Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 12,17)
PEDICA (IdV). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PEDICA (IdV). Signora Presidente, come ho già fatto con il precedente Governo, che sembrava non capire, vorrei dare inizio al mio intervento leggendo a questo nuovo Esecutivo l'articolo 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Qui mi taccio, perché ciò deve servire anche come oggetto di riflessione per i giovani che ci stanno ascoltando e per ciò che stiamo esaminando, una missione internazionale, per la quale si sacrificano militari per acquistare armi. Lo ripeto per la terza volta al Governo. Non sono io a dirlo, ma il Ministro, che dichiara quanto segue: «Meglio sacrificare 40.000 uomini, per comprare più armi». Lo dico ai giovani, che devono ascoltare queste considerazioni, che sono pietre miliari. Lo dico al Governo, molto attento sia alle spese sia alla comunicazione.
Non ripeterò le osservazioni espresse in fase di discussione generale del provvedimento. Voglio solo ribadire le motivazioni alla base del nostro voto contrario.
Siamo a favore delle missioni internazionali di pace - e lo ripeto, di pace -; siamo dalla parte di chi vuol combattere la pirateria; siamo i più fieri sostenitori nel ritenere necessario aumentare il nostro impegno nella cooperazione internazionale - e lo ripeto - nella cooperazione internazionale.
Ribadisco che queste attività, per la loro delicatezza, per le loro implicazioni di politica estera, di credibilità del nostro Paese, di autorevolezza, devono essere dibattute profondamente e con provvedimenti distinti.
Il vizio originale di questo provvedimento è del tutto evidente: un provvedimento in cui viene infilato di tutto, e che non a caso ho definito un "milletutto". Vengono riportate nel provvedimento scelte distinte: si va dal rifinanziamento delle missioni all'ammodernamento degli arsenali, a disposizioni per il contrasto della pirateria, addirittura ai finanziamenti per la cooperazione e l'aiuto pubblico allo sviluppo. Tutto questo, in un quadro di gravissima crisi economica, in un quadro internazionale che oggi pone priorità diverse, sulle quali le nostre azioni devono necessariamente essere rimodulate.
Non crediamo che questo, sul piano innanzitutto del metodo, sia un percorso da seguire. Crediamo che la nostra politica estera, formata proprio sul nostro intervento internazionale e sulla cooperazione, debba essere sostenuta da un serio dibattito parlamentare che fissi le priorità al nostro ruolo, che coinvolga appieno l'Unione europea, che ponga al centro dei nostri pensieri la multilateralità, che ci veda coinvolti in un'analisi attenta di ciò che accade intorno a noi. Voglio solo citare due piccoli esempi: Siria e Iran. È di questo che dovremmo occuparci, e preoccuparci, signor rappresentante del Governo. Non possiamo occuparcene stanziando ancora una volta centinaia di migliaia di euro per condurre inutili e dannose operazione militari in Afghanistan.
Voglio ora descrivere alcuni dati. Dal 2001 a oggi i Governi occidentali hanno speso in Afghanistan circa 30 miliardi di dollari, vale a dire quasi 1.000 dollari a testa, in un Paese in cui il 36 per cento degli abitanti vive con meno di un dollaro al giorno. Questo, nel contesto di un conflitto decennale costato oltre 2.700 morti, 18.000 feriti e circa 20.000 morti afghani. Solo agli Stati Uniti, finora il conflitto è costato circa 530 miliardi di dollari. Non mi pare che, a fronte di questi costi umani ed economici, siano stati raggiunti risultati significativi. Molti analisti, e lo stesso Governo americano, concordano nel ritenere che l'aiuto allo sviluppo di quel Paese, per quanto dispendioso, comporterebbe sicuramente costi umani ed economici del tutto inferiori a quelli necessari a mantenere un'armata di occupazione sul posto.
Pare del tutto evidente l'ambiguità del regime pachistano in tale contesto: Islamabad incamera da 10 anni miliardi di dollari in aiuti americani, continuando, peraltro, a finanziare la guerriglia pashtun anche con la protezione dei servizi segreti locali. Sono costretto a rilevare questi dati, perché non credo sia accettabile continuare in un solco di politica estera trainata da altri interessi, men che meno dettata dall'agenda elettorale di altri Paesi, America in testa.
Non dobbiamo nasconderci: la missione in Afghanistan è una missione di guerra. Ciò è testimoniato dall'applicazione per i nostri militari del codice penale militare di guerra. Anni dopo, il Parlamento ebbe finalmente il coraggio di abrogare la pena di morte ancora inserita nel nostro ordinamento: lo fece all'unanimità, con la sconcertante eccezione di un notissimo senatore esponente del PdL che siede in quest'Aula.
Ora i fatti ci danno ragione. Il terrorismo non è stato sconfitto e l'eliminazione di Bin Laden non è certo merito di "Enduring Freedom", quanto frutto di un minuzioso lavoro di intelligence. La storia ci mostra che il terrorismo deve essere affrontato con strumenti politici. Quando venne chiesto un parere al riguardo a chi aveva sconfitto il terrorismo sikh nel Punjab, la risposta fu senza alternative: basterebbe isolare i talebani e costringere il Pakistan ad interrompere ogni aiuto economico e militare al regime di Kabul. Una soluzione politica, non muscolare e militare.
Ancora, dobbiamo essere consapevoli che il nostro intervento in quell'area martoriata è a sovranità limitata: le operazioni vengono tuttora guidate dalla base di Tampa, in Florida, e noi lì manteniamo il nostro personale che esegue ordini impartiti da altri.
Penso al ruolo naturale che dovrebbe avere il nostro Paese nella costruzione della pace, al nostro ruolo di pace nel Mediterraneo, al ruolo che dovremmo avere nell'avviare passi diplomatici, tanto per citare un esempio, nei confronti dell'Iran, affinché rispetti il diritto internazionale e sia consapevole del ruolo che svolge in tutto il Medio Oriente, dismettendo i panni di potenza di destabilizzazione e rinunciando ai propri programmi di armamento nucleare. Queste, a mio e nostro avviso, sono le priorità.
Devo inoltre aggiungere, colleghi, che nel provvedimento, in una forma del tutto irrituale che ha poco a che vedere con le missioni internazionali, vengono inserite disposizioni sull'impiego dei nostri militari nelle azioni di contrasto alla pirateria, questione su cui vorrei aggiungere alcune osservazioni.
