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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 678 del 22/02/2012


ORDINI DEL GIORNO

G200

LA COMMISSIONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

        in sede di esame del disegno di legge Atto Senato n. 3111,

        premesso che:

            oramai è improcrastinabile, nel nostro Paese, una sempre più incisiva lotta alla criminalità organizzata, con una forte attenzione alle ecomafie, anche attraverso una efficace e concreta tutela penale dell'ambiente;

            a tal proposito si evidenzia che la regione Campania è sempre più centro dei traffici malavitosi delle ecomafie. Questo drammatico quadro emerge dalla lettura del rapporto di Legambiente «Ecomafia 2011». Secondo il rapporto, la Campania detiene il triste primato di Regione con il più alto numero di reati ambientali: solo nel 2010, 3849 infrazioni accertate (il 12,5 per cento del totale nazionale), 4113 persone denunciate o arrestate (12 al giorno), 1216 sequestri. Un giro d'affari che arriva a 4 miliardi di euro, gestito da 80 clan (dei 290 totali). Clan che sempre più spesso si avvalgono della «collaborazione» dei colletti bianchi. Imprenditori e politici sono coinvolti in quella commistione «lecito illecito» di cui parla il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, nell'introduzione al suddetto Rapporto: «è evidente che anche le attività illecite svolte nella materia indicata sono di norma effettuate mediante società lecitamente - e, talvolta, appositamente - costituite, che contemporaneamente operano sia nel rispetto sia in violazione della legge». Sono ben 139 le aziende nel settore dei rifiuti interessate da indagini di otto procure a livello regionale e 37 le aziende vincitrici di appalti o affidamenti diretti colpite da interdittiva antimafia;

            nel ciclo dei rifiuti, la Campania ha il 13 per cento dei reati accertati (786), 919 tra arresti e denunce, 348 sequestri;

            è importante ricordare che nell'ambito dell'emergenza rifiuti in Campania, la camorra «ha ostacolato la raccolta e, contemporaneamente, si è insinuata con le proprie proiezioni imprenditoriali nei meccanismi preposti alla soluzione del problema». Questo è quanto evidenziato dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) nella relazione relativa al primo semestre del 2011. In particolare, «lo smaltimento dei rifiuti tossici si realizza grazie alla collusione esistente tra camorra, settori deviati della politica locale e mala imprenditoria»; l'elemento di rischio più evidente «è rappresentato dalla trasversalità delle organizzazioni, in generale dotate di strutture operative flessibili». L'organizzazione, scrive ancora la DIA, «continua a evidenziare un profilo complessivo estremamente fluido, caratterizzato dalla rapida ascesa di sodalizi criminali apparentemente consistenti, che subiscono, però, altrettanto veloci disgregazioni in ragione dell'azione di contrasto, della scarsa tenuta delle alleanze stabilite e dell'emersione di sempre nuove, aggressive, realtà»;

            la DIA lancia infine un allarme relativamente al fatto che le «tensioni violente dell'universo camorristico costituiscono una fisiopatologia cronica di quel sistema criminale, che non accenna a sopirsi»;

        considerato che:

            la gravità del contesto socio-economico-ambientale derivante dalla situazione di emergenza in atto è suscettibile di compromettere gravemente i diritti fondamentali della popolazione della regione Campania, attualmente esposta a rischi di natura igienico-sanitaria ed ambientale;

        ritenuto che:

            in aggiunta alle discariche individuate, per dare una risposta concreta allo smaltimento dei rifiuti giacenti o comunque sversati sulle strade e nei territori urbani ed extraurbani e in modo da approntare, al contempo, una soluzione definitiva e duratura, si devono utilizzare, in un quadro coerente con l'esigenza del definitivo superamento del problema dello smaltimento dei rifiuti in Campania, le cave abbandonate e dismesse, con priorità per quelle acquisite dallo Stato, presenti nella regione Campania, così come individuate dal Piano Regionale Attività Estrattive (P.R.A.E.), approvato con ordinanza del Commissario ad acta n. 11 del 7 giugno 2006 e pubblicata sul BURC n. 27 del 19 giugno 2006, nonché dal Piano di recupero ambientale del territorio della provincia di Caserta, articolo 11 dell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3100 del 22 dicembre 2000, e successive modificazioni;

