FINOCCHIARO (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FINOCCHIARO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, francamente sono abbastanza soddisfatta del fatto che il dibattito odierno abbia registrato anche note così dissonanti, perché sono una sia pur lontana eco ed evocazione del fatto che questo è un tema politico di primario interesse, che qui non si celebra un rito stanco e che, soprattutto, ci sono idee diverse sul punto. Ciò è un felice indice di riconoscibilità del fatto che vi è un interesse sulla questione.
Voglio essere molto chiara e probabilmente, in questo senso, non interpreterò esattamente il pensiero di tutte e tutti coloro che qui si sono espressi (e me ne dispiace, perché parlo a nome delle firmatarie della mozione), ma non posso fare a meno di sottolineare che la discussione che oggi ci occupa sta interessando e ha interessato non solo tutte le democrazie occidentali ma, direi, tutti i Paesi del mondo. Ad essa partecipano Parlamenti e Governi - questo, anche per smussare le critiche emerse per la chiamata in causa del Governo - che sono chiamati ad esprimersi sulla questione nei consessi internazionali più prestigiosi, dalle sedi ONU alle sedi europee.
Ciò che stiamo discutendo in questa sede non è una questione che riguarda la necessità di tutelare ‑ come potrebbe arguirsi, forse erroneamente, dall'intervento della senatrice Sbarbati ‑ una minorità o una categoria di soggetti che hanno bisogno di una particolare tutela. Stiamo parlando della questione politica che viene in campo ai fini, certamente, della compiutezza dei sistemi democratici e della forza di un Paese, in ragione della forza e del protagonismo delle donne italiane. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bonfrisco, Bianconi e Colli).
Questo è il problema. La questione non è come facciamo a tutelare una minorità femminile, ma come fa questo Paese a giovarsi della forza e del protagonismo delle donne italiane. È un punto spinoso e urticante, me ne rendo conto, e vorrei quindi andare sino in fondo al perché: come credo le colleghe condividono, ciò attiene ad una questione che ha modi di manifestazione determinati dalla storia e dalla cultura del Paese, dalle sue vicende politiche, dalle sue vicende di governo, per cui nel nostro sistema il potere politico è tradizionalmente in mano maschile, e quindi, quando una forza così evidente come quella delle donne italiane - e ringrazio tutti gli intervenuti, e anche in particolare il senatore Giovanardi, per le cose che ha detto - emerge e si manifesta con tanta forza nella società italiana ha bisogno in qualche modo di irrompere, dunque di rompere schemi, modelli di relazione, rapporti di forza e gerarchie. Ma ciò di cui stiamo discutendo è questo. Lo voglio dire molto esplicitamente anche ai colleghi che hanno ridimensionato la necessità di questa discussione, dicendo che sarebbe stata poi fatta nelle Commissioni.
La questione del riequilibrio della rappresentanza in tutte le democrazie occidentali è questione preliminare e che poi influenza le scelte dello strumento elettorale. Lo influenza più di quanto non lo influenzi la scelta tra maggioritario e proporzionale; la influenza più di quanto non lo influenzi la scelta sul bipolarismo, e via dicendo. Lo dico perché è ovvio che misurare lo strumento elettorale rispetto alla necessità di riequilibrare la rappresentanza impone delle scelte. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Sbarbati, Colli, Bianconi e Bonfrisco).
Allora, dobbiamo intenderci. È di questo che stiamo discutendo, o di altro? Io credo che stiamo discutendo di questo. In caso contrario, non ci sarebbero questa vivacità, questa briosità è questa latente animosità nella discussione.
Visto che il nostro è un Paese nel quale, come dicono i senatori Giovanardi, Poli Bortone, Allegrini, e tante altre colleghe, le donne italiane stanno manifestando, sotto il profilo del loro protagonismo culturale, intellettuale, professionale, sociale ed economico una grande forza, come facciamo a rendere utile alla forza del Paese questo nuovo protagonismo? Questo è il punto politico. Tutto questo si scontra con un sistema nel quale tradizionalmente il potere è stato in mano maschile.
Dunque, se è difficile non considerare come rapace un'irruzione in altri settori, è ancora più difficile non considerarla una irruzione rapace nel campo della politica. Ma io penso che quella che viene avvertita come rapacità sia frutto di una discussione tra di noi ancora troppo superficiale, e per qualche verso ipocrita. Invece noi dobbiamo avere la lucidità di guardare le cose come stanno, misurandole - qui torno su un altro punto - rispetto all'Italia.
