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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 684 del 01/03/2012


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

PEDICA - Al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione - Premesso che:

da anni sono entrati nella pianta organica dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) circa 4.500 lavoratori provenienti da altri enti (Istituto nazionale di previdenza per i dirigenti di aziende industriali-Inpdai, Comitato olimpico nazionale italiano-Coni, eccetera);

i circa 4.500 lavoratori sono impiegati nell'espletamento di mansioni che richiedono l'inquadramento nella categoria C, da C1 in su, ma la quasi totalità dei lavoratori inseriti è stata inquadrata nelle categorie inferiori A e B quali erano quelle equivalenti di provenienza;

come noto è possibile utilizzare un lavoratore per l'espletamento di mansioni superiori a quelle previste dalla categoria nella quale è inquadrato per un massimo di tre mesi, previa remunerazione prevista per la mansione superiore;

è stato espletato un concorso interno, dal quale la quasi totalità dei circa 4.500 lavoratori Inps è risultata idonea ad essere inquadrata nella categoria C, ma soltanto il 20 per cento circa degli interessati è stato realmente inquadrato in tale categoria;

la Corte dei conti ha emesso una nota rivolta all'Inps, in cui fa presente alla direzione dell'Istituto che i risarcimenti economici eventualmente dovuti ai lavoratori potranno essere a carico dei dirigenti che non hanno rispettato la normativa di riferimento;

secondo quanto riferito all'interrogante, risulta inoltre che numerosi lavoratori, a seguito dell'esito positivo dei procedimenti giudiziari da essi intentati contro l'ente, siano stati privati delle mansioni svolte da anni, nonché che l'Inps abbia adottato atteggiamenti al limite del ricatto nei confronti dei lavoratori che avevano manifestato l'intenzione di adire le curie competenti per far valere i propri diritti,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se sia inoltre a conoscenza delle numerosissime cause di lavoro intentate da lavoratori contro l'Inps e degli esiti delle cause già concluse in primo grado e/o in secondo grado;

quali siano le ragioni per cui i lavoratori di cui in premessa non siano stati inquadrati nella categoria per la quale sono già risultati idonei;

se e quali provvedimenti il Ministro in indirizzo, nell'ambito delle proprie competenze, intenda adottare, anche al fine di verificare eventuali comportamenti illeciti dell'ente, a tutela dei lavoratori coinvolti.

(4-06980)

PETERLINI - Al Ministro della difesa - Premesso che:

a fronte dei drammatici tagli al bilancio e della forte stretta sul debito pubblico, non può non apparire discutibile la partecipazione del Paese al programma statunitense joint strike fighter (Jsf) F-35;

l'F-35 è, infatti, un cacciabombardiere particolarmente costoso: si tratta di una cifra che dovrebbe essere addirittura superiore ai 100 milioni di euro, destinata a crescere per la deriva dei costi di sviluppo e di produzione;

nonostante il nostro Paese sia entrato nel programma Jsf dal 2002, quale partner di secondo livello, il cacciabombardiere non sarà comunque pronto prima del 2018, ovvero con circa sette anni di ritardo, il che comporterà la necessità di rimediare agli inconvenienti tecnici emersi durante gli ultimi 12 mesi, e confermati dal vice ammiraglio David Venlet, che segue il programma per conto del Pentagono;

nonostante il Ministro in indirizzo, rispetto all'iniziale impegno di acquisto di 131 cacciabombardieri dalla Lockheed Martin (l'azienda produttrice), al costo complessivo di circa 15 miliardi di euro, abbia in ultimo dichiarato un taglio nell'acquisto di 41 esemplari, con ciò la situazione non appare meno grave, poiché la stessa azienda produttrice ha evidenziato che, con i tagli dell'Italia sull'acquisto degli apparecchi e l'allungamento dei tempi di consegna dei prossimi F-35 da parte degli Stati Uniti, il prezzo di ogni singolo cacciabombardiere è destinato ad aumentare ulteriormente;

conseguentemente, alla fine dell'operazione, i risparmi pure evidenziati dal Ministro in indirizzo e riconnessi all'acquisto di 90 F-35, anziché 131, rischiano in ogni caso di essere irrisori;

come risulta dalla documentazione ufficiale del programma militare "joint strike fighter F-35", guidato dagli Usa, l'uscita del nostro Paese dall'accordo non comporterebbe oneri aggiuntivi,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo intenda fornire informazioni riguardo alla spesa effettiva che sosterrebbe il Paese per l'acquisto degli F-35;

se intenda intervenire, ed in quali tempi, per far uscire il Paese dal programma Jsf, in tal modo riducendo le spese militari, a fronte di manovre economiche particolarmente gravose per i cittadini.

(4-06981)

BUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico e per i beni e le attività culturali - Premesso che:

secondo anticipazioni apparse in questi giorni sulla stampa nazionale, l'Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) sembrerebbe intenzionata a non dare attuazione alla delibera attesa in tema di diritto d'autore;

l'interrogante ha raccolto le preoccupazioni delle associazioni di categoria che raggruppano il mondo dell'industria della cultura e della creatività;

l'Italia si trova già sotto osservazione nella comunità internazionale per gli elevati livelli di pirateria, e tornerebbe a collocarsi nella black list degli Stati che favoriscono l'aggressione alla proprietà intellettuale;

a giudizio dell'interrogante sarebbe necessario chiarire il motivo di questo eventuale cambiamento di intenzione, perché al di là delle ingiustificate pressioni del popolo della rete di queste settimane, se fossero confermate le indiscrezioni di stampa, e quindi non ci fosse un pronunciamento in tema di diritto d'autore, si darebbe in tal modo un duro colpo alla competitività interna e alla credibilità internazionale, in un settore strategico come quello dell'industria culturale,

si chiede di sapere se il Governo intenda adottare provvedimenti in tema di protezione della proprietà intellettuale (diritto d'autore) e se risultino veritiere le indiscrezioni secondo le quali l'Agcom sarebbe intenzionata a non dare attuazione ad una delibera annunciata più volte anche in sede parlamentare.

