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Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 676 del 21/02/2012


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente MAURO

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,32).

Si dia lettura del processo verbale.

BAIO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 14 febbraio.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,34).

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi oggi pomeriggio, ha confermato gli argomenti già previsti per questa settimana e approvato il calendario dei lavori fino all'8 marzo 2012.

Nel pomeriggio di martedì 28 febbraio l'Assemblea esaminerà la ratifica concernente l'adesione della Repubblica di Croazia all'Unione europea.

Nella stessa seduta si svolgeranno la discussione generale e le dichiarazioni di voto sulla relazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari relativa all'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex ministro Calderoli. La votazione con scrutinio nominale simultaneo avrà luogo nella seduta antimeridiana di mercoledì 29 dopo il voto della preannunciata questione pregiudiziale sul decreto-legge in materia di liberalizzazioni. I senatori che non abbiano partecipato alla votazione potranno comunicare il proprio voto palese ai senatori Segretari, che ne terranno nota in appositi verbali conservati a loro cura nell'intervallo tra le due sedute. Le operazioni di voto saranno chiuse alle ore 20,30 con proclamazione del risultato entro la fine della seduta.

Nella seduta antimeridiana di mercoledì 29 febbraio, l'Assemblea inizierà la discussione del decreto-legge in materia di liberalizzazioni. Per l'esame del provvedimento il calendario dei lavori prevede sedute fino alla mattina di venerdì 2 marzo, se necessario.

Nella settimana dal 6 all'8 marzo saranno discussi il disegno di legge recante modifiche dei circondari dei tribunali di Pesaro e Rimini, già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati, le mozioni già previste nei precedenti calendari dei lavori, sulle agenzie di rating, sulla crisi del settore ippico e sulle accise carburanti nelle zone di confine, nonché la mozione Carloni sul contrasto alla violenza sulle donne e - ove concluso dalla Commissione - il disegno di legge in materia di spazi verdi urbani, già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati.

Programma dei lavori dell'Assemblea, integrazioni

PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi questo pomeriggio con la presenza dei Vice presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato - ai sensi dell'articolo 53 del Regolamento - le seguenti integrazioni al programma dei lavori del Senato per i mesi di gennaio, febbraio e marzo 2012:

- Disegno di legge n. 2124-B - Modifiche dei circondari dei tribunali di Pesaro e Rimini (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati)

- Disegno di legge n. 2472-B - Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati).

Calendario dei lavori dell'Assemblea

PRESIDENTE. Nel corso della stessa riunione, la Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - ha altresì confermato il calendario corrente e adottato il calendario dei lavori fino all'8 marzo 2012:

Martedì

21

febbraio

pom.

h. 16,30-20,30

- Disegno di legge n. 3128 - Decreto-legge n. 215, recante proroga missioni internazionali (Approvato dalla Camera dei deputati) (Scade il 27 febbraio)

- Disegno di legge n. 3111 - Decreto-legge n. 2, recante misure urgenti in materia ambientale (Voto finale entro il 26 febbraio) (Scade il 25 marzo)

Mercoledì

22

"

ant.

h. 9,30-13,30

"

"

"

pom.

h. 16,30-20,30

Giovedì

23

"

ant.

h. 9,30-14

Giovedì

23

febbraio

pom.

h. 16

- Interpellanze e interrogazioni

Martedì

28

febbraio

pom.

h. 17-20,30

- Disegno di legge n. 3155 - Ratifica adesione Croazia all'Unione Europea (Approvato dalla Camera dei deputati)

- Doc. IV-bis, n. 1 - Proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di non concedere l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex Ministro Calderoli (discussione generale e dichiarazioni di voto)

Mercoledì

29

febbraio

ant.

h. 9,30-13,30

- Disegno di legge n. 3110 - Decreto-legge n. 1, in materia di liberalizzazioni (Scade il 24 marzo)

- Seguito Doc. IV-bis, n. 1 - Proposta della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di non concedere l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti dell'ex ministro Calderoli (mercoledì 29, ant., votazione a maggioranza assoluta con procedimento elettronico, e urne aperte fino alle ore 20.30) (*)

"

"

"

pom.

h. 16,30-21

Giovedì

marzo

ant.

h. 9,30-13,30

"

"

"

pom.

h. 16,30-20,30

Venerdì

2

"

ant.

h. 9,30
(se necessaria)

(*) La votazione avrà luogo con scrutinio nominale simultaneo, senza proclamazione immediata del risultato, nella seduta antimeridiana di mercoledì 29. I senatori che non abbiano partecipato alla votazione potranno comunicare il proprio voto palese ai senatori Segretari, che ne terranno nota in appositi verbali. Le operazioni di voto saranno chiuse alle ore 20,30. Durante l'intervallo tra le due sedute i verbali saranno custoditi a cura dei senatori Segretari.

Gli emendamenti al disegno di legge n. 3110 (Decreto-legge in materia di liberalizzazioni) dovranno essere presentati entro le ore 13 di venerdì 24 febbraio.

Martedì

6

marzo

pom.

h. 16,30-20

- Disegno di legge n. 2124-B - Modifiche dei circondari dei tribunali di Pesaro e di Rimini (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati)

- Mozioni sulle agenzie di rating

- Mozioni sulla crisi del settore ippico

- Mozioni sulle accise carburanti zone di confine

- Mozione n. 550, Carloni, sul contrasto alla violenza sulle donne (giovedì 8, ant.)

- Disegno di legge n. 2472-B - Spazi verdi urbani (Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati) (Ove concluso dalla Commissione)

Mercoledì

7

"

ant.

h. 9,30 - 13

"

"

"

pom.

h. 16,30-20

Giovedì

8

"

ant.

h. 9,30-14

Giovedì

8

marzo

pom.

h. 16

- Interpellanze e interrogazioni

Gli emendamenti al disegno di legge n. 2124-B (Modifiche circondari tribunali Pesaro e Rimini) dovranno essere presentati entro le ore 19 di giovedì 1° marzo.

Il termine per la presentazione di emendamenti al disegno di legge n. 2472-B (Spazi verdi urbani) sarà stabilito in relazione all'andamento dei lavori in Commissione.

Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 3128
(Decreto-legge n. 215, recante proroga missioni internazionali)
(8 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatori

30'

Governo

30'

Votazioni

1 h.

Gruppi 6 ore, di cui :

PdL

1 h.

34'

PD

1 h.

21'

LNP

37'

UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI

31'

Per il Terzo Polo (ApI-FLI)

30'

CN:GS-SI-PID-IB

30'

IdV

29'

Misto

29'

Dissenzienti

5'

Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 3111
(Decreto-legge n. 2, recante misure urgenti in materia ambientale)
(8 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatore

30'

Governo

30'

Votazioni

1 h.

Gruppi 6 ore, di cui :

PdL

1 h.

34'

PD

1 h.

21'

LNP

37'

UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI

31'

Per il Terzo Polo (ApI-FLI)

30'

CN:GS-SI-PID-IB

30'

IdV

29'

Misto

29'

Dissenzienti

5'

Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 3110
(Decreto-legge n. 1, in materia di liberalizzazioni)
(15 ore, escluse dichiarazioni di voto)

Relatori

1 h.

30'

Governo

1 h.

Votazioni

2 h.

30'

Gruppi 10 ore, di cui :

PdL

2 h.

36'

PD

2 h.

15'

LNP

1 h.

01

UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI

52'

Per il Terzo Polo (ApI-FLI)

51'

CN:GS-SI-PID-IB

50'

IdV

49'

Misto

48'

Dissenzienti

5'

Discussione del disegno di legge:

(3128) Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché disposizioni urgenti per l'amministrazione della difesa (Approvato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale) (ore 16,37)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 3128, già approvato dalla Camera dei deputati.

I relatori, senatori Cabras e Gamba, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Cabras. (Brusìo). Prego, senatore Cabras, sempre che i colleghi lo permettano.

CABRAS, relatore. Signora Presidente, il provvedimento in esame giunge presso il Senato in seconda lettura, dopo l'esame da parte della Camera dei deputati e successivamente allo svolgimento dell'audizione innanzi alle Commissioni congiunte affari esteri e difesa di Camera e Senato del ministro Terzi di Sant'Agata e del ministro Di Paola dello scorso 18 gennaio 2012.

In tale occasione si è svolto un approfondito dibattito, tanto sui singoli scenari di impiego delle Forze armate italiane nelle missioni internazionali di pace, quanto sulla tematica complessiva dell'efficacia della partecipazione alle iniziative multilaterali e dell'attività di cooperazione civile e allo sviluppo.

La discussione parlamentare sul provvedimento di proroga delle missioni interviene in un contesto particolarmente delicato in diversi scenari geopolitici e geografici. Per la prima volta la misura in esame viene adottata su iniziativa del Governo Monti. Si registra una sostanziale continuità di intenti rispetto ai precedenti Esecutivi su di una tematica sulla quale, del resto, si è creata una prassi di ampio consenso e di confronto costruttivo fra tutte le forze politiche.

Il provvedimento recupera una proiezione temporale annuale, anziché semestrale, ed è dotato quindi di un respiro maggiore a livello di programmazione degli interventi militari e civili. La misura finanziaria complessiva è di 1.403.430.465 euro.

Vorrei sottolineare che il sostegno alle iniziative di cooperazione allo sviluppo e ai processi di ricostruzione, in un'ottica di consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione nelle aree di intervento, è da sempre una caratteristica fondamentale della politica italiana in materia.

Venendo ai contenuti specifici del decreto-legge, mi soffermerò sul Capo II del provvedimento, sulla cooperazione civile, di specifica competenza della Commissione affari esteri.

L'articolo 7 autorizza la spesa per iniziative di cooperazione in favore dell'Afghanistan e del Pakistan dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012, nell'ammontare di 34.700.000 euro ad integrazione degli stanziamenti già assegnati dalla legge di stabilità per il 2012.

Le modifiche apportate dalla Camera dei deputati in prima lettura all'articolo 7 chiariscono che le iniziative sono adottate dal Ministro degli affari esteri e dal Ministro per la cooperazione internazionale e integrazione d'intesa tra loro.

Al comma 3 dell'articolo 7 vengono altresì assegnati stanziamenti specifici per iniziative di cooperazione in favore di Iraq, Libano, Myanmar, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Libia e Paesi ad essa limitrofi, con l'obiettivo di assicurare il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e dei rifugiati nei Paesi limitrofi, nonché il sostegno alla ricostruzione civile.

Durante l'esame in prima lettura è stato introdotto un ulteriore comma 3-bis, per cui, al fine di assicurare il coordinamento delle attività e delle iniziative, i Ministri degli affari esteri e della cooperazione, con decreti di natura non regolamentare adottati d'intesa tra loro, possono provvedere alla costituzione di strutture operative temporanee.

L'articolo 8 disciplina il sostegno ai processi di ricostruzione e di stabilizzazione nei Paesi in situazione di fragilità, di conflitto o post conflitto e per il contributo all'Unione per il Mediterraneo. La somma autorizzata per il 2012 è di 5.236.199 euro.

Ulteriori stanziamenti sono partitamente indicati per il contributo ad iniziative multilaterali delle Nazioni Unite, dell'OSCE, della NATO e dell'Unione europea. Viene finanziato inoltre lo Staff College di Torino, il Trust Fund InCE e il Comitato atlantico italiano. Viene disciplinata la messa in sicurezza delle sedi diplomatiche-consolari e l'invio in missione di personale del Ministero degli affari esteri.

L'articolo 9 disciplina come d'uso il regime generale degli interventi di cooperazione civile dal punto di vista dell'esecuzione dei lavori e del ricorso preferenziale all'impiego di risorse locali sia umane che materiali.

Vorrei infine richiamare l'inserimento nel provvedimento di un ulteriore articolo 10-bis, sulle comunicazioni al Parlamento, secondo il quale i Ministri degli affari esteri e della difesa, con cadenza quadrimestrale, rendono comunicazioni alle Commissioni parlamentari competenti sullo stato delle missioni in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione di cui al decreto-legge. Viene in tal modo accolta l'istanza da più parti proposta di un confronto periodico e istituzionalizzato tra Governo e Parlamento sulla delicata materia delle missioni di pace.

Nel corso dei lavori presso le Commissioni riunite è stato accolto dal Governo l'ordine del giorno G/3128/1/3 e 4 a prima firma del senatore Amato, per sollecitare l'attenzione a proseguire nell'impegno sulla questione turco-cipriota.

In conclusione, per la parte di competenza della Commissione affari esteri, si propone l'approvazione del disegno di legge da parte dell'Assemblea. (Applausi dai Gruppi PD e PdL).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Gamba.

GAMBA, relatore. Signora Presidente, onorevoli colleghi, prima di indicare i tratti salienti del provvedimento per la parte riferita agli articoli da 1 a 6, che, fra quelli trattati in sede di Commissioni riunite difesa ed esteri, nel testo già approvato dall'altro ramo del Parlamento (come ricordava il collega senatore Cabras), sono quelli che riguardano le competenze del Ministero della difesa, mi sia consentito rivolgere ai colleghi un invito a riflettere sull'importanza dei provvedimenti e delle varie disposizioni che andiamo ad approvare, proprio in relazione agli ultimi recenti fatti che hanno visto - ahimè - la perdita di altre tre vite umane nel teatro afghano. Si tratta di tre nostri militari impegnati in un'operazione di soccorso di propri commilitoni, che hanno trovato la morte in un incidente di quelli che si assommano purtroppo alle perdite dovute ai combattimenti, agli attacchi e agli attentati di cui i nostri militari, segnatamente quelli presenti nello scenario afghano, sono quotidianamente oggetto.

A queste perdite si associa la grande preoccupazione per la situazione dei due marò del reggimento «San Marco», trattenuti illegittimamente - a modo di vedere del relatore che vi parla - dalle autorità indiane, a seguito di un'azione positivamente svolta nell'ambito di quel contrasto alla pirateria che alcuni militari della nostra Marina (i fucilieri del reggimento «San Marco»), imbarcati su alcune delle nostre unità mercantili, tuttora svolgono.

