D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli senatori, sul provvedimento in esame siamo chiamati a fare anche una valutazione di carattere generale. Noto un tentativo di stabilire chi siano i vinti e i vincitori, di stabilire quale partito abbia portato a casa qualcosa in più. Il mio approccio sarà diverso. Credo che in quest'Aula oggi abbiamo il dovere di spiegare al Paese se siamo stati capaci o meno di farlo vincere, se siamo capaci o meno, costruendo un ragionamento e tentando attraverso lo stesso di introdurre aggiustamenti e modifiche al testo del decreto governativo, di aiutare l'Italia a crescere.
Questo oggi è il nostro dovere e questo cercherò di fare, evitando di scivolare sul tentativo, pure piacevole, di speculare e dire qualcosa che invece sarebbe utile dire sotto il profilo politico.
Parto da una considerazione. Fino a qualche settimana fa i colleghi Simona Vicari e Filippo Bubbico sedevano nelle parti opposte dell'emiciclo e nei loro interventi si avvertiva la profonda divaricazione concettuale, metodologica, il diverso ordine delle priorità e di approccio ai problemi che hanno formato l'oggetto centrale di ben 98 articoli di questo decreto. Oggi li ritroviamo ancora qui, dopo settimane di lavoro, seduti uno accanto all'altro.
Credo che al Paese dobbiamo dire questo. La politica è stata spinta dagli eventi - e non mi soffermo sulla natura degli eventi, in parte conosciuti, mentre forse non lo sono le cause - a fare un passo in avanti e, inaspettatamente, dall'assoluta assenza di dialogo, anzi, dall'auspicio di un dialogo che non c'era essendoci invece scontro e speculazione politica su tutto (anche sugli aspetti personali) siamo passati ad una stagione che, a fatica, tenta di fare sintesi.
Come ho già avuto modo di dire in occasione del mio intervento sul decreto salva Italia, noi vogliamo che l'Italia si salvi almeno quanto lo vuole il presidente Monti e il suo Governo. E credo che anche in questa occasione il Governo abbia accompagnato questo percorso di studio, di riflessione, di approfondimento, di mediazione alta verso il risultato che oggi ci troviamo a valutare.
Noi mettiamo il punto sulla posizione del partito rispetto ad un tema centrale e delicato. Il tema delle liberalizzazioni interessa e appassiona non soltanto le istituzioni e il Parlamento ma l'intera comunità. Infatti, nella lunga attività convegnistica e nei dibattiti pubblici abbiamo capito che tutti vogliono le liberalizzazioni per gli altri e nessuno le vuole per se stesso. Il lavoro è stato estremamente complicato. Riteniamo che le liberalizzazioni debbono smettere di essere un mantra. Le liberalizzazioni sono un mezzo, non un fine. Il fine della liberalizzazione è determinare una ristrutturazione complessiva del Paese che consegni al Paese stesso, attraverso una sana competizione fra modelli economici che non siano sbilanciati, le condizioni di sviluppo per generare efficienza nei servizi, occupazione e possibilmente risparmi. Indubbiamente esistono settori nei quali bisogna operare con grande prudenza.
Sono quei settori che attengono anche ad un patrimonio che sta scritto dentro i valori della nostra bandiera. Mi riferisco ai valori della coesione sociale e dell'economia sociale di mercato. Valori nei quali crediamo e che difendiamo dalla sensazione - e direi qualcosa di più che una sensazione - che la spinta della globalizzazione stia tentando di affidarli alla logica esclusiva del capitale aprendo una stagione di proletarizzazione della nostra società. Credo che questo non possa e non debba accadere. Certo, noi abbiamo delle priorità. Lo abbiamo detto e lo ribadiamo anche nell'ambito del dibattito in 10ª Commissione e lo abbiamo dimostrato anche nella fase emendativa.
Ci sono dei settori nei quali paradossalmente il lobbista più potente non è il professionista di turno. E su questo argomento ci sarebbe tanto da dire perché si sono dette anche cose indebite, attraverso una ardita manipolazione dell'informazione. Credo che in alcuni settori il monopolista più agguerrito sia lo Stato, che difende se stesso rispetto alle attese e alle aperture - quelle sì! - che genererebbero indubbi benefici. Però qualcosa si è corretto e qualcosa si è fatto. Mi riferisco soprattutto agli ambiti dell'energia, dei trasporti, del settore bancario, assicurativo e dei carburanti.
Mi soffermo ora rapidamente sulle professioni e sull'articolo 9. Credo che il lavoro sia stato proficuo. L'aver stabilito il tetto di una percentuale all'ingresso dei capitali credo abbia salvato l'autonomia dell'atto professionale, che è promessa di mezzi e non di risultato, evitando che la libertà dell'atto professionale diventasse suddita del potere economico e quindi subordinata, con un ruolo ancillare, non all'esigenza di efficienza e di garanzia della prestazione stessa, ma ad altre logiche non propriamente orientate e destinate a rispondere nello stesso modo.
L'eliminazione dell'illecito disciplinare mi sembra una cosa assolutamente giusta, così come la regolamentazione dei tirocini.
