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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 677 del 22/02/2012


Interpellanze

LANNUTTI - Ai Ministri per i beni e le attività culturali e dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

si apprende da notizie stampa che la presunta "patacca" di un crocifisso ligneo del finto Michelangelo, acquistato nel 2008 con i soldi pubblici per oltre 3 milioni di euro, è finita alla Corte dei conti, che indaga per danno erariale, nonostante le dichiarazioni dell'attuale direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, il quale dichiarò di non vedere come un giudice contabile possa esprimersi su un'analisi storico-artistica;

Tomaso Montanari e Malcom Pagani hanno raccontato su "Il Fatto Quotidiano" del 18 febbraio 2012, la storia del crocefisso pagato a peso d'oro: «Secondo Roberto Cecchi, cattoarchitetto dalle trame celesti, mancato ministro e infine sottosegretario senza deleghe ai Beni culturali del Governo Monti, il presunto cristo ligneo di Michelangelo, fatto acquistare su sua pressante insistenza allo Stato per la cifra di 3.250.000 euro nel 2008, è una scultura che "può essere facilmente trasportata, senza dare tutti quei problemi di conservazione che altre opere pongono". La Corte dei conti gli ha dato ragione, trasferendo i quaranta centimetri del crocifisso dai depositi del Polo museale fiorentino alle aule di tribunale e rinviando a giudizio Cecchi ed altre quattro persone per "danno erariale"; secondo molti studiosi il Cristo altro non era che un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro. Cecchi si batté per farlo comprare al Mibac (la proposta venne accettata a sole 24 ore dall'offerta) e oggi si ritrova nei guai per un'opera che rischia di rivelarsi una crosta pagata circa 150 volte il suo reale valore; ancora una volta il professor Roberto Cecchi è oggetto di attenzioni e approfondimenti non esattamente accademici. E la sua posizione nell'esecutivo tecnico, foriera di imbarazzi non cattedratici. Dopo gli scivoloni di Bondi e Galan, altre ombre, non solo economiche sull'istituzione. Dicono che ieri sera il ministro Ornaghi fosse furibondo per l'ennesimo non commendevole faro acceso sul suo collaboratore. Che attendesse un gesto di buona volontà o una mossa di Cecchi che - giura chi lo conosce - non verrà né oggi né domani. Niente dimissioni per Cecchi (neanche se consigliato in tal senso) perché fanno sapere dal ministero: ("somiglierebbero a un'ammissione di colpa"). La parola per Cecchi è eretica e le stanze del collegio romano non somigliano per nulla a quelle inflessibili della Germania; dopo l'apertura di un fascicolo in Procura a Roma sulle curiose modalità di cessione del restauro del Colosseo a Diego Della Valle, la scoperta di una serie di lettere firmate nel 2006 (quando era direttore generale dei beni architettonici e paesaggistici) volte a far ottenere al suo editore Armando Verdiglione denaro dal Mibac per il restauro di Villa San Carlo Borromeo e una sofferta archiviazione con proscioglimento per abuso d'ufficio su un vincolo fatto togliere a un mobile settecentesco, Cecchi è ancora in piedi. Trasversalmente appoggiato (...) Cecchi in queste ore riflette. In attesa che la Corte dei conti proceda, essere eucaristici sul Cristo ligneo di Michelangelo è affare complicato. Il sottosegretario Cecchi non si limitò infatti a firmare le carte. Pretese, ottenne e interpretò la parte del prim'attore. Fu lui a imprimere la svolta decisiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata e ancora lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all'osso. Cecchi difese con vigore l'acquisto, firmando un aggressivo memoriale di risposta all'interrogazione che un anno più tardi portò in Parlamento una polemica a tinte grottesche che già divampava sui giornali di tutto il mondo. La Corte dei conti si è concentrata sulla valutazione che Cecchi dette alla perizia del venditore (la definì oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (incomprensibilmente sdoganato come attendibile e autorevole da un passivo Comitato tecnico scientifico). Senza che l'attuale sottosegretario pensasse a coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente. Nell'operazione, tra buchi e omissioni, i misteri del caso. Cecchi non riuscì a farsi dire da dove venisse davvero l'opera (finendo così per girare al pubblico del Tg1 l'ipotesi della "derivazione fiorentina": mentre il Cristo proveniva dagli Stati Uniti, dove era stato acquistato per diecimila euro). Inoltre non si preoccupò di indagare sul perché l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse saggiamente rinunciato all'acquisto pochi mesi prima e permise che a certificare il prezzo fosse Cristina Acidini, la stessa funzionaria che aveva proposto l'acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. Soprattutto, non si chiese Cecchi, perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale (18 milioni) posta all'allora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato. Oggi, in luogo di un artista, ad essere crocifisso è Cecchi e la sua idea di un 'Michelangelo portatile adatto all'industria delle mostre commerciali che promuovono soprattutto chi le organizza. Cecchi, il supertecnico che intervistato dal Corsera qualche giorno fa ha dichiarato di considerare suo nemico mortale Italia Nostra, la principale associazione per la difesa del patrimonio e del paesaggio italiani, della macchina delle mostre blockbuster è spassionato sostenitore. Non è detto che tra qualche mese, da privato cittadino, non possa promuoverne a pieno titolo»;

