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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 676 del 21/02/2012


Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 17,10)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signora Presidente, la nostra parte politica sostiene convintamente, oggi come in passato, l'azione del Paese nelle missioni internazionali di pace e di stabilizzazione e voterà a favore del provvedimento oggi in discussione in questa Assemblea.

L'Italia fa parte di una comunità internazionale che opera per mezzo delle Nazioni Unite, della Nato e dell'Unione europea, e le linee della sua politica - oggi come ieri - sono informate a piena lealtà e assunzione di responsabilità verso queste istituzioni e verso gli alleati. Vi sono, del resto, alcune novità che rendono il nostro consenso al provvedimento pieno e convinto. Innanzitutto - come già è stato rilevato - il fatto che, nonostante la grave crisi economica e la necessità di una politica di bilancio rigorosa, sia stato adottato il metodo di finanziare il programma delle missioni per l'intero 2012, superando l'umiliante percorso degli anni recenti con il frazionamento, quasi rateale, del sostegno ad un'attività tanto delicata e rischiosa quanto necessaria e bisognosa di continuità. Un frazionamento che rendeva precaria la nostra azione agli occhi delle donne e degli uomini in essa impegnate, in primo luogo, ma anche nella considerazione della comunità internazionale.

In secondo luogo, il rafforzamento, sia pur modesto, delle risorse da impegnare nella cooperazione civile, in Afghanistan e in Pakistan, è un segnale in controtendenza che riqualifica la spesa e suggerisce la consapevolezza che il processo di stabilizzazione si nutre anche della ricostruzione di scuole, ospedali e ponti, e non solo dell'intervento armato. Nella storia delle relazioni tra Paesi e società, questi semi danno frutti insperati, spesso a distanza di tempo.

Se rammarico c'è, è che il segnale sia ancora debole e che il quadro generale di disimpegno dell'Italia dai processi di cooperazione, maturato nello scorso triennio, non sia ancora mutato. Prendiamo però atto della volontà - che il ministro Terzi di Sant'Agata ha reiterato in una recente audizione presso le Commissioni esteri riunite di Camera e Senato - di metter in campo «missioni realmente integrate, che uniscano allo stesso tempo le componenti militari e civili dello sviluppo economico e della promozione dei diritti umani».

In terzo luogo, la riduzione della spesa complessiva inerente alle missioni, dai 1.640 milioni di euro del 2011 ai 1.400 del 2012, avvenuta solo a carico della spesa militare, consegue ad una riduzione dello spiegamento delle forze italiane e avviene in coerenza con gli indirizzi delle coalizioni delle quali facciamo parte, e non con decisioni unilaterali.

Altri aspetti significativi di questo decreto vengono toccati da altri colleghi e quindi mi dispensano dal ripeterli. Ma vorrei sottolineare due aspetti. Non c'è alcun dubbio che l'area del Mediterraneo rappresenti, attualmente, la maggiore priorità per la nostra politica estera, nel quadro di un'Europa che sempre più, negli ultimi anni, si è contratta e ripiegata sui temi cari al Centro-Nord del continente, verso - verrebbe da dire - le priorità dei Paesi a tripla A. Spero che il ritrovato dinamismo italiano in Europa aiuti a riformulare le priorità del continente. Ma nello specifico - l'attuale decreto - va salutata con favore la continuazione del nostro impegno in Libia con l'impiego di personale militare in attività di assistenza, supporto e formazione, in linea con le risoluzioni ONU.

La preoccupazione è che queste risorse non bastino e che l'impegno debba essere accresciuto. La Libia è un Paese ancora instabile; i conflitti armati interni esplodono con frequenza; enormi quantità di armi sono in possesso della popolazione civile; le infrastrutture del Paese hanno subito gravi danni, città come Misurata debbono essere ricostruite. È vero che alla Libia non mancheranno i mezzi per fare fronte a queste ultime necessità con risorse proprie, ma è la complessiva situazione di instabilità che preoccupa: una riprova di questa instabilità sta nel fatto che la gran parte degli emigrati tunisini rientrati in patria durante il conflitto non è rientrata in Libia per ragioni di sicurezza.

Vogliamo un rapido ritorno alla stabilità - speriamo democratica e rispettosa dei diritti umani - non perché temiamo ulteriori flussi di migranti irregolari, o l'inaridirsi di una preziosa fonte di energia, ma perché la Libia è un pezzo essenziale dell'equilibrio nordafricano e perché, attraendo centinaia di migliaia di lavoratori sub-sahariani, è importante per gli equilibri di quel continente.

Quindi, il nostro Paese deve essere preparato a sostenere il processo di transizione e pronto ad ulteriori interventi di emergenza: autorevoli rappresentanti del Governo allora in carica, un anno fa, negavano o sottovalutavano la possibilità che le rivolte dei Paesi confinanti potessero contagiare la Libia. Si è visto ciò che poi è avvenuto.

Non posso poi non ricordare la necessità di riannodare i legami tra Italia e Libia sulle ceneri di un trattato di amicizia che nessuna delle due parti vuole risuscitare così come era prima della caduta di Gheddafi: sarà questo un passaggio cruciale da affrontare con cautela, realismo e gradualità, in una cornice di impegni che garantiscano alle popolazioni di quel Paese il rispetto dei diritti fondamentali.

Vorrei infine sollevare un'altra questione, forse meno tangibile, ma certamente molto delicata. L'opinione pubblica italiana è poco informata, e quindi poco sensibile, circa le finalità delle missioni di pace, il loro svolgersi, i risultati e i successi (o gli insuccessi) ottenuti. Essa viene risvegliata solo in tragiche occasioni, oppure da populistici appelli ad utilizzare le risorse nel nostro Paese, a non "sprecarle" in contesti che non ci riguardano. Non viene informata circa le vere ragioni profonde della partecipazione alle missioni. Spesso vengono utilizzati argomenti secondari o superficiali, quali: «l'Italia deve poter contare in ambito internazionale e far sentire la propria voce» oppure «il nostro impegno deve essere degno di quello della "settima" o "ottava" (speriamo di non scendere ulteriormente in classifica) potenza economica del mondo»; oppure - come è stato incautamente scritto da chi ha ricoperto altissimi incarichi - «per creare opportunità alle attività imprenditoriali di interesse nazionale». Spieghiamo meglio che, in un mondo strettamente connesso, conflitti e distruzioni - anche in luoghi remoti - erodono la civile convivenza non solo là dove colpiscono ma, con onde concentriche, anche lontano, lontanissimo e arrivano fino a noi.

Occorre far conoscere di più le finalità delle missioni, le risorse impiegate, i sacrifici sopportati, i successi conseguiti. Occorre far conoscere luoghi e persone, popoli e società, le dimensioni della vita politica e di quella sociale. Tutta questa informazione è patrimonio di pochi e l'opinione pubblica rimane disinformata e troppo spesso scettica.

L'idea avanzata da molti, e raccolta dall'attuale Governo, di maggiore confronto e interazione tra Parlamento e Governo su questi temi è un primo passo. Ma occorre andare più avanti e creare maggiore coscienza internazionale in un Paese rimasto, sotto questo aspetto, assai provinciale. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciarrapico. Ne ha facoltà.

CIARRAPICO (PdL). Signora Presidente, illustri colleghi, è vero che il nostro è un Governo mercantile e non si pone quindi rilevanti problemi di difesa, ma anche i mercanti tentano di difendere se stessi. Pertanto, un minimo di approfondimento per capire quale è la nostra politica in materia di difesa credo vada fatto.

L'attuale Ministro della difesa ha dichiarato che occorrono meno stellette e maggiore operatività. Oggi, con tutto il rispetto per l'onorevole Sottosegretario, mi sarei aspettato in questa sede la presenza del Ministro della difesa. Sono successi infatti due fatti abnormi. Per quanto riguarda il primo, noi abbiamo consegnato personalmente i due marò alla giustizia indiana: siamo tornati indietro con un nostro mercantile proprio per fare ciò. Li abbiamo portati sul molo e li abbiamo consegnati. Speriamo bene.

Il secondo fatto è l'ennesimo incidente verificatosi con i famigerati mezzi Lince, come già successo in passato. É come avvenuto con le tanto criticate scatole di sardine, tanto malfamate nelle guerre degli anni Trenta: i Lince si sfasciano, subiscono incidenti, non sono idonei e ancora oggi soldati italiani perdono con essi la vita. Con il passato Governo, l'onorevole La Russa, allora Ministro della difesa, assicurò che i mezzi Lince erano in via di rimozione e che sarebbero stati sostituiti con i mezzi Freccia. A me pare, però, che continuiamo ad impiegare i Lince.

Quel che è più grave, però, ed è un comportamento a dir poco vile, è quanto accaduto fuori dalle acque territoriali indiane con l'episodio dei due marò. Li abbiamo portati noi sul molo e glieli abbiamo consegnati: meraviglioso! Ma se continuiamo così, è ben difficile che questo Paese assicuri ancora la dignità nazionale.

Comunque, a parte questo, quando si parla di riarmare la Difesa, il ministro Di Paola afferma: meno stellette e più operatività. Ma mi chiedo se è questa l'operatività: consegnare due soldati italiani, due marò, che hanno compiuto solamente il loro dovere. Il Ministro degli affari esteri ha però poi assicurato che ci stiamo adoperando attivamente per cercare di salvarli. Prima li consegniamo e poi ci adoperiamo per salvarli: magnifico!

E come se tutto questo non bastasse, continuiamo con i mezzi Lince. I soldati italiani continuano a perdere la vita, ma il Lince resterà in servizio. Ma almeno siamo chiari su questo punto. Altrimenti, è proprio come quando ebbi l'onore di ascoltare Pfyffer von Altishofen, comandante della Guardia svizzera, dire alla Città del Vaticano che non valeva la pena comprare nuovi fucili, perché non servivano. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Vecchio. Ne ha facoltà.

DEL VECCHIO (PD). Signora Presidente, le missioni internazionali e le attività della cooperazione sono strumenti di politica estera, che hanno permesso all'Italia di svolgere negli ultimi decenni un ruolo significativo nei rapporti tra le Nazioni. Ma la loro proroga riveste anche grande importanza per il Parlamento, perché le missioni sono svolte da tanti connazionali, militari e civili, che affrontano sacrifici e gravi pericoli, come il recente tragico evento in Afghanistan ha ancora una volta evidenziato.

