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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 686 del 07/03/2012


Ripresa della discussione delle mozioni
nn. 482, 560, 561 e 580
(ore 10,12)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Augello per illustrare la mozione n. 580.

AUGELLO (PdL). Signor Presidente, colleghi senatori, basta guardare le firme di questa mozione per capire che chi è chiamato ad illustrarla deve avere l'intelligenza di affidarne l'illustrazione al dibattito, perché raramente, forse solo per le missioni internazionali, è capitato che in quest'Aula del Parlamento, e, per la verità, anche nell'altra, vi fossero un così ampio consenso e una così agevole convergenza su temi, come hanno sottolineato gli interventi che mi hanno preceduto, di straordinaria rilevanza.

La mozione porta la firma del presidente Gasparri per puro fatto tecnico, perché in realtà è davvero una mozione condivisa da tutti. Non saremmo arrivati a questo risultato senza l'impegno straordinario dei colleghi di altri Gruppi, in particolare del senatore Barbolini, che con me ha condiviso, fin dall'inizio, la possibilità di fare una cosa diversa da quella cui siamo abituati in quest'Aula. Lo dico a me stesso, e non è una critica: una delle stranezze di questa fase della vita politica italiana è avere un Parlamento nel quale molto spesso documenti che dicono cose simili vengono votati separatamente. Questo non era possibile farlo su un tema così grave e importante.

E troppo importante è ancora l'occasione del dibattito di oggi, perché è forse la prima volta che in Parlamento riusciamo ad aprire un confronto disarmato da qualsiasi pregiudizio e vocato essenzialmente a rispondere a ragioni di interesse nazionale sulla grande crisi che ha travolto, prima, con i mutui, l'economia degli Stati Uniti e, successivamente, con la crisi dei derivati e, più in generale, delle banche, l'Europa. La stessa criticità che noi viviamo nella zona dell'euro non può essere spiegata semplicemente con i brogli fatti sulla stesura del bilancio da un Governo greco o raccontandoci la favola che è stata provocata dai Paesi che hanno un alto debito.

Tutta questa storia passa sotto un'unica rubrica, la crisi di una serie di postulati e di certezze che ci avevano portato ad affrontare in maniera assai baldanzosa la cosiddetta globalizzazione, e le agenzie di rating sono un pezzo di questa crisi, ne sono la spia più evidente.

Anche dal punto di vista politico e culturale, la convergenza nell'analisi mette insieme non soltanto quest'Aula del Parlamento ma anche il miglior dibattito che si sta svolgendo nella Commissione europea e nel Parlamento europeo. Sono assolutamente convergenti, infatti, gli argomenti relativi alla fragilità del sistema finanziario internazionale e all'esigenza inderogabile di porre alcuni seri presidi a difesa non soltanto degli Stati sovrani e dei popoli europei ma, più in generale, della costruzione di un avvenire che abbia una qualche solidità dal punto di vista dell'economia reale, oltre che, evidentemente, dell'integrità morale, che è tutt'altro che esclusa dal mondo finanziario e dal mercato. Tale convergenza è la migliore dimostrazione che la crisi ha riportato al palo, almeno in parte, alcune identità e schemi di analisi che precedentemente costituivano luoghi di identità politica.

Dunque questa è un'occasione troppo importante per poter cominciare a parlare seriamente degli interessi nazionali degli Stati europei, della costruenda Unione europea e delle storture che bisogna correggere. È stata quindi una scelta di metodo che ci ha portato ad affermare con forza che si dovesse partire da questo argomento per dare un segnale forte, comprensibile, intelligibile anche a livello internazionale, del fatto che il nostro Governo è impegnato in questa azione di grande riforma del sistema finanziario internazionale e che ha alle sue spalle un Parlamento che, al di là delle divisioni tra maggioranza e opposizione e anche delle evidenti divisioni interne alla stessa maggioranza, parla una sola lingua quando si trattano argomenti come la trasparenza, gli interessi nazionali e la tutela dei consumatori.

Non farò un elenco delle ragioni per le quali anche nel nostro Paese tale tema, ad esempio con il caso Parmalat, ma anche con altre questioni sviluppatesi collateralmente al fallimento di Lehman Brothers, è ormai sentito dall'opinione pubblica. Fino a qualche anno fa un documento di questo genere sarebbe stato impensabile, e soprattutto quasi nessuno in Italia avrebbe potuto citare anche solo una delle tre agenzie di rating sapendo di cosa parlava. Oggi la situazione è cambiata. C'è una grande aspettativa di trasparenza, e io penso che la strada che si sta imboccando con la riforma del regolamento e della direttiva che disciplinano a livello comunitario le attività delle agenzie di rating sia quella giusta. Purtroppo, però, la stiamo percorrendo con troppa lentezza e con troppi tentennamenti. Questo è il senso, lo scopo di questa mozione, e il metodo che ci siamo imposti di rispettare nell'estendere questo documento all'attenzione dell'Aula e del Governo. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Barbolini. Ne ha facoltà.

BARBOLINI (PD). Signor Presidente, il mio intervento si muove in sequenza, non solo temporale, rispetto all'illustrazione della mozione unitaria svolta dal senatore Augello e cercherà di focalizzare alcuni dei temi che sostanziano il testo di tale mozione, lasciando poi che altri interventi, nel corso della discussione, la specifichino ulteriormente. Infatti, com'è stato ben detto, quello che abbiamo presentato, ritirando le rispettive mozioni, è un lavoro scritto a più mani, il riflesso di un'intenzione politica che ci ha guidato e che speriamo possa essere confortata dal voto dell'Assemblea.

L'esigenza di analisi indipendenti sul merito di credito dei titoli trattati sui mercati finanziari è un fatto di tutta evidenza. La funzione genuina che dovrebbe caratterizzare e consustanziare le società di rating sarebbe proprio quella di offrire, attraverso il loro giudizio, informazioni originali a chi deve investire.

Fondamentalmente tre devono essere i presupposti che non possono mancare. Il primo è che le agenzie di rating siano in grado di estrapolare, grazie al contatto con gli emittenti, informazioni private tali da poter configurare un di più di conoscenze, di informazioni, a vantaggio dell'interesse conoscitivo e valutativo per gli investitori; il secondo è che, per le risorse di qualità umane, metodologiche e tecnologiche che possiedono, le agenzie di rating siano in grado di andare oltre, di leggere oltre le informazioni pubbliche disponibili; infine, che si pongano come soggetti terzi tra emittenti e investitori, dotati quindi di quei requisiti di indipendenza indispensabili perché un giudizio possa essere ritenuto affidabile, in quanto non inficiato da conflitti di interesse.

