RUTELLI, BRUNO, BAIO, BALDASSARRI, CONTINI, DE ANGELIS, DIGILIO, GERMONTANI, MILANA, MOLINARI, RUSSO, STRANO, VALDITARA, DE LUCA Cristina - Il Senato,
considerato che:
non si sono ancora spenti gli echi delle esondazioni di fine ottobre 2011 alle Cinque Terre e in Lunigiana e della drammatica emergenza idrogeologica a Genova, colpita in maniera violenta con ingentissimi danni ed un tragico bilancio di 6 morti;
negli ultimi tempi in più luoghi della penisola si sono registrati significativi fenomeni alluvionali, che oltre a causare numerosi decessi, hanno procurato notevoli danni economici al territorio colpito;
il nostro Paese è caratterizzato da ricchezza di corsi d'acqua per la presenza massiccia di montagne ove il dissesto idrogeologico è un fenomeno ricorrente, fortemente legato alla giovane età geologica del territorio. Fenomeni naturali quali i processi erosivi delle coste, le esondazioni, le frane e le alluvioni, insieme ai terremoti e agli incendi, concorrono a determinare ingenti danni umani, materiali e ambientali;
l'intervento antropico sul territorio ha, in diversi casi, aumentato notevolmente l'impatto di tali eventi, accelerando fenomeni distruttivi e rendendo il territorio ancor più vulnerabile. La corsa alla cementificazione, il "consumo" non regolato del territorio, i disboscamenti, l'abusivismo edilizio, la dissipazione dissennata delle risorse, associati ai tagli dei fondi destinati alla sicurezza ambientale, sono tutti fattori che accrescono strutturalmente la gravità della situazione;
alcuni torrenti, ruscelli e corsi d'acqua vengono inopinatamente intubati, imbrigliati, lasciati invadere da detriti di ogni genere, talvolta usati come discariche, deviandone e distorcendone il flusso naturale;
dal 1960 al 2010 si sono verificati sul territorio nazionale 1.443 eventi tra frane ed inondazioni, con 2.836 feriti e 4.122 morti; negli ultimi 25 anni i fenomeni naturali che hanno generato morti sono stati 227, 130 frane e 97 alluvioni, con complessivi 1.189 morti per una media di 47 all'anno; nel più breve intervallo tra il 1985 e il 2001 la media è stata più alta, pari a 60 morti all'anno a causa di tragedie come il Vajont nel 1985 (268 morti), la Valtellina nel 1987 (49 morti), il Piemonte nel 1994 (78 morti), Sarno nel 1998 (157 morti). Negli ultimi 10 anni la media annua del tragico bilancio dei morti provocati dalle alluvioni ammonta a 35 persone;
dal 2000 al mese di ottobre 2011 si sono avuti in Italia le seguenti tragedie in ordine cronologico: anno 2000: Soverato (12 morti), Nord-Ovest (34 morti e 40.000 sfollati); anno 2003: Carrara (2 morti); anno 2006: Vibo Valentia (4 morti); anno 2008: Villar Pellice (4 morti); anno 2009: Valboite (3 morti), Messina (34 morti); anno 2010: Atrani (un morto), Genova (un morto), Vicenza e Nord-Est (3 morti, 500.000 persone interessate, un miliardo di euro di danni); anno 2011: Marche (5 morti), Val di Vara, Cinque Terre e Lunigiana (12 morti), Genova e provincia (6 morti), Barcellona Pozzo di Gotto (3 morti);
il dissesto idrogeologico è costato alle casse dello Stato una somma stimabile in circa 52 miliardi di euro dal dopoguerra ad oggi; l'89 per cento dei comuni italiani (abitati da circa 5,8 milioni di cittadini) è a rischio idrogeologico; le aree ad alta criticità idrogeologica interessano una superficie di 29.517 chilometri quadrati, pari al 9,8 per cento della superficie dell'intera nazione, della quale il 6,8 per cento coinvolge direttamente luoghi con beni esposti - centri urbani, aree produttive, infrastrutture - in un numero complessivo di 6.633 comuni, ovvero l'81,9 per cento dei comuni italiani;
il 18,6 per cento dei comuni si trova su zone ad alta criticità alluvionale, il 24,9 per cento ad alta criticità per frane, il 38,4 su zone alluvionabili e franabili insieme; il 92 per cento dei residenti dell'area metropolitana di Napoli si trova in una superficie dissestata dichiarata a notevole rischio di disastro ambientale; gli edifici a rischio di crollo in Italia per il dissesto dei suoli sono circa 1,3 milioni; il 19 per cento delle scuole e degli ospedali italiani si trova su terreni ubicati in zone pericolose;
a seguito dell'evento di Sarno che, nel maggio 1998, causò la morte di 160 persone, il Paese si è dotato di un sistema di allerta per il rischio idrogeologico, la cui gestione è ora assicurata dal Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri e dalle Regioni, mediante la rete dei Centri funzionali di cui alla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2004. Tale modello procede dall'emissione quotidiana di bollettini, di avvisi meteorologici e di criticità ad opera del Centro funzionale regionale interessato, in cui sono rappresentate le valutazioni della probabilità di scenari d'evento predefiniti per il rischio frane ed alluvioni, in ambiti territoriali omogenei. Tali previsioni consentono agli enti locali, depositari della conoscenza del proprio territorio, di poter attivare in tempo utile le azioni di prevenzione del rischio e di gestione dell'emergenza, necessariamente previste nella pianificazione comunale e provinciale di emergenza e comprendono inoltre l'informazione alla popolazione affidata alla responsabilità del Sindaco ai sensi della legge n. 265 del 1999;
i piani di protezione civile comunali sono dunque strumento di raccordo tra gli studi di conoscenza del territorio e le procedure di mitigazione del rischio residuo con il sistema di allertamento nazionale e devono essere resi congruenti con gli altri strumenti di unificazione territoriale, tra cui quelli urbanistici;
il sistema di allertamento italiano, statale e regionale, costituisce dunque una risorsa fondamentale nella mitigazione, con azioni non strutturali del rischio residuo da adottare là dove non è stato possibile annullare, con necessari interventi strutturali, le condizioni di rischio idrogeologico ed idraulico sul territorio;
