Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 18,59)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.
CARRARA (CN:GS-SI-PID-IB). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario Magri e colleghe, il decreto che abbiamo da poco discusso in Commissione e che ora stiamo discutendo in Aula riorganizza e ottimizza l'impegno dei nostri militari impegnati con convinzione e spirito di sacrificio nelle missioni internazionali. Aggiorna le priorità strategiche sempre rispettando gli impegni presi in ambito internazionale, tenuto conto anche degli sviluppi sul terreno. Valuta ogni possibile ridefinizione dei nostri contingenti tagliando i costi ed il numero dei soldati impegnati nelle missioni all'estero.
Nello specifico, il provvedimento si compone di 11 articoli e si suddivide in tre Capi: il I, composto da 6 articoli, reca le autorizzazioni di spesa dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 necessarie alla proroga del termine per la partecipazione italiana a diverse missioni internazionali delle Forze armate e delle forze di polizia, le relative norme sul personale, nonché quelle in materia penale e contabile. Sono inoltre inserite disposizioni concernenti l'Amministrazione della difesa e talune misure di contrasto al fenomeno della pirateria in acque internazionali, argomento oggi particolarmente sensibile, e per non ripetermi condivido quanto ha testé detto il collega Amato nel suo intervento.
Il Capo II del decreto-legge in esame, reca, invece, gli interventi di cooperazione allo sviluppo e al sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione.
Ci tengo a sottolineare che siamo tra i Paesi più avanzati al mondo. Siamo una grande democrazia e le nostre Forze armate risultano essere tra le più moderne e meglio organizzate e siamo in grado di operare con efficienza in qualsiasi teatro strategico. La partecipazione alle missioni di pace, inoltre, consente all'Italia di rimanere parte attiva nei centri decisionali e rappresentare con fermezza le potenzialità dell'Italia stessa.
Nello specifico, il comma 1 del primo articolo del decreto in esame reca iniziative in favore dell'Afghanistan. Sulla presenza del contingente italiano in questo Paese così problematico si è parlato e si parla molto. Purtroppo questo tema appare sulle prime pagine dei quotidiani e sui titoli dei programmi televisivi quasi esclusivamente quando vi sono caduti o feriti; un tributo di vite umane che, dall'inizio della missione ad oggi, ha raggiunto le 49 unità. Colgo l'occasione per fare le nostre condoglianze alle famiglie dei tre militari del 66° Reggimento fanteria «Trieste», deceduti ieri a causa di un incidente stradale in Afghanistan. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Amato).
Non possiamo, comunque, mettere in discussione un obbiettivo strategico nazionale con l'impegno della NATO nella missione in Afghanistan ogni volta che c'è un incidente a livello tattico, soprattutto per rispetto nei confronti dei nostri militari che tanto hanno fatto e tuttora stanno facendo per quel Paese. L'impegno dei nostri militari, sostenuto dalle misure e dalle iniziative presentate nel decreto che stiamo discutendo, ha l'intento di consegnare ai cittadini afghani uno Stato democratico ed ordinato, ove uomini e donne possano godere degli stessi diritti e doveri. Nonostante i progressi compiuti grazie all'impegno internazionale a partire dal 2001, infatti, l'Afghanistan rimane un Paese fragile - voglio sottolineare fragile - dove la legittimità del Governo in alcune province meridionali e orientali è ancora oggi del tutto assente.
Le iniziative saranno rivolte principalmente al sostegno al settore sanitario ed educativo, a quello istituzionale e tecnico, a quello della piccola e media impresa e ai mezzi di comunicazione locali non solo dell'Afghanistan ma anche di altre zone come, ad esempio il Pakistan. Il Ministero degli affari esteri sosterrà l'operato delle organizzazioni non governative ed è autorizzato a inviare o reclutare in loco personale destinato alla sede della cooperazione italiana ad Herat.
Come ben sappiamo, colleghi, l'impegno dei nostri militari non si limita solo all'Afghanistan, ma è rivolto anche ad altri Paesi quali l'Iraq, il Libano, il Myanmar, il Pakistan, la Somalia, il Sudan e la Libia. Nel Capo II del presente decreto-legge vengono promossi degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione.