Quanto all'articolo 11 sulle farmacie, abbiamo una diversità di pensiero su questo argomento. Vi è la posizione che vuole, dentro la farmacia, generare competizione, creare nuove occupazioni, migliorare il servizio di assistenza; dall'altra parte, vi è la posizione volta ad incrementare e consolidare il cosiddetto doppio canale. È una divergenza che permane, e rispetto a questo credo si sia riusciti a tenere insieme il sistema. Eravamo partiti dalla ricetta medica fuori dalla farmacia. La ricetta medica resta invece all'interno della farmacia, a garanzia non di una corporazione, ma di un servizio. Altrimenti saremmo stati i primi in Europa a sperimentare qualcosa il cui esito - reputo - sarebbe stato assolutamente contrario ai principi di tutela e di garanzia della salute pubblica. Siamo partiti da un quorum a 3.000 con resti frazionati e siamo arrivati ad un quorum di 3.300 con percentuale di resti al 50 per cento. Abbiamo stabilito un tetto del 55 per cento alle deroghe, che prima non esisteva. Abbiamo disciplinato le distanze e i parametri per le farmacie negli aeroporti, nei porti, nelle autostrade. Abbiamo innalzato l'età dei rurali sussidiati per la partecipazione anche ai concorsi. Si è previsto di evitare l'ingresso delle società di capitale che avrebbero fatto un boccone ghiotto delle farmacie prelazionate dai Comuni e che i Comuni avrebbero venduto per far cassa, ed è stata introdotta una norma che prevede, invece, l'impossibilità del trasferimento sia della titolarità che della gestione.
È stato inoltre prevista l'abolizione del Fondo di solidarietà, perché non funzionava nei termini in cui era stato previsto.
Complessivamente sono stati fatti passi in avanti. Penso valga la pena di ricordare, soprattutto ai relatori e al Governo, che esistono alcune criticità. Lo dico nella speranza che possa essere destinata una attenzione speciale a dette criticità, le quali non alterano l'impianto complessivo del provvedimento ma tentano di evitare l'implosione del sistema.
Presidenza del vice presidente NANIA (ore 18,51)
(Segue D'AMBROSIO LETTIERI). Mi riferisco in particolare a due aspetti.
Il primo riguarda la liberalizzazione degli orari. Bisogna fare attenzione, perché l'eccesso dello spirito liberalizzatore in questo ambito può produrre il risultato esattamente opposto a quello previsto, che indubbiamente è dare più servizi e maggiore garanzia al cittadino. Soprattutto nella fascia oraria notturna ci troveremo ad avere la carenza, se non l'assenza, delle farmacie. Allora, regolamentare e disciplinare con apposito richiamo il comma 8 credo sia assolutamente necessario.
Signor rappresentante del Governo, richiamo un altro punto. Esiste una contraddizione. Per un verso, al comma 5 prevediamo la possibilità di partecipare ai concorsi fino a 65 anni. Al comma 17 prevediamo invece che, dal compimento del 65° anno di età, non si possa più essere direttori di una farmacia. In sostanza, quindi, consentiamo ad un farmacista di partecipare ad un concorso, ma non di poter essere il direttore della farmacia pur avendo vinto. Mi sembra un paradosso.
Tuttavia, lasciando impregiudicata questa previsione, che mi sembra abbastanza azzardata, mi permetto - signori del Governo e signori relatori - di informarvi che rischiamo la chiusura di circa 4.000 farmacie dal giorno successivo alla data di pubblicazione del decreto. Sono circa 6.000, infatti, i farmacisti che hanno la titolarità e la direzione di una farmacia i quali, dal giorno in cui sarà pubblicato il provvedimento in Gazzetta Ufficiale, si troveranno nella condizione di incompatibilità. Ciò avverrà tra circa tredici giorni. Ritenete che si riesca a trovare il direttore di una farmacia in 13 giorni? Vi ricordo che si tratta di un ruolo di alta responsabilità che assorbe in sè profili di natura penale. Al riguardo, credo valga la pena di fare una riflessione.
Non mi soffermo poi sulla graduatoria dei farmacisti risultati idonei in concorsi banditi in circa 13 Regioni. Una legge destinata ad incrementare l'occupazione, a difendere il merito e a tutelare i giovani credo non possa consentire di vedere lacerate le graduatorie, le quali sono la sintesi del percorso di sacrificio e di studio intrapreso da tantissimi ragazzi.
Un'ultima considerazione desidero svolgere in merito alle farmacie soprannumerarie. Credo che il problema sia stato male inteso. Dovevamo tutelare circa 40 farmacie nei microcomuni dove esse sono in sovrannumero e sono destinate alla chiusura. A queste dovevamo dare un corridoio preferenziale. Al contrario, abbiamo parlato in termini generici di farmacie soprannumerarie, e credo che ciò potrà generare una serie di aspetti controversi.
Qualche altro punto di criticità mi sembra sia poi contenuto nel testo del decreto che spero possa essere superato, per evitare che i ricorsi in sede amministrativa possano inficiare molti aspetti positivi - qualcuno un po' meno - contenuti nel decreto in esame.
Andiamo avanti con lealtà, con spirito di collaborazione e con impegno, evitando che l'annunzio di aver vinto da parte di qualcuno possa essere il banale atteggiamento di intestarsi qualcosa che non esiste. Credo che oggi l'impegno di tutti, con lealtà e responsabilità, debba essere quello di far vincere il Paese, di creare occupazione e di dare una risposta, conservando i livelli di efficienza dei servizi essenziali.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vallardi. Ne ha facoltà.