Due militari italiani in queste ore rischiano l'ergastolo o la pena di morte, e non sappiamo neanche se agivano sotto il dettato delle leggi internazionali e delle convenzioni internazionali, perché al riguardo non sono ancora giunte risposte. Ma è accaduto un fatto grave: sono stati consegnati, non sono stati trattenuti nella nave che esponeva il simbolo del nostro Paese. Sono stati consegnati, ma dobbiamo capire: perché? Chi ha disposto la consegna? A chi rispondono delle loro azioni, da chi hanno preso ordini?
La nostra Marina militare ha tutti i mezzi necessari, entro accordi internazionali e una vasta coalizione che agisce sotto mandato dell'ONU, per contrastare, con le proprie navi, la piaga della pirateria. Lo può e lo deve fare utilizzando le proprie navi, sotto la propria catena di comando e nell'ambito delle leggi e delle convenzioni internazionali, altrimenti è il Far West, e questo non è accettabile.
Mi sono soffermato, in questa giornata, anche sugli sprechi: gli sprechi per l'F35, un velivolo che molti tecnici stanno dichiarando essere difettoso. L'Italia spende 80 milioni per ogni F35, in questo momento di recessione, in questo momento di crisi, in questo momento in cui ci stanno guardando non solo le scuole, ma i precari, le piccole e medie imprese (che devono chiudere per colpa dei mancati finanziamenti delle banche), la sanità (con malati addirittura legati all'interno delle strutture di pronto soccorso, inagibili in questo momento perché vi è una carenza di personale), i giovani, le famiglie che non arrivano più alla prima settimana del mese (una volta dicevamo che le famiglie non arrivavano alla fine del mese, oggi diciamo che le famiglie iniziano il mese con il problema di come andare avanti).
Su questo mi limito a concludere con una considerazione indignata, che il nostro popolo, i nostri cittadini, guardandoci, vogliono ascoltare. Noi non vogliamo gioire per questioni che non ci interessano. Non vogliamo commentare finanziamenti che non riguardano il nostro Paese. Noi vogliamo rispettare la Costituzione, vogliamo rispettare quell'articolo 11 che anche questo Governo, forse, non ha capito. E noi, con forza, glielo faremo capire, anche nelle piazze!
Signora Presidente, ringraziandola per questo ultimo minuto che mi concede, dico che, da parlamentare di questo Paese, mai e poi mai cadrò nel cinismo da Realpolitik mostrato dalla signora Madeleine Albright, all'epoca ministro degli esteri USA, quando il 12 maggio 1996, in un'intervista alla CBS, dichiarò che la morte di 500.000 bambini iracheni era il prezzo da pagare per mantenere le sanzioni contro Saddam Hussein. Io credo che il prezzo da pagare sia quello destinato alla Croce Rossa, ai poveri del mondo, non ad inutili operazioni militari. Per questo io dico solo: viva la Costituzione, e rispetto dell'articolo 11. (Applausi dal Gruppo IdV).
FILIPPI Alberto (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FILIPPI Alberto (CN:GS-SI-PID-IB-FI). Signora Presidente, dopo l'intervento polemico del collega Pedica, vorremmo essere più positivi e, visti anche i recenti fatti di cronaca, prima di qualsiasi altra parola, considerato il contenuto del provvedimento al nostro esame, che riguarda appunto il rifinanziamento delle missioni di pace, desidero ricordare tutti coloro che nel corso delle missioni hanno perso la vita. Un sentito ringraziamento è per tutte le 49 vittime, e la massima solidarietà va, evidentemente, ai loro cari. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI). Purtroppo, gli ultimi a pagare con la vita sono stati tre soldati italiani a causa di un incidente a bordo di un automezzo blindato, come già ricordato correttamente dal relatore, da alcuni colleghi che mi hanno preceduto e questa mattina anche dal Governo. Quindi, proprio per evitare che tali sacrifici vengano dimenticati, proprio per evitare che siano stati vani, occorre, anche oggi, da quest'Aula, fare in modo che arrivi un forte segnale di sostegno anche a questo provvedimento.
Innanzitutto, vanno sottolineati i perché del nostro impegno internazionale, che evidentemente dipendono dalle diverse aree di intervento nelle quali i nostri militari e i nostri civili operano. In un quadro internazionale incerto è dovere confermare con certezza la partecipazione italiana ai processi di pace e ai processi di stabilizzazione democratica come, ad esempio, in Bosnia-Erzegovina, nell'Africa subsahariana, a Cipro e in Afghanistan.
In Afghanistan va ribadita la funzione non certo di contorno, ma di aiuto alla crescita delle istituzioni locali. Questo è un tassello fondamentale per il progredire dell'area e per tentare di prevenire in loco l'esportazione del terrorismo internazionale, proponendo e sviluppando il concetto di "aiutare a casa loro". È scontato che il rischio proprio delle missioni indirizzate a prevenire il terrorismo internazionale sia di non poco conto - lo dimostrano, purtroppo, alcuni numeri, compresi quelli che ho ricordato prima degli eroi caduti in missione - ma prevenire, lo sanno anche i bambini, è evidentemente meglio che curare.
Qualcuno, anche in quest'Aula, pure in forma polemica, ha ricordato come il terrorismo internazionale non sia stato sconfitto. Questo è vero, ma è altrettanto indubbio che una lotta al terrorismo internazionale, cercando di demolirlo nelle radici, ovviamente per quanto possibile, è stata fatta, e non pochi sono stati i successi raggiunti. Oggi non siamo quindi sicuri, ma, a mio avviso, siamo certamente meno insicuri.
La prima caratteristica positiva del provvedimento odierno è la previsione di una proroga annuale, che si discosta quindi dalle cadenze più limitate contenute nei precedenti decreti. La proroga che va dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012 rappresenta il primo, vero aspetto positivo che deve essere messo in evidenza, come ricordato anche dal Governo. Per noi è una proroga dovuta. Un impegno che il nostro Paese sta mantenendo con costanza e competenza, sia dal punto di vista qualitativo sia dal punto di vista quantitativo, ovviamente con una prevalenza dell'aspetto di tipo qualitativo, dimostrato dalla grande capacità e dal grande impegno dei nostri uomini dispiegati nei vari territori. Il provvedimento in esame conferma la capacità dell'Italia di assumere un ruolo di responsabilità sulla scena internazionale, soprattutto in quelle aree geopolitiche di crisi che richiedono una efficace cooperazione tra presenza militare e ricostruzione civile per le quali il nostro Paese ha sviluppato una significativa capacità di intervento tra le innumerevoli difficoltà e gli innumerevoli pericoli.
