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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 684 del 01/03/2012


FERRARA (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signor Presidente, dicevano i latini: «rem tene, verba sequentur», ossia: conoscendo i fatti, se ne riesce meglio a parlare.

Riportato a quello che fa il Governo, sembra che quest'ultimo conosca meglio gli affari della finanza che non le cose della gente, e quindi finisce per fare provvedimenti che hanno un'impostazione di carattere macrofinanziario che non di carattere di microeconomia e di microsocietà, vista la scarsa attenzione per i problemi sociali. D'altronde - è un'osservazione fatta un po' da tutti giornali, da «l'Unità» a «Libero», per citare gli antipodi - è un Governo che nasce dalla debolezza della politica del Governo precedente ma che, anche nella sua configurazione, contiene tutte altissime figure professionali, ma che comunque appartengono a quel 10 per cento della società che si configura nell'80 per cento nell'economia e quindi finisce per conoscere un po' meglio le necessità - ripeto ancora - macroeconomiche e finanziarie internazionali che non i bisogni della gente, cosa che ho già avuto modo di ripetere due volte. Perché dico questo? Si discute di banche popolari, del fatto che le imprese non hanno finanziamenti adeguati. Contemporaneamente, vi sono istituti di vigilanza e di controllo del sistema finanziario europeo che ci dicono che negli ultimi sei mesi 800 miliardi di euro sono andati via dalle casse delle banche europee. Questo è avvenuto perché vi è stata scarsa fiducia nella possibilità che le banche, scarsamente patrimonializzate, potessero garantire gli investimenti che dai risparmiatori internazionali ed europei venivano fatti nelle banche europee. Ragion per cui tutta la politica è stata indirizzata a rafforzare il sistema della finanza per ridare fiducia al mercato, per far riaffluire capitali in Europa e quindi, nella disponibilità degli stessi, poter rifinanziare l'impresa.

Dunque, da un lato, vi è stata tutta una politica di rigore; dall'altro, qualche provvedimento, come quello delle liberalizzazioni o della semplificazione.

Non sono estremamente innamorato e compiaciuto di questo provvedimento, che anche la stampa finisce per rappresentare come quello di un Governo che riforma il comparto dell'energia, dei trasporti, della finanza, delle assicurazioni e delle banche. Cosa hanno recitato continuamente i giornali? Se difendiamo i giornali dicendo che dicono quello che la gente vuol sentire dire e interpretano il sentimento popolare, certe volte meglio di quanto lo faccia la politica, dobbiamo dire che quando i giornali parlano di taxi e farmacie è perché sostanzialmente la grande riforma che questo decreto finisce per fare sembra ed è più una riforma dei taxi e delle farmacie che non un provvedimento di liberalizzazione forte.

Liberalizzare è molto più complicato che privatizzare. In Italia, lo scempio delle privatizzazioni si fece in due o tre anni. Si privatizzò prima l'energia, mentre le ferrovie erano già privatizzate da tempo, e poi la chimica. Ricondurre alla vera concorrenza è invece più difficile.

Non me ne voglia il presidente Monti quando dice di essere meritevole di plauso internazionale, perché favorire la concorrenza, amministrando uno Stato, significa dettare quelle disposizioni che facciano nascere il concorrente. Invece la Direzione generale della concorrenza, di cui lui è stato un grande interprete, doveva far sì che non nascesse il sistema della concorrenza, ma che fosse diminuita la posizione di monopolio, che è cosa ben diversa.

Il problema da affrontare, parlando della difficoltà di liberalizzare rispetto alla facilità di monopolizzare e di statalizzare, è quello di favorire le nuove intraprese, che sono necessarie in tre comparti: quello finanziario, quello dei trasporti e quello dell'energia. Mi sembra invece che ci sia una certa pavidità. Diceva il collega poc'anzi che l'Autorità dei trasporti entro il 2013 dovrà dettare i perimetri. Qual è l'unica privatizzazione della quale abbiamo goduto? Non è stata la privatizzazione della comunicazione, ma l'impedire che il sistema delle comunicazioni via filo, nel momento in cui si fosse elaborato e trasformato in un sistema via radio, fosse un sistema unico. In quel caso è stato molto facile perché nel momento in cui nasceva la comunicazione via radio si è data la possibilità che non nascesse in testa ad un solo produttore.