            oltre alle misure emergenziali, anche l'inserimento dei delitti ambientaI i nel codice penale è una esigenza inderogabile per il definitivo superamento del problema non solo in Campania, ma in tutto il Paese, al fine di una più incisiva lotta alla criminalità organizzata, con una forte attenzione alle ecomafie, anche attraverso una efficace e concreta tutela penale dell'ambiente;

        impegna il Governo:

            ad intensificare, in attesa dell'approvazione della legge quadro sul ciclo integrato dei rifiuti, anche attraverso l'eventuale stanziamento di fondi adeguati, la lotta alla criminalità organizzata, con una forte attenzione alle ecomafie, anche attraverso una efficace e concreta tutela legale dell'ambiente, per il definitivo superamento del problema non solo in Campania, ma in tutto il Paese».

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(*) Accolto dal Governo

G100

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

V. testo 2

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            secondo il recente rapporto bonifiche 2011 di Greenpeace, i 57 Siti d'interesse nazionale (Sin), ovvero quelle aree in cui l'inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee richiede interventi di bonifica, coprono quasi il 3 per cento del territorio nazionale: 1.800 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e 5.500 chilometri quadrati di aree terrestri. I comuni inclusi nei Sin risulterebbero essere oltre 300, e comprendono circa 9 milioni di abitanti. A livello regionale il primato delle aree da bonificare spetta alla regione Lombardia, con 7 Sin, seguita dalla Campania con 6, da Piemonte e Toscana con 5, da Puglia e Sicilia con 4. La Campania e la Sardegna sono le regioni dove ci sono le aree contaminate più vaste (in totale 445.000 ettari in Sardegna e 345.000 ettari in Campania);

            oltre ai siti nazionali ci sono quelli di interesse regionale, molto più numerosi. Dal citato rapporto emerge che, nonostante i siti siano stati individuati e classificati sin dal 1998, le operazioni di bonifica procedono a rilento. Oltre al contenzioso, vi sono problemi di fondi e, come per il settore dei rifiuti, prevale il modello della gestione emergenziale. I Sin comprendono 46 aree produttive significative, aree costiere o lagunari , aree portuali, aree ad elevato pregio naturalistico ed 6 aree di preminente interesse archeologico;

            la legislazione in materia di bonifica di siti contaminati si rinviene nelle norme in materia ambientale di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006, le cui criticità si riflettono nel mancato completamento delle operazioni di bonifica programmate, cui si somma la progressiva diradazione delle risorse disponibili. Significativa, in quanto complementare ad analoga alla situazione nel settore dei rifiuti, è la prevalenza del modello emergenziale, che non garantisce quasi mai la risoluzione dei problemi per i quali viene dichiarato.

        impegna il Governo:

            a valutare la possibilità di individuare le opportune iniziative, anche di carattere legislativo, volte a finalizzare inequivocabilmente le bonifiche alla eliminazione dei fattori inquinanti e alla restituzione delle aree dei Sin ad usi relativi alla produzione di beni e servizi sostenibili, intervenendo altresì, ove opportuno, sulle disposizioni che limitano il coinvolgimento nel processo di comitati dei cittadini, enti locali, sindacati ed associazioni, così da trasformare le bonifiche da problema in opportunità ed in occasione di partecipazione;

            a valutare le opportune forme di coordinamento con le autonomie territoriali, volte a pervenire ad un cronoprogramma stringente per l'avanzamento e l'ultimazione delle bonifiche, informando regolarmente il Parlamento dell'impiego delle risorse all'uopo stanziate e dei risultati conseguiti;

            a valutare gli interventi necessari al progressivo superamento del prevalente modello della gestione commissariale ed emergenziale , in direzione di una più ampia programmazione nazionale che possa contare su investimenti certi ed elevati standard di efficienza e sostenibilità ambientale per il riutilizzo delle aree;

            a potenziare i sistemi di informazione, monitoraggio e controllo della qualità ambientale dei siti e della salute dei cittadini che vivono e lavorano in prossimità dei siti da bonificare.