Se questa è la mission costitutiva, bisogna prendere tristemente atto di una situazione che invece si è evoluta in termini diversi e che, particolarmente, è precipitata nel corso della crisi tra il 2007 ed il 2009 (senza citare i casi clamorosi di errori ingiustificabili, come quello del 10 e lode dato appunto ad entità come Enron, Parmalat e Lehman Brothers a ridosso o contestualmente al loro fallimento). Più complessivamente, anche per una serie di giudizi che hanno poi influito negativamente sull'andamento dei mercati, si può davvero convenire, giudicandolo anche un eufemismo, sul giudizio dato dal presidente della BCE, Mario Draghi, in un'audizione alla Commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo, quando ha sostenuto che le agenzie hanno patito un danno d'immagine e di reputazione nel corso di queste crisi.

Tuttavia, vi è una contraddizione profonda, perché, pur essendo vera questa affermazione, in realtà la produzione del rating che queste agenzie continuano ad emettere continua ad influenzare l'andamento dei mercati, e lo fa anche in termini pesanti, perché si è instaurata, anche sul piano reputazionale, una relazione di causa ed effetto tra i rating emessi e la sensibilità reattiva dei prezzi finanziari.

Quindi, c'è una situazione che mette in grande difficoltà le economie di molti Paesi, esercita un effetto di profonda turbativa sui mercati, anche in conseguenza di un difetto di esercizio della propria funzione da parte delle autorità istituzionali, che hanno finito nel corso degli anni per riconoscere una eccessiva autorevolezza a questi istituti, depotenziando invece altri soggetti che avrebbero titolo ad esprimersi parimenti su tematiche di questa natura, come operatori, emittenti, investitori e persino i supervisori.

Siamo arrivati al punto che negli ultimi mesi le agenzie di rating hanno esercitato influenze e hanno determinato conseguenze più importanti di quelle dei Parlamenti e dei Governi.

Credo che questo sia un elemento da stigmatizzare, anche perché sappiamo tutti che queste agenzie hanno un ambito di opacità, quando operano in relazione, per esempio, agli azionisti, ai gruppi finanziari che le informano, le caratterizzano, ne ispirano e ne orientano le scelte e le decisioni. Ma, ancor più, vi è un elemento di maggiore preoccupazione e complessità, dato dal fatto che occorre salvaguardare profili di garanzie e tutela dell'interesse generale e di messa in sicurezza, per i Paesi coinvolti, della piena autonomia delle rispettive istituzioni democratiche e delle loro libere scelte. Quando il pronunciamento di un'agenzia azzoppa la capacità di credito delle banche, falcidia le quotazioni delle Borse, mette in difficoltà l'emissione di buoni del tesoro di uno Stato sovrano, l'esigenza di una regolazione più stringente e più appropriata è necessaria. Lo ha detto autorevolmente il Presidente della BCE, sostenendo, in quella audizione, che bisogna che impariamo a vivere senza le agenzie di rating: forse questo è un po' troppo ma, quanto meno, dobbiamo certamente imparare, come egli stesso diceva, a fare meno affidamento sui loro giudizi.

Per farlo, c'è un'unica strada, ossia definire un robusto quadro normativo che disciplini meglio l'operato di queste agenzie, come sta avvenendo nella discussione aperta a livello di Commissione europea e nel rapporto con il Parlamento, attraverso l'adozione di un più efficace e penetrante regolamento, che ne corregge due già adottati nel corso dei due anni che abbiamo alle spalle - il che dimostra quanto è complesso regolamentare la materia - e punta a due obiettivi: in primo luogo, aumentare l'affidabilità e l'indipendenza delle informazioni che vengono fornite, anche sulle prospettive dei rating e sui criteri in base ai quali queste vengono costruite; in secondo luogo, ridurre il grado di dipendenza degli investitori istituzionali da tali valutazioni.

La prima cosa da fare è rimuovere, o aggredire (o intervenire pesantemente per correggerlo) il conflitto d'interessi oggi immanente nel modello delle agenzie di rating, dalla trasparenza sulle partecipazioni azionarie ai loro incroci, passando per il fatto che il finanziamento di queste strutture dipende esclusivamente dagli emittenti e non dagli utenti. Sarebbe auspicabile, infine, la piena garanzia del rispetto di un principio basilare: queste agenzie devono agire per difendere l'interesse del risparmiatore, non quello degli emittenti. E non si può prescindere dalla riaffermazione e dalla riappropriazione della garanzia di queste regole e del loro rispetto, di un sistema di sanzioni che sia efficace quando queste regole vengono eluse.

Si rendono poi necessari un aumento delle agenzie, per superare la loro attuale elevata concentrazione - se non monopolio od oligopolio delle cosiddette big three - e la previsione di forme di responsabilità per i danni provocati da giudizi poco accurati. Urge soprattutto la riduzione degli automatismi attualmente previsti da molti investitori rispetto ai rating forniti da un'agenzia o dall'altra, in direzione di un ricorso a un insieme più ampio di indicatori, incoraggiando la formulazione di valutazioni autonome.

A livello europeo è inoltre aperta una discussione - cui abbiamo fatto cenno nel testo della mozione - circa la definizione di rating non più come opinione, ma come attività di servizio d'informazione, e l'introduzione del divieto di rating non richiesto riguardante il debito sovrano di un Paese, con contestuale individuazione o istituzione da parte della Commissione europea di un'entità indipendente, che svolga l'attività di valutazione dell'affidabilità creditizia dei Paesi membri dell'Unione europea. Tale proposta, nell'immediato, potrebbe rispondere ad una fondamentale esigenza di stabilità e di regolazione dei mercati, consentendo anche di tenere aperta una riflessione relativamente all'istituzione o meno di uno strumento europeo di rating, che la proposta della Commissione europea di modifica del Regolamento attualmente non prevede, ma che ritengo opportuna, soprattutto in una prospettiva di medio periodo.

Sotto il medesimo profilo, considero fondamentale attribuire all'ESMA (European Securities and Markets Authority) il compito di presentare ogni anno una valutazione sull'efficacia - concetto che è già stato richiamato - e sulla validità dell'operato delle agenzie di rating in base a precisi criteri e parametri individuati.

