LIVI BACCI (PD). Signor Presidente, credo che oggi sia una giornata importante, e mi domando se non sarebbe stato forse il caso che il Senato tenesse una seduta solenne o particolare. Infatti, con l'atto oggi al nostro esame ratifichiamo il Trattato di adesione di un nuovo Paese, il 28°, all'Unione europea. Credo si tratti di un momento che avrebbe richiesto una qualche solennità, che purtroppo il nostro emiciclo non è uso praticare molto spesso.
Forse la Croazia è un piccolo Paese. Sì, lo è: è meno dell'1 per cento della popolazione dell'Unione europea - poca cosa - e meno dell'1 per cento del PIL della zona europea - poca cosa - però è membro della NATO, è prossimo partner di Schengen e, forse, sarà futuro partner della zona dell'euro. Questo è un evento importante, carico di significato: un significato che va al di là dell'1 per cento o di meno dell'1 per cento del peso di questo nuovo Paese nell'Unione europea.
Si tratta di un atto importante perché, anzitutto, chiude un passato travagliato e drammatico. È un passo definitivo dopo quello del Trattato di Osimo del 1975, un passo che chiude le vicende storiche qui evocate. Ricordo, al riguardo, l'espressione usata dal senatore Pegorer: «ferite profonde reciprocamente inferte». Si chiude, quindi, con questo atto una fase storica travagliata; si chiude un periodo secolare nel quale l'area geografica di cui la Croazia fa parte è stata particolarmente travagliata, protagonista e vittima, allo stesso tempo, dell'instabilità del continente europeo.
E, ancora, è un giorno importante perché pone la Croazia in Europa e l'Europa in Croazia. Voglio citare una frase del Presidente della Repubblica Croata, Ivo Josipović, dopo l'esito del referendum. Ha detto: «è importante che la Croazia entri in Europa, ma lo è ancora di più che l'Europa entri in Croazia». L'Europa con quei valori di libertà e di democrazia che ha costruito dall'ultima disastrosa guerra mondiale ad oggi.
E, ancora, quello di oggi è un atto importante perché l'entrata della Croazia è, tutto sommato, un passo significativo per l'inserimento in Europa delle altre componenti dell'ex Iugoslavia (si tratta di un argomento che è stato più volte citato e che vale la pena ripetere), in primo luogo per l'entrata della Serbia, alla cui candidatura - ricordo - la Croazia si è detta ufficialmente favorevole, mentre negli ultimi tempi sono avvenuti atti di riconciliazione tra Serbia e Croazia. È un'area geografica quella che rimane fuori dall'Europa che è ormai un'enclave nell'Europa stessa: è circondata ad Est dall'Ungheria, dalla Romania, dalla Bulgaria e, piano piano, sta aprendosi all'entrata nell'Unione europea. Credo che questo sia un altro aspetto importante.
Molti però si interrogano sui costi di un allargamento ulteriore dell'Europa: abbiamo un 28º Stato, un 28º commissario europeo al quale occorrerà trovare un 28º portafoglio; abbiamo un Parlamento europeo che riceverà un ulteriore drappello di parlamentari; un'altra lingua ufficiale; ulteriori complicazioni nella già complessissima burocrazia dell'Unione europea. Questo forse è un costo. È un'Europa che si allarga geograficamente - fortunatamente - ma che non consolida il suo governo politico. Si tratta di un consolidamento che sta avvenendo solo, e lentamente, sul piano economico con il fiscal compact e l'European Stability Mechanism, ma che si sta compiendo con scarsa volontà e scarso entusiasmo sotto il profilo politico. Credo che questo vada tenuto presente.
Tuttavia, se si deve fare un bilancio dei costi e dei benefici, dico che i secondi sicuramente superano i primi. Quale sarebbe il costo della mancanza dell'Europa? Al riguardo svolgo solo due riflessioni, di cui una di carattere generale. Quando ero bambino ho vissuto la Seconda guerra mondiale e l'Europa per me era terreno di scontri, di guerra, di pericolo, violenza e incendi. Questa era per me l'Europa quando ero bambino. Che differenza con l'Europa di oggi, oramai una grande area pacifica e libera! E questo è un beneficio enorme, che si accresce con l'entrata della Croazia. Ma voglio fare anche un esempio più specifico. In tempi recenti l'Ungheria, sotto la guida di Orbàn, ha compiuto passi pericolosi che l'hanno portata al limite del perimetro della democrazia, e forse al di fuori di esso. È stata minacciata l'indipendenza del potere giudiziario, dei mezzi di comunicazione e delle autorità monetarie, fatti tutti non compatibili con i principi dell'Europa. Ebbene, le pressioni dell'Europa hanno fatto compiere significative marce indietro ad Orbàn e all'Ungheria, la quale sembra rientrare in quel perimetro delle regole democratiche nel quale ci auguriamo debba rimanere.
Quindi, credo che nel complesso bilancio dei costi e dei benefici oggi nella partita benefici segniamo una posta estremamente importante. Ritengo che questo momento sia adatto per spingere ulteriormente il Governo ad un'azione convinta, che sappiamo sta compiendo, ma di più deve essere fatto per andare nella direzione di un'unità politica più efficiente ed efficace di quella odierna.
Aggiungo la mia voce a quella dei colleghi che mi hanno preceduto per dire che saluto il Trattato di adesione della Croazia all'Unione europea con grande entusiasmo e convinzione. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.