In questi tre comparti (finanza, energia e trasporti), principalmente per quello dell'energia e per quello dei trasporti, c'è un problema che non esiste nei Paesi liberali, che non esiste in America, perché quando si realizzavano le ferrovie e i trasporti dell'energia ogni compagnia faceva la sua rete energetica, così come in Italia, dove la Edison aveva la sua rete energetica, come l'avevano l'ENEL e, nel Meridione, l'ESE (Ente esercizio elettrico), che poi erano state unificate.

Oggi abbiamo il problema di rendere fruibile da parte di più soggetti il sistema di rete, mentre nel comparto della finanza c'è un'altra necessità. Visto che una diffusa parcellizzazione determinerebbe una difficoltà di patrimonio nel campo della finanza, ovunque nel mondo si è proceduto all'unificazione dei sistemi di finanza, ma contemporaneamente bisogna introdurre sistemi molto più attivi rispetto alla garanzia di scelta da parte dell'utilizzatore.

Tutto questo non mi sembra che ci sia, né mi sembra sia affrontato con la sufficiente incisività. Mi sembra che se da un lato si procede pavidamente nella direzione della liberalizzazione, lo stesso non si faccia sviluppando contemporaneamente l'attenzione per i bisogni più profondi della gente; d'altronde - rem tene, verba sequentur - questo Governo non mi pare poterla avere, perché quello è un compito della politica. È la politica che, confrontandosi con la gente, con l'elettore, nella ricerca del consenso, finisce per tenere più in sé il desiderio dell'elettore (utilizzo "tenere" con cattiva traduzione ed elaborazione della parola latina e "desiderio" come desiderata, cioè come aspettative da parte dell'elettore).

Questo Governo tecnico (mi dispiace ripetere una cosa - perché difficilmente sono d'accordo con lui - che ha già detto il senatore Li Gotti) avrebbe dovuto permettere al Parlamento di aiutare a migliorare quelle norme, di rendere più coraggiose le proposte in ordine alla possibilità di liberalizzare l'economia.

È stata venduta all'esterno la realtà di un Parlamento assediato dalle lobby, di un Parlamento in cui dietro le porte delle Commissioni stavano i rappresentanti dei gruppi d'interesse. Questo avviene sempre: comunque, avviene normalmente per qualsiasi finanziaria o legge di stabilità che abbiamo discusso. L'incontro con i sistemi di rappresentanza, con i rappresentanti di Confindustria, dell'ENEL, eccetera, è sempre avvenuto. Qual era la preoccupazione? Voi credete o credevate all'esterno di questo palazzo che questa politica potesse essere condizionata da tutto ciò, e allora avete fatto apparire ciò che facevamo a favore delle farmacie e dei tassisti come il peccato da cui bisognava difendere l'Italia, il peccato della politica in testa ai politici; quindi, a questo punto, le liberalizzazioni - che secondo me non ci sono - si sarebbero potute fare con il voto di fiducia e con questa spolveratina di libertà.

Eh no, le liberalizzazioni sono cosa ben diversa da una semplice passeggiata da fare con una macchina a noleggio o un taxi in più; la mancanza di libertà nel commercio e nella produzione è cosa ben diversa da una malattia che può essere curata con una pillolina monodose fornita da un farmacia in più. Sono un percorso molto più difficile, molto più complesso.

Per questo, seppure ho parlato di liberalizzazioni e di scarsa attenzione per i bisogni che non vengono affrontati dal Governo rispetto a tutta la popolazione, in principal modo a quella del Meridione d'Italia, dico che voterò la fiducia, ma da questo Governo mi sarei aspettato veramente molto, molto di più. (Applausi del senatore Viespoli).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Valditara. Ne ha facoltà.