(4-06982)

FERRANTE, DELLA SETA - Al Ministro degli affari esteri - Premesso che:

secondo i bollettini dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), in particolare quello del 23 febbraio 2012, a partire dal 2 febbraio 2012 più di 61.000 tuareg del Mali, appartenenti alla cosiddetta popolazione bianca, ossia mauri e arabi, avrebbero precipitosamente abbandonato i loro accampamenti e le loro abitazioni, compresa la capitale Bamako, per cercare asilo negli Stati vicini, Mauritania (circa 22.000), Algeria (circa 5.000), Niger (circa 17.000), Burkina Faso (circa 16.000) e Senegal, in conseguenza degli scontri iniziati il 17 gennaio 2012, nel Nord del Paese, tra esercito regolare e ribelli tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell'Azawad;

se nel Nord la fuga è determinata dalla impossibilità di rimanere nelle zone del conflitto, a Sud si fugge da quella che si configura come una nuova persecuzione: come avvenuto in passato infatti, cittadini maliani attaccano altri cittadini maliani, solo sulla base della loro appartenenza etnica, assimilandoli ai ribelli e rendendoli corresponsabili di quanto accade, anche se sono del tutto estranei agli scontri;

le manifestazioni, nel Sud del Paese, hanno avuto inizio mercoledì 2 e giovedì 3 febbraio 2012 a Bamako con la lunga marcia delle mogli e delle famiglie dei militari maliani uccisi a Aguel'hoc dai ribelli appartenenti al Movimento Nazionale di Liberazione dell'Azawad, le quali chiedevano di incontrare il Presidente della Repubblica del Mali, Amadou Toumani Touré, perché facesse chiarezza su quanto stesse accadendo, situazione sulla quale, invece, il Governo del Mali ha scelto di tenere un profilo basso e, fin quando è stato possibile, di tacere. Anche se bisogna evidenziare che le violenze sono iniziate il 1° febbraio 2012 con la completa distruzione di abitazioni di tuareg sulla collina di Kati e l'incendio di una clinica gestita da un medico tuareg;

ovviamente, dopo questi drammatici fatti, la situazione si è rapidamente aggravata costringendo il Presidente del Mali a dichiarare di seguire attentamente l'evoluzione dei fatti e invitando "maliani e maliane a prendersi per mano" e a non confondere i ribelli con pacifici cittadini "nostri compatrioti". Purtroppo l'appello non ha avuto alcun risultato e gli episodi di violenza si sono moltiplicati. Di fatto il Governo del Mali non ha adottato alcuna misura di protezione neppure verso i suoi ministri e funzionari tuareg, arabi e mauri: con la conseguenza che una delle abitazioni completamente distrutte e incendiate sulla collina di Kati - e non è stato l'unico caso - è quella di Zakiyatou Oualett Halatine, ex ministro dell'artigianato e del turismo;

la popolazione - non solo tuareg ma anche mauri, arabi, songhay, peul - dei villaggi del Nord conquistati e occupati dai ribelli è stata costretta ad abbandonare tutto e affrontare il deserto nel terrore che i luoghi diventassero teatro di battaglia con l'esercito regolare ma anche perché i villaggi costituiscono i luoghi di rifornimento per i ribelli che portano via tutto il necessario;

a seguito di tutto questo risulterebbe che molti civili sono già rimasti uccisi negli scontri, si parla di fosse comuni con decine di morti e circolerebbero video che testimoniano violenze raccapriccianti;

si sottolinea che ora per gli esuli il futuro è rappresentato solo dall'esilio nei campi profughi che, a quanto risulterebbe, mancherebbero perfino dell'acqua, come nel caso, solo come esempio esplicativo, di quello della Mauritania. Una delle conseguenze di questa drammatica situazione è la grande angoscia per l'incerto destino che attende le donne e i bambini;

in un incontro tra eminenti intellettuali e uomini politici maliani, avvenuto il 13 febbraio 2012 a Bamako, si è parlato di una volontà esterna di "balcanizzazione di questa zona del Sahara";

è importante evidenziare che ad oggi su questa drammatica situazione, estremamente complessa da analizzare, non è possibile disporre di tutti gli elementi necessari, né, d'altronde, è fine degli interroganti procedere ad un'approfondita analisi in questo momento; quel che invece appare assolutamente indispensabile, nel più completo silenzio della informazione, è denunciare quanto sta accadendo in Mali, che di fatto si configura come una nuova persecuzione, come già avvenuto in passato, di cittadini maliani contro altri cittadini maliani solo per la loro differente appartenenza etnica,

si chiede di conoscere se il Ministro in indirizzo non intenda immediatamente assumere, attraverso i canali diplomatici, iniziative concrete nei confronti del Governo del Mali affinché cessi immediatamente ogni forma di pulizia etnica, di tortura, sopruso e negazione dei diritti umani in Mali.

(4-06983)

GARAVAGLIA Mariapia - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

in Italia la formazione universitaria degli assistenti sociali è articolata in corsi triennali classe L.39 "Servizio sociale" e magistrali classe 87M "Servizio sociale e politiche sociali" attivati negli atenei in facoltà o dipartimenti diversificati sul territorio nazionale;

i parametri per l'attivazione dei corsi negli ultimi anni hanno subito modifiche che, allo stato attuale, rendono sempre più difficile, laddove non impossibile, l'apertura dei corsi di laurea in Servizio sociale, in quanto negli atenei gli insegnamenti delle materie d'indirizzo sono garantiti nella quasi totalità da docenti a contratto che, secondo le disposizioni vigenti, non sono computabili nel numero dei docenti necessari per l'apertura dei corsi;

gli atenei, in assenza di docenti incardinati di discipline di Servizio sociale, si trovano nell'impossibilità di garantire l'apertura dei corsi per l'anno accademico 2012/2013;

occorre garantire la continuità della formazione alla professione di assistente sociale, regolamentata dallo Stato come professione intellettuale con la legge 23 marzo 1993, n. 84,

si chiede di sapere:

se nelle more della riorganizzazione dell'ordinamento delle professioni intellettuali in via di definizione presso il Ministero della giustizia in applicazione dell'art. 3, comma 5, del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, attraverso l'istituzione del corso di laurea magistrale a ciclo unico in Servizio sociale e la copertura degli insegnamenti d'indirizzo di Servizio sociale con personale docente incardinato, il Ministro in indirizzo intenda garantire la continuazione dei cicli formativi della professione di assistente sociale disponendo, in deroga, che i docenti a contratto delle discipline di Servizio sociale, siano computati alla stregua dei docenti incardinati per l'attivazione dei corsi triennali e magistrali per l'anno accademico 2012/2013;

con quali strategie si intenda procedere affinché per il futuro si possa evitare il perdurare di questa problematica che, di fatto, rende impossibile la formazione dei professionisti assistenti sociali che, sulla base di principi costituzionali e delle leggi dello Stato, sono ritenuti fondamentali per la tutela dei cittadini, in special modo di coloro che si trovano in situazioni di fragilità e a rischio di esclusione sociale.

