CARLINO (IdV). Signor Presidente, colleghi, signori rappresentanti del Governo, considerati gli impegni di molti di noi, farò una sintesi del mio intervento e chiedo di poterne lasciare agli atti il testo completo.
PRESIDENTE. La Presidenza l'autorizza in tal senso.
CARLINO (IdV). La scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali della politica è un deficit della democrazia. L'Italia è in forte ritardo rispetto ai livelli di partecipazione politica di altri Paesi europei.
La conquista del diritto di voto nel 1946 coronò una storia lunga e travagliata. Ma non ha significato il raggiungimento di una vera parità con gli uomini, anzi, tuttora permangono profonde disuguaglianze, nelle istituzioni come nella società.
Se il 52 per cento dell'elettorato italiano è donna, pochissime ancora si trasformano in elette, e la questione non è squisitamente quantitativa, ma riguarda anche la possibilità che una parte consistente della società possa prendere parte ai processi decisionali e contribuire materialmente alla realizzazione di politiche in favore di tutti.
Dopo le elezioni del 2008, nell'attuale Parlamento le donne hanno superato per la prima volta il 20 per cento. La nostra classe politica, seppur di poco, è più rosa, ma sempre molto distante dagli altri Stati europei.
Allora, che fare, ci chiediamo. Introdurre con una legge l'incremento forzoso della rappresentanza paritaria di genere: la previsione di quote di genere si è rivelata l'unico strumento efficace per non perdere i talenti femminili che esistono, ma che vengono solitamente esclusi. Volutamente non parlo di quote rosa, ma di genere, come accade in tutti i Paesi.
Le quote, che noi donne per prime non amiamo, sono un mezzo verso la parità di risultato, un mezzo tramite il quale sperare di poter realizzare un progetto politico e sociale globale di piena parità politica tra donne e uomini, che costituisce l'applicazione di un principio e non di una percentuale.
In questa prospettiva, le quote non sarebbero una discriminazione nei confronti degli uomini, ma piuttosto una compensazione per le barriere strutturali che le donne incontrano nel processo elettivo.
Il Consiglio d'Europa, in una raccomandazione del marzo 2003, ha sottolineato che una rappresentanza equilibrata di uomini e donne nei processi decisionali è un'esigenza di mera giustizia e che «la parità dei sessi è elemento costitutivo, non negoziabile, della democrazia».
Dei 27 Stati europei 6 Paesi hanno previsto quote impositive nella Costituzione o nella legge elettorale; 16 Paesi - il gruppo più numeroso, tra cui l'Italia - hanno quote elettorali volontaristiche messe in atto spontaneamente da alcuni partiti politici; in 5 Paesi non è previsto alcun correttivo.
Da studi effettuati nei 6 Paesi in cui è stata presentata una legge impositiva, è emerso un dato inconfutabile: le quote funzionano, aumentando la presenza di donne fra gli eletti, anche se non in modo direttamente proporzionale. Anche perché le quote sono, ovviamente, applicate alle candidature e quindi non è detto che tutte le candidate siano elette.
Sono passati nove anni da quando l'articolo 51 della Costituzione italiana è stato modificato con l'introduzione del principio delle «pari opportunità tra donne e uomini» nelle cariche elettive. Cinque anni da quando l'Italia veniva collocata al 48° posto nella graduatoria mondiale sulla presenza delle donne nella politica, e faceva una certa impressione che al primo ci fosse il Rwanda.
Il Rapporto ombra sui diritti delle donne in Italia, elaborato alla fine dello scorso anno da una serie di associazioni, in occasione dei trent'anni della CEDAW, la Convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ha sottolineato una gravissima carenza di democrazia in Italia proprio a causa della sottorappresentanza delle donne nei luoghi decisionali.
La CEDAW, nel suo rapporto, sollecitava il Governo italiano «ad adottare ulteriori misure per accrescere il numero delle donne nelle cariche pubbliche e politiche, anche attraverso l'uso delle quote di genere».
Siamo certamente anche davanti a un problema culturale; come ha sottolineato più volte anche il presidente Napolitano è necessario «incidere essenzialmente sulla cultura diffusa, sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi».
È per questo che mi sembra un risultato importantissimo la mozione che stiamo approvando oggi, la quale ha avuto la sottoscrizione da donne appartenenti a tutti i Gruppi politici.
Purtroppo i cambiamenti culturali richiedono tempi lunghi, e quindi è sempre più impellente approvare una legge sulla rappresentanza di genere che preveda l'accesso alle cariche elettive in condizioni di parità tra donne e uomini, in tutte le elezioni, dalle circoscrizioni comunali al Parlamento.
Del resto, anche alcune leggi elettorali regionali, come, per esempio, quella della Campania, peraltro «benedetta» dalla Corte costituzionale, già lo prevedono e danno i risultati auspicati.
Sarebbe opportuno anche il formale coinvolgimento, nell'auspicata opera normativa, della Commissione per le pari opportunità tra uomo e donna, operante presso la Presidenza del Consiglio, oltreché delle associazioni e dei movimenti che sul piano nazionale si occupano di pari opportunità tra uomo e donna.
Questa è la proposta dell'Italia dei Valori. Questa è la richiesta che viene dal movimento delle donne, che sta vivendo una nuova stagione attiva e propositiva e che chiede di contare di più, non per la propria affermazione, ma per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.
Pertanto il voto del mio partito non può che essere favorevole. (Applausi dal Gruppo IdV e delle senatrici Bianconi e Colli. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poli Bortone. Ne ha facoltà.