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Legislatura 16 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 681 del 28/02/2012


Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

PERDUCA, PORETTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

la stampa riporta le dichiarazioni del Ministro per gli affari europei, Enzo Moavero Milanesi, a sostegno del progetto di direttiva dell'Unione europea sulle "rendicontazioni per le società europee". Tale direttiva intende imporre a circa 600 società europee la pubblicazione in dettaglio di accordi e contratti anche con società di Paesi terzi;

è convinzione degli interroganti che finora sia stata preclusa ai cittadini italiani la conoscenza di accordi e contratti stipulati da società italiane con società ed enti in Paesi sottoposti a regimi dittatoriali o fortemente autoritari; in particolare, gli interroganti sono interessati agli accordi e ai contratti stipulati in passato dall'Eni (controllata per il 30,30 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze) con il regime libico di Gheddafi e agli accordi e ai contratti passati e presenti dell'Eni e dell'Enel (controllata per il 31 per cento dal Ministero dell'economia) con Gazprom e altre società russe,

si chiede di sapere se il Presidente del Consiglio dei ministri intenda fornire ai cittadini italiani elementi analitici di conoscenza sugli accordi e contratti citati in premessa, nella consapevolezza che la trasparenza dei rapporti economici a livello transnazionale rappresenta un'ineludibile fonte di legittimazione dell'operato sia del Governo in quanto tale sia di società come Eni ed Enel che devono sempre inquadrare la loro azione internazionale nell'ottica della salvaguardia degli interessi geo-politici non solo nazionali ma dell'Unione europea nel suo complesso.

(4-06947)

PERDUCA, PORETTI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

con il decreto legislativo n. 509 del 1994 si è disposta la privatizzazione degli enti previdenziali e assistenziali, non sottraendoli però alla funzione sociale e alla caratteristica di essere privi di lucro;

gli enti previdenziali sono stati trasformati, a decorrere dal 1° gennaio 1995, in associazioni o in fondazioni con deliberazione dei competenti organi, a condizione che non usufruissero più di finanziamenti o altri ausili pubblici di carattere finanziario (art. 1);

tali enti privatizzati, così come è disposto dal decreto suindicato "continuano a sussistere come enti senza scopo di lucro e assumono la personalità giuridica di diritto privato, ai sensi degli artt. 12 (…) del codice civile (...) rimanendo titolari di tutti i rapporti attivi e passivi dei corrispondenti enti previdenziali e dei rispettivi patrimoni" (art. 1, comma 2);

nella gestione, ai sensi dell'art. 2, comma 1, è statuito che: "Le associazioni o le fondazioni hanno autonomia gestionale, organizzativa e contabile (…) in relazione alla natura pubblica dell'attività svolta";

data la natura pubblica dell'attività svolta, tali enti sono sottoposti alla vigilanza del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, del Ministero del tesoro, oltre a quella dei Ministeri specifici, competenti per ciascun ente, nonché a quella della Corte dei conti;

gli enti privatizzati, tra cui l'Enasarco, hanno, nel tempo, gestito la res publica, cioè il patrimonio frutto di danaro pubblico, come se fosse cosa privata, amministrata da soggetto privato;

tali comportamenti, inoltre, sono in contrasto anche con la normativa europea che, infatti, con la direttiva 2004/18/CE, e con quanto stabilito dalla Corte di giustizia, ha affermato più volte che perché un organismo possa definirsi un ente pubblico, occorre sempre verificare se soddisfa i tre requisiti fondamentali, recepiti anche dal legislatore nazionale, all'art. 3, comma 26, del codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006: 1) il possesso di personalità giuridica; 2) il requisito teleologico; 3) l'influenza pubblica dominante;

tutti gli enti qui considerati, tra cui Enasarco, soddisfano tutti e tre i requisiti previsti dalla normativa europea e recepiti dal nostro ordinamento giuridico, non può essere messa in dubbio la loro natura pubblicistica;

in particolare, con riferimento al primo requisito, è lo stesso art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 509 del 1994 ad attribuirgli la natura pubblica dell'attività svolta;

il parametro dell'influenza pubblica dominante sussisteva anche poiché la contribuzione realizza una forma indiretta di finanziamento pubblico;

il decreto legislativo n. 509 del 1994 è chiaro nell'affermare che tali enti si privatizzano "a condizione che non usufruiscano di finanziamenti o di altri ausili pubblici di carattere finanziario" (art. 1, comma 1); risulta evidente che tale requisito non viene assolutamente soddisfatto dal momento che la contribuzione obbligatoria di tipo solidaristico, posta a carico degli iscritti, realizza una forma indiretta di concorso finanziario dello Stato;

alla luce di quanto sopra, emergono manifestamente dei profili di illegittimità costituzionale nell'applicabilità della disciplina privatistica nel caso de quo, non solo per stridente contrasto con i principi fondamentali della Carta costituzionale (art. 3), ma anche con la normativa, soprattutto con la direttiva 2004/18/CE, che garantisce l'uguaglianza formale dei cittadini di fronte alla legge;

si realizza un'evidente disparità di trattamento tra inquilini, a seconda che questi abbiano stipulato un contratto di locazione con un ente pubblico o con un ente pubblico poi privatizzato;

non può che applicarsi, pertanto, alla gestione del patrimonio immobiliare, la normativa garantista prescritta per gli enti pubblici, di cui al decreto legislativo n. 104 del 1996 e successive modifiche ed integrazioni;

il legislatore, con il decreto legislativo n. 104 del 1996 (modificato ed integrato del decreto-legge n. 351 del 2001, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 410 del 2001), ha deciso di disciplinare l'attività in campo immobiliare degli enti previdenziali di natura pubblica: secondo specifica tabella (allegata alla legge n. 70 del 1975) la dismissione dei beni doveva avvenire per espressa previsione legislativa entro il 2 marzo 2001;

ben otto anni dopo, viene approvata la legge 23 agosto 2004, n. 243, nella quale, all'art. 1, comma 38, disposizione definita di interpretazione autentica, il legislatore ha stabilito che il citato articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 16 febbraio 1996, n. 104, non si applica agli enti privatizzati ai sensi del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, ancorché la trasformazione in persona giuridica di diritto privato sia intervenuta successivamente alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo n. 104 del 1996;

la Suprema Corte, in merito a tale norma così (Sezioni unite, con sent. n. 20322 /2006- 2010) si è espressa affermando che, tale norma seppur formulata come norma di interpretazione autentica, ha carattere innovativo quindi conferma l'esigenza di tutela dei rapporti giuridici che, secondo le leggi previgenti avevano previsto la prelazione o l'opzione legale a favore del conduttore qualificato;

appare evidente l'assoluta discriminazione operata nei confronti degli inquilini degli enti privatizzati;

la fondazione Enasarco stimava il valore del patrimonio immobiliare da bilancio in 1,8 miliardi di euro, oggi invece vuole ricavare dalla vendita 4,5 miliardi di euro;

la dismissione del patrimonio immobiliare di Enasarco è crescente motivo di ansia tra gli inquilini, poiché gli istituti di credito, convenzionati con la fondazione Enasarco, Banca nazionale del lavoro e Monte dei Paschi di Siena, dopo aver dapprima diffuso dati mediante i quali si rendeva noto agli inquilini della possibilità di stipulare mutui a tassi, termini e condizioni accessibili, hanno successivamente modificato tali condizioni, a discapito dei medesimi inquilini, che ora si vedono sfumare la possibilità di acquistare l'agognata casa;

deve essere preso in considerazione un ulteriore profilo di primaria importanza e cioè che gli immobili di proprietà della fondazione Enasarco richiamano un'architettura di tipo economico, sul genere, per impianto strutturale ed architettonico, per materiali e finiture, di quelle adottate per i complessi intensivi di edilizia economica-popolare, che rientrano nella disciplina prevista dalla legge n. 167 del 1962,

sono risultate assolutamente erronee le classificazioni catastali delle costruzioni facenti parte del patrimonio immobiliare in esame, avendo nella maggior parte dei casi caratteristiche tipiche dell'edilizia economica e popolare con categoria catastale A/4 mentre tutti gli immobili risultano accatastati A/2;

tale circostanza comporterebbe un aumento ingiustificato del patrimonio immobiliare con indicazioni anche errate nei relativi bilanci dell'ente, con gravissimi danni anche per le pensioni degli iscritti;

il decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria, all'art. 14 disciplina la soppressione, incorporazione e riordino degli enti e degli organismi pubblici;

in particolare detto articolo stabilisce, al comma 1, che alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP) è attribuito il controllo sugli investimenti delle risorse finanziarie e sulla composizione del patrimonio degli enti privatizzati;

la manovra finanziaria presentata dal Governo Monti, di cui al decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214 del 2011, all'articolo 24, comma 24, dà tempo fino al 30 giugno 2012 agli enti privatizzati (di cui al decreto legislativo n. 509 del 1994) e privati (decreto legislativo n. 103 del 1996) per presentare ai Ministeri vigilanti i nuovi bilanci tecnici in equilibrio per mezzo secolo oppure le delibere idonee a riportare i conti all'interno della nuova soglia di sicurezza. Pena, oltre il cambiamento del metodo di calcolo delle pensioni, anche un contributo di solidarietà dell'1 per cento sugli assegni per gli anni 2012-2013;