(4-06984)

TOTARO - Ai Ministri della salute e della giustizia - Premesso che:

in data 15 febbraio 2010 la signora Lea Borghini, recatasi a villa delle Rose, in zona Careggi, Firenze, in uno degli ambulatori affittati dalla proprietà all'Ispo, l'Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica, si è sottoposta ad una colonscopia preventiva per l'accertamento di possibili forme tumorali all'intestino;

intorno alle ore 12,30 dello stesso giorno è stato dichiarato il decesso della donna a causa della perforazione dell'intestino;

considerato che:

il primo responso dell'autopsia ha accreditato la colpa medica e la procura ha aperto un fascicolo sulla vicenda iscrivendo nel registro degli indagati i medici e gli infermieri che hanno assistito la donna;

in udienza preliminare il gip Anna Flavi ha disposto il non luogo a procedere nei confronti dei tre imputati dell'Ispo di Careggi, il medico endoscopista Guido Castiglione, l'anestesista Claudio Poli e l'endoscopista Giovanni Andrea Bonanomi poiché, sebbene durante l'esame si sarebbe verificata la perforazione di 3 millimetri di diametro della parete della mucosa del ceco, l'evento rarissimo sarebbe stato provocato non dalla sonda degli operatori ma dall'aria insufflata attraverso il colonscopio per procedere alla distensione intestinale;

nessuna colpa è stata ascritta al dottor Castiglione il quale, a giudizio dei periti del Gip, condusse l'esame colonscopico con la sua équipe in maniera sostanzialmente corretta e secondo gli standard previsti sia a livello nazionale che regionale né vi fu un errore di diagnosi da parte dello stesso e degli altri sanitari;

il pm Gianni Tei dichiarò che avrebbe intentato ricorso in appello contro la decisione del giudice, ma la richiesta fu rifiutata,

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo risultino i criteri che hanno portato alle decisioni sopra riportate;

se risultino, allo stato, fascicoli aperti sulle vicende legate al decesso della signora Borghini;

se ritengano, ciascuno per quanto di competenza, di attivare le opportune attività ispettive al fine di accertare il reale svolgimento dei fatti.

(4-06985)

DELLA SETA, FERRANTE - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

è di questi giorni la notizia che in otto comuni del Vallo di Diano (Salerno) - Atena Lucana, Montesano sulla Marcellana, Padula, Polla, Sala Consilina, Sant'Arsenio e Teggiano - vi è tra i cittadini forte inquietudine per il ventilato arrivo delle trivelle della Shell che cercherebbero petrolio. Il vallo di Diano si trova nel cuore nell'Appennino lucano, dove i monti della Maddalena e Monte Cavallo separano il Cilento dalla Basilicata, regione in cui sono già presenti pozzi estrattivi;

le amministrazioni comunali si sono già espresse negativamente rispetto alla richiesta di autorizzazione avanzata da Shell, attraverso un documento congiunto approvato al termine della riunione che si è tenuta il 23 febbraio 2012 presso la sede della Comunità montana nella certosa di San Lorenzo a Padula. Da questa stessa riunione è nato anche il comitato spontaneo "No al petrolio nel Vallo di Diano";

a tale proposito, già nel 1997 i cittadini del vallo di Diano si mobilitarono alla notizia che un gruppo di società petrolifere guidate dalla Texaco aveva ottenuto permessi per eseguire un pozzo esplorativo alla ricerca di giacimenti petroliferi ad oltre 4.000 metri di profondità. Oggi, dopo 15 anni, la Shell mostra di nuovo interesse per il comprensorio valdianese provocando così una rinnovata mobilitazione;

si sottolinea che l'area è dal giugno 1997 inserita nella prestigiosa rete delle riserve della biosfera del Mab-Unesco e dal 1998 fa parte della lista di patrimonio mondiale dell'umanità. Inoltre, parte dell'area si trova all'interno del parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, che risulta agli interroganti essersi già espresso contro il progetto;

è importante, per capire la fondatezza della contrarietà espressa dal territorio contro questo progetto della Shell, la lettura del dossier realizzato a suo tempo, in occasione del precedente progetto, dal geologo Franco Ortolani, ordinario di geologia presso l'università Federico II di Napoli. Nel dossier si chiariva che i problemi geo-ambientali più rilevanti connessi alla ricerca e produzione di idrocarburi nel territorio della comunità montana sono essenzialmente due: il rischio idrogeologico del sito in cui era prevista, nel 1997, la realizzazione del pozzo S. Michele 1, e il rischio sismico derivante da effetti locali quali rotazioni di blocchi rocciosi di notevole spessore e spostamenti verticali relativi tra blocchi in occasione di un eventuale sisma simile a quello del 1857. Il sito in cui era prevista la realizzazione del Pozzo S. Michele 1 è ubicato nel centro della valle torrentizia denominata vallone Bersaglio ed è sottoposto a vincolo idrogeologico. La Texaco aveva richiesto lo svincolo idrogeologico dell'area producendo uno studio con cui si proponeva di realizzare una sistemazione idraulica in modo da deviare le eventuali acque di piena che avrebbero potuto incanalarsi nella valle in seguito ad eventi pluviometrici eccezionali. Il rischio idrogeologico connesso all'invasione di acqua in tal modo sarebbe stato eliminato. L'indagine svolta da Ortolani evidenziò un problema, fino ad allora mai segnalato, per il margine nordorientale del vallo di Diano, rappresentato dalle colate rapide di detriti che nel secolo scorso hanno già interessato l'area di Padula. Il problema geo-ambientale più grave del sito non era rappresentato, pertanto, dalle piene idriche eccezionali, ma dal rischio di colate rapide di fango e detriti. Per questo il sito prescelto dalla Texaco risultò ad alto rischio idrogeologico connesso al transito di colate rapide di fango e detriti: un'eventuale colata avrebbe potuto distruggere istantaneamente gli impianti di perforazione mettendo a rischio anche la vita degli addetti al pozzo esplorativo;