Il secondo aspetto di rilievo è dato dal minore impatto economico del finanziamento attuale rispetto a quello dello scorso anno, con una differenza di circa 100 milioni di euro.
Una terza positività è rappresentata dal fatto che oltre al minore impatto finanziario c'è anche un minore impiego di soldati, mantenendo nel contempo gli impegni assunti a livello internazionale e garantendo il riconosciuto apporto qualitativo, come si è detto prima, delle missioni di pace made in Italy.
Ovviamente, riconoscendo che questa è la strada corretta, l'auspicio per il futuro è di accrescere la cooperazione civile e di ridurre l'impegno militare. Resta inteso che tale auspicio è condizionato dagli eventi.
Nonostante la razionalizzazione delle risorse, molte di queste sono state investite nelle fondamentali operazioni per il contrasto alla pirateria. Con l'occasione, come tra l'altro ampiamente fatto in questi due giorni da molti colleghi che mi hanno preceduto, dal Governo, dai relatori, mi corre l'obbligo di ricordare, all'interno dell'attuale cronaca, il caso dei due marò arrestati, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, del reggimento San Marco, sequestrati da domenica dalla polizia indiana. Molte sono ancora le incongruenze per chiarire i fatti. Ad ogni buon conto, una cosa è certa: le norme internazionali obbligano le istituzioni indiane alla restituzione dei nostri due connazionali. Il diritto internazionale dà inequivocabilmente ragione ai marò Latorre e Girone. In acque internazionali, infatti, la nave in questione è territorio italiano, imponendo l'immunità della giurisdizione. Spetta eventualmente alle istituzioni giudicanti italiane e non a quelle indiane prendersi carico della questione e gestirla.
Dovrebbe peraltro essere superfluo sottolineare che ogni Stato serio debba difendere i propri soldati mentre stanno obbedendo allo Stato stesso e mentre lo rappresentano. Dovrà quindi essere chiarito il perché e se è vero che i nostri funzionari dell'ambasciata hanno permesso che i due marò scendessero a terra, e si dovranno chiarire le responsabilità anche dell'armatore.
Tornando al provvedimento, in conclusione, anche in qualità di vice presidente della Commissione affari esteri mi preme sottolineare l'importanza della cooperazione allo sviluppo quale strumento di politica estera (e sottolineo il termine «strumento»).
Ovviamente dichiaro il voto favorevole, a nome del Gruppo Coesione Nazionale. (Applausi dal Gruppo CN:GS-SI-PID-IB-FI. Congratulazioni).
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli senatori, oggi (lo ha detto il senatore Alberto Filippi, come anche gli altri colleghi intervenuti), e anche ieri, abbiamo ricordato i nostri uomini che sono mancati nell'adempimento del proprio dovere. Questo, per quanto mi riguarda, è quello che succede ogni volta che un nostro soldato manca.
Sia ieri che oggi abbiamo parlato in modo serio e abbastanza specifico di tutte le tematiche del provvedimento. Dobbiamo pensare alla grande portata dell'impegno internazionale del nostro Paese e della nostra politica estera, anche perché noi stiamo attraversando una fase estremamente delicata per gli equilibri mondiali a cause dell'instabilità politica in tanti scenari internazionali, che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni ma anche delle turbolenze dei mercati finanziari e della grave crisi economica mondiale.
Tutto questo va a confermare la complessità del quadro geopolitico internazionale nel quale le Nazioni Unite e, si spera, finalmente anche l'Unione europea cominceranno d'ora in poi a svolgere un compito di primaria importanza, ancora maggiore di quello svolto fino ad ora, nella salvaguardia della sicurezza e della pace.
Quindi, è fondamentale che l'Italia non si discosti dall'impostazione di politica internazionale filoatlantica e di pieno sostegno alle Nazioni Unite, che fino ad oggi ha operato per la diffusione di valori fondamentali dell'umanità in tutti gli angoli del globo, dove ancora oggi rischiano di restare purtroppo marginali e a volte sono messi anche in discussione. E quando vedo che questi valori vengono messi in discussione - e ciò avviene periodicamente, ogni tre o sei mesi, quando si fanno dei taglia e incolla di programmi, di discussioni o di dichiarazioni di voto - capisco che alcuni colleghi, amici e preparati, non si rendono conto che viviamo in un mondo globale, internazionale, dove tutto accade, dove tutto si muove, dove Aosta è collegata a Pechino, Caltanissetta a Shangai, in un mondo dove anche alcune ore fa - e lo saprete - è stata chiusa la sede dell'ambasciata americana a Kabul a causa delle manifestazioni di protesta originate perché era stata bruciata una copia del Corano nella base di Bagram.
Tutto questo, che accade mentre il segretario di Stato Clinton fra due giorni si recherà in Tunisia e si va a preoccupare con gli "Amici della Siria" che si occupano degli uomini che sono i ribelli, in un certo senso, della primavera siriana (se possiamo permetterci di definirla in questo modo) e, ancora, l'uccisione, nelle ultime ore, di una giornalista francese e di un giornalista americano in Siria, non può non far capire che questo è un mondo vitale, globalizzato, rispetto al quale noi non possiamo chiuderci dentro queste Aule e non comprendere cosa sta succedendo nel mondo. Se noi vogliamo agire in questo modo, possiamo anche farlo: possiamo non metterci a disposizione della comunità internazionale, possiamo non lavorare insieme. A quel punto, però, credo dovremmo chiuderci sotto una campana di vetro e tornare alla pastorizia, o comportarci come in Corea del Nord. Questo non è il caso. Pertanto, proprio nella cooperazione internazionale e nelle missioni di pace si cerca l'aiuto e il sostegno di cui oggi hanno bisogno i nostri uomini e si ripongono le speranze per un futuro migliore.
Come è stato evidenziato anche ieri, ormai sono impegnati circa 8.000 militari italiani nelle missioni internazionali. Tale impegno significa proprio questo: una mano tesa incontro alle speranze e alle aspettative di tanti popoli martoriati. Noi siamo lì per fare anche questo, per essere vicini alla società civile e alle amministrazioni locali nel passaggio dal post-guerra allo sviluppo.
Dobbiamo essere orgogliosi di poter vantare tanto onore e tanta credibilità nel mondo anche grazie ai nostri uomini in missione all'estero, sia civili che militari, ai quali non dobbiamo mai far mancare il nostro appoggio e ai quali non dobbiamo mai far vedere le differenze presenti all'interno del Parlamento e del Paese. Dovremmo restare sempre tutti uniti quando vi è un problema che riguarda un italiano, o venti italiani, all'estero.