Queste sono solo alcune delle tematiche al centro del documento presentato unitariamente, con l'intenzione di fornire un contributo finalizzato a ricollocare le agenzie di rating in una dimensione appropriata e a considerarne le valutazioni come informazioni di cui tener conto, senza tuttavia che godano di uno status particolare, che determini conseguenze automatiche sull'attività degli operatori economico-finanziari e delle pubbliche istituzioni, con effetti dalle ricadute procicliche del tutto negative. Bisogna porre termine ad una situazione in cui la tempistica e le modalità di comunicazione sono troppo spesso decise in modo unilaterale dalle agenzie di rating, peraltro senza che le informazioni comunicate risultino significativamente nuove e originali - com'è successo negli ultimi mesi - soprattutto per quanto riguarda l'analisi dello Stato e delle prospettive delle amministrazioni pubbliche.

Infine, signor Presidente, desidero concludere questo mio intervento volto a mettere a fuoco alcuni dei punti delle nostre mozioni riprendendo un ragionamento sviluppato dal senatore Augello.

Abbiamo cercato e stiamo cercando di costruire un momento significativo e importante, se posso permettermi di dirlo, ai fini del ruolo di questa Assemblea elettiva. Siamo in presenza di un percorso, che è aperto, nella proiezione europea, per l'adozione di questo regolamento - è la cosiddetta fase ascendente del processo di formazione delle decisioni in sede europea - e in questo processo stiamo cercando di intervenire fattivamente, produttivamente, costruttivamente, e anche con un'originalità di contributo. Lo hanno fatto e lo stanno facendo le Commissioni 6a e 14a, adottando pareri all'unanimità sul testo di regolamento, con qualità di argomentazioni e di suggerimenti; lo può fare - noi speriamo, ed è questo il senso dell'iniziativa che abbiamo assunto, unitaria o ampiamente rappresentativa dell'Assemblea - quest'Aula con la sua discussione, dando valore e forza ad acquisizioni già comprese nella bozza di regolamento, rafforzandole, ma anche arricchendole di elementi valutativi e contributi che non sono ancora diventati patrimonio del documento europeo.

Mi riferisco, per esempio, alle proposte emendative che il relatore italiano al Parlamento europeo Domenici ha illustrato alle Commissioni 6a e 14a e che hanno bisogno di sostenitori. Il Parlamento, pronunciandosi su questi temi, può dare un contributo al Governo, ai rappresentanti italiani nel Parlamento europeo e più complessivamente a tutta questa discussione, per rimuovere alcune resistenze e dare un impulso più incisivo alle decisioni che saranno assunte. Questo modo di lavorare, certamente non usuale, caratterizza anche una fase che si sta aprendo, quella dell'interlocuzione nella fase ascendente tra Parlamenti nazionali e Parlamento europeo, su cui occorre lavorare bene, con lo stesso spirito che ha accompagnato lo sforzo del Partito Democratico, che ha creduto molto nella necessità di trovare le più ampie convergenze possibili, anche oltre gli schieramenti che sostengono il Governo, auspicabilmente con un pronunciamento dell'Assemblea su un unico documento.

Approvare infatti quattro documenti non è la stessa cosa - almeno quando si arriva in Europa - che averne approvato uno solo, con la forza e l'autorevolezza che gliene deriva, che è poi lo spirito in base al quale nelle Commissioni, anche se non tutti eravamo d'accordo su singoli punti, abbiamo trovato una convergenza. Mi auguro che ciò possa avvenire anche in Aula. Noi, per quanto riguarda il Partito Democratico, in questo metodo, in questi contenuti e in questa modalità crediamo molto e ci siamo spesi, credo correttamente, insieme agli esponenti degli altri Gruppi che hanno firmato la mozione e che ringrazio, perché questa potesse diventare oggetto di una pronuncia unitaria di tutta l'Assemblea. (Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI e della senatrice Baio).

PR-ESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Costa. Ne ha facoltà.

COSTA (PdL). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, ho avuto il privilegio di essere relatore in Commissione finanze e tesoro di una risoluzione adottata, così come detto poc'anzi dal collega Barbolini, all'unanimità, dopo uno studio attento e accurato e dopo l'audizione di tutti coloro che sull'argomento potevano dare suggerimenti e consigli.

È per questo motivo che auspico, così come fatto dal collega che mi ha preceduto, l'adozione di un unico documento, anche perché nella risoluzione che ormai è agli atti del Senato voi troverete, tra l'altro, la dichiarazione di condivisione totale della proposta di osservazioni della 14a Commissione, che pure ha lavorato tanto quanto noi sull'argomento.

L'autorità che può esprimere un indirizzo sull'argomento evidentemente non esiste, perché al mondo non esiste un'autorità internazionale che possa postulare soluzioni e avere la facoltà di irrogare sanzioni, così come sarebbe auspicabile, perché norme senza sanzione sono solo norme di moral suasion, che nel tempo possono anche essere disattese.

Tuttavia, nelle more cosa si può fare? Le strutture di cui disponiamo sono i Parlamenti dei Paesi europei, che non sono pochi, l'autorità dell'Unione europea. Se già all'interno di questa area si riesce ad esprimere una univoca determinazione si può concorrere seriamente alla causa sovranazionale, perché nei fori e nelle cancellerie internazionali, ivi compreso il G20, si potrà anche portare una voce univoca, sensata, capace di rimuovere le illecite speculazioni che - non c'è chi non veda - hanno determinato il disagio che travaglia vaste aree dell'umanità. Ecco, con questo spirito e con questo auspicio mi permetto soltanto di enunciare parti essenziali della risoluzione approvata ieri dalla Commissione finanze e tesoro, là dove si dice che appare necessario adottare «una definizione giuridica del credit rating che sia più vicina e aderente al concetto di "attività di servizio di informazione"», e non anche di messa in soggezione di intere realtà, di interi organismi societari, di interi organismi di confronto quali solo le Borse valori.

Per quanto concerne il giudizio sul debito sovrano, pur esprimendo condivisione per i contenuti della proposta - rating semestrale, reso noto a mercati chiusi, trasparenza sulle risorse umane coinvolte nell'analisi - la Commissione esprime la convinzione che essi vadano rafforzati, a tutela della stabilità dei mercati e degli Stati sovrani. Con particolare riferimento, poi, ai giudizi sul debito sovrano, la Commissione sollecita l'introduzione di un espresso divieto di emissione di rating non sollecitati: nessuno può avere la facoltà di esprimere giudizi sulla persona fisica; nessuno, ancora di più, può avere la facoltà di esprimere giudizi sulla realtà socio-economica di un Paese sovrano, che ha la sua legittimazione come realtà statuale.