G100 (testo 2)

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            secondo il recente rapporto bonifiche 2011 di Greenpeace, i 57 Siti d'interesse nazionale (Sin), ovvero quelle aree in cui l'inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee richiede interventi di bonifica, coprono quasi il 3 per cento del territorio nazionale: 1.800 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri e 5.500 chilometri quadrati di aree terrestri. I comuni inclusi nei Sin risulterebbero essere oltre 300, e comprendono circa 9 milioni di abitanti. A livello regionale il primato delle aree da bonificare spetta alla regione Lombardia, con 7 Sin, seguita dalla Campania con 6, da Piemonte e Toscana con 5, da Puglia e Sicilia con 4. La Campania e la Sardegna sono le regioni dove ci sono le aree contaminate più vaste (in totale 445.000 ettari in Sardegna e 345.000 ettari in Campania);

            oltre ai siti nazionali ci sono quelli di interesse regionale, molto più numerosi. Dal citato rapporto emerge che, nonostante i siti siano stati individuati e classificati sin dal 1998, le operazioni di bonifica procedono a rilento. Oltre al contenzioso, vi sono problemi di fondi e, come per il settore dei rifiuti, prevale il modello della gestione emergenziale. I Sin comprendono 46 aree produttive significative, aree costiere o lagunari , aree portuali, aree ad elevato pregio naturalistico ed 6 aree di preminente interesse archeologico;

            la legislazione in materia di bonifica di siti contaminati si rinviene nelle norme in materia ambientale di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006, le cui criticità si riflettono nel mancato completamento delle operazioni di bonifica programmate, cui si somma la progressiva diradazione delle risorse disponibili. Significativa, in quanto complementare ad analoga alla situazione nel settore dei rifiuti, è la prevalenza del modello emergenziale, che non garantisce quasi mai la risoluzione dei problemi per i quali viene dichiarato.

        impegna il Governo:

            a valutare la possibilità di individuare ulteriori opportune iniziative, anche di carattere legislativo, volte a finalizzare inequivocabilmente le bonifiche alla eliminazione dei fattori inquinanti e alla restituzione delle aree dei Sin ad usi relativi alla produzione di beni e servizi sostenibili, intervenendo altresì, ove opportuno, sulle disposizioni che limitano il coinvolgimento nel processo di comitati dei cittadini, enti locali, sindacati ed associazioni, così da trasformare le bonifiche da problema in opportunità ed in occasione di partecipazione;

            a valutare le opportune forme di coordinamento con le autonomie territoriali, volte a pervenire ad un cronoprogramma stringente per l'avanzamento e l'ultimazione delle bonifiche, informando regolarmente il Parlamento dell'impiego delle risorse all'uopo stanziate e dei risultati conseguiti;

            a valutare gli interventi necessari al progressivo superamento del prevalente modello della gestione commissariale ed emergenziale , in direzione di una più ampia programmazione nazionale che possa contare su investimenti certi ed elevati standard di efficienza e sostenibilità ambientale per il riutilizzo delle aree;

            a valutare il potenziamento dei sistemi di informazione, monitoraggio e controllo della qualità ambientale dei siti e della salute dei cittadini che vivono e lavorano in prossimità dei siti da bonificare.

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(*) Accolto dal Governo

G101

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

V. testo 2

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            l'ultimà indagine «Ecosistema Rischio 2011», realizzata nell'ambito della campagna nazionale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile dedicata alla prevenzione e all'informazione sul rischio idrogeologico indica, che i comuni a rischio per il dissesto idrogeologico sarebbero 6.633 in Italia e che le regioni che superano il 90% di pericolosità del proprio territorio sono 13. La superficie delle aree ad alta criticità idrogeologica si estende per 29.517 Kmq, il 9,8% dell'intero territorio nazionale, di cui 12.263 kmq (4,1% del territorio) a rischio alluvioni e 15.738 Kmq (5,2% del territorio) a rischio frana. Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto 2011, in media, 1'82% del territorio nazionale è esposto al rischio di frane e alluvioni . In particolare il rischio interessa in Calabria 409 comuni (100% del territorio); provincia autonoma Trento 222 (100%); Molise 136 (100%); Basilicata 131 (100%); Umbria 92 (100%); Valle d'Aosta 74 (100%); Marche 239 (99%); Liguria 232 (99%); Lazio 372 (98%); Toscana 280 (98%); Abruzzo 294 (96%); Emilia Romagna 313 (95%); Campania 504 (92%); Friuli Venezia Giulia 201 (92%); Piemonte 1.049 (87%); Sardegna 306 (81%); Puglia 200 (78%); Sicilia 277 (71%); Lombardia 929 (60%); provincia autonoma di Bolzano 46 (59%); Veneto 327 (56%);