considerato che:

prosegue "Il Fatto Quotidiano" in un altro articolo : «Dopo le presentazioni di rito e un breve tour propedeutico all'applauso del pubblico pagante, il presunto Cristo ligneo di Michelangelo giace in una cassaforte del Polo museale fiorentino. Blindato e nascosto alla vista nonostante non valga che poche migliaia di euro (per Christie's ne varrebbe 60.000) e per accaparrarselo (...) lo Stato italiano avesse sborsato nel 2008 oltre 3 milioni. Un acquisto perorato dal sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi che rinviato a giudizio dalla Corte dei conti per danno erariale, grida al complotto e si difende. Riceve l'abbraccio mortale del ministro di allora, Sandro Bondi, che rivendica la "bontà dell'operazione" e lamenta "accanimento". Parla di "situazione indecente" Cecchi, sostenendo che la stessa Corte avesse fornito "legittimità all'acquisto registrando il contratto relativo", ma dimenticando di rimarcare come ciò accada, per obbligo e senza alcuna valutazione nel merito, per ogni singola acquisizione statale. Al ministero sono in difficoltà e il titolare di ruolo, Lorenzo Ornaghi, impegnato ieri nel Concistoro, ha vissuto con il suo vice un déjà-vu che sta diventando regola. Il caos del Mibac è senza argini, stride con il basso profilo imposto da Monti e nonostante il cambio d'abito, somiglia alle ultime discutibili gestioni berlusconiane. Ornaghi non ha capito dove si trova, ma regge un dicastero inclinato come la Costa Concordia. Una falla al giorno da coprire, mentre l'aria, pesante, è ammantata da spifferi, fughe di notizie e faide. Prima il buco del presidente del Consiglio Superiore, il professor conte Andrea Carandini, colto ad autorimborsarsi per quasi 300.000 euro il restauro del castello di famiglia senza aprirlo al pubblico come legge pretenderebbe. Quando L'Espresso e Saturno tirano fuori l'aristocratica manfrina, Ornaghi è costretto a emettere un sofferto comunicato in cui ribadisce a Carandini la sua fiducia. Parole che gli valgono un'inaudita reprimenda del Pd: "Spiace davvero - dichiara Orfini - che Ornaghi abbia deciso di coprire comportamenti che umiliano la storia del ministero che è chiamato a dirigere". Poi Cecchi. Nonostante non gli avesse concesso le deleghe, in un empito di ecumenismo, Ornaghi aveva deciso di fargli nominare il nuovo direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Il candidato più autorevole sarebbe stato Gino Famiglietti, coautore del Codice dei Beni culturali. Famiglietti fu rimosso dalla posizione di vice capo dell'ufficio legislativo del Mibac e spedito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi e costata al sottosegretario un procedimento giudiziario concluso con un'archiviazione per abuso d'ufficio. In Molise, Famiglietti non si è dato per vinto, e ha ingaggiato una dura battaglia contro gli insediamenti delle pale eoliche. Alla fine dello scorso novembre, "Italia Nostra" ha assegnato proprio a Famiglietti il premio Umberto Zanotti Bianco: sorta di Nobel italiano della tutela. Un candidato lontano mille miglia dal modello Cecchi che al suo posto, infatti, nomina Maddalena Ragni. Da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, Ragni era salita all'onore delle cronache per lo spostamento (qualcuno insinua la distruzione) di un'area archeologica che avrebbe 'intralciato' la realizzazione di un capannone industriale della Laika»;