Enasarco, dopo aver fatto ricorso a rischiosissimi investimenti finanziari pari a 1,5 miliardi di euro, di cui 780 milioni nel fondo "Anthracite" delle isole Cayman, garantiti dalla Lehman Brothers, ora, per colmare le gravose perdite, propone la dismissione dell'intero patrimonio immobiliare;

il Ministero del lavoro, in qualità di organo vigilante, ha indicato - con nota prot. n. 6192 del 14 giugno 2011, al Presidente della Fondazione, le 8 associazioni sindacali degli agenti e rappresentanti di commercio maggiormente rappresentative, includendo tra esse la Cisal Federagenti;

l'attuale consiglio d'amministrazione, insediatosi il 20 luglio 2011, non è stato validamente costituito poiché privo del rappresentante di questa organizzazione sindacale;

risulta altresì che per tali violazioni sono stati proposti: 1) un ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo del Lazio, chiedendo di annullare il provvedimento di nomina del consiglio d'amministrazione per accertare il diritto della Federagenti a designare il proprio componente nello stesso; 2) una denuncia penale in data 20 luglio 2010 nei confronti del presidente Boco, ad oggi pendente presso la Procura della Repubblica di Roma;

il consiglio d'amministrazione irregolarmente costituito ha proceduto ai sensi dell'art. 5 dello statuto della fondazione in data 20 luglio 2011 alla nomina del presidente Brunetto Boco;

anche in tal caso non può non rilevarsi la violazione dell'art. 8 dello statuto, dove si prevede che l'esercizio delle professione sia requisito essenziale per essere nominato membro del Consiglio di amministrazione e quindi Presidente (art. 5 dello statuto);

l'art. 17 dello Statuto prescrive che "Ai sensi dell'art. 1, comma 4, lettera b), del decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, il requisito di professionalità è ritenuto esistente nei soggetti appartenenti alla categoria degli agenti e rappresentanti di commercio, anche in stato di quiescenza";

il signor Brunetto Boco, non rivestendo la qualità di rappresentante di commercio, né in servizio né in pensione, nominato quale rappresentante degli agenti e rappresentanti di commercio della UIL-Tucs, non poteva essere eletto consigliere e conseguentemente Presidente, circostanze che sono riconducibili a giudizio degli interroganti alle ipotesi di gravi violazioni di legge contemplate nell'art. 2, comma 6, del decreto legislativo n. 509 del 1994 che comportano il commissariamento dell'ente,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo non ritengano opportuno: 1) attivarsi con iniziative di competenza al fine di sollecitare immediatamente, previa sospensione della dismissione del patrimonio di Enasarco, l'intervento della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP); 2) assumere le necessarie iniziative affinché siano rimossi i componenti eventualmente ritenuti illegittimi a seguito di specifico accertamento del consiglio d'amministrazione Enasarco per l'esclusione di una delle organizzazioni maggiormente rappresentative, pena la nullità della composizione del consiglio d'amministrazione poiché composto in violazione dell'art. 8, comma 1, lett. a), dello statuto; 3) accertare se l'elezione del Presidente di Enasarco Brunetto Boco (ai sensi dell'art. 5, comma 1, dello statuto) sia avvenuta in violazione degli artt. 8, comma 1, lettera a), e 17 dello statuto della fondazione, con conseguente invalida costituzione del consiglio d'amministrazione dell'ente, ed eventualmente attivarsi affinché l'incarico sia revocato;

se tali gravi violazioni venissero confermate, se il Ministro del lavoro e delle politiche sociali ritenga, ai sensi dell'art. 2, comma 6, del decreto legislativo n. 509 del 1994, di concerto con i Ministri di cui all'art. 3, comma 1, di nominare un commissario straordinario con il compito di salvaguardare la corretta gestione dell'ente, pena i gravissimi danni economici per l'ente stesso;

se il Governo ritenga opportuno accertare e verificare tramite le Agenzie del territorio competenti la reale rispondenza delle categorie catastali degli immobili di proprietà di Enasarco a quelle denunciate dallo stesso ente;

se ritenga di voler, altresì, considerare se non sia opportuno far confluire tutti gli enti privatizzati di cui al decreto legislativo n. 509 del 1994 con i relativi patrimoni immobiliari nell'INPS, così come avvenuto per INPDAP e ENPALS, in modo da poter tutelare gli iscritti beneficiari dei trattamenti pensionistici.

(4-06948)

FERRANTE, DELLA SETA - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

dall'inizio del 2012 sono 10 i detenuti che si sono tolti la vita e 24 il totale dei decessi avvenuti nelle carceri, di cui 10 per cause ancora da accertare. Alcuni di loro sono: Aurel Contrea, Bruno Baldini, David Di Bonaventura, M.M., Gabriele B., Youssef Ahmed Sauri, Massimo Loggello e Pino Cobianchi;

a questa lista di suicidi dal 18 febbraio si aggiunge Alessandro Gallelli che era accusato di violenza sessuale. Da quattro mesi era in carcere in attesa di giudizio. Aveva più volte denunciato di aver subito violenze. Dal carcere garantiscono comunque che il giovane era in isolamento e che quindi non poteva essere vittima di pestaggi o percosse. Aveva compiuto 21 anni da poche settimane;

14 i capi di imputazione, tra cui violenza sessuale e molestie ai danni di ragazze minorenni. Dalla sua cella del carcere milanese di San Vittore si è sempre dichiarato innocente e raccontava ai genitori di presunte percosse subite da altri detenuti poco inclini ad accettare con loro carcerati accusati di reati che ritengono infamanti: il pestaggio è infatti un triste "classico" del codice che vige in prigione nei confronti di chi è imputato di reati sessuali. Alla fine Alessandro Gallelli, residente a San Vittore Olona, non ha retto a tanta disperazione. Non ha avuto la forza di andare avanti. Si è tolto la vita sabato sera, impiccandosi;

il legale di Gallelli ha affermato di essere sconcertato per quanto di terribile è successo, che i genitori gli avevano affidato l'incarico di difenderlo ed egli, fin da subito, aveva presentato istanza di scarcerazione con richiesta di arresti domiciliari a casa dei nonni. Ma era stata respinta e non vi erano, a suo parere, gravi indizi di colpevolezza e Alessandro era incensurato. Il non aver concesso un provvedimento cautelare meno restrittivo, tra l'altro con motivazioni non condivisibili, ha significato agire con troppa leggerezza;

fin da subito la sua famiglia l'ha sempre considerato innocente, lottando per la sua scarcerazione. Da quanto riferito comunque dal carcere, il giovane era seguito da medici specialisti e si sarebbe ucciso subito dopo una seduta psichiatrica. Un gesto repentino, avvenuto di fronte ad altre persone che però non sarebbero riuscite a fermarlo. Come avviene sempre in questi casi, si è aperta un'inchiesta e sul corpo è stata disposta l'autopsia;

i numeri dei suicidi in carcere diventano ancora più devastanti se si riportano i dati elaborati, dal 2000 al 20 febbraio 2012, dal centro studi di "Ristretti orizzonti" che riguardano rispettivamente l'anno, i suicidi e il totale dei morti: 2000, 61, 165; 2001, 69, 177; 2002, 52, 160; 2003, 56, 157; 2004, 52, 156; 2005, 57, 172; 2006, 50, 134; 2007, 45, 123; 2008, 46, 142; 2009, 72, 177; 2010, 66, 184, 2011, 66, 186 e 2012, 10, 24. Per un totale di 1.957 morti, di cui 702 suicidi;

è del tutto evidente che la situazione in Italia, tra chi muore a poche ore dal fermo e chi si suicida in carcere, è diventata drammatica per un Paese civile. Nelle carceri italiane si può affermare, senza paura di smentita, anche alla luce dei dati statistici elaborati da "Ristretti orizzonti", che oramai è in corso una drammatica e inesorabile strage silenziosa;

purtroppo non sono solo i detenuti a suicidarsi ma anche gli appartenenti al Corpo della Polizia penitenziaria. Nelle ultime 48 ore dal suicidio, di un assistente capo di Polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Roma Rebibbia, a Formia si è appreso di un altro suicidio di un appartenente al Corpo. Questa ulteriore drammatica notizia l'ha resa nota Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo Polizia penitenziaria, Sappe. L'uomo, 41 anni, sposato e con due figli, si è tolto la vita nella sua abitazione di Sessa Aurunca, nel casertano, impiccandosi. Capece afferma che non sono ancora chiare le ragioni che hanno spinto l'uomo a compiere il gesto estremo, di essere impietrito per questa nuova immane tragedia, anche perché avviene a poche ore dal suicidio di un altro collega a Formia e a pochi mesi dalla tragica morte di altri appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio ad Avellino, Mamone Lodè, Caltagirone, Viterbo, Torino e Roma. Capece aggiunge che oggi è il momento di piangere la vittima di un'altra tragedia che ha sconvolto i baschi azzurri, nell'indifferenza assoluta e colpevole dell'Amministrazione penitenziaria che continua a sottovalutare questa grave realtà e di stringersi con tutto l'affetto e la solidarietà possibili al dolore indescrivibile della moglie, dei figli, dei familiari, degli amici, dei colleghi. Secondo Capece dal 2000 ad oggi si sono uccisi circa 100 poliziotti penitenziari, un direttore di istituto e un dirigente regionale. E otto suicidi in pochi mesi sono sconvolgenti. Da tempo ricorda che si sostiene che bisogna comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l'attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere;