Per i motivi citati, si sollecita l'introduzione di norme volte a individuare, ovvero istituire da parte dell'Unione europea, un organismo indipendente incaricato di svolgere la valutazione dei titoli del debito pubblico e quindi dell'affidabilità creditizia dei Paesi membri dell'Unione. A questo riguardo si può molto discettare, ma è importante assumere questa determinazione: l'autonomia, l'indipendenza, la liceità, l'assenza di conflitto di interesse sono i soli requisiti essenziali che possono determinare l'autorevolezza di un'autorità che esprima un giudizio o un apprezzamento. Quando è data facoltà alla persona fisica, come professionista, come arbitro o come consulente del giudice, questi requisiti, quelli dell'indipendenza e dell'autonomia si chiedono; a maggior ragione li si deve chiedere a coloro che si nascondono dietro una paratia societaria, che non appaiono in prima persona, che non corrono rischi, che non possono subire sanzioni, ma che possono determinare lo sfacelo, così come accaduto in data più recente.

Mi affido al contenuto integrale del documento, che evidentemente è il risultato di un'azione notevole. Auspico l'unificazione dei documenti, che soli possono incominciare a dare autorevolezza ad un Paese, uno dei tanti dell'Unione europea. Quest'ultima faccia sintesi razionale e determinata, perché così sarà credibile, e certamente avremo dato il nostro contributo a questo problema, causato da scellerati comportamenti di autorità non autorizzate che, eorum sponte, creano disagio e determinano scompiglio, affinché possa concludersi o avviarsi a soluzione felicemente. (Applausi dal Gruppo PdL e dei senatori Scanu e Tedesco. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ubaldo. Ne ha facoltà.

D'UBALDO (PD). Signor Presidente, credo che questa discussione trascenda l'aspetto, pur importante, della regolazione in senso ampio dell'attività delle società di rating.

Noi siamo portatori dei sentimenti di un'opinione pubblica che ha visto negli ultimi mesi l'accendersi di un dibattito intorno alla funzione di fatto impropria di queste agenzie. Oserei dire che, in origine, le agenzie potevano configurarsi come lo strumento classico fondamentale di ausilio e di tutela dei risparmiatori, di quei cittadini che, volendo investire i loro risparmi, avevano bisogno di conoscere il rischio di credito. In un certo senso, volendo anche un po' celiare, è come se fossero all'origine uno strumento di difesa dei consumatori.

In realtà, è chiaro - è la ragione per la quale noi siamo qui a discuterne in questo modo - che le azioni che esse hanno sviluppato nei passaggi cruciali della vicenda democratica non solo del nostro Paese, ma d'Europa e del mondo, con interventi che hanno dato il senso dell'invasione di campo ci costringono a riprendere il bandolo della matassa. In sostanza, noi siamo qui a discutere se sia possibile, con una manovra legislativa e una vigilanza forte dei Parlamenti, non solo del nostro Parlamento nazionale, ma anche dei Parlamenti delle altre Nazioni europee, controllare e bloccare l'uso politico del rating.

Dobbiamo essere anche consapevoli che siamo all'interno di condizioni speciali: noi abbiamo un debito che ci costringe a operare sul mercato con molta cautela. Vorrei dire ai colleghi che, sotto questo aspetto, non aiuta noi e i nostri concittadini fare riferimento a ciò che ha deciso anche recentemente la Cina su questa materia. Noi non possiamo permetterci, neanche come Europa, di usare una società, che nel contesto cinese di fatto è in mano allo Stato, per fare rating. La Cina fondamentalmente, a parte la diversità di ordinamento politico, è una Nazione enorme che non ha debito e, quindi, può permettersi di usare la leva della sua agenzia come uno dei vari strumenti per condizionare l'iniziativa e l'attività delle nostre economie occidentali.

Io credo che abbia ragione il governatore Draghi quando dice che dovremmo abituarci a vivere senza l'assillo e il condizionamento dei giudizi di queste società. Mi permetto di dire che queste parole non sono rivolte genericamente alla classe dirigente politica, ma al mercato, perché è il mercato che deve abituarsi a capire quando l'eccesso di interventismo o di manipolazione implicita da parte di strumenti così delicati, come sono i giudizi di rating, possono fornire legna alla speculazione e non sostegno ad una sana attività di mercato.

Segnalo ai colleghi e all'Assemblea che abbiamo trascurato probabilmente la connessione tra l'attività che svolgono società come Standard & Poor's e Moody's nel dare giudizi sui debiti sovrani e l'attività apparentemente secondaria che le stesse svolgono sul terreno degli enti locali. Credo sia giusto accendere i riflettori su questo aspetto. Vado all'essenziale: la Cassa depositi e prestiti, che tra i suoi compiti ha ancora quello, importante, di fornire credito agli enti locali, ha una sua struttura adibita a classificare l'attività degli enti locali e quindi a stabilire unrating.

Mi domando perché, quando un Comune, una Provincia o una Regione intendono andare sul mercato per raccogliere risorse fondamentali per i loro investimenti, debbano fare ricorso all'esterno. Perché il rating, in questo caso, non viene fornito gratuitamente con una disciplina essenziale dalla Cassa depositi e prestiti? Perché dobbiamo consentire una cosa paradossale come quella per cui alla Regione Lazio, in cui vivo, che ha un problema di indebitamento grave sul versante sanitario e problemi enormi dal punto di vista finanziario, la società Fitch riconosce un rating di due punti superiore a quello assegnato allo Stato italiano? È chiaro che ci troviamo di fronte ad un paradosso. Ma il paradosso vive, si articola e si diffonde sulla base di una impropria e disorganica attività di mercato, in senso, per così dire, deteriore, tra queste società e i nostri ordinamenti territoriali.