sul "Corriere della Sera", Cecchi si difende: «"Citerò due pareri. Federico Zeri, su Il giornale dell'arte: 'Se non è Michelangelo, è Dio'. Salvatore Settis, allora presidente del consiglio superiore dei Beni culturali, il 18 novembre 2008, prima dell'acquisto mi scrive: 'Caro Roberto, mi sembra un'ottima decisione'". Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali del ministro Lorenzo Ornaghi, parla dopo la citazione della Corte dei Conti per i 3 milioni 250 mila euro pagati per il Crocifisso attribuito a Michelangelo. Per la Corte non vale più di 700 mila euro. Valutazione basata su una stima come 'scuola di Michelangelo'. Di qui l'ipotesi di danno erariale con richiesta di risarcimento. Oltre a Cecchi, la contestazione riguarda Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino e altri quattro tecnici. A difendere Cecchi, ai tempi direttore generale per i Beni storico artistici, l'allora ministro Sandro Bondi: 'Rivendico bontà e correttezza delle decisioni, che hanno avuto il mio benestare finale dopo un esame di merito rigoroso e professionalmente corretto dei tecnici del ministero'. (...) 'Dimostreremo di aver agito solo nell'interesse pubblico e con la massima correttezza. Forse qualcuno pensa che, al ministero, una mattina un dirigente si sveglia e compera ciò che vuole. Per fortuna non è così'". Tra il 2004 e il 2006 arrivano molte attribuzioni a Michelangelo: Umberto Baldini, Giorgio Bonsanti Arturo Carlo Quintavalle, Timothy Verdon, Luciano Bellosi. "Le uniche voci contrarie sono quelle di James Beck e di Margrit Lisner che lo attribuisce al Sansovino". E l'opinione negativa espressa, per esempio, da Mina Gregori? "Non risulta prima dell'acquisto, vengo a saperlo dopo...". Nel 2007 l'opera è sul mercato e nel luglio-agosto Paolucci e Acidini ne chiedono l'acquisto da parte dello Stato: "Qui scatta l'iter previsto dal decreto del presidente della Repubblica 233 del 1977 sull'acquisto di beni privati. Il Comitato di settore storico artistico il 31 dicembre 2007 si orienta per l'acquisto chiedendo 'condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo'"»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il professor Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, abbia utilizzato 300.000 euro di risorse pubbliche per restaurare il castello di famiglia, violando la legge ed in caso affermativo se non occorra un'azione di rivalsa per recuperare i fondi ed un atto doveroso di sfiducia per esonerare Carandini dall'incarico;

se il Governo ritenga che in una fase di crisi economica come l'attuale, con licenziamenti ed operazioni di revisioni della spesa con conseguenti risparmi, possano essere impiegati oltre 3 milioni di euro per acquistare una statua lignea di Cristo di dubbia provenienza ed incerta fattibilità, a quanto risulta all'interrogante per appagare le manie di grandezza di un dirigente del Ministero per i beni e le attività culturali;

se risponda al vero che Gino Famiglietti, coautore del codice dei beni culturali, venne rimosso dalla posizione di vice capo dell'ufficio legislativo del Ministero per i beni e le attività culturali e trasferito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi;

se la nomina di Maddalena Ragni, che da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, in luogo di Famiglietti, al quale "Italia Nostra" ha assegnato proprio il premio Umberto Zanotti Bianco, non abbia determinato un danno al prestigio del Ministero;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza e sobrietà al criticato operato del Ministero per i beni e le attività culturali.

