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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 683 del 29/02/2012


Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3110 (ore 16,45)

PRESIDENTE. Colleghi, per avere una regola fin dall'inizio, propongo che i tempi siano rispettati; ma poiché vi sono moltissimi iscritti a parlare, chi non riesce a terminare il proprio intervento è fin d'ora autorizzato dalla Presidenza a consegnare il testo integrale dell'intervento medesimo.

È iscritto a parlare il senatore Cagnin. Ne ha facoltà.

CAGNIN (LNP). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi senatori, tanto fumo e poco arrosto. In queste settimane di lavori di Commissione abbiamo assistito ad una corsa ad ostacoli contro il tempo. Quale tempo? Il tempo, la fretta, perché l'unico imperativo era fare presto, approvare il provvedimento che doveva essere presentato all'Aula questa settimana. Purtroppo, come si sa, «presto e bene non si conviene». Infatti il risultato è che il provvedimento, nonostante il grande impegno, è a dir poco deludente.

Di liberalizzazioni c'è poco e quel poco è confuso. Si introducono i tribunali delle imprese, e questa potrebbe essere una cosa interessante, ma ciò che ne è uscito, tra un tira e molla infinito, sono solo 12 sedi di tribunali, un aumento enorme di competenze e una triplicazione del contributo unico unificato. Risultato: un danno per il cittadino che dovrà, oltre a pagare di più, fare centinaia di chilometri per controversie anche banali. A ciò si aggiunge il fatto che nella dislocazione di questi tribunali non si tiene in considerazione la densità di imprese nel territorio. Questo può comportare che certe sedi di tribunale siano ingolfate di cause e altre, invece, in territori con poche imprese presenti, non lavorino per niente.

Quanto alla società semplificata a responsabilità limitata, a prima vista può sembrare una cosa interessante: dare vita a nuove imprese di giovani di età inferiore ai 35 anni. È una cosa buona permettere ai giovani di realizzare un'impresa senza dovere andare dal notaio e con un capitale di un euro. C'è un però: pur apprezzando questa volontà di facilitare l'accesso dei giovani nel mondo del lavoro, si deve pensare una cosa: dopo aver costituito una società, i giovani prima o poi dovranno accedere al credito, già difficile da ottenere per aziende da anni sul mercato, e trovare fornitori che accettino pagamenti differiti da clienti senza capitale alle spalle. Si capisce che questa è solo propaganda mediatica.

Un altro punto riguarda i servizi pubblici locali. Riteniamo che un progetto complessivo di liberalizzazione dei servizi locali non possa, non debba essere steso e approvato senza la condivisione dei soggetti coinvolti, ovvero gli ambiti territoriali e i Comuni, per individuare, nei singoli casi, quali possono essere le effettive economie di scala per quei determinati territori, senza imporre per legge ambiti provinciali come modello aprioristico per la realizzazione di economie di gestione.

L'ultimo argomento che intendo toccare è la tesoreria unica. Una vera rapina, un salto indietro di trent'anni, in controtendenza con il processo federalista di responsabilizzazione avviato. La norma prevede fino al 2014 - sembra poco, ma sono lunghi due anni - il regime di tesoreria unica statale, a scapito di quella mista attualmente in vigore, costringendo gli enti a versare presso la tesoreria statale il 50 per cento della liquidità in loro possesso entro il 29 febbraio 2012 e il restante 50 per cento entro aprile.

Dopo aver colpito pesantemente i cittadini, specie i pensionati, i lavoratori, i proprietari di casa, adesso il Governo abbatte la scure su Comuni, Province e Regioni. Questa impostazione ci riporta indietro di anni al centralismo più estremo, quando le risorse degli enti locali affluivano tutte nelle casse centrali di Roma per poi essere depauperate in trasferimenti al Sud senza finalizzazioni e controlli. I circa 9 miliardi il euro delle casse degli enti territoriali saranno dirottati a Roma, in totale dispregio del percorso virtuoso intrapreso con il federalismo fiscale, volto alla responsabilizzazione e all'autonomia.

Approvare questa norma significherà privare ogni ente della propria liquidità; esso non avrà più la possibilità di amministrare il proprio denaro e, guadagnando e investendo sulla base di una programmazione oculata e virtuosa, erogare servizi. Dovrà invece ritornare ad elemosinare risorse da Roma. Si tratta dei soldi dei nostri cittadini che l'Europa ci ha impedito di spendere nei nostri territori in virtù di un Patto di stabilità capestro, che ha strozzato le nostre iniziative e la nostra economia, Patto che noi della Lega Nord abbiamo sempre chiesto di allentare. Al contrario, oggi ci vediamo scippato di questo tesoro da un Governo predone. Così Comuni, Province e Regioni, nuovamente dipendenti dal centro, vedranno ulteriormente allungati i tempi di pagamento dei fornitori e i trasferimenti di denaro.