Esaminando il decreto di proroga, emerge un importante aspetto innovativo che merita una sottolineatura. Il provvedimento, infatti, rivolge forte attenzione alla cooperazione per lo sviluppo nelle aree di crisi e aumenta sensibilmente le risorse finanziarie destinate alle connesse iniziative. È un provvedimento da più parti sollecitato che, oltre ad esaltare il carattere solidale delle missioni, giova anche alla sicurezza di coloro che operano nei teatri.

Approfondendo poi gli aspetti relativi alle missioni, emerge come la continuità rappresenti la base della politica nazionale del settore. È evidente anche che l'impegno dell'Italia è strettamente integrato con quello delle Nazioni che condividono gli stessi principi di democrazia e che sostengono, al pari del nostro Paese, le iniziative umanitarie e per la pace. È per queste ragioni che l'Italia fornirà, anche nel 2012, un contributo consistente nel teatro più complesso, quello afghano, un contributo molto articolato nel settore militare e in quello delle riforme. Infatti, persegue la sicurezza delle popolazioni e delle istituzioni con l'impiego di forze terrestri ed aeree; cura la formazione delle locali unità di sicurezza, con istruttori dell'Esercito e dell'Arma dei carabinieri; aumenta le capacità degli afghani nel controllo dei confini, grazie all'impegno dei militari della Guardia di finanza; realizza programmi di sostegno della popolazione e di ricostruzione delle infrastrutture, con le attività del personale civile della cooperazione italiana; sostiene, infine, le riforme in settori delicati quale quello della giustizia, grazie alla presenza di esperti.

In sostanza, è un contributo importante che, insieme a quello delle oltre 50 Nazioni presenti nel teatro, consente di dare una speranza all'Afghanistan, di risollevare il Paese dalla barbarie e dall'oscurantismo nel quale era stato spinto dai talebani, di accompagnarlo nel difficile percorso democratico e di crescita sociale, di evitare che ritorni ad essere, come era, base del terrorismo internazionale.

Un'altra area dove la presenza nazionale svolgerà ancora un ruolo di rilievo è il Libano. Un ruolo testimoniato dall'ulteriore attribuzione ad un generale italiano - il generale Serra - del comando dell'operazione UNIFIL. L'aver acquisito la leadership della missione e il mantenere forze consistenti saranno motivi di grande prestigio per il nostro Paese.

Nei Balcani, il superamento dei contrasti nei rapporti tra le popolazioni del Kosovo ha subito nei mesi passati un sensibile rallentamento. È quindi comprensibile la decisione della NATO di sospendere la progressiva riduzione delle forze operanti nell'area. L'Italia non può non concordare in merito a tale decisione, perché è direttamente coinvolta da quanto accade a pochi chilometri dalla sue coste e perché i militari italiani operano tuttora a favore della popolazione dell'area.

A queste missioni, altre se ne aggiungono nel decreto di proroga, tutte comunque basate su principi di solidarietà, di sicurezza e di democratizzazione.

Sulle operazioni internazionali il Senato esprimerà il proprio orientamento, tenendo presente che l'Italia non può mostrarsi indifferente alle esigenze di risoluzione delle crisi e di salvaguardia dei diritti umani, se vuole garantire le condizioni di pace nelle aree di suo interesse e se vuole continuare ad esprimere la solidarietà che l'ha sempre caratterizzata.

Personalmente, insieme al mio Gruppo, sosterrò con convinzione il decreto di proroga, e sarebbe auspicabile che il consenso del Parlamento su questa materia fosse il più ampio possibile, in modo da evidenziare la riconoscenza delle più alte istituzioni verso il personale impegnato nelle missioni.

Per ottenere questo risultato, quello di un ampio consenso, può forse essere utile ricordare che, nelle operazioni a cui partecipa il nostro Paese, sono presenti tutte le Nazioni con cui l'Italia condivide i principi democratici e di risoluzione delle crisi.

Può essere altresì utile rammentare che quelle missioni sono pienamente legittimate da risoluzioni del massimo organismo internazionale per la pace e la giustizia, l'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Può essere infine utile ricordare che le missioni di stabilizzazione, che tutti vorremmo si sviluppassero pacificamente, possono essere invece caratterizzate da alta intensità operativa quando vengono violentemente contrastate da coloro che a quella pace si oppongono, ma non può certamente essere la difficoltà dell'operazione il discrimine per la sua sostenibilità, quanto piuttosto la sussistenza delle finalità e degli obiettivi del mandato delle Nazioni Unite.

Anche nel caso in cui la missione, come talvolta accade, passi forzatamente attraverso situazioni più difficili e rischiose, non viene infirmata - anche questo è utile sottolinearlo - la legittimazione che ad essa è assicurata dall'articolo 11 della nostra Costituzione.

Concludo il mio intervento, rivolgendo il mio pensiero ai principali protagonisti delle missioni internazionali: ai militari dei contingenti italiani ed ai civili della cooperazione per lo sviluppo; a quelli che, in questi anni, e ancora ieri, hanno pagato un tragico tributo di sangue, e alle loro famiglie, a cui esprimo il mio più forte cordoglio e la più affettuosa vicinanza; a coloro, infine, che vivono per mesi e mesi lontano dall'Italia e rappresentano il nostro Paese con orgoglio, professionalità e generosità, in uniforme o in abiti civili. Ad essi indirizzo il mio sincero ringraziamento e la mia più grande riconoscenza, sperando che gli italiani, tutti gli italiani, siano sempre consapevoli dei sacrifici e dei rischi che quel personale affronta giornalmente per il bene del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, procediamo a questo dibattito e a questa votazione avendo ancora in mente la morte dei nostri tre connazionali, che ci addolora e ci invita ad essere sobri, ma anche per questo puntuali e sinceri nel nostro lavoro politico di disamina del testo.

Sono tra coloro - non siamo pochissimi - che non ritengono le missioni militari una soluzione duratura delle controversie internazionali, né tantomeno il mezzo migliore per esportare la democrazia nel mondo.

Purtroppo, la situazione in Iraq, in Kosovo o in Somalia, prima ancora che in Afghanistan - invito tutti a leggere un'interessante ricerca realizzata dalla ONG Intersos sul pensiero degli afghani in merito agli interventi internazionali - dovrebbero farci intendere che la politica e il diritto internazionale dovrebbero riflettere di più sui necessari mezzi di riforma delle Nazioni Unite, sui poteri limitati delle sanzioni economiche, sulla governance mondiale. È una riflessione che non può valere solo quando ci sono titoli in fiamme nelle borse mondiali.

Se di extrema ratio vogliamo parlare, alcuni di noi hanno più volte messo l'accento sulla non ottemperanza da parte degli Stati all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite - così com'è stato anche più volte richiamato dal capo dello Stato Napolitano - laddove prevede un esercito delle Nazioni Unite in forma permanente, uno stato maggiore delle Nazioni Unite e una governance fondata su Assemblea e Consiglio di sicurezza riformato, sede dove, io credo - finita la seconda guerra mondiale e la guerra fredda - dovrebbe esserci un seggio unico dell'Unione europea, nonché truppe dell'esercito europeo integrato, come prevede un disegno di legge da alcuni noi presentato in questa legislatura, oltre alla messa a disposizione, con carattere di permanenza e concessione annuale, di truppe del nostro Paese alle Nazioni Unite.

Tuttavia, e vieppiù nelle attuali e mutate condizioni politiche, come parlamentari del Partito Democratico obbediamo alla disciplina propostaci dal nostro Gruppo, che ringrazio per la volontà di riflettere assieme su questi punti e, fiduciosi nel processo politico e nell'ineluttabilità degli sforzi di pace - potrei dire, riecheggiando un antico detto romano: «Se vuoi la pace, prepara la pace» - valutiamo il decreto per come si presenta.

Non abbiamo difficoltà a dire che questo decreto-legge reca delle novità: si sposta sulla annualità; prende maggiormente in considerazione la cooperazione civile e ci mette dei denari (non gli 8 milioni che hanno "ballato" e, alla fine, non si sono trovati per l'ultimo decreto-legge). Nel provvedimento c'è anche una prima sommaria analisi delle missioni in corso e una selezione di impegni. Sono cose che alcuni di noi chiedevano dal 2008, e su questo abbiamo fatto politica, non ideologia.

Manca però nel decreto-legge ancora una visione integrata degli interventi, anche se sappiamo che questo dipende più dall'Europa che da noi.

Tuttavia, signora Presidente, colleghi, signor Sottosegretario, nel concludere il mio intervento non posso non rilevare come le missioni internazionali, che pure per molto tempo hanno costituito l'unica politica estera degna di questo nome del Governo precedente - e in ciò sta la sua contraddizione - mancano di un elemento fondamentale, ovvero il modello di difesa del nostro Paese, da riformare, da rivedere e che entra di forza in questo dibattito.

I nostri uomini e donne fanno un lavoro egregio, ma in quali condizioni di base? COCER prorogati con conseguente minore democraticità nelle Forze armate; modello di difesa antiquato, e ricordo in proposito l'opportuna proposta di legge del Partito Democratico per avere una Commissione che rifletta su questo.

Non è solo questione di F35, per i quali anche uno è troppo se non ci sono più quelli a decollo verticale utili per le navi o se presuppongono un uso delle armi non coordinato in sede europea; è piuttosto questione di personale e di mezzi. Non credo che francamente in tempi di crisi sia il caso di correre in soccorso della Lockheed Martin piuttosto che dei consorzi europei. È un problema generale, Presidente.

Le missioni internazionali vanno vagliate e scelte con cura: pensiamo a quella in Libano, che ha prodotto frutti politici. Il sistema di difesa va allineato all'Europa e alla politica estera. La pace, colleghi, non è utopia, ma frutto di scelte coraggiose e previdenti e si può ottenere forse anche con altri mezzi. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caforio, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G100. Ne ha facoltà.

CAFORIO (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, ad essere onesti, da questo nuovo Governo, ci saremmo aspettati qualcosa di più, un segnale di cambiamento e di rottura forte, che invece, leggendo il testo, non abbiamo trovato. Unico timido tentativo di innovazione, infatti, è rappresentato dalla durata del decreto, annuale e non più semestrale.

In mancanza della volontà da parte di questo Esecutivo di pensare ad una legge quadro che disciplini la nostra presenza nei teatri più delicati del mondo, continuiamo a trattare il delicato e complesso tema delle missioni internazionali come una semplice proroga. Questo atteggiamento è, a nostro parere, vergognoso e ci mette in cattiva luce anche di fronte ai nostri alleati europei che in ben altro modo agiscono e deliberano su tali questioni.