le conclusioni dell'indagine di Ortolani fornirono solidi argomenti a chi si opponeva al progetto. Tra l'altro, le preoccupazioni da lui espresse risultarono confermate dagli eventi sismici del settembre-ottobre 1997 tra Umbria e Marche, caratterizzati da magnitudo inferiore a quella degli eventi del 1980 e del 1857 in Campania, nel corso dei quali si produssero spostamenti verticali tra blocchi rocciosi contigui lungo una ampia fascia larga vari chilometri (come è stato ampiamente documentato da Giuseppe Cello dell'università di Camerino durante il convegno nazionale "Geoitalia 97" tenutosi all'inizio di ottobre 2011 a Bellaria);

oggi si avverte il pericolo che tutti questi preziosi studi si dimostrino inutili, nel caso in cui venga autorizzata l'apertura di un pozzo esplorativo nelle stesse aree sulla sponda destra del fiume Tanagro,

si chiede di conoscere:

se siano già state concesse autorizzazioni alla Shell Italia per il progetto, e in caso negativo se il Ministro in indirizzo non intenda, a tutela dell'ambiente, del paesaggio e degli ecosistemi presenti nell'area del vallo di Diano, sospendere ogni procedura in essere convocando urgentemente un tavolo tecnico a cui siano invitati tutti i soggetti coinvolti nella vicenda;

quali iniziative concrete di vigilanza intenda assumere a tutela del patrimonio ambientale, paesaggistico e degli ecosistemi presenti nel vallo di Diano.

(4-06986)

LANNUTTI - Ai Ministri della salute e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

si legge su un articolo pubblicato su "Linkiesta" il 29 febbraio 2012: «Nell'Agro aversano campano, 193 kilometri quadrati abitati da circa 270mila persone, la terra a confine con il "triangolo della morte", come è stato definito anche dalla rivista scientifica The Lancet, di Nola-Acerra-Marigliano. E secondo uno studio dell'Istituto nazionale tumori "Fondazione Pascale" sull'andamento della mortalità per tumori nelle province di Napoli e Caserta, in quest'ultima si registra un incremento del 32,27% nelle donne e del 28,4% negli uomini. In provincia di Napoli, invece, si è arrivati al 40% nelle donne e al 47% negli uomini. Acque di falda e terre inquinate, utilizzate per le colture agricole, crescono prodotti ricchi di metalli pesanti che finiscono sulla tavola delle nostre case: "Per obbligo di legge sui terreni dove vengono riscontrati scientificamente evidenti fenomeni di inquinamento non si possono coltivare prodotti a uso agroalimentare", spiega il dott. Antonio Marfella dell'Istituto Pascale. "Di fatto non esiste un solo metro quadro di terreno in tutta la regione Campania che abbia ricevuto l'inibizione all'uso agroalimentare o che sia stato realmente inibito. Ad esempio nell'agro aversano pochi mesi fa sono stati dichiarati da chiudere decine di pozzi utilizzati a scopo irriguo. Tuttavia nessuno è stato chiuso e nessuna attività agricola è stata sospesa". Secondo Alessandro Gatto, presidente del Wwf Campania, che ha scritto al governatore campano Stefano Caldoro, "il territorio a nord di Napoli è pieno zeppo di tonnellate di rifiuti pericolosi per la salute dell'ambiente e degli esseri umani che ci vivono. Secondo le indagini degli inquirenti", sottolinea Gatto "questi territori costituiscono le localizzazioni più estese e più pericolose di tutta Italia". Solo nell'agro aversano e nel litorale domizio sono state individuate 163mila aree inquinate tra suoli, laghetti, cave, e invasi vari utilizzati come discariche abusive. "Il problema è che mancano discariche "ufficiali" in questo pezzo d'Italia", spiega Aurora Brancia, igienista industriale e ambientale. "In compenso sono massicciamente inquinati terreni, acque superficiali e di falda profonda". Mentre il dott. Marfella dell'Istituto Pascale sottolinea che "ad oggi si continuano a ricevere smaltimenti illeciti di rifiuti industriali. Non nella zona dell'agro aversano, in quanto fisicamente satura, ma nelle altre zone. Non ci sono controlli. La nostra salute è legata alla volontà dei camorristi che decidono o meno di sversare rifiuti". È lungo l'elenco delle sostanze tossiche sotterrate nel terreno: polveri da abbattimento dei fumi dell'industria siderurgica e metallurgica, morchie oleose, ceneri da combustione di olio minerale, morchie di verniciatura, pitture e vernici di scarto ricche di solventi organici alogenati e non, inchiostri da scarto, fanghi da trattamento acque di processo e di acque reflue industriali, melme acide, fanghi di potabilizzazione e chiarificazione delle acque, e probabilmente, rifiuti radioattivi. "Con l'operazione Cassiopea gli inquirenti hanno rilevato la presenza di queste sostanze inquinanti", ha precisato Gatto di Greenpeace. "Purtroppo si è conclusa con un non luogo a procedere per i 95 imputati, per decorrenza dei termini". Brancia definisce la situazione un risultato "terrificante e ancora misconosciuto". E aggiunge: "Sino al 1982 era normale seppellire i rifiuti industriali nel terreno interno allo stesso perimetro industriale. Inoltre, il progressivo abbandono delle terre coltivate, legato a motivi speculativi e all'inquinamento ha stroncato alcune colture più sensibili. Di fatto, si è diventata più semplice l'illegalità dello smaltimento, spesso appoggiata dagli stessi agricoltori dietro compenso economico". La contaminazione sembra senza soluzione di continuità in questi territori e ciò emerge chiaramente quando Aurora Brancia fa riferimento alle audizioni, presso la "Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse", del colonnello Carlo Jean della Sogin, (società di Stato incaricata anche della bonifica ambientale degli impianti nucleari italiani, della gestione e messa in sicurezza di rifiuti radioattivi) si parla della presenza di solventi, "verosimilmente da verniciatura", a valle della Fiat di Pomigliano d'Arco e presso Acerra. L'agro aversano è a valle idraulico di questi posti, ossia l'acqua sotterranea dopo esser stata contaminata nel "'triangolo della morte" scorre, sempre via sotterranea, fino a raggiunge il mare". Constata infatti che: "Nelle falde superficiali della zona di Acerra sono stati riscontrati di clorurati cancerogeni, non utilizzati nelle verniciature bensì nelle sgrossature dei metalli che si sgrassano con il tricloroetilene. Ovvero un cancerogeno che degradandosi dà luogo agli altri ancora più cancerogeni". La Fiat di Pomigliano d'Arco fa sapere che "Fiat non ha mai ricevuto contatti o richiesta su tale vicenda di cui ne ignora totalmente i contenuti". Ma se il fenomeno del contaminamento è così esteso cosa fare con il cibo? Risponde con queste parole Aurora Brancia, igienista industriale: "Non compro cavoli, verza, e carciofi perché in gran parte continuano a essere coltivati proprio nell'area agricola immediatamente a valle idraulica di questo triangolo della morte. Faccio eccezione per quelli di un mio cliente che li coltiva su un'area di cui ho analizzato (per questioni lavorative) più volte le acque di pozzo. In generale preferisco comprare alimenti solo se conosco i risultati delle analisi dei terreni di provenienza e delle relative acque". Ma non basta. "Evito le albicocche che in grandissima parte sono coltivate nella zona di terreno attorno alle ecoballe stoccate dal governo Berlusconi in prossimità dell'inceneritore di Acerra". Secondo i dati Istat, nel 2011 nella sola provincia di Caserta, sono stati raccolti 107mila quintali di albicocche, quelle proveniente dai terreni attorno alle ecoballe, chi le ha mangiate? Vanno ricordate anche la coltivazione delle fragole di Parete, "coltura tipica del posto e abbondantemente esportata, che però si trova a pochi chilometri dall'area delle discariche pericolose di Giugliano", osserva Alessandro Gatto. In generale, dunque, che mercato ha l'ortofrutta di queste zone inquinate? Il cibo diventa veicolo di contaminazione? Neanche coloro che coltivano ortaggi nel proprio orticello si possono dire al sicuro perché, pur non usando pesticidi, rimane il problema dell'acqua contaminata usata inconsapevolmente per irrigare. Forse, l'unica difesa possibile, data anche la mancanza di bonifiche, è quella che Aurora Brancia definisce "un trucco. Da anni lascio frutta e verdura, fuori dal frigorifero: se comincia da subito ad andare a male, a ingiallire o presentare delle macchie la mangio perché vuol dire che non ha troppo veleno per i batteri e quindi neanche per l'uomo, altrimenti la butto". E continua: "Scarto immediatamente le cose "abnormi". Le sostanze chimiche se sono in eccesso provocano "mostruosità" nei frutti vegetali". Ma si può ancora salvare l'agro aversano? "Tecnicamente il discorso è lungo si tratterebbe di adottare azioni da ottimizzare nel medio lungo termine, nell'immediato è di fatto impossibile"»,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo ritenga urgente approfondire il delicato problema e dare più precisa cognizione all'opinione pubblica locale;