Questa situazione sta creando una grande preoccupazione nell'ambito non soltanto del nostro Paese, ma segnatamente delle Forze armate. Avanzo pertanto la sollecitazione, peraltro in qualche modo già raccolta dal Governo, di seguire questo caso con la massima attenzione, perché al più presto possibile i nostri militari siano riportati in Patria e siano eventualmente giudicati dall'autorità giudiziaria italiana, secondo le norme internazionali sulla giurisdizione. Come è di tutta evidenza dai molti particolari che già emergono in questi giorni, essi non sono per nulla responsabili di quello di cui vengono ingiustamente accusati, essendosi viceversa comportati nel pieno rispetto delle norme, o di alcune delle norme che sono proprio contenute anche in questo provvedimento che andiamo ad esaminare.

Il decreto‑legge adottato dal Governo e riferito alla proroga delle missioni internazionali si inserisce pienamente in una linea di continuità, per quanto riguarda l'ambito della difesa, con i precedenti provvedimenti e con l'ultimo in ordine temporale, promosso dall'allora ministro La Russa e approvato dai due rami del Parlamento. Esso presenta però una novità, che non è assoluta, ma è certamente da salutare con favore da parte del Parlamento: c'è una previsione temporale non più di 6 mesi, come normalmente era avvenuto in quasi tutte le occasioni precedenti, bensì di 12 mesi, coincidente con l'anno in corso, con indubitabili maggiori possibilità di comprensione e anche di sostegno consapevole da parte dei parlamentari sia della Camera (com'è già stato) sia del Senato.

Nel primo articolo sono ovviamente previste le autorizzazioni alla proroga della partecipazione dei militari italiani appartenenti alle varie Forze armate alle diverse missioni nei diversi scenari. I primi 16 commi dell'articolo 1 indicano partitamente la partecipazione alle diverse missioni per le Forze armate e naturalmente riportano, per ciascuna di esse, la relativa appostazione di spesa, pur rientrando in quella cifra complessiva già ricordata dal senatore Cabras. Naturalmente sono previste le diverse missioni a cui le Forze armate partecipano, con una particolare attenzione, anche in ordine temporale, alle due missioni che fanno riferimento allo scenario afghano, a cominciare da quella dell'ISAF.

Vi è poi lo scenario balcanico con la previsione della proroga per le diverse missioni in Kosovo in Bosnia-Erzegovina e negli altri Paesi, che hanno visto via via ridurre o modificare le necessità. Ovviamente vi è anche la previsione della prosecuzione della missione UNIFIL in Libano, per la quale di recente l'Italia ha avuto il nuovo riconoscimento dell'assunzione del comando complessivo della stessa missione, che aveva già tenuto per molto tempo, in passato, nella persona del generale Graziano, attuale capo di stato maggiore dell'Esercito.

Anche la Libia è contemplata: in realtà, non si tratta propriamente di una missione, ma della possibilità di impiegare militari italiani nell'opera di stabilizzazione, ricostruzione e sostegno alle neonate istituzioni governative della nuova Libia, sempre nel quadro di quanto previsto dalle corrispondenti risoluzioni dell'ONU.

Nelle norme previste, in particolare ai commi 14, 15 e 16, sono riproposte e ancora una volta indicate le autorizzazioni particolari connesse allo svolgimento delle missioni, per quanto riguarda alcune deroghe riferite alle necessità di approvvigionamenti, manutenzioni e contratti che possono essere stipulati dagli organi centrali dell'Amministrazione della difesa in Patria per far fronte alle varie esigenze ed anche a quelle sul campo in capo ai comandanti nei diversi teatri.

Complessivamente dobbiamo ricordare quanto indicato dal ministro Di Paola nel dibattito (cui ha fatto opportunamente riferimento anche il senatore Cabras), cioè che, in perfetta coerenza con quanto stabilito in precedenza, la presenza complessiva di unità militari italiane nelle diverse missioni continua progressivamente a ridursi, anche alla luce delle vicende dei Balcani e dello scenario afghano. È significativo il fatto che, rispetto all'anno 2006, quando l'attuale ministro Di Paola era capo di stato maggiore della difesa, nell'anno 2012 si conterà un numero complessivo di unità impiegate mediamente pari a circa la metà di quelle impiegate all'epoca, cioè poco più di cinque anni fa.

Ciò avviene nel rispetto di quanto stabilito con gli alleati, nell'ambito dell'evoluzione della missione principale, cioè quella in Afghanistan, che - come è noto ai colleghi senatori - vede il traguardo del 2014 per la transizione e quindi l'attribuzione delle responsabilità in materia di sicurezza e di difesa alle stesse autorità afghane e quindi alle Forze armate e alle Forze di polizia afghane e che vede in questo ambito molte delle forze militari italiane attualmente impegnate, oltre che all'appoggio alla ricostruzione e agli interventi di cooperazione e di ricostruzione civili, anche nell'azione di addestramento e di sostegno alle Forze armate nazionali e alle Forze di polizia afghane, in particolare da parte di quegli istruttori, ben noti, che - appunto - costituiscono parte preponderante di alcune di queste tipologie di missione.

Svolgono impegni in questo senso anche la Guardia di finanza, la Polizia di Stato, alcune unità della Polizia penitenziaria e dipendenti del Ministero della giustizia, come alcuni magistrati impiegati, come riproposto dai commi successivi a quelli indicati (quindi dal 19 agli ultimi dell'articolo 1), nelle missioni di appoggio, di stabilizzazione e di ricostituzione delle istituzioni giudiziarie (anche di natura penale) e di polizia, in particolare, nello scenario dei Balcani, del Kosovo e della Bosnia, in applicazione alle diverse missioni.

Un'ulteriore, per quanto già prevista, indicazione (quella assolutamente utile contenuta nell'ultimo comma dell'articolo 1) è quella che prevede il rifinanziamento specifico all'AISE (Agenzia informazioni e sicurezza esterna del nostro Paese) per le attività di intelligence a supporto e sostegno dei contingenti militari e delle forze dell'ordine nei diversi scenari. Tale previsione prevede un'appostazione di spesa doppia rispetto a quella del decreto-legge precedente per il semplice fatto che - come già anticipato - si tratta di un periodo temporale corrispondente ad un anno.

Nel successivo articolo 2 vengono riproposte e calibrate una serie di disposizioni in materia di personale, che fanno riferimento alle indennità e trattamenti particolari che, a seconda degli scenari, sono previsti per il nostro personale, militare e non, e tutta una serie di disposizioni di dettaglio, peraltro importanti, per evitare che gli stessi subiscano delle disparità di trattamento rispetto al personale in Patria normalmente impiegato nei compiti di istituto.

L'articolo 3 ripropone invece la disciplina penale alla quale in alcune fattispecie è assoggettato il personale impiegato nelle missioni. Le norme a cui si fa riferimento ricordando decreti-legge precedenti e di uguale contenuto, molto sinteticamente, fanno riferimento: all'applicazione del codice penale militare di pace per il personale impiegato in tutte le missioni con alcune particolarità e specificità introdotte da quest'Assemblea e dall'altro ramo del Parlamento in varie occasioni, in particolare in ordine alla giurisdizione esclusiva sia, per la parte dei reati militari, del tribunale militare di Roma, sia, per la parte della giurisdizione ordinaria, del tribunale penale ordinario di Roma. Ciò sempre in riferimento alla semplificazione delle norme, che altrimenti risulterebbero complesse e foriere di discussioni in ordine alle competenze, anche in ambito civile.

Sono altresì reiterate alcune norme specifiche riferite alla procedura, introdotte opportunamente dal Parlamento in occasioni precedenti, e la cosiddetta scriminante speciale, anch'essa introdotta dal Parlamento nel 2009, che prevede una garanzia per i nostri militari che utilizzino la forza e le armi in aderenza alle regole di ingaggio, agli ordini legittimamente impartiti, alle disposizioni internazionali e a tutto quanto costituisce il quadro di riferimento di questi ambiti così particolari, rischiosi e pericolosi, come ricordavamo anche poco fa.

L'articolo 4 si riferisce alle norme di contabilità. In esso si prevedono le consuetudinarie deroghe alle normative normalmente utilizzate per gli approvvigionamenti di materiali e mezzi o per la realizzazione di infrastrutture in ambito militare, che ovviamente necessitano di queste eccezioni per essere adattate al contesto degli scenari internazionali.

Nello stesso articolo, la Camera dei deputati ha introdotto un comma 1-ter che si riferisce alla impignorabilità e alla insequestrabilità di una serie di fondi messi a disposizione di funzionari della Difesa che rientrino nei contesti che dicevamo per sottrarli a possibili diverse destinazioni, che potrebbero determinare grave nocumento per la situazione complessiva.

L'articolo 5 reca a disposizioni urgenti nell'ambito della difesa. Per quanto trovi un certo collegamento complessivo con le disposizioni riferite specificamente alla proroga delle missioni internazionali, esso è costituito da una serie di disposizioni generali, alcune delle quali si riferiscono alla possibilità di transiti di personale da altri ruoli delle Forze armate nel Corpo sanitario, proprio in ragione della necessità di colmare delle vacanze a fronte invece di eccedenze di personale, e quindi di ufficiali, segnatamente, in altri ambiti; lo stesso dicasi per il Corpo del genio navale della Marina riferito alle infrastrutture, cioè a quell'insieme di ufficiali di provenienza genio civile che operano, insieme a quelli dell'Esercito, nelle strutture del genio militare della Marina, che potranno transitare tutti nell'unico Corpo del genio navale provvedendo ad una omogeneizzazione, in un contesto in cui la disparità esistente in proposito stava creando una serie di problemi.

Importanti norme sono state introdotte (come giustamente ricordavano in Commissione alcuni colleghi, compresa la senatrice Negri, qui di fronte a me), in modo tale, per un verso, da consentire per quanto riguarda l'attività degli arsenali navali e degli stabilimenti militari di mantenimento un'eccezione alle norme generali sul turnover, per far sì che il personale anche civile che debba essere assunto possa essere destinato prioritariamente agli arsenali e agli stabilimenti militari, proprio per consentire la continuità nell'azione di mantenimento e ammodernamento di molti dei mezzi che sono poi destinati ad essere impiegati nelle missioni internazionali e, per l'altro, da favorire, con riferimento all'Agenzia industrie difesa, quel processo di raggiungimento del principio della gestione economica che queste varie articolazioni stanno seguendo, garantendo anche una serie di finanziamenti per gli anni a venire, ma con quell'obiettivo preciso di riorganizzazione e di rimodulazione in senso conforme alle disposizioni generali che attualmente interessano la finanza pubblica, e quindi anche il settore della Difesa.

In questo stesso senso, ma certamente in direzione di una semplificazione delle disposizioni dal punto di vista della procedura e del rifinanziamento, sono previste dallo stesso articolo 5 disposizioni per la procedura degli approvvigionamenti e dei sistemi d'arma, che vedono una maggiore contestualità, riprendendo in un unico provvedimento, che verrà assunto dal Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro della difesa, al fine di snellirle, le procedure appunto riferite a questi sistemi così importanti, che attualmente vedevano una certa farraginosità nei meccanismi, tutti in qualche modo volti sì ad un controllo diversificato, ma che spesso poi finivano per portare dei forti rallentamenti nel momento in cui invece c'è necessità di incentivare questi meccanismi.

Conseguentemente, ma in maniera particolarmente significativa, è previsto dall'ultimo comma dell'articolo 5 che siano rifinanziati, attraverso il meccanismo della diminuzione dei fondi previsti in un capitolo apposito, che era quello per i programmi a contenuto di alta tecnologia, una serie di programmi particolarmente importanti, la cui interruzione, nel momento della carenza del finanziamento, avrebbe certamente prodotto molti guasti e anche una serie di possibili ripercussioni negli accordi internazionali con gli altri partner, con probabili penali che lo Stato italiano avrebbe dovuto sopportare. In particolare, si tratta di uno stanziamento pluriennale, previsto dal comma 4, di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2012 al 2016 e di 125 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018, prevedendosi che a quest'onere si provveda mediante la riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 2, comma 180, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria). I programmi a cui sono destinate queste risorse sono quelli riferiti all'acquisizione del satellite SICRAL 2, degli elicotteri per il soccorso Combat-SAR, dei velivoli per l'addestramento avanzato Aermacchi M346, nonché per la realizzazione della digitalizzazione della componente terrestre (la cosiddetta Forza NEC), oltre che del Sistema di comunicazione terrestre (SICOTE) dell'Arma dei carabinieri: tutti programmi che, come si diceva, sono di particolare rilievo.

Anche l'articolo 6, che è l'ultimo del Capo I, riguardante gli ambiti di competenza della Difesa, è di particolare attualità, proprio perché reca alcune pur circoscritte modifiche alla disciplina che è stata introdotta dal Parlamento riguardo alla possibilità di imbarcare su nostre unità del naviglio mercantile in transito negli ambiti, che ben conosciamo, al largo del Corno d'Africa, nell'Oceano indiano e in quelli che purtroppo sono all'onore della cronaca proprio in questi momenti, guardie giurate, ossia personale civile, abilitato però all'uso delle armi. Proprio per questo, il provvedimento reca alcune disposizioni volte a migliorare e a consentire l'effettiva realizzazione (che, ovviamente, si sta già attuando) anche della presenza di guardie giurate in alternativa a quella del personale militare, come i fucilieri del reggimento San Marco. Viene quindi prevista una serie di norme che consentono l'imbarco delle armi pur fuori dal territorio nazionale e la presenza di questi soggetti per un periodo relativamente limitato di giorni, in corrispondenza dei tratti geografici e in archi temporali comunque limitati, che sono destinati a fronteggiare il rischio.

Credo non ci sia dubbio sul fatto che l'Assemblea debba provvedere, come sempre è stato nelle precedenti occasioni, all'approvazione a larga maggioranza di questo decreto di proroga delle missioni. I motivi sono più volte stati ricordati, e forse anche le vicende di questi giorni sono uno stimolo ulteriore perché da questo ramo del Parlamento venga, anche attraverso l'approvazione del provvedimento con la più larga maggioranza possibile, un segnale forte di solidarietà e di sostegno ai nostri militari impiegati in tutte le varie missioni, a cominciare dal sostegno alle famiglie dei caduti che abbiamo ricordato all'inizio, oltre che dei due fanti di Marina attualmente trattenuti in India per aver svolto compiutamente il proprio dovere e il proprio compito, conformemente a quanto previsto anche dal Parlamento. (Applausi delle senatrici Contini e Negri).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Comunico che stanno assistendo ai nostri lavori gli studenti del Liceo linguistico «Antonio Scarpa» di Oderzo, in provincia di Treviso, a cui diamo il nostro benvenuto. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 17,10)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Livi Bacci. Ne ha facoltà.

