RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente NANIA
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,35).
Si dia lettura del processo verbale.
MONGIELLO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.
Sul processo verbale
MURA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Chiedo la votazione del processo verbale, previa verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Aspettiamo ancora un minuto.
MURA (LNP). Signor Presidente, visto che ha concesso ancora un minuto, la inviterei a chiedere ai senatori Segretari di controllare la correttezza della verifica, visto che ci sono parecchie luci accese cui non corrisponde la presenza di colleghi. Dal momento che stiamo aspettando prima di chiudere la verifica, sarebbe opportuno almeno controllare che ogni collega voti per sé.
PRESIDENTE. Mi sembra corretto. Invito i senatori Segretari a verificare.
Il Senato è in numero legale.
Ripresa della discussione sul processo verbale
PRESIDENTE. Metto ai voti il processo verbale.
È approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,43).
Informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulle prospettive occupazionali della FIAT e conseguente discussione (ore 9,43)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sulle prospettive occupazionali della FIAT».
Ha facoltà di parlare il ministro del lavoro e delle politiche sociali, professoressa Fornero.
FORNERO, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Signor Presidente, il Ministro del lavoro ha avuto contatti nelle settimane passate con i vertici della FIAT in merito alle preoccupazioni espresse, anche variamente raccolte dalla stampa, sulla possibile chiusura di insediamenti industriali. Il Ministro ha raccolto le rassicurazioni dei vertici, che hanno ribadito la volontà di continuare con il piano industriale presentato e quindi hanno ritenuto destituite di ogni fondamento le notizie in merito alla chiusura.
La sollecitazione verso questa informativa sottende però questioni molto più ampie, che non quelle sulle quali il Ministero del lavoro ha competenza: sottende, infatti, questioni relative alle politiche industriali e, se vogliamo dirlo, al futuro industriale di questo Paese. So che nei prossimi giorni ci sarà un incontro del Presidente del Consiglio con i vertici della FIAT, che potrà chiarire molte cose proprio in merito alla presenza del gruppo industriale in Italia e al suo futuro, quindi sui temi più vasti di politica industriale e di connessi piani occupazionali. A seguito dell'incontro con il Presidente ci sarà anche un incontro, credo magari insieme, tra il ministro Passera e il ministro Fornero e i vertici della FIAT sulle questioni più specifiche.
Avendo letto la richiesta di informativa, voglio anche dire che mi sembra che questa sottenda una visione delle relazioni tra Governo e imprese che non appartiene a questo Governo. Noi pensiamo che le imprese e, in particolare, le imprese industriali, siano vitali per l'economia del Paese, ma non pensiamo che spetti al Governo dire alle imprese cosa debbono o non debbono fare; non pensiamo spetti al Governo aiutare, secondo meccanismi del passato, che peraltro non sono più consentiti in ambito europeo, le imprese a tirare avanti, magari galleggiando, perché ciò non è conveniente per l'economia, non è conveniente per l'occupazione, non è conveniente per la sostenibilità e per la economicità delle produzioni.
Quel che il Governo intende fare è creare un ambiente favorevole alle imprese, perché queste, non solo quelle che oggi ci sono, ma anche quelle che se ne sono andate e quelle che possono decidere dove fare investimenti, trovino motivo per investire ulteriormente nel nostro Paese. Noi vogliamo che queste imprese trovino nel nostro Paese un ambiente favorevole in termini di economicità di produzione, di produttività e anche di buone relazioni industriali. A questi principi è, per esempio, ispirata tutta la riforma del mercato del lavoro alla quale noi stiamo lavorando. È una riforma che noi intendiamo come prerequisito, non solo per il buon funzionamento del mercato del lavoro, ma anche di tutta l'economia, quindi come premessa per maggiori investimenti.
Sappiamo bene che è dagli investimenti, e dagli investimenti produttivi, che può venire lavoro, lavoro buono, lavoro stabile. È questo quel che il Governo intende promuovere con tutta la sua ampia azione di politica economica. (Applausi dai Gruppi PD e PdL e del senatore Fosson).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.
È iscritto a parlare il senatore Tedesco. Ne ha facoltà.
TEDESCO (Misto). Signor Presidente, colleghi senatori, signora Ministro, credo che l'Assemblea abbia preso atto dell'informativa da lei resa certamente con l'apprezzamento che merita, ma anche confermando le preoccupazioni alimentate dalle scelte che FIAT ha dichiarato di voler fare, e soprattutto dall'impatto negativo che queste scelte riverbereranno nelle Regioni del Mezzogiorno, in particolare nella Sicilia; zone alle prese già con una profonda crisi occupazionale e con una atavica crisi dell'impianto produttivo nel suo complesso; zone che meriterebbero invece di vedersi collocate al centro di una programmazione complessiva, che possa tendere ad attenuare il grave gap che aumenta rispetto alle zone produttive del Centro-Nord del Paese. È vero quello che lei dice: il Governo deve limitarsi ad un'azione di accompagnamento, nella migliore delle ipotesi, delle scelte dei grandi gruppi industriali. Non deve e non può intromettersi e, in qualche modo, inclinarle verso obiettivi che non sono propri della strategia industriale di quei gruppi.
Tuttavia, credo che in questa azione di accompagnamento possa essere esercitato quel giusto livello di indirizzo che una più complessiva politica industriale e del lavoro di questo Paese impone.
Ministro, non le mancheranno sicuramente i dati riferiti a quello che potrebbe essere l'effetto della chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. Si tratterebbe di una perdita secca di 1.400 occupati soltanto in relazione all'impianto, con un moltiplicatore di 2,4 punti per l'occupazione dell'indotto, quindi con una perdita secca di 4.000 occupati nella sola Sicilia, con un decremento del PIL di quella Regione stimato in tre punti, e con un ulteriore decremento dell'export dei prodotti siciliani, in questo caso del comparto automobilistico, verso il Paese e verso i Paesi esteri. Vi è quindi l'esigenza di ragionare con FIAT, con il dottor Marchionne, a fronte di questo taglio assolutamente insostenibile per l'economia siciliana che, peraltro, non verrebbe compensato dall'incremento che lo stabilimento di Pomigliano produrrà in termini complessivi per l'economia generale del Mezzogiorno. Bisogna ragionare appunto con i vertici FIAT su quali potranno essere gli strumenti per una attenuazione dei riverberi negativi di queste scelte sull'economia di queste Regioni, in particolare sull'economia complessiva del Mezzogiorno.
Quindi, apprezzando l'impegno e l'attenzione del Governo in questa direzione, sollecitiamo appunto una relazione più incisiva tra il Governo e la FIAT, i grandi gruppi industriali, perché all'interno di questa attività complessiva di ristrutturazione dell'impianto produttivo che riguarda l'intero Paese, e che riguarderà sicuramente in maniera ancora più pregnante il Mezzogiorno, si possano trovare delle soluzioni che non solo non aggravino ulteriormente la condizione di ritardo e di declino del Mezzogiorno, ma che possano introdurre una inversione di tendenza e quindi portare l'intero sistema Paese all'uscita da una crisi profonda, che l'ha attanagliato in questi anni e di cui ancora non si vede lo sbocco positivo.
Quindi, il mio è un ringraziamento, ma anche una raccomandazione perché il Governo su questo vigili e svolga un ruolo attivo nelle sue componenti, ovviamente rappresentate dal Ministro del lavoro, che ringraziamo per la sua presenza in questa Aula, ma anche dal Ministro dell'economia e delle infrastrutture, i quali su questo - e più complessivamente il Governo - dovranno giocare un ruolo fondamentale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Belisario. Ne ha facoltà.
BELISARIO (IdV). Signor Presidente, colleghi, signora Ministro, a nome del mio Gruppo voglio ringraziarla per la tempestività con cui ha accolto l'invito a venire a riferire in Senato, ma purtroppo, Ministro, solo per questo. La sua non può neppure essere definita una comunicazione, per cui proverò a farle io qualche domanda, perché, se è vero che lei non è il Ministro dello sviluppo economico, è anche vero che lei si occupa primariamente di occupazione e di lavoro, e siccome è un autorevole Ministro so per certo che potrà comunicarlo, sia al Presidente del Consiglio, sia ai colleghi che si occupano di sviluppo
Lei ha detto che le imprese fanno le imprese e il Governo fa il Governo: mi sa di un'affermazione notarile, e non va bene. Il Governo governa i processi di sviluppo in questo Paese; il Governo non si può limitare, per così dire, all'accoglienza delle imprese, facendo trovare ad esse un territorio buono per investire.
Noi riteniamo dunque che, pur nell'indipendenza che è insita nel concetto di impresa, ci vogliono delle regole che vanno rispettate. La prima regola è che la legge è uguale per tutti ed è uguale anche per la FIAT.
Tre lavoratori di Melfi vengono licenziati: la magistratura di appello li reintegra, ma FIAT non intende farli rientrare al lavoro, colpendoli nella dignità, generando un grave danno alle persone e certamente una lesione a delle libertà sindacali. Ministro, con quali strumenti intende agire per far rispettare anche alla FIAT le sentenze esecutive dello Stato italiano?
A Pomigliano d'Arco esiste un accordo per l'assunzione di 4.367 lavoratori, per produrre 1.050 "Panda" al giorno; oggi ne sono occupati 2.071 e si producono solo 900 auto: mancano dunque solo 150 auto all'obiettivo, ma rimangono da occupare 2.300 lavoratori. È facile dedurre che l'accordo non verrà rispettato.
Le rivolgo poi una seconda domanda: con quali strumenti intende agire il Governo per far cessare una politica discriminatoria che ha visto riassunti solo coloro che non hanno l'iscrizione alla FIOM?
Sono due anni che la FIAT dice di voler fare investimenti per 20 miliardi: probabilmente ne ha realizzati appena un ventesimo. È stata chiusa la fabbrica di Termini Imerese e, sia pure solo con interviste poi smentite, è minacciata la chiusura di due altri stabilimenti.
Lei questa mattina ci dice che non sarà così, però vogliamo capire dove e in che luogo FIAT intende effettuare gli investimenti promessi.
Vorrei sapere, ancora, in quale sede il Governo intende convocare i vertici per chiedere un piano dettagliato per il futuro degli stabilimenti industriali. Non è, signora Ministro, soltanto politica industriale: è politica dell'occupazione e, quindi, se FIAT ha avuto valanghe e - per usare un suo termine - paccate di miliardi per costruire gli stabilimenti da parte dello Stato (ha avuto 7.000 miliardi solo per lo stabilimento di Melfi), noi ci chiediamo quando l'Italia, il Parlamento, il Governo e il Paese riusciranno a sapere come il più importante gruppo, a cui tutti siamo profondamente attaccati anche sotto il profilo affettivo, intende ulteriormente radicarsi sul nostro territorio, anziché smantellare. Noi abbiamo la percezione che FIAT stia portando avanti una serie di scontri con i sindacati, con le associazioni datoriali, perché vuole far dimenticare le manchevolezze sotto il piano industriale.
Le faccio un'ultima domanda, Ministro: le chiediamo di fare proprie le richieste che non l'Italia dei Valori, né il Parlamento, ma la CONSOB ha fatto alla FIAT e a cui l'azienda non ha mai risposto. Chiediamo, in trasparenza, i piani industriali e finanziari perché, ribadiamo in questa Aula, siamo fortemente preoccupati - per questo il Governo non può fare da notaio - che questo gruppo - o quanto meno il centro, il cervello, il cuore della sua produzione - si appresti a lasciare l'Italia. E Dio non voglia che si venga a sapere, tra qualche mese, a babbo morto, che qualcuno, di questo o di altri Governi, ne fosse a conoscenza. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Viespoli. Ne ha facoltà.
VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, signora Ministro, signor Vice Ministro, colleghi, sarei ipocrita se non dicessi subito che la sua relazione, signora Minsitro, mi ha procurato al tempo stesso delusione e perplessità, perché, a voler essere benevolo, mi è parsa una comunicazione scarna e distaccata rispetto a questioni e temi che, credo, avrebbero meritato e meriterebbero un diverso approccio da parte del Governo e nel rapporto tra il Governo e il Parlamento.
Per essere chiaro, per esempio, avrei voluto sentire da lei, Ministro, se con la FIAT, al di là dell'evoluzione che la stessa determinerà nel corso dei prossimi mesi - il suo approccio iniziale non è stato del tutto tranquillizzante - è ancora in corso un rapporto relativo ad un'iniziativa che è nata nel 2002-2003 e che costituì il più grande intervento che, nella dimensione europea, un'industria dell'automobile, insieme al Governo dell'epoca, abbia determinato sul terreno della formazione e dell'impegno rispetto ai dipendenti FIAT riguardo a politiche attive del lavoro. Mi riferisco, in particolare, alla formazione e ricollocazione dei soggetti dentro l'universo FIAT, in collaborazione tra FIAT e Governo e con il cofinanziamento di FIAT e Governo rispetto ad interventi finalizzati a fare quello che manca in questo Paese, cioè massicce iniziative nel quadro di politiche attive del lavoro finalizzate alla ricollocazione dei soggetti rispetto alle crisi industriali.
Poiché quell'intervento mobilitò un impegno finanziario di circa 40 milioni di euro, e credo vi siano ancora 20 milioni di residui non utilizzati, sarebbe stato utile in questa occasione sapere se ed in che misura quelle risorse esistano, se le si vogliano o no mobilitare in quella o in un'altra direzione, per capire come accompagnare la vicenda della FIAT, che storicamente è una straordinaria vicenda industriale per questo Paese, rispetto alle condizioni di criticità e all'avvio reale della cosiddetta fabbrica Italia, che non sembra decollare nonostante i piani e le intenzioni pure più volte ribaditi.
In secondo luogo, signora Ministro, le faccio un solo esempio. La FIAT opera nella produzione di autobus urbani, attività che riguarda il Nord come il Sud, un settore fondamentale e strategico che richiama la capacità dei sistemi Paese e dei Governi di determinare la competitività nell'ambito di una dimensione globale. La FIAT si sposta in Francia, in un altro Paese, perché quel Governo determina alcune condizioni favorevoli, per cui non è del tutto vero che bisogna lasciar fare al mercato e che il Governo deve solo creare le precondizioni o le condizioni dell'attrattiva, perché poi si devono accompagnare alcuni processi. Nel caso di Irisbus tutto ciò non si è determinato, con l'aggravante di aver ostacolato ipotesi di riconversione produttiva attraverso l'impatto su quella vicenda della riforma pensionistica, che naturalmente ha creato condizioni di maggiore difficoltà rispetto a quell'intervento, come ad altri. Pertanto, anche da questo punto di vista, sarebbe stata utile una più puntuale sottolineatura rispetto all'impatto che, per esempio, la riforma pensionistica ha determinato, non solo rispetto ai cosiddetti esodati, ma anche rispetto alle vertenze in essere e alla possibilità di accompagnare o meno positivamente l'esito di quelle vertenze.
Insomma, signora Ministro, credo, e concludo perché il tempo a mia disposizione mi sembra stia già per scadere, che sia utile per tutti, in un clima che dal punto di vista del rapporto Governo-Parlamento è orientato ad un dialogo positivo, evitare quella che definisco la retorica del nuovo inizio. In Italia, nel corso di questi anni, molto si è determinato e concretizzato sul terreno delle politiche e delle riforme orientate al lavoro, in un lungo percorso di cambiamento e di riforma che aveva solo l'obiettivo di rendere più attrattivo questo Paese, e di farlo non perpetuando politiche assistenzialistiche, come il caso FIAT evidenzia, e dimostra, e come ho cercato di sottolineare facendo quell'esempio per far comprendere che si tratta di processi che in continuità vanno portati avanti.
Verificheremo l'impegno del Governo sulle riforme del mercato del lavoro, ben consapevoli che questo iter riformista è iniziato a partire dal Libro bianco sul mercato del lavoro, ben consapevoli che quell'iter non è stato certamente completato dai Governi di centrodestra, ma altrettanto consapevoli che è lungo quell'iter riformista che si può collocare la capacità di utilizzare la riforma del mercato del lavoro per determinare le migliori suscettività occupazionali, se e quando le politiche di crescita accompagneranno le possibilità di sviluppo di questo Paese. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI e del senatore Bevilacqua).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Russo. Ne ha facoltà.
RUSSO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). OnorevolePresidente, signora Ministro, i temi legati alla presenza e agli investimenti della FIAT in Italia impongono attenzione puntuale e costante per la rilevanza che il gruppo riveste nel sistema produttivo nazionale. Attenzioni che devono coniugare le istanze e le preoccupazioni dei lavoratori, sempre più evidenti, con le scelte di parte imprenditoriale.
La storia della FIAT è strettamente connessa ad un pezzo significativo della storia industriale del nostro Paese. Questo è l'orizzonte rispetto al quale il Governo e, per la sua parte, il Parlamento devono tendere.
L'annuncio di Marchionne di un piano di investimenti in Italia per 20 miliardi di euro è stato accolto con soddisfazione, soprattutto in una contingenza economica, nazionale e globale, di particolare severità. Parlare di investimenti quando, nel contempo, il nostro Paese sembra aver imboccato la strada della recessione è di buon auspicio. Ciò nonostante, non possiamo ritenerci appagati.
