello metalmeccanico coloro che si occupano di produzione. Nessuno al mondo si è mai sognato che i dipendenti inquadrati nel settore del credito, dato che forniscono servizi di factoring, potessero essere eletti RSU insieme ai produttori di frigoriferi nella catena di montaggio degli stabilimenti di Susegana o Porcia. Se introducessimo tale principio, cadrebbe la sostanza stessa della tradizione giuslavoristica italiana. In un momento in cui il Governo, che tanto autorevolmente lei rappresenta, è impegnato con serietà, dedizione ed intelligenza a riscrivere il sistema delle regole non solo del mercato del lavoro italiano, ma anche delle relazioni industriali che costituiscono un fattore competitivo vettorialmente cruciale per il risanamento e la ripresa del Paese, questa sarebbe una sgrammaticatura, una claudicanza irrimediabile.
Signor Sottosegretario, guardiamo con grande favore al fatto che il Ministero degli affari esteri, nella prospettiva di quelle ragioni di tutela che ben comprendiamo, promuova l'introduzione, attraverso la contrattazione collettiva con le organizzazioni legittimate ad esercitarla, di una piattaforma comune di diritti sindacali minimi che potrebbero sostenere anche quei lavoratori che, essendo inquadrati in contratti locali, discendenti da leggi locali, altrimenti rischierebbero di vedere quel sistema di diritto inadeguatamente rappresentativo di uno standard internazionale che l'Italia riconosce doverosamente proprio. Si tratta, però, di un'attività radicalmente diversa dalla forzatura secondo la quale abusivamente chi è dipendente in base a una legge diversa e a un contratto diverso si troverebbe a rappresentare lavoratori regolati da altre leggi e altri contratti. Francamente, si tratta di un mostruoso OGM, di una creatura malefica e graveolente, di cui davvero non sentiamo bisogno di vedere l'immonda nascita. (Applausi dal Gruppo PdL).