LIVI BACCI (PD). Signora Presidente, la nostra parte politica sostiene convintamente, oggi come in passato, l'azione del Paese nelle missioni internazionali di pace e di stabilizzazione e voterà a favore del provvedimento oggi in discussione in questa Assemblea.

L'Italia fa parte di una comunità internazionale che opera per mezzo delle Nazioni Unite, della Nato e dell'Unione europea, e le linee della sua politica - oggi come ieri - sono informate a piena lealtà e assunzione di responsabilità verso queste istituzioni e verso gli alleati. Vi sono, del resto, alcune novità che rendono il nostro consenso al provvedimento pieno e convinto. Innanzitutto - come già è stato rilevato - il fatto che, nonostante la grave crisi economica e la necessità di una politica di bilancio rigorosa, sia stato adottato il metodo di finanziare il programma delle missioni per l'intero 2012, superando l'umiliante percorso degli anni recenti con il frazionamento, quasi rateale, del sostegno ad un'attività tanto delicata e rischiosa quanto necessaria e bisognosa di continuità. Un frazionamento che rendeva precaria la nostra azione agli occhi delle donne e degli uomini in essa impegnate, in primo luogo, ma anche nella considerazione della comunità internazionale.

In secondo luogo, il rafforzamento, sia pur modesto, delle risorse da impegnare nella cooperazione civile, in Afghanistan e in Pakistan, è un segnale in controtendenza che riqualifica la spesa e suggerisce la consapevolezza che il processo di stabilizzazione si nutre anche della ricostruzione di scuole, ospedali e ponti, e non solo dell'intervento armato. Nella storia delle relazioni tra Paesi e società, questi semi danno frutti insperati, spesso a distanza di tempo.

Se rammarico c'è, è che il segnale sia ancora debole e che il quadro generale di disimpegno dell'Italia dai processi di cooperazione, maturato nello scorso triennio, non sia ancora mutato. Prendiamo però atto della volontà - che il ministro Terzi di Sant'Agata ha reiterato in una recente audizione presso le Commissioni esteri riunite di Camera e Senato - di metter in campo «missioni realmente integrate, che uniscano allo stesso tempo le componenti militari e civili dello sviluppo economico e della promozione dei diritti umani».

In terzo luogo, la riduzione della spesa complessiva inerente alle missioni, dai 1.640 milioni di euro del 2011 ai 1.400 del 2012, avvenuta solo a carico della spesa militare, consegue ad una riduzione dello spiegamento delle forze italiane e avviene in coerenza con gli indirizzi delle coalizioni delle quali facciamo parte, e non con decisioni unilaterali.

Altri aspetti significativi di questo decreto vengono toccati da altri colleghi e quindi mi dispensano dal ripeterli. Ma vorrei sottolineare due aspetti. Non c'è alcun dubbio che l'area del Mediterraneo rappresenti, attualmente, la maggiore priorità per la nostra politica estera, nel quadro di un'Europa che sempre più, negli ultimi anni, si è contratta e ripiegata sui temi cari al Centro-Nord del continente, verso - verrebbe da dire - le priorità dei Paesi a tripla A. Spero che il ritrovato dinamismo italiano in Europa aiuti a riformulare le priorità del continente. Ma nello specifico - l'attuale decreto - va salutata con favore la continuazione del nostro impegno in Libia con l'impiego di personale militare in attività di assistenza, supporto e formazione, in linea con le risoluzioni ONU.

La preoccupazione è che queste risorse non bastino e che l'impegno debba essere accresciuto. La Libia è un Paese ancora instabile; i conflitti armati interni esplodono con frequenza; enormi quantità di armi sono in possesso della popolazione civile; le infrastrutture del Paese hanno subito gravi danni, città come Misurata debbono essere ricostruite. È vero che alla Libia non mancheranno i mezzi per fare fronte a queste ultime necessità con risorse proprie, ma è la complessiva situazione di instabilità che preoccupa: una riprova di questa instabilità sta nel fatto che la gran parte degli emigrati tunisini rientrati in patria durante il conflitto non è rientrata in Libia per ragioni di sicurezza.

Vogliamo un rapido ritorno alla stabilità - speriamo democratica e rispettosa dei diritti umani - non perché temiamo ulteriori flussi di migranti irregolari, o l'inaridirsi di una preziosa fonte di energia, ma perché la Libia è un pezzo essenziale dell'equilibrio nordafricano e perché, attraendo centinaia di migliaia di lavoratori sub-sahariani, è importante per gli equilibri di quel continente.

Quindi, il nostro Paese deve essere preparato a sostenere il processo di transizione e pronto ad ulteriori interventi di emergenza: autorevoli rappresentanti del Governo allora in carica, un anno fa, negavano o sottovalutavano la possibilità che le rivolte dei Paesi confinanti potessero contagiare la Libia. Si è visto ciò che poi è avvenuto.

Non posso poi non ricordare la necessità di riannodare i legami tra Italia e Libia sulle ceneri di un trattato di amicizia che nessuna delle due parti vuole risuscitare così come era prima della caduta di Gheddafi: sarà questo un passaggio cruciale da affrontare con cautela, realismo e gradualità, in una cornice di impegni che garantiscano alle popolazioni di quel Paese il rispetto dei diritti fondamentali.

Vorrei infine sollevare un'altra questione, forse meno tangibile, ma certamente molto delicata. L'opinione pubblica italiana è poco informata, e quindi poco sensibile, circa le finalità delle missioni di pace, il loro svolgersi, i risultati e i successi (o gli insuccessi) ottenuti. Essa viene risvegliata solo in tragiche occasioni, oppure da populistici appelli ad utilizzare le risorse nel nostro Paese, a non "sprecarle" in contesti che non ci riguardano. Non viene informata circa le vere ragioni profonde della partecipazione alle missioni. Spesso vengono utilizzati argomenti secondari o superficiali, quali: «l'Italia deve poter contare in ambito internazionale e far sentire la propria voce» oppure «il nostro impegno deve essere degno di quello della "settima" o "ottava" (speriamo di non scendere ulteriormente in classifica) potenza economica del mondo»; oppure - come è stato incautamente scritto da chi ha ricoperto altissimi incarichi - «per creare opportunità alle attività imprenditoriali di interesse nazionale». Spieghiamo meglio che, in un mondo strettamente connesso, conflitti e distruzioni - anche in luoghi remoti - erodono la civile convivenza non solo là dove colpiscono ma, con onde concentriche, anche lontano, lontanissimo e arrivano fino a noi.

Occorre far conoscere di più le finalità delle missioni, le risorse impiegate, i sacrifici sopportati, i successi conseguiti. Occorre far conoscere luoghi e persone, popoli e società, le dimensioni della vita politica e di quella sociale. Tutta questa informazione è patrimonio di pochi e l'opinione pubblica rimane disinformata e troppo spesso scettica.

L'idea avanzata da molti, e raccolta dall'attuale Governo, di maggiore confronto e interazione tra Parlamento e Governo su questi temi è un primo passo. Ma occorre andare più avanti e creare maggiore coscienza internazionale in un Paese rimasto, sotto questo aspetto, assai provinciale. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciarrapico. Ne ha facoltà.

CIARRAPICO (PdL). Signora Presidente, illustri colleghi, è vero che il nostro è un Governo mercantile e non si pone quindi rilevanti problemi di difesa, ma anche i mercanti tentano di difendere se stessi. Pertanto, un minimo di approfondimento per capire quale è la nostra politica in materia di difesa credo vada fatto.

L'attuale Ministro della difesa ha dichiarato che occorrono meno stellette e maggiore operatività. Oggi, con tutto il rispetto per l'onorevole Sottosegretario, mi sarei aspettato in questa sede la presenza del Ministro della difesa. Sono successi infatti due fatti abnormi. Per quanto riguarda il primo, noi abbiamo consegnato personalmente i due marò alla giustizia indiana: siamo tornati indietro con un nostro mercantile proprio per fare ciò. Li abbiamo portati sul molo e li abbiamo consegnati. Speriamo bene.

Il secondo fatto è l'ennesimo incidente verificatosi con i famigerati mezzi Lince, come già successo in passato. É come avvenuto con le tanto criticate scatole di sardine, tanto malfamate nelle guerre degli anni Trenta: i Lince si sfasciano, subiscono incidenti, non sono idonei e ancora oggi soldati italiani perdono con essi la vita. Con il passato Governo, l'onorevole La Russa, allora Ministro della difesa, assicurò che i mezzi Lince erano in via di rimozione e che sarebbero stati sostituiti con i mezzi Freccia. A me pare, però, che continuiamo ad impiegare i Lince.

Quel che è più grave, però, ed è un comportamento a dir poco vile, è quanto accaduto fuori dalle acque territoriali indiane con l'episodio dei due marò. Li abbiamo portati noi sul molo e glieli abbiamo consegnati: meraviglioso! Ma se continuiamo così, è ben difficile che questo Paese assicuri ancora la dignità nazionale.

Comunque, a parte questo, quando si parla di riarmare la Difesa, il ministro Di Paola afferma: meno stellette e più operatività. Ma mi chiedo se è questa l'operatività: consegnare due soldati italiani, due marò, che hanno compiuto solamente il loro dovere. Il Ministro degli affari esteri ha però poi assicurato che ci stiamo adoperando attivamente per cercare di salvarli. Prima li consegniamo e poi ci adoperiamo per salvarli: magnifico!

E come se tutto questo non bastasse, continuiamo con i mezzi Lince. I soldati italiani continuano a perdere la vita, ma il Lince resterà in servizio. Ma almeno siamo chiari su questo punto. Altrimenti, è proprio come quando ebbi l'onore di ascoltare Pfyffer von Altishofen, comandante della Guardia svizzera, dire alla Città del Vaticano che non valeva la pena comprare nuovi fucili, perché non servivano. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Vecchio. Ne ha facoltà.

DEL VECCHIO (PD). Signora Presidente, le missioni internazionali e le attività della cooperazione sono strumenti di politica estera, che hanno permesso all'Italia di svolgere negli ultimi decenni un ruolo significativo nei rapporti tra le Nazioni. Ma la loro proroga riveste anche grande importanza per il Parlamento, perché le missioni sono svolte da tanti connazionali, militari e civili, che affrontano sacrifici e gravi pericoli, come il recente tragico evento in Afghanistan ha ancora una volta evidenziato.

Esaminando il decreto di proroga, emerge un importante aspetto innovativo che merita una sottolineatura. Il provvedimento, infatti, rivolge forte attenzione alla cooperazione per lo sviluppo nelle aree di crisi e aumenta sensibilmente le risorse finanziarie destinate alle connesse iniziative. È un provvedimento da più parti sollecitato che, oltre ad esaltare il carattere solidale delle missioni, giova anche alla sicurezza di coloro che operano nei teatri.

Approfondendo poi gli aspetti relativi alle missioni, emerge come la continuità rappresenti la base della politica nazionale del settore. È evidente anche che l'impegno dell'Italia è strettamente integrato con quello delle Nazioni che condividono gli stessi principi di democrazia e che sostengono, al pari del nostro Paese, le iniziative umanitarie e per la pace. È per queste ragioni che l'Italia fornirà, anche nel 2012, un contributo consistente nel teatro più complesso, quello afghano, un contributo molto articolato nel settore militare e in quello delle riforme. Infatti, persegue la sicurezza delle popolazioni e delle istituzioni con l'impiego di forze terrestri ed aeree; cura la formazione delle locali unità di sicurezza, con istruttori dell'Esercito e dell'Arma dei carabinieri; aumenta le capacità degli afghani nel controllo dei confini, grazie all'impegno dei militari della Guardia di finanza; realizza programmi di sostegno della popolazione e di ricostruzione delle infrastrutture, con le attività del personale civile della cooperazione italiana; sostiene, infine, le riforme in settori delicati quale quello della giustizia, grazie alla presenza di esperti.

In sostanza, è un contributo importante che, insieme a quello delle oltre 50 Nazioni presenti nel teatro, consente di dare una speranza all'Afghanistan, di risollevare il Paese dalla barbarie e dall'oscurantismo nel quale era stato spinto dai talebani, di accompagnarlo nel difficile percorso democratico e di crescita sociale, di evitare che ritorni ad essere, come era, base del terrorismo internazionale.

Un'altra area dove la presenza nazionale svolgerà ancora un ruolo di rilievo è il Libano. Un ruolo testimoniato dall'ulteriore attribuzione ad un generale italiano - il generale Serra - del comando dell'operazione UNIFIL. L'aver acquisito la leadership della missione e il mantenere forze consistenti saranno motivi di grande prestigio per il nostro Paese.

Nei Balcani, il superamento dei contrasti nei rapporti tra le popolazioni del Kosovo ha subito nei mesi passati un sensibile rallentamento. È quindi comprensibile la decisione della NATO di sospendere la progressiva riduzione delle forze operanti nell'area. L'Italia non può non concordare in merito a tale decisione, perché è direttamente coinvolta da quanto accade a pochi chilometri dalla sue coste e perché i militari italiani operano tuttora a favore della popolazione dell'area.

A queste missioni, altre se ne aggiungono nel decreto di proroga, tutte comunque basate su principi di solidarietà, di sicurezza e di democratizzazione.

Sulle operazioni internazionali il Senato esprimerà il proprio orientamento, tenendo presente che l'Italia non può mostrarsi indifferente alle esigenze di risoluzione delle crisi e di salvaguardia dei diritti umani, se vuole garantire le condizioni di pace nelle aree di suo interesse e se vuole continuare ad esprimere la solidarietà che l'ha sempre caratterizzata.

Personalmente, insieme al mio Gruppo, sosterrò con convinzione il decreto di proroga, e sarebbe auspicabile che il consenso del Parlamento su questa materia fosse il più ampio possibile, in modo da evidenziare la riconoscenza delle più alte istituzioni verso il personale impegnato nelle missioni.

Per ottenere questo risultato, quello di un ampio consenso, può forse essere utile ricordare che, nelle operazioni a cui partecipa il nostro Paese, sono presenti tutte le Nazioni con cui l'Italia condivide i principi democratici e di risoluzione delle crisi.