lo scorso 14 ottobre 2011, il Dipartimento della protezione civile aveva diramato le "Indicazioni operative per prevedere, prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di emergenza connesse a fenomeni idrogeologici e idraulici". Il Capo dipartimento, nello stesso provvedimento, ha posto l'attenzione sugli interventi di prevenzione strutturale non ancora avviati o realizzati e l'inadeguatezza delle risorse disponibili, richiedendo un'azione congiunta e coordinata delle diverse componenti del Servizio nazionale di protezione civile per garantire una risposta efficace e tempestiva in previsione o al verificarsi di un'eventuale emergenza;
le rilevanti ripercussioni economiche, turistiche, agricole ed industriali delle alluvioni sui territori colpiti evidenziano l'impatto, la durata e la complessità delle attività di ripristino. La quasi cancellazione materiale di paradisi ambientali non risparmia zone che rientrano nel meraviglioso novero dei paesaggi italiani riconosciuti patrimonio dell'umanità dall'Unesco;
la spesa annua - calcolata in oltre 300 milioni di euro - per attuare strategie di intervento straordinario volte a ripristinare lo status quo ante dei luoghi e delle cose pesa in maniera insostenibile sui bilanci pubblici e consente di ripianare, però, solo circa un terzo dei danni registrati;
nel 2009 il CIPE ha assegnato un miliardo di euro delle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate, che avrebbe dovuto innestarsi su di un piano straordinario di 2,5 miliardi di euro per gli interventi più urgenti, per piccole e medie opere, diretti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico, messo a punto dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal Dipartimento della protezione civile, dopo anni di incertezze, lentezze, inerzie finanziarie, ma tale finanziamento è stato tagliato dalla legge di stabilità per il 2011 e quindi non è utilizzabile;
il comma 240 dell'art. 2 della legge n. 191 del 2009 (legge finanziaria per il 2010) - lo stesso che ha disposto l'assegnazione dal CIPE di 900 milioni di euro per interventi di risanamento ambientale a valere sulle disponibilità del Fondo infrastrutture e di 100 milioni di euro a carico del Fondo strategico per il Paese a sostegno dell'economia reale - prevede che per l'individuazione delle situazioni a più alto rischio idrogeologico sia competente il Ministero dell'ambiente, sentite le Autorità di bacino, sia quelle "nuove" ovvero le distrettuali ex art. 63 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, sia quelle "vecchie" prorogate dall'art. 1 del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208, e il Dipartimento della protezione civile;
l'art. 67 del decreto legislativo del 3 aprile 2006, n. 152, prevede i piani stralcio di distretto per l'assetto idrogeologico (PAI) per la tutela del rischio, i quali contengono l'individuazione e la perimetrazione delle aree a rischio molto elevato per l'incolumità delle persone e per la sicurezza delle infrastrutture e del patrimonio ambientale e culturale, con priorità per le aree a rischio idrogeologico per le quali è stato dichiarato lo stato di emergenza, ai sensi dell'art. 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225,
impegna il Governo:
1) a dare esecuzione immediata al piano straordinario per la difesa del suolo che aveva messo in campo sino a 2,5 miliardi di euro fra fondi statali e cofinanziamenti regionali, attualmente accantonato;
2) ad assumere iniziative di competenza affinché sia previsto, nel bilancio dello Stato, uno stanziamento annuale aggiuntivo pari al 5 per mille del PIL destinata alla manutenzione ordinaria del territorio e da destinare sulla base delle decisioni della Conferenza Stato-Regioni-autonomie locali;
3) ad attuare decise politiche di riassesto dei suoli, nel rispetto dei limiti delle competenze ex art. 117 della Costituzione in materia di tutela ambientale e dell'ecosistema, attraverso iniziative e provvedimenti indirizzati alla promozione di strategie per la messa in sicurezza dei territori;
4) a predisporre piani programmatici al fine di prevenire, fronteggiare e mitigare le conseguenze determinate da eventi atmosferici, alluvionali, marittimi, supportando i sindaci in una capillare e semplificata campagna di informazione ai cittadini relativamente ai comportamenti di auto protezione, nonché in termini di conoscenza dell'esposizione al rischio delle infrastrutture pubbliche e private, secondo quanto previsto dai piani comunali di protezione civile;
5) ad evitare la sovrapposizione di competenze tra i soggetti coinvolti negli interventi, sostenendo l'identificazione nel Dipartimento della protezione civile dell'organismo di coordinamento che svolge imprescindibili funzioni di raccordo tra i vari soggetti interessati ai diversi livelli di competenza nell'ambito delle attività di previsione, prevenzione e gestione dell'emergenza, nel rispetto di quanto disposto dalla normativa vigente in materia di protezione civile e dalle direttive del Presidente del Consiglio dei ministri;
6) a non sostenere iniziative legislative volte ad introdurre forme di condono edilizio, ovvero la proroga di termini per condoni già concessi negli anni passati, che possano aumentare il rischio idrogeologico;
7) a definire parametri coerenti per consentire alle imprese alluvionate di accedere ad una disciplina fiscale di favore o a forme di finanziamenti agevolati, con l'esenzione dal pagamento di quote capitali e interessi e/o attraverso iniziative di rinuncia alla riscossione dei tributi locali o della sospensione, a livello nazionale, del pagamento dell'Irpef.