È importante sapere, e che il Parlamento sappia, che il piano industriale della FIAT è fondato sulla FIAT e sull'Italia.
Lungi dall'indicare una linea imprenditoriale, che non compete né al Governo, né al Parlamento, non possiamo in questa sede non rappresentare la preoccupazione per il fatto che il baricentro del gruppo parrebbe essere diverso da quello attuale (trasferirsi in America, per esempio).
Come pure non possiamo nasconderci la preoccupazione, in termini occupazionali, generata dall'alea esistente nella declinazione del piano industriale della FIAT in Italia, soprattutto in considerazione del fatto che importanti unità produttive del gruppo operano in aree disagiate del Mezzogiorno, dove gli stabilimenti hanno una «vera funzione sociale» rappresentando, al tempo stesso, fonte di lavoro, di reddito, di stimolo alla generazione familiare.
Con questo non intendiamo dire che la FIAT debba sostituirsi allo Stato nel presidiare gli spazi di welfare che esso non riesce a garantire!
Vogliamo che la FIAT abbia nella debita considerazione la circostanza che essa è, oggi, il prodotto di un legame radicato e stretto tra l'azienda, i territori dove è insediata ed il Paese che l'ha sempre sostenuta, come ricordava qualche collega, anche nei momenti difficili. Ecco perché dobbiamo operare affinché la FIAT mantenga le sue radici torinesi, piemontesi ed italiane, e che in tale direzione sviluppi nuove opportunità.
Le contrapposizioni tra le parti, talvolta aspre, lascino il campo alla continuità nelle relazioni industriali e sindacali, alla capacità di produrre e di creare lavoro. In questa direzione il Governo svolga il ruolo di interfaccia stabile tra le istanze di tutela dei lavoratori e la parte datoriale.
Liberi da preconcetti e da posizioni cristallizzate, siamo ben consapevoli che parlare di FIAT significa introdurre il tema, assai delicato, della riforma del mercato del lavoro di cui lei, signora Ministro, si sta occupando. Ma occorre fare attenzione: ricondurre, anche mediaticamente, il tema al solo articolo 18 è un po' come inasprire i toni e dare sponda a posizioni ideologiche. Il vero problema, visti i numeri di cui disponiamo, è un'altro: creare ricchezza, creare opportunità di lavoro, quindi sostenere l'imprenditoria sana che investe.
Il mercato del lavoro ha bisogno di abbandonare la logica della contrapposizione che l'ha sinora caratterizzato. Ha bisogno di modernizzarsi senza, perciò, abbassare il grado di tutela dei lavoratori. Ha bisogno di adottare meccanismi di flessibilità della domanda e dell'offerta, tali da consentire una tendenziale continuità nei rapporti di lavoro e da garantire presidi efficienti in vista della ricollocazione dei lavoratori temporaneamente inoccupati. Ha bisogno di strumenti per coinvolgere più intensamente il lavoratore nella vita aziendale, legando, ad esempio, parte del compenso al contributo dato alla produzione. Ha bisogno, infine, di umanizzarsi per recuperare il carattere sociale che fa del posto di lavoro uno dei mezzi più alti dell'affermazione della dignità umana.
Per tutte queste ragioni, noi siamo contenti che lei sia venuta in Senato così tempestivamente però, devo dire la verità, ripercorrendo quanto detto dal collega Viespoli, anche noi siamo poco contenti della laconicità della sua relazione. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbarbati. Ne ha facoltà.
*SBARBATI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, anche a nome del Gruppo UDC, SVP e Autonomie, Repubblicani e altri cui appartengo, la voglio ringraziare per la disponibilità, perché in un momento come questo, in cui il suo fronte di azione e il suo impegno sono così vasti, capisco che trovare anche il tempo per dare risposte a tutti è abbastanza arduo.
Al di là delle questioni che hanno sollevato i colleghi, credo di doverle sottolineare che forse la comunicazione poteva essere anche arricchita di una ulteriore dimostrazione della capacità (che lei in questi giorni sta già dimostrando) di analisi dei problemi non solo per trovare soluzioni, ma anche per inquadrarli alla luce di un pensiero e di un progetto che lei e questo Governo certamente avrete rispetto alle politiche del lavoro, alla politica dello sviluppo di questo Paese e alla possibilità di mettere in campo politiche attive che non deprimano ulteriormente il lavoro, come in Italia da molti anni si sta facendo.
Infatti siamo arrivati, soprattutto rispetto alle giovani generazioni, ad un livello intollerabile di precarietà che non possiamo più sopportare. La tensione sociale è sotto le righe e qualche volta sopra le righe. Il problema della FIAT, che lei ha messo in evidenza correttamente - e glielo devo riconoscere - investe comunque un più ampio e grave problema relativo al mondo produttivo italiano: la grande industria, la piccola e media impresa, gli altri settori del terziario e della pubblica amministrazione. Dunque un progetto di sviluppo e di crescita per il Paese, un progetto per le politiche attive del lavoro, signora Ministro, deve unire la capacità tecnica, che sicuramente non vi difetta, alla genialità politica di una riflessione che dia luce alle scelte tecniche.
La mia cultura di appartenenza, quella repubblicana, mi ha portato sempre a fare riferimento, relativamente a questi temi, alla figura storica di Bruno Visentini che non mi permette di esimermi dal dirle che noi, attraverso lui, in determinati momenti di grande difficoltà per il nostro Paese, abbiamo più volte sostenuto la necessità di Governi tecnici, che potessero aiutare l'Italia a passare il guado, ma non mi esime nemmeno dal dirle che, comunque, anche se questo Governo si definisce tecnico a 360 gradi, deve avere, e non può non avere, una lucidità politica rispetto a questi problemi, perché se manca tale lucidità manca la capacità per realizzare un disegno concreto per ricostruire, nel nostro Paese, un sistema industriale e di piccole e medie imprese adatto alle sfide della modernità, alle sfide della globalizzazione e in grado di competere sui mercati. Perché manca la competitività, difetta la capacità produttiva, la capacità di produrre a costi minori e la capacità di vendere nei mercati attraverso un marketing che sappia essere all'altezza delle sfide che dobbiamo affrontare.
Trovo assolutamente corretto quanto lei ha detto relativamente al fatto che non è il Governo che può dire alle imprese ciò che devono fare, né spetta al Governo, come ha fatto in passato, aiutare le imprese stesse a «tirare avanti» perché proprio questo «tirare avanti», nel corso del tempo, ha prodotto i disastri più gravi per il nostro Paese. Per questo è bene che si metta uno stop a uno stile che ha rovinato il mondo produttivo italiano. Ciò che non va più, va rivisto, va chiusa oppure va assolutamente riconvertito su nuovi versanti, nuovi sistemi e nuove capacità che il mondo della ricerca applicata e di progetto dà e deve continuare a poter dare anche intrattenendo un rapporto più stretto con l'università.
Io credo che la sua capacità di affrontare, in questi giorni, un tema così difficile, non debba essere avulsa da una visione politica che ritengo necessaria, perché altrimenti rischiamo di fare delle operazioni che saranno pur corrette o efficaci, magari nell'immediato e settorialmente per determinate questioni, ma poi, a lungo andare, possono provocare grossi cataclismi a livello sociale e una incapacità di sopportazione soprattutto dei livelli più bassi della società.
La questione che lei ha affrontato con determinazione e che ci ha illustrato con convinzione, così come si evinceva dalle sue parole, verrà trattata anche in un incontro con il presidente Monti nel quale, chiaramente, si parlerà anche del futuro. Questo ci fa piacere e in qualche misura ci rassicura, ma a questa speranza, che noi non neghiamo, e al sostegno convinto che diamo a questo Governo, vogliamo siano affiancate anche delle coordinate, delle nuove categorie di pensiero che anche un Governo tecnico non può non possedere per fare l'interesse del Paese. Tali categorie riguardano la cultura, la tecnologia, la formazione.
Un disegno per la riforma del mercato del lavoro non può prescindere dalla capacità di incidere anche nel meccanismo della riconversione industriale delle piccole e medie imprese che imposti il sistema lavoro su nuove basi culturali, su nuove dinamiche, su nuove coordinate mentali e tecnologiche. Altrimenti saremo completamente fuori da quella ripresa mondiale che lentamente si sta facendo strada e che vede già gli Stati Uniti avanzare giorno dopo giorno con notizie positive e che ancora l'Italia non riesce a vedere perché è ancora purtroppo dentro il tunnel.
Crediamo nella attività del Governo, nella sua attività, signora Ministro, e nella sua capacità di comprendere che anche il dato tecnico, ancorché efficace e decisivo in un momento in cui bisogna dare uno stacco rispetto al passato, ha bisogno di una lucidità politica sulla quale richiamiamo la sua sensibilità e quella del presidente Monti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mazzatorta. Ne ha facoltà.
MAZZATORTA (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signora Ministro, sarà la natura tecnocratica di questo Governo o le sue origini piemontesi, signora Ministro, ma mi trovo sempre in difficoltà a valutare le sue comunicazioni.
Mi sono trovato in difficoltà ieri, quando lei è venuta in Commissione lavoro del Senato: tutti ci aspettavamo qualche indicazione sulla riforma del mercato del lavoro, di cui si parla da tre mesi sui mass media e sulla stampa di regime, e ci ha chiesto di non formulare domande. Un Ministro del lavoro si presenta davanti alla Commissione lavoro del Senato della Repubblica e dice: vi do i titoli, i paragrafi di questa riforma, ma evitate di farmi domande.
Stamattina la sua informativa, signora Ministro, è abbastanza imbarazzante, e lo hanno detto esponenti della sua maggioranza, che peraltro hanno disertato in massa l'Aula, segno che probabilmente non nutrono la massima fiducia nelle sue valutazioni sul futuro industriale del Paese.
Le affermazioni sono imbarazzanti, quando si dice che bisogna predisporre un ambiente favorevole per le imprese. Il problema è che, nessuno lo ha detto e ovviamente i giornali di regime tacciono in proposito, ma pochi giorni fa la Banca Mondiale ha pubblicato una classifica dei Paesi che hanno le condizioni migliori per le imprese e noi siamo all'ottantasettesimo posto, dopo la Mongolia, le Bahamas, lo Zambia e l'Albania. Il verdetto è impietoso. Si tratta del rapporto 2012 steso dalla Banca Mondiale in collaborazione con l'International finance corporation, dal titolo «Doing business in a more transparent world».
E mentre qualche anno fa il Partito Democratico di fronte a queste classifiche alzava le mani in segno di sdegno per l'incapacità del Governo precedente di creare le condizioni favorevoli, ora vediamo che con questo Governo Monti, che sta creando illusioni enormi (ci è stato detto che con il decreto liberalizzazioni ci sarà un incremento del 10 per cento del PIL e che con questa futura riforma del mercato del lavoro ci sarà una diminuzione della disoccupazione del 5 per cento), finiamo all'ottantasettesimo posto dopo Bahamas, Zambia, Mongolia ed Albania.
Credo davvero che ciò dimostri che questo Governo dal punto di vista accademico può anche darci qualche lezione, ma dal punto di vista concreto e operativo purtroppo ci dà grandi delusioni.
E quando poi i problemi verranno davvero al pettine, vedremo. Ne vedremo delle belle, vedremo in che modo nelle Aule parlamentari questa riforma che verrà del mercato del lavoro potrà essere affrontata da una maggioranza così anomala.
Per il resto, attendiamo al varco: prima o poi la democrazia tornerà, prima o poi questa sospensione della democrazia cesserà, prima o poi il popolo riprenderà la parola. (Applausi dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facoltà.
NEROZZI (PD). Signor Presidente, signora Ministro, capisco che oggi non è la giornata più adatta per svolgere questa informativa, visto che si è nel pieno di una trattativa che noi speriamo si concluda positivamente con tutte le parti sociali. Sottolineo, però, che quanto lei ci ha riferito non è sufficiente. Infatti, sul piano industriale non basta stanziare le risorse, ma occorre verificare quali modelli verranno fatti. Se gli stabilimenti italiani servono solo per il riassemblaggio e per modelli già usciti, e magari importati dalla Polonia, allora l'affermazione, non della stampa, ma di Marchionne in relazione ai tre stabilimenti diventa realtà. Allo stesso modo, l'affermazione di ieri secondo cui la direzione è una specie di globetrotter che va un giorno qua e un giorno là, un giorno su e un giorno giù non ci può soddisfare rispetto - per esempio - al ruolo che ha Torino per la storia, non solo della FIAT, ma del nostro Paese.
Se la FIAT sta perdendo mercato in Europa, come sta accadendo, allora qual è la scelta? La scelta è quella di uscire dall'Europa come luogo dominante di una parte della propria produzione? Se è questa, non può non interessare il Governo una scelta di questo genere, perché è una scelta strategica.
Anche la scelta di chiudere l'Irisbus è strategica perché, se noi scegliamo una società ecodisponibile e non abbiamo più luoghi in cui si producono strumenti avanzati nella mobilità pubblica, questa scelta non è solo industriale. Se la Volkswagen investe tre quarti dei propri utili e produce nuovi modelli diventando (come sta accadendo) il primo gruppo mondiale, quello è un modello a cui anche il Governo dovrebbe ispirarsi.
Infatti, il Governo deve avere una politica industriale (so che questo non rientra tra le sue competenze e quindi comprendo la sua difficoltà oggettiva).
Si tratta di un tema molto importante rispetto ai destini del nostro Paese ed anche rispetto alle riforme che si stanno avviando. Infatti, anche le buone riforme rischiano di fallire senza adeguate politiche economiche e industriali.
Pensando alla qualità, cito l'esempio (anche se riguarda pochi lavoratori) della Maserati che va via dal suo humus e viene messa da un'altra parte: tutte le volte che ciò è stato fatto, la Maserati è fallita perché tale azienda vive vicino alla Ferrari e vicino a un settore artigianale di grande importanza. Allora, anche questo elemento andrebbe considerato in un disegno più generale.
Per quanto riguarda il suo Ministero e il suo ruolo specifico, sottolineo che quando un sindacato non può più entrare in fabbrica, quando tre operai vengono -come è successo a Melfi - reintegrati dal giudice ma poi non accade niente, quando - come avviene a Pomigliano d'Arco - le operaie iscritte al sindacato sono le ultime e poi non vengono riassunte (non parlo solo di operai, ma soprattutto di operaie), quando sempre nello stabilimento di Pomigliano la maternità è esclusa, quando ancora a Pomigliano e, se non erro, anche ad Avellino i lavoratori che sbagliano il pezzo devono giustificarsi davanti agli altri, come accade solo in Cina (e non mi pare che quel Paese rappresenti il massimo della democrazia), ebbene c'è qualcosa che non funziona.
Lei ha detto poi che ne parleremo nella trattativa. Io non voglio suggerirle le soluzioni, ma farle notare che esistono un accordo sottoscritto il 28 giugno dell'anno scorso fra CGIL, CISL e UIL e altri strumenti, come l'articolo 19. Le decisioni le dovrà prendere lei insieme alle parti sociali, ma questo vulnus alla democrazia deve essere ricomposto.
Termino citando due illustri parlamentari, l'onorevole Giuseppe Di Vittorio e Carlo Donat-Cattin, che nel 1956, l'uno, e nel 1960, l'altro, proprio su casi riferiti alla FIAT analoghi a questo, sostennero che se anche in un piccola fabbrica, anche in un solo luogo la democrazia è alterata e la dignità della persona è colpita questo riguarda tutto il Paese, quindi noi ed il Governo. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
Saluto ad una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. Colleghi, è presente in Aula una delegazione dell'Istituto scolastico paritario «Paola Di Rosa» di Lonato del Garda, in provincia di Brescia, cui rivolgo il saluto dell'Assemblea. (Applausi).
Ripresa della discussione sull'informativa
del Ministro del lavoro e delle politiche sociali (ore 10,30)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sacconi. Ne ha facoltà.
SACCONI (PdL). Signor Presidente, signora Ministro, esprimo un sincero apprezzamento per il modo con cui lei ha voluto esporre all'Aula le considerazioni del Governo in ordine alla vicenda FIAT, alle prospettive di ulteriore sviluppo, quali ci auguriamo, del gruppo.
Ho cioè apprezzato sinceramente il metodo che ella ha proposto a quest'Aula per quanto riguarda i rapporti tra il Governo e un grande gruppo industriale come FIAT, sottolineando cioè come il compito del Governo consista nel creare un contesto favorevole a che si esprimano compiutamente le capacità imprenditoriali, e quindi ricordandoci che evocare le politiche industriali non può significare riproporre illusori orientamenti pubblici rispetto a quella funzione imprenditoriale che è e deve essere esclusivamente dei soggetti che la realizzano, nel doveroso rapporto con i molti stakeholder, a partire dai lavoratori, e dagli azionisti, per altro verso.