quali iniziative intenda adottare al fine di acquisire elementi in relazione al livello di inquinamento nel territorio dell'Agro aversano che causa gravi danni alla salute della popolazione;

quali iniziative intenda assumere al fine di prevenire ulteriori episodi di inquinamento ambientale garantendo la salute pubblica;

di quali dati disponga in relazione alla situazione delle acque sotterranee, sorgenti e falde acquifere, nonché delle acque superficiali, dei corsi d'acqua e degli invasi naturali o artificiali della zona in questione;

se non ritenga urgente adottare le opportune iniziative al fine controllare se i fenomeni di inquinamento sui terreni della zona abbiano determinato o possano determinare contaminazione nella catena alimentare o idrica;

se, alla luce dei dati relativi alla contaminazione delle acque, risulti che le amministrazioni interessate e gli enti preposti al controllo abbiano messo in atto gli interventi necessari per arrestare il gravissimo danno ambientale e provvedere alla bonifica del territorio nonché all'inibizione dell'uso agroalimentare;

se il Governo ritenga necessario intervenire per fare il punto sullo stato di salute della popolazione nella zona, identificare e valutare l'effettivo trend in aumento per alcune importanti malattie nonché l'incidenza e la mortalità per tumore.

(4-06987)

LANNUTTI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che

si legge su un articolo pubblicato su "Linkiesta" il 29 febbraio 2012: «Si dice che Gianni Zonin, da quindici anni alla guida della Popolare di Vicenza, scalpiti per entrare in Palladio Finanziaria al fianco di Vincenzo Consoli, plenipotenziario di Veneto Banca, che ha una quota di poco inferiore al 10% nella società di Drago e Meneguzzo. Secondo Corriere Economia, infatti, l'istituto berico potrebbe rivestire sia il ruolo di investitore istituzionale che di partner industriale, avendo già una quota rilevante (12,8%) della veronese Cattolica Assicurazioni. Le ambizioni di Zonin, che viene da una famiglia legata "da sette generazioni alla viticoltura e alle tradizioni del territorio", come si legge sul sito dei Cavalieri del lavoro italiani, sono cosa nota. Lo dimostra, proprio in questi giorni, l'inaugurazione di una filiale della banca al 35° piano del Fuller Building, imponente grattacielo in stile art decò costruito nel 1929 (fin troppo facile il commento dei maligni) sulla centralissima Madison Avenue. Obiettivo: aiutare, in collaborazione con JP Morgan - il colosso americano distribuirà i suoi prodotti e servizi - le imprese italiane a svilupparsi sul mercato statunitense. D'altronde, Zonin conosce molto bene gli Usa, avendo un'azienda di produzione e una di distribuzione e due ristoranti, tra cui Gustavo, aperto un anno fa, curiosamente proprio in Madison Avenue. Se New York è una scommessa, sull'altra sponda dell'Atlantico si è palesata più di qualche crepa nella sbandierata solidità dell'istituto con sede a Palazzo Thiene, capolavoro restaurato da Palladio nel '500 e protetto dall'Unesco. La semestrale 2011, ultimo bilancio disponibile, si è chiusa con utile netto a 60,2 milioni di euro (96 milioni di euro nel 2010), avviamento stabile a 945 milioni di euro, raccolta di 46 miliardi (43,7 nel 2010), margine d'intermediazione pari a 464,7 milioni (929,4 milioni nel 2010) e attivi a quota 38,4 miliardi (35,5 miliardi nel 2010). All'aumentare degli impieghi - 29,4 miliardi rispetto ai 28,3 del 2010 - sono cresciuti anche i crediti dubbi (sofferenze, incagli, crediti ristrutturati, esposizioni scadute): da 1,9 miliardi di fine 2010 a 2,1 miliardi al 30 giugno scorso (+10,9%). Guardando al lordo le cifre salgono rispettivamente a 2,5 miliardi nel 2010 e a 2,8 nel primo semestre 2011, con un'incidenza, in quest'ultimo caso, del 9,5% sul totale, e superano di 1,2 volte il patrimonio di base Tier 1, pari a 2,2 miliardi di euro. La percentuale di copertura è piuttosto bassa, seppure in miglioramento rispetto al 31 dicembre 2010: dal 23,7 al 24,2 per cento, anche se sale al 51% per le sofferenze. Traducendo: la Popolare di Vicenza non ha chiuso il rubinetto del credito, assumendosi però rischi crescenti: rispetto al 2010, nel primo semestre 2011 gli impieghi sono aumentati del 4%, ma i crediti dubbi dell'11 per cento; nello stesso lasso di tempo Intesa Sanpaolo ha ridotto gli impieghi (-1,91%), mentre i crediti dubbi sono saliti del 3 per cento. Anche altri