(1-00569)
BIANCONI, TOMASSINI, CALABRO', D'AMBROSIO LETTIERI, DE LILLO, GRAMAZIO, RIZZOTTI, SACCOMANNO, VICECONTE, ALBERTI CASELLATI, ALLEGRINI, BIANCHI, BONFRISCO, COLLI, DE FEO, GALLONE, LICASTRO SCARDINO, SPADONI URBANI, VICARI - Il Senato,
premesso che:
soffrire di vescica iperattiva significa non avere il controllo su quando e con che frequenza è necessario urinare. È possibile avere perdite inaspettate, più o meno abbondanti, o avere la necessità di un'impellente urgenza alla minzione. Quasi sempre le persone sperimentano entrambe le situazioni;
la vescica iperattiva è caratterizzata da contrazioni involontarie della vescica. Vi sono diversi tipi di vescica iperattiva: quella che porta ad avere un frequente ed urgente bisogno di urinare (frequenza-urgenza), e quella più seria in cui vi è un'incapacità a trattenere l'urina o le perdite (incontinenza da urgenza);
fattori quali la menopausa o una prostata ingrossata possono aumentare il rischio di problemi di controllo della vescica. La vescica iperattiva non fa parte del normale processo di invecchiamento. Gravidanza, parto, obesità, muscolatura pelvica debole, diabete, cancro alla prostata, cancro o calcoli alla vescica e disturbi neurologici rappresentano ulteriori fattori concorrenti. Inoltre, l'utilizzo di alcuni farmaci, elevati livelli di calcio, stitichezza o inattività fisica possono incrementare il rischio;
le ripercussioni del disturbo sulle normali attività quotidiane risultano sempre molto preoccupanti perché limitano notevolmente la qualità della vita alla persona che ne soffre essendo causa di imbarazzo, isolamento, stress, insonnia che molto spesso sfocia in una vera sindrome depressiva;
considerato che:
la vescica iperattiva è un problema socio-sanitario emergente, tanto che è stato stimato che il 10,7 per cento della popolazione mondiale (460 milioni di donne e di uomini) sia colpito da questa sindrome;
in Italia si calcolano oltre 3 milioni di pazienti con la vescica iperattiva, e di questi il numero maggiore sono donne. L'alta prevalenza femminile porta ad importanti implicazioni per quanto attiene alla sanità pubblica in termini di assistenza e cura della patologia dal punto di vista clinico;
il paziente donna più dell'uomo, che soffre di incontinenza urinaria da vescica iperattiva e dei disturbi correlati, è particolarmente riluttante a parlare del suo problema, rendendo così più complicata una diagnosi in tempi stretti e di conseguenza un puntuale percorso clinico di cura,
impegna il Governo:
a promuovere sia in ambito nazionale che tramite le ASL regionali adeguate campagne informative e di sensibilizzazione del fenomeno, che spieghino, soprattutto alle donne, che il primo passo da compiere è quello di un'accurata visita medica che permetta di inquadrare le cause che hanno portato la persona a soffrire di questa patologia, così da approfondire il quadro clinico con accurati esami di primo e di secondo livello, essendo l'unica strada percorribile per individuare un adeguato percorso di cura;
ad agevolare quella fascia di pazienti, prevalentemente anziani, che soffrono della sindrome da vescica iperattiva, predisponendo tramite il Servizio sanitario nazionale percorsi diagnostico-terapeutici in grado di integrare l'operato del medico di medicina generale e quello dei diversi specialisti interessati (ginecologo, urologo, fisiatra), permettendo anche una risposta adeguata in termini di trattamento riabilitativo e/o farmacologico sempre a totale carico del sistema sanitario.
(1-00570)