a questi drammatici silenzi si aggiunge, oltre all'evidente sgarbo istituzionale, quello, a giudizio degli interroganti assordante delle istituzioni a cui il primo firmatario del presente atto ha già rivolto, e per i quali più volte ha sollecitato in Assemblea una risposta, ben 19 atti di sindacato ispettivo: 3-01079, 4-02254, 4-02449, 4-02489, 4-02496, 4-02584, 4-02781, 4-02920, 4-02974, 4-03616, 4-03823, 4-04299, 4-04928, 4-04976, 4-05183, 4-05423, 4-05598, 4-06172 e 4-06232, e firmato una mozione, 1-00227, nei quali si denunciano, senza alcun riscontro dopo ben 800 giorni dalla presentazione, novembre 2009, della prima interrogazione, lo stato di degrado, di mancato rispetto dei diritti umani e i suicidi sospetti nelle carceri e nei centri di identificazione ed espulsione (CIE) italiani e nei quali si chiede quanti suicidi ancora debbano avvenire affinché il Governo si decida a riferire sulla reale consistenza del fenomeno delle morti in carcere e nei CIE, in modo che possano essere concretamente distinti i suicidi dalle morti per cause naturali e da quelle, invece, avvenute per cause sospette,

si chiede di conoscere:

se non si ritenga oramai indifferibile, anche in virtù delle 19 interrogazioni depositate a cui non è stata data, a giudizio degli interroganti inaccettabilmente, alcuna risposta, riferire sulla reale consistenza del fenomeno delle morti in carcere e nei CIE in modo che possano essere concretamente distinti i suicidi dalle morti per cause naturali e da quelle, invece, avvenute per cause sospette;

se non si ritenga necessaria e indifferibile, proprio per garantire i diritti fondamentali delle persone, la creazione di un osservatorio per il monitoraggio delle morti che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale anche al di fuori del sistema penitenziario, osservatorio in cui siano presenti anche le associazioni per i diritti dei detenuti e degli immigrati;

se non si intenda immediatamente stanziare fondi per migliorare la vita degli agenti penitenziari e dei detenuti in modo che il carcere non sia solo un luogo di espiazione, ma diventi soprattutto un luogo in cui i detenuti, attraverso la promozione di attività culturali, lavorative e sociali, possano avviare un percorso concreto per essere reinseriti a pieno titolo nella società;

se non sia indispensabile e urgente ricorrere a forme di pene alternative per garantire un'immediata riduzione dell'affollamento delle carceri italiane;

se non si dubiti del fatto che, all'interno delle carceri e dei CIE, siano garantiti i diritti fondamentali della persona.

(4-06949)

GARAVAGLIA Mariapia - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della salute, del lavoro e delle politiche sociali e dello sviluppo economico - Premesso che:

risulta che le compagnie di assicurazione non stipulino contratti a favore dei malati psichici;

in tal modo ad almeno 2-3 milioni di cittadini viene negato il diritto di assicurarsi contro gli infortuni o per ottenere il rimborso delle spese mediche;

ciò contrasta con l'articolo 3 della Costituzione e con la normativa vigente in materia di diritto alla tutela della salute,

si chiede di sapere in quale modo il Governo intenda rendere esigibile un diritto che illegittimamente non viene riconosciuto dalle compagnie assicurative.

(4-06950)

NESPOLI - Al Ministro della salute - Premesso che:

in Italia sono milioni i pazienti affetti da una patologia devastante, di cui si parla raramente sui mezzi di comunicazione di massa più diffusi, denominata acufene;

si tratta di una sensazione uditiva, un suono continuo e costante (ad esempio: fischi, ronzii, eccetera) percepito in un orecchio, in entrambi o alla testa;

tale patologia non è semplicemente un disturbo molto fastidioso, come spesso si usa dire per ridimensionarla, ma una vera e propria malattia invalidante che in Italia affligge ben il 10 per cento della popolazione priva di difetti uditivi;

persone costrette a vivere per mesi, anni, decenni, sentendo ininterrottamente nelle orecchie e nella testa rumori, anche multipli, che definire fastidiosi è certamente riduttivo; un vero e proprio stillicidio che provoca uno stato invalidante dal punto di vista dell'assetto psicologico ed emozionale, del ritmo sonno-veglia, del livello di attenzione e concentrazione e, in ultimo, della vita di relazione;

questi fattori portano molto spesso ad uno stato di forte depressione psico-fisica e, a volte, finanche a risvolti drammatici, quali la morte per suicidio,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare sì da porre in essere un primo e concreto intervento affinché si dia avvio a studi e ricerche su questa diffusissima patologia e da sollecitare nonché finanziare le opportune ricerche scientifiche utili - nel medio periodo - a produrre idonee terapie capaci di alleviare lo stato di sofferenza di cui milioni di persone nel Paese sono affette.

(4-06951)

FILIPPI Alberto - Al Ministro della salute - Premesso che:

nello stabilimento di Correzzana (Monza e Brianza), di proprietà della multinazionale Harlan, sono già arrivati 150 macachi provenienti dalla Cina e destinati alla sperimentazione in laboratorio;

altri 750 esemplari, per un totale di 900 macachi, sono in attesa di arrivo per lo stabilimento suddetto e per quello di San Pietro al Natisone in provincia di Udine;

nel passato sono stati sempre organizzati carichi di animali di minori dimensioni, di circa 30/40 esemplari, e tale fatto conferma che questo costituisce uno dei più grossi carichi di animali per la vivisezione mai arrivati in Italia;

in seguito ad un blitz nel 2006 nello stabilimento di Corezzana, si è venuti a conoscenza di una situazione sconvolgente in violazione di qualsiasi norma igienico-sanitaria e di benessere degli esemplari utilizzati per la vivisezione, come le numerose carcasse conservate nei frigoriferi del laboratorio, e soprattutto i numerosi macachi trovati in condizioni squallide, tra sangue e feci,

si chiede di sapere:

se al Ministro in indirizzo risulti in che modo e da chi sia stata autorizzata l'importazione in Italia di un numero così elevato di macachi;

se il Ministro in indirizzo non ritenga necessario verificare eventuali irregolarità e violazioni nelle modalità con cui i macachi, dalla Cina, sono stati importati da Harlan, via Roma-Fiumicino, in uno dei due allevamenti-laboratorio italiani, allo scopo di tutelare il benessere degli animali in questione e quello degli stessi cittadini italiani per il rischio di importazione e diffusione di virus provenienti dal Paese extra Unione europea;

se risulti quale urgente e vitale ricerca abbia giustificato un carico di macachi cosi numeroso;

se risulti se e con quali modalità vengono effettuati controlli nello stabilimento di Correzzana per verificare che siano rispettate le norme igienico-sanitarie e le condizioni di detenzione degli esemplari di macachi, considerando i precedenti dello stabilimento.

(4-06952)

THALER AUSSERHOFER - Ai Ministri dell'economia e delle finanze, dello sviluppo economico e delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

secondo quanto risulta dall'elaborazione del prezzo medio nazionale dei prodotti petroliferi effettuata dal Dipartimento per l'energia del Ministero dello sviluppo economico e pubblicata martedì 20 febbraio 2012, il prezzo al consumo della benzina senza piombo è di 1,752 euro al litro ed è così composto: 1,008 euro di imposte (0,704 di accise, 0,304 di IVA) e 0,744 euro di prodotto;

la stessa elaborazione rileva che il prezzo al consumo del gasolio per autotrazione è di euro 1,702 al litro ed è così composto: 0,889 euro di imposte (0,593 di accise, 0,295 di IVA) e 0,813 euro di prodotto;

considerato che in altri Paesi europei il prezzo base della benzina senza piombo e del gasolio per autotrazione al netto delle imposte risulta essere meno caro che in Italia, come, ad esempio, in Austria dove il prezzo base è rispettivamente di euro 0,596 e euro 0,7360 al litro;

tenuto conto altresì del fatto che le compagnie petrolifere trasferiscono automaticamente ogni aumento del prezzo del petrolio sul prezzo al consumo dei prodotti derivati e, a differenza di altri Paesi europei che riducono il prezzo al consumo altrettanto automaticamente in presenza di una diminuzione del prezzo del petrolio, in Italia tale adeguamento avviene in ritardo, se avviene, e comunque quasi sempre in misura inferiore rispetto alla reale riduzione da applicare,

si chiede di sapere quali misure il Governo ritenga di adottare, a tutela dei consumatori, nei confronti di quelle compagnie petrolifere che, pur in presenza di riduzione del prezzo del greggio, non operano la contestuale riduzione dei prezzi al consumo o ritardano ad applicare la riduzione ovvero operano una riduzione inferiore a quanto dovuto.

(4-06953)

SERRA - Al Ministro dell'interno - Premesso che:

il decreto legislativo 13 ottobre 2005, n. 217, aveva previsto, all'art. 153, che, entro un anno dalla data della sua entrata in vigore, sarebbe stato bandito un concorso straordinario per titoli a 334 posti, per l'accesso alla qualifica di ispettore antincendi, riservato al personale inquadrato nelle qualifiche di capo squadra esperto, capo reparto e capo reparto esperto;

ad oggi il concorso non è stato espletato;

eppure a fronte di un organico previsto di 1326, gli ispettori antincendio sono fortemente sotto organico;

molto del personale inquadrato nelle qualifiche di capo squadra esperto, capo reparto e capo reparto esperto che avrebbe potuto partecipare alla selezione è ormai in pensione;

la disposizione normativa, nell'indire il suddetto concorso, non ha precisato come sarebbero poi stati coperti i posti di risulta di quei caporeparto e caposquadra che avrebbero partecipato e avrebbero potuto vincere lo stesso;

pur non avendo espletato il succitato concorso straordinario, né concorsi per capo reparto, sono stati invece effettuati ben tre concorsi a capo squadra negli anni 2006, 2007 e 2008;

tuttavia non è chiaro come si intendano coprire i posti di risulta conseguenti all'effettuazione dei suddetti concorsi;

sarebbe opportuno scongiurare che i posti di risulta per capo squadra 2008 vadano ad implementare i posti da mettere a concorso con decorrenza 1° gennaio 2009, ma far sì, piuttosto, che gli stessi vengano attribuiti attingendo dalle graduatorie in essere,

si chiede di sapere:

se, a sette anni dall'emanazione del decreto legislativo n. 217 del 2005, si intenda dare piena e completa attuazione allo stesso;

se si intenda procedere all'espletamento del concorso a 334 posti per l'accesso alla qualifica di ispettore antincendi, riservato al personale inquadrato nelle qualifiche di capo squadra esperto, capo reparto e capo reparto esperto e come si intendano coprire gli eventuali posti di risulta;

se si intenda procedere ad indire i concorsi per capo squadra e capo reparto non ancora espletati secondo la procedura che prevede corsi-concorsi per anzianità e titoli e come si intendano coprire i posti di risulta in particolare derivanti da quelli già espletati;

se si intenda procedere a verificare se in questi anni la scelta di non espletamento del concorso straordinario nonostante la persistente carenza di organico degli ispettori antincendio e, piuttosto, di assunzione di personale dei vigili del fuoco sia corrisposta alle effettive esigenze del comparto.