istituti, come il Credito Valtellinese o la Popolare di Sondrio seguono lo stesso schema, ma il tasso di copertura del Creval, per fare un confronto, risulta del 60,5 per cento, circa il triplo della popolare veneta. Il vero metro per capire quanto voglia volare in alto la banca berica è il valore dei suoi titoli. Non essendo quotata, non sono negoziabili sui mercati regolamentati, ma come ha riportato quest'estate l'agenzia Radiocor, nella lettera inviata ai soci in occasione della semestrale, la valorizzazione che il management ha assegnato alla banca è di 4,8 miliardi di euro, mentre il valore per azione è di 62,5 euro. Tanto per dare un'idea, il Monte dei Paschi capitalizza 4 miliardi, Mediobanca 4,2, e nessuno, almeno sul Ftse Mib - il principale listino italiano - ha titoli che valgono così tanto. "Trent'anni fa, nel 1980, un'azione valeva 6,7 euro. Oggi vale 62,5 euro, ossia 10 volte di più. Le nostre azioni hanno avuto un rendimento annuo dell'8,7%", aveva commentato trionfalmente Zonin nel corso dell'assemblea per l'approvazione del bilancio 2010. Dei 62,5 euro 3,75 euro sono nominali, mentre i rimanenti 58,75 rappresentano il sovrapprezzo, pari - al 30 giugno 2011 - a 2,4 miliardi di euro su un patrimonio netto di 3,3. Zonin, per ora, non ha intenzione di quotare la Popolare di Vicenza: così da stabilire il prezzo lontano dal mare aperto del mercato»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se risulti corrispondente al vero che la qualità del credito erogato dalla Popolare di Vicenza sia peggiorato;

se il Governo sia a conoscenza di interventi delle autorità vigilanti competenti sulla gestione dell'istituto nonché sui crediti e i relativi rischi crescenti e quindi sulla solidità dello stesso, anche alla luce dei bilanci riportati in premessa e della mancata quotazione della banca che permette alla stessa di stabilire il prezzo dei titoli lontano dai mercati non essendo questi negoziabili su quelli regolamentati;

se e come si intenda intervenire al fine di garantire ai risparmiatori una trasparente gestione delle banche popolari, provvedendo ad un'adeguata attualizzazione della normativa secondo i principi fondanti dell'Unione europea.

(4-06988)

FASANO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

numerose emergenze idrogeologiche si registrano nell'intero territorio della provincia di Salerno, emergenze che si acuiscono nelle costiere amalfitana e cilentana;

una serie di studi, riportati nell'articolo di Nicola Salati dal titolo "Erosione costiera, allarme nel Cilento" apparso sul quotidiano "Metropolis" il 26 febbraio 2012, evidenziano la progressiva ed inesorabile erosione a cui è soggetta la costa del Cilento;

essi evidenziano come ogni anno si verifichi una riduzione di circa 5.300 metri quadrati di spiagge. Nello specifico, rispetto al 1955 (anno preso come riferimento dagli studiosi), si sono registrati, ad oggi, arretramenti molto vistosi: di 21,05 metri a Torre Ficaiola a Pisciotta; di 27,63 metri a Saline nel comune di Centola, di 110,72 metri a cala del Cefalo; di 59,56 metri alla spiaggia Calanca. Insomma, si registrano arretramenti che vanno da un minimo di 0,77 metri nel tratto Torre del Telegrafo-Ficaliola, a un massimo di 2,19 metri nella zone della foce del fiume Mingardo;

considerato che:

l'economia del territorio cilentano ruota soprattutto intorno al turismo balneare, essendo la costa del Cilento tra i litorali più incantevoli d'Italia ed essendo le sue acque puntualmente insignite della bandiera blu;

la progressiva erosione della costa potrebbe portare, oltre al danno ambientale, anche ad una perdita di fatturato stimabile presumibilmente intorno ai 6 milioni di euro;

tenuto conto che, stando agli studi condotti, tra le cause della riduzione delle spiagge non c'è solo lo scioglimento dei ghiacciai, ma le opere marittime e le infrastrutture costiere, il mancato apporto fluviale di sedimenti causato dall'intervento dell'uomo (come gli sbarramenti fluviali e le estrazioni di materiali a scopi edilizi), e, più in generale, gli interventi di antropizzazione sulla fascia costiera,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti riportati e se e quali azioni intenda promuovere per contrastare l'erosione progressiva cui è soggetta la costiera cilentana e dunque evitare uno scempio ambientale di uno dei posti più suggestivi d'Italia e del mondo, oltre a un tracollo economico della stessa zona.