Per quanto riguarda gli aspetti di competenza della Difesa, il presente decreto, all'articolo 5, reca alcune disposizioni per l'Amministrazione stessa. Tali disposizioni non erano presenti nei precedenti decreti-legge di proroga delle missioni internazionali e sono molto importanti poiché sono finalizzate al miglioramento dell'operatività dello strumento militare, per le esigenze connesse all'impiego del personale militare nelle missioni internazionali e nelle attività istituzionali svolte sul territorio nazionale, sia dal punto di vista organizzativo che da quello finanziario.
Il decreto prevede inoltre risorse stanziate per le missioni in Bosnia, ad Hebron, a Rafah, in Sudan, a Cipro, in Iraq e in Kosovo.
Di particolare importanza è da notare nel decreto in discussione la normativa che prevede l'impiego di militari o di contractor privati sulle navi italiane, per scoraggiare e per difendersi dal pericolo della pirateria sulle coste africane e nell'Oceano indiano. Qui mi corre l'obbligo di ricordare, come ha fatto in precedenza il senatore Castelli, il recente fatto di cronaca che ha interessato due nostri marò, Latorre e Girone, vittime di un fermo da parte delle istituzioni indiane. Fermo peraltro illegittimo, secondo le norme internazionali, e per il quale auspico che il Governo si attivi a chiedere ed imporre la doverosa restituzione dei nostri rappresentanti.
Concludo, signor Presidente, dicendo che, grazie a questo decreto, si possono soddisfare due fondamentali esigenze: il mantenimento degli impegni internazionali e una riduzione dei costi. Infatti, il decreto riduce complessivamente di 100 milioni di euro gli stanziamenti rispetto all'anno scorso.
Mi consenta, signor Presidente, di ringraziare i colleghi Cabras e Gamba per l'ottimo lavoro da loro svolto sia in Commissione che in Aula. (Applausi dal Gruppo PdL).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.
CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, questa sera anche noi, come Gruppo, naturalmente rivogliamo il nostro saluto di grande solidarietà e cordoglio alle famiglie e anche a tutte le Forze armate per i nostri tre militari deceduti del 66° reggimento «Trieste» con base a Forlì. Ieri a Shindand, a 150 chilometri da Herat, è successo quanto potrebbe succedere in qualsiasi altro momento, in qualsiasi altra azione di guerriglia, anche di una Task Force 45.
Non esiste differenza tra come si muore. Quando si decide e si muore, lo si fa solo in una missione di pace, e questo non ha nulla a che vedere con la misura e il modo con cui lo si fa. Quindi, onore e rispetto ai nostri militari.
Intanto, questa sera dobbiamo discutere di una materia più generale, che è, giustamente, la proroga delle nostre missioni internazionali, che arrivano finalmente all'approvazione del nostro Parlamento in una fase per certi versi molto delicata e, per ore e giorni, delicatissima. In primo luogo, per quanto riguarda l'assetto degli equilibri geopolitici mondiali in continua evoluzione, come vediamo tutti i giorni, anche per effetto della crisi economica internazionale, che non ha mancato certo di esercitare il proprio impatto anche su questo fronte. In secondo luogo, perché per la prima volta questo provvedimento viene proposto su iniziativa di un Governo di tecnici, come quello guidato dal presidente Monti.
Su questo secondo fronte, registriamo molto positivamente che si è continuato a perseguire il più ampio confronto con tutti i Gruppi parlamentari da parte dei rappresentanti del Governo. Va sottolineato, anche, secondo noi, in modo positivo, il riscadenzamento annuale della proroga, che conferisce una maggiore certezza alle missioni e che abbiamo chiesto per molto tempo, per due o tre anni, in Commissione, senza diversità di partito, di sinistra o di destra, ma assolutamente in maniera bipartisan, consentendo quindi a chi è impegnato sul campo di poter programmare con più ampio respiro e di poter operare con maggiore serenità. Anche se questo richiede, naturalmente, un impegno finanziario più consistente, visto l'ammontare complessivo di un miliardo e mezzo di euro, ma che comunque non va oltre le reali ed effettive esigenze delle varie missioni italiane.