Ma passiamo alle criticità che emergono dal testo. La prima, di seria e indubbia importanza, è rappresentata da quanto contenuto nell'articolo 5 del decreto. Colleghi, credete veramente che le disposizioni urgenti per l'amministrazione della difesa siano strettamente connesse alle missioni internazionali, tanto da giustificare la presenza di questa norma nel testo del decreto in esame? Nell'articolo 5 si interviene in materia di efficientamento e ristrutturazione degli arsenali, di personale in transito dai ruoli normali ai ruoli speciali e viceversa, di ufficiali dei corpi tecnici, di contributi pluriennali all'Amministrazione della difesa; si interviene in materia di proroga per il triennio 2012-2015 delle attività e dei contributi a favore della Agenzia industrie difesa (AID) e, contemporaneamente, prevedendo il rinvio di tre anni della possibilità, per i cinque stabilimenti in crisi, di non essere posti in liquidazione. Si interviene, quindi, in materia di investimenti sui sistemi d'arma, delegando ad un decreto, e sottolineo decreto, che dovrebbe essere emanato dal Ministro dello sviluppo economico di concerto con i Ministri dell'economia e della difesa, la possibilità di spostare risorse per 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012-2016 e per ulteriori 125 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018. Tali risorse verrebbero distolte dall'autorizzazione di spesa per i fondi messi a disposizione dalla legge n. 244 del 2007, per l'alta tecnologia aeronautica.

Mi vorrei soffermare però sul primo punto, ovvero sulla questione degli arsenali militari e, nello specifico, sulla condizione in cui versano quello di Taranto e la sede distaccata di Brindisi. L'arsenale della Marina militare di Taranto versa, infatti, in uno stato di crisi ambientale e strutturale che ha determinato una paralisi delle attività lavorative in diversi reparti, causando un vuoto di lavoro per circa 400 dipendenti i quali, privati delle loro mansioni, subiscono ormai da tempo l'attesa drammatica di una ripresa normale dell'attività del sito. Situazione analoga, se non peggiore, è riscontrabile nella sede distaccata di Brindisi dove tutt'oggi rischiano il proprio posto di lavoro oltre 250 addetti.

Questa breve parentesi, colleghi, per farvi ben comprendere come sarebbe stato maturo e necessario affrontare questi aspetti così importanti in altra sede. I disposti dell'articolo 5, infatti, meritavano di essere affrontati con maggiore serenità e di concerto con il Ministero della difesa. Noi dell'Italia dei Valori, siamo convinti che questa materia così rilevante avrebbe meritato un provvedimento legislativo ad hoc piuttosto che essere furtivamente inserito all'interno della proroga missioni. Questa è l'ennesima conferma di come il Ministro abbia intenzione di procedere nel riformare il nostro sistema difesa. Ritengo gravissima la convinzione di non dover interloquire con il Parlamento, e quindi con le Commissioni difesa rispettivamente di Camera e Senato.

Per quanto attiene strettamente alla voce missioni internazionali e il nostro impegno all'estero, notiamo come sia diminuito il numero di unità impiegate. Occorre sottolineare come tale dato non sia, comunque, frutto di una specifica volontà del Governo. Alcune missioni, quale quella EUPOL nella Repubblica democratica del Congo e l'operazione di consulenza, formazione e addestramento delle forze armate e di polizia irachene, sono infatti giunte al loro naturale termine. In controtendenza, rispetto a quanto appena sostenuto, scorgiamo l'autorizzazione per la partecipazione del nostro Paese alla missione nella Repubblica del Sud Sudan. Sebbene non siano ancora chiari i compiti a cui saranno chiamati ad adempiere le nostre forze, siamo sicuri che il nostro personale possa giocare un ruolo attivo nel consolidare la pace e la sicurezza in Sudan.

Nel testo si provvede inoltre ad un rafforzamento della nostra partecipazione alle missioni nei Balcani, nel Mediterraneo, a quelle di contrasto alla pirateria e in Somalia, quest'ultima sotto l'egida dell'Unione europea.

Per quanto attiene alla questione della pirateria, sottolineo nuovamente la necessità che tale problematica sia oggetto di riflessione ulteriore e che ciò avvenga nelle sedi parlamentari. La previsione che autorizza a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana transitanti in aree marittime a rischio le guardie giurate e l'utilizzo di armi comuni da sparo desta non poche perplessità. Non si rischia infatti di mettere a repentaglio la vita di tanti uomini, non adeguatamente formati? Non solo. La drammatica vicenda cui assistiamo in questi giorni ci dovrebbe indurre a riflettere su quanto potrebbe avvenire qualora a bordo vi fossero, anziché dei militari, delle guardie giurate chiamate a compiere operazioni antipirateria. Stiamo vedendo come personale militare ben addestrato e qualificato possa incorrere in episodi di estrema delicatezza, quale quello attuale: ci rendiamo conto a quali seri rischi stiamo esponendo le guardie giurate e quanti incidenti diplomatici potrebbero verificarsi?

Permettetemi, colleghi, di aprire una breve parentesi sulla questione dei marò e su questa incredibile situazione, augurandomi che vengano svolte delle verifiche sulle responsabilità lungo tutta la scala gerarchica e, soprattutto, che queste ultime vengano condotte in Italia.

Tornando al testo del decreto, che vi sia un'automatica continuità con il passato e, di conseguenza, una mancanza totale di una qualsiasi valutazione ed analisi sulla strategia che il nostro Paese dovrebbe seguire quando è impegnato all'estero viene confermato anche dalla delicata e spinosissima questione del nostro impegno in Afghanistan. La nostra presenza in tale territorio, infatti, continua ad essere frutto di improvvisazione, di un atteggiamento servile e di una mancata lungimirante strategia, in forte contrasto con quanto disposto dalla nostra Carta costituzionale. Siamo in guerra e il Governo Monti a null'altro ha inteso che a prorogare questo impegno bellico.

Caro Sottosegretario, siamo preoccupati e delusi. L'atteggiamento del Ministro si è discostato ben poco da quello del suo predecessore. Di Afghanistan nelle sedi parlamentari si è parlato molto poco e le notizie relative al nostro impegno sono state apprese dalla maggior parte di noi a mezzo stampa. Noi componenti della Commissione difesa, come del resto tutti i cittadini, abbiamo infatti appreso dalle agenzie la sua decisione di rimanere in Afghanistan fino alla fine della transizione e come quindi il nostro impegno non terminerà nel 2013. Caro Sottosegretario, non ritiene questo atteggiamento estremamente lesivo delle nostre potestà parlamentari? Non ritiene che spetti anche a noi decidere se il nostro Paese debba adempiere ad una funzione di supporto in Afghanistan anche dopo il 2013?

Anche qui, colleghi, sono costretto purtroppo ad aprire una breve parentesi per esprimere, a nome del mio Gruppo, profondo cordoglio per la tragica morte dei nostri ragazzi ed un sincero augurio di pronta guarigione al quarto militare coinvolto nell'incidente. Signor Sottosegretario, se non ha intenzione di parlare in questa sede della durata e della strategia che sottintende la nostra missione in Afghanistan, accetti quantomeno di discutere della sicurezza dei nostri militari. Noi dell'Italia dei Valori consideriamo quest'ultima prioritaria e riteniamo sia un nostro dovere garantire la massima tutela a chi ogni giorno compie il proprio dovere al servizio dello Stato.

Signora Presidente, dedico in conclusione l'ultimo minuto che ho a disposizione per illustrare l'ordine del giorno G100, presentato dal mio Gruppo ed a mia prima firma. Non intendo tediare l'Aula con una vera e propria illustrazione; vorrei bensì sottoporre all'attenzione della Presidenza, del Governo e dei colleghi alcuni importanti aspetti contenuti nel documento.

L'ordine del giorno rappresenta parte della mozione n. 1‑00503, a mia prima firma, presentata il giorno dell'insediamento del nuovo Governo. Non avendo la Conferenza dei Capigruppo ancora potuto calendarizzarla, ho ritenuto di sfruttare l'occasione offertami dall'Atto Senato in discussione oggi, e in particolare dall'impropria inclusione all'interno del decreto dell'articolo 5, al fine di stabilire un confronto con il Governo diversamente precluso. Interessato attendo quindi un parere sulle proposte da me formulate. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marcenaro. Ne ha facoltà.

MARCENARO (PD). Signora Presidente, sia il senatore Livi Bacci che il senatore Del Vecchio hanno espresso la posizione e il giudizio del nostro Gruppo su questo provvedimento, che peraltro riconferma una posizione che noi sosteniamo ormai da molto tempo e che ha rappresentato un punto di convergenza della stragrande maggioranza delle Assemblee parlamentari italiane.

Voglio spendere i pochi minuti di tempo a mia disposizione per sottolineare che il provvedimento al nostro esame - che tra breve voteremo - rappresenta la conclusione di una fase. Ormai la discussione si è sviluppata ed è arrivata a conclusioni, talvolta più esplicite ed altre volte più implicite, che segnano il 2013 come l'anno di una svolta globale per quanto riguarda lo scenario fondamentale, quello dell'Afghanistan. È evidente che nel prossimo anno andremo nella direzione non semplicemente di un ritiro, ma di un cambiamento del quadro globale nel quale la nostra iniziativa si svolgerà. Mi riferisco alla vera e propria fine di una fase che, nonostante le differenze che hanno caratterizzato le diverse missioni (in particolare, quella che ha caratterizzato la missione in Afghanistan), dal punto di vista politico è stata indubbiamente segnata dall'invasione dell'Iraq: si è trattato di un segno che, in seguito, nessun adattamento e nessuna modifica, anche dal punto di vista strategico, sono stati in grado di rimuovere completamente. A mio avviso, quel segno ha influito pesantemente anche sui difficili esiti della missione internazionale in Afghanistan e sulla situazione contraddittoria che oggi abbiamo di fronte.

Nel momento in cui decidiamo per le missioni - e lo facciamo, come ha sottolineato il senatore Livi Bacci, con un decreto che ha la durata di un anno - si apre il problema di avviare una riflessione su un futuro che per tante ragioni non potrà più essere semplicemente la ripetizione del passato, ma richiederà atti e fatti nuovi e in particolare - anche questo è stato già ricordato - un diverso equilibrio tra iniziativa politica ed iniziativa militare, che è stato tanta parte della fase che abbiamo conosciuto. Anche se il provvedimento al nostro esame migliora leggermente la situazione, basterebbe considerare l'equilibrio tra le risorse impiegate nelle operazioni militari e quelle impiegate nelle operazioni di sostegno allo sviluppo e civile nel corso degli ultimi anni.