(4-06989)

AMATI, BASSOLI, DI GIOVAN PAOLO, CARLONI, CHIAROMONTE, DONAGGIO, GRANAIOLA - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, delle politiche agricole alimentari e forestali, della salute e per gli affari europei - Premesso che:

il 21 febbraio 2012 sono arrivati in Italia presso lo stabilimento della ditta Harlan di Correzzana (Monza Brianza) 104 esemplari della specie Macaca fascicularis e Macaca mulatta, dalla Cina e dalle isole Mauritius, con un volo Air China proveniente dalla Cina, animali destinati alla sperimentazione animale;

il Ministero della salute, sentito il Consiglio superiore di sanità, avrebbe autorizzato la ditta Harlan all'importazione in deroga al decreto legislativo n. 116 del 92 ben 900 esemplari;

le due specie sono incluse nell'appendice II della Cites, la convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione del 1973;

gli esemplari giunti in Italia dovrebbero provenire da centri di allevamento e riproduzione in cattività per rifornire i laboratori di sperimentazione e vivisezione;

già nel 2008, nel documento "The Crab-eating Macaque (Macaca fascicularis): Widespread and Rapidly Declining, Ardith A. Eudey Asian Section, IUCN/SSC Primate Specialist Group, Upland, CA, US", si denunciava il reiterato ed illegale prelievo in natura di esemplari per il costante approvvigionamento degli allevamenti degli animali destinati alla sperimentazione in Cina e di molti altri Paesi del sud est asiatico;

a causa di questo grave impatto sulle popolazioni in natura causato dall'illegale prelievo, in particolare per la specie Macaca fascicularis, già nel 2008 questa specie è stata inserita nella "Least Concern" della IUCN / SSC, ovvero nella Lista rossa delle specie minacciate della IUCN (Unione mondiale per la conservazione della natura). Per la stessa ragione numerosi primatologi hanno considerato indispensabile rivalutare lo stato di conservazione della specie e hanno ritenuto opportuno che lo stesso impatto del commercio delle specie sia riconsiderato dal segretariato Cites al fine di garantire maggiore tutela della stessa;

esiste un'evidente e significativa documentazione che dimostra come storicamente si siano registrate tali modalità di approvvigionamento di macachi da parte delle ditte cinesi con esemplari provenienti dalla natura da Paesi quali il Laos, la Thailandia, il Vietnam e la Cambogia;

in numerosi distretti sono stati addirittura costruiti gli allevamenti per animali destinati alla sperimentazione in prossimità di aree protette nelle quali i macachi sono invece catturati dai locali, anche attraverso il metodo dell'abbattimento delle foreste;

apparentemente tali aziende sono delle joint venture ma sono invece di proprietà e gestite da imprenditori cinesi e di Hong Kong, tra cui alcuni già operanti in Vietnam;

a testimonianza di questo fenomeno documentato, la stessa autorità di gestione Cites della Cambogia afferma che le scimmie catturante illegalmente e rivendute hanno un valore di mercato che oscilla tra i 20 e gli 80 dollari americani a seconda del peso e delle condizioni dell'animale;

anche numerosi osservatori appartenenti ad organizzazioni non governative internazionali hanno denunciato il traffico illegale di macachi provenienti dalla natura e successivamente destinati agli allevamenti e venduti per la sperimentazione;

gli stessi osservatori hanno registrato la presenza di oltre 480 allevamenti tra il Vietnam, il Laos e la Cina che si approvvigionano con animali catturati illegalmente in natura;

considerando l'elevato tasso di illegalità, corruzione e clientelismo della Cina e del sud est Asiatico di cui la stessa IUCN, la Cites nonché il Traffic (network sul commercio della fauna internazionale) hanno denunciato la presenza e quantificato l'imponente e massiccio utilizzo e commercio di specie appartenenti a flora e fauna protette;

per ottenere l'aumento innaturale delle nascite attraverso la provocazione dell'ovulazione che è indotta dall'allontanamento forzato e prematuro dei cuccioli appena nati dalle madri e tale pratica ravvisa un'evidente e grave forma di maltrattamento, che nel nostro Paese è considerato un reato;

un eminente ricercatore in campo scientifico ed etologico, il professor Marc Bekoff (zoologo ed etologo dell'università di Boulder, in Colorado), ha dichiarato che l'importazione di animali per la ricerca invasiva durante la quale si soffre un dolore intenso e il probabile destino è quello di essere ucciso è un atto ripugnante e deve essere fermato;

anche il Ministro della sanità pro tempore Veronesi si è espresso in modo fermamente contrario all'utilizzo di primati non umani per la sperimentazione animale,

si chiede di sapere:

sulla base di quali presupposti il Ministero della salute abbia autorizzato l'importazione in deroga al decreto legislativo n. 116 del 1992 e, peraltro, di un così elevato numero di animali;

quali sono le garanzie che l'autorità di gestione Cites può fornire ai richiedenti relativamente alla fonte di origine dei macachi importati e da importare presso lo stabilimento della Harlan e quali siano le documentazioni verificate che attestino e garantiscano l'allevamento e non il prelievo in natura;

se non si ritenga opportuno, a seguito delle considerazioni di prestigiosi ricercatori internazionali di fama mondiale e di autorevoli scienziati italiani, di fermare l'importazione dei macachi;

se non si ritenga opportuno considerare che, ai sensi del titolo IX-bis del libro II del codice penale, rubricato "Delitti contro il sentimento per gli animali", introdotto dall'art. 1 della legge n. 189 del 2004, questi sentimenti siano stati evidentemente violati, considerata la massiccia partecipazione dei cittadini italiani alla sorte di questi animali e più in generale alla sperimentazione animale.

(4-06990)

LANNUTTI - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, della salute e dell'interno - Premesso che:

la volontà del prefetto e commissario straordinario Pecoraro di andare avanti nel progetto di creazione di una nuova discarica a Corcolle a due passi da villa Adriana a Tivoli (Roma) si scontra con il volere di molte associazioni e realtà locali che vivono nel territorio, decise, in tutti i modi, a contrastare la decisione imposta dall'alto;

come riportato da una notizia del 19 febbraio 2012 su "Il Messaggero", i rilievi idrogeologici effettuati a Corcolle sono terminati e, secondo la società incaricata a dicembre dal Commissario Pecoraro, non vi sarebbero controindicazioni a procedere;