Con il passaggio allo scadenzamento annuale del rifinanziamento si è stabilito (e anche questo aspetto viene visto con favore) che, con la cadenza quadrimestrale che abbiamo deciso nelle Commissioni, i Ministri degli affari esteri e della difesa renderanno comunicazioni alle competenti Commissioni parlamentari circa lo stato delle missioni in corso con riferimento sia agli interventi militari sia agli interventi di cooperazione e di sostegno allo sviluppo, naturalmente in modo diverso. Vogliamo sottolineare, avendo chiesto l'introduzione di questa novità per molto tempo, in passato, che questo Governo ci permette di affrontare questo passaggio da ora in poi.
Va infine positivamente rilevato il maggior coordinamento che il decreto ha voluto introdurre proprio tra gli interventi di cooperazione e quelli più strettamente militari, e ciò anche riequilibrando gli impegni finanziari sui due fronti: un po' di più alla cooperazione, un po' di meno agli interventi militari. Ciò anche a voler sottolineare che nelle missioni internazionali dell'Italia la cooperazione e l'intervento militare di peace-keeping sono due facce della stessa medaglia, cioè quella politica estera che il nostro Paese mostra ancora una volta di voler perseguire con continuità nel rispetto degli impegni assunti in campo internazionale.
Il numero complessivo dei nostri militari impegnati all'estero come sappiamo, colleghi, si è sensibilmente ridotto nel corso del 2011, passando dagli oltre 9.000 dell'inizio dello scorso anno ai circa 6.500 a fine 2011. E questo ultimo livello di contingente dovrebbe restare invariato per tutto il corso del 2012. Si deve considerare che solo pochi anni fa i militari italiani schierati all'estero in missioni di pace erano - lo ricorderete - più di 12.000. Ad oggi il loro numero si è quasi dimezzato, ma come ha avuto modo di sottolineare anche il Ministro della difesa in Parlamento, la riduzione del contingente sotto l'aspetto numerico non incide sulla valenza qualitativa degli interventi e dell'impegno che il nostro Paese svolge e si è assunto nelle missioni all'estero, qualunque esse siano.
L'intervento italiano, quindi, signori colleghi, giusto per riepilogare, si articola oggi in principal modo sui quattro maggiori teatri. Il primo, che sappiamo anche essere il più importante impegno numerico per risorse, continua ad essere l'Afghanistan, dove il mantenimento di un nutrito contingente militare è ampiamente giustificato dalla gestione di una complessa fase di transizione. Transizione che, secondo i programmi, continuerà fino al 2014. Solo superata tale fase, infatti, si spera positivamente e secondo la tempistica prevista nei programmi, gli sforzi della comunità internazionale potranno finalmente concentrarsi sul consolidamento delle istituzioni governative e pubbliche afghane, e quindi sullo sviluppo economico e sociale di quel Paese. Per il momento la parola d'ordine continua ad essere «sicurezza». Quindi è importante che i nostri militari siano dotati - come lo sono - di tutti i mezzi necessari ed abbiano le regole d'ingaggio più idonee ad operare in condizioni di sicurezza.
Un secondo importante teatro di intervento è il Libano, dove la contiguità territoriale con la crisi siriana di questi mesi ha fatto naturalmente risalire il livello di impegno e di allerta, soprattutto per quanto riguarda la situazione nei campi profughi. Avevamo sperato, anche nei mesi passati, nelle Commissioni, di eliminare ancor di più il numero dei nostri soldati, ma evidentemente quello che sta accadendo in Siria, con l'autorizzazione e la verifica delle Nazioni Unite, è molto importante. Altrettanto importante è che i nostri uomini siano lì, in prima persona, esattamente come quando c'era (tre anni fa) il generale Graziano e come oggi, con un altro generale al comando del nostro contingente in missione in Libano.
Vi è infine l'ultimo teatro di grande rilevanza, che, proprio a causa del grave incidente diplomatico di questi ultimi giorni e ore, è stato portato all'attenzione dei media e della stampa di tutto il mondo. Si tratta di quell'area di mare che più o meno va dal Corno d'Africa alla parte settentrionale dell'oceano Indiano, dove il nostro personale militare è impegnato nella prevenzione degli atti di pirateria che sempre più di frequente prendono di mira le nostre navi mercantili e gli equipaggi civili.
Per quanto riguarda il tema della lotta alla pirateria, l'anno scorso ho lavorato molto, assieme al senatore Amato e alla senatrice Pinotti, in maniera bipartisan, affinché ci fosse una risoluzione importante. Adesso è invece molto importante che il Senato e la Camera approvino il disegno di legge che stiamo esaminando, lavorando con il sottosegretario Magri.