Quindi il Governo ha una funzione importante, quella di creare le condizioni più favorevoli a che - dicevo - si esprimano le capacità imprenditoriali che invero in questa vicenda non devono essere sottovalutate perché (me lo ricordava poco fa un attento lettore delle esperienze industriali come il collega Castro), mentre la vicenda Daimler-Chrysler viene ricordata con una parola italiana anche in sede internazionale che è «fiasco», invece la vicenda della fusione tra Chrysler e FIAT, posto che per FIAT tutti sottolineammo l'impossibilità dello stand alone, della impossibilità cioè di rimanere sola nel contesto di un mercato sempre più competitivo, questa fusione è stata un caso di scuola positivo, e nel rapporto fra i due grandi soggetti che si sono progressivamente integrati dominante è stata FIAT. Lo è stata sotto diversi punti di vista: non solo da un punto di vista dell'assetto societario, ma anche delle capacità manageriali e delle stesse capacità progettuali. In fondo, la stessa integrazione transatlantica dei mercati dell'auto, quale di fatto si è prodotta, avviene con riguardo allo sviluppo di quella vettura compatta, a basso consumo, ad alte prestazioni, di buon design per la quale l'esperienza italiana costituisce un riferimento ancora nel mercato globale.
È a queste caratteristiche dell'auto che noi dobbiamo ancora guardare, sostenendo attività di ricerca, di innovazione, di formazione di competenze, perché questo tipo di prodotto, che tanto corrisponde all'esperienza e alla storia italiana, possa ancora vedere, quali adeguati protagonisti, i soggetti radicati nel nostro territorio e nella nostra esperienza.
Quindi, dialogo costante, quale annunciato anche attraverso il Presidente del Consiglio, con questo interlocutore multinazionale per il quale chiediamo conferme non solo sugli investimenti programmati ma su quelli che potrebbero determinarsi in condizioni migliori di mercato rispetto a quelle che in questo momento si stanno purtroppo verificando nel mondo.
Per altro verso, l'auspicio è l'impegno politico a che evolvano ulteriormente le relazioni industriali quali si sono prodotte nel corso delle intense vicende che hanno riguardato, in particolare, gli stabilimenti di Pomigliano, di Mirafiori e di Grugliasco, ma anche, in fondo, riguardanti gli altri stabilimenti per i quali assicurazioni sono state date circa la loro continuità produttiva. Mi riferisco a relazioni industriali che sono state a tal punto intense da avere previsto lo strumento referendario anche in termini non coerenti con il recente accordo interconfederale. Infatti, l'accordo interconfederale non richiederebbe il referendum ove la maggioranza della RSU si sia espressa in favore delle soluzioni ipotizzate. In quei casi, invece, è previsto lo strumento referendario anche nel caso di Grugliasco, ove è dominante l'organizzazione che, complessivamente, ha contestato le politiche di FIAT, per un verso, ma anche delle altre organizzazioni sindacali, per l'altro verso.
Posti di fronte alla concretezza del loro futuro occupazionale, i lavoratori FIOM di Grugliasco hanno dato quel consenso che conosciamo per la nuova vettura Maserati, che lì dovrebbe essere prodotta. Questa ulteriore evoluzione delle relazioni industriali, a nostro avviso, può ragionevolmente svolgersi in senso comunitario.
Lei viene dalla terra - ha avuto modo di ricordarlo ieri - nella quale vi è stata una grande esperienza industriale, prima che purtroppo quel territorio fosse desertificato da cattive esperienze imprenditoriali. Mi riferisco ai bei tempi dell'esperienza denominata «Comunità» e guidata da Adriano Olivetti.
Questa idea dell'impresa come comunità deve essere ulteriormente sviluppata nel solco delle relazioni industriali di questi mesi. È un'idea che si sostanzia attraverso sempre più intensi accordi aziendali, che colleghino il salario dei lavoratori ai risultati dell'impresa.
Vorrei ricordare il caso della Volkswagen dei giorni scorsi. I lavoratori hanno partecipato dell'autoriduzione del salario nei momenti difficili, ma poi l'altro anno hanno ricevuto un premio di 4.000 euro e quest'anno di 7.500 euro, a fronte di risultati ottenuti. Comunità, quindi, significa distribuire le fatiche, ma anche i risultati quando questi si determinano in quanto conseguenze di quelle fatiche. E i lavoratori devono partecipare non solo del rischio d'impresa per i suoi profili negativi, ma anche del rischio d'impresa per i suoi profili positivi, quando questi si determinano grazie al loro determinante impegno.
Insieme a ciò, occorrono altre intese che possano sempre più rafforzare la condizione del lavoratore, come intese comunitarie si vanno via via producendo in molte aziende del nostro Paese, che riguardino non solo i lavoratori, ma anche le loro famiglie, i loro figli, il percorso educativo che accordi comunitari possono sostenere, il carrello della spesa per sostenere il potere d'acquisto dei lavoratori e, ovviamente, una maggiore partecipazione.
Noi abbiamo una cultura partecipativa. Siamo stati e siamo, anche in questi giorni, portatori, insieme ai colleghi di altri Gruppi, anche di una regolazione quanto più favorevole alla libera e responsabile logica partecipativa.
Ebbene, credo che le relazioni industriali del gruppo FIAT possano davvero dimostrarci come l'azienda che è stata simbolo del conflitto di classe del Novecento ideologico, durato troppo a lungo nel nostro Paese, possa al contrario diventare simbolo di relazioni cooperative, partecipative, comunitarie. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, che ringrazio per la disponibilità.
Discussione dei disegni di legge:
(1843) Deputato FEDI ed altri. - Modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di diritti e prerogative sindacali di particolari categorie di personale del Ministero degli affari esteri (Approvato dalla Camera dei deputati)
(978) GIAI. - Nuove disposizioni in materia di personale assunto localmente dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura all'estero
(Relazione orale) (ore 10,39)
Approvazione del disegno di legge n. 1843
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge nn. 1843, già approvato dalla Camera dei deputati, e 978.
Ilrelatore, senatore Bettamio, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, colleghi, il disegno di legge n. 1843, assunto quale testo base e già approvato in prima lettura dalla Camera dei deputati in sede legislativa, introduce alcune modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, al fine di riconoscere specifici diritti e prerogative sindacali a determinate categorie di personale dipendente del Ministero degli affari esteri.
Il disegno di legge è volto a permettere a un numero elevato di lavoratori del Ministero degli affari esteri, circa 1.200, assunto con contratto regolato dalla legge dello Stato estero di residenza, di partecipare all'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU). L'Agenzia per la rappresentanza delle pubbliche amministrazioni (ARAN) ha stabilito infatti che solo i destinatari del contratto collettivo nazionale di lavoro abbiano la facoltà di partecipare alle elezioni delle RSU. Ciò esclude dal diritto di voto per le RSU il personale in servizio presso le sedi diplomatiche e consolari all'estero.
In particolare, l'articolo 1 del disegno di legge aggiunge il comma 3-bis all'articolo 42 del decreto legislativo n. 165, al fine di garantire la partecipazione del personale in servizio presso le sedi diplomatiche e consolari, nonché presso gli istituti italiani di cultura all'estero, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale, ai fini dell'elezione delle rappresentanze sindacali unitarie. Viene in tal modo garantito anche il calcolo della rappresentatività sindacale, nell'ambito dell'esercizio di voto attivo e passivo delle rappresentanze sindacali per gli impiegati sottoposti a «legge locale». L'articolo 1 è molto tecnico, ma purtroppo sono obbligato a fare riferimento a queste tecnicità.
L'articolo 2 del disegno di legge aggiunge l'articolo 50-bis al decreto legislativo n. 165, al fine di prevedere l'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 50, riguardante la disciplina dell'aspettativa e dei permessi sindacali anche nei confronti del personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari all'estero.
La 3a Commissione ha approvato il disegno di legge n. 1843 senza modifiche. La Commissione bilancio ha espresso un parere non ostativo sui profili di copertura finanziaria considerando che l'attuazione del disegno di legge avvenisse nell'ambito delle risorse finanziarie disponibili, e che l'estensione al personale assunto con contratto regolato dalla legge locale fosse strettamente limitata alle finalità sindacali prospettate dalla legge. Quindi, non ci sono spese supplementari.
In seguito alla nota fatta pervenire dai sindacati confederali del comparto esteri, con la quale si rappresentava l'esigenza che la materia non venisse affidata ad un intervento normativo, è stato chiesto all'Assemblea, e disposto dalla stessa il 26 gennaio del 2011, un rinvio in Commissione, al fine di garantire un'ulteriore riflessione. Dopo un approfondito esame, anche in sede di Comitato ristretto, con l'audizione informale dei sindacati confederali del comparto esteri, la Commissione ha stabilito di confermare nuovamente il mandato a riferire all'Assemblea sul provvedimento. Il Comitato ristretto ha poi espresso una serie di considerazioni, che hanno portato alla presentazione di alcuni emendamenti, che esamineremo più tardi, al disegno di legge in esame.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Micheloni. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Signor Presidente, colleghe e colleghi, oggi abbiamo sul tavolo un tema, non voglio neanche chiamarlo problema, sul quale purtroppo discutiamo da dieci anni e che vorrei riportare alla vera dimensione.
Qui si tratta di riconoscere il diritto di partecipazione alle rappresentanze sindacali di base dei lavoratori a contratto che prestano servizio nella nostra rete consolare e diplomatica e negli istituti di cultura all'estero. Il collega Bettamio ha messo in evidenza che questi contratti sono regolati dalla legge locale. Questo è sicuramente vero, ma non è tutta la verità, perché i nostri contratti rispettano la legge locale solo nelle norme generali, come ad esempio, in Francia, sulle ore lavorative della settimana. Per qualsiasi altro tema e altro problema i sindacati locali e le leggi locali non sono operativi ed efficienti all'interno della nostra rete consolare e diplomatica e nei nostri istituti di cultura. Noi per fortuna abbiamo dei consoli generali e degli ambasciatori molto educati e molto bravi in diplomazia, che spesso ricevono i sindacati dei Paesi in cui si trovano questi nostri dipendenti - sono dipendenti dello Stato italiano - ma in genere offrono loro un buon caffè italiano e il tema è chiuso lì, perché, giustamente, ci troviamo in territorio italiano.
Ricordo che quando siamo arrivati qui come parlamentari eletti all'estero nel 2006 pensavamo di risolvere questo problema semplicemente con un emendamento alla finanziaria. Abbiamo quindi presentato ingenuamente alcune proposte senza capire subito perché non andassero in porto. Quando si è capito il tenore del problema, i colleghi Fedi, Bucchino, Di Biagio e altri alla Camera hanno presentato una proposta di legge. Il fine appare naturale e, lo vorrei dire agli amici che qui si occupano di lavoro, appare ancora più naturale ad un italiano all'estero che, per conquistare spazi nei sindacati locali ha lottato per anni e anni. Per noi è dunque ancora più evidente la necessità di riconoscere semplicemente il diritto di partecipare all'elezione delle RSU. Non stiamo parlando di altro in questo disegno di legge. I colleghi alla Camera hanno lavorato due anni su questo testo, composto da due articoli e che il relatore ci ha illustrato, che parla unicamente, ripeto e lo ripeterò fino alla conclusione dell'intervento, del diritto di partecipare all'elezione delle RSU.
Questo testo alla Camera è stato approvato all'unanimità, in sede legislativa, nella Commissione affari esteri. È arrivato poi qui in Senato, dove è all'esame della omologa Commissione da oltre un anno, bloccato da interessi esterni a questo ramo del Parlamento, che hanno esercitato pressioni tali da spingere oggi il relatore, che aveva ricevuto mandato a riferire favorevolmente su questo testo, a portare qui oggi un provvedimento emendato.
Nessuno di noi purtroppo è nato ieri mattina - siamo un po' tutti anziani, in Senato - ed è evidente che qualsiasi virgola che noi cambiamo a questo testo vuol dire semplicemente affossarlo: non c'è nessun miglioramento possibile, perché qui si riconosce solo il diritto al voto per la rappresentanza sindacale. Al contrario, gli emendamenti che sono stati presentati inventano qualcosa di non molto chiaro, di non ben specificato parlando di rappresentanza sindacale nel luogo di lavoro, senza dire con quali funzioni, con quale ruolo e con quali poteri.
In questo momento, dunque, caro signor Sottosegretario - lo dico anche a lei - in cui i suoi colleghi stanno lavorando alla riforma del lavoro ed in cui noi stiamo lavorando per la semplificazione dello Stato e delle nostre organizzazioni, con questi emendamenti si tenta di inventare una nuova figura, che non esiste e che non ha alcuna funzione.
Il tentativo è allora chiaramente quello di rimandare alla Camera questo disegno di legge e di affossarlo definitivamente.
Voglio ricordare che stiamo parlando di circa 1.200 lavoratori dipendenti dello Stato italiano, che danno servizi all'estero. Qualsiasi intervento di revisione della spesa e di una riforma vera del Ministero degli affari esteri porterà a ridurre il personale di ruolo mandato da Roma nella nostra rete all'estero e ad aumentare la quota di contrattisti, perché è l'unica strada che l'economia ci permetterà di percorrere per garantire la nostra presenza nel mondo. Tuttavia, anche una volta che questa strada sarà stata percorsa, al massimo parleremo di circa 2.000 persone, perché di questo si tratta.
Ed è qui che interviene l'azione incredibile da parte delle corporazioni organizzate del personale di ruolo del Ministro degli affari esteri, che hanno fatto le pressioni necessarie per affossare questa iniziativa dei colleghi della Camera.
In conclusione - l'ora è quella che è, per cui non voglio dilungarmi troppo - chiedo ai presentatori degli emendamenti di ritirarli e di approvare semplicemente il testo che i colleghi della Camera, dopo due anni di lavoro, hanno approvato all'unanimità. Credo che questo sarebbe un segno di coerenza di questo ramo del Parlamento nei confronti di temi ben più ampi ed importanti che il Governo sta affrontando.
Caro relatore, se oggi noi non siamo in grado di rispondere a delle corporazioni su 1.000 e 2.000 lavoratori - tanti saranno un giorno - mi chiedo come questo Governo e questo Parlamento saranno in grado di affrontare veramente gli effetti della revisione della spesa, della riforma del Ministero degli affari esteri o, ancora di più, la riforma del mercato del lavoro, che sta interessando tutta la politica, tutto il Paese e tutti i lavoratori di questo Paese.
Non sono un esperto di queste cose, ma qui ho palpato la differenza tra corporazione e sindacati. Questa battaglia avrebbe dovuto portarla avanti quello che io chiamo un sindacato; le proposte emendative, le opposizioni e i tentativi di affossamento rappresentano quello che io definisco corporazione. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Randazzo. Ne ha facoltà.
RANDAZZO (PD). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, a prima vista il disegno di legge n. 1843 in esame potrebbe sembrare ad alcuni colleghi - specie a quelli che non hanno molta dimestichezza, né con i meccanismi interni al funzionamento del Ministero degli affari esteri, né con la realtà, le operazioni e le sfide quotidiane della rete diplomatica e consolare nel mondo - qualcosa di vago, di accademico, di marginale, di scarsa importanza nel contesto politico e istituzionale nazionale.
Invece, ci troviamo di fronte ad un provvedimento di notevole incidenza e significato morale, sociale, politico e legislativo, un provvedimento che, prima di approdare in quest'Aula, è stato - come già ricordato - a conclusione di un lunghissimo e travagliatissimo iter, licenziato con esemplare determinazione dalla Camera dei deputati, e più precisamente dalla Commissione di merito in sede legislativa.
Già la titolazione stessa del disegno di legge indica in sintesi e con chiarezza la natura e l'essenza del provvedimento, come il relatore ci ha detto pochi minuti fa: «Modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di diritti e prerogative sindacali di particolari categorie di personale del Ministero degli affari esteri».
Dall'articolato del testo si capisce subito che le "particolari categorie" di cui al titolo si riferiscono esclusivamente ai dipendenti di ambasciate, consolati e istituti italiani di cultura assunti con contratto all'estero, in base alle leggi locali del lavoro.
Ebbene, questi contrattisti, il cui numero si aggira intorno alle 1.600-1.700 unità ed è in costante prevedibile aumento per le note esigenze economiche dell'amministrazione dello Stato, non hanno goduto finora - e non godono ancora - del più elementare diritto di rappresentanza e tutela sindacale dei colleghi di ruolo, inviati da Roma ad ingenti costi, al cui fianco quotidianamente lavorano a parità di mansioni e responsabilità e con stipendi inferiori.
Vengono trattati - loro, italiani di nascita o di seconda e terza generazione, elementi di apprezzabile professionalità, specie per quanto riguarda il bilinguismo e la conoscenza delle leggi locali - come dipendenti pubblici di seconda categoria, una specie di "serie B".
Ora, l'articolo 1 di questo semplice quanto delicato disegno di legge, dopo il comma 3 dell' articolo 42 del vigente decreto legislativo n. 165 del 2001, come abbiamo appreso dal relatore, propone l'inserimento di un comma 3-bis così concepito: «Ai fini della costituzione degli organismi di cui al comma 3, è garantita la partecipazione del personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari nonché presso gli istituti italiani di cultura all'estero, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale. Di quanto previsto dal presente comma si tiene conto ai fini del calcolo della rappresentatività sindacale ai sensi dell'articolo 43».