Colleghi, signor rappresentante del Governo, credo che in ultimo occorra fare una considerazione - almeno io voglio farla - sulla necessità di mantenere comunque una posizione equilibrata rispetto alla nostra indicazione, che giustamente fa leva sulla possibilità di assegnare, almeno in Europa, ad un organismo terzo questa funzione delicata, ben sapendo che nessuno di noi può vincolare l'attività degli operatori. Sarà uno degli strumenti. Non potrà essere un obbligo di legge rivolgersi a quella istituzione, salvo il fatto che essa dovrà configurarsi come un'istituzione credibile nella definizione corretta di rating da assegnare ai diversi Stati nazionali.

Stiamo toccando un punto delicato - come dicevo all'inizio - che a me ricorda la riflessione che nel lontano 1951 fece Giuseppe Dossetti nel famoso discorso ai giuristi cattolici. In quell'occasione, nel descrivere le caratteristiche dello Stato moderno, insieme alla sua valutazione critica rispetto ad un primo punto, cioè l'assenza di finalità dello Stato liberale, individuando un secondo punto critico, vale a dire la spinta moderna dello Stato a cancellare gli ordinamenti naturali (famiglia e corpi intermedi), concludeva affermando che esisteva un ultimo grave pericolo insito nella funzione dello Stato moderno, il fatto che in nome della libertà esso rinunci ad una sua funzione dirigente. Parlando poi del potere dell'economia, affermava che siamo di fronte cito testualmente, ad «...un'immunità nell'ordinamento giuridico, e quindi alla prevalenza sull'ordinamento giuridico, della società economica e del potere economico».

Quindi, come Parlamento, dobbiamo avere una funzione finalizzata ad esaltare la nostra responsabilità di vigilanza, perché questa immunità male intesa, mal congegnata e mal organizzata non possa danneggiare le prerogative di uno Stato, che non può essere lo Stato che regola l'economia: la nostra deve essere un'attività che aiuta a mantenere sempre coerenti le libertà all'interno del mercato, evitando che qualcuno immagini di usarne alcune per prevalere su altri livelli, esigenze e responsabilità. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rossi Nicola. Ne ha facoltà.

ROSSI Nicola (Misto). Signor Presidente, degli aspetti più demagogici di alcune argomentazioni sollevate in precedenza - a volte tecnicamente ingenue, se posso permettermi - non mette conto parlare. Al nostro esame, c'è un problema molto serio che merita invece di essere discusso attentamente da parte di tutti noi.

La questione è molto semplice: ilrating è un parere fondato su un contratto di diritto privato. Cosa fa sì che un giudizio a carattere schiettamente privato, in realtà, finisca per imporsi e orientare il comportamento del mercato e, a volte, anche quello degli Stati? Per rispondere a questa domanda credo sia necessario andare indietro nel tempo, perché la risposta può essere data solo guardando come il mercato del rating si è evoluto nel tempo.

Vorrei allora ricordare a tutti noi che è del 1936 il primo atto con il quale negli Stati Uniti si proibisce agli investitori istituzionali di investire in obbligazioni "Non Investment Grade", cioè BBB ed altro. Trascorrono 40 anni e, nel 1975, la Sec (la Consob americana) stabilisce la natura del mercato del rating, cui dà una caratteristica schiettamente oligopolistica, conferendo lo status di Nationally Recognized Statistical Rating Organization solo a tre agenzie di rating. Dopo ulteriori 30 anni, con Basilea 2 si stabilisce che le banche possano avere a bilancio titoli cartolarizzati solo se hanno ilrating di almeno due delle tre agenzie citate prima. Infine, si arriva a stabilire che c'è una relazione stretta anche fra parere delle agenzie di rating e patrimonializzazione delle banche.

Quello del rating è un mercato straordinariamente regolamentato, da questo punto di vista. Ciò che trovo assolutamente sorprendente è quello che oggi stiamo facendo. Al di là delle punte più visibilmente demagogiche, infatti, tutte le mozioni in discussione hanno una stretta argomentazione alla base, e cioè chiedono una maggiore e ulteriore regolamentazione. La chiediamo a livello europeo, a livello nazionale e a livello planetario. Mi spiegate voi per quale motivo il problema di un mercato che ha dimostrato i propri limiti, proprio perché visibilmente, eccessivamente regolamentato, possa essere risolto da un'ulteriore aggiunta di regolamentazione? Ho davvero delle difficoltà logiche a comprenderne il motivo.

Sembra quasi prevalere la tesi (al riguardo vi farò degli esempi di altro tipo) che la regolazione sia una soluzione in sé dei problemi. La regolazione è un oggetto straordinariamente delicato, che funziona solo se alcune condizioni gli permettono di funzionare. Non basta scrivere su un pezzo di carta che le agenzie di rating devono essere disinteressate e devono formulare i loro pareri in una certa maniera perché questo poi accada, quando le condizioni, in generale, non lo permettono. Se volete un esempio, ne posso citare parecchi.

Quando si chiede alle agenzie dirating di formulare un giudizio ai fini della patrimonializzazione delle banche, lo si fa perché si pensa che le agenzie di rating abbiano la volontà e la necessità di essere credibili nei confronti del mercato, che si pongano cioè il problema della loro reputazione. Ma se si stabilisce che un mercato è un oligopolio fatto da tre attori il rischio reputazionale non esiste più. Scrivendo quindi la regolazione male e applicandola lì dove non doveva esserlo il risultato è che la svuotiamo di contenuto. Il risultato, semplice, è che obiettivi commendevoli da parte del legislatore possano comportare quelle che ormai chiamiamo conseguenze non intenzionali.

Badate, le conseguenze non intenzionali della regolazione le troviamo ogni giorno. Spero vorrete scusare la mia brevissima digressione. Chi ha scritto l'articolo 18 aveva certamente intenti commendevoli, ma la conseguenza non intenzionale viene pagata ogni giorno dai giovani e dalle donne, cioè dalle parti più deboli del mercato del lavoro. (Applausi del senatore Giuliano). Scrivere, come si legge in un atto approvato qualche giorno fa, che bisogna, addirittura, scrivere le virgole dei contratti fra chi compra e chi vende prodotti alimentari è una cosa commendevole nell'ispirazione, ma avrà la conseguenza non intenzionale di buttare fuori dal mercato le aziende più piccole.