Tutto questo è stato tenuto un po' in ombra in passato. Mi preme dirlo perché personalmente quattro anni fa presentai ai vertici della maggioranza di allora due importantissimi disegni di legge e, in maniera incredibile, uno era rivolto alla pirateria e l'altro ai rapiti. Queste due cose, che ho vissuto personalmente, appartengono alla realtà di tutti i giorni nell'odierno mondo internazionale; io su di esse avevo presentato tre anni fa dei disegni di legge con possibili soluzioni. Se noi non avessimo aspettato questi quattro anni, probabilmente non mi sarei solamente vista sorridere quando proposi quattro anni fa quei provvedimenti e non saremmo qui a dire tante cose oggi.
Oggi diventa naturalmente un'irrinunciabile priorità e, come tale, ora deve essere affrontata. Perciò, è essenziale procedere in tempi rapidi alla definizione in modo condiviso tra tutte le forze politiche di un'adeguata disciplina.
Il punto chiave è rendere molto più efficace l'azione di contrasto alla pirateria. E in questo senso è forse arrivato il momento di ragionare con molta pacatezza e molto buon senso sull'eventualità di permettere l'impiego dei famosi contractor privati oltre che delle forze militari. Insieme valuteremo positivamente l'impegno del Governo, come dicevamo in Commissione sta già facendo il sottosegretario Magri da tempo, nel definire un protocollo condiviso, bipartisan (perché lavoreremo insieme su questo), in ordine all'impiego di nuclei di protezione delle navi che vedano la partecipazione anche di operatori privati della sicurezza. Attendiamo dunque sviluppi su questo fronte. Sappiamo che ci saranno nelle prossime settimane e ci auguriamo che questo avvenga al più presto possibile per evitare problemi diplomatici, come quelli che stanno accadendo in India.
A tale proposito, vorrei sottolineare che l'ambasciatore indiano, che ho incontrato con una piccola delegazione di colleghi questa mattina, ci è stato estremamente vicino, e noi lo siamo stati a lui, parlando dei nostri militari del «San Marco» ed esprimendo vicinanza ai nostri due cristiani cattolici morti. È un caso incredibile infatti che il Kerala (il Sottosegretario lo sa sicuramente) è il primo degli Stati indiani a maggioranza cattolica: è come se stessimo parlando di una Città del Vaticano trasportata in India. La seconda grande e importante opportunità, che non deve essere vista come un problema, ma come una grande opportunità, è il fatto che il Ministro della difesa dell'India che si trova a Nuova Delhi è dello Stato del Kerala. È un importante plus che può aggiungere sicuramente una comprensione e un'unione di forza diplomatica e non solo legale, perché questo tipo di lavoro si deve fare on the shadow, da dietro le quinte, in modo pacato e serio, vicino alla gente locale per quanto è accaduto, ma anche e soprattutto vicino ai nostri uomini che, come diceva prima il senatore Mantica, ritengo abbiano avuto un ordine di scendere estremamente errato. Il fatto di aver fatto scendere ed essere approdati in porto è stato un errore fondamentale, che noi dobbiamo portare a casa e non dobbiamo permetterci di ripetere. Comunque sia, noi dobbiamo pensare che non si tratta dei nostri soliti civili che lavorano per la cooperazione, ma di militari che rappresentano pertanto lo Stato, in un momento in cui lo Stato è nella foresteria di uno degli enti della polizia indiana del Kerala. Personalmente non ritengo che questo possa essere accettato da uno dei Paesi del G8, nonostante l'India sia una potenza nucleare e nonostante io conosca bene, quale membro del gruppo parlamentare di amicizia Italia-India, con quale forza e con quale tenacia l'India sta lavorando per far fronte a tutto quello che sta accadendo nel Paese, oltre che per diventare ancora più forte economicamente e a livello politico mondiale, dimostrando peraltro di riuscirci. Il fatto di dimostrare però la forza con un Paese amico - stante la profonda amicizia che intercorre da sempre tra la diplomazia indiana e quella italiana - non può voler dire che non si debbano portare a casa immediatamente i nostri uomini.