(2-00431)

LANNUTTI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

a giudizio dell'interpellante il presidente dell'Isvap Giancarlo Giannini, proveniente dal mondo delle assicurazioni, ha improntato la sua gestione sulla più totale opacità e, fatto salvo un recentissimo ravvedimento operoso in merito ad un diniego sull'obbligo di polizze vita imposte dalle banche per contrarre un mutuo, non è riuscito, durante il suo lungo e lucroso mandato che vorrebbe prorogare, ad offrire una tutela minimale agli assicurati, né a cercare di calmierare le tariffe delle polizze obbligatorie RC Auto, aumentate del 190 per cento dal momento della loro liberalizzazione;

l'Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private (Isvap), si legge nell'homepage del sito, "opera per garantire la stabilità del mercato e delle imprese di assicurazione, nonché la trasparenza dei prodotti nell'interesse degli assicurati e degli utenti in generale", ma risulta all'interpellante che non ha mai garantito i diritti dei consumatori, al punto da essere accusato, a torto o a ragione, di contiguità con le compagnie vigilate;

in un articolo pubblicato su "Affari & Finanza" di "la Repubblica" del 9 marzo 2009, dal titolo: "I consumatori attaccano l'Isvap ma c'è anche chi la difende", Luisa Grion traccia un bilancio in chiaroscuro di un chiacchierato istituto: «C'è chi pensa che se sparisse domani ne guadagneremmo tutti un taglio del 10 per cento sulle tariffe, e chi si domanda dove fosse mai andato a finire quando ha consentito, per anni, la vendita di prodotti assicurativi che non offrivano la minima tutela ai consumatori. C'è chi da tempo ne chiede l'abolizione e chi pensa che le sue competenze dovrebbero passare subito all'Antitrust. No, eccezioni a parte, non è decisamente buono il rapporto che corre fra le associazioni dei consumatori e l'Isvap, l'istituto di vigilanza sulle assicurazioni private. L'obiettivo dichiarato è chiaro (…). Eppure fra i diretti interessati molti pensano che l'istituto autonomo dal 1982 non porti a termine il suo compito ed alcuni sostengono addirittura che operi in piena connivenza di intenti con le compagnie assicurative (…). Non solo non va a fondo quando dovrebbe, ma ostacola pure chi invece ci prova. Ha duramente criticato l'Antitrust quando si è permessa di dire che le compagnie assicurative agivano in cartello, sostenendo che quella materia era di sua competenza. Si schiera facilmente dalla parte degli assicuratori, piuttosto che degli assicurati»;

sulla vicenda Fonsai-Premafin, come ricordato dall'interpellante in vari atti di sindacato ispettivo (4-06771, 2-00404, 4-06726), l'Isvap non sembra aver correttamente vigilato sui bilanci delle compagnie che creavano perdite enormi, anche per finanziare gli hobby dei rampolli dell'ingegner Ligresti come il famoso cavallo Toulon preso in leasing da Unicredit per assecondare le voglie di cavalcata di una delle figlie, creando un buco di bilancio di ben 1,1 miliardi di euro nell'ultimo anno;