(4-06954)

FLERES - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

gli Uffici di esecuzione penale esterna UEPE sono organi periferici dell'Amministrazione penitenziaria, con competenza provinciale e sovra-provinciale, che operano direttamente sul territorio di rispettiva competenza, deputati, di concerto con la magistratura di sorveglianza, al trattamento dei soggetti ammessi alle misure alternative, nonché a quello dei detenuti e degli ex detenuti, in collaborazione con gli operatori degli istituti penitenziari e/o del territorio;

nell'attuare gli interventi di osservazione e trattamento in ambiente esterno (applicazione ed esecuzione delle misure alternative, delle sanzioni sostitutive e delle misure di sicurezza) tali Uffici si coordinano con le istituzioni e i servizi che operano sul territorio di riferimento. Le intese operative con i servizi territoriali sono definite in una visione globale delle dinamiche sociali che investono la vicenda personale e familiare dei soggetti in esecuzione penale, in una prospettiva integrata di intervento;

il DAP (Dipartimento Amministrazione penitenziaria) che coordina il settore tecnico operativo, direzione ed amministrazione del personale e dei collaboratori esterni dell'Amministrazione, ha presentato un progetto per la riduzione dei dirigenti UEPE del 35 per cento delle unità lavorative (567 persone in meno) e del 27 per cento degli educatori (363 persone in meno);

il lavoro degli UEPE si prevede in crescita in ragione dei provvedimenti che dovrebbero favorire l'uscita dal carcere e l'affidamento di sempre più persone alla esecuzione penale esterna,

l'interrogante chiede di conoscere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga, viste le condizioni in cui versano le carceri, inutile e dannosa la riduzione del personale degli UEPE, deputati all'affidamento dei detenuti ammessi alla esecuzione penale esterna;

se non ritenga doveroso intervenire presso il DAP affinché non venga applicata la riduzione del personale UEPE, o, in alternativa, affinché tale riduzione sia effettuata negli anni e non entro il 31 marzo 2012, permettendo così la riorganizzazione della distribuzione del personale stesso sul territorio;

se sia a conoscenza, come risulta all'interrogante, del fatto che gli organici degli assistenti sociali sono in parte scoperti e che questo ha determinato la loro assenza in tanti istituti penitenziari, dove sarebbe indispensabile che essi fossero presenti per conoscere le situazioni di famiglia di detenuti e detenute.

(4-06955)

STRADIOTTO - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

la legge 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007) ha previsto, a partire dal 1° gennaio 2007, la soppressione degli Istituti regionali di ricerca educativa e dell'Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (INDIRE) con sede a Firenze e contestualmente, all'articolo 1, comma 610, ha previsto la nascita dell'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica (ANSAS), con sede a Firenze, con la funzione di documentazione, ricerca educativa, formazione e gestione dei progetti europei;

la costituzione della predetta Agenzia, come previsto dalla legge finanziaria per il 2007, doveva realizzarsi con regolamento, che ad oggi non è stato adottato;

l'articolo 19 (Razionalizzazione della spesa relativa all'organizzazione scolastica) del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ha previsto che i commissari straordinari dell'INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) e dell'ANSAS (Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica) debbano avviare urgentemente, entro il 31 agosto 2012, un programma straordinario di reclutamento nel limite della dotazione organica, entro il limite dell'80 per cento delle proprie entrate;

lo stesso articolo ha previsto altresì la soppressione, dal 1° settembre 2012, dell'ANSAS e, dalla medesima data, il ripristino dell'INDIRE, quale ente di ricerca con autonomia scientifica, finanziaria, patrimoniale, amministrativa e regolamentare;

le disposizioni in questione evidenziano una chiara contraddizione sul futuro dell'ANSAS;

l'INDIRE, una volta ripristinato, si articolerà in diversi nuclei territoriali. Anche se un criterio di scelta potrebbe essere quello della ripartizione in tre macro zone, Nord, Centro e Sud, occorre avere presente che la maggior parte della popolazione scolastica e delle scuole si trova nelle regioni settentrionali e dunque la scelta di dedicare al Nord Italia una sola sede potrebbe rivelarsi non sufficiente e creare problemi nell'ambito delle finalità statutarie dell'istituto medesimo,

si chiede di sapere:

quali siano le valutazioni complessive del Ministro in indirizzo sul quadro descritto;

per quale motivo non sia stato adottato il provvedimento regolamentare dell'ANSAS, agenzia di prossima soppressione, e, alla luce di quanto riportato in premessa, quali soluzioni intenda adottare per risolvere la situazione di contraddittorietà nella quale al momento versa la materia della valutazione delle scuole;

quali risultino essere i criteri di scelta delle sedi territoriali affinché non si creino squilibri tra la distribuzione della popolazione scolastica in Italia e l'assegnazione dei nuclei di riferimento.

(4-06956)

VIZZINI - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Considerato che:

Enasarco (Ente nazionale di assistenza per agenti e rappresentanti di commercio), in ottemperanza al decreto legislativo n. 509 del 1994, è una fondazione di pubblico interesse relativa alla previdenza obbligatoria degli associati ed è sottoposta alla vigilanza dei Ministro dei lavoro e delle politiche sociali;

l'ordinamento pensionistico italiano prevede per la Fondazione Enasarco una copertura contributiva di natura integrativa con contribuzione obbligatoria;

i soggetti che sono obbligati a versare i contributi ad Enasarco sono contemporaneamente obbligati a versare i contributi anche all'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), in quanto lavoratori autonomi esercenti il commercio, determinandosi in tal modo una doppia contribuzione obbligatoria in contrasto con la natura e con la disciplina del sistema pensionistico integrativo, che per le altre categorie ha natura volontaria;

per gli iscritti a Enasarco, a differenza degli altri lavoratori iscritti ad un fondo di previdenza obbligatorio, opera quindi la preclusione di poter beneficiare degli istituti della ricongiunzione o della totalizzazione dei versamenti erogati ad enti previdenziali diversi. Più precisamente, mentre la ricongiunzione prevede la possibilità, estesa anche ai liberi professionisti, di cumulare, ai fini di un unico trattamento pensionistico erogato da un unico ente previdenziale, tutti i diversi periodi contributivi maturati presso diverse gestioni previdenziali, la totalizzazione è invece quel criterio in base al quale ogni ente presso cui siano stati versati dei contributi è tenuto, pro quota, al pagamento del trattamento pensionistico secondo le proprie regole di calcolo a favore del lavoratore che, nel corso della propria storia lavorativa, sia stato iscritto a regimi diversi;

per agenti e rappresentanti di commercio, l'istituto della totalizzazione dei periodi contributivi versati a Enasarco e all'Inps in concreto non trova applicazione in caso di cessazione dell'attività, essendo contestuale l'obbligo di iscrizione e di versamento dei contributi previdenziali sia verso la gestione commercianti dell'Inps che verso la Fondazione Enasarco;

considerata altresì la convenienza e l'opportunità per il lavoratore di effettuare versamenti volontari (versamenti consistenti a fronte del riconoscimento di una pensione modesta) a un ente che nel corso degli anni non ha sempre dato prova di limpidezza e solidità, essendo stato più volte rifondato, avendo cambiato statuto e avendo dismesso gran parte del proprio patrimonio immobiliare in forme che sono state, talvolta, oggetto di pubblica discussione;

atteso, infine, che il regime pensionistico è passato dal sistema retributivo a quello contributivo,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda assumere al fine di definire una regolamentazione normativa previdenziale a tutela degli iscritti a Enasarco.