Guardate, io appartengo a un partito nel quale, per statuto, per prassi, si promuove, o si cerca di promuovere, la presenza femminile in politica. Quindi, potrei magari portare quale riferimento il mio partito. Ma non è questo. Il dato con il quale ci dobbiamo rapportare non sono il PdL, il PD o IdV, bensì quale rappresentanza politica femminile ha l'Italia. Su questo dato forze politiche responsabili e classi dirigenti politiche devono misurarsi: cosa serve perché in Italia la forza delle donne possa essere trasferita nei luoghi della politica? Permettetemi un paragone forse improprio, ma suggestivo: per alcuni versi, la discussione cui abbiamo dato vita in quest'Aula qualche tempo fa sulle liberalizzazioni - cioè sull'apertura dell'accesso alle opportunità economiche per un maggior numero di persone e per soggetti che ne erano esclusi - presenta alcune caratteristiche assimilabili a quelle del dibattito odierno. Come fare per aprire alle donne il mercato delle opportunità di accesso alle sedi della rappresentanza politica e dell'esercizio del potere? Quanto tempo ancora dobbiamo tenere chiuso il fortilizio del potere maschile? Questo è il fulcro di una discussione degna di un Paese avanzato e di classi dirigenti che riescono a ragionare, ben oltre il mantenimento della propria posizione di privilegio, nell'interesse del Paese.
Voglio ribadire, però, che si tratta comunque di una discussione che riguarda la forza - non la debolezza - delle donne italiane: altrimenti, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché quelle donne italiane che - come giustamente ha ricordato il senatore Giovanardi - vincono i concorsi pubblici, irrompono nelle professioni, si misurano nelle imprese e via dicendo dovrebbero ambire ad occuparsi della "cosa pubblica", quando la loro presenza viene considerata una minorità e un riconoscimento di debolezza.
Questo mi dà l'occasione per tornare a parlare degli strumenti, perché nella mozione non se ne individuano di cogenti. Comunque ciascuno di noi la pensi, anche la discussione sul sistema delle quote - che qui ho sentito per accenni - deve scontare il fatto che lo strumento non può essere banalizzato, se le maggiori democrazie occidentali ne hanno discusso per decenni e molte di esse lo hanno utilizzato. Ha ragione il senatore Giovanardi: evidentemente stiamo ragionando di una discriminazione positiva, talmente importante nella sua ideazione e nella sua applicazione e sostenuta da una elaborazione teorica talmente profonda, da comparire in documenti delle Nazioni Unite, come uno strumento con dignità teorica e politica per essere applicato.
Una discussione sulla forza e sul protagonismo delle donne italiane è urticante, me ne rendo ben conto, ragion per cui ho chiesto, a nome delle colleghe, che oggi qui si discutesse di questo e non della mozione sulla violenza sulle donne, un tema di enorme impatto. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bianconi, Bonfrisco e Colli). Come ha ben detto la senatrice Sbarbati con una frase che ha reso perfettamente l'idea del dolore, dell'impegno e della responsabilità che la questione evoca: è molto più facile per un Parlamento a schietta prevalenza maschile discutere di una forma di tutela e di debolezza che muove anche ottimi sentimenti e volontà, ed è molto più difficile, invece, parlare della forza e del protagonismo delle donne, che è anche politico. Comunque la si pensi, infatti, in Italia in quest'ultimo anno la forza del protagonismo politico non solo dei partiti, ma delle donne italiane ha impresso segnali e segnato momenti particolarmente significativi.
Ecco la ragione per la quale abbiamo insistito perché oggi si discutesse di questo: si tratta di un tema politico di tale rilievo che pensare che la relativa discussione possa essere esaurita nell'ambito di un emendamento che alcuni parlamentari possono presentare nel corso dell'esame della riforma elettorale mi pare francamente assolutamente inadeguato. Questo è il senso con il quale abbiamo voluto aprire oggi una discussione su questo tema, sapendo che non poteva essere qui esaurito, ma con la volontà di porlo per quello che è e non per un'altra ragione. Poniamo il tema politico per quello che è; questo tema ci accompagnerà nel lavoro di questi mesi e di questi anni, ma, per favore, chiamiamolo con il suo nome.
Infine, per lo sforzo che è stato fatto - e non è stato neanche un grande sforzo -ringrazio tutte le colleghe che si sono impegnate perché questa discussione potesse oggi avere luogo, e per raccogliere le osservazioni che sono state fatte da alcune di loro, a cominciare dalla collega Poretti, chiedo che la mozione venga posta in votazione con esclusione dal dispositivo delle parole «e consenta il superamento di criteri improntati alla discrezionalità da parte dei partiti». (Applausi dal Gruppo PD delle senatrici Bonfrisco, Bianconi e Colli).