a quanto risulta all'interpellante, la comoda poltrona di presidente Isvap, crocevia del potere finanziario ed assicurativo, continua a fare gola al suo occupante, al punto tale da indurlo a porre in essere tutti gli artifici per prorogarne la scadenza, come risulta da un articolo pubblicato su "La Repubblica" in data 18 febbraio 2012: «A sole 24 ore dalla richiesta dell'Isvap, Sator e Palladio hanno fatto pervenire le loro risposte all'authority sul patto di consultazione siglato sull'8% delle azioni Fondiaria Sai. Allo stesso tempo l'authority che deve avere a cuore la stabilità e la solidità del sistema assicurativo non ha ancora ricevuto alcun documento sul piano di rafforzamento patrimoniale che Fondiaria Sai dovrebbe portare avanti attraverso l'intervento di Unipol, nonostante la lettera dell'Isvap che lo richiedeva sia stata spedita il 10 gennaio scorso. Così come nulla si sa dell'aumento di capitale di Premafin riservato a Unipol, da cui dovrebbe partire tutta l'operazione architettata da Mediobanca e Unicredit in qualità di grandi creditori della compagnia assicurativa. L'unica cosa concreta, al momento, sono le convocazioni delle rispettive assemblee di Fonsai e Unipol chiamate a deliberare gli aumenti di capitale da complessivi 2,2 miliardi. Un comportamento sbilanciato che sta mettendo sempre più sotto i riflettori la gestione di Giancarlo Giannini all'Isvap. La prova delle tensioni interne all'istituto viene anche da un infuocato comunicato sindacale che denuncia un colpo di mano della dirigenza sulla nuova ristrutturazione interna dell'authority dopo che quella del 2003 è stata disattesa. "Non interessa l'efficienza del lavoro e una migliore organizzazione scrivono congiuntamente Fisac-Cgil, Fiba-Cisl, Uilca-Uil e Snfia - ciò che interessa è altro: creare un sistema di potere e di controllo e far trovare al nuovo presidente una struttura blindata, con tutte le caselle che contano ben coperte". Ma ecco il colpo di scena. Giannini dovrebbe scadere a maggio e non essere più rieleggibile ma, a quanto risulta da fonti autorevoli, in Parlamento si stanno muovendo pedine per facilitare una sua proroga di altri due anni. Il piano è portato avanti da alcuni parlamentari che stanno progettando una modifica della legge in vigore per separare la carica di presidente dell'Istituto da quella di direttore generale. La modifica consentirebbe la conferma alla presidenza di Giannini e l'ascesa di Flavia Mazzarella alla direzione generale. Un piano che secondo alcuni non sarebbe slegato dalla vicenda Fonsai-Ligresti sulla quale l'Isvap è intervenuta la prima volta soltanto a marzo 2011 e sulla quale sarà chiamata a esprimersi quando il piano di rafforzamento sarà presentato nella sua versione definitiva. Sempre che non sia già saltato, viste le difficoltà degli ultimi giorni. Oltre all'incursione di Palladio e Sator, infatti, desta non poche preoccupazioni la ventilata fusione di Premafin con 320 milioni di debiti in Fonsai. L'operazione assomiglia a un "leverage" applicato a una società assicurativa nella quale i titolari delle polizze dovrebbero essere tutelati alla stregua di veri e propri creditori. Forse anche per questo motivo Unipol avrebbe chiesto a Unicredit e alle banche creditrici di trasformare una parte di quei crediti in capitale, fatto che però non è stato digerito bene dalla banca di piazza Cordusio. La quale avrebbe aperto canali di comunicazione con i due nuovi azionisti Roberto Meneguzzo e Matteo Arpe per sondare eventuali soluzioni alternative»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza delle motivazioni degli omessi controlli dei bilanci del gruppo Ligresti da parte dell'Isvap, presieduta da Giancarlo Giannini, le cui carenze hanno prodotto un deficit da 1,1 miliardi di euro, e delle ragioni che hanno indotto l'Isvap a muovere i primi rilievi soltanto nel marzo 2011, quando la disinvolta gestione ed il "saccheggio" dei gruppi assicurativi non potevano più essere evitati;

se sia al corrente delle tensioni interne all'Istituto manifestate da un comunicato sindacale che denuncia un colpo di mano della dirigenza sulla nuova ristrutturazione interna dell'authority, dopo che quella del 2003 è stata disattesa, poiché, hanno scritto congiuntamente Fisac-Cgil, Fiba-Cisl, Uilca-Uil e Snfia, non interessano l'efficienza del lavoro e una migliore organizzazione, ma la creazione di un sistema di potere e di controllo, per far trovare al nuovo presidente una struttura blindata, con tutte le caselle che contano ben coperte;

se intenda assicurare la propria indisponibilità a sostenere eventuali proposte di modifica della normativa vigente che possano consentire a Giannini di continuare a svolgere - per un ulteriore mandato - l'incarico di presidente dell'Isvap;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che autorità importanti come l'Isvap vengano manovrate dai grandi gruppi economici, per rendere meno contendibile il mercato e più onerosi i costi e le tariffe addossate ai consumatori.