(4-06957)

BELISARIO - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico - Premesso che:

in data 20 febbraio 2012 si è tenuto a Viggiano (Potenza) un Consiglio comunale aperto alla cittadinanza e all'intervento di esperti ed esterni, avente ad oggetto il monitoraggio ambientale e l'ampliamento del centro olio Val d'Agri. Al Consiglio hanno partecipato tecnici dell'amministrazione comunale, dell'Agenzia regionale per la Protezione dell'ambiente della Regione Basilicata (Arpab) e dell'ENI SpA, nonché il Presidente della Regione;

nel corso della riunione, il professor De Gennaro dell'università di Bari, consulente del Comune di Viggiano sulle questioni dei monitoraggi, ha evidenziato discrepanze e criticità nello studio dell'ecosistema, nel biomonitoraggio e nella rilevazione delle emissioni odorigene del centro. In particolare sono stati contestati i dati forniti dall'ENI con riferimento ai valori di sostanze inquinanti sospese in aria ed inalabili - le polveri sottili PM10 e PM5 - ed è stata evidenziata la superficialità con cui tali dati vengono rilevati e validati;

già in passato comitati di cittadini ed associazioni di protezione ambientale hanno evidenziato incongruenze nei dati ENI validati, a partire da quelli rilevati in occasione di incidenti classificati dalla società come anomalie di funzionamento degli impianti. Associazioni e comitati, in assenza di una puntuale risposta alle criticità denunciate, paventano il rischio di una distorsione delle informazioni sulle questioni petrolifere;

il pur tardivo avvio del sistema di monitoraggio - già prescritto dall'autorizzazione ministeriale risalente al 5 maggio 1999 ma mai attuato - sarebbe inoltre parzialmente vanificato dall'attivazione di una sola centralina in luogo della prevista realizzazione di una rete di rilevamento e controllo dei valori ambientali. Gli stessi dati forniti in merito al monitoraggio delle acque scontano la mancata indicazione dei parametri di rilevazione, come dimostrerebbero le contestazioni del Comune rispetto ai valori di anidride solforosa (SO2) registrati dall'Arpab;

l'accesso alle informazioni relative all'ambiente, in possesso delle autorità pubbliche, è la condizione essenziale che permette di rafforzare l'applicazione e il controllo del diritto comunitario dell'ambiente, e occorre prevenire ogni situazione di disuguaglianza per quanto riguarda l'accesso alle informazioni. A tal fine l'ordinamento comunitario prescrive che gli Stati membri provvedano affinché le autorità pubbliche rendano disponibile l'informazione ambientale, che esse detengono o detenuta per loro conto, a chiunque (persona fisica o giuridica) ne faccia richiesta, e adottino le misure necessarie affinché, in caso di minaccia per la salute umana o per l'ambiente, le autorità pubbliche comunichino immediatamente al pubblico potenzialmente interessato tutte le informazioni in loro possesso;

l'effettivo esercizio di tali diritti postula la verifica che i sistemi di monitoraggio siano imparziali, costanti e non generino informazioni contraddittorie, per questo non possono essere affidati esclusivamente all'ENI SpA o a società ad essa riconducibili, collegate o legate da contratti di qualsiasi tipo;

in un contesto di scarsa chiarezza ed univocità dei dati, è comprensibile che particolare preoccupazione suscitino i provvedimenti autorizzativi relativi all'incremento delle emissioni di carbonio organico totale (COT), idrocarburi policiclici aromatici (IPA), oltre a polveri e anidride solforosa da parte del centro,

si chiede di sapere quali iniziative i Ministri in indirizzo, ciascuno per la parte di propria competenza, intendano assumere con urgenza al fine di assicurare l'attivazione di un'efficiente e completa rete di monitoraggio che verifichi i dati forniti, l'ottemperamento dell'impianto alle prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale relative alla riduzione delle emissioni in atmosfera, nonché la piena ed esaustiva informazione della cittadinanza, come prescritto dalle direttive comunitarie in materia energetica ed ambientale.

(4-06958)

FLERES - Al Ministro dell'interno - Premesso che, per quanto risulta all'interrogante:

da cronache locali, risulta che nel Comune di Ladispoli (Roma), qualcuno operi, già da diverso tempo, in condizione di diffusa illegalità;

in diverse occasioni, sono state segnalate alla Prefettura di Roma, sia da semplici cittadini che da consiglieri comunali, gravi illegalità relative a fatti e circostanze che spaziano dalla gestione del personale, alla materia urbanistica, al demanio marittimo e addirittura al servizio di igiene urbana; ormai da tre anni, esso viene affidato senza alcun ricorso a gare di appalto ed il bando pubblicato per l'affido risulta stranamente sospeso;

è stata consentita la costruzione di una caserma della Guardia di finanza in un'area di proprietà privata e sottoposta a vincolo archeologico. Tale caserma non è stata mai utilizzata, ma grazie alla sua costruzione sono state concesse nuove autorizzazioni a costruire e nuova cubatura a soggetti privati;

la riscossione coattiva sembra essere stata affidata a personaggi che frequentavano con una certa assiduità il palazzo comunale e che hanno, subito dopo l'affidamento, provveduto all'assunzione di un familiare di un amministratore e di un delegato del Sindaco;

da diversi anni la manutenzione delle strade e dell'illuminazione sono regolarmente affidate sempre alle stesse società, senza alcuna gara d'appalto;

i canoni demaniali relativi agli stabilimenti balneari non vengono pagati in modo regolare e accade persino che vi siano stabilimenti che non hanno alcuna concessione e che, pur essendo stati oggetto di accertamento da parte degli uffici del demanio, nessuno provveda né alla regolarizzazione né alla riscossione;

sembra che tutto ciò accada con il beneplacito del segretario comunale che sarebbe stato anche destinatario di indebiti riconoscimenti economici, prima attraverso un'errata attribuzione del galleggiamento (nella misura di 38.000 euro) e poi con l'ingiustificata di diverse corresponsioni di indennità ad personam, senza alcun presupposto normativo;

sembra anche che lo stesso segretario comunale abbia favorito, grazie a pareri benevoli, l'istituzione dell'ufficio urbanistica presso lo staff del Sindaco con l'intenzione di gestire personalmente le pratiche urbanistiche sottraendosi così alle regole imposte dalle leggi dello Stato,

si chiede di conoscere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto esposto e se non intenda intervenire, per quanto di sua competenza, per garantire il ritorno alla legalità nel Comune di Ladispoli;

se risulti vero che il Direttore generale, che aveva segnalato le disfunzioni di cui in premessa, sia stato indotto alle dimissioni, a seguito di attacchi e di eventi culminati con un tentativo di aggressione;

se non ritenga di dover predisporre urgentemente, visto che nel Comune di Ladispoli si terranno elezioni amministrative nel mese di maggio 2012, un'azione di accertamento dei fatti, riportati dalle cronache locali, nei confronti dell'operato del segretario comunale.

(4-06959)

CARLONI, ARMATO, GHEDINI, PEGORER, BASTICO, DONAGGIO, CHIAROMONTE, AMATI, ANDRIA, CHIURAZZI, MONACO, FRANCO Vittoria, CECCANTI, GIARETTA, DE SENA, MAGISTRELLI, PORETTI, PINOTTI, INCOSTANTE, NEROZZI, BIONDELLI, FIORONI, MARINARO, ANTEZZA, CHITI, FONTANA - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

il fenomeno delle dimissioni in bianco, ovvero delle finte dimissioni volontarie all'atto dell'assunzione al lavoro, diffuso su tutto il territorio nazionale, è in continua crescita e secondo l'Istat interessa circa 2 milioni di lavoratori e soprattutto lavoratrici;

la richiesta delle dimissioni firmate in bianco al momento dell'assunzione, allo scopo di essere utilizzate successivamente per esempio all'inizio di una gravidanza o nel caso di una lunga malattia, costituisce un abuso grave, lesivo della dignità e dei diritti dei lavoratori dipendenti;

la legge n. 17 ottobre 2007, n. 188, approvata con una larga maggioranza parlamentare, consentiva di contrastare la pratica vessatoria delle dimissioni in bianco;

nel corso della XVI Legislatura, l'art. 39, comma 10, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, ha abrogato le norme della legge n. 188, dopo pochi mesi dalla loro entrata in vigore, così da rilegittimare la diffusione della pratica delle finte dimissioni volontarie;

considerato che:

in tutte le regioni italiane si organizzano e si svolgono manifestazioni pubbliche a favore di norme che vietino le dimissioni in bianco e il 23 febbraio 2012 sono state consegnate nelle prefetture di molte città le firme raccolte per ripristinare le norme contenute nella citata legge n. 188, considerata una legge di civiltà, che non reca oneri e consente di prevenire abusi e ricatti a danno soprattutto delle lavoratrici;

diverse iniziative parlamentari come disegni di legge, interpellanze e interrogazioni su questo argomento attendono l'avvio di un'interlocuzione con l'Esecutivo;

il Ministro in indirizzo, professoressa Fornero, in varie occasioni e più rentemente sollecitata dalle promotrici dell'appello "188 firme per la legge 188" ha espresso consapevolezza del problema e volontà di trovare una soluzione in tempi brevi,

si chiede di sapere con quali iniziative, tempi e modalità il Governo intenda dare seguito alle volontà già dichiarate e porre fine alla grave situazione venutasi a creare in seguito all'abrogazione della legge n. 188 del 2007.

