DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, procediamo a questo dibattito e a questa votazione avendo ancora in mente la morte dei nostri tre connazionali, che ci addolora e ci invita ad essere sobri, ma anche per questo puntuali e sinceri nel nostro lavoro politico di disamina del testo.
Sono tra coloro - non siamo pochissimi - che non ritengono le missioni militari una soluzione duratura delle controversie internazionali, né tantomeno il mezzo migliore per esportare la democrazia nel mondo.
Purtroppo, la situazione in Iraq, in Kosovo o in Somalia, prima ancora che in Afghanistan - invito tutti a leggere un'interessante ricerca realizzata dalla ONG Intersos sul pensiero degli afghani in merito agli interventi internazionali - dovrebbero farci intendere che la politica e il diritto internazionale dovrebbero riflettere di più sui necessari mezzi di riforma delle Nazioni Unite, sui poteri limitati delle sanzioni economiche, sulla governance mondiale. È una riflessione che non può valere solo quando ci sono titoli in fiamme nelle borse mondiali.
Se di extrema ratio vogliamo parlare, alcuni di noi hanno più volte messo l'accento sulla non ottemperanza da parte degli Stati all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite - così com'è stato anche più volte richiamato dal capo dello Stato Napolitano - laddove prevede un esercito delle Nazioni Unite in forma permanente, uno stato maggiore delle Nazioni Unite e una governance fondata su Assemblea e Consiglio di sicurezza riformato, sede dove, io credo - finita la seconda guerra mondiale e la guerra fredda - dovrebbe esserci un seggio unico dell'Unione europea, nonché truppe dell'esercito europeo integrato, come prevede un disegno di legge da alcuni noi presentato in questa legislatura, oltre alla messa a disposizione, con carattere di permanenza e concessione annuale, di truppe del nostro Paese alle Nazioni Unite.
Tuttavia, e vieppiù nelle attuali e mutate condizioni politiche, come parlamentari del Partito Democratico obbediamo alla disciplina propostaci dal nostro Gruppo, che ringrazio per la volontà di riflettere assieme su questi punti e, fiduciosi nel processo politico e nell'ineluttabilità degli sforzi di pace - potrei dire, riecheggiando un antico detto romano: «Se vuoi la pace, prepara la pace» - valutiamo il decreto per come si presenta.
Non abbiamo difficoltà a dire che questo decreto-legge reca delle novità: si sposta sulla annualità; prende maggiormente in considerazione la cooperazione civile e ci mette dei denari (non gli 8 milioni che hanno "ballato" e, alla fine, non si sono trovati per l'ultimo decreto-legge). Nel provvedimento c'è anche una prima sommaria analisi delle missioni in corso e una selezione di impegni. Sono cose che alcuni di noi chiedevano dal 2008, e su questo abbiamo fatto politica, non ideologia.
Manca però nel decreto-legge ancora una visione integrata degli interventi, anche se sappiamo che questo dipende più dall'Europa che da noi.
Tuttavia, signora Presidente, colleghi, signor Sottosegretario, nel concludere il mio intervento non posso non rilevare come le missioni internazionali, che pure per molto tempo hanno costituito l'unica politica estera degna di questo nome del Governo precedente - e in ciò sta la sua contraddizione - mancano di un elemento fondamentale, ovvero il modello di difesa del nostro Paese, da riformare, da rivedere e che entra di forza in questo dibattito.
I nostri uomini e donne fanno un lavoro egregio, ma in quali condizioni di base? COCER prorogati con conseguente minore democraticità nelle Forze armate; modello di difesa antiquato, e ricordo in proposito l'opportuna proposta di legge del Partito Democratico per avere una Commissione che rifletta su questo.
Non è solo questione di F35, per i quali anche uno è troppo se non ci sono più quelli a decollo verticale utili per le navi o se presuppongono un uso delle armi non coordinato in sede europea; è piuttosto questione di personale e di mezzi. Non credo che francamente in tempi di crisi sia il caso di correre in soccorso della Lockheed Martin piuttosto che dei consorzi europei. È un problema generale, Presidente.
Le missioni internazionali vanno vagliate e scelte con cura: pensiamo a quella in Libano, che ha prodotto frutti politici. Il sistema di difesa va allineato all'Europa e alla politica estera. La pace, colleghi, non è utopia, ma frutto di scelte coraggiose e previdenti e si può ottenere forse anche con altri mezzi. (Applausi dal Gruppo PD).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caforio, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G100. Ne ha facoltà.