A ciò si aggiunge il danno economico della diminuzione degli interessi riconosciuti dalla tesoreria unica e della perdita di eventuali altri vantaggi concordati con le tesorerie locali. Un danno enorme che la Lega Nord ha fatto notare al Governo in Commissione, cercando di far capire che, invece di togliere liquidità agli enti locali, sarebbe stato più opportuno liberare le risorse per gli enti virtuosi.

Le risposte del Nord stanno però arrivando. Molti sono i sindaci che minacciano di seguire gli esempi del presidente del Veneto, ex ministro dell'agricoltura, Luca Zaia, che ha fatto ricorso alla Corte costituzionale, e del presidente della Provincia di Treviso Muraro, il quale ha comprato BOT ricavandone migliaia di euro.

Ormai è chiaro a tutti che questo Governo, al di là delle parole e delle promesse, sta tentando maldestramente, ma con pervicacia, di ripristinare un centralismo che lentamente, grazie alla Lega Nord, con il percorso del federalismo, ci si stava lasciando alle spalle.

Rappresentanti del Governo, la Lega Nord non permetterà il ritorno del centralismo e la fine del percorso federalista.

Alla luce delle considerazioni svolte, non possiamo certamente ritenerci soddisfatti di questo provvedimento e, come Lega Nord, abbiamo presentato emendamenti qualificanti al fine di migliorare il testo, proprio perché siamo convinti che un tema così delicato come quello delle liberalizzazioni debba essere affrontato e trattato con grande impegno e serietà. Ribadiamo ancora che - a nostro avviso - queste liberalizzazioni sono ancora lontane dal garantire l'apertura del mercato nei settori economici interessati e di conseguenza allargare i benefici reali a tutti i cittadini.

Per questo motivo il nostro giudizio non può che essere negativo. (Applausi dal Gruppo LNP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grillo. Ne ha facoltà.

GRILLO (PdL). Signor Presidente, vorrei anzitutto ringraziare i relatori, la senatrice Vicari e il senatore Bubbico, per l'attenta opera svolta in Commissione e manifestare il mio apprezzamento anche al sottosegretario Improta il quale, soprattutto nella nostra Commissione, ha avuto l'amabilità e la pazienza di ascoltare con attenzione le proposte che abbiamo avanzato.

Ho due rammarichi, signor Presidente, che voglio rappresentare subito. In merito al primo, ho fatto una denuncia formale al Presidente del Senato in ordine al fatto che, per il provvedimento in esame, non è stata coinvolta l'8a Commissione, considerato che gli articoli che vanno dal 35 all'80 sono di sua stretta competenza, ossia della Commissione infrastrutture, e del resto tale competenza viene richiamata anche dal titolo stesso del provvedimento.

L'altro rammarico è di natura tutta politica, signor Presidente. Le norme che il Governo ha proposto, e che la Commissione ha migliorato, non fanno altro che ripercorrere la filosofia introdotta dal Governo Berlusconi. Da almeno cinque anni a questa parte abbiamo spiegato che, per rilanciare le infrastrutture del nostro Paese, che ha un debito pubblico terribile ma anche un grandissimo patrimonio derivato da una montagna di risparmio privato che le famiglie continuano ad accantonare, occorrerebbe fare esattamente il contrario di quanto fatto nei primi cinquant'anni di storia democratica: occorrerebbe, cioè, utilizzare il risparmio privato in un Paese che ha un sistema bancario molto forte, serio e ben organizzato e tanti imprenditori che hanno voglia di investire.

Ebbene, signor Presidente, lei sa quant'è il valore delle opere pubbliche che sono state realizzate l'anno scorso con la tecnica della finanza di progetto? Più di dieci miliardi, dalle opere pubbliche piccole, alle medie e qualche grande.

Nel provvedimento in esame vi sono dieci articoli che ho molto apprezzato e che da anni abbiamo suggerito al precedente Governo, trovando la chiusura netta dell'allora Ministro dell'economia. Adesso registriamo con favore ed apprezzamento che, al contrario, stanno diventando norme cogenti. A cosa mi riferisco? All'articolo 41, i project bond, da far sottoscrivere agli investitori istituzionali, possono dare il via a grandi progetti infrastrutturali. L'alternativa all'Autostrada del Sole prenderà gambe in questo modo, soprattutto se poi l'Aula avrà l'attenzione di approvare un emendamento che ho presentato per rendere omogeneo il trattamento fiscale dei project bond a quello dei bond per i titoli di Stato, perché se ne vede l'opportunità.