(2-00432)

LANNUTTI - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per la coesione territoriale - Premesso che:

le inchieste delle Procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri sul "sistema gelatinoso" Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione civile ridotta a spa del consenso, su un Ministro "distratto" e sul suo «mezzanino del Colosseo» - come definito in un articolo pubblicato su "La Repubblica" il 22 novembre 2011 -, hanno messo in luce un "ricarico" per la realizzazione delle opere anche superiore al 40 per cento;

scrive Carlo Bonini nel citato articolo: «Nelle carte di quelle inchieste (...) è stato documentato quale "ricarico" le prassi corrotte di un sistema di relazioni hanno accollato alle (...) tasche» dei cittadini: «su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell'Unità d'Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro. Oltre il 40 per cento dell'importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati. Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro. Per avere un'idea, con quel denaro succhiato dal "Sistema gelatinoso" (259 milioni) oggi - come documentano le richieste sin qui ritenute "irricevibili" da un bilancio pubblico allo stremo - sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell'umanità come Pompei o la costruzione di ospedali nell'Abruzzo del dopo-terremoto. I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità nel calcolo del "ricarico" imposto dal "Sistema", ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale. Nell'Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il "dazio" sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento. In quindici anni, è raddoppiato. Anche perché la "catena alimentare" che deve sfamare si è allungata. Politici, funzionari pubblici, professionisti. (…) L'isola della Maddalena e le sue opere per un G8 che non ha mai ospitato, sono e resteranno il monumento alla rapacità di un "Sistema" che si muoveva protetto dalle "procedure semplificate e di urgenza" che la legge riconosce agli interventi della Protezione Civile. Assimilato ad una "calamità naturale", un Grande Evento di cui pure si conosceva la data da nove anni, diventa una corsa contro il tempo che divora oltre 125 milioni di euro in "costi aggiuntivi". I 284 milioni di opere messi a bilancio al momento dell'affidamento degli appalti si gonfiano fino a superare i 410 milioni. Nessuno, ad esempio, chiede cosa diavolo accada nel quarto lotto del cantiere in cui si lavora alla "realizzazione del palazzo conferenza e dell'area delegati". L'appalto è stato aggiudicato l'11 luglio del 2008 con un ribasso d'asta del 5,9 per cento per 52 milioni di euro. Una cifra che, a distanza di neppure un anno, tra il giugno e il settembre del 2009, raddoppia, passando a 105 milioni di euro. Tanta distrazione ha una risposta nel nome del costruttore che quell'appalto si è aggiudicato: Diego Anemone, la "tasca" del "Sistema". L'imprenditore da cui prende ordini Angelo Balducci, la più alta autorità amministrativa in materia di appalti pubblici"»;

considerato che:

il sistema della lievitazione di costi sugli appalti pubblici e la prosecuzione senza gara dei lavori, denominati "project financing" dalle stesse imprese, nascondono spesso buchi neri ed una devastazione di ogni regola di legalità, come racconta Cecilia Gentile, su "La Repubblica" di Roma, in merito ai costi alle stelle della Metro C a Roma, con i privati che vogliono 10 miliardi di euro e 500 milioni di immobili di pregio. Si legge nel citato articolo: «Un costo complessivo di oltre 10 miliardi, più la cessione di 175 mila metri quadrati di aree nel centro di Roma per un valore di 415 milioni di euro. Queste le cifre da capogiro della proposta presentata al Campidoglio e a Roma Metropolitane per il completamento della metro C dal Colosseo alla stazione Farnesina. Proposta avanzata sotto forma di project finacing dalle stesse imprese che stanno realizzando il tratto Pantano-Centocelle-San Giovanni-Colosseo con fondi pubblici, quelli di volta in volta sbloccati dallo Stato a seguito dell'inserimento della linea C tra le grandi opere della legge obiettivo. Il problema, però, è che nel corso degli anni i soldi sono finiti, perché i tre miliardi di euro previsti nel 2006 per la realizzazione dell'intero percorso, 25,5 chilometri da Clodio-Mazzini a Pantano, con trenta stazioni e treni a guida interamente automatizzata, sono stati mangiati solo per il tracciato Pantano Colosseo. Ed è a questo punto che è arrivata la bocciatura della Corte dei Conti, sui prezzi lievitati e sul rischio assai concreto che la terza metropolitana di Roma debba concludersi a metà percorso, togliendo senso al concetto di rete sotterranea e all'intero progetto. Fermandosi al Colosseo, infatti, la metro C non avrebbe più lo scambio con la linea A alla stazione Ottaviano e con la D a piazza Venezia. E qui, anche, che si è inserita la proposta dell'Ati vincitrice della gara nel febbraio 2006, costituita da Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferrioviari, proposta sostanzialmente rispedita al mittente da Roma Metropolitane. La relazione firmata il 1° dicembre 2011 dal responsabile del procedimento della linea C Giovanni Simonacci chiede sostanziali modifiche al testo, tra l'altro già frutto di precedenti modifiche. Prima di tutto Simonacci ricorda che la proposta delle imprese non può essere oggetto di affidamento diretto, come invece loro richiedono, perché la legge non lo permette. Poi chiede di eliminare "ogni elemento riferito alla proposta di valorizzazione". Argomento questo scabrosissimo, perché i costruttori, come fa sapere il professor Antonio Tamburrino, di Italia Nostra, "vogliono le caserme e i depositi Atac in centro, per una superficie di 175mila metri quadrati, che viene sottostimata per soli 415 milioni di euro". Richiesta comunque irricevibile, perché, come scrive la relazione di Simonacci "gran parte delle aree oggetto di valorizzazione immobiliare non sono nella disponibilità di Roma Capitale ed alcune di tali aree, di proprietà del ministero della Difesa, non rientrano nel piano di alienazione della città di Roma". Ma l'elemento più preoccupante dell'intera proposta di project financing è il piano economico e finanziario. Il costo complessivo per 7,1 chilometri di metropolitana con sette stazioni è pari a due miliardi e 608 milioni di euro, con un costo a chilometro aumentato in media del 34% rispetto al costo/Km della tratta T3, cioè la San Giovanni Colosseo, che ha già lievitato i costi passando dagli iniziali 480 milioni ai 792 appena sbloccati dal Cipe, il comitato interministeriale programmazione economica. "Questa metro verrebbe a costare 366 milioni al chilometro, una cifra impressionante considerando che il costo di un chilometro di metropolitana va dai 100 ai 150 milioni a chilometro", osserva Tamburrino. La proposta delle imprese, dando per scontato che il Comune non possa pagare in contanti nel corso della realizzazione della metro, da ultimare entro il 30 giugno 2021, prospetta un'altra modalità di pagamento. Un miliardo e 243 milioni durante i lavori, poi un canone di gestione di otto miliardi e 945 milioni da versare nel corso dei 25 anni di gestione dell'intero tracciato della C, gestione prevista dal project financing, da Pantano a Farnesina, più le aree della valorizzazione immobiliare che, sempre dai costruttori, vengono stimate 415 milioni di euro»;