Può essere altresì utile rammentare che quelle missioni sono pienamente legittimate da risoluzioni del massimo organismo internazionale per la pace e la giustizia, l'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Può essere infine utile ricordare che le missioni di stabilizzazione, che tutti vorremmo si sviluppassero pacificamente, possono essere invece caratterizzate da alta intensità operativa quando vengono violentemente contrastate da coloro che a quella pace si oppongono, ma non può certamente essere la difficoltà dell'operazione il discrimine per la sua sostenibilità, quanto piuttosto la sussistenza delle finalità e degli obiettivi del mandato delle Nazioni Unite.

Anche nel caso in cui la missione, come talvolta accade, passi forzatamente attraverso situazioni più difficili e rischiose, non viene infirmata - anche questo è utile sottolinearlo - la legittimazione che ad essa è assicurata dall'articolo 11 della nostra Costituzione.

Concludo il mio intervento, rivolgendo il mio pensiero ai principali protagonisti delle missioni internazionali: ai militari dei contingenti italiani ed ai civili della cooperazione per lo sviluppo; a quelli che, in questi anni, e ancora ieri, hanno pagato un tragico tributo di sangue, e alle loro famiglie, a cui esprimo il mio più forte cordoglio e la più affettuosa vicinanza; a coloro, infine, che vivono per mesi e mesi lontano dall'Italia e rappresentano il nostro Paese con orgoglio, professionalità e generosità, in uniforme o in abiti civili. Ad essi indirizzo il mio sincero ringraziamento e la mia più grande riconoscenza, sperando che gli italiani, tutti gli italiani, siano sempre consapevoli dei sacrifici e dei rischi che quel personale affronta giornalmente per il bene del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Di Giovan Paolo. Ne ha facoltà.

DI GIOVAN PAOLO (PD). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, procediamo a questo dibattito e a questa votazione avendo ancora in mente la morte dei nostri tre connazionali, che ci addolora e ci invita ad essere sobri, ma anche per questo puntuali e sinceri nel nostro lavoro politico di disamina del testo.

Sono tra coloro - non siamo pochissimi - che non ritengono le missioni militari una soluzione duratura delle controversie internazionali, né tantomeno il mezzo migliore per esportare la democrazia nel mondo.

Purtroppo, la situazione in Iraq, in Kosovo o in Somalia, prima ancora che in Afghanistan - invito tutti a leggere un'interessante ricerca realizzata dalla ONG Intersos sul pensiero degli afghani in merito agli interventi internazionali - dovrebbero farci intendere che la politica e il diritto internazionale dovrebbero riflettere di più sui necessari mezzi di riforma delle Nazioni Unite, sui poteri limitati delle sanzioni economiche, sulla governance mondiale. È una riflessione che non può valere solo quando ci sono titoli in fiamme nelle borse mondiali.

Se di extrema ratio vogliamo parlare, alcuni di noi hanno più volte messo l'accento sulla non ottemperanza da parte degli Stati all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite - così com'è stato anche più volte richiamato dal capo dello Stato Napolitano - laddove prevede un esercito delle Nazioni Unite in forma permanente, uno stato maggiore delle Nazioni Unite e una governance fondata su Assemblea e Consiglio di sicurezza riformato, sede dove, io credo - finita la seconda guerra mondiale e la guerra fredda - dovrebbe esserci un seggio unico dell'Unione europea, nonché truppe dell'esercito europeo integrato, come prevede un disegno di legge da alcuni noi presentato in questa legislatura, oltre alla messa a disposizione, con carattere di permanenza e concessione annuale, di truppe del nostro Paese alle Nazioni Unite.

Tuttavia, e vieppiù nelle attuali e mutate condizioni politiche, come parlamentari del Partito Democratico obbediamo alla disciplina propostaci dal nostro Gruppo, che ringrazio per la volontà di riflettere assieme su questi punti e, fiduciosi nel processo politico e nell'ineluttabilità degli sforzi di pace - potrei dire, riecheggiando un antico detto romano: «Se vuoi la pace, prepara la pace» - valutiamo il decreto per come si presenta.

Non abbiamo difficoltà a dire che questo decreto-legge reca delle novità: si sposta sulla annualità; prende maggiormente in considerazione la cooperazione civile e ci mette dei denari (non gli 8 milioni che hanno "ballato" e, alla fine, non si sono trovati per l'ultimo decreto-legge). Nel provvedimento c'è anche una prima sommaria analisi delle missioni in corso e una selezione di impegni. Sono cose che alcuni di noi chiedevano dal 2008, e su questo abbiamo fatto politica, non ideologia.

Manca però nel decreto-legge ancora una visione integrata degli interventi, anche se sappiamo che questo dipende più dall'Europa che da noi.

Tuttavia, signora Presidente, colleghi, signor Sottosegretario, nel concludere il mio intervento non posso non rilevare come le missioni internazionali, che pure per molto tempo hanno costituito l'unica politica estera degna di questo nome del Governo precedente - e in ciò sta la sua contraddizione - mancano di un elemento fondamentale, ovvero il modello di difesa del nostro Paese, da riformare, da rivedere e che entra di forza in questo dibattito.

I nostri uomini e donne fanno un lavoro egregio, ma in quali condizioni di base? COCER prorogati con conseguente minore democraticità nelle Forze armate; modello di difesa antiquato, e ricordo in proposito l'opportuna proposta di legge del Partito Democratico per avere una Commissione che rifletta su questo.

Non è solo questione di F35, per i quali anche uno è troppo se non ci sono più quelli a decollo verticale utili per le navi o se presuppongono un uso delle armi non coordinato in sede europea; è piuttosto questione di personale e di mezzi. Non credo che francamente in tempi di crisi sia il caso di correre in soccorso della Lockheed Martin piuttosto che dei consorzi europei. È un problema generale, Presidente.

Le missioni internazionali vanno vagliate e scelte con cura: pensiamo a quella in Libano, che ha prodotto frutti politici. Il sistema di difesa va allineato all'Europa e alla politica estera. La pace, colleghi, non è utopia, ma frutto di scelte coraggiose e previdenti e si può ottenere forse anche con altri mezzi. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caforio, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G100. Ne ha facoltà.

CAFORIO (IdV). Signora Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, ad essere onesti, da questo nuovo Governo, ci saremmo aspettati qualcosa di più, un segnale di cambiamento e di rottura forte, che invece, leggendo il testo, non abbiamo trovato. Unico timido tentativo di innovazione, infatti, è rappresentato dalla durata del decreto, annuale e non più semestrale.

In mancanza della volontà da parte di questo Esecutivo di pensare ad una legge quadro che disciplini la nostra presenza nei teatri più delicati del mondo, continuiamo a trattare il delicato e complesso tema delle missioni internazionali come una semplice proroga. Questo atteggiamento è, a nostro parere, vergognoso e ci mette in cattiva luce anche di fronte ai nostri alleati europei che in ben altro modo agiscono e deliberano su tali questioni.

Ma passiamo alle criticità che emergono dal testo. La prima, di seria e indubbia importanza, è rappresentata da quanto contenuto nell'articolo 5 del decreto. Colleghi, credete veramente che le disposizioni urgenti per l'amministrazione della difesa siano strettamente connesse alle missioni internazionali, tanto da giustificare la presenza di questa norma nel testo del decreto in esame? Nell'articolo 5 si interviene in materia di efficientamento e ristrutturazione degli arsenali, di personale in transito dai ruoli normali ai ruoli speciali e viceversa, di ufficiali dei corpi tecnici, di contributi pluriennali all'Amministrazione della difesa; si interviene in materia di proroga per il triennio 2012-2015 delle attività e dei contributi a favore della Agenzia industrie difesa (AID) e, contemporaneamente, prevedendo il rinvio di tre anni della possibilità, per i cinque stabilimenti in crisi, di non essere posti in liquidazione. Si interviene, quindi, in materia di investimenti sui sistemi d'arma, delegando ad un decreto, e sottolineo decreto, che dovrebbe essere emanato dal Ministro dello sviluppo economico di concerto con i Ministri dell'economia e della difesa, la possibilità di spostare risorse per 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012-2016 e per ulteriori 125 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017 e 2018. Tali risorse verrebbero distolte dall'autorizzazione di spesa per i fondi messi a disposizione dalla legge n. 244 del 2007, per l'alta tecnologia aeronautica.

Mi vorrei soffermare però sul primo punto, ovvero sulla questione degli arsenali militari e, nello specifico, sulla condizione in cui versano quello di Taranto e la sede distaccata di Brindisi. L'arsenale della Marina militare di Taranto versa, infatti, in uno stato di crisi ambientale e strutturale che ha determinato una paralisi delle attività lavorative in diversi reparti, causando un vuoto di lavoro per circa 400 dipendenti i quali, privati delle loro mansioni, subiscono ormai da tempo l'attesa drammatica di una ripresa normale dell'attività del sito. Situazione analoga, se non peggiore, è riscontrabile nella sede distaccata di Brindisi dove tutt'oggi rischiano il proprio posto di lavoro oltre 250 addetti.

Questa breve parentesi, colleghi, per farvi ben comprendere come sarebbe stato maturo e necessario affrontare questi aspetti così importanti in altra sede. I disposti dell'articolo 5, infatti, meritavano di essere affrontati con maggiore serenità e di concerto con il Ministero della difesa. Noi dell'Italia dei Valori, siamo convinti che questa materia così rilevante avrebbe meritato un provvedimento legislativo ad hoc piuttosto che essere furtivamente inserito all'interno della proroga missioni. Questa è l'ennesima conferma di come il Ministro abbia intenzione di procedere nel riformare il nostro sistema difesa. Ritengo gravissima la convinzione di non dover interloquire con il Parlamento, e quindi con le Commissioni difesa rispettivamente di Camera e Senato.

Per quanto attiene strettamente alla voce missioni internazionali e il nostro impegno all'estero, notiamo come sia diminuito il numero di unità impiegate. Occorre sottolineare come tale dato non sia, comunque, frutto di una specifica volontà del Governo. Alcune missioni, quale quella EUPOL nella Repubblica democratica del Congo e l'operazione di consulenza, formazione e addestramento delle forze armate e di polizia irachene, sono infatti giunte al loro naturale termine. In controtendenza, rispetto a quanto appena sostenuto, scorgiamo l'autorizzazione per la partecipazione del nostro Paese alla missione nella Repubblica del Sud Sudan. Sebbene non siano ancora chiari i compiti a cui saranno chiamati ad adempiere le nostre forze, siamo sicuri che il nostro personale possa giocare un ruolo attivo nel consolidare la pace e la sicurezza in Sudan.

Nel testo si provvede inoltre ad un rafforzamento della nostra partecipazione alle missioni nei Balcani, nel Mediterraneo, a quelle di contrasto alla pirateria e in Somalia, quest'ultima sotto l'egida dell'Unione europea.

Per quanto attiene alla questione della pirateria, sottolineo nuovamente la necessità che tale problematica sia oggetto di riflessione ulteriore e che ciò avvenga nelle sedi parlamentari. La previsione che autorizza a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana transitanti in aree marittime a rischio le guardie giurate e l'utilizzo di armi comuni da sparo desta non poche perplessità. Non si rischia infatti di mettere a repentaglio la vita di tanti uomini, non adeguatamente formati? Non solo. La drammatica vicenda cui assistiamo in questi giorni ci dovrebbe indurre a riflettere su quanto potrebbe avvenire qualora a bordo vi fossero, anziché dei militari, delle guardie giurate chiamate a compiere operazioni antipirateria. Stiamo vedendo come personale militare ben addestrato e qualificato possa incorrere in episodi di estrema delicatezza, quale quello attuale: ci rendiamo conto a quali seri rischi stiamo esponendo le guardie giurate e quanti incidenti diplomatici potrebbero verificarsi?

Permettetemi, colleghi, di aprire una breve parentesi sulla questione dei marò e su questa incredibile situazione, augurandomi che vengano svolte delle verifiche sulle responsabilità lungo tutta la scala gerarchica e, soprattutto, che queste ultime vengano condotte in Italia.

Tornando al testo del decreto, che vi sia un'automatica continuità con il passato e, di conseguenza, una mancanza totale di una qualsiasi valutazione ed analisi sulla strategia che il nostro Paese dovrebbe seguire quando è impegnato all'estero viene confermato anche dalla delicata e spinosissima questione del nostro impegno in Afghanistan. La nostra presenza in tale territorio, infatti, continua ad essere frutto di improvvisazione, di un atteggiamento servile e di una mancata lungimirante strategia, in forte contrasto con quanto disposto dalla nostra Carta costituzionale. Siamo in guerra e il Governo Monti a null'altro ha inteso che a prorogare questo impegno bellico.

Caro Sottosegretario, siamo preoccupati e delusi. L'atteggiamento del Ministro si è discostato ben poco da quello del suo predecessore. Di Afghanistan nelle sedi parlamentari si è parlato molto poco e le notizie relative al nostro impegno sono state apprese dalla maggior parte di noi a mezzo stampa. Noi componenti della Commissione difesa, come del resto tutti i cittadini, abbiamo infatti appreso dalle agenzie la sua decisione di rimanere in Afghanistan fino alla fine della transizione e come quindi il nostro impegno non terminerà nel 2013. Caro Sottosegretario, non ritiene questo atteggiamento estremamente lesivo delle nostre potestà parlamentari? Non ritiene che spetti anche a noi decidere se il nostro Paese debba adempiere ad una funzione di supporto in Afghanistan anche dopo il 2013?

Anche qui, colleghi, sono costretto purtroppo ad aprire una breve parentesi per esprimere, a nome del mio Gruppo, profondo cordoglio per la tragica morte dei nostri ragazzi ed un sincero augurio di pronta guarigione al quarto militare coinvolto nell'incidente. Signor Sottosegretario, se non ha intenzione di parlare in questa sede della durata e della strategia che sottintende la nostra missione in Afghanistan, accetti quantomeno di discutere della sicurezza dei nostri militari. Noi dell'Italia dei Valori consideriamo quest'ultima prioritaria e riteniamo sia un nostro dovere garantire la massima tutela a chi ogni giorno compie il proprio dovere al servizio dello Stato.