All'articolo 42 è stato recuperato il ruolo del promotore affidando allo stesso il diritto di prelazione: gli imprenditori potranno investire sapendo che la loro proposta sarà accompagnata dal riconoscimento del diritto di prelazione, cioè a dire che, a parità di condizioni, si preferirà sempre il promotore. Si tratta di una modifica migliorativa, che abbiamo introdotto per applicare la finanza di progetto alla costruzione e realizzazione di carceri, non vincolando le fondazioni bancarie, ma offrendo loro l'opportunità di intervenire nel private equity di questi fondi che saranno costituiti.

All'articolo 44 si parla di contratto di disponibilità, cioè una versione più evolutiva del leasing in construendo, che consentirà di costruire le cosiddette opere fredde, sempre con la filosofia del project. Sto parlando di caserme della Guardia di finanza, del Corpo forestale, della Polizia e quant'altro, cioè strutture pubbliche che non possono rendere un reddito, ma che, attraverso il contratto di disponibilità, potranno essere progettate e costruite dal privato, che in cambio otterrà un canone riconosciuto. Mi riferisco alla norma sulle obbligazioni di scopo. Signor Presidente, mi dispiace per i colleghi della Lega, che evidentemente hanno un pregiudizio che li porta a non capire quando ci troviamo di fronte a norme oggettivamente molto interessanti. Queste obbligazioni di scopo valorizzeranno il territorio e consentiranno di far partire importanti opere locali, secondo una filosofia che negli Stati Uniti d'America è consolidata da decenni. Qui si ipotizza che un Comune che deve realizzare un'opera importante, del costo ad esempio di 10 milioni di euro, si possa rivolgere ai propri cittadini dicendo di poter mettere a disposizione un bene immobile del suddetto valore, che renderà secretato, in un fondo secretato, in una società veicolo a garanzia dell'emissione di obbligazioni. Se i cittadini di questo Comune sottoscriveranno tali obbligazioni, saranno garantiti più che con obbligazioni di Stato, perché vi sarà il bene immobile a garanzia reale; a fronte di questo, daranno denari al Comune, con i quali esso realizzerà l'opera e dopo vent'anni restituirà quei denari oppure l'immobile, ma nel frattempo avrà garantito loro la remunerazione. Questa norma consentirà di far partire moltissime opere comunali, provinciali e regionali, se solo ci saranno amministratori avveduti capaci di cogliere tale opportunità.

All'articolo 59 abbiamo compiuto un'operazione molto interessante. Abbiamo la legislazione primaria del project, proposta da me nel 2002 nella Commissione che presiedevo, e la legge Burlando per costruire porticcioli turistici. Ebbene, abbiamo modificato le procedure ivi previste, semplificandole: così sarà possibile costruire e gestire porticcioli privati con modalità assai più spedite di quanto non si potesse fare finora.

Signor Presidente, mi sono incaricato di riassumere alcune questioni principali che, a mio avviso, qualificano questo provvedimento, rendendolo straordinariamente importante nella direzione di rilanciare investimenti nel comparto delle infrastrutture, senza ricorrere al debito pubblico e quindi a contributi, finanziamenti ed erogazioni da parte dello Stato.

Ci sono due ultime questioni che mi preme sottolineare in questi pochi minuti a mia disposizione. Innanzitutto, ringrazio il Governo per la disponibilità dimostrata. All'interno del decreto «salva-Italia» era stata inserita una norma disastrosa, che riguardava l'introduzione della tassa di stazionamento per le imbarcazioni da diporto, che ha fatto già fuggire dal nostro Paese - secondo i calcoli dell'Osservatorio nautico nazionale - non meno di 27.000 imbarcazioni. Il gettito previsto dal Governo quindi non c'era. A questo punto, abbiamo insistito per rivedere la norma e, anche grazie alla disponibilità del Governo, l'emendamento - che è stato accolto e che confidiamo diventi legge - modifica notevolmente l'impostazione, andando incontro ad un'esigenza di tutelare e rilanciare la nautica, settore trainante e fiore all'occhiello del nostro Paese.