            appare necessario uno stretto coordinamento tra le attività poste in essere dalle amministrazioni competenti per contrastare il rischio idrogeologico, nelle attività ordinarie legate alle gestione del territorio, quali la pianificazione urbanistica, gli interventi di delocalizzazione di abitazioni e di altri fabbricati dalle aree a rischio, l'adeguamento alle norme di salvaguardia dettate dalla pianificazione di bacino e la corretta manutenzione del territorio, nonché nella redazione dei piani di emergenza che devono essere aggiornati e conosciuti dalla popolazione, perché sappia esattamente cosa fare e dove andare in caso di emergenza - ed infine nell'organizzazione locale di protezione civile, al fine di garantire soccorsi tempestivi ed efficaci in caso di alluvione o frana;

            gli eventi calamitosi che hanno colpito di recente vaste aree del nostro paese testimoniano quanto il nostro Paese sia sempre più fragile e come sia indifferibile ed urgente avviare una forte politica di prevenzione del rischio che sappia tutelare il territorio e i corsi d'acqua, incluso il reticolo idrografico minore, i piccoli torrenti e le fiumare. Nonostante l'urbanizzazione delle aree esposte a rischio nel territorio sia molto pesante non si nota ancora alcuna seria inversione di tendenza nella gestione del territorio, nèsono stati fatti passi avanti di rilievo sul fronte dell'informazione e del coinvolgimento dei cittadini, cosa assai grave visto che i piani d'emergenza, per essere realmente efficaci, devono essere conosciuti dalla popolazione ed è essenziale che i residenti nelle aree sensibili sappiano evitare comportamenti che possano esporli ad ulteriori pericoli;

        impegna il Governo:

            a valutare le opportune iniziative da assumere in materia di difesa del suolo e assetto idrogeologico - aree di intervento che dovrebbero costituire l'infrastruttura prioritaria sulla quale investire, considerato che il costo dei danni post emergenziali sostenuto negli anni supera di gran lunga il fabbisogno a lungo termine per la prevenzione - sia rispetto ad una revisione più funzionale delle competenze sia con riferimento alla revisione di norme che contribuiscono a determinare un sempre maggiore consumo di suolo e un conseguente aumento del rischio idrogeologico.

G101 (testo 2)

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            l'ultimà indagine «Ecosistema Rischio 2011», realizzata nell'ambito della campagna nazionale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile dedicata alla prevenzione e all'informazione sul rischio idrogeologico indica, che i comuni a rischio per il dissesto idrogeologico sarebbero 6.633 in Italia e che le regioni che superano il 90% di pericolosità del proprio territorio sono 13. La superficie delle aree ad alta criticità idrogeologica si estende per 29.517 Kmq, il 9,8% dell'intero territorio nazionale, di cui 12.263 kmq (4,1% del territorio) a rischio alluvioni e 15.738 Kmq (5,2% del territorio) a rischio frana. Stando alle rilevazioni contenute nel rapporto 2011, in media, 1'82% del territorio nazionale è esposto al rischio di frane e alluvioni . In particolare il rischio interessa in Calabria 409 comuni (100% del territorio); provincia autonoma Trento 222 (100%); Molise 136 (100%); Basilicata 131 (100%); Umbria 92 (100%); Valle d'Aosta 74 (100%); Marche 239 (99%); Liguria 232 (99%); Lazio 372 (98%); Toscana 280 (98%); Abruzzo 294 (96%); Emilia Romagna 313 (95%); Campania 504 (92%); Friuli Venezia Giulia 201 (92%); Piemonte 1.049 (87%); Sardegna 306 (81%); Puglia 200 (78%); Sicilia 277 (71%); Lombardia 929 (60%); provincia autonoma di Bolzano 46 (59%); Veneto 327 (56%);