(4-06960)

FRANCO Paolo, STIFFONI, VACCARI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

dalla pagine del suo sito il Presidente della Regione Campania Stefano Caldoro ha lanciato la proposta di creare un fondo di garanzia nazionale, nel quale far confluire tutte le risorse che non possono essere spese a causa dei vincoli del patto di stabilità, pena la violazione della legge, finanziamenti che, se attivati, a detta di Caldoro, "contribuirebbero a muovere l'economia, creando anche nuovi posti di lavoro";

si tratterebbe di circa 10 miliardi di euro di fondi, bloccati presso gli enti locali, che potrebbero rappresentare un vero e proprio tesoro in tempi di forti restrizioni della finanza pubblica;

in tal modo, mantenendo i saldi di finanza pubblica invariati, si costituirebbe una riserva di liquidità a cui attingere sulla base di una lista delle priorità, a partire dai ritardi di pagamento che hanno prodotto obblighi per lo Stato o per consentire ai Comuni di pagare i debiti con i loro fornitori;

sul medesimo sito, inoltre, è riportato anche il consenso che la proposta del Presidente della Regione Campania avrebbe ottenuto dal sottosegretario di Stato all'economia, Gianfranco Polillo;

naturalmente tutti i Governatori delle Regioni del Sud si sono detti favorevoli alla proposta che ha invece provocato reazioni fortemente contrarie tra i Governatori delle Regioni del Nord del Paese, a partire da Luca Zaia e Roberto Cota, stante il fatto che le risorse che dovrebbero alimentare questo ipotetico fondo nazionale sono concentrate per la gran parte negli enti locali del Nord;

considerato inoltre che il Governo di recente ha previsto l'abolizione del regime di tesoreria mista e la reintroduzione della tesoreria unica, in contrasto con i principi dell'autonomia fiscale degli enti locali e del federalismo. Si pensi che la sola Regione Veneto ha oltre 1.300 milioni di euro fermi nella tesoreria unica,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il Sottosegretario Polillo si sarebbe espresso in favore della proposta avanzata dal Governatore Caldoro;

se sì, se questo sia l'orientamento ufficiale del Ministro in indirizzo o piuttosto un convincimento personale del dottor Polillo.

(4-06961)

LANNUTTI - Ai Ministri dello sviluppo economico e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Guglielmo Rositani, consigliere Rai ed ex parlamentare di Alleanza nazionale, avrebbe speso una cifra considerevole di denaro pubblico pagando i suoi conti privati con l'utilizzo della carta aziendale. Alla redazione di "La Repubblica" sono infatti giunti in forma anonima alcuni documenti inequivocabili: fotocopie di scontrini per una spesa totale di 3.870 euro, tra ristoranti, gioiellerie e negozi di abbigliamento. Si legge in un articolo pubblicato su "La Repubblica" il 23 febbraio 2012: «Ristoranti con conti anche da 750 euro. Gioiellerie, profumerie, negozi di articoli sportivi. Ha davvero speso così i soldi della Rai Guglielmo Rositani, consigliere a Viale Mazzini ed ex parlamentare di Alleanza nazionale? A domanda, Rositani non risponde. Repubblica lo ha cercato al telefono e per e-mail il 16 febbraio, il 20 febbraio e di nuovo ieri, anche attraverso la sua assistente Raffaella Pichini. Ma senza risposta. Il consigliere della Rai non vuole confrontarsi sulle spese di rappresentanza che la televisione di Stato permette a tutti i componenti del Cda, lui compreso, attraverso la carta di credito aziendale. In busta anonima, nei giorni scorsi, Repubblica ha ricevuto le fotocopie di 11 ricevute di carta di credito per una spesa totale di 3870 euro. Tutte le ricevute hanno lo stesso codice "AID" che conduce ad un'unica carta di credito. Su una di queste fotocopie compare la scritta "Rai". Un'altra ricevuta - Hotel Ristorante da Checco al Calice d'Oro (Rieti), importo 420 euro - è spillata su carta intestata della televisione di Stato (mentre la ricevuta stessa ha l'intestazione scritta a mano: onorevole Rositani). Tutte le ricevute sono emesse in ristoranti, negozi, esercizi di Rieti, città dove Rositani vive. Ed ecco le spese in dettaglio, dunque: Hotel Ristorante da Checco al Calice d'Oro 420 euro e Ristorante la Foresta 500 euro (per 10 pasti a prezzo fisso). Altre tre ricevute portano a questo Ristorante la Foresta, molto apprezzato, pare: 300 euro per 7 coperti, 750 euro (quantità 15) e 250 euro (per 5 coperti). A seguire ci sono: il Gioielliere Passi 300 euro; la Goielleria Cesare Amici 400 euro; ancora la Gioielleria Cesare Amici 380 euro; quindi la Profumeria Michele Cellurale 150 euro e Grassi Sport 310 euro. Infine, Letizia Sas (intimo e biancheria per la casa, si deduce da Internet) per altri 110 euro. Le spese sono state fatte tra il 9 aprile 2011 e il 21 agosto 2011. Repubblica ha spedito a Rositani e alla sua assistente due distinte e-mail che avevano, in una cartella allegata, copia di tutte le ricevute. Ma il consigliere di amministrazione della Rai non ha risposto alle e-mail, agli sms e non è venuto al telefono del suo ufficio al settimo piano di Viale Mazzini. Martedì, però, Rositani ha informato l'ufficio Affari Legali della Rai delle e-mail che aveva ricevuto da Repubblica. I consiglieri di amministrazione della tv di Stato, per il loro lavoro, ricevono uno stipendio annuo lordo di poco superiore ai 98 mila euro. Questa somma può essere integrata da un extra fino a 28 mila euro, a patto che i consiglieri diano vita a gruppi di lavoro ristretti, chiamati "comitati editoriali". A queste somme, i consiglieri aggiungono una carta di credito aziendale - per le spese di rappresentanza - che ha un tetto massimo di 10 mila euro l'anno. Al momento del loro insediamento, di norma, i consiglieri non ricevono istruzioni scritte su come utilizzare la carte di credito. Il suo impiego viene rimesso alla sensibilità del singolo amministratore, Per le sue spese di rappresentanza, il consigliere Rositani non ha ricevuto contestazioni dalla Rai»;

si legge su "Il Corriere della Sera" del 23 febbraio 2012 che il consigliere Rositani ha comunicato, inviando una lettera alla Direzione Finanza e pianificazione e per conoscenza alla Direzione generale, alla Presidenza e alla Direzione della Segreteria del Consiglio di amministrazione, che "In merito all'utilizzo della carta di credito aziendale preferisco rinunciarvi al fine di evitare, per il futuro, basse e volgari strumentalizzazioni simili a quelle apparse oggi sul giornale 'la Repubblica', ma soprattutto a difesa della mia dignità ed onestà morale che non ha prezzo". Il consigliere fa riferimento al suddetto articolo pubblicato sul quotidiano "La Repubblica" che ha spinto lo stesso Rositani ad annunciare querela;

considerato che:

è ancora aperta la vicenda di Augusto Minzolini che ha utilizzato la carta di credito aziendale per spese "pazze" di rappresentanza (atto 4-04078);

a giudizio dell'interrogante in una fase di gravissima crisi economica, e di fortissimi sacrifici per il Paese, per le famiglie e gli utenti che pagano il canone, non è ammissibile dissipare denaro pubblico,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero quanto riportato dal quotidiano "La Repubblica" e quale sia la valutazione della vicenda da parte del Governo anche alla luce dell'impegno della Rai ad assicurare una gestione finanziaria efficiente, come previsto dal Contratto di servizio;

se il Governo sia a conoscenza dei motivi per cui il consiglio di amministrazione dell'azienda non si sia espresso sulle suddette uscite di denaro e se vi sia presso l'azienda pubblica un controllo sulle spese di rappresentanza o comunque su quelle sostenute dai consiglieri a carico della Rai.

(4-06962)

LANNUTTI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della giustizia - Premesso che:

l'art.18 della legge n. 300 del 1970 (statuto dei lavoratori) vieta i licenziamenti in mancanza di giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti, affermando che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l'illegittimità dell'atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. La reintegrazione deve avvenire riammettendo il dipendente nel medesimo posto che occupava prima del licenziamento, salva la possibilità di procedere al trasferimento in un secondo momento, se ricorrono apprezzabili esigenze tecnico-organizzative o in caso di soppressione dell'unità produttiva cui era addetto il lavoratore licenziato. In alternativa, il dipendente può accettare un'indennità pari a 15 mensilità dell'ultimo stipendio, o un'indennità crescente con l'anzianità di servizio. Il lavoratore può presentare ricorso d'urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento. Lo statuto dei lavoratori si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti. Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere tra la riassunzione del dipendente o il versamento di un risarcimento. Può quindi rifiutare l'ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che il dipendente perde l'anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria). Su una norma di civiltà giuridica, è stata scatenata una guerra ideologica per arrivare alla sua abrogazione, perché lo chiederebbero l'Europa ed i mercati, in quanto le multinazionali starebbero alla larga dall'effettuare investimenti in Italia, poiché la tutela dei diritti dei lavoratori sarebbe un intralcio all'agire economico. Mentre si disserta per cancellare tali diritti inalienabili conquistati dal mondo del lavoro, alcune grandi imprese ben foraggiate dai Governi nell'ultimo mezzo secolo con centinaia di milioni di euro di finanziamenti a fondo perduto, come la Fiat, dopo aver subito una sconfitta giudiziaria in Corte d'appello, si permettono di umiliare la dignità dei lavoratori reintegrati nelle loro funzioni;