Signora Presidente, dedico in conclusione l'ultimo minuto che ho a disposizione per illustrare l'ordine del giorno G100, presentato dal mio Gruppo ed a mia prima firma. Non intendo tediare l'Aula con una vera e propria illustrazione; vorrei bensì sottoporre all'attenzione della Presidenza, del Governo e dei colleghi alcuni importanti aspetti contenuti nel documento.

L'ordine del giorno rappresenta parte della mozione n. 1‑00503, a mia prima firma, presentata il giorno dell'insediamento del nuovo Governo. Non avendo la Conferenza dei Capigruppo ancora potuto calendarizzarla, ho ritenuto di sfruttare l'occasione offertami dall'Atto Senato in discussione oggi, e in particolare dall'impropria inclusione all'interno del decreto dell'articolo 5, al fine di stabilire un confronto con il Governo diversamente precluso. Interessato attendo quindi un parere sulle proposte da me formulate. (Applausi dal Gruppo IdV).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marcenaro. Ne ha facoltà.

MARCENARO (PD). Signora Presidente, sia il senatore Livi Bacci che il senatore Del Vecchio hanno espresso la posizione e il giudizio del nostro Gruppo su questo provvedimento, che peraltro riconferma una posizione che noi sosteniamo ormai da molto tempo e che ha rappresentato un punto di convergenza della stragrande maggioranza delle Assemblee parlamentari italiane.

Voglio spendere i pochi minuti di tempo a mia disposizione per sottolineare che il provvedimento al nostro esame - che tra breve voteremo - rappresenta la conclusione di una fase. Ormai la discussione si è sviluppata ed è arrivata a conclusioni, talvolta più esplicite ed altre volte più implicite, che segnano il 2013 come l'anno di una svolta globale per quanto riguarda lo scenario fondamentale, quello dell'Afghanistan. È evidente che nel prossimo anno andremo nella direzione non semplicemente di un ritiro, ma di un cambiamento del quadro globale nel quale la nostra iniziativa si svolgerà. Mi riferisco alla vera e propria fine di una fase che, nonostante le differenze che hanno caratterizzato le diverse missioni (in particolare, quella che ha caratterizzato la missione in Afghanistan), dal punto di vista politico è stata indubbiamente segnata dall'invasione dell'Iraq: si è trattato di un segno che, in seguito, nessun adattamento e nessuna modifica, anche dal punto di vista strategico, sono stati in grado di rimuovere completamente. A mio avviso, quel segno ha influito pesantemente anche sui difficili esiti della missione internazionale in Afghanistan e sulla situazione contraddittoria che oggi abbiamo di fronte.

Nel momento in cui decidiamo per le missioni - e lo facciamo, come ha sottolineato il senatore Livi Bacci, con un decreto che ha la durata di un anno - si apre il problema di avviare una riflessione su un futuro che per tante ragioni non potrà più essere semplicemente la ripetizione del passato, ma richiederà atti e fatti nuovi e in particolare - anche questo è stato già ricordato - un diverso equilibrio tra iniziativa politica ed iniziativa militare, che è stato tanta parte della fase che abbiamo conosciuto. Anche se il provvedimento al nostro esame migliora leggermente la situazione, basterebbe considerare l'equilibrio tra le risorse impiegate nelle operazioni militari e quelle impiegate nelle operazioni di sostegno allo sviluppo e civile nel corso degli ultimi anni.

Non credo, però, che dovremmo affrontare la prospettiva che abbiamo di fronte con l'intenzione di chi considera tutto ciò semplicemente come un'occasione per far risparmiare un po' di risorse ad uno Stato già in dissesto finanziario: dovremmo piuttosto pensare a come investire diversamente le risorse oggi impiegate, per azioni ed operazioni più profittevoli dal punto di vista politico e che richiedono un diverso equilibrio - lo ripeto - tra azioni militari e civili.

Ci richiama a questo punto in primo luogo l'Afghanistan, ma non solo. Sappiamo infatti che anche in Libano la situazione sta completamente cambiando. Anche sulla missione UNIFIL è necessario avviare una riflessione: abbiamo bisogno di ricollegare tale missione con il negoziato. Penso che alla lunga non sia sostenibile una situazione in cui il negoziato rimane fermo mentre prosegue la missione militare di interposizione: abbiamo bisogno di ricostruire questo rapporto e di introdurre in qualche modo un elemento di condizionalità nella nostra presenza, spingendo in tale direzione anche per un nuovo ruolo dell'Unione europea.

A mio avviso, si rende ormai necessario affrontare il quadro generale internazionale, che desta, e ha destato anche nelle ultime settimane, forti preoccupazioni.

Qualcuno, guardando alla decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, in nome della responsabilità di proteggere la popolazione, aveva autorizzato interventi in Libia, ha forse pensato che fosse stato compiuto un passo in avanti nella governance mondiale di tali questioni, ma i veti riproposti da Russia e Cina sulla questione della Siria fanno riemergere il problema.

Anche per questo motivo ritengo sia urgente svolgere una discussione al riguardo. Abbiamo il tempo e vi sono le condizioni per farlo e - aggiungo - abbiamo le carte in regola, perché l'aver fatto il nostro dovere nelle missioni internazionali ci mette oggi nelle condizioni di svolgere un'azione diversa.

Il Governo Monti ha ridato all'Italia la possibilità di pronunziarsi in Europa, dal punto di vista delle prospettive finanziare ed economiche. Credo sarebbe molto importante se il Governo si convincesse che anche sul piano della politica estera e dell'azione internazionale l'Italia può riprendere a giocare un ruolo che solleciti una diversa qualità dell'azione europea.

Nessuno di noi può rimuovere il fatto che l'attuale Servizio esterno dell'Unione europea, diretto da Catherine Ashton, è stato fino ad oggi una fonte di profonde delusioni. Non ci sono ragioni imputabili ad una diplomazia superficiale che impediscano di affrontare nelle sedi e nei modi dovuti questo problema e per non fare di questo anche un elemento di riqualificazione, di rilancio, di rinnovamento di un'azione europea che dovrà fare i conti con uno scenario che non sarà più quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Castelli. Ne ha facoltà.

CASTELLI (LNP). Signora Presidente, intervengo su un fatto specifico che è già stato ricordato in quest'Aula e che personalmente mi ha turbato enormemente: mi riferisco alla questione dei due marò.

La pirateria, apparsa ormai da qualche anno, è già di per sé un fenomeno assolutamente oscuro e per certi versi inspiegabile poiché non si capisce come navi di enorme tonnellaggio possano essere sequestrate da barchini di pochi metri (Applausi del senatore Perduca) con sopra quattro disgraziati che, al massimo, hanno qualche fucilino. Eppure, essa ha dato vita ad un notevole flusso di denaro: decine e decine di milioni di dollari incessantemente partono dai Paesi di provenienza delle navi che vengono sequestrate per dirigersi verso la Somalia, questa terra di nessuno in cui non si capisce bene quali siano le autorità che comandano.

È un fenomeno assolutamente misterioso, lo ripeto, perché da un punto di vista meramente tecnico e militare potrebbe essere sventato in pochissimo tempo. Oggi, nell'era dei satelliti che vedono persino la singola automobile, figuriamoci se non si riescono ad individuare le navi e le basi di questi pirati!

A questo scenario si è aggiunto il recente episodio, anch'esso inspiegabile. Gli armatori da tempo ci avevano chiesto di poter imbarcare guardie armate sulle navi, sapendo che in questo modo si sarebbe potuto rispondere efficacemente alle operazioni di pirateria, in verità un po' «fai da te», operazioni realizzate dal punto di vista militare da quattro straccioni, che però risultano efficaci.

Ma cosa è accaduto? Il nostro Governo ad agosto ha varato un decreto-legge che rendeva possibile imbarcare guardie armate sulle navi private e ora si è verificato un episodio che non ha ancora contorni chiari. Dal punto di vista del diritto internazionale la via maestra era una sola. Non v'è dubbio infatti che, dal punto di vista del diritto internazionale, la magistratura competente è quella italiana, perché il fatto è avvenuto in acque internazionali, coloro i quali sono accusati di aver sparato erano in territorio italiano. Quindi, era assolutamente pacifico che i due marò dovessero rientrare in Patria ed essere giudicati dalla nostra magistratura, che avrebbe acclarato, con tutte le garanzie costituzionali e di legalità, la loro eventuale responsabilità.

Invece accade una cosa stranissima, ossia che questi due militari vengono abbandonati nelle mani delle autorità indiane in un contesto in cui è garantito che non c'è assolutamente oggettività, perché è un contesto in cui c'è una fortissima ostilità su questo tema, atteso che ci sono di mezzo anche delle elezioni.

Allora vogliamo sapere - io personalmente ho preso la parola perché voglio saperlo - chi ha dato questo ordine vile, perché questo è stato un ordine totalmente vile... (Applausi dal Gruppo LNP e dei senatori Gramazio e Ciarrapico).

GRAMAZIO (PdL). Bravo!

CASTELLI (LNP). ...che ha scaricato, non so per quali motivi, la responsabilità su due persone che vedremo se hanno compiuto azioni sbagliate, ma che comunque fino a prova contraria, ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione, stavano facendo il loro dovere.

Dobbiamo sapere che cosa è accaduto. Chiedo che il Ministro venga a riferire su quanto è accaduto, perché pensiamo adesso con quale spirito i nostri militari o le nostre guardie armate (anche questo è previsto dalla legge) potranno svolgere il loro dovere sulle navi, sapendo che in qualunque caso essi verranno abbandonati al loro destino.

Credo che sia stata scritta da parte dei dirigenti, non certo da parte degli esecutori, non certo da parte dei militari, una pagina totalmente vergognosa per il nostro Paese. Ancora una volta i nostri dirigenti hanno dato esempio di grande viltà, in puro stile badogliano, mi consenta.

Ritengo che su questo episodio si debba fare assolutamente chiarezza. Noi chiediamo questo. Vogliamo sapere chi ha dato l'ordine di abbandonare i due militari nelle mani degli indiani, che in questo momento - ripeto - non danno alcuna garanzia di obiettività per il giudizio.

Ricordo anche che, in via spero totalmente teorica, questi due militari rischiano la pena di morte. Quindi, c'è anche un gravissimo vulnus sotto questo punto di vista, perché la legge italiana sull'estradizione non consente di estradare nessuno, ancorché riconosciuto colpevole in terzo grado, verso Paesi che prevedono la pena di morte. È stato commesso veramente un crimine sotto ogni punto di vista e vogliamo sapere chi è stato a dare quest'ordine. (Applausi dai Gruppi LNP e PdL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Negri. Ne ha facoltà.

NEGRI (PD). Signora Presidente, anche raccogliendo gran parte del dibattito che era stato fatto nelle Commissioni riunite e quanto hanno riferito molti colleghi oggi, possiamo dire che il voto sul decreto-legge in esame, la presentazione e l'articolazione stessa del provvedimento segnalano una nuova assunzione di responsabilità da parte del Governo, del Parlamento e della comunità nazionale.

Per quale motivo parlo di nuova assunzione di responsabilità? È già stata ricordata la copertura annuale della proroga e io aggiungo anche l'ultimo articolo, il fatto che ogni quattro mesi i due Ministri degli esteri e della difesa debbano riferire alle Commissioni competenti riunite. Quindi, in qualche modo si incontra l'esigenza di verifica puntuale dell'evolvere delle singole missioni. In tema di nuova responsabilità, voglio far cenno anche a recenti dati IPSOS sulla popolarità che le missioni rivestono nell'opinione pubblica italiana. Questo vuol dire che ne è stata interiorizzata la funzione sociale, la funzione di difesa e di pace, di tutela dei diritti di national building delle società dei Paesi interessati.

Dico anche nuova responsabilità internazionale perché - come sappiamo - a Chicago, in maggio, la NATO discuterà della Smart Defence, quindi dell'uso di nuove tecnologie, della transizione della sicurezza in Afghanistan, del rapporto con le primavere arabe (ne faceva cenno poco fa il senatore Marcenaro), delle risposte da dare al nucleare iraniano, dei nuovi rapporti di partnership tra gli Stati Uniti, il Giappone, l'India, l'Australia, le Filippine; Stati Uniti che tendono a concentrare di più sull'Europa i propri compiti di difesa e a guardare assai di più al Pacifico. Anche in questo senso è un nuovo inizio. La tenuta, la continuità e le caratteristiche delle nostre missioni internazionali avranno anche riferimenti concreti con l'evoluzione di quanto si deciderà a maggio a Chicago. Le cifre della sfida sono state qua dette.

La mia opinione è che, qualunque sia l'evoluzione futura, pare di comprendere che vi siano una strutturalità, una permanenza e una proiezione nel futuro anche di questo tipo di missioni, le quali contemplano la presenza civile e di ricostruzione. Si tratta di un nuovo tipo di presenza militare. Appare però difficile supporre che in Libano (fortunatamente noi abbiamo ridotto le previsioni di riduzione) si possa pensare che il ruolo degli hezbollah, l'influenza della Siria e l'influenza dell'Iran sugli hezbollah e su gran parte della dirigenza libanese possano confinare a un ruolo solo di mediazione il lavoro dei militari lì presenti. Così come è stato giusto rinforzare la presenza in Kosovo, come il nostro partito diceva da tanto tempo: vanno peggiorando i rapporti con la Serbia, specialmente dopo la dichiarazione di autonomia.

In questo senso, i concetti di responsabilità e di sfida si tengono molto da vicino, perché con meno soldi e meno uomini - ripeto: meno soldi e meno uomini - bisognerà fronteggiare esigenze di difesa che avranno proiezioni probabilmente nei prossimi decenni. Credo che non dobbiamo minimizzare questa dimensione. Le cifre sono state ampiamente date dal Ministro della difesa: ormai siamo a 6.500 uomini, con la riduzione di alcune centinaia di milioni.