Non credo, però, che dovremmo affrontare la prospettiva che abbiamo di fronte con l'intenzione di chi considera tutto ciò semplicemente come un'occasione per far risparmiare un po' di risorse ad uno Stato già in dissesto finanziario: dovremmo piuttosto pensare a come investire diversamente le risorse oggi impiegate, per azioni ed operazioni più profittevoli dal punto di vista politico e che richiedono un diverso equilibrio - lo ripeto - tra azioni militari e civili.

Ci richiama a questo punto in primo luogo l'Afghanistan, ma non solo. Sappiamo infatti che anche in Libano la situazione sta completamente cambiando. Anche sulla missione UNIFIL è necessario avviare una riflessione: abbiamo bisogno di ricollegare tale missione con il negoziato. Penso che alla lunga non sia sostenibile una situazione in cui il negoziato rimane fermo mentre prosegue la missione militare di interposizione: abbiamo bisogno di ricostruire questo rapporto e di introdurre in qualche modo un elemento di condizionalità nella nostra presenza, spingendo in tale direzione anche per un nuovo ruolo dell'Unione europea.

A mio avviso, si rende ormai necessario affrontare il quadro generale internazionale, che desta, e ha destato anche nelle ultime settimane, forti preoccupazioni.

Qualcuno, guardando alla decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, in nome della responsabilità di proteggere la popolazione, aveva autorizzato interventi in Libia, ha forse pensato che fosse stato compiuto un passo in avanti nella governance mondiale di tali questioni, ma i veti riproposti da Russia e Cina sulla questione della Siria fanno riemergere il problema.

Anche per questo motivo ritengo sia urgente svolgere una discussione al riguardo. Abbiamo il tempo e vi sono le condizioni per farlo e - aggiungo - abbiamo le carte in regola, perché l'aver fatto il nostro dovere nelle missioni internazionali ci mette oggi nelle condizioni di svolgere un'azione diversa.

Il Governo Monti ha ridato all'Italia la possibilità di pronunziarsi in Europa, dal punto di vista delle prospettive finanziare ed economiche. Credo sarebbe molto importante se il Governo si convincesse che anche sul piano della politica estera e dell'azione internazionale l'Italia può riprendere a giocare un ruolo che solleciti una diversa qualità dell'azione europea.

Nessuno di noi può rimuovere il fatto che l'attuale Servizio esterno dell'Unione europea, diretto da Catherine Ashton, è stato fino ad oggi una fonte di profonde delusioni. Non ci sono ragioni imputabili ad una diplomazia superficiale che impediscano di affrontare nelle sedi e nei modi dovuti questo problema e per non fare di questo anche un elemento di riqualificazione, di rilancio, di rinnovamento di un'azione europea che dovrà fare i conti con uno scenario che non sarà più quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castelli. Ne ha facoltà.

CASTELLI (LNP). Signora Presidente, intervengo su un fatto specifico che è già stato ricordato in quest'Aula e che personalmente mi ha turbato enormemente: mi riferisco alla questione dei due marò.

La pirateria, apparsa ormai da qualche anno, è già di per sé un fenomeno assolutamente oscuro e per certi versi inspiegabile poiché non si capisce come navi di enorme tonnellaggio possano essere sequestrate da barchini di pochi metri (Applausi del senatore Perduca) con sopra quattro disgraziati che, al massimo, hanno qualche fucilino. Eppure, essa ha dato vita ad un notevole flusso di denaro: decine e decine di milioni di dollari incessantemente partono dai Paesi di provenienza delle navi che vengono sequestrate per dirigersi verso la Somalia, questa terra di nessuno in cui non si capisce bene quali siano le autorità che comandano.

È un fenomeno assolutamente misterioso, lo ripeto, perché da un punto di vista meramente tecnico e militare potrebbe essere sventato in pochissimo tempo. Oggi, nell'era dei satelliti che vedono persino la singola automobile, figuriamoci se non si riescono ad individuare le navi e le basi di questi pirati!

A questo scenario si è aggiunto il recente episodio, anch'esso inspiegabile. Gli armatori da tempo ci avevano chiesto di poter imbarcare guardie armate sulle navi, sapendo che in questo modo si sarebbe potuto rispondere efficacemente alle operazioni di pirateria, in verità un po' «fai da te», operazioni realizzate dal punto di vista militare da quattro straccioni, che però risultano efficaci.

Ma cosa è accaduto? Il nostro Governo ad agosto ha varato un decreto-legge che rendeva possibile imbarcare guardie armate sulle navi private e ora si è verificato un episodio che non ha ancora contorni chiari. Dal punto di vista del diritto internazionale la via maestra era una sola. Non v'è dubbio infatti che, dal punto di vista del diritto internazionale, la magistratura competente è quella italiana, perché il fatto è avvenuto in acque internazionali, coloro i quali sono accusati di aver sparato erano in territorio italiano. Quindi, era assolutamente pacifico che i due marò dovessero rientrare in Patria ed essere giudicati dalla nostra magistratura, che avrebbe acclarato, con tutte le garanzie costituzionali e di legalità, la loro eventuale responsabilità.

Invece accade una cosa stranissima, ossia che questi due militari vengono abbandonati nelle mani delle autorità indiane in un contesto in cui è garantito che non c'è assolutamente oggettività, perché è un contesto in cui c'è una fortissima ostilità su questo tema, atteso che ci sono di mezzo anche delle elezioni.

Allora vogliamo sapere - io personalmente ho preso la parola perché voglio saperlo - chi ha dato questo ordine vile, perché questo è stato un ordine totalmente vile... (Applausi dal Gruppo LNP e dei senatori Gramazio e Ciarrapico).

GRAMAZIO (PdL). Bravo!

CASTELLI (LNP). ...che ha scaricato, non so per quali motivi, la responsabilità su due persone che vedremo se hanno compiuto azioni sbagliate, ma che comunque fino a prova contraria, ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione, stavano facendo il loro dovere.

Dobbiamo sapere che cosa è accaduto. Chiedo che il Ministro venga a riferire su quanto è accaduto, perché pensiamo adesso con quale spirito i nostri militari o le nostre guardie armate (anche questo è previsto dalla legge) potranno svolgere il loro dovere sulle navi, sapendo che in qualunque caso essi verranno abbandonati al loro destino.

Credo che sia stata scritta da parte dei dirigenti, non certo da parte degli esecutori, non certo da parte dei militari, una pagina totalmente vergognosa per il nostro Paese. Ancora una volta i nostri dirigenti hanno dato esempio di grande viltà, in puro stile badogliano, mi consenta.

Ritengo che su questo episodio si debba fare assolutamente chiarezza. Noi chiediamo questo. Vogliamo sapere chi ha dato l'ordine di abbandonare i due militari nelle mani degli indiani, che in questo momento - ripeto - non danno alcuna garanzia di obiettività per il giudizio.

Ricordo anche che, in via spero totalmente teorica, questi due militari rischiano la pena di morte. Quindi, c'è anche un gravissimo vulnus sotto questo punto di vista, perché la legge italiana sull'estradizione non consente di estradare nessuno, ancorché riconosciuto colpevole in terzo grado, verso Paesi che prevedono la pena di morte. È stato commesso veramente un crimine sotto ogni punto di vista e vogliamo sapere chi è stato a dare quest'ordine. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.

NEGRI (PD). Signora Presidente, anche raccogliendo gran parte del dibattito che era stato fatto nelle Commissioni riunite e quanto hanno riferito molti colleghi oggi, possiamo dire che il voto sul decreto-legge in esame, la presentazione e l'articolazione stessa del provvedimento segnalano una nuova assunzione di responsabilità da parte del Governo, del Parlamento e della comunità nazionale.

Per quale motivo parlo di nuova assunzione di responsabilità? È già stata ricordata la copertura annuale della proroga e io aggiungo anche l'ultimo articolo, il fatto che ogni quattro mesi i due Ministri degli esteri e della difesa debbano riferire alle Commissioni competenti riunite. Quindi, in qualche modo si incontra l'esigenza di verifica puntuale dell'evolvere delle singole missioni. In tema di nuova responsabilità, voglio far cenno anche a recenti dati IPSOS sulla popolarità che le missioni rivestono nell'opinione pubblica italiana. Questo vuol dire che ne è stata interiorizzata la funzione sociale, la funzione di difesa e di pace, di tutela dei diritti di national building delle società dei Paesi interessati.

Dico anche nuova responsabilità internazionale perché - come sappiamo - a Chicago, in maggio, la NATO discuterà della Smart Defence, quindi dell'uso di nuove tecnologie, della transizione della sicurezza in Afghanistan, del rapporto con le primavere arabe (ne faceva cenno poco fa il senatore Marcenaro), delle risposte da dare al nucleare iraniano, dei nuovi rapporti di partnership tra gli Stati Uniti, il Giappone, l'India, l'Australia, le Filippine; Stati Uniti che tendono a concentrare di più sull'Europa i propri compiti di difesa e a guardare assai di più al Pacifico. Anche in questo senso è un nuovo inizio. La tenuta, la continuità e le caratteristiche delle nostre missioni internazionali avranno anche riferimenti concreti con l'evoluzione di quanto si deciderà a maggio a Chicago. Le cifre della sfida sono state qua dette.

La mia opinione è che, qualunque sia l'evoluzione futura, pare di comprendere che vi siano una strutturalità, una permanenza e una proiezione nel futuro anche di questo tipo di missioni, le quali contemplano la presenza civile e di ricostruzione. Si tratta di un nuovo tipo di presenza militare. Appare però difficile supporre che in Libano (fortunatamente noi abbiamo ridotto le previsioni di riduzione) si possa pensare che il ruolo degli hezbollah, l'influenza della Siria e l'influenza dell'Iran sugli hezbollah e su gran parte della dirigenza libanese possano confinare a un ruolo solo di mediazione il lavoro dei militari lì presenti. Così come è stato giusto rinforzare la presenza in Kosovo, come il nostro partito diceva da tanto tempo: vanno peggiorando i rapporti con la Serbia, specialmente dopo la dichiarazione di autonomia.

In questo senso, i concetti di responsabilità e di sfida si tengono molto da vicino, perché con meno soldi e meno uomini - ripeto: meno soldi e meno uomini - bisognerà fronteggiare esigenze di difesa che avranno proiezioni probabilmente nei prossimi decenni. Credo che non dobbiamo minimizzare questa dimensione. Le cifre sono state ampiamente date dal Ministro della difesa: ormai siamo a 6.500 uomini, con la riduzione di alcune centinaia di milioni.