Con l'articolo 2 della proposta si specifica ulteriormente che le disposizioni si applicano anche al personale in servizio, ancorché assunto con contratto regolato dalla legge locale.
Tutto qui, come ha già detto il collega Micheloni. Nulla di straordinario. Nulla di eccezionale. Nulla che possa mettere in allarme diplomatici di carriera e funzionari di ruolo per la tenuta del posto occupato. È una semplice misura di giustizia, di democrazia, di dignità, finora negata a lavoratori e lavoratrici indispensabili per l'operatività degli uffici italiani all'estero.
In queste situazioni bisogna tener presenti almeno due punti essenziali. Con la negazione di uno dei diritti elementari, quale la partecipazione libera, la rappresentatività e la tutela sindacale, si viola l'articolo 3 della nostra Costituzione, che, tra l'altro, recita testualmente: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, (...) impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Non può esserci dubbio che in quella organizzazione sociale figurata dai padri costituenti sia incluso anche e soprattutto il concetto di sindacato.
L'altro punto da tener presente - uno degli aspetti di fondo della questione - è che il lavoratore, il contrattista, assunto all'estero rappresenta una risposta alle esigenze di ridurre la spesa pubblica senza necessità di chiudere consolati e istituti di cultura, nonché una risposta anche a talune delle gravi problematiche della tanta strombazzata, ma ancora invisibile razionalizzazione della rete consolare. Questo provvedimento non solo non comporta oneri finanziari aggiuntivi, ma contribuisce, anche se in modesta misura, alla sempre invocata riduzione della spesa pubblica.
Pertanto, stiamo attenti: ritoccare anche minimamente il testo di questo disegno di legge significherebbe, come già è stato detto, rimandare il provvedimento alla Camera e porterebbe, nelle oggettive circostanze attuali, al suo immancabile insabbiamento per questa legislatura, un malinconico destino per uno dei pochissimi disegni di legge d'iniziativa parlamentare di tutta la legislatura. Sulla scia della prova di responsabilità e sensibilità della Camera dei deputati nell'approvare questo disegno di legge in sede legislativa della Commissione di merito, e non potendo più sperare in questa Camera in un'analoga approvazione in Commissione in sede deliberante, è secondo me auspicabile che il Senato compia l'utile gesto di un'approvazione senza emendamenti e senza fronzoli in quest'Aula. Le migliaia di contrattisti di oggi e di domani, i cinque milioni di cittadini italiani e i 60 milioni di oriundi italiani nel mondo ce ne saranno grati, e anche i contribuenti in Italia lo saranno, per le economie di spesa pubblica che si possono realizzare. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Carlino. Ne ha facoltà.
CARLINO (IdV). Signor Presidente, colleghi, onorevoli membri del Governo, il provvedimento in esame modifica il decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, recante «Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche» al fine di riconoscere al personale assunto con contratto regolato dalla legge locale e in servizio presso le sedi diplomatiche e consolari, oltre che presso gli istituti italiani di cultura all'estero, il diritto a partecipare alle rappresentanze sindacali unitarie e quello alle aspettative e ai permessi sindacali. Come tutti sanno, i circa 1.200 lavoratori del Ministero degli affari esteri, sia cittadini italiani che stranieri, il cui rapporto di lavoro è regolato dalla legge del Paese straniero in cui si trova la rappresentanza diplomatica o consolare o l'istituto italiano di cultura presso cui lavorano, non hanno la facoltà di esercitare liberamente i loro diritti sindacali. Non essendo destinatari della contrattazione collettiva, tali lavoratori sono, infatti, esclusi dalla partecipazione alle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie.
Secondo la relazione illustrativa del provvedimento di cui oggi discutiamo, tale grave discriminazione è in stridente contrasto con i princìpi costituzionali (articolo 3 della Costituzione) e con i principi comunitari in quanto non tiene conto dello spirito di diverse norme di leggi con le quali il legislatore aveva e ha inteso garantire la partecipazione di tutti i lavoratori alle consultazioni per le RSU.
Occorre ricordare infatti che, ai sensi dell'articolo 93 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 5 gennaio 1967, recante «Ordinamento dell'Amministrazione degli affari esteri», il personale del Ministero degli affari esteri è costituito, oltre che dalla carriera diplomatica, dalla dirigenza e dal personale delle aree funzionali, anche dagli impiegati a contratto in servizio presso le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari e gli istituti italiani di cultura.
Tuttavia, l'articolo 1 interviene sull'articolo 42 del decreto legislativo n. 165 del 2001, che disciplina i diritti e le prerogative sindacali nei luoghi di lavoro, aggiungendovi il nuovo comma 3-bis. Questo nuovo comma stabilisce, al primo periodo, che, ai fini della costituzione delle RSU, è garantita la partecipazione del personale in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e consolari, nonché presso gli istituti italiani di cultura all'estero, assunto con contratto regolato dalla legge locale. Il secondo periodo, aggiunto dalla Camera dei deputati, stabilisce che di quanto previsto dal nuovo comma si deve tener conto ai fini del calcolo della rappresentatività sindacale, ai sensi dell'articolo 43 del decreto legislativo n. 165 del 2001.
La scelta di modificare il decreto legislativo n. 165 del 2001, che contiene norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, è stata oggetto di un'osservazione da parte della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati. Questa osservazione è stata fatta propria dal mio Gruppo, il quale - condividendo lo spirito primario della discussione, ovvero l'estensione del diritto a tutti i lavoratori del Ministero degli affari esteri - ha deciso di presentare l'emendamento 1.100, che modifica non più il decreto legislativo, ma il decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967. Oltre a ritenere più appropriata le sede della modifica legislativa, si è provveduto anche a riferirsi esplicitamente agli articoli di norme già vigenti ai quali collegare la stessa. Il tutto, signor Presidente, rappresenta peraltro, da quanto ci è consentito di sapere, un punto di sintesi tra ì sindacati confederali e le rappresentanze di base.
Per questi motivi, seppur in assenza di un consenso unanime (il collega Pedica infatti non condivide), l'Italia dei Valori non ritirerà il proprio emendamento, anche se la qualità della normazione alla quale andremmo incontro nel caso in cui il nostro emendamento fosse respinto non sarebbe di certo eccelsa. Tuttavia, lo dico chiaramente, voteremo comunque e convintamente a favore del disegno di legge che oggi stiamo discutendo. (Applausi dal Gruppo IdV).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ichino. Ne ha facoltà.
ICHINO (PD). Signor Presidente, colleghi, il principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione e il principio di libertà sindacale sancito dal primo comma dell'articolo 39 della Costituzione stessa, segnano un limite molto preciso alla discrezionalità del legislatore ordinario nella regolamentazione dei rapporti sindacali di cui stiamo discutendo. In particolare, vorrei sottolineare come il regime oggi vigente di libertà sindacale si distingua nettamente del regime corporativo previgente, in quanto il regime attuale abroga il cosiddetto inquadramento costitutivo, cioè quella norma in virtù della quale la categoria professionale e sindacale è definita autoritativamente dallo Stato e il contratto collettivo, al pari di qualsiasi altra attività sindacale, deve incanalarsi nell'alveo così precostituito. La norma costituzionale ha rovesciato quel rapporto tra categoria sindacale e contratto, stabilendo che è il contratto e solo il contratto, preceduto dal libero aggregarsi dei lavoratori e dall'attività che ne consegue, a istituire la categoria sindacale.
Tanto basta per escludere che il legislatore ordinario possa intervenire autoritativamente per precostituire una categoria a sé stante di lavoratori dipendenti delle ambasciate italiane all'estero, distinta da un'altra categoria precostituita ancora per legge.
Diverse norme europee e internazionali, ratificate dall'Italia, vietano qualsiasi differenza di trattamento disposta dall'ordinamento nazionale tra lavoratori regolari, fondata sulla loro nazionalità, sulla loro residenza o sulla loro origine nazionale.
Tra queste norme sovranazionali segnalo, in particolare, la Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) n. 143 del 1975, ratificata dall'Italia nel 1981, la quale, nella sua seconda parte, vincola gli Stati aderenti a «promuovere e garantire la parità di opportunità e di trattamento», sotto ogni aspetto, in favore dei lavoratori stranieri. A maggior ragione, tale principio deve applicarsi ovviamente a cittadini italiani residenti all'estero, in funzione della loro partecipazione all'elezione di rappresentanze sindacali relative alle sedi estere delle nostre ambasciate.
C'è, poi, l'articolo 39 del Trattato dell'Unione europea, che vieta qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità, origine o residenza dei lavoratori degli Stati membri per quanto riguarda l'impiego, la retribuzione o le altre condizioni di lavoro, ed è pacifico, nella giurisprudenza della Corte di giustizia europea, che tra le condizioni di lavoro vi siano anche le libertà sindacali.
Lo stesso principio è ribadito, sia pure in forma meno incisiva, dagli articoli 1, 2 e 3 della Carta sociale europea, che allarga l'area di applicazione di questo principio a tutti i Paesi aderenti.
È dunque evidente, a mio avviso, l'illiceità, nell'ambito dell'ordinamento internazionale e ancor più di quello europeo, di una differenza di trattamento motivata esclusivamente dalla dislocazione della residenza del lavoratore o della prestazione di lavoro in località estera piuttosto che sul territorio nazionale.
Se questi sono i princìpi generali e i vincoli cui la legislazione ordinaria deve fare riferimento, per un verso il disegno di legge oggi in esame, approvato dalla Camera dei deputati, appare come un atto dovuto: esso, infatti, non fa altro che applicare il principio di parità di trattamento sul piano dei diritti sindacali nei confronti di lavoratori che operano, in virtù di un rapporto di lavoro regolare, alle dipendenze delle ambasciate italiane all'estero.
Per altro verso, mi sembra errato il parere espresso dall'11a Commissione del Senato, nel quale sostanzialmente viene proposta una sorta di riedizione del regime precostituzionale dell'inquadramento costitutivo. Si sostiene, cioè, che ai fini sindacali e della contrattazione collettiva sarebbe la legge italiana stessa a definire a priori le categorie entro le quali dovrebbero svolgersi l'attività sindacale e la contrattazione collettiva del personale delle ambasciate residenti all'estero, vietando aggregazioni diverse.
Questa conclusione non muta per il fatto che una parte dei rapporti individuali di lavoro dei dipendenti delle nostre ambasciate sia per molti aspetti disciplinata dalla legge del Paese straniero, che viene in tal modo recepita dal nostro ordinamento nazionale. Qui, infatti, stiamo discutendo di un aspetto di quei rapporti di lavoro che, invece, la legge italiana intende disciplinare direttamente, cioè l'esercizio dei diritti sindacali in seno alle nostre ambasciate, con riferimento a tutti i dipendenti delle ambasciate stesse. Nella misura in cui la legge italiana interviene, essa deve rispettare il principio costituzionale di cui ho parlato e i principi di diritto internazionale che pure ho menzionato.
Aggiungo, infine, che entrambi i principi menzionati devono intendersi come facenti parte del cosiddetto ordine pubblico internazionale, il quale impedirebbe la ricezione nel nostro ordinamento di disposizioni provenienti da legislazioni straniere contrastanti con i principi stessi. Donde un'ulteriore conferma dell'applicabilità a tutti i dipendenti delle nostre ambasciate del principio di libertà sindacale e, in particolare, della libertà di aggregazione, di rappresentanza e di contrattazione collettiva.
Ancora una volta, quindi, si pone la necessità che questo disegno di legge venga approvato nel testo che è stato già approvato dalla Camera dei deputati. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Giai).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Davico. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Signor Presidente, intervengo brevemente per ribadire che il mio Gruppo si manterrà coerente con il profilo tenuto durante l'esame di questo provvedimento nell'altro ramo del Parlamento. Ricordo che alla Camera questo testo è stato approvato con un'ampia maggioranza, tanto che è stato chiesto e ottenuto di svolgerne l'esame in sede legislativa, con l'accordo unanime di tutti i Gruppi, anche per procedere più celermente all'approvazione e rendere anche più significativa l'efficacia del provvedimento stesso. Dispiace che lo sforzo dei colleghi della Camera sia stato in parte vanificato dai quasi tre anni di attesa intercorsi fino al momento in cui tale testo è stato incardinato e inserito nei lavori del Senato.
Per quanto riguarda il contenuto del disegno di legge al nostro esame, non possiamo che riconoscere come dovuta e doverosa l'estensione delle norme sindacali acquisite nel nostro ordinamento anche a chi, seppur con contratti basati sul diritto locale, lavora presso le nostre rappresentanze a fianco del nostro personale diplomatico. Infatti dobbiamo soprattutto cercare di tutelare la posizione di tali lavoratori in quei Paesi dove simili tutele magari non esistono o non sono avanzate come in Italia.
Pertanto, preannuncio la conferma del voto favorevole da parte del nostro Gruppo al testo in esame, così come ci è pervenuto dalla Camera. (Applausi dal Gruppo LNP e della senatrice Giai).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castro. Ne ha facoltà.
CASTRO (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, la ringrazio dell'attenzione che mi sta prestando con tanto garbo.
Intervengo nella mia qualità di Capogruppo del Popolo della Libertà in Commissione lavoro e quindi per un doveroso impegno istituzionale. Come loro ricorderanno, la Commissione lavoro fece registrare un'ampia convergenza intorno ad una mozione di censura dei contenuti di questo provvedimento che poi fu disattesa dal successivo dibattito. Parlavo di dovere istituzionale, ma adesso potrei parlare persino di un po' di piacere, dato che mi occorre tutte le mattine di essere soavemente svegliato da decine di e-mail scritte da baldi giovanotti che prestano servizio talora a Ouagadougou, talora a Ulan Bator, i quali mi rivolgono i più affettuosi insulti, avendo ben contezza, costoro, che io sia firmatario di un emendamento ostile alla loro tesi. Tra l'altro, signor Sottosegretario, se questo è l'atteggiamento di costoro nei confronti di un decisore pubblico, mi chiedo davvero se sappiano poi rappresentare l'interesse del Paese o delle imprese italiane nelle relazioni diplomatiche. (Applausi dal Gruppo PdL).
Ieri non potevo non sorridere - e guardo gli amici e colleghi Passoni e Nerozzi - per l'ultima accusa che mi è stata rivolta, cioè quella di essere una sorta di ancella della CGIL. Capisco che la mia sia una biografia minima, assolutamente periferica e irrilevante, ma questa non l'aveva mai pensata nessuno. Ancora una volta, signor Sottosegretario, sommessamente e umilmente le dico che se questi giovanotti di Ulan Bator e Ouagadougou studiano i dossier con i quali accompagnano le imprese e le vicende diplomatiche con la stessa cura con la quale accusano me di essere ancillare rispetto alla CGIL, qualche dubbio sull'effettività della loro tenuta professionale mi permetto di nutrirlo. (Applausi dal Gruppo PdL).
Le ragioni che sostiene la Commissione lavoro nella sua dominante componente, che personalmente sostengo convintamente, fanno riferimento al fatto che questa legge, se venisse approvata nella sua attuale versione, realizzerebbe un vulnus irrimediabile dei principi fondativi della rappresentanza sindacale nel nostro sistema. Si tratta di quei medesimi principi recepiti nell'accordo interconfederale del 28 giugno, a sua volta recepito con la manovra straordinaria d'agosto nella nostra legislazione strutturale.
È evidente, infatti, che nella nostra legislazione non è concepibile che la rappresentanza sia estranea al perimetro legale e contrattuale che ne costituisce l'unica fonte di legittimazione. È il principio in base al quale i dipendenti di un'impresa fornitrice o appaltatrice di servizi, ad esempio, non possono essere eletti RSU nella rappresentanza dell'impresa che si avvale della fornitura della ditta di loro provenienza. È assolutamente evidente, insomma, che i dipendenti della mensa o i dipendenti della società che cura le pulizie non possono essere eletti RSU dell'impresa alla quale la loro ditta fornisce un servizio di mensa o di pulizia.
Se si volesse ulteriormente sostenere che invece vale il principio dell'unicità del soggetto dell'impresa, sarebbero decine, anzi, centinaia i casi di siti produttivi nei quali il medesimo gruppo detiene società o divisioni che, occupandosi di business diversi, sono regolate da diversi contratti. La grande impresa di elettrodomestici, pertanto, ha inquadrati insieme nel settore del credito coloro che si occupano del factoring, in quello dei servizi coloro i quali si occupano di distribuzione e in quello metalmeccanico coloro che si occupano di produzione. Nessuno al mondo si è mai sognato che i dipendenti inquadrati nel settore del credito, dato che forniscono servizi di factoring, potessero essere eletti RSU insieme ai produttori di frigoriferi nella catena di montaggio degli stabilimenti di Susegana o Porcia. Se introducessimo tale principio, cadrebbe la sostanza stessa della tradizione giuslavoristica italiana. In un momento in cui il Governo, che tanto autorevolmente lei rappresenta, è impegnato con serietà, dedizione ed intelligenza a riscrivere il sistema delle regole non solo del mercato del lavoro italiano, ma anche delle relazioni industriali che costituiscono un fattore competitivo vettorialmente cruciale per il risanamento e la ripresa del Paese, questa sarebbe una sgrammaticatura, una claudicanza irrimediabile.