su un progetto troppo oneroso ripartito in quote ai grandi costruttori quali Caltagirone, Astaldi, Ansaldo, le Coop di Bologna, e già bocciato dalla Corte dei conti per l'eccessivo dispendio di risorse pubbliche, ha rincarato la dose Federico Bortoli, dimissionario amministratore delegato di Roma Metropolitante, in un articolo pubblicato da Giovanna Vitale per "La Repubblica-Roma": «Non c'è soltanto l'amarezza per non essere stato difeso dal sindaco Alemanno allorché, una ventina di giorni fa, la Corte dei Conti ha puntato il dito contro la fallimentare (e costosissima) gestione dei lavori della metro C. Dietro le dimissioni presentate dall'ad di Roma Metropolitane, Federico Bortoli, c'è anche un calcolo preciso: far uscire l'amministrazione allo scoperto, costringerla pubblicamente a rinnovargli la fiducia ora che il suo contratto sta per scadere. Il rapporto dell'avvocato che ha scalato tutti i gradini della società capitolina, passando indenne da Veltroni ad Alemanno, si sarebbe interrotto fra un mese, salvo proroga fino a maggio, data dell'approvazione del bilancio 2011. Ecco perché Bortoli, fiutando l'aria divenuta pesante dopo il j'accuse della magistratura contabile amplificati da stampa e tv, ha deciso di forzare la mano. Centrando il bersaglio. "Abbiamo grande stima e fiducia nel lavoro svolto non solo da Roma Metropolitane ma anche dall'amministratore delegato", s'è affrettato a precisare il titolare della Mobilità Antonello Aurigemma, mentre una nota del Campidoglio informava che sindaco e assessore lo vedranno la prossima settimana per "ragionare sulle ragioni delle dimissioni, motivate dagli attacchi indiscriminati e ideologici subiti dall'ad contro la realizzazione delle metropolitane e, in particolare, contro l'utilizzo dello strumento del project financing". Un passaggio, quest'ultimo, che spiega molto più di quanto non appaia a prima vista. Ciò che infatti Alemanno vuole assolutamente impedire, e Bortoli lo sa bene, è che venga svelato il braccio di ferro consumato nei mesi scorsi tra il Campidoglio e Roma Metropolitane sulla proposta avanzata a giugno dalla società temporanea di imprese incaricata di costruire la prima tratta della linea C (Pantano Colosseo): ovvero, realizzare anche il secondo spezzone (Colosseo Clodio con prolungamento fino a Farnesina) senza gara e utilizzando il project financing. In sostanza, il consorzio di cui fanno parte Caltagirone e Astaldi, Ansaldo e un paio di coop, si sarebbero fatti carico dei lavori per ultimare il tracciato (ancora non finanziato) mettendo propri capitali in cambio di cubature e della gestione dell'infrastruttura. Un progetto subito accolto con favore dal sindaco, ma criticato da Roma Metropolitane. Che, in un report riservato inviato al Dipartimento Mobilità, aveva sottolineato l'onerosità per il pubblico di un'operazione peraltro giuridicamente non sostenibile. Rilievi di cui però Alemanno non ha voluto tener conto, continuando anzi a sostenere che "per l'ultimo tratto della linea C ci sarà un project financing così com'è stato fatto per Casal Monastero". Un "entusiasmo contraddittorio", denuncerà poi la Corte dei Conti, "visto che in precedenza tale possibilità fu più volte respinta, a seguito di documentati e approfonditi studi commissionati dall'amministrazione stessa". Gli studi di Roma Metropolitane, appunto. Bortoli aveva dunque dei dubbi sulla possibilità di affidare ai soliti noti la realizzazione della seconda tratta in cambio di cemento. Ma Alemanno ha chiuso quel report in un cassetto. Una prova da nascondere a tutti i costi. Riconfermando l'ad che sapeva troppo»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della vicenda richiamata ed in particolare della proposta avanzata sotto forma di project financing dalle imprese Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferroviari, che stanno realizzando il tratto Pantano-Centocelle-San Giovanni-Colosseo con fondi pubblici, quelli di volta in volta sbloccati dallo Stato a seguito dell'inserimento della linea C tra le grandi opere della legge obiettivo, proposta che a giudizio dell'interrogante rappresenterebbe una forzatura ed un inaccettabile sperpero di pubbliche risorse atteso il rischio che la terza metropolitana di Roma debba concludersi a metà percorso, togliendo senso al concetto di rete sotterranea e all'intero progetto, poiché, fermandosi al Colosseo, la metro C non avrebbe più lo scambio con la linea A alla stazione Ottaviano e con la D a piazza Venezia;

se risulti che le richieste dell'associazione temporanea di imprese (Ati), vincitrice della gara nel febbraio 2006, costituita da Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferroviari, di acquisire caserme e depositi Atac in centro, per una superficie di 175.000 metri quadrati, per proseguire i lavori in project financing, in palese violazione di una relazione del 1° dicembre 2011 del responsabile del procedimento della linea C Giovanni Simonacci, che respinge la proposta delle imprese in affidamento diretto, costituiscano evidente violazione del codice degli appalti di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006;

se risponda al vero che il costo per chilometro della metro C di Roma schizzerebbe con tali richieste a 366 milioni di euro a chilometro, oltre il doppio di quanto è stato necessario per costruire analoghe tratte di metropolitane costate 100, massimo 150 milioni di euro a chilometro;

se risultino le motivazioni che hanno indotto il consorzio vincitore dell'appalto a far lievitare costi in modo esponenziale e, di conseguenza, quali interventi il Governo intenda attivare per evitare sperperi e sprechi nella gestione delle grandi opere.

(2-00433)