Per tale motivo, auspichiamo la convergenza più completa possibile da parte di tutte le forze politiche in Parlamento. Dobbiamo essere consapevoli che in questo momento si trattano temi molti delicati di politica estera, che vanno affrontati con concretezza e buonsenso. Si tratta di due parole che quest'anno devono essere importanti per il Governo che sta lavorando insieme a noi.
Dobbiamo accettare il fatto che le missioni di peace keeping o di peace enforcing, così come di cooperazione internazionale, al pari della diplomazia devono diventare appieno strumenti di politica estera. È bene, dunque, che si oltrepassino gli steccati e si parli ai cittadini italiani una volta per tutte, non attraverso le distorte ideologie e demagogie elettorali (che purtroppo quest'anno troveranno espressione), ma in modo sincero e giusto, per rendere comprensibili tali argomenti anche ad una popolazione che non è troppo informata di politica internazionale. Dobbiamo spiegare e far sì che il nostro popolo abbia una formazione ancora più completa, come i polacchi che hanno compiuto un sorpasso in tanti settori, e non solo in politica estera o militare. Dunque, dobbiamo far sì che l'opinione pubblica sia informata e consapevole delle responsabilità e dei risvolti di politica internazionale anche sugli stessi cittadini e sul Paese. Dobbiamo spiegare tutto questo, ma per farlo dobbiamo innanzi tutto capirlo noi in questa sede. Sarebbe bene, pertanto, che quando si parla di questioni internazionali tutti i senatori fossero presenti in Aula.
Deve essere chiaro a tutti i cittadini italiani che nel futuro a fare la differenza tra lo sviluppo e il sottosviluppo, tra la crescita economica e il declino sarà proprio la posizione espressa sui temi di politica estera, quelli che in pochi ascoltano, il livello di impegno, anche militare, assunto dal nostro Paese nel contesto mondiale.
Allora, deve essere chiaro innanzi tutto che non sono concesse incertezze, né rapporti equivoci, né tergiversazioni che non giovano alla nostra reputazione nel mondo. Per certi versi, non è ammessa neanche la giustificazione della mancanza di risorse; infatti, queste ultime possono e devono derivare dalla razionalizzazione della spesa pubblica e dalla eliminazione degli sprechi - ce ne sono ancora tanti - anche nel comparto della difesa. Sono certa che quest'anno si lavorerà anche su questo, perché il sostegno della nostra presenza all'estero nelle missioni internazionali di pace è un obiettivo di fondamentale importanza. Proprio in tale ottica dovremmo lavorare affinché il gap che ancora ci separa dai nostri maggiori partner internazionali in termini di budget della difesa venga quanto prima colmato proprio con maggiori risorse provenienti dalla razionalizzazione della spesa pubblica. Le giuste, e direi anche necessarie, ambizioni per quanto riguarda il nostro ruolo nello scenario internazionale debbono essere supportate dalla capacità operativa. Sappiamo che il Ministero della difesa sta lavorando in questo senso. Sappiamo che è importante un profilo operativo professionale, snello, flessibile, con maggiore capacità di intelligence, che assegni maggiore importanza alle esigenze della difesa globale (che richiede importanti impegni in teatri di crisi, a macchia di leopardo) e adatto alle necessità di contrasto al terrorismo.
Ecco perché, signora Presidente, signor Sottosegretario, dichiariamo il voto favorevole del nostro Gruppo. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Baldassarri. Congratulazioni).
TORRI (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TORRI (LNP). Signora Presidente, colleghi, membri del Governo, il Gruppo della Lega Nord, in coerenza con il lavoro svolto durante l'esame dell'articolato, questa volta non voterà a favore del disegno di legge di conversione del decreto‑legge in esame, sulla base di alcuni ragionamenti che vorrei argomentare.
Innanzitutto, oggi porgiamo purtroppo il nostro saluto ed esprimiamo il nostro cordoglio per la loro perdita alle famiglie di altri tre ragazzi in servizio in Afghanistan, che sono morti per un incidente, forse anche banale, ma certamente dettato dagli impegni che il contingente italiano ha assunto in quel Paese. Naturalmente ci stringiamo anche intorno a tutti i colleghi del reparto di questi ragazzi, che purtroppo hanno visto morire tre amici, non solo tre colleghi. Vorrei che fosse chiaro a tutti i soldati che noi siamo e saremo sempre e comunque al loro fianco e abbiamo lucidamente chiaro quello che stanno facendo per il nostro Paese. Il nostro pensiero va sempre alto alla loro attività, seria e improntata al senso del dovere e alla capacità di intervento.
Dobbiamo, però, anche ragionare di politica e, parlando di politica, dobbiamo riconoscere che attualmente la situazione in Afghanistan è diversa rispetto a qualche tempo fa. Gli alleati, man mano che passano i giorni, si defilano, però i nostri ragazzi sono comunque lì a setacciare palmo a palmo le aree di sicurezza loro assegnate, tenendole sotto controllo. In prima istanza i francesi e ora anche gli americani, pian piano, cominciano a lasciare il teatro di crisi, in un momento in cui - dobbiamo essere chiari - i rappresentanti americani stanno incontrando in Qatar le opposizioni presenti in Afghanistan.
Dobbiamo dimostrarci alleati solidali, non ce lo dimentichiamo, e va benissimo, ma non possiamo assolutamente atteggiarci a «ultimi dei mohicani», non possiamo restare gli ultimi con il cerino in mano. Su questo campo, infatti, ormai non si gioca più la relazione tra l'Italia e l'America, anzi, non credo che siano questi i fattori determinanti che possono far ragionare i nostri due Paesi, anche se sappiamo che il Governo tiene molto a questo fronte.
Sappiamo che entro settembre gli americani ritireranno 23.000 militari, e siamo preoccupati. Vorremmo capire come ci organizzeremo noi in maniera concreta con tale riduzione, da qui a settembre.
Dobbiamo anche porre la questione delle risorse complessive che si sono impegnate. Quando eravamo in maggioranza - lo sapete benissimo - avevamo discusso lungamente del problema e aspettavamo un segnale rispetto a quanto chiedevamo. Tale segnale non vi è stato in maniera chiara.
Questo provvedimento toglie un centinaio di milioni di euro sui circa 1.400 stanziati. Noi riteniamo che sia ancora poco, e non dobbiamo dimenticare mai che lo stiamo facendo in un momento in cui i cittadini vengono pesantemente vessati e viene loro chiesto di compartecipare alle criticità del Paese. Questa cosa deve farci riflettere molto. Noi credevamo che questa fosse l'occasione giusta per fare un ragionamento e invertire la tendenza, però il Governo non ha colto l'occasione.