"Melfi, Fiat ai tre operai: vi paghiamo ma state a casa" è il titolo di un articolo pubblicato su "Il Sole-24 ore", quotidiano di Confindustria, il 23 febbraio 2012: «La Fiat "non intende avvalersi delle prestazioni lavorative" dei tre operai di Melfi reintegrati in base alla sentenza dalla Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom. L'azienda ha inviato un telegramma ai tre operai: lo ha reso noto all'Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Il legale ha inoltre spiegato che "sarà fatto di tutto per riportare al lavoro i tre operai, anche agendo in sede penale, perché la Fiat come al solito non rispetta la sentenze". I tre operai - secondo quanto si è appreso - percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di ieri. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto. "La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la Magistratura". Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, "il gruppo automobilistico torinese non coglie l'occasione prospettata dalla sentenza di ieri per reintegrare i tre lavoratori decidendo di tenere aperto un conflitto che andrebbe invece sanato per il bene del Paese e della Fiat stessa. Un telegramma simile, con il quale la Fiat comunicava l'intenzione di non avvalersi delle loro prestazioni lavorative, fu inviato dall'azienda torinese il 21 agosto 2010, dopo il primo reintegro di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Al rientro in fabbrica ai tre fu consentito di superare i tornelli dello stabilimento di Melfi (Potenza) ma non fu permesso di andare sulle linee di produzione e fu assegnata loro una stanza per svolgere attività sindacale (Barozzino e Lamorte erano rappresentanti sindacali, mentre Pignatelli un iscritto alla Fiom). I tre si opposero alla decisione dell'azienda e uscirono dallo stabilimento lucano: quindi dal luglio del 2010, quando furono licenziati, i tre non sono mai più andati a lavorare sulle linee di produzione"»;

considerato che a giudizio dell'interrogante la Fiat, azienda importante che ha svolto un grande ruolo per lo sviluppo dell'Italia, ricevendo in cambio enormi vantaggi economici a fondo perduto dai Governi che si sono succeduti nel tempo, non può continuare a godere di una sorta di extraterritorialità giuridica e umiliare i tre lavoratori reintegrati nei loro diritti e nella loro dignità a seguito di una sentenza della Corte di appello,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda attivare affinché le imprese che lavorano in Italia, come la Fiat, siano obbligate a rispettare le sentenze della magistratura reintegrando i lavoratori ingiustamente licenziati, invece di tenere aperto un conflitto ideologico che andrebbe sanato per il bene del Paese e al fine di avviare una fase di crescita e di sviluppo senza accanirsi per sottrarre i diritti al mondo del lavoro.

(4-06963)

LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

sono giunte all'interrogante numerose segnalazioni di cittadini che lamentano comportamenti scorretti da parte dell'Acea Energia SpA;

sono tanti gli utenti che scrivono all'ufficio reclami dell'Acea per contestare l'addebitamento di somme relative a consumi da loro non effettuati senza ricevere alcuna risposta dall'azienda;

in particolare il caso della signora C.L.A. che dall'ottobre 2011 invia raccomandate con ricevuta di ritorno all'Acea per segnalare l'addebitamento nelle bollette a lei intestate di somme maggiori rispetto ai consumi effettuati, nonostante abbia comunicato alla società elettrica la lettura del suo contatore, e, di conseguenza, per richiedere la rettifica delle fatture sulla base dell'effettivo consumo segnalato;

come in tutti gli altri casi riportati all'interrogante, a tutt'oggi l'Acea non ha ancora provveduto ad inviare alcuna risposta alla signora ed ella continua a ricevere dall'Acea bollette con addebitamento di kilowattora non corrispondenti al suo reale consumo, che è, come risulta dal contatore, sempre di gran lunga inferiore a quanto conteggiato dall'azienda,

si chiede di sapere:

se risultino al Ministro indirizzo le ragioni per cui l'Acea Energia SpA non risponde ai reclami e non fornisce spiegazioni ai propri clienti;

se risulti che la politica dell'azienda è quella di ignorare le legittime richieste degli utenti, continuando ad emettere bollette per cifre che vanno al di sopra dei consumi da loro effettuati;

se si possa configurare il reato di indebito arricchimento da parte dell'Acea che continua a pretendere dai propri clienti somme relative a quantità di energia mai consumata;

se la prassi praticata dall'Acea non possa configurare un danno erariale a seguito dell'importo superiore che dovrebbe sborsare l'azienda per eventuali azioni legali adite dagli utenti per far valere le proprie ragioni nei confronti della stessa ed essere risarciti dei relativi danni subiti;

quali iniziative intenda assumere il Governo al fine di tutelare i cittadini da ogni eventuale abuso e sopruso perpetrato dalla società di fornitura elettrica.

(4-06964)

BIANCHI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

in data 3 luglio 2008 il Comune di Crotone e la società ENI hanno sottoscritto un accordo di collaborazione in base al quale la città ha avuto come contropartita 12 miliardi di metri cubi di metano a prezzo devettoriato, il cui valore ammonta a 150 milioni di euro;

l'attuazione dell'accordo avrebbe potuto, e potrebbe tuttora, consentire alla città di Crotone ed all'intero suo territorio di intraprendere un cammino industriale di sviluppo e lavoro di cui beneficerebbero intere famiglie di lavoratori impegnati nel settore, risollevando così l'asfittico panorama economico dell'intera zona;

inoltre potrebbe attrarre nuove aziende sul territorio e nell'intera Calabria allo scopo di utilizzare questo giacimento di metano che potenzialmente costituirebbe per Crotone una svolta sul piano economico e lavorativo, ma allo stato attuale continua a giacere nei meandri dell'ENI;

a distanza di 4 anni dall'apposizione delle firme, l'accordo sull'utilizzo del gas a prezzo devettoriato non è stato reso esecutivo dall'attuale amministrazione comunale con a capo il sindaco Giuseppe Vallone, senza peraltro fornire una qualsiasi spiegazione su questo comportamento a giudizio dell'interrogante "lascivo" e contraddistinto da un'inerzia che danneggia la città ed i cittadini di Crotone;

nel frattempo, la società Gres 2000, specializzata nella produzione di piastrelle con una capacità produttiva al giorno di 17.000 metri quadri, che pure avrebbe potuto consumare annualmente 20 milioni di metri cubi di metano a tariffa devettoriata, attirando così sul territorio altre aziende interessate, è stata costretta alla chiusura degli impianti,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda assumere iniziative di propria competenza allo scopo di sollecitare l'amministrazione di Crotone, da un lato, e la società ENI, dall'altro, a dare effettiva esecuzione all'accordo firmato nel 2008 per l'utilizzo del gas metano presente nel territorio crotonese a tariffa devettoriata;

se non ritenga opportuno aprire un tavolo di confronto tra istituzioni locali, istituzioni nazionali e società ENI allo scopo di analizzare i vantaggi derivanti dall'accordo del 2008, specialmente riguardanti le positive ricadute occupazionali che esso produrrebbe tra la cittadinanza crotonese, e procedere alla rimozione degli ostacoli che finora hanno impedito l'esecutività dell'accordo medesimo.

(4-06965)

FASANO, CARDIELLO - Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

Alcatel-Lucent è una compagnia globale con sede a Parigi in Francia che produce hardware e software per le telecomunicazioni, leader mondiale nella trasmissione ottica su fibra;

alcatel-Lucent in Italia ha la sua sede principale a Vimercate (Messina). Altri centri di ricerca e sviluppo sono presenti a Genova, Battipaglia (Salerno), Bari e a Rieti, mentre a Trieste è attivo uno stabilimento di produzione. Dopo la fusione tra Alcatel e Lucent, con la redistribuzione delle attività presso le strutture delle due imprese precedenti, si è osservata una riduzione delle attività in Italia. Nel giugno 2010 lo stabilimento di Battipaglia è stato ceduto alla società genovese Telerobot (a cui appartiene la Btp Tecno, nata nel 2010 e con sede a Battipaglia). Nel 2011 è stato ceduto il centro ricerche di Bari;

attualmente, Alcatel-Lucent ha annunciato un piano a livello nazionale che prevede circa 700 esuberi, dei quali 360 nel settore sviluppo, 160 delle attività finanziarie e 200 per gli interinali dello stabilimento di Trieste. Il tutto a favore di un trasferimento di ricerca e sviluppo negli Stati Uniti d'America;

i dipendenti della multinazionale francese hanno proclamato nei giorni scorsi uno sciopero a livello nazionale contro il piano;

considerato che:

anche i lavoratori dell'ex Alcatel-Lucent di Battipaglia hanno aderito allo sciopero, in quanto, malgrado da circa un anno e mezzo lo stabilimento ex Alcatel sia passato nelle mani della Btp Tecno, è rimasto a Battipaglia un gruppo di 120 dipendenti della stessa Alcatel-Lucent;

di questi 120 lavoratori, secondo le rappresentanze sindacali unitarie, ben 40, tutti operanti nel settore della ricerca, rischierebbero il posto di lavoro;

tenuto conto che:

i tagli comporterebbero la perdita di capitale umano ricco di professionalità e competenze in uno dei settori più innovativi dell'Ict (information and communication technology), soprattutto per quanto riguarda le trasmissioni su fibra ottica;

il taglio di 40 lavoratori sarebbe particolarmente dannoso per la cittadina di Battipaglia e per la provincia di Salerno in particolare, e più in generale per l'intera Campania, essendo una delle regioni d'Italia più provate dalla mancanza di lavoro,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza, ciascuno per quanto di competenza, dei fatti riportati;

quali provvedimenti urgenti intendano intraprendere per evitare ulteriori perdite di posti di lavoro in un momento storico così delicato;

quali azioni intendano promuovere al fine di avviare una concreta politica di investimenti nell'Ict che risolva gli evidenti problemi infrastrutturali delle telecomunicazioni in Italia, puntando sulla banda larga.