Sono certa che il sottosegretario per gli affari esteri De Mistura farà un ottimo lavoro, così come sono certa che lo stesso ministro Terzi di Sant'Agata nei prossimi giorni compirà un importante viaggio in India. È importante però ricordare che per una volta in Italia bisogna iniziare a pensare che qualcuno deve pagare, e a pagare deve essere la persona che ha acconsentito a far scendere dalla nave i nostri marinai. È una richiesta che mi permetto di fare, non solo a livello personale, ma anche a nome di altri colleghi.
Come ha detto giustamente il senatore Mantica, anch'io so come funzionano le cose nei due Ministeri e anch'io posso immaginare quello che è accaduto: sicuramente non è qualcosa legato al Ministro o alla Difesa in generale, ma un fatto del genere non deve mai più ripetersi, a tutela dell'onore del nostro Paese, oltre che per evitare il rischio di una rottura degli importantissimi rapporti diplomatici ed economici che abbiamo con lo Stato indiano.
Annunciamo dunque sin d'ora il nostro voto a favore della proroga delle missioni internazionali, che riteniamo sia importantissima, con la speranza di poter rivedere, insieme a tutti i colleghi dell'opposizione e a tutto coloro che sono vicini a questo Governo tecnico in maniera bipartisan, il provvedimento sulla cooperazione allo sviluppo. Ricordo che nella passata legislatura abbiamo avuto la possibilità di portare a termine l'iter di quel provvedimento in soli tre mesi, salvo poi il fatto che per qualche piccolo disguido non si è arrivati all'approvazione della riforma della cooperazione. Oggi non possiamo trovare scuse: abbiamo un anno e siamo certi che su questo potremo lavorare insieme. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e del senatore Carrara).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Davico. Ne ha facoltà.
DAVICO (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori membri del Governo, per una triste coincidenza, come è già stato accennato da altri colleghi, questo nostro dibattito inizia proprio mentre un evento luttuoso ci ricorda una volta di più gli alti costi umani connessi a queste nostre scelte.
Vogliamo dunque approfittare di questa terribile congiuntura per stringerci alle famiglie che hanno appena perso in Afghanistan i loro congiunti e ricordando qui, nel luogo della rappresentanza del popolo, i loro nomi e il loro impegno: si tratta del caporal maggiore capo Francesco Currò, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo e il primo caporal maggiore Luca Valente.
Un primo elemento del provvedimento sul quale vogliamo attirare l'attenzione del Senato riguarda il periodo per il quale è stata autorizzata la prosecuzione delle operazioni, che non è il primo semestre dell'anno, come accaduto nel recente passato, ma l'intero anno in corso, il 2012.
Per noi, colleghi senatori, non è stata una sorpresa in senso stretto. Avevamo infatti capito, già nello scorso autunno, come la presenza nella manovra Monti di una disposizione che incrementava da 700 milioni ad 1,4 miliardi di euro il fondo per le missioni militari all'estero preannunciasse l'intenzione del Governo di regolare la questione con un unico provvedimento per tutto l'anno. Eravamo anche intervenuti in Aula, come Lega Nord Padania, per esprimere i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni riguardo ad una tale prevedibile quanto discutibile scelta.
Come altre volte, il provvedimento al nostro esame contempla anche misure concernenti le attività della cooperazione allo sviluppo sui teatri di crisi, nonché norme relative al personale ed all'organizzazione dell'Amministrazione della difesa, incluse alcune previsioni sulla proroga di alcuni contratti dell'Agenzia industrie difesa e sulla semplificazione delle procedure di realizzazione dei programmi di investimento pluriennali d'interesse delle Forze armate.
L'impressione che se ne trae è quella di un provvedimento forte, dunque, di grande valenza politica, rispetto al quale, tuttavia, non mancano ai nostri occhi elementi di forte perplessità che alcune scelte fatte nell'altro ramo del Parlamento hanno, se possibile, persino accentuato.
Voglio qui precisare che noi della Lega non siamo pregiudizialmente contrari ad un impiego oculato dello strumento militare all'estero (interviene anche una storicità legata al precedente Governo). Comprendiamo infatti come in talune circostanze utilizzare la forza possa essere addirittura necessario ai fini del perseguimento degli interessi legittimi del nostro Paese: chi di noi non aspira alla sicurezza del proprio territorio, alla crescita e alla prosperità assicurata da un ambiente internazionale stabile?