La regolazione è una cosa - lo ripeto - delicata perché se viene malstrutturata, come in questa situazione, produce l'effetto contrario. (Applausi del senatore Menardi). E nelle mozioni - mi spiace dirlo - vedo solo questo: la richiesta di una regolazione come se fosse una soluzione salvifica. Addirittura qualcuno si spinge fino a chiedere l'istituzione di un'agenzia di rating europea. Per favore, prima di pensare cose di questo genere domandatevi qual è la differenza che ogni anno registriamo fra le previsioni del prodotto interno lordo fatte a livello di singolo Paese membro e il consenso globale sulle previsioni di crescita del singolo Paese: solitamente le previsioni del singolo Paese si attestano parecchi decimi sopra la media del consenso globale. Perché? È evidente: perché non potete affidare ad un soggetto una valutazione su se stesso. Come possiamo scrivere cose di questo genere? Come possiamo seriamente pensare di proporre cose di questo tipo?

Come ho detto, la soluzione dovrebbe essere l'opposta, dovrebbe essere esattamente quella di dire che non c'è bisogno delle agenzie di rating, che non ce ne sono solo tre, ma che ce ne possono essere 3, 5, 20 o 47, e che a quel punto il mercato sceglierà quale delle agenzie di rating è più affidabile. Non è andando nella direzione contraria che risolverete questo problema: così come nel dover affrontare in quest'Aula la settimana scorsa il problema del numero delle farmacie e del numero dei notai stavamo guardando i problemi creati dalla volontà di controllare l'offerta, non è continuando a controllarla, come abbiamo fatto, che si risolve il problema, ma è aprendo il mercato.

Da questo punto di vista, purtroppo, le mozioni presentate che discutiamo oggi non presentano alcuna variazione: nessuna di esse, mi spiace dirlo, è all'altezza della gravità del problema che abbiamo sui mercati finanziari. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI e dei senatori Fantetti e Leddi. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fantetti. Ne ha facoltà.

FANTETTI (PdL). Signor Presidente, l'evoluzione della discussione, e in particolare l'intervento del senatore Nicola Rossi, mi spinge ad un intervento che, in realtà, in un primo momento non avevo ritenuto di fare, o meglio di replicare rispetto a quelli già svolti nelle Commissioni competenti. Però credo sia opportuno sottoporre all'attenzione dei colleghi e di questa Assemblea che l'indirizzo di queste mozioni corre il rischio di apportare un eccesso di regolamentazione in un settore in cui il libero esercizio della domanda e dell'offerta nei mercati finanziari dovrebbe avere la meglio.

Di fatto, proprio la regolamentazione che è stata inserita e che costringe i gestori dei fondi a decisioni che prescindono dall'andamento del mercato in base a una valutazione di rating effettuata è proprio alla radice del problema ed è per quello che una regolamentazione del proprio rating da parte dei soggetti interessati,in primis l'Unione europea, lascia il tempo che trova. Avevo proposto nelle Commissioni che se di un'agenzia di rating pubblica a livello internazionale si vuole parlare, si dovrebbe per lo meno avere riguardo al livello di Fondo monetario internazionale, cioè di un'entità sovranazionale, al di sopra di qualsiasi consesso di Stati, che, pur in un patrimonio pubblico ma condiviso, possa emettere giudizi più o meno interessanti per il mercato. C'è una serie di agenzie di rating, compresa quella pluricitata cinese, che lavorano sul mercato e che sono di capitale privato - è di capitale privato anche l'agenzia di rating cinese - e i cui giudizi vengono liberamente accettati dal mercato senza conseguenze devastanti. La direzione della iper-regolamentazione che, più o meno velatamente, con ipocrisia e incompletezza tecnica, tutte queste mozioni indicano veramente va nel senso opposto a quello auspicato. Dovemmo, piuttosto, riferirci al principio originario della libertà di espressione del pensiero che, per esempio a livello anglosassone e americano in particolare, copre i giudizi di queste agenzie, quindi esattamente nel senso opposto.

In questo senso mi associo pienamente all'intervento dottissimo del senatore Nicola Rossi e propongo una revisione critica del messaggio che il Parlamento darebbe con l'approvazione di queste mozioni. (Applausi del senatore Bevilacqua).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Germontani. Ne ha facoltà.

GERMONTANI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, quando si affronta un argomento come quello odierno, già lungamente dibattuto nelle Commissioni competenti 6ª e 14a, è senza dubbio opportuno svolgere un ulteriore dibattito, come quello che sta avvenendo in quest'Aula.

Ci eravamo chiesti, avendo già svolto il dibattito sugli atti comunitari e sul nuovo regolamento sulle agenzie di rating (tra l'altro abbiamo già affrontato questo tema due anni fa, quando abbiamo dato il parere sul regolamento delle agenzie di rating), che senso avrebbe avuto dibattere nuovamente su mozioni presentate in Aula. Credo, invece, che quello odierno sia un grande contributo a un argomento che ha tenuto banco e tiene ancora banco nello scenario nazionale e internazionale, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria. È evidente, infatti, che bisogna stabilire un rapporto diretto tra gli avvenimenti accaduti, cercando di capire cosa è davvero avvenuto e soprattutto qual è la causa, quali sono gli effetti e se tutto ciò era prevedibile.

In 14a Commissione, in effetti, è emerso quanto sta emergendo oggi, sia dall'intervento del senatore Nicola Rossi, sia dall'intervento del senatore Fantetti. In sede di discussione sul parere della 14a Commissione si è manifestato il problema che, per esempio, la richiesta da parte di un soggetto di non essere oggetto di rating potrebbe palesare anche una violazione del libero e fisiologico dispiegarsi del mercato.

Si è richiamato come esempio quello che avviene negli Stati Uniti, dove, secondo il punto di vista liberale, una valutazione di rating rientra nella libertà di opinione, cui si può dare o non dare seguito. Questo punto è emerso nel dibattito in 14a Commissione, ma è evidente che presenta delle difficoltà.

La settimana scorsa abbiamo approvato il provvedimento sulle liberalizzazioni e abbiamo sicuramente avviato un processo di liberalizzazione. Anche in questa occasione si contrappongono chiaramente visioni più - mi permetto di dire - dirigistiche e visioni più liberali. È evidente che tutto questo lo dobbiamo considerare alla luce di quello che avviene nel nostro Paese, contestualizzandolo. È indubbio, allora, che le agenzie di rating hanno svolto e svolgono un ruolo importante e di grande influenza sui mercati finanziari.

Negli interventi che mi hanno preceduto è stato evidenziato soprattutto il fatto che, in realtà, tre sole agenzie detengono globalmente più del 95 per cento del mercato: questo è il primo aspetto su cui ci dobbiamo soffermare. Se di spirito liberale e di liberalizzazione dobbiamo parlare, infatti, è evidente che dobbiamo aprire il mercato a una reale competizione tra le agenzie di rating.