la società incaricata di eseguire sia le analisi del terreno sia la progettazione preliminare della futura discarica è la Cidiemme Engineering. Tra i proprietari della Cidiemme, però, c'è Pietro Moretti - uno dei consulenti del commissario Pecoraro - che a ottobre ha realizzato la relazione tecnica nella quale venivano identificati i siti più idonei per le future discariche del Comune di Roma, ovvero Corcolle e Riano. Per le analisi del terreno di Riano è stato incaricato il Provveditorato interregionale per le opere pubbliche. Sul sito di Corcolle invece, Pecoraro ha scelto gli stessi consulenti che hanno indicato il sito;

si apprende da un articolo del 28 febbraio del "Corriere della sera" che è stato «Ufficializzato il parere negativo del Consiglio Superiore dei Beni Culturali sulla discarica di Corcolle vicino a Villa Adriana. "Il Consiglio Superiore, dichiarando fin d'ora la propria contrarietà all'intervento - è scritto in una mozione approvata la scorsa settimana dal Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici (Mibac) su Corcolle - sottolinea l'assoluta necessità ed urgenza che tale progetto venga sottoposto all'esame degli organi tecnici del ministero per le valutazioni di competenza obbligatorie come indicato dal decreto legislativo n. 42 del 2004 all'articolo 146". Il Consiglio ha richiesto anche tutta la documentazione necessaria per uno studio più approfondito sull'area di Roma scelta per ospitare una delle due discariche che dovranno aprire dopo la chiusura della mega discarica di Malagrotta. La zona di Corcolle (...) si trova a poca distanza da Villa Adriana, sito archeologico di fama mondiale. Il Consiglio superiore del Mibac, nella mozione approvata il 22 febbraio, "invita l'amministrazione a ritirare la richiesta ed invita il ministero a vigilare. Nel merito il Consiglio ritiene infine che sia assolutamente improprio consentire un intervento lesivo di un patrimonio culturale e paesaggistico a valenza universale, annoverato tra i siti Unesco e come tale oggetto di un accordo internazionale che obbliga lo Stato italiano alla tutela e alla conservazione". Il documento sottolinea che "a tutt'oggi presso gli organi periferici del ministero (Soprintendenze e direzione regionale) competenti per materia e territorio non risulta presentato alcun progetto" e, inoltre, che l'area risulta interessata da vincoli archeologici e paesaggistici. "Il perimetro della cava, nell'attuale consistenza - si legge ancora - dista 700 metri dalla "buffer-zone" (zona di rispetto) a protezione di Villa Adriana"»;

a quanto risulta all'interrogante, la comunicazione del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici al Comune di Roma, Regione Lazio e Commissario delegato relativa al parere negativo, invece di far fare un passo indietro alle amministrazioni, ha avuto in risposta la loro indifferenza. Atteggiamento che continua a mettere a rischio la sopravvivenza di quei luoghi nonché le preesistenze storiche e archeologiche;

considerato che:

sul sito di Corcolle oltre ai rilievi del Ministero per i beni e le attività culturali sussistono anche problemi relativi al rischio di compromissione del sistema idrogeologico del bacino dell'Aniene e l'inaccessibilità viaria dell'area individuata;

come si legge su notizie dal web, in particolare dal blog "Fanpage", il prefetto Giuseppe Pecoraro ha urlato ai quattro venti la propria premura e necessità di scongiurare il rischio di «finire come Napoli con i rifiuti per strada»; una fretta che, mai come in questo caso, potrebbe essere stata "cattiva consigliera". Si apprende dalla fonte citata che, sulla base di un documento della Regione Lazio che indicava sette siti possibili per il "post Malagrotta", il prefetto avrebbe individuato in Corcolle e Riano le due nuove aree di stoccaggio. Ora, però, la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta contro ignoti ipotizzando i reati di falso ideologico e materiale e affidando al Nucleo operativo ecologico dei carabinieri l'incarico di verificare se le indicazioni fornite dagli esperti della Regione Lazio al prefetto siano state ottenute secondo procedure corrette e se corrispondano esattamente alla situazione delle zone, sia per quanto riguarda la distanza dai centri abitati, sia per ciò che concerne la situazione dei suoli;

l'Unione europea ha aperto una procedura di infrazione relativa ad almeno 102 discariche di cui 3 di rifiuti pericolosi non conformi alle direttive del 1999 nei confronti di diverse Regioni italiane dove stazionano i siti di stoccaggio dell'immondizia;

in particolare l'imputazione nei confronti dell'Italia sarebbe quella di non aver rispettato l'articolo 14 della direttiva europea 1999/31/CE in materia di rifiuti. In quella voce il provvedimento stabiliva che le discariche, ancora attive all'interno del territorio nazionale al momento dell'entrata in vigore della norma, o a cui era stato concesso un permesso speciale, avrebbero dovuto cessare la loro attività entro il 16 luglio 2009. Nel 2010 la Commissione europea rivelava ancora la presenza, in Italia, di 187 discariche che non erano state ancora chiuse o non erano conformi alla normativa. La risposta dell'Italia è arrivata il 16 maggio 2011, tramite un comunicato. Da quelle informazioni l'Unione europea ha rivelato la presenza, in 14 regioni del territorio nazionale italiano, di 102 discariche, 3 delle quali di rifiuti pericolosi, non regolari,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di dirimere ogni eventuale conflitto di interessi nella figura del commissario Pecoraro relativamente alle società che hanno condotto i rilievi idrogeologici, considerato che in questo caso il controllore, che dovrebbe vigilare sull'operato delle aziende a cui si appaltano i lavori, ed il controllato, che invece dovrebbe rendere conto della sua opera, sembrerebbero coincidere con la stessa persona, a giudizio dell'interrogante in un connubio poco trasparente e dubbio nei confronti della cittadinanza;

se non ritenga che l'emergenza rifiuti vada combattuta cambiando il modo di gestione della raccolta dei rifiuti, passando gradualmente, ma in modo inesorabile, dall'attuale raccolta indifferenziata alla raccolta differenziata in modo massivo ed al "porta a porta", tenendo presente la variegata forma del territorio abitato;

quali iniziative di competenza voglia intraprendere al fine di intervenire presso i vertici comunali e regionali affinché il Presidente della Regione e il Sindaco di Roma facciano valere gli interessi del territorio fermando il progetto della discarica di Corcolle, lesiva di un patrimonio culturale e paesaggistico a valenza universale, annoverato tra i siti Unesco e come tale oggetto di un accordo internazionale che obbliga lo Stato italiano alla tutela e alla conservazione.

(4-06991)