Per quanto riguarda il caso Libia, come ho detto prima, non condividiamo nulla di ciò che è stato fatto. Abbiamo dato 9 milioni di euro al Comitato transitorio, che non è ancora stato in grado di disarmare quelli che prima erano i «lealisti» e ora sono i ribelli di questo fronte. Diamo un milione di euro in materiali. Probabilmente si tratta di «ferro vecchio», com'è stato detto da qualche mio collega, ma bisognerebbe prima assicurarsi della situazione del Paese, e in questo caso non credo che la Libia sia in una situazione di estrema lucidità di gestione amministrativa, soprattutto perché, ripeto, avanzo dei forti dubbi che possano tenersi le elezioni il 21 giugno in queste condizioni. Inoltre, come ho sempre detto, la Libia assomiglia molto all'Afghanistan: non è facile esportare la democrazia nei Paesi in cui ci sono culture tribali.
Oltre a questo, purtroppo dobbiamo ragionare anche degli eventi di questi giorni. Il decreto che stiamo per votare contiene alcune norme concernenti l'impiego di guardie private a bordo dei mercantili in transito nelle acque infestate dalla pirateria. Ne dobbiamo discutere perché i fatti in corso in India, hanno secondo noi cambiato le carte in tavola. Ovviamente siamo a fianco ai due marò, Latorre e Girone, ai quali auguriamo di rientrare il più presto possibile in Italia da persone libere, però resta comunque il fatto che in questa vicenda ci sono molte zone grigie. Ad esempio, noi solleviamo il problema della pirateria somala, ma in questo caso dovremmo parlare anche di pirateria indiana, per cui si rimescolano molto le carte.
Alcune vicende non ci hanno fatto inoltre assolutamente stare tranquilli. Noi riteniamo che i militari che vanno a bordo dei mercantili debbano avere una copertura chiara, evidente e debba essere chiaro anche dove si recano, perché il fatto che la nave non fosse vicina alla Somalia ma alle coste dell'India credo non se lo aspettasse nessuno. Un conto è stare nel golfo di Aden, un'altra cosa è andare vicino alle coste dell'India, dove sappiamo benissimo quali siano i rischi che si corrono, dato che si tratta di un Paese con forti inclinazioni nazionaliste.
A proposito della vicenda dei due marò, chiaramente noi siamo a fianco del Governo che vuole far rientrare in Italia i due ragazzi, però bisogna ragionare, e a volte la politica internazionale ci riserva delle amare sorprese. Questo caso è emblematico. Noi ci chiediamo anche come mai, nonostante la Marina abbia chiesto al comandante del mercantile di non approdare - forse, anche per motivi chiari, non avevano scelta - la nave si è fermata comunque, e come mai è stato permesso ai militari di scendere a terra. La frittata è fatta, non abbiamo modo di rimediare, ormai gli eventi sono questi. Restano però molti interrogativi. Noi vorremmo sapere chi risponderà degli errori commessi? E poi, perché dei sei militari presenti a bordo sono stati scelti proprio Latorre e Girone? Con quale criterio? L'ambasciata non sapeva che cosa poteva accadere? Io penso di sì. Secondo me si sono comportati in maniera frettolosa, sono andati nel panico e hanno commesso una sequela di errori abbastanza pesanti. Infatti, se i militari fossero rimasti sulla nave, l'arresto e il fermo non sarebbero avvenuti.
Noi abbiamo anche un problema fermo in Commissione. Quando abbiamo esaminato gli emendamenti in tema di prateria eravamo stati chiari: se in questo caso ci fossero andati i contractor credo sarebbe stato ancora peggio. Non solo. Abbiamo avanzato parecchie volte in Commissione difesa il problema del codice penale militare, invitando a far presto. Se i tre Ministeri competenti, della difesa, dell'interno e degli affari esteri, si dessero una mossa, ci potrebbero mettere in condizioni di effettuare giudizi di un certo tipo. Per quanto detto, esprimeremo chiaramente un voto contrario in maniera assoluta e ci raccomandiamo anche e soprattutto, caro Sottosegretario, affinché si faccia un ragionamento ampio.
Non prendete il voto negativo da parte della Lega Nord come una volontà di fare cassa politica. Noi siamo molto responsabili e tutte le volte abbiamo votato in maniera responsabile. In questo caso abbiamo altri problemi, come ho avuto modo di rappresentare anche al Ministro. Concordiamo sul fare le riforme della difesa, ma dobbiamo anche ragionare in maniera lucida.
Gli eventi che si sono verificati vicino al Libano e in Siria, dove adesso abbiamo il comando, ci impongono di pensare che se accade qualche altro fatto, come in Libia, non possiamo posizionarci in un momento come questo in maniera corretta e concreta. Bisogna riposizionare tutte le missioni perché, se questa diventa un'eventualità ci incamminiamo verso un ulteriore disastro economico.
Non possiamo non dire ai nostri cittadini qual è la verità. Non possiamo stare dappertutto, in tutto il mondo... (Il microfono si disattiva automaticamente). Rientriamo in maniera corretta e speriamo che quanto vi è stato detto da noi sia visto nel modo giusto. Non siamo antagonisti per un voto politico; siamo molto preoccupati per la situazione in cui versa il nostro Paese. (Applausi dal Gruppo LNP).
PINOTTI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PINOTTI (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, il Gruppo del Partito Democratico voterà sì con senso di responsabilità, consapevole dell'importanza del contributo dell'Italia agli sforzi della comunità internazionale per promuovere pace e sicurezza. Sforzi ancora più necessari in un momento in cui la crisi economico‑finanziaria alimenta a livello globale tensioni politiche e sociali così gravi e in cui emergono ancora più fortemente i rischi di instabilità anche ai confini del nostro Paese. Ribadisco il senso di responsabilità perché, come diceva nel suo interessante intervento il senatore Livi Bacci, noi capiamo che è difficile spiegare all'opinione pubblica i motivi profondi delle missioni internazionali, e come oggi la sicurezza anche del nostro Paese si giochi in queste missioni. Tuttavia, chi ha una responsabilità politica deve certamente anche spiegare e coinvolgere di più, ma deve in primis assumere questa responsabilità.