Allora, dobbiamo assolutamente rilevare che il modo migliore di intervenire è istituire una agenzia europea di rating (cosa in cui credo molto) e nel nostro parere si dice, infatti, che bisogna soprattutto rivedere la valutazione negativa che è stata espressa a tal riguardo.

Siamo consapevoli delle obiezioni che possono essere sollevate sui possibili conflitti di interesse di una tale agenzia nel momento in cui valuta i titoli sovrani degli Stati membri dell'Unione, sia che si tratti di un'agenzia indipendente, pienamente finanziata dal bilancio dell'Unione, che di una fondazione privata con finanziamento pubblico. Tuttavia, i potenziali conflitti di interesse potrebbero essere minori di quelli preventivati, anche in relazione a quelli potenzialmente esistenti per le attuali agenzie di rating.

Allora, in diretta correlazione con gli indirizzi espressi dalla Commissione nel documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sugli effetti della crisi finanziaria sull'economia italiana, una fonte di conflitto di interesse è certamente la possibile commistione - è un altro punto oltre il fatto che il mercato è controllato soltanto dalle agenzie di rating - tra l'attività di consulenza e quella di analisi e valutazione del merito del credito.

Il futuro sistema di vigilanza sulle agenzie, quindi, dovrebbe essere fondato almeno su alcuni pilastri. Innanzitutto è assolutamente importante la verifica oggettiva della qualità professionale dei collaboratori e dei dipendenti incaricati della procedura di emissione del rating. Questo è fondamentale. Occorre quindi maggiore competizione nel mercato, professionalità e l'introduzione di strumenti sanzionatori e di istruzioni di vigilanza in grado di prevenire la violazione delle regole.

Altro punto fondamentale è il seguente. Quelle delle agenzie di rating sono soltanto delle opinioni. Ciò che viene evidentemente distorto sono le informazioni che vengono rese al pubblico dei risparmiatori attraverso i canali di comunicazione e attraverso gli organi di stampa. Pertanto le opinioni sul merito del credito delle emittenti diventano poi giudizi reali e quasi coercitivi che determinano l'andamento del mercato. Anche questo è un punto importante su cui porre attenzione. Ripeto che si tratta inizialmente di opinioni che, successivamente, attraverso la comunicazione e gli organi di stampa, diventano quasi coercitive e determinano l'andamento dei mercati.

Proprio su questo credo abbia posto l'attenzione il Governatore della Banca centrale europea quando ha parlato delle agenzie di rating ed ha affermato che i mercati devono fare a meno di esse. In realtà, credo che si debba tener conto delle opinioni, ma non devono essere considerate come determinanti l'andamento dei mercati.

Un'altra questione tecnica che abbiamo affrontato concerne l'articolo 35-bis del regolamento sulla responsabilità civile. Credo sia apprezzabile il meccanismo di agevolazione probatoria secondo cui per l'investitore è sufficiente allegare, in base all'articolo, la violazione da parte dell'agenzia di rating di tutto l'elenco di violazioni contenute nell'allegato III al regolamento, mentre spetterà all'agenzia di rating dimostrare di non aver commesso il fatto o che non c'è stata alcuna incidenza del fatto sul rating.

Ci siamo chiesti però se la previsione - abbiamo posto questo tema, in sede di audizione, al commissario Barnier - di specifiche condotte che integrano uno degli elementi della speciale responsabilità civile previsti dall'articolo 35-bis sia ostativa alla operatività dell'ordinario sistema della responsabilità civile presente nei nostri ordinamenti, che al contrario è incentrato sulla responsabilità civile per qualsiasi fatto che causi un danno, e quindi non solo per fatti specifici. Per fare un esempio, mi riferisco all'articolo 2043 del nostro codice civile e all'articolo 1382 del codice civile francese.

L'ultimo tema è quello che riguarda la necessità, che noi abbiamo rilevato nel parere, per le agenzie di rating di indicare, insieme al nuovo giudizio, anche il giudizio che era stato dato precedentemente e quali fattori lo abbiano, eventualmente, modificato. Anche questa credo sia un'indicazione importante come metodologia di lavoro delle agenzie. Si prevede infatti che le agenzie debbano dare conto in modo chiaro e visibile della data nella quale il rating è stato distribuito per la prima volta e dell'ultimo aggiornamento disponibile, con le eventuali prospettive di rating. Questo, per fornire a coloro che vogliono o che devono tener conto del rating ogni informazione utile sullo strumento finanziario oggetto di esame. Quindi, si dovrebbe prevedere che vengano forniti tutti i precedenti giudizi emessi dalla stessa agenzia, comprese le prospettive del rating. Credo che la conoscenza dell'evoluzione del giudizio emesso fornirebbe dei preziosi elementi di informazione agli investitori sulla qualità dello stesso, per esempio, anche permettendo un confronto ex post con l'effettivo e successivo andamento dei mercati, anche ai fini dell'ulteriore sviluppo in senso concorrenziale del mercato dei rating.

In conclusione, ritengo che debba essere mantenuto lo spirito liberale di cui si è parlato, e che si è approfondito sia in 14ª Commissione sia negli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, ma credo che alcuni correttivi che sono stati giustamente indicati nel parere delle Commissioni 6a e 14ª, quale quello che ho indicato da ultimo, servano per un miglior utilizzo del giudizio di rating fornito dalle agenzie. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Musso. Ne ha facoltà.

MUSSO (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, colleghi, il dibattito che è ormai esploso, non solo in Italia, sulle agenzie di rating, è anche frutto della grave crisi economica di questi anni, ma evidenzia problemi che si pongono e si sono posti molto prima, nonché distorsioni che oggi appunto, sono evidenti, ma che si sono verificate molto prima sui mercati finanziari.

Per la verità, se ci pensiamo, la finanza non è l'unico settore in cui si è cominciato a percepire l'importanza di un valutatore indipendente proprio per fornire quel contesto di informazioni assolutamente essenziale affinché un mercato possa funzionare in condizioni concorrenziali e quindi produrre gli effetti benefìci che ci attendiamo. Nel mercato della finanza abbiamo degli enti o delle istituzioni che offrono dei debiti e degli investitori che vogliono acquistare quei debiti. Questi ultimi hanno bisogno di informazioni molto complesse da capire in mancanza di organi che forniscano questo tipo di consulenza e questo tipo di informazione. Ma è importante che questa consulenza sia precisa e che questa informazione sia fornita da soggetti indipendenti.