Non siamo qui a rivolgere critiche, in particolare, alle missioni e agli interventi con i quali, tanto per ricordare un solo esempio emblematico e di contingente attualità, la nostra Marina protegge con le sue navi e i suoi uomini il traffico mercantile in transito nelle acque internazionali, sempre più infestate dalla pirateria, anche se le vicende indiane di queste ore - come è stato sottolineato prima da altri colleghi - dai contorni ancora non perfettamente delineati, provano che qualcosa non funziona e che anche quel contesto va rivisto in maniera seria e con la determinazione di chi intende avere un quadro chiaro delle relazioni tra Paesi.
Così come non daremo una valutazione aprioristicamente critica di quegli interventi finalizzati ad attestare la lealtà del nostro Paese nei confronti dell'Occidente, e lo dico qui soprattutto in riferimento alle missioni in Afghanistan. Questo non esclude che su alcuni punti in particolare riteniamo, anche con il nostro voto contrario e attraverso gli emendamenti che abbiamo presentato, di dover stimolare un dibattito d'alto profilo, in quest'Aula come tra la nostra gente, di cui siamo rispettosi rappresentanti.
Intanto, parliamo dei costi di questo provvedimento. Il bilancio dello Stato è sotto pressione e, come è noto, importanti sacrifici vengono ormai imposti a milioni di cittadini e anche a funzioni pubbliche di più alta rilevanza, come i servizi erogati dagli enti locali dai quali si leva sempre più spesso un grido di dolore e di allarme per ciò che, primi testimoni i sindaci, avviene sui loro territori a causa di questa gravissima crisi che colpisce le fasce più deboli. Eppure - eppure - negli stanziamenti governativi per le missioni internazionali delle Forze armate si riscontra una sostanziale invarianza delle spese coperte: 1,4 miliardi di euro, che significa, a conti fatti, appena 100 milioni di euro in meno dello scorso anno, durante il quale però, giova sottolinearlo, l'Italia ha partecipato ad un conflitto protrattosi dal 20 marzo al 31 ottobre. Noi riteniamo - e di seguito spiegheremo su quali basi - che qualcosa si potesse e si possa tagliare.
Cominciamo proprio dall'Afghanistan, l'intervento più importante e costoso di tutti. Per la nostra missione nel settore occidentale di quel Paese sono infatti stanziati più di 750 milioni di euro che equivarranno ad una presenza media di oltre 4.000 uomini in quel teatro. Oggi ne abbiamo, di stanza, all'incirca 4.200. Ma davvero ne occorrono così tanti, e proprio mentre anche in quell'area, come in altre, i settori rimessi all'esclusiva competenza degli afghani stanno, come era previsto nel programma, via via aumentando? Ce lo chiediamo; ve lo chiediamo, colleghi, e vi sottoponiamo, laicamente vorremmo dire, la questione, e ve la sottoponiamo raccomandandovi di tener conto anche di altri due fattori. Il primo: mentre noi riduciamo forse di 100-150 effettivi il nostro apporto, cioè del 3 per cento, l'Amministrazione Obama riporterà a casa, secondo i programmi, entro il prossimo settembre ben 23.000 uomini, dopo averne rimpatriati nei mesi scorsi 10.000, per un taglio complessivo pari ad un terzo della forza nell'arco di appena 12 mesi.
Tornando in ambito europeo, guardiamo i vicini francesi: essi hanno deliberato riduzioni della medesima consistenza, malgrado operino in un settore comparativamente più turbolento di quello in cui sono impegnati i nostri militari. Allo stesso modo, pure i tedeschi e gli inglesi si avviano a riduzioni non proprio simboliche. Abbiamo quindi l'impressione che noi si voglia oggi essere più realisti del re. Se ne ravvisa l'effettivo bisogno? È per questo che noi abbiamo proposto, come Lega, un taglio alla missione afghana proporzionale a quello deciso dagli Stati Uniti. Noi non intendiamo rompere il fronte, ma neanche rimanere indietro rispetto a ciò che hanno deciso di fare i nostri alleati.
Il secondo. Apprendiamo dalla stampa internazionale, soprattutto da quella statunitense, che è ormai alle porte l'avvio di un negoziato tra gli americani e gli emissari dei talebani, che a questo scopo hanno aperto una loro rappresentanza a Doha, in Qatar. A nostro avviso, questa evoluzione della situazione merita di essere attentamente monitorata, allo scopo di evitare ai nostri soldati e al nostro Paese di rimanere ingaggiati nel conflitto oltre il necessario, magari solo sulla base di una burocrazia poco flessibile quando si tratta di prendere decisioni di tale portata.