Il problema su cui voglio una risposta da lei, signor Sottosegretario, a nome del Ministro, lo abbiamo in parte affrontato in Commissione e il relatore Gamba lo ha adesso ripreso, ma solo in parte. La seconda parte di questo decreto contiene, per alcuni versi, misure autonome in materia di Amministrazione della difesa. Ciò va bene. Poi, esso contiene misure di riordino dell'Amministrazione della difesa e della pianificazione dei sistemi d'arma esattamente in funzione delle missioni internazionali, e non in funzione di altro, con una proiezione fino al 2015. Mi riferisco ai commi 3 e 4 dell'articolo 5. Viene infatti stabilito che saranno fatti investimenti in sistemi d'arma (se ho ben calcolato si tratta di 750 milioni di euro fino al 2018), per i programmi SICRAL, Combat-SAR, M346, Forza NEC e per il sistema di comunicazione terrestre dell'Arma dei carabinieri, finalizzati alle missioni internazionali e non a questioni interne. Utile, utilissimo e preveggente. Tuttavia, la nota del Ministero della difesa ci dice che questi fondi saranno presi dal programma Eurofighter. Se è così, dopo la perdita della commessa indiana di 126 Eurofighter, noi chiuderemo Alenia.

Noi siamo un partito pluralista e ritengo che il programma Eurofighter non sia in contraddizione radicale con il programma degli F-35, perché gli stessi soggetti che fanno parte del consorzio Eurofighter a loro volta stanno comprando anche gli F-35 per la sostituzione dei loro velivoli. Ripeto: si tratta degli gli stessi soggetti. Tuttavia, se dopo la perdita della commessa indiana, tiriamo via dal programma Eurofighter il finanziamento dei nuovi sistemi d'arma per le missioni, vi saranno delle conseguenze. Non siamo ingegneri aeronautici, né amministratori delegati di Alenia, però questo è un problema di prima grandezza. La nota del Ministero ci dice che c'è ancora una commissione tecnica che sta valutando, ma tutti questi soldi per i sistemi d'arma delle missioni si prendono dal programma Eurofighter. Per noi è un collasso. Perché? Che cosa resta? Dove li vendono gli Eurofighter? Nell'Oman e qualcuno in Sud-America. Per la prima volta al mondo i francesi, che non vendevano a nessuno, sono riusciti a vendere i Rafale all'India; Cameron ha fatto fuoco e fiamme, noi siamo stati un po' in silenzio, anche se è vero che la mediazione competeva agli inglesi.

Ciò detto, poiché si tratta di un problema molto importante, che riguarda il sistema d'arma per le missioni, il programma Eurofighter, il nuovo Sistema di difesa europea e, infine, quale sarà la nostra posizione al vertice NATO di maggio a Chicago, credo si debba dare una risposta. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Amato. Ne ha facoltà.

AMATO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, questo decreto sottolinea giustamente (come del resto quello approvato nel luglio 2011) l'importanza della lotta alla pirateria, che è al centro di alcune specifiche missioni internazionali e di alcune rilevanti innovazioni normative. Ed è quindi su tale tema che vorrei richiamare l'attenzione del Governo. Anche perché, mentre stiamo qui discutendo, due marò del Reggimento San Marco, componenti del team militare imbarcato a protezione della nave petroliera "Enrica Lexie", sono tuttora sottoposti a fermo giudiziario nel porto di Kochi dalla polizia indiana dello Stato del Kerala, per accertamenti in merito alla sparatoria avvenuta in acque internazionali. Sparatoria che parrebbe - e il condizionale è d'obbligo - aver provocato la morte di due pescatori indiani.

Dico subito che, pur in attesa di una puntale ricostruzione dei fatti e dei necessari chiarimenti da parte del Governo, mi sento certo della rigorosa professionalità e della serietà del comportamento dei nostri militari, ai quali desidero esprimere vicinanza e solidarietà, nell'augurio di poterli rivedere presto in Patria.

Ma aggiungo subito anche un'altra cosa: e cioè che questa intricata e dolorosa vicenda non può e non deve comunque pregiudicare la nostra partecipazione all'impegno internazionale e multilaterale di contrasto alla pirateria.

I due marò del San Marco fanno parte di un nucleo militare di autodifesa che si trova a bordo di una nave commerciale battente bandiera italiana in base al protocollo stipulato tra Confitarma e Marina militare, ai sensi dell'articolo 5 della legge 2 agosto 2011, n. 130. Una legge promossa su iniziativa della Commissione difesa del Senato che, con un'apposita risoluzione, impegnò il Governo ad autorizzare immediatamente sulle navi italiane l'imbarco di team armati di protezione e autodifesa, così come avviene in altri Paesi europei, tra cui cito, a caso, la Francia, il Belgio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda. Team armati composti da militari o da privati, a scelta e a spese dell'armatore.

Oggi, l'atto in esame - oltre a rifinanziare le missioni internazionali in ambito NATO e comunitario (Ocean Shield e Atalanta) che vedono impiegate nel Golfo di Aden unità navali della Marina militare in funzione anti-pirateria - novella, all'articolo 6, il citato quadro legislativo, precisando alcune modalità di impiego dei nuclei di protezione a bordo del naviglio mercantile italiano.

Ora, non voglio entrare qui nel merito delle modifiche proposte dal Governo con questo decreto, né tantomeno entrare nel merito di quanto ulteriormente aggiunto in sede di conversione durante l'esame delle Commissioni di Camera e Senato, perché ritengo si tratti di emendamenti che vanno, sì, nella direzione di una più chiara interpretazione della legge originaria, ma che non risolvono appieno i molti dubbi applicativi che ritardano la piena implementazione della normativa, disegnando sostanzialmente un quadro derogatorio poco coerente nel suo complesso.

Non a caso il Presidente del Senato ha recentemente affidato alla Commissione difesa uno specifico affare, assegnato allo scopo di fornire un contributo di chiarezza utile a sciogliere quei nodi che non rendono pienamente fruibile la legge sull'imbarco di team armati di autodifesa. A tale proposito, mi sembra francamente grave che, a più di sei mesi dall'entrata in vigore della legge che pur lo autorizza, un armatore italiano si trovi nella condizione di non poter ancora impiegare a bordo delle sue navi operatori privati specializzati.

Si tratta perciò non di ripensare la legge n. 130, e nella fattispecie l'articolo 5, bensì di darle completa attuazione. Tanto più che, se l'obiettivo è quello di proteggere il commercio marittimo italiano al di fuori dei ristretti confini dell'area operativa delle missioni internazionali che incrociano nel Golfo di Aden, non esistono efficaci misure alternative all'imbarco di nuclei di protezione armata.

Fuori da quel corridoio, che è per così dire "blindato" (mi riferisco al Golfo di Aden), persiste infatti un'area di oltre 5 milioni di miglia quadrate di Oceano Indiano, dove solo la presenza di uomini armati a bordo può garantire un ragionevole grado di immunità da abbordaggi e sequestri, i cui costi economici ed umanitari restano sempre imprevedibili.

Negli anni scorsi, quando mancava una legge che autorizzasse la presenza di personale armato a bordo, gli attacchi pirateschi alle imbarcazioni italiane rappresentarono un danno costante alla nostra economia e alla nostra sicurezza. La "Buccaneer" (catturata nell'aprile 2009), la "Savina Caylin" (febbraio 2011), la "Rosalia D'Amato" (aprile 2011) e la "Eugenio Ievoli" (catturata il 27 dicembre scorso e ancora adesso in mano ai pirati somali) sono solo le principali tappe di un calvario che coinvolge tutti - le famiglie dei sequestrati, gli armatori, le Forze armate e la diplomazia - fino ad arrivare, in ultima istanza, al cittadino consumatore, il quale risente dell'aggravio dei maggiori costi delle materie prime ed energetiche trasportate via mare da e verso il nostro Paese.

Bene hanno fatto, pertanto, il Parlamento ed il Governo a varare tutte le misure disponibili per tutelare con l'opportuna risolutezza il naviglio italiano, che è a tutti gli effetti territorio italiano.

Il problema è, allora, quella di rendere effettive tali misure, dando innanzitutto piena e completa attuazione all'articolo 5 della legge n. 130 del 2011, una norma ambiziosa che, proprio per il suo marcato carattere innovativo, sconta probabilmente un periodo di rodaggio.

Concludo, signora Presidente, suggerendo due priorità. La prima priorità è quella di introdurre la piena libertà di scelta, per l'armatore, tra l'opzione militare e l'opzione privata. Attualmente, secondo la legge, un armatore che ha bisogno di un servizio di protezione a bordo della nave deve prima di tutto rivolgersi alla Marina militare e, solo nel caso in cui questa sia impegnata o non abbia personale a sufficienza o non si adatti al servizio richiesto, può quindi rivolgersi al privato. Ma, poiché le leggi sul commercio italiane ed europee sanciscono il principio secondo il quale nessuno può avere diritto di prelazione rispetto all'erogazione di un servizio commerciale, questo regime di prelazione - anche alla luce della ridotta disponibilità di uomini che la Marina può mettere a disposizione - deve essere superato.

Peraltro, alla luce di quanto sta accadendo sulle coste del Kerala, va detto chiaramente che l'utilizzo di team di privati anziché di militari in servizio, proprio per la natura privatistica del rapporto che si viene a delineare, può evitare, in caso di incidenti (purtroppo sempre possibili), complicazioni di carattere diplomatico, con relative aggrovigliate dispute di diritto internazionale.

La seconda priorità risiede invece nell'emanazione di quel decreto ministeriale che, in base alla normativa vigente, dovrebbe definire nello specifico le modalità di impiego dei servizi di vigilanza e di autodifesa privata sulle navi. Tra l'altro, un emendamento al testo, poi recepito, sottolinea tale urgenza fissando al 31 marzo la scadenza per l'emanazione del regolamento stesso.

L'importante è che vi sia in tutti noi la profonda convinzione che l'efficace tutela dell'interesse nazionale, oggi minacciato dalla pirateria marittima, è strumento altrettanto strategico della diretta partecipazione alle missioni Ocean Shield ed Atalanta ai fini della difesa e della sicurezza dell'Italia.

L'articolo 6 del presente decreto presenta sicuramente alcuni interessanti passi in avanti. Ma credo che solo con la seria collaborazione di tutti i soggetti coinvolti sarà possibile mettere a punto una normativa interamente rispondente alle attese e alle necessità del momento.