Questo è un punto di partenza molto importante e da chiarire, perché, se pensiamo alla riflessione che proponeva molto autorevolmente il senatore Nicola Rossi, è certamente vero che in un impianto liberale non dovrebbe essere «il Principe», non dovrebbero essere le istituzioni a sovrapporre una ulteriore regolazione e a proporre delle agenzie di rating governative perché potrebbe essere il mercato a fornire, attraverso la concorrenza fra le agenzie di rating, la necessaria credibilità che ciascuna deve cercare al fine di affermarsi sul mercato stesso. Tuttavia, non sempre il mercato, se lasciato a sé stesso, evolve verso condizioni di concorrenza: un mercato, anche libero, può produrre monopoli od oligopoli abbastanza collusivi, e questo è esattamente il caso che abbiamo sotto i nostri occhi. Tre agenzie di rating, infatti, si sono affermate a livello internazionale e tra loro non c'è un sufficiente grado di concorrenza per assicurare quel grado di attendibilità che sarebbe loro richiesto se volessero prevalere sui loro competitori.

È ovvio che il bisogno di informazioni chiare che gli operatori finanziari e gli investitori richiedono per le loro decisioni di investimento deve appoggiarsi ad organi che siano assai più affidabili di quanto abbiano dimostrato di esserlo oggi le tre grandi agenzie di rating. In Italia e in Europa ne abbiamo fatto le spese recentemente. L'Italia, com'è noto, è stata declassata a gennaio da tutte le agenzie di rating e subito dopo sono state declassate 34 banche italiane. In realtà anche molti altri Paesi dell'eurozona hanno subito lo stesso trattamento, in particolare lo ha subito la Francia, ed è abbastanza evidente che dietro tale declassamento c'è una valutazione politica. Infatti, nonostante l'attuale Governo stia operando con grandissima concretezza, e vorrei dire anche con grande coraggio, per stabilizzare i conti pubblici con manovre che hanno ricevuto l'apprezzamento delle istituzioni europee ma anche degli Stati Uniti, è evidente, in questo giudizio, il timore (nella migliore delle ipotesi, solo il timore) sull'effettiva capacità di condurre a termine questo insieme di riforme che renderebbe credibile il risanamento dei conti pubblici e la futura solidità finanziaria del debito italiano e dei debiti delle istituzioni e delle banche italiane.

Se questo è il contesto, è evidente che è anche nostro interesse politico non vanificare l'enorme sforzo e i grandi sacrifici che tutti gli italiani stanno conducendo per portare a casa il risultato. In realtà questo rischio esiste perché, come sappiamo, nei prossimi mesi il Tesoro sarà impegnato, fra emissioni e rinnovi, a collocare titoli per circa 400-450 miliardi di euro e le valutazioni delle agenzie di rating potrebbero pesare moltissimo sui tassi di interesse e quindi sul saldo complessivo della finanza pubblica. Come è stato ricordato, ci sono grandi investitori istituzionali, grandi fondi pensione e fondi comuni che non possono acquistare titoli classificati B o, se li hanno, devono venderli e quindi, evidentemente, il declassamento alla tripla B che ha subito l'Italia è particolarmente negativo.

D'altronde, i giudizi estremamente critici che prima riassumevo a proposito della configurazione di oligopolio collusivo che si è creato sul mercato delle agenzie di rating, non vengono soltanto dall'Italia, ma da molti altri Paesi e da grandi istituzioni, compresa la Banca centrale europea. Tutti fanno riferimento al clamoroso abbaglio (se di abbaglio si trattò) relativo alla Lehman Brothers, ma da allora in poi, e probabilmente anche prima, ci sono stati molti errori (chiamiamoli sempre così) prodotti dalle agenzie di rating che hanno avuto enormi conseguenze finanziarie e se qualcuno ne ha pagato i costi, evidentemente qualcun altro ne ha tratto benefìci altrettanto indebiti.

I Governi europei, al di là della protesta che sta montando in questi mesi, fino ad oggi non hanno preso provvedimenti concreti. Il governatore Draghi ha detto che bisogna imparare a vivere senza le agenzie di rating e questa è chiaramente un'osservazione fatta nello spirito dell'intervento del senatore Nicola Rossi. Al tempo stesso, però, ha auspicato che, date le attuali condizioni di oligopolio e di pesante distorsione provocate dalle agenzie esistenti, ci sia un organismo indipendente europeo che assicuri quelle valutazioni indipendenti, autorevoli e competenti che le agenzie esistenti non assicurano.

Da questo punto di vista, ci sono alcune indicazioni che il mio Gruppo aveva fornito inizialmente in una propria mozione che molto opportunamente, adesso, confluisce in una mozione unitaria precedentemente illustrata, nella quale ci riconosciamo.

Presidenza della vice presidente BONINO (ore 11,20)

(Segue MUSSO). Queste indicazioni vanno nel senso di favorire l'indipendenza di giudizio delle agenzie di rating eliminando i conflitti e i contrasti d'interesse che spesso vi sono al proprio interno, vietando in particolare le partecipazioni nelle agenzie da parte di operatori finanziari privati che hanno degli interessi alle loro valutazioni, introducendo o attribuendo anche regole che consentano di valutare con opportuni pesi e criteri anche altri elementi, che attualmente sono trascurati dalle agenzie di rating, come le caratteristiche dell'economia reale, del tessuto industriale e produttivo del Paese o dell'economia valutata e soprattutto diventando più efficaci, introducendo effettivamente delle sanzioni in tutti i casi in cui le agenzie di rating dimostrano di non agire secondo quelli che dovrebbero essere i criteri deontologici della valutazione che conducono, se questi criteri fossero stabiliti e soprattutto se questa agenzie avessero una qualche forma di deontologia.

Visto che il mercato nel quale ci troviamo ad operare è molto lontano dall'essere perfetto e dall'essere un mercato di concorrenza, il fatto che l'Europa possa anche produrre uno sforzo nel senso regolatorio, naturalmente con tutte le attenzioni a che gli effetti collaterali di questa regolazione non vadano nella direzione opposta da quella che auspichiamo, è una misura che ci siamo sentiti di proporre e che viene ripresa nella mozione unitaria. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).