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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 684 del 01/03/2012


FILIPPI Marco (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, il provvedimento sulle liberalizzazioni sottoposto a voto di fiducia è un atto su cui si è manifestato crescente interesse da parte dell'opinione pubblica e ancora maggiore attenzione da parte delle categorie economiche e sociali interessate. È un provvedimento che nelle intenzioni si propone l'obiettivo di sbloccare i meccanismi di chiusura presenti nei mercati per aprirli ad un maggiore e migliore livello di concorrenza, nell'interesse dello Stato e in quello del consumatore che speriamo divenga sempre più cittadino titolare di diritti, sempre più nelle condizioni di scegliere tra offerte concorrenti e sempre meno utente indistinto di servizi indifferenziati. È questo un obiettivo che costituisce una necessità e un'urgenza per il nostro Paese.

Processi di liberalizzazione già precedentemente intrapresi in altre stagioni della politica italiana sono poi successivamente rimasti colpevolmente al palo. Riprendere quel cammino è indispensabile per recuperare quella credibilità internazionale fortemente compromessa negli anni che ci stanno immediatamente alle spalle.

Non sono queste affermazioni generiche, ma vicende che purtroppo in questi anni hanno connotato e segnato negativamente l'azione di governo del nostro Paese. Mi riferisco ai primi provvedimenti di questa legislatura, dove ricordo furono ratificate per legge le convezioni di affidamento delle concessioni autostradali, perché la procedura amministrativa prevista aveva collezionato significativi pareri negativi sui piani finanziari degli atti di affidamento. Successivi atti legislativi videro congelare (fatto credo abbastanza singolare e inedito in Europa) le prerogative dell'ENAC, l'Autorità per il trasporto aereo, per consentire l'affaire Alitalia congelandone gli slot non utilizzati sulle rotte reddittizie interne.

Giusto per limitarmi agli atti principali, ricordo infine l'atto di privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia, su cui è tuttora in corso un'indagine da parte dell'Unione europea per sospetti aiuti di Stato, correttezza e regolarità del bando di gara, e in ultimo, per aver determinato di fatto con la privatizzazione della compagnia una posizione dominante nel mercato, avendo trasformato un settore aperto alla concorrenza in un monopolio privato e sussidiato dallo Stato.

Insomma, come è ben evidente, non si è tutti liberalizzatori allo stesso modo!

Anche solo per questo il provvedimento in esame costituisce già in sé una felice inversione di tendenza, anche nella sua inevitabile imperfezione e incompletezza, e rappresenta per questo un banco di prova significativo per il Governo e per la credibilità del nostro Paese. Si riprende quindi finalmente il percorso che era stato interrotto con questa legislatura e che guardava ad un processo di liberalizzazione regolata dei vari settori economici e commerciali del Paese; un processo di liberalizzazione che è cosa ben distinta dal privatizzare un settore o deregolamentarlo in maniera selvaggia, come abbiamo assistito per esempio da più di un decennio nel settore dell'autotrasporto, dove a farne le spese sono stati i lavoratori e le imprese di questo comparto, sottoposti i primi a condizioni di lavoro inaccettabili e le seconde mortificate nella loro dimensione aziendale. È un esempio di deregolamentazione che non possiamo permetterci se non vogliamo che la concorrenza si determini soltanto sul costo del lavoro, perché così facendo si impoverisce anche il Paese e non lo si governa.

In questo senso la formulazione dell'emendamento 37.100 costituisce un pasticcio inaccettabile a cui bisogna porre rimedio alla prima occasione utile. Non possiamo permetterci il lusso di consentire che la concorrenza sul trasporto ferroviario si giochi essenzialmente su dumping di carattere sociale o a scapito della sicurezza.

Ma questo provvedimento è importante anche perché ad esso si legano le speranze sulla possibilità di ripresa e di crescita economica per il nostro Paese; una crescita fortemente compromessa da una crisi internazionale di proporzioni e intensità davvero inconsuete che sta da tempo mettendo a dura prova lo stato di arretratezza che il nostro Paese sta dimostrando in tutti i suoi asset strategici.

A me risulta sorprendente e incredibile che in questo contesto il tema delle infrastrutture e del modo in cui finanziarle e realizzarle, finite le ordinarie disponibilità di risorse pubbliche, sia precipitato in un cono d'ombra dell'agenda politica e istituzionale.

Il paradosso è che infrastrutture strategiche come porti e aeroporti, in cui sono già operative e ben funzionanti Autorità di settore, anche per effetto delle novità introdotte nel provvedimento (mi riferisco ai vari rimaneggiamenti che ha subito l'articolo 36, in ultimo con l'incomprensibile emendamento 73.100), rischiano di avere molteplici livelli di vigilanza o di regolazione, con inopportune sovrapposizioni di funzioni. Da tempo, insomma, i nostri porti e aeroporti rischiano di diventare in questa confusione, anziché occasione straordinaria di sviluppo per il Paese, terreno di conquista dei grandi player internazionali, che, nell'assenza di una regia di governo nazionale, colgono l'occasione propizia per appropriarsi degli accessi alle infrastrutture; ne conquistano l'utilizzo e ne condizionano la filiera che mette in relazione i mercati di consumo con quelli di produzione. Per il Paese è invece l'ennesima occasione perduta per attrarre investimenti e ammodernare le proprie infrastrutture.