            appare necessario uno stretto coordinamento tra le attività poste in essere dalle amministrazioni competenti per contrastare il rischio idrogeologico, nelle attività ordinarie legate alle gestione del territorio, quali la pianificazione urbanistica, gli interventi di delocalizzazione di abitazioni e di altri fabbricati dalle aree a rischio, l'adeguamento alle norme di salvaguardia dettate dalla pianificazione di bacino e la corretta manutenzione del territorio, nonché nella redazione dei piani di emergenza che devono essere aggiornati e conosciuti dalla popolazione, perché sappia esattamente cosa fare e dove andare in caso di emergenza - ed infine nell'organizzazione locale di protezione civile, al fine di garantire soccorsi tempestivi ed efficaci in caso di alluvione o frana;

            gli eventi calamitosi che hanno colpito di recente vaste aree del nostro paese testimoniano quanto il nostro Paese sia sempre più fragile e come sia indifferibile ed urgente avviare una forte politica di prevenzione del rischio che sappia tutelare il territorio e i corsi d'acqua, incluso il reticolo idrografico minore, i piccoli torrenti e le fiumare. Nonostante l'urbanizzazione delle aree esposte a rischio nel territorio sia molto pesante non si nota ancora alcuna seria inversione di tendenza nella gestione del territorio, nèsono stati fatti passi avanti di rilievo sul fronte dell'informazione e del coinvolgimento dei cittadini, cosa assai grave visto che i piani d'emergenza, per essere realmente efficaci, devono essere conosciuti dalla popolazione ed è essenziale che i residenti nelle aree sensibili sappiano evitare comportamenti che possano esporli ad ulteriori pericoli;

        impegna il Governo

a valutare ulteriori opportune iniziative da assumere in materia di difesa del suolo e assetto idrogeologico - aree di intervento che dovrebbero costituire l'infrastruttura prioritaria sulla quale investire, considerato che il costo dei danni post emergenziali sostenuto negli anni supera di gran lunga il fabbisogno a lungo termine per la prevenzione - sia rispetto ad una revisione più funzionale delle competenze sia con riferimento alla revisione di norme che contribuiscono a determinare un sempre maggiore consumo di suolo e un conseguente aumento del rischio idrogeologico.

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(*) Accolto dal Governo

G102

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            il quadro normativo concernente le attività di cava, intese quali opere di scavo praticato nella roccia o nella terra al fine di estrarne materiale utilizzabile nell'edilizia o in altri settori produttivi, ha conosciuto negli anni passati una complessa evoluzione, che ha investito tanto il riparto di competenze quanto la disciplina applicabile a livello nazionale, regionale e comunitario. Una consolidata elaborazione dottrinaria e giurispridenziale riconosce che le attività estrattive connesse alle cave fanno emergere una compresenza di interessi pubblici, accanto a quelli legati al bene fondiario propriamente inteso. I beni in questione sono , infatti, soggetti ad una disciplina pubblicistica che ne condiziona la destinazione e l'esercizio;

            l'unitarietà e trasversalità della tutela ambientale e l'interesse pubblico della materia indurrebbero quindi a ritenere opportuna una attenta riconsiderazione dello stato di attuazione della normativa vigente; per quanto concerne i profili più strettamente ambientali, l'attività di cava è rilevante sia per gli aspetti geologici ed idrogeologici rilevabili nelle zone di escavazione, sia per il suo impatto su fattori quali atmosfera, rumore, suolo e sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, paesaggio ed ecosistemi. Le cave, inoltre, hanno potenziali conseguenze in termini di incidenza sul bilancio idrico nonché sulla qualità delle acque sotterranee, vulnerabili a fenomeni di inquinamento causati da interventi antropici. Vi è poi da considerare l'aspetto non marginale della tutela dei lavoratori del settore rispetto alle patologie che tali lavorazioni possono comportare;