Detto questo, concentriamo oggi tutti i nostri sforzi per dare ai due marinai del San Marco in mani indiane la necessaria assistenza e la doverosa tutela. Perché è dovere primario di uno Stato, specie se impegnato in importanti strategiche missioni internazionali, tutelare sempre e in ogni modo i suoi uomini in arme. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, il senatore Di Giovan Paolo ha affrontato molti dei temi che avrei voluto mettere al centro del mio intervento. Concordo al 100 per cento con quanto egli ha detto, perché negli anni scorsi abbiamo insistito, anche se non in molti, nel porre al centro dell'attenzione di questo dibattito, che dovrebbe, a norma di Regolamento, trattare esclusivamente della necessità di procrastinare il finanziamento di una presenza italiana in giro per il mondo, aspetti più generali. Cercherò quindi di parlare di qualcosa di diverso, che però non è altro.

Noi abbiamo aggiunto un articolo 10-bis a questo decreto, con il quale si chiede al Governo di comunicare al Parlamento l'andamento delle missioni ogni quattro mesi. Ora, per evitare di trovarci ad avere un dibattito fotocopia ogni quattro mesi, occorrerebbe, nel frattempo, non soltanto aspettare la scadenza fissata dal Parlamento e preparare una relazione, ma agire sulla base delle cose che, sia in Commissione che in Aula, i senatori articolano come proposte che vadano oltre quel riconoscimento che tutti continuiamo (in buona parte, non necessariamente tutti) a tributare alle nostre Forze armate impegnate nel mondo, riconoscendo loro che sono la punta di lancia della nostra politica estera.

Se da una parte questo è sicuramente un aspetto positivo della questione, dall'altra non deve essere un motivo di vanto per un Paese democratico. Noi riteniamo, infatti, che siano le armi della politica quelle che devono arrivare ad affrontare i problemi: sia che si tratti di conflitti in corso, sia che si tratti di gestione della pace portata manu militari o attraverso altri modi, sia che si tratti di cercare di prevenire, quando si può, uno scontro armato.

Parliamo di due casi separati. Tra l'altro, è appena arrivata un'agenzia di stampa che riferisce dell'uccisione di 100 persone nel corso di scontri tribali nel Sud della Libia. Noi riteniamo di aver fatto un buon lavoro in Libia, tanto è vero che vi abbiamo lasciato, sì e no, una dozzina di persone, come presenza italiana in divisa nel Paese. Abbiamo fatto sicuramente cosa buona a sostituire Gheddafi, anche se non avremmo dovuto ammazzarlo, bensì portarlo davanti al Tribunale dell'Aja, anche perché così ci era stato detto che avremmo dovuto operare all'inizio dell'anno scorso. Abbiamo cambiato, se non altro, il colore della bandiera; non credo che abbiamo cambiato la qualità del Governo, ma questo è un discorso che affronteremo in un altro momento. Cento persone sono morte, dove si ritiene di avere portato un nuovo contesto di speranza, pace, libertà e - detto tra molte virgolette - "democrazia".

Negli stessi giorni in cui iniziavano le rivolte in Libia sono iniziate anche in Siria, ma la fondamentale differenza esistente tra la rivolta libica e quella siriana (e qui occorreva, e continua ad occorrere, una risposta politica) è che, mentre in Libia si è subito passati alla resistenza armata, per otto mesi in Siria si è andati avanti con una resistenza non violenta. Alla fine dell'estate, poi, non vedendo nessun tipo di reazione politica da parte degli occidentali (perché, personalmente, non credo che a una crisi regionale debba esistere una risposta regionale), tutti i piani portati avanti dall'Unione africana sono andati a fracassare contro i problemi che tutti coloro che conoscono un po' i dibattiti interni sanno esistere all'interno di questi tipi di organizzazioni. Tali dinamiche creano ostacoli al ritrovamento delle soluzioni. E lo stesso dicasi per quanto riguarda le lodevoli iniziative portate avanti dalla Lega araba. Il silenzio dell'Occidente ha portato i siriani, chiaramente, come avvenne anche in alcuni frangenti della guerra nella ex Jugoslavia, a creare un esercito di liberazione (se finanziato o non finanziato dall'Occidente e se armato o non armato dall'Occidente, anche questo è discorso che qui non possiamo affrontare) che comunque sta portando avanti una rivolta manu militari.

È chiaro che, portati alle estreme conseguenze, alla fine ci si dovrà ulteriormente assumere responsabilità gravissime non perché si sostenga l'aggredito nei confronti dell'aggressore, ma perché ancora una volta si è scartata fin dall'inizio l'opzione non violenta. Non lo dico perché il Partito Radicale - per l'appunto non violento - ha voluto mettere questo aggettivo nel suo nome, ma perché l'opzione non violenta - come documentano studi dei centri di ricerca più avanzati - è quella che, oltre che salvare centinaia di migliaia di vita umane, garantisce una transizione più veloce e strutturale del regime, costruendo un nuovo contesto dove libertà e democrazia riescono a prendere radice più velocemente che altrove.

Basterebbe andare a vedere alcuni esempi della cosiddetta Primavera araba dell'anno scorso, dove ancora una volta nessuno dall'Occidente disse più di tanto, per farci ricordare che quando i tunisini iniziarono a scendere in piazza per chiedere che Ben Ali abbandonasse il Paese. si è arrivati in maniera molto più indolore che altrove ad un cambiamento di regime.

A questo punto tutti coloro che in passato hanno votato a favore di questo provvedimento, inclusi i radicali, che un paio di volte non hanno partecipato al voto, sono ora a favore perché fortunatamente si è posto rimedio al fatto che in esso era stato infilato quasi tutto, molto non rientrava nel titolo del provvedimento stesso, relativo al rinnovo della nostra presenza alle missioni all'estero.

Siamo quindi tutti a favore di questo provvedimento, ma non credo, visto e considerato che la scadenza è stata fissata tra quattro mesi, che si possa arrivare a replicare questo tipo di dibattito. Non ci interessa sapere quanti sono i mezzi Lince o quali sono le bombe che vengono sganciate dagli aerei italiani in giro per il mondo, se ce ne è la necessità; ci interessa sapere le linee di politica estera dell'Italia all'interno della Nato, dell'Unione europea e delle Nazioni Unite. Il resto va bene per le riviste specializzate, ma non per un'Aula parlamentare. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mantica. Ne ha facoltà.

MANTICA (PdL). Signora Presidente, il dibattito che si è svolto e si sta svolgendo è abbastanza innovativo rispetto ai normali dibattiti sulle proroghe delle missioni militari. Eppure questo provvedimento ha in sé una novità molto forte rispetto ai tradizionali provvedimenti. È infatti la prima volta che ci viene indicata chiaramente una riduzione sostanziale delle nostre truppe all'estero. Non è un passaggio che può essere nascosto o quanto meno sottovalutato, anche perché non è legato alle situazioni economiche e finanziarie del Paese, o per lo meno non è questo a dettare l'ipotesi in esame.

Vi è evidentemente un mutamento di strategia; vi sono tempi nuovi e diversi sullo scenario internazionale che consentono questo tipo di riduzione. Allora, raccogliendo un appello che viene anche da altre forze politiche, tra cui ricordo i senatori Marcenaro e Perduca, credo bisognerebbe cominciare a riportare, all'interno di un corretto dibattito di politica estera, l'uso dello strumento militare, ponendo, ad esempio, un dibattito che dica perché ritiriamo le truppe dall'Afghanistan in questa misura, qual è l'obiettivo che abbiamo da qui al 2014, cosa vuol dire che non abbandoniamo l'Afghanistan dopo il 2014, quali impegni intendiamo assumere e magari cominciare a realizzare che tipo di Afghanistan lasciamo dopo un intervento durato più di dieci anni. Credo infatti che questo sia quello che interessa dell'Afghanistan delle tante altre situazioni nelle quali operiamo.

Questo il tema. Capisco le esigenze del Ministero degli affari esteri e conosciamo l'impegno del sottosegretario Staffan de Mistura, ma credo che su questo dibattito sarebbe opportuno che i Ministeri degli affari esteri e della difesa si presentassero congiuntamente in Aula, proprio perché il tema assume ormai una prevalente natura politica rispetto alle tecnicalità militari presenti in questo provvedimento.

Credo di dover invece sottolineare tre questioni. La prima è quella indiana. Sono convinto che in un momento come questo il primo, vero, unico e grande obiettivo che il nostro Paese ha sia quello di far tornare a casa i due marò. Penso che sia necessario porre in prima linea tutti gli sforzi possibili in tal senso. Mi domando - e domando al Sottosegretario alla difesa - se la nave Grecale, ad esempio, che sta operando nell'Oceano Indiano nella missione di contrasto alla pirateria, debba restare dov'è o se debba invece mostrare che l'esistenza di una presenza italiana più forte, avvicinandosi alle coste indiane.

Vorrei ricordare a questo proposito uno strano atteggiamento tenuto dall'India, e che ho personalmente vissuto, in occasione della vicenda della nave italiana "Savina Caylyn", che è stata quasi dieci mesi ostaggio in Somalia, e a bordo della quale la maggiore parte del personale era indiano. Abbiamo operato coscientemente e scientemente dicendo che l'equipaggio era quello della nave: abbiamo parlato evidentemente degli italiani a bordo, ma ci siamo preoccupati di tutto l'equipaggio, indiani compresi. Non mi risulta che l'ambasciatore indiano a Roma si sia mai avvicinato alla Farnesina per chiedere notizie dei marinai indiani a bordo delle navi.

Per questo il sentimento espresso oggi da parte dell'India stupisce molto, anche perché a bordo della petroliera erano presenti tra l'altro marinai indiani, per cui, se è stato respinto un attacco di pirati, si difendevano anche marinai indiani.

Non credo sia a priori un problema di politica interna, ma qualcosa di più pesante: l'India in questo momento vuole dimostrare di non avere pirati alle porte. Dobbiamo invece ribadire agli indiani, che lo sanno perfettamente anche se vogliono negarlo, che i pirati sono alle porte: la realtà è che ormai il raggio di azione dei pirati somali si è spostato nell'Oceano Indiano, abbandonando l'area a Sud, cioè quella nei pressi del Madagascar dove erano arrivati, e abbandonando il Golfo di Aden, che ovviamente è più controllabile.

Al di là del nostro primo impegno, quello cioè di riportare a casa i nostri marinai, credo che subito dopo sia doverosamente necessario capire chi ha deciso di far sbarcare i marinai nel porto indiano. Penso che sia infatti un errore enorme, gravissimo, di cui bisogna individuare il responsabile: non so chi sia, anche se posso immaginarlo, perché conosco abbastanza l'ambiente per sapere quali sono le dinamiche che corrono in questo momento; in ogni caso, chi ha sbagliato deve assumersi la responsabilità e deve essere indicato al Paese.