Il problema su cui voglio una risposta da lei, signor Sottosegretario, a nome del Ministro, lo abbiamo in parte affrontato in Commissione e il relatore Gamba lo ha adesso ripreso, ma solo in parte. La seconda parte di questo decreto contiene, per alcuni versi, misure autonome in materia di Amministrazione della difesa. Ciò va bene. Poi, esso contiene misure di riordino dell'Amministrazione della difesa e della pianificazione dei sistemi d'arma esattamente in funzione delle missioni internazionali, e non in funzione di altro, con una proiezione fino al 2015. Mi riferisco ai commi 3 e 4 dell'articolo 5. Viene infatti stabilito che saranno fatti investimenti in sistemi d'arma (se ho ben calcolato si tratta di 750 milioni di euro fino al 2018), per i programmi SICRAL, Combat-SAR, M346, Forza NEC e per il sistema di comunicazione terrestre dell'Arma dei carabinieri, finalizzati alle missioni internazionali e non a questioni interne. Utile, utilissimo e preveggente. Tuttavia, la nota del Ministero della difesa ci dice che questi fondi saranno presi dal programma Eurofighter. Se è così, dopo la perdita della commessa indiana di 126 Eurofighter, noi chiuderemo Alenia.

Noi siamo un partito pluralista e ritengo che il programma Eurofighter non sia in contraddizione radicale con il programma degli F-35, perché gli stessi soggetti che fanno parte del consorzio Eurofighter a loro volta stanno comprando anche gli F-35 per la sostituzione dei loro velivoli. Ripeto: si tratta degli gli stessi soggetti. Tuttavia, se dopo la perdita della commessa indiana, tiriamo via dal programma Eurofighter il finanziamento dei nuovi sistemi d'arma per le missioni, vi saranno delle conseguenze. Non siamo ingegneri aeronautici, né amministratori delegati di Alenia, però questo è un problema di prima grandezza. La nota del Ministero ci dice che c'è ancora una commissione tecnica che sta valutando, ma tutti questi soldi per i sistemi d'arma delle missioni si prendono dal programma Eurofighter. Per noi è un collasso. Perché? Che cosa resta? Dove li vendono gli Eurofighter? Nell'Oman e qualcuno in Sud-America. Per la prima volta al mondo i francesi, che non vendevano a nessuno, sono riusciti a vendere i Rafale all'India; Cameron ha fatto fuoco e fiamme, noi siamo stati un po' in silenzio, anche se è vero che la mediazione competeva agli inglesi.

Ciò detto, poiché si tratta di un problema molto importante, che riguarda il sistema d'arma per le missioni, il programma Eurofighter, il nuovo Sistema di difesa europea e, infine, quale sarà la nostra posizione al vertice NATO di maggio a Chicago, credo si debba dare una risposta. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Amato. Ne ha facoltà.

AMATO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, questo decreto sottolinea giustamente (come del resto quello approvato nel luglio 2011) l'importanza della lotta alla pirateria, che è al centro di alcune specifiche missioni internazionali e di alcune rilevanti innovazioni normative. Ed è quindi su tale tema che vorrei richiamare l'attenzione del Governo. Anche perché, mentre stiamo qui discutendo, due marò del Reggimento San Marco, componenti del team militare imbarcato a protezione della nave petroliera "Enrica Lexie", sono tuttora sottoposti a fermo giudiziario nel porto di Kochi dalla polizia indiana dello Stato del Kerala, per accertamenti in merito alla sparatoria avvenuta in acque internazionali. Sparatoria che parrebbe - e il condizionale è d'obbligo - aver provocato la morte di due pescatori indiani.

Dico subito che, pur in attesa di una puntale ricostruzione dei fatti e dei necessari chiarimenti da parte del Governo, mi sento certo della rigorosa professionalità e della serietà del comportamento dei nostri militari, ai quali desidero esprimere vicinanza e solidarietà, nell'augurio di poterli rivedere presto in Patria.

Ma aggiungo subito anche un'altra cosa: e cioè che questa intricata e dolorosa vicenda non può e non deve comunque pregiudicare la nostra partecipazione all'impegno internazionale e multilaterale di contrasto alla pirateria.

I due marò del San Marco fanno parte di un nucleo militare di autodifesa che si trova a bordo di una nave commerciale battente bandiera italiana in base al protocollo stipulato tra Confitarma e Marina militare, ai sensi dell'articolo 5 della legge 2 agosto 2011, n. 130. Una legge promossa su iniziativa della Commissione difesa del Senato che, con un'apposita risoluzione, impegnò il Governo ad autorizzare immediatamente sulle navi italiane l'imbarco di team armati di protezione e autodifesa, così come avviene in altri Paesi europei, tra cui cito, a caso, la Francia, il Belgio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda. Team armati composti da militari o da privati, a scelta e a spese dell'armatore.

Oggi, l'atto in esame - oltre a rifinanziare le missioni internazionali in ambito NATO e comunitario (Ocean Shield e Atalanta) che vedono impiegate nel Golfo di Aden unità navali della Marina militare in funzione anti-pirateria - novella, all'articolo 6, il citato quadro legislativo, precisando alcune modalità di impiego dei nuclei di protezione a bordo del naviglio mercantile italiano.

Ora, non voglio entrare qui nel merito delle modifiche proposte dal Governo con questo decreto, né tantomeno entrare nel merito di quanto ulteriormente aggiunto in sede di conversione durante l'esame delle Commissioni di Camera e Senato, perché ritengo si tratti di emendamenti che vanno, sì, nella direzione di una più chiara interpretazione della legge originaria, ma che non risolvono appieno i molti dubbi applicativi che ritardano la piena implementazione della normativa, disegnando sostanzialmente un quadro derogatorio poco coerente nel suo complesso.

Non a caso il Presidente del Senato ha recentemente affidato alla Commissione difesa uno specifico affare, assegnato allo scopo di fornire un contributo di chiarezza utile a sciogliere quei nodi che non rendono pienamente fruibile la legge sull'imbarco di team armati di autodifesa. A tale proposito, mi sembra francamente grave che, a più di sei mesi dall'entrata in vigore della legge che pur lo autorizza, un armatore italiano si trovi nella condizione di non poter ancora impiegare a bordo delle sue navi operatori privati specializzati.

Si tratta perciò non di ripensare la legge n. 130, e nella fattispecie l'articolo 5, bensì di darle completa attuazione. Tanto più che, se l'obiettivo è quello di proteggere il commercio marittimo italiano al di fuori dei ristretti confini dell'area operativa delle missioni internazionali che incrociano nel Golfo di Aden, non esistono efficaci misure alternative all'imbarco di nuclei di protezione armata.

Fuori da quel corridoio, che è per così dire "blindato" (mi riferisco al Golfo di Aden), persiste infatti un'area di oltre 5 milioni di miglia quadrate di Oceano Indiano, dove solo la presenza di uomini armati a bordo può garantire un ragionevole grado di immunità da abbordaggi e sequestri, i cui costi economici ed umanitari restano sempre imprevedibili.

Negli anni scorsi, quando mancava una legge che autorizzasse la presenza di personale armato a bordo, gli attacchi pirateschi alle imbarcazioni italiane rappresentarono un danno costante alla nostra economia e alla nostra sicurezza. La "Buccaneer" (catturata nell'aprile 2009), la "Savina Caylin" (febbraio 2011), la "Rosalia D'Amato" (aprile 2011) e la "Eugenio Ievoli" (catturata il 27 dicembre scorso e ancora adesso in mano ai pirati somali) sono solo le principali tappe di un calvario che coinvolge tutti - le famiglie dei sequestrati, gli armatori, le Forze armate e la diplomazia - fino ad arrivare, in ultima istanza, al cittadino consumatore, il quale risente dell'aggravio dei maggiori costi delle materie prime ed energetiche trasportate via mare da e verso il nostro Paese.

Bene hanno fatto, pertanto, il Parlamento ed il Governo a varare tutte le misure disponibili per tutelare con l'opportuna risolutezza il naviglio italiano, che è a tutti gli effetti territorio italiano.

Il problema è, allora, quella di rendere effettive tali misure, dando innanzitutto piena e completa attuazione all'articolo 5 della legge n. 130 del 2011, una norma ambiziosa che, proprio per il suo marcato carattere innovativo, sconta probabilmente un periodo di rodaggio.

Concludo, signora Presidente, suggerendo due priorità. La prima priorità è quella di introdurre la piena libertà di scelta, per l'armatore, tra l'opzione militare e l'opzione privata. Attualmente, secondo la legge, un armatore che ha bisogno di un servizio di protezione a bordo della nave deve prima di tutto rivolgersi alla Marina militare e, solo nel caso in cui questa sia impegnata o non abbia personale a sufficienza o non si adatti al servizio richiesto, può quindi rivolgersi al privato. Ma, poiché le leggi sul commercio italiane ed europee sanciscono il principio secondo il quale nessuno può avere diritto di prelazione rispetto all'erogazione di un servizio commerciale, questo regime di prelazione - anche alla luce della ridotta disponibilità di uomini che la Marina può mettere a disposizione - deve essere superato.

Peraltro, alla luce di quanto sta accadendo sulle coste del Kerala, va detto chiaramente che l'utilizzo di team di privati anziché di militari in servizio, proprio per la natura privatistica del rapporto che si viene a delineare, può evitare, in caso di incidenti (purtroppo sempre possibili), complicazioni di carattere diplomatico, con relative aggrovigliate dispute di diritto internazionale.

La seconda priorità risiede invece nell'emanazione di quel decreto ministeriale che, in base alla normativa vigente, dovrebbe definire nello specifico le modalità di impiego dei servizi di vigilanza e di autodifesa privata sulle navi. Tra l'altro, un emendamento al testo, poi recepito, sottolinea tale urgenza fissando al 31 marzo la scadenza per l'emanazione del regolamento stesso.

L'importante è che vi sia in tutti noi la profonda convinzione che l'efficace tutela dell'interesse nazionale, oggi minacciato dalla pirateria marittima, è strumento altrettanto strategico della diretta partecipazione alle missioni Ocean Shield ed Atalanta ai fini della difesa e della sicurezza dell'Italia.

L'articolo 6 del presente decreto presenta sicuramente alcuni interessanti passi in avanti. Ma credo che solo con la seria collaborazione di tutti i soggetti coinvolti sarà possibile mettere a punto una normativa interamente rispondente alle attese e alle necessità del momento.

Detto questo, concentriamo oggi tutti i nostri sforzi per dare ai due marinai del San Marco in mani indiane la necessaria assistenza e la doverosa tutela. Perché è dovere primario di uno Stato, specie se impegnato in importanti strategiche missioni internazionali, tutelare sempre e in ogni modo i suoi uomini in arme. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perduca. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, il senatore Di Giovan Paolo ha affrontato molti dei temi che avrei voluto mettere al centro del mio intervento. Concordo al 100 per cento con quanto egli ha detto, perché negli anni scorsi abbiamo insistito, anche se non in molti, nel porre al centro dell'attenzione di questo dibattito, che dovrebbe, a norma di Regolamento, trattare esclusivamente della necessità di procrastinare il finanziamento di una presenza italiana in giro per il mondo, aspetti più generali. Cercherò quindi di parlare di qualcosa di diverso, che però non è altro.

Noi abbiamo aggiunto un articolo 10-bis a questo decreto, con il quale si chiede al Governo di comunicare al Parlamento l'andamento delle missioni ogni quattro mesi. Ora, per evitare di trovarci ad avere un dibattito fotocopia ogni quattro mesi, occorrerebbe, nel frattempo, non soltanto aspettare la scadenza fissata dal Parlamento e preparare una relazione, ma agire sulla base delle cose che, sia in Commissione che in Aula, i senatori articolano come proposte che vadano oltre quel riconoscimento che tutti continuiamo (in buona parte, non necessariamente tutti) a tributare alle nostre Forze armate impegnate nel mondo, riconoscendo loro che sono la punta di lancia della nostra politica estera.

Se da una parte questo è sicuramente un aspetto positivo della questione, dall'altra non deve essere un motivo di vanto per un Paese democratico. Noi riteniamo, infatti, che siano le armi della politica quelle che devono arrivare ad affrontare i problemi: sia che si tratti di conflitti in corso, sia che si tratti di gestione della pace portata manu militari o attraverso altri modi, sia che si tratti di cercare di prevenire, quando si può, uno scontro armato.

Parliamo di due casi separati. Tra l'altro, è appena arrivata un'agenzia di stampa che riferisce dell'uccisione di 100 persone nel corso di scontri tribali nel Sud della Libia. Noi riteniamo di aver fatto un buon lavoro in Libia, tanto è vero che vi abbiamo lasciato, sì e no, una dozzina di persone, come presenza italiana in divisa nel Paese. Abbiamo fatto sicuramente cosa buona a sostituire Gheddafi, anche se non avremmo dovuto ammazzarlo, bensì portarlo davanti al Tribunale dell'Aja, anche perché così ci era stato detto che avremmo dovuto operare all'inizio dell'anno scorso. Abbiamo cambiato, se non altro, il colore della bandiera; non credo che abbiamo cambiato la qualità del Governo, ma questo è un discorso che affronteremo in un altro momento. Cento persone sono morte, dove si ritiene di avere portato un nuovo contesto di speranza, pace, libertà e - detto tra molte virgolette - "democrazia".

Negli stessi giorni in cui iniziavano le rivolte in Libia sono iniziate anche in Siria, ma la fondamentale differenza esistente tra la rivolta libica e quella siriana (e qui occorreva, e continua ad occorrere, una risposta politica) è che, mentre in Libia si è subito passati alla resistenza armata, per otto mesi in Siria si è andati avanti con una resistenza non violenta. Alla fine dell'estate, poi, non vedendo nessun tipo di reazione politica da parte degli occidentali (perché, personalmente, non credo che a una crisi regionale debba esistere una risposta regionale), tutti i piani portati avanti dall'Unione africana sono andati a fracassare contro i problemi che tutti coloro che conoscono un po' i dibattiti interni sanno esistere all'interno di questi tipi di organizzazioni. Tali dinamiche creano ostacoli al ritrovamento delle soluzioni. E lo stesso dicasi per quanto riguarda le lodevoli iniziative portate avanti dalla Lega araba. Il silenzio dell'Occidente ha portato i siriani, chiaramente, come avvenne anche in alcuni frangenti della guerra nella ex Jugoslavia, a creare un esercito di liberazione (se finanziato o non finanziato dall'Occidente e se armato o non armato dall'Occidente, anche questo è discorso che qui non possiamo affrontare) che comunque sta portando avanti una rivolta manu militari.