Signor Sottosegretario, guardiamo con grande favore al fatto che il Ministero degli affari esteri, nella prospettiva di quelle ragioni di tutela che ben comprendiamo, promuova l'introduzione, attraverso la contrattazione collettiva con le organizzazioni legittimate ad esercitarla, di una piattaforma comune di diritti sindacali minimi che potrebbero sostenere anche quei lavoratori che, essendo inquadrati in contratti locali, discendenti da leggi locali, altrimenti rischierebbero di vedere quel sistema di diritto inadeguatamente rappresentativo di uno standard internazionale che l'Italia riconosce doverosamente proprio. Si tratta, però, di un'attività radicalmente diversa dalla forzatura secondo la quale abusivamente chi è dipendente in base a una legge diversa e a un contratto diverso si troverebbe a rappresentare lavoratori regolati da altre leggi e altri contratti. Francamente, si tratta di un mostruoso OGM, di una creatura malefica e graveolente, di cui davvero non sentiamo bisogno di vedere l'immonda nascita. (Applausi dal Gruppo PdL).
SPADONI URBANI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SPADONI URBANI (PdL). Signor Presidente, signor Sottosegretario, chiedo di poter apporre la mia firma all'emendamento del collega Castro, che poi è il medesimo del collega Tonini e del relatore, perché - senza essere ripetitiva nelle mie valutazioni - posso perfettamente fare mie le parole da lui testé espresse.
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.
È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, rinuncio a intervenire. Lo farò successivamente, in sede di dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, il problema ormai è chiaro. Mi ricollego a quanto poc'anzi sottolineato dal collega Castro, ma al riguardo ho parlato a lungo anche con il senatore Micheloni.
In questo caso, non si tratta di negare qualcosa a qualcuno, ma si tratta del fatto che i funzionari italiani che lavorano all'estero presso le ambasciate, i consolati e gli istituti italiani di cultura siano inseriti con tutte le garanzie sindacali nei sindacati locali, anziché nel sindacato nazionale, poiché è là che possono essere tutelati in tutte le loro aspettative. In questo caso, non vi è una mancanza di tutela giuridica né sindacale. D'altra parte, la dichiarazione che Susanna Camusso ha fatto pervenire alla stampa va in questa direzione: noi vogliamo che questi nostri funzionari abbiano le stesse garanzie, le stesse tutele e gli stessi vantaggi che avrebbero con la RSU italiana ma, essendo già tutelati e inseriti in un sindacato nel luogo in cui lavorano, non vi è alcun rischio di...
ICHINO (PD). Non è la legge che può stabilire a quale sindacato appartenere!
BETTAMIO, relatore. Non è la legge? Vediamo. È su questo che non ci troviamo d'accordo, e non soltanto noi, perché io sto leggendo documenti che non sono stati predisposti dalla mia parte politica.
In questo senso sono stati presentati alcuni emendamenti: anche gli emendamenti 1.101, dei senatori Tonini e Marinaro, e 1.102, del senatore Castro, vanno in tale direzione. Sempre in questo senso va anche l'emendamento 1.100, presentato dai senatori Belisario e Pedica, che non identifica una diminuzione delle garanzie per questi lavoratori, ma prevede che tali persone vengano inquadrati nel sindacato del loro Paese.
Questo è quello che attualmente ci divide. Poi, tra breve, esamineremo le singole proposte emendative.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, signore e signori senatori, vorrei sottolineare tre punti a proposito di questo importante ed intenso dibattito.
Innanzitutto, sottolineo (se posso fare un commento) che in 42 anni ho personalmente visitato 83 Paesi in cui abbiamo rappresentanze diplomatiche italiane e devo confermare che il nostro staff locale svolge un ottimo lavoro e quindi merita attenzione. Al riguardo non vi sono dubbi. (Applausi dai Gruppi PD e IdV). Gli ambasciatori vengono e vanno, ma loro rimangono, me compreso, che andavo e partivo.
Ciò detto, mi rendo conto che il dibattito svolto - e mi complimento con il relatore per l'intensità con cui ha voluto portare avanti questo importante argomento - è molto intenso. Da una parte e dall'altra, voi state cercando di individuare una formula, almeno così mi auguro, che sia equa e nello stesso tempo fattibile ed operativa. Pertanto, quando avrete discusso ulteriormente tra voi questo punto, vi prego di arrivare ad una conclusione che tenga presente che non dobbiamo rompere l'armonia che più o meno esiste nell'ambito della Farnesina, tra fuori e dentro, perché alla fine dobbiamo renderla operativa. Sono appena tornato da una missione (che tra breve ripeterò), ma come è a tutti noto abbiamo molti impegni: dobbiamo tenere su il morale dei nostri colleghi, ma nello stesso tempo non dobbiamo produrre una situazione che non sia fattibile dal punto di vista operativo.
Se parliamo di diplomazia, dobbiamo evidenziare che c'è anche la diplomazia operativa. Quindi, troviamo una formula che non sia dilaniante, perché altrimenti alla fine non riusciremo a metterla in pratica, qualunque sia la decisione assunta. Questo è il punto di vista che mi permetto di portare avanti. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e del senatore Gramazio).
PRESIDENTE. Invito la senatrice Segretario a dare lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame e sugli emendamenti.
MONGIELLO, segretario. «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo ed i relativi emendamenti trasmessi dall'Assemblea, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo sul testo e parere contrario sugli emendamenti».
PRESIDENTE. Colleghi, prima di passare all'esame degli emendamenti presentati, la Presidenza avverte che tutte le proposte di modifica tendono a sostituire integralmente il testo del disegno di legge in esame mediante una nuova formulazione dell'articolo 1 e la conseguente soppressione dell'articolo 2.
Per questo, un eventuale voto favorevole su uno di tali emendamenti si dovrà considerare equivalente alla votazione dell'intero provvedimento e non si darà corso, pertanto, ad altri voti, intendendosi così approvato il disegno di legge nel suo complesso.
Procediamo all'esame degli articoli del disegno di legge n. 1843.
Passiamo all'esame dell'articolo 1, sul quale sono stati presentati emendamenti che invito i presentatori ad illustrare.
TONINI (PD). Signor Presidente, annuncio il ritiro dell'emendamento 1.101, recante la mia firma e quella della senatrice Marinaro.
BETTAMIO, relatore. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, ho preso atto del ritiro dell'emendamento 1.101 da parte dei suoi presentatori. Lo faccio mio, con una correzione, non di contenuto ma di testo.
L'emendamento recita: «A tutto il personale assunto presso le rappresentanze diplomatiche e consolari e degli Istituti italiani di cultura, con contratto regolato dalla legge locale, è riconosciuto, in relazione alla peculiarità dello specifico rapporto di lavoro ed indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza, il diritto alla rappresentanza sindacale nel luogo di lavoro, con modalità elettorali definite entro e non oltre il 30 settembre 2012». A questo punto io aggiungerei: «con decreto adottato dai Ministeri del lavoro e delle politiche sociali e degli affari esteri». Altrimenti, non si capisce, relativamente alle modalità elettorali definite d'intesa con il Ministero del lavoro, quale sia lo strumento giuridico che permetta questa intesa.
Lo strumento giuridico è un decreto adottato dai Ministeri del lavoro e delle politiche sociali e degli affari esteri. Questa è l'unica modifica che apporto, ed è una modifica meramente redazionale. Per il resto, signor Presidente, faccio mio l'emendamento.
PRESIDENTE. La Presidenza ne prende atto.
CASTRO (PdL). Signor Presidente, l'emendamento 1.102 da me sottoscritto è sostanzialmente convergente con quello presentato dal relatore. Dunque, laddove dovesse essere approvato l'emendamento del relatore, io sono pronto al ritiro di quello a mia firma.
Il mio emendamento serve solo a una formulazione particolarmente attenta alle doppie ragioni emerse nel dibattito: da un lato, le ragioni della purezza dei principi fondativi delle relazioni industriali e della rappresentanza nel nostro Paese, e dall'altro l'esigenza che questi preziosi collaboratori del Ministero degli affari esteri possano trovare una adeguata rappresentanza della propria condizione contrattuale senza violare i principi generali.
BETTAMIO, relatore. Signor Presidente, l'emendamento 1.1, da me presentato, va nel senso che descrivevo nella mia relazione. Il personale assunto con contratto, se lavora nelle sedi all'estero, ha, per il rapporto di lavoro, il diritto della rappresentanza sindacale nel luogo di lavoro.
Ripetiamo ancora che le garanzie e tutto quanto riguarda questo personale devono essere assicurati dalla rappresentanza sindacale del luogo in cui lavora, anziché farli trasferire nel sindacato italiano. È il principio che affermano anche gli emendamenti 1.101 (testo 2) e 1.102.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.
BETTAMIO, relatore. L'emendamento 1.100, presentato dai senatori Belisario e Pedica, afferma che le modalità tramite le quali è riconosciuta al personale una specifica rappresentanza sindacale non devono essere in contrasto con le disposizioni vigenti in materia, ma, poiché appare leggermente modificato, esprimo parere contrario, preferendo la formula contenuta negli emendamenti 1.101, 1.102 e 1.1. (Commenti dal Gruppo IdV).
Esprimo parere favorevole sull'emendamento 1.102 del senatore Castro. Tuttavia, ripeto che, poiché l'emendamento 1.101, presentato e poi ritirato dai senatori Tonini e Marinaro, riassume a mio avviso anche i successivi, l'1.102 e l'1.1, lo faccio mio,, con le modifiche che ho poc'anzi indicato.
CASTRO (PdL). Signor Presidente, dichiaro la mia disponibilità a ritirare l'emendamento 1.102, a fronte della probabile approvazione dell'emendamento 1.101 (testo 2) del relatore.
PRESIDENTE. Senatore Bettamio, a questo punto anche il suo emendamento 1.1 è ritirato.
BETTAMIO, relatore. Sì, signor Presidente, in quanto risulta preferibile l'emendamento 1.101 (testo 2).
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Vorrei esprimere non tanto un parere, quanto una richiesta. (Proteste dal Gruppo LNP). Vorrei chiedere il rinvio della discussione, perché trovo che in questo caso la situazione sia diventata complicata.
PRESIDENTE. Signor Sottosegretario, lei ha chiesto il rinvio della discussione, ma è comunque chiamato ad esprimere un parere sugli emendamenti: un parere che può essere favorevole o contrario, oppure di rimessione all'Aula.
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, chiedo il rinvio proprio perché intendo studiare meglio, insieme ai miei colleghi, gli emendamenti in esame. (Commenti dal Gruppo LNP).
PRESIDENTE. Sulla richiesta avanzata dal Sottosegretario, do la parola ad un rappresentante per Gruppo.
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Signor Presidente, il provvedimento ha suscitato varie discussioni e vi sono ancora dubbi su alcuni aspetti legati alla compatibilità di certe norme con il tipo di organizzazione del Ministero degli affari esteri. Il nostro Gruppo ritiene saggio un approfondimento e quindi un differimento dell'esame del provvedimento. Se poi sarà possibile trovare delle soluzioni, ben vengano, altrimenti il provvedimento si concluderà in una delle prossime sedute.
Non nego l'importanza del disegno di legge, ma un suo differimento alla settimana prossima per una maggiore riflessione sulle questioni che lo stesso rappresentante del Governo ha rilevato poc'anzi non credo turbi in alcun modo gli equilibri politici generali. Se poi maturasse un clima di condivisione su taluni aspetti non potrà che essere positivo; altrimenti, il provvedimento verrà posto all'ordine del giorno dell'Aula e si procederà secondo l'iter ordinario.
Credo pertanto che un differimento alla seduta di martedì prossimo potrebbe essere condivisibile, e per tale ragione il nostro Gruppo concorda con la richiesta avanzata dal Sottosegretario.
TONINI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signor Presidente, mi duole dirlo al sottosegretario De Mistura, che conosce la stima che ho per lui, ma credo che non serva un ulteriore rinvio, perché a questo punto l'esame di questo testo, dal punto di vista parlamentare, è arcimaturo. Il testo è stato infatti esaminato dalla Camera ed è stato approvato all'unanimità, addirittura in sede legislativa, dalla Commissione esteri, sentiti i pareri di tutte le Commissioni e del Governo di allora, quello presieduto dall'onorevole Berlusconi. Poi è arrivato in Senato ed è stato oggetto di una lunga riflessione della Commissione esteri, che ha raccolto i pareri di tutte le Commissioni. Pareri anche discordi, perché abbiamo sentito il parere, a maggioranza, della Commissione lavoro e il parere della Commissione bilancio, che, per quanto di sua competenza, è stato di segno opposto. Il provvedimento è infine arrivato in Aula. È stato rinviato in Commissione per un supplemento d'istruttoria. Il relatore Bettamio ha costituito un Comitato ristretto, che si è riunito più volte. Abbiamo esaminato tutte le possibilità di compromesso e siamo arrivati fino al punto di presentare questi emendamenti. Alla fine, come sempre avviene in Parlamento, siamo arrivati al nodo. Solo che dopo aver provato in tutti i modi a scioglierlo, va tagliato. Credo sia arrivato il momento di tagliarlo.
Semmai chiederei al Governo di rimettersi all'Aula: questo ci renderebbe tutti più sereni. Arriviamo a risolvere questo problema, approvando o non approvando il testo giunto dalla Camera, che una parte consistente dell'Aula considera il testo giusto da approvare in questo momento.
Ho tutto il rispetto per gli argomenti di dottrina portati dal senatore Castro, ma il senatore Castro credo abbia altrettanto rispetto per gli argomenti di dottrina portati dal collega Ichino, che sono uguali e contrari a quelli da lui sostenuti. Siamo in una terra molto incognita, per certi versi controversa, perché è una situazione molto particolare. Credo sia arrivato il momento di tagliare il nodo, come deve fare un Parlamento, con assoluta serenità. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Giai e Pistorio).
SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, anche il nostro Gruppo è contrario, con tutto il rispetto che il sottosegretario De Mistura sa che esso ha per lui, al rinvio. È stato fatto un lungo percorso, dalla Camera ad oggi. Credo non ci sia alcuna necessità per un ulteriore rinvio. Le ragioni le ha già espresse il senatore Tonini e le condividiamo.
PEDICA (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signor Presidente, anche il Gruppo dell'Italia dei Valori è contrario al rinvio. Mi sembra innaturale che, quando la Camera dei deputati vota in modo unitario, noi dobbiamo fermare la volontà di andare avanti. Non ci dobbiamo fermare. Dobbiamo rispettare il voto della Camera. Condivido le parole del collega Tonini. Bisogna andare avanti e avere il coraggio di andare avanti. Il Governo non si faccia fermare!
PRESIDENTE. Il Governo insiste per il rinvio o preferisce rimettersi all'Aula? (Commenti dal Gruppo LNP).
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, prima di tutto voglio ringraziare per le parole di stima e di apprezzamento, che ricambio nei vostri confronti. (Commenti dal Gruppo LNP).
Posso solo dire una cosa: che sono stato appena paracadutato qui dall'India e ho trovato questa questione. Sento che c'è una forte tensione, che non vorrei si ripercuotesse all'interno della Farnesina. Tutto qui. Di conseguenza, a nostro parere, qualunque sia la decisione del Senato - voi siete sovrani in questo - desidero ricordarvi che non vogliamo, per la Farnesina, che sta affrontando varie sfide, una soluzione che produca una tensione interna in un momento in cui non ne abbiamo bisogno.
In conclusione, è per questo che ritenevo più utile - per me e per il Governo - un rinvio, così da poter esaminare i vari emendamenti. Tuttavia, il Senato è sovrano e un Governo tecnico sarà il primo a rispettare le sue decisioni, come voi sapete. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta di rinvio della discussione del disegno di legge, avanzata dal Governo.
Non è approvata.
Signor Sottosegretario, essendo stata respinta la proposta di rinvio, la invito a esprimere il suo parere sugli emendamenti presentati.
Desidero esprimere intanto il mio apprezzamento per la sua disponibilità e per il fatto che è presente in Aula.
Le ricordo che sugli emendamenti può esprimere un parere favorevole o contrario, potendo altresì rimettersi all'Aula. (Commenti dal Gruppo LNP).
CASTELLI (LNP). Domando di parlare. (Commenti dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTELLI (LNP). Signor Presidente, intervengo sull'ordine dei lavori.
Lo dico senza iattanza né sicumera, ma solo per rendere euristici i nostri lavori. Siccome non è la prima volta che vediamo un membro di questo nuovo Governo venire in Aula totalmente inconscio di qualsiasi procedura, norma regolamentare, prassi e fattispecie, consiglierei alla Presidenza, se possibile, di far loro prima un corso di un'oretta sui rudimenti del Regolamento, in modo da non perdere tempo. (Applausi dal Gruppo LNP. Commenti dal Gruppo PD).
Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,47)
GASPARRI (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GASPARRI (PdL). Vorrei ringraziare il rappresentante del Governo perché ha fatto una proposta ragionevole. L'Aula, con voto per alzata di mano, non l'ha condivisa e procede quindi nei suoi lavori, come è normale in qualsiasi Assemblea parlamentare. (Applausi dai Gruppi PdL, PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
PRESIDENTE. Invito il rappresentante del Governo a pronunziarsi sugli emendamenti in esame.
DE MISTURA, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Ringrazio per il consiglio, che terrò seriamente da conto. (Applausi dai Gruppi PdL, PD e CN:GS-SI-PID-IB-FI).
Come ho detto poco fa, un Governo, e soprattutto un Governo tecnico, rispetta l'Assemblea. Di conseguenza, il mio parere in questo momento si ferma lì: lascio a voi di decidere. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, CN:GS-SI-PID-IB-FI e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).
PRESIDENTE. Il Governo si rimette quindi all'Assemblea.
Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.100.
TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signora Presidente, il mio è un appello al collega Belisario a ritirare l'emendamento 1.100. Altrimenti, dovremmo votare contro questo emendamento per le ragioni generali già dette. Ma vi è anche una ragione di merito che vorrei approfondire con il presidente Belisario, in merito a quanto stabilito al comma 2-ter dell'emendamento, quando si legge: «disciplina le modalità tramite le quali è riconosciuta al personale a contratto una specifica rappresentanza sindacale, non in contrasto con le disposizioni vigenti in materia, nei Paesi in cui il personale svolge il proprio lavoro».
È del tutto evidente che ci sono Paesi nei quali è proibita qualunque attività sindacale. Nessuna legge italiana può rinviare alla legge di un Paese nel quale noi siamo presenti con le nostre rappresentanze per la definizione di un diritto essenziale dell'uomo, come il diritto alla rappresentanza sindacale. (Commenti del senatore Morando). Quindi, anche per questa ragione, invito caldamente il collega Belisario a ritirare 1.100. (Applausi dal Gruppo PD).
MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA (PdL). Signora Presidente, svolgerò una dichiarazione che riguarda tutti gli emendamenti. Il problema è molto semplice, anche se sono stati presentati quattro emendamenti diversi. Anche noi invitiamo il senatore Belisario, il senatore Castro e il relatore a ritirare gli emendamenti e convergiamo sull'emendamento 1.101 (testo 2). Non è un giochino di cucina parlamentare fare nostro un emendamento che oggi non è più condiviso da chi lo aveva esteso. Questo spiega solamente, al di là delle norme di diritto, di cosa stiamo parlando: ho la vaga sensazione che siamo in un momento nel quale l'Assemblea sta approvando un provvedimento importante, forse non avendo coscienza di cosa significa. Non è una questione di diritto.
Noi stiamo affrontando un periodo estremamente difficile al Ministero degli affari esteri. Ne stiamo parlando. Il collega Tonini fa addirittura parte del «Comitato spending review» del Ministero degli affari esteri, quindi ancora più di me conosce i termini del problema. Da parte mia li conosco per antica e passata frequentazione della Farnesina.
In questo momento abbiamo una situazione anomala rispetto gli altri Paesi europei: abbiamo infatti una prevalenza di personale del Ministero degli affari esteri mandato all'estero. Ed abbiamo una forte presenza, ma comunque meno del 50 per cento di personale locale assunto a contratto, con costi evidentemente inferiori. È chiaro che quando mandiamo un funzionario dall'Italia all'estero bisogna dargli una serie di indennità per affrontare spese ulteriori, per trasferire la famiglia e così via.
Una delle ipotesi che credo verrà attuata in questa spending review è di adeguarci agli altri Paesi europei, nei quali i contrattisti locali sono la grande maggioranza: secondo il Foreign Office inglese, quasi l'80 per cento del personale delle ambasciate all'estero è rappresentato da personale locale. Sostanzialmente, la tendenza è quella di mandare all'estero i diplomatici e forse i capi delle amministrazioni per un problema rispetto alla Ragioneria generale, ma ciò non riguarda il resto del personale - come centralinisti, archivisti, autisti e non professori universitari di Berkeley o del MIT di Boston - che deve collaborare con la nostra amministrazione.
Quindi, ciò che stiamo decidendo oggi va immaginato nella prospettiva verso la quale stiamo andando. Una prospettiva che si realizzerà in 3, 5, 10 anni - non lo so - e forse lo deciderà il ministro Terzi sulla base anche, lo auspico, delle proposte della spending review. Oggi stiamo parlando di 1.200, 1.300 persone che lavorano per gli uffici italiani all'estero del Ministero degli affari esteri, che sono locali ed hanno il contratto locale. Se questa cosa che ho detto, che è un lavoro che stiamo facendo, dovesse andare in porto, queste 1.200 persone diventeranno circa 3.000, un numero certamente più importante di quello che oggi noi abbiamo. Qui si pone un problema che è di diritto sindacale certamente, ma anche operativo. Noi andiamo a dare il diritto di voto all'interno della rappresentanza sindacale unitaria del Ministero degli affari esteri per i problemi che i sindacati legittimamente rappresentano all'interno del Ministero; diamo una rappresentanza sostanzialmente maggioritaria - se diventano l'80 per cento assumono un peso importante all'interno del Ministero - e, pertanto, gli italiani saranno rappresentati in buona parte da coloro che lavorano all'estero che saranno, professor Ichino, non solo europei, ma anche argentini, brasiliani, venezuelani, americani. Non è solo un problema di diritto europeo.
Qual è la proposta del Ministero e di molte organizzazioni sindacali? È inutile che in Aula ci prendiamo in giro. Per la prima volta in vita mia sto rappresentando gli interessi della CGIL della signora Susanna Camusso e concordo con lei e con la posizione della CGIL. Non è un problema ideologico, per cui la destra sostiene una tesi e la sinistra un'altra; è un problema interno al mondo sindacale, alla Farnesina e alla funzionalità della Farnesina. Nessuno toglie i diritti sindacali; vivono nei loro Paesi, lavorano, hanno un contratto di quel Paese e sono, quindi, cittadini inquadrati, anche se il loro datore di lavoro sta all'estero. È come se uno fosse dipendente della General Motors e lavorasse in Italia. Non è un mistero. Non credo che i dipendenti della General Motors in Italia votino per i sindacati americani o per la rappresentanza a Detroit, voteranno per la loro rappresentanza.
Nel momento in cui ci viene chiesto di riconoscere (sono due forme diverse di appartenenza alla struttura e due modi diversi di rapportarsi alla struttura), noi prendiamo questa posizione, ma vorrei invitare delicatamente gli amici - di questo tema abbiamo parlato diffusamente - a prendere in considerazione il fatto che non c'è una posizione sindacale conservativa e reazionaria, ma un problema vero: noi apriamo una finestra che è pericolosa perché è evidente, umano e comprensibile che uno che proviene dalla rappresentanza sindacale cerca di portare a sé le garanzie ulteriori che sono in Italia. Il nostro Paese, come sappiamo, in materia di garanzie dei lavoratori non sarà brillantissimo, ma rispetto ad altri Paesi - penso alla Svizzera - è molto diverso. Il Sottosegretario invitava, come ho fatto molte volte io prima di lui in qualità di Sottosegretario, a riflettere seriamente. Se non lo vogliamo fare e preferiamo passare alla trattazione in Aula, non c'è problema.
Credo che la situazione dopo le dichiarazioni di voto sia abbastanza evidente; ritengo sia un errore quello che sta pensando di fare il Parlamento. Ho dei timori perché vi sono anche dei voti a dispetto, che in questo momento sono pericolosissimi. Capisco chi vota convintamente contro questo emendamento, perché ne abbiamo discusso molto e so che ci sono due orientamenti diversi, però trattare un tema estremamente delicato con i voti a dispetto non mi pare serio per un'iniziativa di questo genere.
Detto questo, a nome del Gruppo del PdL, dopo aver spiegato come ci comportiamo sugli emendamenti, confermo che voteremo a favore dell'emendamento 1.101 (testo 2) del relatore. Ci rimettiamo all'Aula, com'è doveroso fare da parte nostra, e invito i colleghi degli altri Gruppi a considerare la delicatezza dell'argomento, che è certamente un problema di diritti sindacali che nessuno nega, ma anche un problema di funzionalità di un Ministero che all'estero mi pare sia notevolmente impegnato. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. Senatore Belisario, insiste per la votazione dell'emendamento 1.100?
BELISARIO (IdV). Signora Presidente, l'emendamento 1.100 era volto a migliorare complessivamente la funzionalità della rappresentanza sindacale e anche a garantirla al meglio. Ci rendiamo conto che tale proposta potrebbe essere strumentalizzata ad altri fini ma, per coerenza, non intendo ritirare l'emendamento.
MURA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 1.100, presentato dal senatore Belisario.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn. 1843 e 978
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 1.101 (testo 2).
Onorevoli colleghi, poiché tale emendamento è stato fatto proprio dal relatore, la Presidenza ribadisce, come è già stato detto, che in caso di sua approvazione non si darà corso al voto finale del disegno di legge. Essa invita pertanto i senatori iscritti in dichiarazione di voto finale a svolgere i propri interventi prima della votazione di tale emendamento.
TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signora Presidente, voteremo contro questo emendamento, per le ragioni, che in gran parte condivido, ricordate dal senatore Mantica e che lo porteranno invece a votare a favore.
Dall'esame della situazione che ha fatto il collega Mantica si evince infatti un dato di fondo, e cioè che questa dei contrattisti nelle nostre rappresentanze, sia diplomatiche, che consolari, che degli istituti italiani di cultura, non è una categoria residuale: al contrario, si tratta probabilmente del nerbo, a parte il personale diplomatico ovviamente, delle cosiddette aree funzionali del nostro Ministero degli affari esteri nella sua proiezione internazionale. Risolvere allora in maniera compiuta il problema della rappresentanza sindacale di questi soggetti è un'esigenza in funzione della stessa razionalizzazione della spesa del Ministero che stiamo portando avanti.
In merito, ci sono naturalmente divaricazioni all'interno della rappresentanza sindacale, perché è evidente che coloro che rappresentano il personale storico, per così dire, il personale di ruolo, quello che tradizionalmente veniva mandato all'estero dall'Italia, resistono a questa idea. Ciò è in gran parte comprensibile, anche se abbiamo notato delle aperture e questa stessa proposta di mediazione in questo momento sul tappeto indica tale consapevolezza generale di andare verso una maggiore apertura. Tuttavia, ad un esame più attento, la soluzione individuata nell'emendamento non è parsa soddisfacente e, quindi, abbiamo ritenuto che fosse preferibile ritirarlo in questo momento proprio per un approfondimento di tale consapevolezza. È il contrario di ciò che diceva il collega Mantica: qui non c'è nessun voto a dispetto, c'è un voto di assoluta riflessione che ci porta a dire che il testo della Camera, alla fine, è la soluzione dal nostro punto di vista più accettabile. Per questo voteremo contro l'emendamento. (Applausi dal Gruppo PD).
TOFANI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOFANI (PdL). Signora Presidente, questa mia dichiarazione non coincide, come lei ha detto prima, con la dichiarazione di voto del Gruppo, perché dissento da tale emendamento per un motivo di fondo.
Ho avuto modo di approfondire questo tema in quanto relatore designato prima che cambiassi Commissione e quindi il senatore Bettamio, che adesso egregiamente sta svolgendo il ruolo di relatore, iniziasse a seguire questo provvedimento.
Pongo all'Assemblea e a me stesso il seguente quesito: di quale personale stiamo parlando? Stiamo parlando di personale che non ha un contratto di lavoro italiano, che ha un contratto di lavoro locale. Non c'è, quindi, una dipendenza con il Ministero degli esteri. Tra l'altro, non si tratta di un unico contratto, sia pure spalmato nelle varie realtà internazionali dove si va a determinare, ma sono contratti singoli, neanche per ogni Nazione, ma per ogni territorio.
A questo punto, allora, come facciamo, non essendo la maggior parte delle persone che hanno o che avranno questo contratto neanche cittadini italiani, pensare noi di regolare le loro relazioni sindacali? È un quesito che per mesi ci ha imposto in Commissione una serie di riflessioni e una serie di audizioni. Al di là delle sensibilità dei vari organismi sindacali, e non solo, che abbiamo sentito, nessuno è riuscito a dare una risposta convincente, non perché non fossero convincenti gli interlocutori, ma perché è un argomento scritto sull'acqua e non può essere visibile, perché le onde lo cancellano.
Ci stiamo, quindi, arrogando il compito di svolgere noi attività di coordinamento, anche da un punto di vista legislativo. Infatti, l'emendamento non ne parla, ma mi chiedo se lo Statuto dei lavoratori verrà comunque tenuto presente come elemento di riferimento da queste realtà sindacali che si andranno organizzando all'estero. Ma come sarà possibile tenerlo presente se questi signori non sono cittadini italiani? Quale apporto riceveranno effettivamente, se non un generico, ma pur importante - che io condivido - principio secondo il quale devono avere il diritto di organizzarsi sindacalmente? Bene: che si organizzino lì sindacalmente.
Signora Presidente, anche i lavoratori delle multinazionali, che operano in varie Nazioni e in vari territori nel mondo, o hanno un riferimento contrattuale tale che in qualche modo vi siano regole comuni, oppure si adeguano alle specificità del luogo in cui vanno, non solo da un punto di vista economico (si considerino, ad esempio, le delocalizzazioni), ma anche da un punto di vista giuridico.
Per questo motivo, ho molto apprezzato la proposta del Sottosegretario - e lo ringrazio per questo - di chiedere un maggiore approfondimento; dato che non se ne è data la possibilità, io non sono d'accordo e non voterò questo emendamento. (Applausi dal Gruppo PdL).
GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, onorevoli colleghi, mi meraviglio veramente del senatore Mantica, perché lui sa perfettamente che tutti gli impiegati assunti dai consolati, dalle ambasciate e dagli istituti di cultura sono italiani e non hanno alcun diritto sindacale nel luogo di lavoro perché non esiste un sindacato che li possa sostenere.
MANTICA (PdL). Quelli di Rosario che votano per te!
GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Se questo emendamento sarà approvato - interverrò poi nella dichiarazione di voto finale - non potrò sostenere questo disegno di legge. (Applausi del senatore Peterlini. Congratulazioni).
MURA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 1.101 (testo 2), presentato dai senatori Tonini e Marinaro, ritirato dai proponenti e fatto proprio dal relatore.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione del disegno di legge nn. 1843 e 978
CASTRO (PdL). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CASTRO (PdL). Signora Presidente, a questo punto chiedo di mettere in votazione l'emendamento 1.102, in quanto l'eventuale ritiro di tale emendamento era condizionato all'approvazione dell'1.101.
PRESIDENTE. Passiamo allora alla votazione dell'emendamento 1.102.
TREU (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TREU (PD). Signora Presidente, io non avrei voluto intervenire ma dato che vi è stata una variazione delle posizioni, aderisco agli argomenti generali espressi in particolare dal senatore Tonini. Comunque, per motivare il voto contrario sull'emendamento 1.102 reintrodotto dal collega Castro, voglio solo aggiungere che gli argomenti da lui così appassionatamente sostenuti poco fa, secondo i quali si violerebbero i principi fondamentali dell'ordinamento italiano, mi sembrano veramente forzati. Infatti, oltre al fatto che esiste ormai una normativa internazionale in materia ricordata anche dal collega Ichino, in realtà non è così perché gli esempi addotti dal senatore Castro relativamente all'opportunità e all'impossibilità di far votare insieme persone diverse, dipendenti da situazioni diverse, non si attagliano alla situazione attuale nella quale vi sono lavoratori che dipendono dalla stessa realtà produttiva - in questo caso, in senso lato, le nostre ambasciate - che svolgono lavori simili e sono colleghi. Quindi, con gli accorgimenti del caso e ricordando che le indicazioni emerse dal dibattito si possono seguire anche sulla base di un ordine del giorno, farli votare insieme risponde ad un fondamentale principio, nient'affatto contrario al nostro ordinamento.
Per queste motivazioni, il mio voto sull'emendamento 1.102 sarà contrario. (Applausi del senatore Morando).
BETTAMIO, relatore. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BETTAMIO, relatore. Poiché l'emendamento 1.101 è stato respinto, vorrei precisare che il mio parere sull'emendamento 1.102 è favorevole.
MURA (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 1.102, presentato dai senatori Castro e Spadoni Urbani.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato non approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn. 1843 e 978
PRESIDENTE. L'emendamento 1.1 è stato ritirato.
Passiamo alla votazione dell'articolo 1.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn. 1843 e 978
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 2.
MURA (LNP). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Mura, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 2.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn. 1843 e 978
PRESIDENTE.
Passiamo alla votazione finale.
PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signora Presidente, desidero intervenire brevemente, chiedendole l'autorizzazione a consegnare agli atti il testo integrale del mio intervento affinché venga allegato al Resoconto della seduta odierna.