Certo, ho ricordato la crisi perché sappiamo che c'è uno sforzo finanziario significativo, ma la stabilità e la sicurezza sono un bene comune e condiviso al quale tutti, nell'ambito della comunità internazionale, devono contribuire, senza pensare che l'eventuale recrudescenza di conflitti porti certamente costi più alti da tutti i punti di vista. L'Italia deve mantenere gli impegni assunti nel rafforzamento della sua credibilità internazionale. Si tratta della nostra affidabilità come Paese, peraltro su linee di politica estera che oggi vediamo divaricarsi per alcune forze politiche, laddove ricordo che su queste stesse missioni internazionali, all'inizio dell'attuale legislatura, non avevamo dissensi: non c'erano forze politiche che votassero contro. Questo lo dobbiamo ricordare. Le missioni non sono cambiate: anzi, si sono posti limiti, si è decisa la transizione possibile, si è dialogato di più con gli alleati, si è aperto un rapporto multilaterale con gli Stati Uniti che prima forse era meno forte. Le missioni non sono cambiate; anzi, si sono inserite in uno scenario complessivo più comprensibile, addirittura pensando più fortemente alla transizione.
Allora, ci si domanda perché, e ritorno a quel discorso sul quale rivendico responsabilità. Certo, siamo consapevoli che si tratta di un tema difficile da far passare nell'opinione pubblica, ma è essenziale. La politica estera di un Paese è una parte essenziale della sua credibilità.
In merito alla credibilità, nell'audizione dei Ministri degli affari esteri e della difesa, il Ministro degli affari esteri ci ha ricordato l'apprezzamento europeo nei confronti delle misure di risanamento che abbiamo adottato e di tutto il lavoro che stiamo facendo per una più integrata governance economica europea. Si tratta di un elemento molto apprezzato. Credo che tutto quanto concorre a promuovere la credibilità del nostro Paese sia fondamentale spingerlo. Oggi noi costruiamo un pezzetto di questa credibilità.
Sappiamo che le nostre Forze armate, nelle missioni internazionali, non solo ora ma in tutti questi anni, hanno sempre contribuito ai massimi livelli a portare nel mondo la credibilità del nostro Paese. Ho avuto la possibilità, in incarichi ricoperti precedentemente, di avere contatti con Capi di stato maggiore e Ministri degli affari esteri e della difesa di altri Paesi, i quali come prima cosa mi hanno sempre espresso in questi colloqui un apprezzamento fortissimo e sincero per la professionalità dei nostri militari, per come loro si rapportavano nelle missioni internazionali e per la loro capacità da tutti i punti di vista.
Certo, anche nel corso della discussione generale si è parlato della necessità oggi di riorganizzare, e non solo per la crisi finanziaria ma anche alla luce di essa, il nostro strumento. È stato giustamente ricordato, sempre in discussione generale, il ruolo del Parlamento e mi sembra che il Governo, nella persona del Sottosegretario, abbia assicurato che il lavoro di rivisitazione ovviamente partirà con delle proposte governative ma vedrà sicuramente un coinvolgimento importante del Parlamento. Reputo questo un fatto fondamentale.
Nel lavoro che dovremo compiere confido che il protagonismo europeo che il nostro Governo sta avendo e che io giudico molto positivamente, possa dare un impulso anche alla costruzione di una difesa europea, non solo di politiche europee della difesa, ma anche per quanto riguarda lo strumento militare.
La discussione che stiamo facendo, ancorché si ripeta nel tempo, non può e non deve essere stanca. Stiamo discutendo di missioni che tristemente mettono a rischio la vita di persone, la vita dei nostri militari. In questa mia dichiarazione di voto, a nome di tutto il Gruppo del Partito Democratico, non posso non rivolgere un pensiero commosso ai nostri militari morti in Afghanistan. Ricordo il caporal maggiore capo Francesco Currò, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo e il caporal maggiore scelto Luca Valente.
Non dobbiamo dimenticare, quando parliamo in questa sede dell'Afghanistan, che si tratta di un Paese impervio, dalle strade difficili da percorrere. Nel caso della morte dei nostri militari il fiume era in piena e il mezzo Lince, che è molto robusto ed utilizzato perché ritenuto più sicuro nel caso degli esplosivi, forse è meno adatto a muoversi in certi territori, e purtroppo dobbiamo piangere la morte di altri tre militari.
Ricordiamoci però che, rispetto al provvedimento che stiamo assumendo, quello dell'Afghanistan è uno dei dossier più importanti. Stiamo lavorando fortemente, come in altri teatri, alla formazione delle forze di sicurezza. Abbiamo una certa capacità, tutta nostra, di lavorare in questo settore, che ci è riconosciuta. Anche in Afghanistan, nonostante le difficoltà permangano, nonostante gli errori tragici che coinvolgono i civili e che, tutte le volte che si verificano, noi sentiamo come quando muoiono i nostri militari (la morte di civili afghani in azioni ci fa soffrire allo stesso modo), non dobbiamo però dimenticare i passaggi positivi che sono stati posti in essere. Sono state elette istituzioni, ben diverse da quelle del passato. Alcune province cominciano ad essere governate. Vige ora una Costituzione e 69 donne siedono in Parlamento.
Ma soprattutto, secondo me il segno più importante del fatto che non è tutto uguale in Afghanistan è il dato sulla scolarizzazione. Oggi 7 milioni di bambini in Afghanistan vanno a scuola. Di questi, il 35 per cento sono femmine. Quando c'erano i talebani, erano soltanto 900.000 i bambini che andavano a scuola, ed erano tutti maschi. Oggi, all'università il 20 per cento degli iscritti è rappresentato da donne.
Quindi, quando parliamo di questi scenari credo dobbiamo ricordarci anche di questo.
Della Libia molto è stato detto: della road map per progetti concreti, e anche lì della formazione delle forze di polizia.
È stato ricordato il Libano, e anche qui con orgoglio possiamo sottolineare come, ancora una volta e su richiesta forte venuta sia da parte libanese che israeliana, sia un italiano al comando della missione: il generale Paolo Serra.
Per quanto riguarda il Kosovo, bisogna agire con intelligenza. Per questo, il dibattito sull'aumento o sulla diminuzione dei contingenti va sempre rilevato intorno al contesto di cui parliamo. Dunque, in Kosovo, dove stavamo rapidamente diminuendo il contingente (sebbene noi spesso in quest'Aula avessimo richiamato ad una certa prudenza su un ritiro che forse avrebbe potuto essere eccessivamente veloce), stiamo ora rivedendo i numeri nel senso di prevederne un aumento, perché la situazione che abbiamo curato per tanto tempo è diventata un po' più incandescente.