È chiaro che, portati alle estreme conseguenze, alla fine ci si dovrà ulteriormente assumere responsabilità gravissime non perché si sostenga l'aggredito nei confronti dell'aggressore, ma perché ancora una volta si è scartata fin dall'inizio l'opzione non violenta. Non lo dico perché il Partito Radicale - per l'appunto non violento - ha voluto mettere questo aggettivo nel suo nome, ma perché l'opzione non violenta - come documentano studi dei centri di ricerca più avanzati - è quella che, oltre che salvare centinaia di migliaia di vita umane, garantisce una transizione più veloce e strutturale del regime, costruendo un nuovo contesto dove libertà e democrazia riescono a prendere radice più velocemente che altrove.

Basterebbe andare a vedere alcuni esempi della cosiddetta Primavera araba dell'anno scorso, dove ancora una volta nessuno dall'Occidente disse più di tanto, per farci ricordare che quando i tunisini iniziarono a scendere in piazza per chiedere che Ben Ali abbandonasse il Paese. si è arrivati in maniera molto più indolore che altrove ad un cambiamento di regime.

A questo punto tutti coloro che in passato hanno votato a favore di questo provvedimento, inclusi i radicali, che un paio di volte non hanno partecipato al voto, sono ora a favore perché fortunatamente si è posto rimedio al fatto che in esso era stato infilato quasi tutto, molto non rientrava nel titolo del provvedimento stesso, relativo al rinnovo della nostra presenza alle missioni all'estero.

Siamo quindi tutti a favore di questo provvedimento, ma non credo, visto e considerato che la scadenza è stata fissata tra quattro mesi, che si possa arrivare a replicare questo tipo di dibattito. Non ci interessa sapere quanti sono i mezzi Lince o quali sono le bombe che vengono sganciate dagli aerei italiani in giro per il mondo, se ce ne è la necessità; ci interessa sapere le linee di politica estera dell'Italia all'interno della Nato, dell'Unione europea e delle Nazioni Unite. Il resto va bene per le riviste specializzate, ma non per un'Aula parlamentare. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mantica. Ne ha facoltà.

MANTICA (PdL). Signora Presidente, il dibattito che si è svolto e si sta svolgendo è abbastanza innovativo rispetto ai normali dibattiti sulle proroghe delle missioni militari. Eppure questo provvedimento ha in sé una novità molto forte rispetto ai tradizionali provvedimenti. È infatti la prima volta che ci viene indicata chiaramente una riduzione sostanziale delle nostre truppe all'estero. Non è un passaggio che può essere nascosto o quanto meno sottovalutato, anche perché non è legato alle situazioni economiche e finanziarie del Paese, o per lo meno non è questo a dettare l'ipotesi in esame.

Vi è evidentemente un mutamento di strategia; vi sono tempi nuovi e diversi sullo scenario internazionale che consentono questo tipo di riduzione. Allora, raccogliendo un appello che viene anche da altre forze politiche, tra cui ricordo i senatori Marcenaro e Perduca, credo bisognerebbe cominciare a riportare, all'interno di un corretto dibattito di politica estera, l'uso dello strumento militare, ponendo, ad esempio, un dibattito che dica perché ritiriamo le truppe dall'Afghanistan in questa misura, qual è l'obiettivo che abbiamo da qui al 2014, cosa vuol dire che non abbandoniamo l'Afghanistan dopo il 2014, quali impegni intendiamo assumere e magari cominciare a realizzare che tipo di Afghanistan lasciamo dopo un intervento durato più di dieci anni. Credo infatti che questo sia quello che interessa dell'Afghanistan delle tante altre situazioni nelle quali operiamo.

Questo il tema. Capisco le esigenze del Ministero degli affari esteri e conosciamo l'impegno del sottosegretario Staffan de Mistura, ma credo che su questo dibattito sarebbe opportuno che i Ministeri degli affari esteri e della difesa si presentassero congiuntamente in Aula, proprio perché il tema assume ormai una prevalente natura politica rispetto alle tecnicalità militari presenti in questo provvedimento.

Credo di dover invece sottolineare tre questioni. La prima è quella indiana. Sono convinto che in un momento come questo il primo, vero, unico e grande obiettivo che il nostro Paese ha sia quello di far tornare a casa i due marò. Penso che sia necessario porre in prima linea tutti gli sforzi possibili in tal senso. Mi domando - e domando al Sottosegretario alla difesa - se la nave Grecale, ad esempio, che sta operando nell'Oceano Indiano nella missione di contrasto alla pirateria, debba restare dov'è o se debba invece mostrare che l'esistenza di una presenza italiana più forte, avvicinandosi alle coste indiane.

Vorrei ricordare a questo proposito uno strano atteggiamento tenuto dall'India, e che ho personalmente vissuto, in occasione della vicenda della nave italiana "Savina Caylyn", che è stata quasi dieci mesi ostaggio in Somalia, e a bordo della quale la maggiore parte del personale era indiano. Abbiamo operato coscientemente e scientemente dicendo che l'equipaggio era quello della nave: abbiamo parlato evidentemente degli italiani a bordo, ma ci siamo preoccupati di tutto l'equipaggio, indiani compresi. Non mi risulta che l'ambasciatore indiano a Roma si sia mai avvicinato alla Farnesina per chiedere notizie dei marinai indiani a bordo delle navi.

Per questo il sentimento espresso oggi da parte dell'India stupisce molto, anche perché a bordo della petroliera erano presenti tra l'altro marinai indiani, per cui, se è stato respinto un attacco di pirati, si difendevano anche marinai indiani.

Non credo sia a priori un problema di politica interna, ma qualcosa di più pesante: l'India in questo momento vuole dimostrare di non avere pirati alle porte. Dobbiamo invece ribadire agli indiani, che lo sanno perfettamente anche se vogliono negarlo, che i pirati sono alle porte: la realtà è che ormai il raggio di azione dei pirati somali si è spostato nell'Oceano Indiano, abbandonando l'area a Sud, cioè quella nei pressi del Madagascar dove erano arrivati, e abbandonando il Golfo di Aden, che ovviamente è più controllabile.

Al di là del nostro primo impegno, quello cioè di riportare a casa i nostri marinai, credo che subito dopo sia doverosamente necessario capire chi ha deciso di far sbarcare i marinai nel porto indiano. Penso che sia infatti un errore enorme, gravissimo, di cui bisogna individuare il responsabile: non so chi sia, anche se posso immaginarlo, perché conosco abbastanza l'ambiente per sapere quali sono le dinamiche che corrono in questo momento; in ogni caso, chi ha sbagliato deve assumersi la responsabilità e deve essere indicato al Paese.

Non è accettabile né può essere oggetto di discussione il fatto che dei militari a bordo di una nave italiana - quindi su territorio italiano - che fanno il loro dovere e che credo - conoscendo i fucilieri del reggimento San Marco - abbiano certamente agito secondo le procedure ed i previsti caveat di ingaggio, molto rigorosi in questa materia, possano essere messi in condizioni di difficoltà per un atto, come dire, di irresponsabilità.

Non voglio usare le parole del senatore Castelli, che peraltro condivido, ma qui c'è una vera e proprio irresponsabilità e un tentativo all'insegna del "volemose bene", dell'andare d'accordo con tutti che ha superato ogni limite concettuale.

Chiediamo dunque che in questo momento si faccia tutto quanto che è necessario per far tornare a casa i due militari, ma chiediamo anche che subito dopo il Governo accerti le responsabilità e punisca chi ha sbagliato. Non si deve più ripetere che due marinai italiani possano essere consegnati ad autorità giudiziarie straniere: con l'India è aperto tra l'altro un lungo contenzioso anche relativo alla presenza nelle carceri indiane di civili italiani (e, anche secondo noti esperti italiani, è difficile dimostrarne l'effettiva colpevolezza). Ritengo dunque che sia questo un fatto gravissimo che va denunciato.

Presidenza del vice presidente CHITI (ore 18,30)

(Segue MANTICA). La seconda questione che vorrei richiamare è quella della Libia, connessa ad un discorso importante, che è sul tavolo della politica della difesa.

L'esperienza afghana, ma soprattutto quella libica, dovrebbero essere l'elemento di sostanza da far confluire nella discussione della NATO, perché non è più possibile immaginare, in una riforma della NATO, che si operi ciascuno secondo le proprie regole nazionali, come succede nell'ISAF o che - si pensi all'operazione in Libia - qualche membro della NATO decida per conto degli altri.

Credo che soprattutto sulla Libia vada detto con grande sincerità che la chiusura di questa operazione non è certamente un modello che possiamo esportare. Siamo partiti, infatti, dicendo che dovevamo difendere i civili; alla fine, nelle città difese dalle tribù dei Warfalla, abbiamo sparato proprio sui civili che abbiamo fatto passare per miliziani di Gheddafi.

Ma è ancora più grave quello che sta avvenendo oggi in Libia, e che non viene denunciato dal Governo italiano ma da alcune agenzie, come Amnesty International: la tortura è praticata normalmente; l'ex ambasciatore libico a Parigi (dell'amministrazione di Gheddafi certamente) è morto in carcere sotto tortura come denunciato da Amnesty International); non c'è un Governo; contrariamente alle tante voci non esiste nessuna Primavera araba; ci sono milizie tribali che si contendono il controllo del territorio, come era normale immaginare per chi in Libia non fosse andato a fare solo il turista in città come Leptis Magna e Sabratha. La Libia, infatti, era così anche prima, certamente gestita da un dittatore, forse più abile di altri a governare i conflitti tribali.

Oggi, anche a fronte dell'impegno che nel quadro della formazione delle truppe libiche ha assunto il Governo italiano, dobbiamo domandarci in quale Libia noi andiamo ad operare. Non credo si voglia operare in un contesto nel quale la tortura è applicata normalmente e dove avere la pelle nera è un fatto criminogeno per il quale si viene arrestati, anche perché questi soggetti vengono fatti passare per miliziani di Gheddafi, ma molti sono solo cittadini subsahariani andati a lavorare in Libia e sfruttati come schiavi.

Ritengo, quindi, che anche con riferimento alla formazione dei quadri in Libia e, dunque, a ciò che è oggetto del provvedimento in esame, si debba procedere con molta, molta cautela.

L'ultima osservazione riguarda la questione Siria, che il collega Perduca ha volutamente introdotto. Possiamo parlare di tutto e fare finta con grande ipocrisia che avvenga proprio ciò che a noi fa piacere che accada, ma io credo che in Siria la Primavera araba sia uno scenario molto sfumato. In Siria è in atto un'altra grande partita, e forse dovremmo domandarci come mai nessuno interviene. Se si immagina soltanto che la Siria è l'elemento più debole della Mezzaluna sciita, che va da Hezbollah alla Siria, al Sud dell'Iraq, all'Iran, forse si capisce che in Siria è in atto una guerra civile voluta. È inutile chiedersi retoricamente chi finanzia l'esercito di liberazione siriano, visto che ha basi in Turchia e viene finanziato dai turchi, dai qatarini e dai sauditi.

Se poi la Lega araba interviene - e voglio ricordare che questa al suo interno ha solo Paesi sunniti e non sciiti - evidentemente è in gioco una partita importantissima. Non so quanto di libertà e di democrazia si debba parlare in quel contesto.

Dobbiamo quindi osservare con grande preoccupazione ciò che sta avvenendo, perché in quell'area c'è un altro elemento di instabilità gravissimo che ci preoccupa: una potenza regionale come l'Iran, che non a caso ha recentemente dichiarato con orgoglio di aver fatto attraccare due navi della propria Marina militare nel porto di Tartus, in Siria.

È quindi in atto nel Medio Oriente una fase di instabilità che supera il contrasto interno alla democrazia ed alle istituzioni democratiche; è in atto uno scontro di grande rilevanza, perché può tradursi nell'affermazione dell'importanza strategica di una potenza regionale: uno scontro coperto - io credo in gran parte, - dall'immagine religiosa di contrasto tra sunniti e sciiti, ma che copre ben altri interessi di natura economica e finanziaria.

Almeno di questo parliamo in altre sedi e non quando esaminiamo un provvedimento di proroga delle missioni militari o quando ci preoccupiamo della presenza degli italiani in Libano che - lo voglio ricordare - inviammo nel 2006, anche con il voto del PdL (di cui ci assumiamo tutta la responsabilità), nella prospettiva di una finestra di opportunità politica per stabilizzare il Paese. Sono trascorsi sei anni ed è cambiato il mondo. Pertanto, interrogarci oggi sul senso politico e strategico della missione UNIFIL, in un contesto profondamente cambiato, che vede il Libano ormai come una succursale del dramma siriano e che quindi presenta prospettive non certo tranquille per la presenza di UNIFIL, credo sia doveroso.

Si tratta di elementi di criticità normali, che vanno accettati e sui quali si deve discutere. Ovviamente il nostro Gruppo è assolutamente favorevole alla proroga delle missioni italiane all'estero.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scanu. Ne ha facoltà.

SCANU (PD). Signor Presidente, in sede di dichiarazione di voto saranno altri colleghi, in maniera certamente esaustiva e puntuale, a svolgere delle considerazioni riassuntive riguardo al dibattito che si è svolto e che si svolgerà. Io però ritengo che sia opportuno evidenziare già da questo momento almeno due aspetti, che hanno di fatto costituito un filo rosso nella discussione, senza differenze di sorta fra un Gruppo politico e l'altro. C'è la necessità di un approfondimento in materia di politica estera e c'è l'urgenza di un aggiornamento in materia di politica della difesa.

Signor Presidente e colleghi, visto che il dibattito - come si dice in gergo amministrativo a livello comunale - diventa parte integrante e sostanziale del provvedimento che viene adottato, cercherò di consegnare un paio di raccomandazioni.

La prima è la seguente: niente potrà e dovrà essere fatto dal nostro Paese, nell'esercizio della propria funzione e di conseguenza della propria attività in termini di missioni internazionali, che non sia stato e che quindi attualmente non sia il frutto di una determinazione del Parlamento. In questo caso ritengo possa essere utile ricordare, ad esempio, che il nostro Paese è presente in Afghanistan nell'ambito di una missione multilaterale che si chiama ISAF e che non ha alcun tipo di contiguità con un'altra missione, che viceversa è sorta in maniera unilaterale, «Enduring Freedom». Credo si debba evitare di correre il rischio che una deriva di omologazione fra le due diverse e distinte missioni possa condurre ad un medesimo atteggiamento.