Nell'esame del provvedimento in Commissione, molte sono state le modifiche apportate che ne consentono per larga parte un maggiore apprezzamento, rispetto al testo originario licenziato dal Consiglio dei ministri. È un merito che va senza dubbio al Parlamento nel suo complesso, che è stato capace di trovare sintesi felici e punti di intesa davvero non banali e inattesi tra le varie forze politiche; segno anche questo positivo di un clima politico che sta cambiando e che occorre far lievitare nell'interesse del Paese.

Voglio però cogliere l'occasione anche per esprimere un profondo rammarico, dovuto al fatto che per l'ennesima volta la Commissione infrastrutture e trasporti, cui mio onoro di appartenere, interessata da almeno il 40 per cento delle norme contenute nel provvedimento, avrebbe richiesto ben altro coinvolgimento e invece ha avuto, ancora una volta, per scelta insindacabile del Presidente del Senato, un ruolo assolutamente marginale nell'esame del provvedimento. Segnalo per inciso che dal provvedimento sono stati interessati tutti gli ambiti della mobilità e della logistica (dal trasporto aereo e navale a quello ferroviario e all'autotrasporto), così pure provvedimenti che riguardano i porti, gli aeroporti, le autostrade e le ferrovie. Ho trovato davvero mortificante che non ne sia stata compresa la rilevanza. Dico di più, in una fase recessiva come quella attuale è semplicemente una vergogna che da parte del Governo non si comprenda l'urgenza di interventi finalizzati agli investimenti indispensabili per i porti e gli aeroporti, che sono le nostre principali e naturali porte di accesso per merci e passeggeri. Bisogna che il Presidente del Consiglio in persona ci metta seriamente l'attenzione. Per l'economia del Paese questa è roba ben più seria dell'ICI sugli immobili della Chiesa. Si tratta di infrastrutture strategiche collocate in un'area geografica che da tempo ha riscoperto una nuova centralità e nuove potenzialità, e che purtroppo il nostro Paese non riesce invece adeguatamente a valorizzare negli scenari di una competizione internazionale. Una sfida, quella che si gioca sugli scali portuali, che negli ultimi anni stiamo perdendo non solo con i porti del Nord Europa, ma addirittura con quelli del Nord Africa e della vicina Spagna, che solo negli ultimi dieci anni, mentre noi abbiamo smesso di finanziare, ha stanziato 10 miliardi di euro per l'ammodernamento infrastrutturale dei propri porti. Investire nei porti e negli aeroporti è sempre più urgente per rilanciare con convinzione una dimensione euromediterranea cui il nostro Paese guarda naturalmente in una funzione di ponte con i nuovi mercati emergenti, da quelli del Nord Africa a quelli dell'area balcanica e dell'area mediorientale.

Contavamo sulla possibilità di vedere accolti emendamenti finalizzati a riconoscere autonomia finanziaria agli scali portuali e una politica tariffaria per gli aeroporti esclusivamente finalizzata alla realizzazione degli investimenti, al fine di lasciargli una parte di risorse che essi stessi producono per finalizzarle alla realizzazione delle infrastrutture necessarie, a partire dal collegamento alle principali arterie ferroviarie e autostradali, aspetto sempre più indispensabile; invece, porti e aeroporti oggi sono spesso fonte di congestionamento, specie nelle realtà urbane, o di incosciente isolamento in quelle periferiche e decentrate. Questa avrebbe costituito e dovrà costituire una misura non solo anticiclica ma un volano di sviluppo essenziale per il nostro Paese in termini di traffici e di presenze, ma anche occasione di produzione e di consumo della ricchezza.

È mancato anche il coraggio di assumere emendamenti molto semplici, come quello sulle rocce e le terre da scavo: appena un po' più di buon senso avrebbe fatto comprendere l'immediata convenienza economica per la conclusione di alcuni significativi cantieri in corso, da quello della variante di valico al completamento della linea C della metropolitana di Roma.

La sensazione è che tra i tanti poteri da ridimensionare, le tante posizioni di rendita ingiustificate da risolvere, vi sia anche quello dei vertici degli apparati burocratici dello Stato, che forse dall'immobilismo di questo Paese ricevono maggiori benefici e convenienze che dal renderlo dinamico ed efficiente. È questo il potere asimmetrico dell'alta burocrazia, un potere ingiustificato nelle sue forme degenerative, che quanto prima va riconvertito da una cultura degli atti ad un cultura dei fatti.

Nonostante ciò, ovviamente voteremo la fiducia, ma l'amarezza è davvero tanta per aver perso un'occasione e non averla sfruttata al meglio, per non aver colto un obiettivo pieno che era davvero a portata di mano. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Poretti. Ne ha facoltà.