Oggi sentiremo il Ministro degli affari esteri in Commissione che ci riferirà in merito alla situazione del Corno d'Africa ed anche della missione contro la pirateria. Non possiamo qui dimenticare che tutti guardiamo con preoccupazione, nella situazione confusa che si è creata, quello che sta avvenendo ai nostri due militari del reggimento «San Marco» che sono in mano della giustizia indiana e che noi riteniamo, invece, debbano essere consegnati alla giustizia italiana.
Non l'abbiamo citata molto, dunque permettetemi di ricordare anche la cooperante italiana rapita Rossella Urru. È giusto in queste situazioni che non si parli di ciò che si sta facendo per liberarla, però penso che in quest'Aula la dobbiamo ricordare.
In conclusione, signor Presidente, ribadisco che con le motivazioni espresse in premessa voteremo a favore del provvedimento con grande senso di responsabilità, ricordandoci che la politica estera non dovrebbe mai essere utilizzata per avere delle scorciatoie o delle garanzie in termini elettorali in uno scenario di politica interna. Per questo, penso che le forze politiche che rispondono con serietà a questo richiamo mostrando responsabilità dovranno certamente spiegarlo bene all'opinione pubblica. Però credo altrettanto che dovrebbero spiegare qualcosa all'opinione pubblica anche coloro che hanno cambiato posizione senza che ci sia una motivazione di cambiamento di scenario. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Amato e Astore. Congratulazioni).
RAMPONI (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
RAMPONI (PdL). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, prima di entrare nella disamina del decreto in approvazione desidero, a nome del PdL, ricordare i caduti recenti in Afghanistan e far risuonare i loro nomi in questa Aula. Mi riferisco al caporal maggiore capo Francesco Currò, al primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo e al caporal maggiore scelto Luca Valente. Desidero esprimere la stima e la gratitudine del mio partito nei loro confronti e la solidarietà alle famiglie delle vittime. (Applausi dai Gruppi PdL, PD, CN:GS-SI-PID-IB-FI e IdV).
In terminidi solidarietà, desidero altresì esprimere la solidarietà del mio partito nei confronti dei due fanti di mare. I loro nomi è giusto che vengano ricordati in quest'Aula. Si tratta di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i quali sono stati inspiegabilmente consegnati alle autorità indiane in una situazione che dovrà essere chiarita, anche nel rispetto della identità nazionale e del nostro diritto.
Entrando nel merito del disegno in discussione, in sintesi debbo dire che i punti fondamentali sono i seguenti. Il primo è rappresentato da una riduzione delle forze: si passa dai 9.000 dell'inizio del 2011 ai 6.500 di oggi. Vi è stata una progressiva riduzione, che è l'indicazione più chiara che l'azione di stabilità esercitata dai nostri militari ha determinato un miglioramento assoluto nella situazione interna. Questo, con buona pace di tutti coloro che sognano o indicano l'opportunità di non intervenire militarmente, ma diplomaticamente.
Le nostre forze hanno fatto più di 100 operazioni e molte di loro sono servite proprio per stabilizzare la situazione. Non ho un esempio nelle crisi mondiali in cui si sia risolta la questione, nei momenti di estrema tensione, con un intervento diplomatico. Esso trova spazio parallelamente e dopo; ma non c'è nessun conflitto che sia stato risolto in maniera diplomatica, senza la presenza, purtroppo necessaria, di forze militari, che tra l'altro rischiano la vita e non le solite chiacchiere.
Per quanto attiene invece ai costi, vi è una diminuzione, perché parallela alla riduzione delle forze. Quindi, vi sono riduzioni in Afghanistan, in Libano, in Libia e in Iraq. Si registra un aumento in Kosovo perché le previsioni di riduzione non sono state rispettate da una criticità della situazione in loco.
Da notare poi la costante presenza e a volte anche la incrementata presenza di forze di polizia (Guardia di finanza, Carabinieri, Polizia). Il che vuol dire che stiamo passando in molte zone da una situazione di difficoltà ambientale ad una situazione che va invece verso il progresso e lo sviluppo. E i nostri sono presenti non solo per aiutare l'ordine pubblico ma anche per preparare questa gente, quale polizia giudiziaria, polizia economica, curando cioè il passaggio dalla fase di emergenza alla fase di recupero e di sviluppo.
Vi è poi l'approvazione di questo decreto di sostegno fatto dal Governo in termini annuali. Questa è una novità: non che prima le cooperazioni non fossero coperte finanziariamente: erano rinnovate ogni sei mesi. Ma quello di oggi è un segnale di coraggio: il Governo dimostra di ritenere che le operazioni internazionali siano fondamentali e da sostenere in toto nonostante la crisi. Questo è molto importante. Nello stesso tempo consente al Ministero della difesa di programmare la propria azione meglio su una ipotesi finanziaria costante.
Infine, vi è di positivo la promessa e l'impegno di venire ogni quattro mesi a parlare della questione cooperazione internazionale in Parlamento. Questa è una grande soddisfazione, se mi permettete, personale, perché attraverso ordini del giorno, domande, richieste ed emendamenti sono anni che ribadisco la necessità che sulle operazioni internazionali venga ascoltato il Parlamento affinché possa dare i suoi indirizzi al Governo e non che se ne discuta solo quando le decisioni sono state prese e si presenta il decreto di copertura.
Per quanto riguarda l'argomento, importantissimo, della cooperazione, l'aumento delle risorse ad essa dedicate in questo decreto conferma la stabilizzazione della situazione e l'impegno verso un maggiore apporto a sostegno dello sviluppo dei Paesi che con l'impegno delle Forze armate abbiamo stabilizzato.
Vorrei infine toccare nei minuti che mi rimangono due punti un po' particolari. Il primo è il seguente.
Da quanto detto dal Ministro della difesa, da quanto appare chiaramente in questo decreto, il luogo dei punti di espressione, l'impegno effettivo e vero delle nostre Forze armate è rappresentato oggi dalle operazioni internazionali. Francamente, se andiamo a vedere le minacce che si manifestano o si possono preconizzare nei confronti del nostro territorio, si deve constatare che per fortuna tali minacce sono molto diminuite. È invece aumentata la necessità, anche nel contesto del concetto operativo della NATO, di intervenire là dove si formano dei focolai che possano determinare poi conseguenze negative per la stabilità. Allora, prendiamo atto che le operazioni internazionali sono il momento qualificante dell'impegno delle nostre Forze armate.