Non è accettabile né può essere oggetto di discussione il fatto che dei militari a bordo di una nave italiana - quindi su territorio italiano - che fanno il loro dovere e che credo - conoscendo i fucilieri del reggimento San Marco - abbiano certamente agito secondo le procedure ed i previsti caveat di ingaggio, molto rigorosi in questa materia, possano essere messi in condizioni di difficoltà per un atto, come dire, di irresponsabilità.

Non voglio usare le parole del senatore Castelli, che peraltro condivido, ma qui c'è una vera e proprio irresponsabilità e un tentativo all'insegna del "volemose bene", dell'andare d'accordo con tutti che ha superato ogni limite concettuale.

Chiediamo dunque che in questo momento si faccia tutto quanto che è necessario per far tornare a casa i due militari, ma chiediamo anche che subito dopo il Governo accerti le responsabilità e punisca chi ha sbagliato. Non si deve più ripetere che due marinai italiani possano essere consegnati ad autorità giudiziarie straniere: con l'India è aperto tra l'altro un lungo contenzioso anche relativo alla presenza nelle carceri indiane di civili italiani (e, anche secondo noti esperti italiani, è difficile dimostrarne l'effettiva colpevolezza). Ritengo dunque che sia questo un fatto gravissimo che va denunciato.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 18,30)

(Segue MANTICA). La seconda questione che vorrei richiamare è quella della Libia, connessa ad un discorso importante, che è sul tavolo della politica della difesa.

L'esperienza afghana, ma soprattutto quella libica, dovrebbero essere l'elemento di sostanza da far confluire nella discussione della NATO, perché non è più possibile immaginare, in una riforma della NATO, che si operi ciascuno secondo le proprie regole nazionali, come succede nell'ISAF o che - si pensi all'operazione in Libia - qualche membro della NATO decida per conto degli altri.

Credo che soprattutto sulla Libia vada detto con grande sincerità che la chiusura di questa operazione non è certamente un modello che possiamo esportare. Siamo partiti, infatti, dicendo che dovevamo difendere i civili; alla fine, nelle città difese dalle tribù dei Warfalla, abbiamo sparato proprio sui civili che abbiamo fatto passare per miliziani di Gheddafi.

Ma è ancora più grave quello che sta avvenendo oggi in Libia, e che non viene denunciato dal Governo italiano ma da alcune agenzie, come Amnesty International: la tortura è praticata normalmente; l'ex ambasciatore libico a Parigi (dell'amministrazione di Gheddafi certamente) è morto in carcere sotto tortura come denunciato da Amnesty International); non c'è un Governo; contrariamente alle tante voci non esiste nessuna Primavera araba; ci sono milizie tribali che si contendono il controllo del territorio, come era normale immaginare per chi in Libia non fosse andato a fare solo il turista in città come Leptis Magna e Sabratha. La Libia, infatti, era così anche prima, certamente gestita da un dittatore, forse più abile di altri a governare i conflitti tribali.

Oggi, anche a fronte dell'impegno che nel quadro della formazione delle truppe libiche ha assunto il Governo italiano, dobbiamo domandarci in quale Libia noi andiamo ad operare. Non credo si voglia operare in un contesto nel quale la tortura è applicata normalmente e dove avere la pelle nera è un fatto criminogeno per il quale si viene arrestati, anche perché questi soggetti vengono fatti passare per miliziani di Gheddafi, ma molti sono solo cittadini subsahariani andati a lavorare in Libia e sfruttati come schiavi.

Ritengo, quindi, che anche con riferimento alla formazione dei quadri in Libia e, dunque, a ciò che è oggetto del provvedimento in esame, si debba procedere con molta, molta cautela.

L'ultima osservazione riguarda la questione Siria, che il collega Perduca ha volutamente introdotto. Possiamo parlare di tutto e fare finta con grande ipocrisia che avvenga proprio ciò che a noi fa piacere che accada, ma io credo che in Siria la Primavera araba sia uno scenario molto sfumato. In Siria è in atto un'altra grande partita, e forse dovremmo domandarci come mai nessuno interviene. Se si immagina soltanto che la Siria è l'elemento più debole della Mezzaluna sciita, che va da Hezbollah alla Siria, al Sud dell'Iraq, all'Iran, forse si capisce che in Siria è in atto una guerra civile voluta. È inutile chiedersi retoricamente chi finanzia l'esercito di liberazione siriano, visto che ha basi in Turchia e viene finanziato dai turchi, dai qatarini e dai sauditi.

Se poi la Lega araba interviene - e voglio ricordare che questa al suo interno ha solo Paesi sunniti e non sciiti - evidentemente è in gioco una partita importantissima. Non so quanto di libertà e di democrazia si debba parlare in quel contesto.

Dobbiamo quindi osservare con grande preoccupazione ciò che sta avvenendo, perché in quell'area c'è un altro elemento di instabilità gravissimo che ci preoccupa: una potenza regionale come l'Iran, che non a caso ha recentemente dichiarato con orgoglio di aver fatto attraccare due navi della propria Marina militare nel porto di Tartus, in Siria.

È quindi in atto nel Medio Oriente una fase di instabilità che supera il contrasto interno alla democrazia ed alle istituzioni democratiche; è in atto uno scontro di grande rilevanza, perché può tradursi nell'affermazione dell'importanza strategica di una potenza regionale: uno scontro coperto - io credo in gran parte, - dall'immagine religiosa di contrasto tra sunniti e sciiti, ma che copre ben altri interessi di natura economica e finanziaria.

Almeno di questo parliamo in altre sedi e non quando esaminiamo un provvedimento di proroga delle missioni militari o quando ci preoccupiamo della presenza degli italiani in Libano che - lo voglio ricordare - inviammo nel 2006, anche con il voto del PdL (di cui ci assumiamo tutta la responsabilità), nella prospettiva di una finestra di opportunità politica per stabilizzare il Paese. Sono trascorsi sei anni ed è cambiato il mondo. Pertanto, interrogarci oggi sul senso politico e strategico della missione UNIFIL, in un contesto profondamente cambiato, che vede il Libano ormai come una succursale del dramma siriano e che quindi presenta prospettive non certo tranquille per la presenza di UNIFIL, credo sia doveroso.

Si tratta di elementi di criticità normali, che vanno accettati e sui quali si deve discutere. Ovviamente il nostro Gruppo è assolutamente favorevole alla proroga delle missioni italiane all'estero.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scanu. Ne ha facoltà.

SCANU (PD). Signor Presidente, in sede di dichiarazione di voto saranno altri colleghi, in maniera certamente esaustiva e puntuale, a svolgere delle considerazioni riassuntive riguardo al dibattito che si è svolto e che si svolgerà. Io però ritengo che sia opportuno evidenziare già da questo momento almeno due aspetti, che hanno di fatto costituito un filo rosso nella discussione, senza differenze di sorta fra un Gruppo politico e l'altro. C'è la necessità di un approfondimento in materia di politica estera e c'è l'urgenza di un aggiornamento in materia di politica della difesa.

Signor Presidente e colleghi, visto che il dibattito - come si dice in gergo amministrativo a livello comunale - diventa parte integrante e sostanziale del provvedimento che viene adottato, cercherò di consegnare un paio di raccomandazioni.

La prima è la seguente: niente potrà e dovrà essere fatto dal nostro Paese, nell'esercizio della propria funzione e di conseguenza della propria attività in termini di missioni internazionali, che non sia stato e che quindi attualmente non sia il frutto di una determinazione del Parlamento. In questo caso ritengo possa essere utile ricordare, ad esempio, che il nostro Paese è presente in Afghanistan nell'ambito di una missione multilaterale che si chiama ISAF e che non ha alcun tipo di contiguità con un'altra missione, che viceversa è sorta in maniera unilaterale, «Enduring Freedom». Credo si debba evitare di correre il rischio che una deriva di omologazione fra le due diverse e distinte missioni possa condurre ad un medesimo atteggiamento.

D'altro canto, signor Presidente e cari colleghi, signor Sottosegretario, la Costituzione parla chiaro nel nostro Paese. La Costituzione si esprime non soltanto nel dettato dell'articolo 11, allorché dice chiaramente cosa pensa a proposito della guerra, ma si esprime anche riguardo alle possibilità di un intervento oltre i confini patri; questo intervento, per definizione, deve essere soltanto di tipo multilaterale. Allora, se siamo per fortuna legati al multilateralismo, ritenete voi che la cosa possa essere ininfluente rispetto al tipo di modello di difesa che il nostro Paese si deve dare?

Cerco di spiegarmi meglio: il nostro multilateralismo ci ha collocati e ci colloca nel mondo occidentale, come alleati leali degli Stati Uniti d'America, come potenza rappresentativa - dignitosamente rappresentativa - nell'ambito dell'Unione europea. Se dunque queste sono le caratteristiche, non si può non ritenere che il nuovo modello di difesa debba necessariamente essere determinato, disegnato e cesellato sulla base di una vocazione europeistica, per fare in modo che anche con la creazione di una difesa unica europea possa essere portato a compimento il disegno dell'Unione europea.

Concorrere - come ci è dato fare e come molto autorevolmente il presidente Napolitano non si stanca di ricordarci - alla costruzione di un assetto europeo che non sia soltanto di tipo monetaristico, ma che si realizzi anche in questi termini, vuol dire che non possiamo coltivare l'aspirazione a diventare una potenza regionale, che da sola si candidi, con gli strumenti e anche con le aspirazioni, ad essere interlocutrice rispetto al resto del mondo. Se siamo Europa, dobbiamo esserlo sempre, e quindi anche nella costruzione di una difesa unica europea.

Dove voglio "atterrare" (visto che anche questa sera si è parlato di aerei)? Signor Presidente, onorevoli colleghi, è semplice: vorrei utilizzare questa circostanza per trasferire, a beneficio di un Governo che abbiamo appoggiato e che con grande lealtà ed onestà intellettuale intendiamo sostenere sino alla fine della legislatura, la necessità che il nuovo assetto difensivo del nostro Paese non discenda dall'elaborato fatto e maturato all'interno della compagine governativa, ma che il prodotto della riflessione governativa altro non sia se non uno spunto, un punto di partenza, affinché poi sia il Parlamento ad assumersi le proprie responsabilità, senza sottrarsi non solo al dovere costituzionale che in termini espliciti ci sollecita a fare questo, ma alla necessità di essere coerenti con quanto evidenziato stasera.