Sullo scenario libanese, poi, il nostro movimento ha espresso da sempre perplessità, che la situazione attuale non fa che accrescere. I soldati offerti all'UNIFIL 2 avrebbero dovuto separare Hezbollah da Israele e favorire indirettamente il consolidamento dell'esperimento democratico promosso da Fuad Siniora e da tutto il movimento legato agli Hariri. E cosa è accaduto? Oggi Hezbollah è forza di Governo a Beirut e la sua vicinanza agli Assad lascia intravedere il pericolo che l'UNIFIL possa essere in qualche modo trascinata nell'esplosione di un eventuale conflitto con la Siria, evenienza che ci preoccupa non poco, per ragioni geopolitiche che non vi sfuggiranno.
Quanto alla Libia, è tempo di archiviare le polemiche sull'intervento militare italiano dei mesi scorsi, ma non possiamo non rilevare, anche in questa sede, come la decisione di inviare un contingente di 100 istruttori militari a Tripoli sollevi tuttora pesanti dubbi, sia con riguardo alle modalità prescelte per comunicarla che nel merito della missione stessa.
Veniamo alle modalità. Esiste una risoluzione, la risoluzione Ruffino, che dal 2001 regola il procedimento di autorizzazione all'effettuazione di un intervento militare all'estero. Essa prevede che il decreto sia l'ultimo passo al quale il Governo si risolve, solo dopo aver constatato, anche informalmente, la sussistenza di una maggioranza in Parlamento disposta a sostenere la scelta. Evidentemente tale risoluzione non era il frutto di un capriccio e la sua validità è dimostrata dal fatto che a questa procedura si sono, non a caso, attenuti tutti i Governi degli ultimi 11 anni, pur nell'alternanza di essi, che fossero dunque di centrodestra o di centrosinistra. Oggi, con l'arrivo del Governo tecnico (sarebbe meglio dire "dei tecnici"), si è cambiato registro, con il Parlamento informato solo a cose fatte e spogliato anch'esso, come troppo spesso sta avvenendo nei più disparati ambiti, del potere di rappresentanza. Davvero, cari colleghi, è un brutto segnale per la democrazia quando i processi democratici vengono abbreviati e i passaggi costituzionali saltati a piè pari.
Quanto al merito, è chiaro che anche noi vorremmo una Libia ricostruita e stabilizzata (ci mancherebbe altro!), ma constatiamo che la situazione non è rosea e che ormai molte autorevoli testate italiane e straniere ammettono che lo scenario non è quello che ci si era promesso, ma somiglia invece a quello che proprio noi paventavamo nel marzo scorso. A Tripoli ci sono milizie islamiste che dettano legge nella capitale, mentre il Consiglio nazionale di transizione è diviso ed oggetto di forti contestazioni. A Bani Walid si è registrata una rivolta dei lealisti fedeli al vecchio regime, insorti solo per un torto fatto ad un anziano della tribù dei Warfalla. Non immaginiamo cosa potrà accadere qualora i libici decidano, come è probabile, di giustiziare il figlio superstite di Gheddafi.
Sulla base anche di queste considerazioni, alla portata di tutti, sollecitiamo il Parlamento a scongiurare la possibilità che si finisca, anche noi, in un cul de sac da cui sarebbe farraginoso, lungo e costoso - in termini di vite umane e di quattrini - uscire. È per questo che proponiamo, con un nostro emendamento, di rinunciare ad un intervento in quel teatro così incerto.
Constatiamo anche che gli interventi rimangono troppi, frammentari e spesso ingiustificati rispetto alla legittima ambizione di trarre dei dividendi politici per il nostro Paese sulla scena internazionale.