Sappiate che, dopo aver approvato la tassa di stazionamento, che ha spaventato tutti gli operatori, i croati e gli sloveni hanno pubblicizzato subito delle tariffe agevolate per attrarre i diportisti e i francesi hanno addirittura eliminato tutte le tasse preesistenti per chiamare i diportisti nei porticcioli della Costa Azzurra. Occorreva quindi una risposta, e l'abbiamo data. Il Governo ci ha seguito, i relatori ci hanno accompagnato e abbiamo trasformato la tassa di stazionamento in una imposta annuale, da pagarsi in quanto cittadini italiani possessori di un'imbarcazione o di una nave da diporto, a prescindere dalla bandiera e dal Paese di utilizzo.

Torneranno dunque le barche straniere, che erano motivate a non venire più nel nostro Paese, e i titolari delle imbarcazioni del nostro Paese vedranno ridotto l'onere, perché ricalcolando adeguatamente la realtà della flotta navale italiana, abbiamo scoperto che le unità di grandi dimensioni sono ben maggiori di quanto prevedeva il Governo. Quindi, con questa norma, il gettito si accresce e garantisce una cifra che va ben oltre i 200 milioni di euro ipotizzati inizialmente dal Governo. Do dunque atto del positivo lavoro svolto, ritengo che il settore non possa che trarre giovamento da questo messaggio di incoraggiamento proveniente dal Governo e dal Parlamento e quindi mi auguro che sia l'Assemblea del Senato che l'Assemblea della Camera dei deputati possano approvarlo.

Signor Presidente, pongo un'ultima questione, questa volta critica. Mi rivolgo ai Sottosegretari seduti qui davanti a noi, perché occorre che tutti ci facciamo carico di un problema che sta diventando serio. L'Italia è un Paese ricco di porti: dobbiamo essere orgogliosi del fatto che abbiamo più di 250 porti, 6.000 chilometri di costa e 24 autorità portuali ben amministrate. Eppure la politica fatta negli ultimi tre anni ha umiliato il settore dei porti e delle infrastrutture portuali. Dal 2007 si è infatti avviato un processo di autonomia finanziaria che non ha funzionato, mentre negli anni dal 1998 al 2006 ai porti venivano mediamente trasferiti circa 412 milioni di euro: faccio presente che l'autotrasporto, signor sottosegretario Improta, riesce ad avere denaro per oltre 700 milioni di euro all'anno. Tutti noi ci «sciacquiamo la bocca» nel dire che dobbiamo trovare delle alternative all'inquinamento sempre più devastante e poi continuiamo a sovvenzionare l'autotrasporto, per il timore che facciano dei blocchi, a definanziare i trasporti in mare e a ignorare le esigenze delle autorità portuali. Questo è un errore: non ha senso che la Ragioneria dello Stato e il Ministero dell'economia continuino con i «niet» a prescindere, perché non si possono finanziare le autorità portuali. Non se ne capiscono i motivi, e questo è diventato un problema politico. Spero che il presidente del Consiglio Monti si accorga di questa miopia che sta caratterizzando ahimè - anche questo Governo, e anche in questo provvedimento.

Signor Presidente, con lo spostamento della geoeconomia verso Oriente, per tanti anni ancora abbiamo a disposizione un elemento di ricchezza inaudito: le merci che produrranno la Cina e l'India saranno sempre di più rivolte alle esportazioni, e uscendo dal Canale di Suez le navi troveranno la più grande piastra logistica organizzata nel Mediterraneo, che è l'Italia, il mio Paese!

PRESIDENTE. Senatore Grillo, la prego di concludere il suo intervento.

GRILLO (PdL). Per quale motivo le navi, oggi, devono andare a scaricare le merci a Rotterdam o ad Amburgo e non privilegiano i porti italiani? Per la miopia della politica italiana, portata avanti anche in questo momento dal Governo Monti.

Quindi, il problema è serio, e chiediamo che almeno una percentuale degli oltre 9 miliardi di euro che ogni anno lo Stato italiano introita, a seguito dell' IVA prodotta per l'imbarco e lo sbarco delle merci nei porti italiani, sia riconosciuta automaticamente alle autorità portuali. Si tratta di una percentuale dell'1 per cento, che costa 90 milioni di euro. Non c'è copertura? La copertura si deve trovare, perché questo sta diventando un problema politico drammatico: non ha senso parlare di crescita, se non utilizziamo tutti gli asset fondamentali di cui dispone il nostro Paese.

Signor Presidente, ho presentato un emendamento su questa problematica: mi auguro che l'Assemblea possa apprezzarlo e votarlo, aprendo gli occhi agli uffici dell'Economia, che a me pare - ahimè! - ragionino come ragionavano come quando era ministro l'onorevole Tremonti, e quindi, a prescindere dalla validità della proposta, negavano tale apertura, per risolvere anche questo problema, che ritengo vitale per l'economia marittima e per l'economia complessiva del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Bubbico).