Com'è noto, il personale del Ministero degli affari esteri assunto localmente ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, come modificato dal decreto legislativo n. 103 del 2000, è da ritenersi a tutti gli effetti personale civile della pubblica amministrazione, in linea con le previsioni dell'articolo 93 del suddetto decreto del Presidente della Repubblica, sostituito dall'articolo 11 della legge n. 109 del 2003, che recita come segue: «Il personale dell'Amministrazione degli affari esteri è costituito dalla carriera diplomatica, disciplinata dal proprio ordinamento di settore, dalla dirigenza e dal personale delle aree funzionali, come definiti e disciplinati dalla norma vigente, nonché dagli impiegati a contratto in servizio presso le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari e gli istituti di cultura». Pertanto, al personale in questione sono applicabili il decreto legislativo n. 65 del 2001 e lo Statuto dei lavoratori.
Ciò premesso, e proprio in considerazione delle norme citate, richiamo l'attenzione sul fatto che questo personale ha avuto il diritto di elettorato attivo e passivo per il voto delle RSU in occasione della prima tornata elettorale, avvenuta nel 1998.
Proprio questo specifico aspetto, che rende il luogo di lavoro una «fortezza inespugnabile» da parte di magistrati e sindacati locali per via dell'extraterritorialità nonché dell'immunità diplomatica della quale godono i capi missione, pone il problema, non più procrastinabile, dell'assenza totale di tutela sindacale per questi lavoratori relativamente al proprio posto di lavoro.
Non dimentichiamo, inoltre, che il diritto alla rappresentanza sindacale, oltre ad essere previsto dalla normativa citata, è garantito anche dall'articolo 39 della nostra Costituzione, che stabilisce come l'organizzazione sindacale sia libera - e tale deve essere: lo ricordo all'amico e collega Castro - collocandolo questo tra i diritti fondamentali di tutti i lavoratori.
Non posso quindi fare a meno di esprimere la soddisfazione mia personale e del Gruppo dell'Italia dei Valori in relazione al testo che stiamo per votare e che è già stato approvato dalla Camera, il quale va considerato come un risultato importante per la democrazia e la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Per questi motivi, dichiaro a nome del Gruppo dell'Italia dei Valori il voto favorevole al provvedimento in esame.
Prima di concludere, signora Presidente, per completezza, vorrei precisare che noi abbiamo votato il nostro emendamento, il quale volutamente - come ha sottolineato il presidente Belisario - non è stato ritirato, proprio per non essere considerato, come qualcuno avrebbe voluto, un oggetto strumentale, ma per chiarire alcuni concetti che il presidente Belisario ha ben evidenziato. La tutela dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali deve essere garantita, come recita l'articolo 39 della Costituzione, lo ribadisco: dal momento che ci atteniamo a questi principi, esprimeremo convintamente un voto favorevole su questo disegno di legge. (Applausi del senatore Peterlini).
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza a consegnare il testo integrale del suo intervento.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, signor Sottosegretario, il disegno di legge che stiamo discutendo animatamente oggi va a colmare una lacuna presente nel nostro ordinamento giudiziario in materia di lavoro e di diritti sindacali.
Com'è noto, infatti, in base agli accordi quadro sulla rappresentanza sindacale presso le amministrazioni pubbliche siglati dall'ARAN, i lavoratori assunti con i contratti regolati dalla normativa locale presso le nostre sedi di rappresentanza diplomatica, presso gli uffici consolari e gli istituti italiani di cultura all'estero subiscono una discriminazione ingiustificata in tema di diritti sindacali.
Si tratta, per essere più precisi, di circa 1.200 persone che lavorano regolarmente, con professionalità, presso le nostre sedi diplomatiche all'estero e che si ritrovano, di fatto, anzitutto ad essere esclusi dal diritto di esprimere il proprio orientamento e la propria preferenza in occasione delle elezioni delle RSU.
In secondo luogo, il personale assunto presso le sedi diplomatiche all'estero sulla base dei contratti regolati dalla normativa locale non viene nemmeno computato ai fini del calcolo della rappresentatività di ciascuna organizzazione sindacale.
Come già ampiamente sottolineato sia alla Camera dei deputati che da alcuni colleghi qui, in Senato, l'esclusione dal voto e dal computo della rappresentatività sindacale dei contrattisti presso le sedi diplomatiche all'estero si scontra con almeno tre principali fondamenti normativi.
Il primo riguarda i criteri ispiratori del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, in materia di organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego, e successivamente del più recente decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165, che riguarda ancor più in generale l'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche. Lo spirito di tali provvedimenti è infatti proprio quello di garantire a tutti i lavoratori la partecipazione alle consultazioni per le RSU.
Il secondo riguarda la normativa europea e comunitaria, e in particolare sia l'articolo 39, comma 2, del Trattato dell'Unione europea, sia l'articolo 8, comma 1, del regolamento 1612 del 1968 in materia di libera circolazione dei lavoratori all'interno dell'Unione europea. In base a tale normativa, ad ogni lavoratore europeo occupato deve essere assicurata la parità di trattamento in materia di diritti sindacali e deve essere garantita l'effettiva possibilità di esercitare in particolare l'elettorato attivo e passivo nell'ambito degli organi di rappresentanza dei lavoratori.
Infine, vi è l'articolo 93 del decreto del Presidente della Repubblica del 5 gennaio 1967, n. 18, il quale prevede esplicitamente che gli impiegati a contratto in servizio presso le sedi di rappresentanza diplomatica, gli uffici consolari e gli istituti italiani di cultura all'estero sono in tutto e per tutto assimilati al personale dell'Amministrazione degli affari esteri appartenente alle aree funzionali come definito dalla normativa vigente.
Ribadisco che mi trovo pienamente d'accordo con il contenuto del presente disegno di legge, che finalmente colma questa grave lacuna introducendo esplicitamente all'interno del decreto legislativo n. 165 del 2001 la partecipazione alla costituzione delle RSU anche del personale assunto presso le sedi diplomatiche e consolari e presso gli istituti di cultura in base a contratti regolati dalla legge locale. Inoltre, esso inserisce una norma in base alla quale si deve tenere conto di suddetto personale ai fini del calcolo della rappresentatività sindacale.
Il disegno di legge, infine, estende anche a questi lavoratori la disciplina relativa alle aspettative e ai permessi sindacali.
Riteniamo importanti le norme contenute in questo disegno di legge, perché investono un numero di persone non certo piccolo, che costituisce circa la metà dell'intero nostro personale all'estero e che - come ho avuto modo di dire poc'anzi e come ha evidenziato anche il signor Sottosegretario - svolge un ruolo di grande rilievo presso le nostre sedi diplomatiche. Il numero di questi lavoratori, poi, è destinato ad aumentare nel tempo. Per rendersi conto di ciò basta considerare che, se nei nostri uffici all'estero esso è circa il 50 per cento, nelle sedi diplomatiche di altri Paesi europei questo tipo di personale rappresenta circa l'80 per cento. Insomma, si tratta di una platea vasta e di grande professionalità che merita di ricevere tutte le adeguate garanzie al pari del restante personale della pubblica amministrazione.
Il testo pervenuto dalla Camera dei deputati è frutto di un ottimo lavoro, e vanno il più possibile preservati i principi che ispirano il medesimo testo. In sintesi, tutti i lavoratori debbono essere egualmente rappresentati all'interno dei sindacati, sia per quanto concerne il diritto di esprimere la propria preferenza nelle consultazioni per le RSU, sia per quanto riguarda il computo della rappresentanza sindacale. L'ipotesi, che pure è emersa nel corso della discussione qui al Senato, di creare una sorta di rappresentanza sindacale di serie B per questi lavoratori del Ministero degli affari esteri presso le sedi diplomatiche all'estero, a mio avviso, è una deriva pericolosa.
Mi rendo conto che l'approvazione di questo disegno di legge non collima propriamente con l'interesse di alcune rappresentanze sindacali (ed è incredibile che lo dica io), ma per me la giustizia, l'uguaglianza e la parità di diritti di tutti i lavoratori sono valori che vengono prima dei calcoli di potere. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI. Congratulazioni).
Saluto a una rappresentanza di studenti
PRESIDENTE. A nome dell'Assemblea, saluto gli insegnanti e gli allievi del Liceo scientifico «De Carlo» di Giugliano, in provincia di Napoli, presenti nelle tribune. (Applausi).
Ripresa della discussione dei disegni di legge nn. 1843e 978 (ore 12,25)
GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIAI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, il provvedimento che oggi ci accingiamo a votare (nella speranza che il testo venga approvato così come licenziato dalla Camera dei deputati e come concluso dalla 3a Commissione del Senato), concerne la delicata situazione dei lavoratori del Ministero degli affari esteri, sia cittadini italiani, sia di altre nazionalità.
Il loro rapporto di lavoro è regolato dalla legge del Paese straniero in cui si trova la rappresentanza diplomatica o consolare o l'istituto italiano di cultura, e ai lavoratori - oltre a non venir offerta alcuna tutela retributiva, assistenziale e previdenziale - non è data la possibilità di esercitare liberamente i diritti sindacali. Non essendo, infatti, destinatari della contrattazione collettiva, essi, in base alla normativa vigente, sono esclusi dalla partecipazione alle elezioni delle rappresentanze sindacale unitarie (RSU).
L'iter legislativo ha avuto inizio alla Camera dei deputati, dove il provvedimento è stato approvato da parte di tutte le forze politiche e con l'accordo del precedente Governo. Questo ci fa capire quanto fosse importante approvare il provvedimento al fine di tutelare questo gruppo di contrattisti che forniscono un elevato contributo alla nostra rappresentatività.
Nel corso del dibattito parlamentare è stato forte il nostro impegno, sia in Commissione che in Aula, per un intervento teso a sanare la situazione in cui versano i lavoratori e le lavoratrici del Ministero degli affari esteri, ingiustamente discriminati sotto molteplici aspetti nella regolamentazione contrattuale, e privi dei più basilari diritti, a fronte dei regimi contrattuali diversi cui sono soggetti, e definiti «contratti a legge locale», caratterizzati da una regolamentazione ibrida, che prevede sia le norme locali sia italiane.
È una materia, quella alla nostra attenzione, rispetto alla quale, sin dall'inizio della legislatura, avevo presentato un disegno di legge, in parte assorbito dal testo al nostro vaglio, che prevedeva, oltre alla modifica al decreto legislativo n. 165 del 2001, sui diritti sindacali, anche misure in tema di retribuzione, tutela in caso di malattia, previdenza e di foro competente a decidere sulle controversie dei dipendenti: interventi che sarebbero non solo necessari, ma anche urgenti.
In relazione allo specifico tema sul quale interviene il presente disegno di legge, non posso non sottolineare l'ormai urgente necessità di un intervento legislativo a riguardo, anche in considerazione del dissenso manifestato in più occasioni dalle organizzazioni sindacali del Ministero degli affari esteri - in sede amministrativa, politica e giudiziaria - in relazione alla palese violazione dell'articolo 39 della Costituzione, dell'articolo 42, comma 3, del decreto legislativo n. 165 del 2001, nonché dell'articolo 39 del Trattato istitutivo della Comunità europea, generata dall'esclusione del personale a contratto a legge locale dai diritti sindacali.
Signora Presidente, onorevoli colleghi, gli impiegati a legge locale non hanno alcun diritto sindacale in Italia e all'estero, in palese contrasto con norme costituzionali e comunitarie.
Per tali motivi, e in particolare per sanare la grave situazione in cui versano quei lavoratori in tema di diritti sindacali - pur nella consapevolezza che si poteva fare di più, ad esempio in tema di assistenza, previdenza, nonché retribuzione - il nostro Gruppo voterà con convinzione a favore di questo provvedimento, teso a garantire a tutti i lavoratori a contratto del Ministero degli affari esteri i diritti sindacali previsti dalle norme italiane e dalla contrattazione collettiva. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI. Congratulazioni).
DAVICO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Signora Presidente, intervengo per svolgere solo alcune considerazioni a commento di quanto stiamo facendo dal punto di vista dei contenuti e di quanto abbiamo ascoltato questa mattina nel corso del dibattito.
Le norme non sono mai il massimo che si possa ottenere: a volte sono di mediazione, di passaggio e rappresentano il meglio che si riesce ad ottenere in un certo momento storico. Partiamo da una situazione di centinaia di contratti, o addirittura di assenza di contratti o non applicazione degli stessi, trattandosi di un argomento che va oltre le nostre competenze nazionali. Si tratta di lavoratori italiani e non italiani che operano in luoghi dove non c'è l'omogeneità di trattamento prevista dalle nostre normative. Pertanto, avere l'ambizione di racchiudere in una norma unica situazioni che al mondo sono molto diverse è qualcosa difficile da realizzare. A volte occorre accontentarsi. Tuttavia il lavoro che stiamo compiendo oggi rappresenta un passaggio importante, perché finalmente fa il punto sulla situazione. In futuro, poi, con l'evolversi della società e delle relazioni internazionali chissà cosa potrà accadere e come potranno migliorare le norme che oggi poniamo in essere.
A noi non interessano le tessere sindacali o il maggiore o minore potere di una sigla sindacale rispetto ad un'altra: a noi interessano i principi, quelli di uno Stato come il nostro che sono all'onor del mondo - come si dice - progrediti, a volte anche criticabili ed oggetto di discussioni interne, ma che rispetto ad altri Paesi del mondo appaiono davvero avanzati.
Con la normativa che ci accingiamo ad approvare cerchiamo di legare il localismo e le diversità presenti nel mondo con le nostre convinzioni e i principi del nostro Paese. È un tentativo. Non ultimo appare il principio del foro competente, che resta quello italiano, per cui nelle controversie, nelle relazioni che possono essere difficili potremo dire l'ultima parola a garanzia dell'applicazione dei nostri principi, delle nostre norme e leggi.
Si tratta quindi di un passaggio importante, che però non viene fatto questa mattina. Il provvedimento in esame è stato approvato alla Camera oltre due anni fa e, quindi, non possiamo dire di scoprire questa mattina l'esistenza di tale problema. Con ciò entro nell'aspetto politico del dibattito, che non è edificante da due punti di vista. In primo luogo perché queste norme arrivano dal Governo precedente, quindi da un'iniziativa di almeno due anni e mezzo. Non si tratta quindi di una questione di dispetto o meno, ma di coerenza, di proseguire e portare a termine un lavoro nell'applicazione dei principi fondamentali che rappresentano i momenti ispiratori della nostra attività. Questo è un primo aspetto.
C'è poi un secondo aspetto. Poiché queste norme ci sono arrivate oltre due anni fa, probabilmente trovarci impreparati e assistere al dibattito e alle incertezze di questa mattina non fa molto onore ai nostri lavori. Ma non fa molto onore soprattutto l'atteggiamento del Governo. In un momento così delicato e così difficile in politica estera, come quello attuale in cui abbiamo avuto ostaggi morti e abbiamo militari prigionieri, il Governo non può arrivare con un atteggiamento così incerto, così lacunoso. Ma qual è il prestigio internazionale che può avere il nostro Paese? Il Sottosegretario si lamentava prima delle difficoltà che si sarebbero potute ripercuotere all'interno della Farnesina. Ma io le difficoltà della Farnesina le vedo in un atteggiamento come quello che abbiamo visto questa mattina. È un Governo che, permettetemi, non riesce a governare, che non riesce ad andare avanti, che ha una maggioranza che si compone e si scompone a seconda dei momenti, delle vicende, delle convinzioni, delle pressioni di una parte o dell'altra, di una sigla sindacale o di un'altra. Questo non è serio, non è bello, non è edificante, non è utile.
Se riusciamo a far passare comunque principi importanti come quelli che sottostanno alla normativa che esaminiamo questa mattina, nello stesso tempo facciamo passare un messaggio che in questo momento ritengo assolutamente negativo, non condivisibile, delicato e pericoloso, per quel che sta succedendo nel mondo, per i nostri concittadini, che sono i soggetti deboli del nostro Paese nel mondo, che si trovano all'estero vuoi come lavoratori, vuoi come militari, vuoi per altri motivi, che dovremmo garantire e che sono in questo momento in balia di eventi che non conosciamo. Occorre ritrovare una forza e una dignità che questa mattina - permettetemi - proprio non abbiamo visto. (Applausi dal Gruppo LNP e della senatrice Giai).
TONINI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TONINI (PD). Signora Presidente, onorevoli colleghi, vorrei ringraziare il sottosegretario de Mistura per l'equilibrio con il quale ha condotto questo piccolo, difficile passaggio, nonché, ovviamente con ben altra importanza, per il lavoro che ha fatto in questi giorni e che sta continuando a fare rispetto al delicatissimo dossier indiano. Noi sappiamo che la soluzione di quel problema può venire solo dal diritto internazionale e dalla diplomazia. Mi sembra che la posizione del Governo italiano abbia visto tutto il Parlamento consentaneo su questa linea. Ci auguriamo che presto il problema possa essere risolto, che i nostri due soldati possano essere restituiti al nostro Paese e che questo possa avvenire nel rafforzamento delle relazioni di amicizia e di collaborazione con un grande Paese, un grande Paese democratico, come l'India. Un grande Paese nel quale c'è lo Stato di diritto. Proprio per questo dobbiamo confidare nel diritto e nella diplomazia per risolvere il problema.