Il provvedimento non ci piace anche per alcune disposizioni contenute nella parte dedicata alle misure concernenti l'Amministrazione della difesa, perché alla Camera dei deputati, con alcuni emendamenti, sono state introdotte norme che generano gravi dubbi circa il fatto che la Difesa possa e voglia onorare i debiti che ha con i propri fornitori. I fondi istituiti per pagarli sono stati posti al riparo da qualsiasi azione avviata nei confronti dell'Amministrazione militare. Guardiamo, colleghi, a ciò che avviene fuori da quest'Aula: è questo un momento in cui le nostre imprese sono in sofferenza ed hanno difficoltà ad inseguire il pagamento di tasse sempre più elevante e balzelli sempre più numerosi. Nel frattempo, però, lo stesso ministro Di Paola informa il Parlamento dell'indisponibilità, da parte dell'Amministrazione militare, a soddisfare i creditori che non siano perfettamente in regola con il fisco. Così non si va da nessuna parte!
Colleghi senatori, se così stanno le cose, ci chiediamo dunque perché le piccole e medie imprese italiane debbano ancora accettare commesse dall'Amministrazione militare. È una situazione che va assolutamente corretta e il meccanismo trasformato in virtuoso. Con tale convinzione, vi invitiamo a votare gli emendamenti che abbiamo proposto al decreto per cancellare queste odiose disposizioni.
Abbiamo infine osservazioni anche sulla parte esteri del provvedimento. Per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo, prima ancora di valutare il merito delle iniziative autorizzate dal decreto-legge in conversione, contestiamo la natura stessa dello strumento prescelto. Da molti anni segnaliamo e stigmatizziamo questa triste abitudine di immergere ed esaurire la pianificazione degli interventi di cooperazione del nostro Paese nel calderone del rinnovo delle missioni militari. È un metodo sbagliato sia in termini di principio che in termini di risultato. La cooperazione allo sviluppo dovrebbe infatti rappresentare una categoria principe della politica estera di un Paese; invece, continuiamo a dare il messaggio che essa è solo lo strumento riparatore dei disastri civili e sociali conseguenti ad azioni militari.
La cooperazione non può e non dovrebbe essere l'appendice consolatoria di un intervento armato. Dovrebbe invece venire prima perché è forse l'unico strumento per prevenire le cause di molti conflitti, e non solo. Bisognerebbe evitare di pianificare la cooperazione allo sviluppo per decreto e con orizzonti temporali di corto respiro, dipendenti solo dai cicli di bilancio, riducendola - come capita oggi - ad una questione di mera spesa.
Abbiamo sempre sostenuto che l'aiuto ai Paesi in difficoltà per favorirne lo sviluppo autonomo è il vero strumento di prevenzione delle carestie, della povertà che porta alla disperazione, in molti casi all'esodo migratorio, in altri purtroppo alla violenza o al terrorismo. Per questo motivo, gli interventi di aiuto dovrebbero essere pianificati su un orizzonte temporale lungo, funzionale alla politica estera complessiva del nostro Paese, e pensati in maniera del tutto indipendente rispetto alle missioni internazionali. La ricostruzione post missione è certamente necessaria ed in una certa misura anche inevitabile, ma non può esaurire l'orizzonte della nostra politica di aiuto, perché questo tipo di interventi non ferma la spirale di povertà e disperde gli sforzi.
Colleghi senatori, signori rappresentanti del Governo, da molte legislature ormai la Lega chiede una legge di riforma della cooperazione allo sviluppo che tenga conto di questi principi e che presupponga, a monte della programmazione degli interventi, una precisa riflessione sulle aree e le popolazioni su cui intervenire, per non disperdere le risorse e presentare l'immagine di un Paese coerente, efficace ed affidabile nel lungo periodo, requisito indispensabile allo sviluppo.
Sottolineiamo questi concetti per l'ennesima volta, ben consapevoli che nemmeno questo Governo dei professori sarà in grado di imprimere la svolta di buon senso che auspichiamo (e, trattandosi di aiuto ai più poveri, diremmo anche di buon cuore).
Proprio su questo tema, seppure ostracizzati da una stampa troppo spesso condiscendente e supina, stiamo infatti contemplando gli effetti della ben poco edificante lotta interna tra un Ministro degli esteri ed un Ministro della cooperazione internazionale che si contendono, a suon di scambi epistolari, il portafoglio economicamente importante della cooperazione in una ottusa contrapposizione di potere degna della peggiore politica degli anni che furono e che noi, francamente, non rimpiangiamo.
Per queste ragioni, la Lega assumerà un comportamento conseguente, in piena coerenza con la sua mission, rifiutando il proprio sostegno al provvedimento. (Applausi dal Gruppo LNP).