Ma dobbiamo prendere anche atto del fatto che la copertura che garantiamo a queste operazioni non copre completamente le spese legate ad esse. Per carità di Dio! Le risorse stanziate coprono le spese di missione, i consumi e i trasporti. Per consentire invece l'invio ora di 10.000, ora di 6.500 uomini, in realtà, viene preso in considerazione l'intero bilancio della Difesa.
Ed ecco che emerge il paradosso della nostra situazione che noi accettiamo allegramente da 20 anni, ma che rappresenta qualcosa di inspiegabile.
Il sottosegretario Magri ha detto che l'Italia, in ambito internazionale (nell'ONU e in Europa) fa la sua parte. Quindi, dal punto di vista politico partecipiamo alle operazioni di pace con un'entità pari a quella richiesta ad un Paese del nostro livello politico ed economico, mentre quando dobbiamo sostenere finanziariamente questa entità abbiamo ormai dato per scontato che dobbiamo dedicare alla difesa lo 0,9 per cento del PIL, a fronte dell'1,6 per cento medio di altri Paesi. Questo è un paradosso. Come un paradosso è l'avere il più alto debito, il più elevato livello di evasione fiscale, ma anche il più alto risparmio privato. Sono cose che caratterizzano in maniera inaccettabile questo Paese.
Come è possibile che noi, da una parte, si partecipi con l'intensità dovuta al nostro livello e dall'altra si sottofinanzi? Nessuna azienda, nessun ente farebbe una cosa del genere. Mi si potrà chiedere: come riusciamo allora ad essere presenti? Riusciamo a farlo sulla pelle dei nostri soldati, che quando cadono celebriamo con la faccia triste, e su un decadimento progressivo delle nostre scorte, dei nostri mezzi e tutto il resto. Se il Governo ha ritenuto di dover sostenere queste operazioni, ebbene lo sollecito a fare in modo di ottenere nella prossima legge di stabilità un adeguato trend di risorse per riallinearsi in maniera decente a quanto accade nei Paesi omologhi della NATO e dell'Unione europea, per evitare che si faccia la figura miserabile di quelli che sempre, con un complesso di inferiorità e sulla pelle dei loro uomini, cercano di partecipare in modo adeguato senza spendere in modo adeguato. (Applausi dei senatori Scarpa Bonazza Buora e Spadoni Urbani). Questo è ciò che noi dovremmo fare, anziché continuare a chiacchierare allegramente.
PRESIDENTE. Senatore Ramponi, le ricordo che il tempo a sua disposizione è scaduto.
RAMPONI (PdL). Avrei voluto toccare un altro punto, ma devo essere io il primo a rispettare i tempi.
Vorrei allora dichiarare, a nome del mio Gruppo, che certamente esprimeremo un voto favorevole, a dimostrazione della coerenza del Popolo della Libertà in tutte le situazioni nelle quali si è trovato a votare e del fatto che ha sempre sostenuto queste operazioni che ritiene assolutamente necessarie rivolgendo, nello stesso tempo, un pensiero di gratitudine agli operatori della difesa, ai nostri uomini, che sono quelli che ci consentono di esprimere orgoglio per quello che riusciamo a fare in ambito internazionale. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Garavaglia Mariapia. Congratulazioni).
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal Gruppo.
PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.
PETERLINI (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signora Presidente, signor Sottosegretario, intervengo in dissenso dal mio Gruppo per profondo convincimento morale, religioso e culturale, seguendo, tra l'altro, una linea politica espressa fin dall'inizio della mia attività parlamentare, che risale al 2001.
Vorrei dare espressione anche alle tante cittadine e ai cittadini che ritengono che la guerra non sia un mezzo adatto a risolvere i conflitti internazionali.
Sono - e lo sottolineo - a favore dell'impegno dell'Italia in una vera missione di pace, un impegno civile, di aiuto, di supporto sanitario, umano, senza escludere, in certe situazioni, interventi di polizia. Solleciterei anzi ad aumentare questo vero impegno di pace in Paesi poveri, come in Africa, dove l'attenzione è molto ridotta.
Lamento, però, che purtroppo sotto una maschera eufemistica di pace si nascondono attacchi bellici, vere e proprie guerre, come era quella all'Iraq, appoggiata dall'Italia nonostante che addirittura le Nazioni Unite si fossero espresse contro. Tanto sangue e tanti morti. Migliaia, incontabili. Diecimila solo americani, centinaia europei, incontabili le migliaia di vittime nei Paesi colpiti. Ho votato anche contro l'attacco all'Afghanistan, richiedendo più impegno diplomatico che bellico.
Ricordo con forza l'articolo 11 della nostra Costituzione, così maltrattato dal nostro Parlamento.
E si aggiunge in questo momento anche la grande crisi che ha colpito il nostro Paese, che richiede grandi sacrifici a tutti i cittadini, i quali richiedono con forza anche un'incisiva riduzione delle spese militari. Al contrario, l'Italia ha ordinato 90 F-35, sui 131 inizialmente previsti. Ma un solo F-35 costa 80 milioni che, moltiplicati per 90, danno 7,2 miliardi di euro spesi. Il presidente Monti ha recentemente detto no alle Olimpiadi, che ci sarebbero costate circa la metà della somma (4,7 miliardi di euro).
Perciò, con grande convinzione, anche se mi dispiace votare in dissenso dal mio Gruppo, dico un convinto no a queste misure. Direi sì a quelle pacifiche, vere, ma dico no a quelle belliche. (Applausi del senatore Lannutti).
INCOSTANTE (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Votazione nominale con scrutinio simultaneo
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge, composto del solo articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione).
Il Senato approva. (v. Allegato B).
MORANDO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORANDO (PD). Signora Presidente, comunico che erroneamente ho votato contro il provvedimento, laddove la mia intenzione era di esprimere un voto favorevole.
MONGIELLO (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MONGIELLO (PD). Signora Presidente, intervengo per segnalare agli Uffici che non è stato registrato un mio voto contrario, e quindi vorrei che la mia dichiarazione restasse agli atti.
CARLONI (PD). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARLONI (PD). Signora Presidente, anch'io intervengo per segnalare che mi sono accorta di avere sbagliato votando a favore, benché non ricordi di quale votazione si tratta: è una delle 70 votazioni di questa mattina. Il mio voleva essere un voto contrario.
PRESIDENTE. Effettivamente, essendoci state molte votazioni, diventa difficile verificare. Ad ogni modo, la Presidenza ne prende atto.