            a fronte della delicatezza delle problematiche connesse alle attività di cava, risulta invece palese, sul territorio nazionale, una preoccupante situazione di non omogenea applicazione di regole e programmi efficaci, come rilevato dal recente «Rapporto Cave 2011» di Legambiente, in relazione alla mancata riconversione delle cave dismesse, talvolta utilizzate impropriamente se non illegalmente - come discarica, alla rete di monitoraggio , alla assenza di leggi che escludono dall'attività estrattiva aree di rilevante interesse ambientale ed alla inadeguatezza degli introiti derivanti agli enti dalle concessioni;

            l'importanza della gestione sostenibile delle risorse inerti è riconosciuta anche dal progetto europeo «Sarma» (Sustainable Aggregates Resource Management) cofinanziato dall'Unione Europea nell'ambito dei progetti per il South East Europe (SEE) di cui fanno parte anche alcune regioni italiane;

        impegna il Governo:

            a valutare le opportune iniziative volte ad affrontare e risolvere le problematiche di cui in premessa, con particolare riferimento al riassetto del riparto di competenze, alla pianificazione locale e ad una maggiore omogeneizzazione degli oneri di concessione.

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(*) Accolto dal Governo come raccomandazione

G103

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n. 2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            lo stato di pericolosa incuria in cui versa parte non irrilevante del territorio nazionale, con particolare riferimento anche ad alcune grandi aree urbane, emerge, nella sua drammaticità, in occasione di calamità naturali che arrecano periodicamente gravi danni economici alle attività produttive e talvolta causano vittime tra le popolazioni delle zone colpite. La tendenza all'aumento progressivo dei fenomeni consiglia di porre l'attenzione anche sul fattore relativo alla eccessiva antropizzazione dei territori e al consumo di suolo, oltre che alle variazioni dell'andamento naturale delle precipitazioni, con le conseguenze di una intensa impermeabilizzazione del territorio. Alla preoccupante perdita della capacità di ritenzione di vaste aree ha contribuito anche la costruzione di infrastrutture viarie a fondovalle e la mancanza di operazioni di pulizia degli alvei fluviali e torrentizi;

            la complessiva carenza di piani di emergenza per le zone più esposte, non tollerabile in un paese in cui quasi l'82 per cento dei Comuni è considerato a rischio idrogeologico, impone altresì di valutare una revisione del quadro normativo ed amministrativo generale, al fine di assicurare una maggior efficacia delle azioni programmate e dei finanziamenti già erogati, nonché il superamento della sovrapposizione e frammentazione di competenze, centri di spesa e organismi deputati ai controlli. In particolare, occorre consentire agli enti locali, mediante idonea dotazione di risorse tecniche e finanziarie, di svolgere appieno un ruolo di primaria importanza, tenuto conto delle competenze ad essi attribuiti sulla pianificazione urbanistica ed in materia di protezione civile. Altrettanto carenti, in molte situazioni, si sono rivelati i sistemi di monitoraggio, allerta ed informazione dei cittadini;.

        impegna il Governo:

            a procedere ad una ricognizione e rivalutazione della vulnerabilità del territorio e dell'assetto idrogeologico, studiando, in coordinamento con le autonomie locali, la predisposizione di linee guida recanti criteri di omogenea valutazione della sostenibilità territoriale dei sistemi insediativi e delle tecniche costruttive, con particolare riferimento all'eventuale obbligo, in nuove urbanizzazioni, di adozione del criterio dell'invarianza idraulica e all'adozione di tecniche di tutela specifica per le città costiere e per la linea di costa in generale rispetto alle tendenze di innalzamento del livello marino, erosione e maggior esposizione agli eventi meteorologici.