(4-06966)

FASANO - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare - Premesso che:

la Shell, uno dei maggiori gruppi mondiali operanti nel settore dell'energia, con una serie di protocolli effettuati in otto comuni del vallo di Diano (Salerno), ha chiesto di procedere alla ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nelle aree comprese tra i comuni di Atena Lucana, Montesano sulla Marcellana, Padula, Polla, Sala Consilina, Sant'Arsenio, Sassano e Teggiano, oltre che in altri comuni della Basilicata. Il progetto della multinazionale del petrolio è stato denominato "Monte Cavallo";

in seguito a una prima valutazione, i sindaci coinvolti hanno espresso il loro parere negativo rispetto alle intenzioni manifestate dalla compagnia petrolifera Shell, con l'obiettivo di salvaguardare il territorio, a forte vocazione agricola e turistica, da un possibile scempio ambientale;

un comitato spontaneo denominato "No al petrolio", al quale hanno aderito cittadini, associazioni culturali e sociali e ordini professionali, si è costituito nel vallo di Diano con l'obiettivo di opporsi al progetto di realizzazione di sondaggi petroliferi da parte della Shell. Al coro di no che si è levato contro l'ipotesi di trivellazioni nel vallo di Diano si è aggiunto anche il Wwf Campania;

considerato che:

il vallo di Diano è un territorio a vocazione agricola e turistica, patria, tra l'altro, del rinomato carciofo bianco di Pertosa e meta di migliaia di turisti ogni anno. Ricco di suggestivi borghi e antichi sentieri, le sue risorse turistiche più importanti sono la certosa di Padula, le grotte di Pertosa, il centro storico di Teggiano, conosciuta anche come la città museo. Altri luoghi di notevole interesse da visitare sono la valle delle orchidee di Sassano, il battistero di San Giovanni in fonte a Sala Consilina, il convento di Polla;

il vallo di Diano è entrato a far parte, nel 1998, nella lista di patrimonio mondiale dell'umanità. Ma già nel giugno 1997 era giunto un riconoscimento importante, essendo stato inserito nella prestigiosa rete delle riserve della biosfera del Mab-Unesco: su tutto il pianeta (in oltre 80 Stati) si contano circa 350 di queste particolari aree protette, che servono per tutelare le biodiversità e promuovere lo sviluppo compatibile con la natura e la cultura;

tenuto conto che:

eventuali trivellazioni da parte della Shell per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi andrebbero sicuramente a compromettere la bellezza paesaggistica del territorio, il suo ricco patrimonio storico, artistico e culturale, arrecando un danno notevole, forse irreparabile, alle sue potenzialità turistiche;

le trivellazioni altererebbero gli equilibri propri di un'area protetta quale quella del vallo di Diano, danneggerebbero il territorio da un punto di vista ambientale, con evidenti cattive ripercussioni sulla flora e la fauna del luogo, e comprometterebbero la pregiata produzione agricola,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza della situazione;

se e quali azioni intenda promuovere affinché il territorio del vallo di Diano sia preservato da eventuali operazioni di trivellamento da parte della compagnia petrolifera Shell e vengano dunque tutelate e rispettate le sue preziose e rare peculiarità.

(4-06967)

PEDICA, BELISARIO - Al Ministro della salute - Premesso che:

l'acqua proveniente dal lago di Vico (Viterbo) distribuita dagli acquedotti comunali è da tempo non potabile;

molti Comuni della provincia, in particolare quelli di Ronciglione e Caprarola, a quanto risulta all'interrogante non informano correttamente la popolazione sull'acqua che viene erogata e che è utilizzata dagli esercizi commerciali; anche i siti istituzionali omettono di riportare la non potabilità delle acque;

i Comuni hanno istallato le cosiddette fontanelline, da cui si dovrebbe attingere acqua non contaminata;

risulterebbe che la Asl di Viterbo non sia stata informata di quest'installazione, quindi non sarebbe in grado di assicurare il controllo sulla potabilità dell'acqua distribuita;

nelle fontanelline di Ronciglione, dove dovrebbero essere in funzione dearsenificatori, non viene indicata la provenienza dell'acqua,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se e quali misure urgenti, nell'ambito delle proprie competenze, intenda adottare, per tutelare il diritto alla salute dei cittadini dei comuni della provincia di Viterbo e il loro diritto all'acqua potabile.

(4-06968)

BELISARIO - Ai Ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico - Premesso che:

si apprende da notizia di stampa ("Il Quotidiano della Basilicata" del 28 febbraio 2012) che fanghi pericolosi potrebbero essere stati interrati nelle campagne di Corleto Perticara (Potenza) sotto campi coltivati, con conseguente rischio di contaminazione della catena alimentare;

l'articolo riferisce infatti che un perito incaricato dalla Procura della Repubblica di Potenza avrebbe rilevato che in almeno due punti lungo la strada che porta al pozzo Tempa Rossa 2, nelle campagne attorno al centro oli Total di Corleto, lo sversamento fanghi prodotti dal processo di perforazione petrolifera e che tali sostanze sarebbero rimaste nascoste per quasi 20 anni sotto ad un terreno di copertura prelevato dal letto di un torrente;

in particolare, sarebbero stati rinvenuti fanghi fino a 2 metri e mezzo di profondità con aggiunta di piombo, vanadio, idrocarburi pesanti e leggeri ben oltre i limiti previsti dalla legge, insieme ad un ulteriore metro di impasto grigio scuro dal caratteristico odore di bitume e con le medesime componenti chimiche;

la scoperta è avvenuta nell'ambito delle indagini condotte dal Comando Carabinieri per la tutela dell'ambiente, che quasi un anno e mezzo fa hanno messo sotto sequestro 6 distinte particelle di pascoli e campi coltivati in località Serra d'Eboli. Immagini aeree in possesso dei carabinieri testimonierebbero della presenza di mezzi pesanti impegnati a scavare le vasche dove dovevano essere stoccati temporaneamente i fanghi di perforazione prodotti dal liquido pompato in profondità per evitare che le trivelle prendessero fuoco a 5.000 metri dalla superficie del pozzo;

l'articolo riferisce che secondo il perito della Procura sarebbe necessario impedire qualsiasi attività agricola nell'area, dal momento che i metalli pesanti entrano nella catena alimentare attraverso le piante e tenendo conto del fatto sui siti esaminati l'attività agricola si è protratta in passato per oltre 15 anni. Un pastore che portava le sue bestie a pascolare nella zona sarebbe morto nel 2008 per un carcinoma al rene e si teme che l'esposizione ai derivati del petrolio e ai metalli pesanti possa non essere del tutto estranea alle cause di decesso;

il 28 aprile 2011 sono state avviate le procedure per la bonifica dei terreni di Serra d'Eboli e Corleto per le quali la Total esplorazione e produzione Italia SpA è stata indicata come soggetto responsabile per i costi di ripristino ambientale, in quanto titolare della quota di maggioranza della concessione per l'estrazione petrolifera nella zona ed in ragione del fatto che la Total mineraria SpA nel 1990 aveva ottenuto l'autorizzazione per la realizzazione di una discarica temporanea per i fanghi di perforazione. La società francese avrebbe eccepito, tuttavia, la cessione della Total mineraria ad altra società successivamente passata sotto il controllo di Eni SpA, contestando quindi la titolarità della concessione a partire dal 1991;

da un recente rapporto di Legambiente si apprende che la Basilicata produce 7 volte i rifiuti industriali della Sicilia, 3 volte quelli di Campania e Calabria. La produzione dei rifiuti industriali in Basilicata al 2008, ultimo anno per il quale sono disponibili rilevazioni, segna una crescita rispetto agli anni precedenti della produzione pro capite di rifiuti speciali non pericolosi (con un aumento pari al 43 per cento) e per quelli speciali pericolosi (con un aumento del 150 per cento);

secondo le medesime stime, nel solo 2006 sarebbero sparite dalla contabilità ufficiale del ciclo dei rifiuti circa 140.000 tonnellate di rifiuti industriali, che potrebbero essere state illegalmente trattate o sepolte;

tali dati si inquadrano in una situazione preoccupante ma risalente nel tempo (come testimonia l'indagine condotta nel 2002-2003 dal Corpo forestale dello Stato in cui vennero censiti 152 luoghi di irregolare smaltimento o abbandono dei rifiuti) e mai risolta, come conferma la recentissima procedura d'infrazione aperta dall'Unione europea nei confronti dell'Italia per la mancata conformità di 102 discariche alle direttive comunitarie di settore, alcune delle quali si troverebbero nel territorio della Basilicata;

la situazione di Corleto va altresì valutata alla luce del mancato completamento delle procedure di bonifica nei siti nazionali e regionali. Secondo il rapporto bonifiche 2011 di Greenpeace, nei 57 siti d'interesse nazionale (Sin) e nei ben più numerosi siti di interesse regionale, si registrano ovunque gravi rallentamenti nel completamento delle operazioni di bonifica programmate, sia per una normativa ancora inadeguata che per la progressiva carenza di risorse disponibili,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti di cui sopra e quali iniziative intendano assumere, con somma urgenza, al fine di verificare la situazione ambientale dei luoghi e l'impatto sulla salute pubblica e sulle coltivazioni della presenza di fanghi inquinanti ivi interrati;

quali iniziative intendano assumere al fine di individuare le responsabilità connesse agli sversamenti e agli eventuali mancati controlli, con particolare riferimento alla presenza di siti di abbandono o di interramento di sostanze pericolose di origine industriale in Basilicata;

quali iniziative intendano assumere al fine di assicurare con urgenza la bonifica delle aree, finalizzando inequivocabilmente le operazioni di messa in sicurezza all'eliminazione dei fattori inquinanti secondo elevati standard di efficienza e sostenibilità ambientale e favorendo il coinvolgimento degli enti locali, di comitati dei cittadini e delle associazioni in tali procedure;

se non si ritenga di dover potenziare le norme volte a perseguire efficacemente i responsabili degli eventi inquinanti, secondo il principio comunitario "chi inquina paga", nonché verificare l'efficacia dei sistemi di informazione, monitoraggio e controllo della qualità ambientale dei siti e della salute dei cittadini che vivono e lavorano in prossimità dei siti da bonificare.

(4-06969)