Oggi votiamo - e noi voteremo convintamente a favore - sul disegno di legge che ha come primo firmatario il collega Fedi, un deputato del Partito Democratico eletto in Australia, quindi diretta emanazione delle nostre comunità all'estero, che sono una grande ricchezza del nostro Paese. Noi sappiamo che ci sono tante volte anche delle riflessioni critiche sul tema del diritto di voto degli italiani all'estero. Io credo che gli italiani all'estero possano e debbano essere sempre più il nostro Commonwealth, la nostra rete di amicizia, di forza e di presenza in tanti Paesi del mondo. Una presenza che credo debba essere utilizzata sempre di più, anche e innanzitutto dalla nostra struttura di rappresentanze diplomatiche e consolari e dagli istituti italiani di cultura.
Abbiamo la fortuna di avere tanti italiani in giro per il mondo, tante comunità italiane molto forti, spesso molto influenti nei Paesi più vicini e più lontani da noi, dalla Svizzera, che cito perché ho qui vicino il collega Micheloni, fino all'Australia, cioè dai Pesi più vicini di emigrazione italiana in Europa a quelli più lontani d'oltremare. Credo che questa risorsa debba essere utilizzata sempre di più dal nostro Paese e - anche - dalla nostra struttura diplomatica e consolare (ovviamente all'interno di una strategia ben più ampia).
Il cosiddetto disegno di legge Fedi fu approvato all'unanimità in sede legislativa dalla Commissione lavoro della Camera, ad indicare proprio come gli aspetti di tipo giuslavoristico siano stati particolarmente approfonditi. Quella, infatti, è la sede dove la sede legislativa è stata esercitata, così portando all'approvazione del testo.
Credo che i dubbi, che sempre ci possono essere (perché in questa materia tutto è sempre controverso), ci possano tuttavia lasciare sufficientemente sereni, anche per il successivo approfondimento. Il Gruppo del Partito Democratico ha visto intervenire in questo dibattito due prestigiosi maestri del diritto del lavoro come il collega Ichino e il collega Treu, che hanno dato conforto a questo passaggio anche con la loro dottrina. Quindi, credo che possiamo essere sufficientemente sicuri di aver messo il provvedimento su basi solide.
Dopo di che, c'è il ragionamento di tipo politico. Il collega Mantica ha prima giustamente detto che siamo alle prese con una difficile opera di revisione della spesa di tutta la pubblica amministrazione e di tutto il sistema dei Ministeri. Aspettiamo presto dal ministro Giarda un piano organico per procedere alla revisione della spesa in tutti i Ministeri. Nel suo piccolo (mi riferisco alle dimensioni, in quanto è un piccolo molto importante, perché è la vetrina del nostro Paese nel mondo), il Ministero degli affari esteri sta procedendo a questa revisione della spesa, con grande determinazione, con la collaborazione dei dirigenti e del personale diplomatico, e con una convinta - mi pare - indicazione da parte del Ministro.
La revisione della spesa non deve mai essere fatta contro qualcuno: le riforme non si fanno contro qualcuno, per punire qualcuno. Ma non si può nemmeno pensare che possano essere indolori. Le riforme comportano un'apertura al cambiamento, ed è questo che noi stiamo chiedendo. Sappiamo di chiedere uno sforzo a tutto il personale: a quello diplomatico, alle aree funzionali, al personale tecnico e anche al personale culturale delle nostre ambasciate. Stiamo chiedendo a tutti uno sforzo di cambiamento, perché l'attuale struttura della spesa del Ministero degli affari esteri è diventata insostenibile.
Dal 2011 c'è stato il sorpasso delle spese di funzionamento sulle spese di investimento e per le politiche e con la legge di stabilità per il 2012 questo sorpasso è diventato un distacco ormai non più sostenibile. Non si può pensare che noi continuiamo a tagliare le risorse per la cooperazione allo sviluppo, per gli italiani all'estero, per l'insegnamento della lingua italiana all'estero, per lo sportello per le imprese (quindi per l'aiuto alle nostre imprese all'estero), perché non siamo in grado di riorganizzare la macchina amministrativa e diplomatica del Ministero degli affari esteri. Il Ministro è consapevole di questo: abbiamo avuto più volte l'occasione di confrontarci con lui in Parlamento e in altri sedi e abbiamo constatato una grande consapevolezza. La struttura del Ministero ne è consapevole. Per questo, vorrei ringraziare il Segretario generale e l'insieme della struttura diplomatica del Ministero.
Dobbiamo procedere. Credo che il Parlamento debba essere di spinta al Governo per procedere in questa direzione. Il Parlamento è nato come rappresentanza dei cittadini contribuenti rispetto al re che doveva spendere le risorse dei cittadini; poi, nel tempo, è diventato spesso sede della rappresentanza delle corporazioni particolari o delle lobby più o meno particolari, a difesa di interessi particolari. Questo spiega perché, nel corso degli anni, la spesa è cresciuta in modo incontrollato e siamo arrivati alla mole di debito pubblico che abbiamo alle nostre spalle. Credo che il Parlamento debba recuperare questa funzione di rappresentanza dei cittadini elettori rispetto al Governo e - quindi - di guardiano della spesa pubblica, della sua sobrietà, efficienza ed efficacia nel produrre risultati. Da questo punto di vista, credo che oggi vi sia un passaggio importante anche dal punto di vista simbolico.
Un problema resta aperto, e l'invito al Governo è di affrontarlo con convinzione e determinazione. Se sarà approvato tra poco il disegno di legge al nostro esame, sarà legge dello Stato, nel rispetto della firma del Capo dello Stato, punto terminale di ogni nostro procedimento legislativo. Se sarà legge dello Stato, consentirà a questi lavoratori di votare le loro rappresentanze alle prossime elezioni delle RSU. Senonché, tali elezioni si sono appena tenute, e si ripeteranno tra quattro anni. Allora, invitiamo il Governo ad affrontare questo problema ed eventualmente a definire una normativa transitoria, attraverso un accordo negoziale con le parti sociali, per consentire una rappresentanza in via transitoria di questo personale da affiancare alle RSU già elette ed in vigore.
Con queste considerazioni credo che possiamo votare con convinzione e serenità un provvedimento che difende un diritto fondamentale come quello alla rappresentanza sindacale per lavoratori presso una struttura importante come quella diplomatico-consolare e culturale dello Stato italiano, indipendentemente dalla loro nazionalità.
Sappiamo che poco più della metà sono cittadini italiani; un'altra metà non lo sono: non sappiamo nel futuro quanti saranno i cittadini italiani e quanti non lo saranno. Ma c'è qui un problema di credibilità, di coerenza dello Stato italiano con i principi fondamentali stabiliti nella sua Costituzione, tra i quali c'è l'uguaglianza di tutti cittadini, di tutti i lavoratori - si dice - davanti alla legge ed il principio della incomprimibilità del valore della rappresentanza sindacale. Credo che con questo provvedimento saniamo una ferita e consentiamo a questi lavoratori di vedere riconosciuto il loro ruolo. Credo che questo sia non solo qualcosa che ha a che fare con un diritto fondamentale incomprimibile, ma è anche un ottimo investimento per l'efficienza e l'efficacia del lavoro nelle nostre rappresentanze diplomatiche e consolari e nei nostri istituti di cultura in tutto il mondo. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).
MANTICA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MANTICA (PdL). Signora Presidente, il nostro Gruppo a questo punto si asterrà sul provvedimento, perché non è certamente il caso, dato l'argomento, di arrivare a scontri e a crociate. Non è questo il clima e la volontà, anche se noi restiamo convinti delle nostre opinioni e, avendo ascoltato la dichiarazione di voto del PD, sono ancora convinto che non sia convinto nemmeno il PD del voto che sta dando. Voterà a favore non credo convintamente.
Vorrei svolgere solo due precisazioni. Una prima, perché la senatrice Giai ha introdotto nel dibattito una serie di questioni che forse nascondono quello che avevo in parte illustrato. Non è vero, senatrice Giai, che si tratta in maggioranza di italiani: saranno italiani nel municipio di Rosario, dove lei viene eletta, ma nel mondo la maggioranza di questi lavoratori è costituito da non italiani. In secondo luogo, non è vero che hanno problemi di previdenza, di assistenza e di pensione: hanno contratti regolari che funzionano secondo le leggi dei loro Paesi. Se l'Argentina è un Paese poco democratico non è un problema del Governo italiano, ma del Governo argentino. Questo provvedimento (e ribadisco che anche chi vota a favore - ne sono convinto - lo fa per una questione di diritti sindacali) non porterà a contratti unici nazionali anche per gli impiegati che lavorano con contratti locali, come mi pare auspicato.
Ho detto nella mia precedente dichiarazione che qualcuno vota per dispetto: data la reazione che ho visto nel PD, faccio presente che non mi riferivo evidentemente al Partito Democratico. Credo che francamente oggi la Lega, attraverso la dichiarazione del senatore Davico, abbia dimostrato che il voto che esprimerà non ha assolutamente nulla a che fare con il provvedimento.
Concludo con una battuta (spero mi sia consentita): siccome noi abbiamo problemi di export, di crescita, credo che oggi abbiamo inventato l'export delle regole. (Applausi dal Gruppo PdL).
MICHELONI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MICHELONI (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Micheloni, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge n. 1843, nel suo complesso.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dal Gruppo PD).
Risulta pertanto assorbito il disegno di legge n. 978.
Per un sollecito svolgimento dell'audizione del Ministro per la coesione territoriale nella Commissione parlamentare per le questioni regionali
VACCARI (LNP). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. (Brusìo).
VACCARI (LNP). Capisco un po' la confusione, assolutamente giustificata. Cercherò di parlare con più calma.
Signora Presidente, vorrei pregarla di far presente come Presidenza al presidente del Consiglio Monti che la Commissione parlamentare per le questioni regionali non riesce a tenere un'audizione con il ministro Barca, seppure questi sia stato più volte sollecitato. Sappiamo quanto sono importanti e delicate le questioni riguardanti gli enti locali. Mi riferisco all'ultimo provvedimento sulla tesoreria unica, fortemente contrastato dagli enti locali.(Brusìo).
PRESIDENTE. Colleghi, volete consentire, almeno alla Presidenza, se non ad altri, di sentire? Prego, senatore Vaccari.
VACCARI (LNP). Grazie della cortesia, signora Presidente.
Dicevo che sappiamo quanto sono importanti le manovre che il Governo sta facendo, che colpiscono fortemente gli enti locali, come l'IMU e la tesoreria unica. Vediamo con grande preoccupazione questo continuo posticipare la disponibilità del Ministro per essere audito all'interno della Commissione per le questioni regionali. Quindi, le sarei particolarmente grato se si potesse fare parte attiva nei confronti della Presidenza del Consiglio perché questa audizione possa avvenire nel più breve tempo possibile.
PRESIDENTE. Certamente la Presidenza se ne farà carico.
Sulla situazione dell'amministrazione della giustizia
PERDUCA (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, il 13 marzo il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, ancora una volta, ha voluto affrontare la questione dell'amministrazione della giustizia italiana, ritenendola sempre al limite del rispetto della Convenzione europea dei diritti umani e salutando il cosiddetto decreto Severino come, forse, una misura che può andare nella direzione auspicata dalle varie pronunce del Comitato dei Ministri fatte in passato, e cioè quella di affrontare, se non altro, il problema delle carceri. Il 13 marzo è stato sollevato un altro problema dal Comitato dei Ministri: parlo dell'irragionevole durata dei processi, che in Italia ci porta a creare dei problemi alla Corte europea dei diritti umani, questione che tra l'altro proprio lei, signora Presidente, ed altri avete voluto sollevare in una lettera al «Financial Times» un paio di giorni fa.
Marco Pannella dalla mezzanotte di ieri per rispondere alla richiesta del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa ha deciso di avviare uno sciopero della fame a oltranza perché si faccia ciò che quel Comitato chiede all'Italia e cioè di adottare una serie di misure che veramente vadano alla radice del problema, che non è, come purtroppo sempre più, in maniera forse automatica e superficiale, si ritiene essere, il sovraffollamento delle carceri, ma l'amministrazione della nostra giustizia.
La proposta che i radicali fanno da anni è di arrivare a una riforma radicale e globale della giustizia italiana partendo da un'amnistia e da un indulto ormai sempre più necessari. Questa iniziativa a oltranza, che è probabilmente qualcosa di ancor più grave e serio fra tutte le possibili attività nonviolente da mettere in atto perché si applichi la legge, deve essere presa in considerazione quanto prima nelle Commissioni. Sappiamo che il Governo sta per adottare un disegno di legge che affronta molte delle questioni che il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa richiama nelle sue delibere, ma non lo ha ancora presentato né alla Camera né al Senato. Questa potrebbe essere già una prima risposta.
L'altro problema fondamentale è quello che anche l'Autorità garante per le comunicazioni ha sollevato più volte, e cioè che in Italia non si parla di giustizia. Si parla sempre di casi eclatanti di cronaca nera e cronaca giudiziaria, specie se c'è il morto, più preferibilmente in famiglia, ma non dell'amministrazione della giustizia. Spero quindi che anche i colleghi presenti in Aula che sono membri della Commissione di vigilanza sulla RAI vogliano sollevare quanto prima la questione nella prossima riunione della Commissione, perché la RAI deve arrivare a fare informazione su quel che avviene. C'è stata una minima apertura per quanto riguarda le carceri, ma il problema alla radice è ben altro: è quello dell'amministrazione della giustizia, a partire dalla lunghezza dei processi.
Spero quindi che non soltanto ci si voglia unire a questa iniziativa nonviolenta, ma che si possano anche portare avanti nelle Aule parlamentari e nelle Commissioni competenti altre iniziative per corrispondere a questa richiesta del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa.
Per lo svolgimento di un'interpellanza e di interrogazioni
LANNUTTI (IdV). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, richiamo ancora una volta l'attenzione sullo scandalo Delta-Cassa di risparmio di San Marino, che ha prodotto la chiusura di un'azienda sana con il licenziamento di oltre 1.000 lavoratori, oggetto di numerose interrogazioni parlamentari a partire dal 2008, che non hanno mai avuto riposta.
San Marino è il crocevia di intrighi e intrecci finanziari riguardanti il riciclaggio di denaro, tangenti e corruzione, come risulta anche dalle dichiarazioni di Tommaso Di Lernia, che ha parlato dello scandalo ENAV e avrebbe addirittura consegnato 6 milioni di euro destinati a politici ed importanti manager, disvelati dall'inchiesta del pubblico ministero di Roma Paolo Ielo.
Ora, signora Presidente, qui sono tantissime le interrogazioni che facciamo: l'ultima è stata depositata ieri, la 2-00441, riguardante le nomine nella Banca centrale di San Marino di due personaggi, Mario Giannini e il professor Renato Clarizia transitati presso lo studio Gemma e Finproject, azionista di Fingestus che avuto rapporti intensi con la Banca commerciale sammarinese, recentemente sottoposta a liquidazione coatta amministrativa. Al riguardo, si afferma che il liquidatore di questa Banca commerciale sanmarinese è Sergio Gemma, noto commercialista con solide sponde romane, il professionista che, insieme a Renato Clarizia (attuale presidente della Banca centrale di San Marino), ha evitato che la Fingestus finisse in liquidazione coatta amministrativa. Un intreccio di persone, intrighi, luoghi e inchieste penali che davvero merita un approfondimento da parte del Governo.
Chiudo, signora Presidente, evidenziando che ieri sulla prima pagina del «Corriere della Sera» è stato pubblicato un ulteriore articolo inquietante su San Marino, firmato da Mario Gerevini, intitolato: «Il tesoro nascosto di San Marino: quei capolavori in 150 cassette», che getta ulteriori ombre sul Titano. Questa volta è un'indagine interna, non esterna. Nell'articolo si legge: «I gendarmi spediti dal giudice» (il pm) «di San Marino, Rita Vannucci, per una perquisizione hanno aperto una botola ben camuffata, infilato la ripida scalinata e si sono trovati in un caveau sotterraneo con tre casseforti e 150 cassette di sicurezza (...)». Cosa c'era all'interno di queste cassette di sicurezza? Picasso, opere d'arte, eccetera.
Signora Presidente, bisogna fare la lotta alla corruzione e non viene calendarizzato alcun provvedimento; bisogna fare la lotta al riciclaggio e non accade nulla. Il Governo dovrebbe almeno rispondere a queste inquietanti interrogazioni parlamentari, che evidenziano intrecci che si dipanano e che partendo dall'Italia arrivano a San Marino, fino a coinvolgere la nomina del presidente e del direttore generale di una banca che si chiama Banca centrale di San Marino, che ha le stesse funzioni della Banca d'Italia.
Mi auguro, signora Presidente, che lei voglia essere così benevola da sollecitare le risposte ad almeno una ventina di interrogazioni parlamentari, che non hanno mai avuto risposta. (Applausi dal senatore Pedica).
PRESIDENTE. Senatore Lannutti, la Presidenza non può che confermarle quanto le dice, quasi ogni giorno, in fine seduta.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.
La seduta è tolta (ore 12,58).