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(*) Accolto dal Governo come raccomandazione

G104

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            con riferimento alle ricadute ambientali dei cambiamenti climatici, l'Italia è chiamata ad un compito particolarmente impegnativo nell'ambito dell'attività negoziale in corso e in quella prevista nei prossimi anni. È stato recentemente attivato, presso la Cassa depositi e prestiti, un fondo finalizzato all'attuazione del Protocollo di Kyoto, con una dotazione di circa 600 milioni di euro, finalizzati al finanziamento della realizzazione di interventi di riduzione delle emissioni responsabili dell'effetto serra, con un tasso agevolato,

        impegna il Governo:

            a valorizzare, compatibilmente con la legislazione comunitaria e con il quadro economico-finanziaro, le eccellenze dell'industria e della ricerca italiana nell'innovazione ambientale, valutando altresì la possibilità di definire più avanzate forme di sostegno agli investimenti nell'innovazione, nella ricerca e nello sviluppo delle tecnologie pulite, compresa la produzione di energia elettrica da fonte solare mediante cicli termodinamici, e delle migliori tecniche disponibili, con particolare riferimento al settore edilizio e dei trasporti, al risparmio energetico e all'efficienza energetica delle reti;

            ad informare il Parlamento sullo stato di attuazione degli impegni assunti nel corso delle più recenti Conferenze delle parti, in coerenza con quanto deciso in sede di Unione europea;

            a promuovere le opportune iniziative per l'implementazione e il miglioramento degli accordi internazionali in materia, con particolare riferimento alle lacune evidenziatesi nei meccanismi negoziali ancora da compiere per la definizione di ulteriori obiettivi;

            ad informare il Parlamento in merito alle iniziative di coinvolgimento di Regioni ed enti locali nelle politiche di ricerca e sviluppo e nel contrasto alle ricadute ambientali dei cambiamenti climatici in atto.

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(*) Accolto dal Governo

G105

DI NARDO, BELISARIO, GIAMBRONE, MASCITELLI

Non posto in votazione (*)

Il Senato,

            in sede di esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2012, n.2, recante misure straordinarie e urgenti in materia di ambiente,

        premesso che:

            il sistema delle aree protette costituisce, sia a livello nazionale che regionale, un unicum ambientale e paesaggistico non replicabile, oltre che una risorsa inestimabile dal punto di vista delle possibilità di sviluppo socioeconomico. Tale valore aggiunto, ulteriore rispetto al prioritario obiettivo di conservazione naturale, rischia tuttavia di essere apprezzato soprattutto quando è sul punto di venire meno;

            per quanto riguarda l'Italia, ventiquattro parchi nazionali, trenta aree marine protette, centoquarantasei riserve statali, centoquarantaquattro parchi regionali, trecentosettantanove riserve regionali, insieme alle oltre cinquecento tra zone umide, oasi ed altre aree protette, costituiscono un enorme patrimonio che non ha riscontro in Europa e che si caratterizza anche in grandi sistemi (Alpi, Appennini, fiumi e laghi, coste e isole, zone urbane, Dolomiti e Bacino del Po). Purtroppo, si deve constatare come le risorse destinate al funzionamento di questo complesso di aree di pregio, che garantiscono una ampia rete di servizi, siano in costante diminuzione, al punto che, dopo aver quasi compromesso le capacità di investimento degli enti gestori, i tagli stanno arrivando ad incidere sulle stesse possibilità di ordinario funzionamento;

        impegna il Governo:

            a portare avanti tutte le iniziative finalizzate all'attuazione degli obblighi internazionali assunti dall'Italia in materia di biodiversità, valutando in particolare le modalità più idonee ad assicurare stabilmente al sistema delle aree protette le necessarie risorse in termini finanziari, strumentali e di personale, procedendo, ove necessario, ad adeguare a tale scopo la normativa vigente;

            a superare la prassi dei commissariamenti, rafforzando gli strumenti gestionali degli enti in modo che essi possano più efficacemente conseguire i propri scopi istituzionali di conservazione della natura, arresto di perdita della biodiversità e di incremento dei valori naturali presenti;

            a promuovere la partecipazione dei cittadini e delle associazioni di promozione ambientale e la trasparenza della gestione, nonché il turismo sostenibile, in modo da coniugare qualitativamente la salvaguardia degli equilibri ambientali con lo sviluppo delle comunità locali.

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(*) Accolto dal Governo