Abbiamo avuto la sensibilità di parlare di donne e di uomini, di evidenziare il dramma che chi ci rappresenta fuori dal Paese sta vivendo o ha vissuto, anche se in certi casi, allorché si perde la vita, è inadeguato parlare di dramma: il dramma viene vissuto da chi rimane.

Signor Presidente, la complessità, la delicatezza e per certi versi la sacralità di questa materia impongono che il tutto non si risolva in poche battute e che l'argomento passi in Parlamento per essere esaminato, sviscerato, per costituire oggetto di studio, per essere offerto alla valutazione del resto del Paese, agli esperti ed alla società civile.

Il buon Presidente della Repubblica francese, con la sua grandeur, ha avuto il pudore e la sensibilità di imporre la costruzione del modello di difesa di quel Paese anche attraverso la consultazione dei francesi per via telematica; noi (non per scimmiottare i francesi), affermando un'urgenza che francamente ci dovrà essere spiegata, riteniamo di poterci mettere a posto la coscienza e di poter tacitare le aspirazioni ad una nuova stagione di responsabilità tagliando gli F-35 da un giorno all'altro, riducendoli da 131 a 90, senza che sia spiegato il perchè.

Siamo sicuri che 90 F-35 non siano pochi? Siamo in grado di dire con sicurezza che non siano ancora troppi? Siamo sicuri, come parlamentari, di poter affermare che in un momento così grave e drammatico per il nostro Paese sia prioritario parlare di un certo tipo di riarmo? Siamo sicuri che sia corretto offrire slogan, signor Presidente, al resto del Paese, nelle conferenze stampa sostenendo che ci saranno meno stellette, meno generali, come se potessimo bovinamente nutrirci di battute, senza avere il dovere e la volontà di entrare nel cuore del problema?

Abbiamo il dovere di capire, e vogliamo farlo. Vogliamo inoltre che l'occasione per capire e per decidere non si limiti alla sola discussione del rifinanziamento delle missioni internazionali, che si trovi il tempo per farlo, perché se, come ha detto correttamente il collega Marcenaro, con il Governo Monti abbiamo riacquistato l'uso della parola in Europa, cerchiamo di non perderla all'interno del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, voglio iniziare il mio intervento, come hanno fatto altri colleghi prima di me, ricordando gli ultimi tre militari caduti in Afghanistan: altre tre croci, altri tre lutti, altre tre famiglie che piangono nello sconforto, non capendo ancora perché accadono questi fatti. Altre tre famiglie finiscono di vivere.

Da senatore della Repubblica mi chiedo perché. Perché continuare a mettere a rischio la vita dei nostri ragazzi? In nome di cosa?

Questa tragica contabilità, purtroppo, è arrivata alla cifra impressionante di 49. Quarantanove croci che pesano sulla nostra coscienza (e solo per ciò che riguarda l'Afghanistan: ma sull'Afghanistan tornerò più tardi per riflettere con il Governo ed i colleghi).

Quando si tratta di discutere delle missioni internazionali noi abbiamo il dovere di essere accorti e attenti. Non importa quale sia l'Esecutivo che dà disposizioni sul dispiegamento delle nostre forze militari. È invece necessario capire cosa si fa, dove e per quale motivo. E sfortunatamente questo è del tutto indipendente, in termini di principio, dalla particolare attitudine di questo o quell'Esecutivo ad appoggiare una strategia di politica estera e di difesa piuttosto che un'altra per il semplicissimo motivo che queste strategie coinvolgono vite umane: quelle dei nostri militari e dei civili coinvolti.

Intanto, nell'analisi di questo provvedimento, voglio scindere la questione di metodo da quella di merito.

Quanto al metodo, quello al nostro esame è un provvedimento che accorpa varie questioni. Ma un conto sono le missioni militari internazionali, altro sono criptofinanziamenti alla difesa. Sono questioni che vanno dibattute separatamente. Non vi è (e a mio umile parere non vi deve essere) un legame logico fra le missioni militari internazionali e le politiche di cooperazione e di aiuto pubblico allo sviluppo. E non c'è per ragioni ovvie che certo non sfuggiranno ai colleghi e al Governo: la cooperazione internazionale è per definizione slegata da giurisdizioni militari.

Mi chiedo poi cosa abbia a che fare con le missioni internazionali stabilire che a bordo di mercantili possono essere utilizzati non solo militari italiani, ma anche guardie giurate con la licenza di uccidere. L'attualità ci pone interrogativi, dubbi, la necessità di riflessioni profonde.

Due militari italiani (come sottolineato da tutti i colleghi intervenuti) in queste ore rischiano l'ergastolo o la pena di morte, pur avendo operato in attuazione di norme nazionali ed internazionali. Ci chiediamo chi ha autorizzato la resa - diciamo così: non so come definirla - l'abbandono di due militari in territorio straniero, mentre operavano in territorio italiano. Bisogna capire chi ha dato l'ordine, perché non lo capisce nessuno per la sua assurdità.

Sono personalmente indignato di fronte a questa superficialità, a questo modo facilone di approvare provvedimenti "milletutto" senza alcun approfondimento e senza alcun legame non solo con la realtà, ma persino con l'attualità, essa tragica e nuda nei suoi numeri. Non so chi abbia pensato che siamo cowboy o poliziotti del mondo, chi abbia scritto un provvedimento simile, che fa a pugni con le più elementari leggi del vivere civile, ma che soprattutto non è in linea con la grande tradizione diplomatica e di equilibrio geostrategico del nostro Paese.

Con il dovuto rispetto - mi rivolgo al Governo - credo vada riportata al Parlamento la funzione di stabilire le linee di politica estera e di difesa del nostro Paese. Esse - lo ripeto con il dovuto rispetto e riconoscimento - non possono e non devono, per definizione, essere delegate alle riflessioni e alle opinioni di alti dirigenti dello Stato, quantunque esperti e straordinariamente preparati, e della cui collaborazione dovremmo essere sicuramente tutti grati.

Per finire sul metodo, mi limito a rilevare un'altra questione: è la prima volta che un decreto di rifinanziamento viene proposto su base annuale e non semestrale. Anni fa, per motivi legati per un verso ad una presunta instabilità politica, per un altro alla consapevolezza che le missioni sarebbero durate più di qualche anno, esse dovevano essere rifinanziate nell'arco temporale di 12 mesi. Oggi l'Italia dei Valori non ne vede più la necessità; la maggiore spesa viene destinata a missioni (Afghanistan, per esempio) dalle quali Governi accorti si stanno via via ritirando.

Entriamo nel merito. Non ho nulla da eccepire sul finanziamento delle nostre missioni di pace e sul ruolo che esse affidano al nostro Paese sul piano geopolitico, sul piano della responsabilità politica e storica. Mi riferisco alle missioni nei Balcani. Abbiamo il dovere di aiutare quella regione ad inserirsi rapidamente in Europa. È più di un decennio che su questo siamo impegnati, e credo che qualche piccolo riconoscimento a livello europeo ci debba essere garantito, nonostante la durezza del duo Sarkozy-Merkel, i quali troppo spesso dimenticano e non riconoscono gli sforzi politici ed economici del nostro Paese per la pace, per la costruzione e per tutto quello che esso ha fatto.

Fuori da ogni polemica, provvedimento quale il rifinanziamento delle missioni militari internazionali, che viene all'esame del Parlamento, deve implicare un'analisi della nostra politica estera: perché - giusto per citare uno dei nodi - dobbiamo rimanere in Afghanistan? Gli Stati Uniti cercano di venirne fuori, lo faranno prima della fine dell'anno, anche perché, secondo il ministro della difesa Panetta, «è dura avere 90.000 marines che combattono 25.000 talibani». E allora perché continuare e mettere a rischio le vite dei nostri soldati? Ci siamo chiesti quanto costa tutto questo? Qual è l'origine di questa operazione?

C'è qualcosa che non va nella nostra riflessione che verte anche su altri argomenti: a lei, Sottosegretario, l'ho posta anche in Commissione, discutendo emendamenti non solo di carattere ostruzionistico, ma tesi a riflettere proprio su quanto stiamo facendo, su dove stiamo andando. E lo faccio anche oggi.

Allora, quando - lo ripeto oggi - leggo che il Ministro dichiara, nella sua brutalità (come è scritto su un quotidiano nazionale), che occorre liberarsi di 40.000 uomini (lo fa forse con il sorriso) e con gli stipendi risparmiati comprare più armi, c'è qualcosa che non va, c'è qualcosa che può indignare il Paese. Può far riflettere, in questo momento di crisi internazionale, sentire dire «liberarsi di 40.000 uomini e con gli stipendi risparmiati comprare più armi».

Il ministro della difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha spiegato ieri in Consiglio dei ministri che ritiene indispensabili questi tagli. Ora, essi possono essere opportuni, oppure discutibili; possono essere tutto quello che vogliamo, ma in questo momento di crisi leggiamo alla fine che c'è chi grida allo scandalo perché generali con più di settant'anni sono ancora in servizio. Su questo vi invito a compiere l'ennesima riflessione perché se si continua con questo argomento cioè a dire che se si tagliano 40 F-35 adesso ne avremo 90, ricordo che ognuno di questi costa 80 milioni. Abbiamo visto cosa accade nella sanità italiana e i passi indietro compiuti - saggiamente, almeno ad avviso della mia parte politica - nel senso di non partecipare ad una spesa inutile quale quella delle Olimpiadi, allora è necessario chiedere di adottare la stessa linea al Governo Monti in campo sanitario. Spendiamo 7 miliardi di euro per comprare 90 velivoli o risolviamo i problemi di tante persone, talvolta tenute legate o per terra in ospedale? Vi invito a compiere questa riflessione, che è ampia e che non attiene solo al provvedimento recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di Polizia, all'anno della proroga e ai miliardi che si spendono per la conversione di questo decreto-legge.

È bene spenderli per una missione di pace (l'abbiamo detto e lo ripetiamo), ma è male utilizzare quei soldi in un momento di crisi e in un momento in cui vi sono denunce da parte di parlamentari sia di destra che di sinistra che in modo coraggioso hanno messo in luce ieri le anomalie che fanno vergogna al nostro Paese. Allora, vi invito a riflettere su questo, perché le missioni servono, ma quelle giuste, non quelle che armano; piuttosto quelle che armano la Croce Rossa, la scuola, la cultura, ma non le armi. Si tratta di armare in un altro modo e pensare all'Italia, immaginando che sprechi forse nel nostro Paese possono costare vite umane, come dimostrano quelle fotografie e quei parlamentari che sono andati con coraggio a denunciare questi fatti. (Applausi del senatore Caforio).