D'altro canto, signor Presidente e cari colleghi, signor Sottosegretario, la Costituzione parla chiaro nel nostro Paese. La Costituzione si esprime non soltanto nel dettato dell'articolo 11, allorché dice chiaramente cosa pensa a proposito della guerra, ma si esprime anche riguardo alle possibilità di un intervento oltre i confini patri; questo intervento, per definizione, deve essere soltanto di tipo multilaterale. Allora, se siamo per fortuna legati al multilateralismo, ritenete voi che la cosa possa essere ininfluente rispetto al tipo di modello di difesa che il nostro Paese si deve dare?

Cerco di spiegarmi meglio: il nostro multilateralismo ci ha collocati e ci colloca nel mondo occidentale, come alleati leali degli Stati Uniti d'America, come potenza rappresentativa - dignitosamente rappresentativa - nell'ambito dell'Unione europea. Se dunque queste sono le caratteristiche, non si può non ritenere che il nuovo modello di difesa debba necessariamente essere determinato, disegnato e cesellato sulla base di una vocazione europeistica, per fare in modo che anche con la creazione di una difesa unica europea possa essere portato a compimento il disegno dell'Unione europea.

Concorrere - come ci è dato fare e come molto autorevolmente il presidente Napolitano non si stanca di ricordarci - alla costruzione di un assetto europeo che non sia soltanto di tipo monetaristico, ma che si realizzi anche in questi termini, vuol dire che non possiamo coltivare l'aspirazione a diventare una potenza regionale, che da sola si candidi, con gli strumenti e anche con le aspirazioni, ad essere interlocutrice rispetto al resto del mondo. Se siamo Europa, dobbiamo esserlo sempre, e quindi anche nella costruzione di una difesa unica europea.

Dove voglio "atterrare" (visto che anche questa sera si è parlato di aerei)? Signor Presidente, onorevoli colleghi, è semplice: vorrei utilizzare questa circostanza per trasferire, a beneficio di un Governo che abbiamo appoggiato e che con grande lealtà ed onestà intellettuale intendiamo sostenere sino alla fine della legislatura, la necessità che il nuovo assetto difensivo del nostro Paese non discenda dall'elaborato fatto e maturato all'interno della compagine governativa, ma che il prodotto della riflessione governativa altro non sia se non uno spunto, un punto di partenza, affinché poi sia il Parlamento ad assumersi le proprie responsabilità, senza sottrarsi non solo al dovere costituzionale che in termini espliciti ci sollecita a fare questo, ma alla necessità di essere coerenti con quanto evidenziato stasera.

Abbiamo avuto la sensibilità di parlare di donne e di uomini, di evidenziare il dramma che chi ci rappresenta fuori dal Paese sta vivendo o ha vissuto, anche se in certi casi, allorché si perde la vita, è inadeguato parlare di dramma: il dramma viene vissuto da chi rimane.

Signor Presidente, la complessità, la delicatezza e per certi versi la sacralità di questa materia impongono che il tutto non si risolva in poche battute e che l'argomento passi in Parlamento per essere esaminato, sviscerato, per costituire oggetto di studio, per essere offerto alla valutazione del resto del Paese, agli esperti ed alla società civile.

Il buon Presidente della Repubblica francese, con la sua grandeur, ha avuto il pudore e la sensibilità di imporre la costruzione del modello di difesa di quel Paese anche attraverso la consultazione dei francesi per via telematica; noi (non per scimmiottare i francesi), affermando un'urgenza che francamente ci dovrà essere spiegata, riteniamo di poterci mettere a posto la coscienza e di poter tacitare le aspirazioni ad una nuova stagione di responsabilità tagliando gli F-35 da un giorno all'altro, riducendoli da 131 a 90, senza che sia spiegato il perchè.

Siamo sicuri che 90 F-35 non siano pochi? Siamo in grado di dire con sicurezza che non siano ancora troppi? Siamo sicuri, come parlamentari, di poter affermare che in un momento così grave e drammatico per il nostro Paese sia prioritario parlare di un certo tipo di riarmo? Siamo sicuri che sia corretto offrire slogan, signor Presidente, al resto del Paese, nelle conferenze stampa sostenendo che ci saranno meno stellette, meno generali, come se potessimo bovinamente nutrirci di battute, senza avere il dovere e la volontà di entrare nel cuore del problema?

Abbiamo il dovere di capire, e vogliamo farlo. Vogliamo inoltre che l'occasione per capire e per decidere non si limiti alla sola discussione del rifinanziamento delle missioni internazionali, che si trovi il tempo per farlo, perché se, come ha detto correttamente il collega Marcenaro, con il Governo Monti abbiamo riacquistato l'uso della parola in Europa, cerchiamo di non perderla all'interno del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedica. Ne ha facoltà.

PEDICA (IdV). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, voglio iniziare il mio intervento, come hanno fatto altri colleghi prima di me, ricordando gli ultimi tre militari caduti in Afghanistan: altre tre croci, altri tre lutti, altre tre famiglie che piangono nello sconforto, non capendo ancora perché accadono questi fatti. Altre tre famiglie finiscono di vivere.

Da senatore della Repubblica mi chiedo perché. Perché continuare a mettere a rischio la vita dei nostri ragazzi? In nome di cosa?

Questa tragica contabilità, purtroppo, è arrivata alla cifra impressionante di 49. Quarantanove croci che pesano sulla nostra coscienza (e solo per ciò che riguarda l'Afghanistan: ma sull'Afghanistan tornerò più tardi per riflettere con il Governo ed i colleghi).

Quando si tratta di discutere delle missioni internazionali noi abbiamo il dovere di essere accorti e attenti. Non importa quale sia l'Esecutivo che dà disposizioni sul dispiegamento delle nostre forze militari. È invece necessario capire cosa si fa, dove e per quale motivo. E sfortunatamente questo è del tutto indipendente, in termini di principio, dalla particolare attitudine di questo o quell'Esecutivo ad appoggiare una strategia di politica estera e di difesa piuttosto che un'altra per il semplicissimo motivo che queste strategie coinvolgono vite umane: quelle dei nostri militari e dei civili coinvolti.

Intanto, nell'analisi di questo provvedimento, voglio scindere la questione di metodo da quella di merito.

Quanto al metodo, quello al nostro esame è un provvedimento che accorpa varie questioni. Ma un conto sono le missioni militari internazionali, altro sono criptofinanziamenti alla difesa. Sono questioni che vanno dibattute separatamente. Non vi è (e a mio umile parere non vi deve essere) un legame logico fra le missioni militari internazionali e le politiche di cooperazione e di aiuto pubblico allo sviluppo. E non c'è per ragioni ovvie che certo non sfuggiranno ai colleghi e al Governo: la cooperazione internazionale è per definizione slegata da giurisdizioni militari.

Mi chiedo poi cosa abbia a che fare con le missioni internazionali stabilire che a bordo di mercantili possono essere utilizzati non solo militari italiani, ma anche guardie giurate con la licenza di uccidere. L'attualità ci pone interrogativi, dubbi, la necessità di riflessioni profonde.

Due militari italiani (come sottolineato da tutti i colleghi intervenuti) in queste ore rischiano l'ergastolo o la pena di morte, pur avendo operato in attuazione di norme nazionali ed internazionali. Ci chiediamo chi ha autorizzato la resa - diciamo così: non so come definirla - l'abbandono di due militari in territorio straniero, mentre operavano in territorio italiano. Bisogna capire chi ha dato l'ordine, perché non lo capisce nessuno per la sua assurdità.

Sono personalmente indignato di fronte a questa superficialità, a questo modo facilone di approvare provvedimenti "milletutto" senza alcun approfondimento e senza alcun legame non solo con la realtà, ma persino con l'attualità, essa tragica e nuda nei suoi numeri. Non so chi abbia pensato che siamo cowboy o poliziotti del mondo, chi abbia scritto un provvedimento simile, che fa a pugni con le più elementari leggi del vivere civile, ma che soprattutto non è in linea con la grande tradizione diplomatica e di equilibrio geostrategico del nostro Paese.

Con il dovuto rispetto - mi rivolgo al Governo - credo vada riportata al Parlamento la funzione di stabilire le linee di politica estera e di difesa del nostro Paese. Esse - lo ripeto con il dovuto rispetto e riconoscimento - non possono e non devono, per definizione, essere delegate alle riflessioni e alle opinioni di alti dirigenti dello Stato, quantunque esperti e straordinariamente preparati, e della cui collaborazione dovremmo essere sicuramente tutti grati.

Per finire sul metodo, mi limito a rilevare un'altra questione: è la prima volta che un decreto di rifinanziamento viene proposto su base annuale e non semestrale. Anni fa, per motivi legati per un verso ad una presunta instabilità politica, per un altro alla consapevolezza che le missioni sarebbero durate più di qualche anno, esse dovevano essere rifinanziate nell'arco temporale di 12 mesi. Oggi l'Italia dei Valori non ne vede più la necessità; la maggiore spesa viene destinata a missioni (Afghanistan, per esempio) dalle quali Governi accorti si stanno via via ritirando.

Entriamo nel merito. Non ho nulla da eccepire sul finanziamento delle nostre missioni di pace e sul ruolo che esse affidano al nostro Paese sul piano geopolitico, sul piano della responsabilità politica e storica. Mi riferisco alle missioni nei Balcani. Abbiamo il dovere di aiutare quella regione ad inserirsi rapidamente in Europa. È più di un decennio che su questo siamo impegnati, e credo che qualche piccolo riconoscimento a livello europeo ci debba essere garantito, nonostante la durezza del duo Sarkozy-Merkel, i quali troppo spesso dimenticano e non riconoscono gli sforzi politici ed economici del nostro Paese per la pace, per la costruzione e per tutto quello che esso ha fatto.

Fuori da ogni polemica, provvedimento quale il rifinanziamento delle missioni militari internazionali, che viene all'esame del Parlamento, deve implicare un'analisi della nostra politica estera: perché - giusto per citare uno dei nodi - dobbiamo rimanere in Afghanistan? Gli Stati Uniti cercano di venirne fuori, lo faranno prima della fine dell'anno, anche perché, secondo il ministro della difesa Panetta, «è dura avere 90.000 marines che combattono 25.000 talibani». E allora perché continuare e mettere a rischio le vite dei nostri soldati? Ci siamo chiesti quanto costa tutto questo? Qual è l'origine di questa operazione?

C'è qualcosa che non va nella nostra riflessione che verte anche su altri argomenti: a lei, Sottosegretario, l'ho posta anche in Commissione, discutendo emendamenti non solo di carattere ostruzionistico, ma tesi a riflettere proprio su quanto stiamo facendo, su dove stiamo andando. E lo faccio anche oggi.

Allora, quando - lo ripeto oggi - leggo che il Ministro dichiara, nella sua brutalità (come è scritto su un quotidiano nazionale), che occorre liberarsi di 40.000 uomini (lo fa forse con il sorriso) e con gli stipendi risparmiati comprare più armi, c'è qualcosa che non va, c'è qualcosa che può indignare il Paese. Può far riflettere, in questo momento di crisi internazionale, sentire dire «liberarsi di 40.000 uomini e con gli stipendi risparmiati comprare più armi».

Il ministro della difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha spiegato ieri in Consiglio dei ministri che ritiene indispensabili questi tagli. Ora, essi possono essere opportuni, oppure discutibili; possono essere tutto quello che vogliamo, ma in questo momento di crisi leggiamo alla fine che c'è chi grida allo scandalo perché generali con più di settant'anni sono ancora in servizio. Su questo vi invito a compiere l'ennesima riflessione perché se si continua con questo argomento cioè a dire che se si tagliano 40 F-35 adesso ne avremo 90, ricordo che ognuno di questi costa 80 milioni. Abbiamo visto cosa accade nella sanità italiana e i passi indietro compiuti - saggiamente, almeno ad avviso della mia parte politica - nel senso di non partecipare ad una spesa inutile quale quella delle Olimpiadi, allora è necessario chiedere di adottare la stessa linea al Governo Monti in campo sanitario. Spendiamo 7 miliardi di euro per comprare 90 velivoli o risolviamo i problemi di tante persone, talvolta tenute legate o per terra in ospedale? Vi invito a compiere questa riflessione, che è ampia e che non attiene solo al provvedimento recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di Polizia, all'anno della proroga e ai miliardi che si spendono per la conversione di questo decreto-legge.

È bene spenderli per una missione di pace (l'abbiamo detto e lo ripetiamo), ma è male utilizzare quei soldi in un momento di crisi e in un momento in cui vi sono denunce da parte di parlamentari sia di destra che di sinistra che in modo coraggioso hanno messo in luce ieri le anomalie che fanno vergogna al nostro Paese. Allora, vi invito a riflettere su questo, perché le missioni servono, ma quelle giuste, non quelle che armano; piuttosto quelle che armano la Croce Rossa, la scuola, la cultura, ma non le armi. Si tratta di armare in un altro modo e pensare all'Italia, immaginando che sprechi forse nel nostro Paese possono costare vite umane, come dimostrano quelle fotografie e quei parlamentari che sono andati con coraggio a denunciare questi fatti. (Applausi del senatore Caforio).

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ad integrazione della comunicazione relativa al calendario dei lavori letta all'inizio della seduta, comunico che la Conferenza dei Capigruppo ha stabilito di inserire nel prossimo calendario dei lavori il disegno di legge di ratifica della convenzione penale sulla corruzione.

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 18,59)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

CARRARA (CN:GS-SI-PID-IB). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario Magri e colleghe, il decreto che abbiamo da poco discusso in Commissione e che ora stiamo discutendo in Aula riorganizza e ottimizza l'impegno dei nostri militari impegnati con convinzione e spirito di sacrificio nelle missioni internazionali. Aggiorna le priorità strategiche sempre rispettando gli impegni presi in ambito internazionale, tenuto conto anche degli sviluppi sul terreno. Valuta ogni possibile ridefinizione dei nostri contingenti tagliando i costi ed il numero dei soldati impegnati nelle missioni all'estero.

Nello specifico, il provvedimento si compone di 11 articoli e si suddivide in tre Capi: il I, composto da 6 articoli, reca le autorizzazioni di spesa dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 necessarie alla proroga del termine per la partecipazione italiana a diverse missioni internazionali delle Forze armate e delle forze di polizia, le relative norme sul personale, nonché quelle in materia penale e contabile. Sono inoltre inserite disposizioni concernenti l'Amministrazione della difesa e talune misure di contrasto al fenomeno della pirateria in acque internazionali, argomento oggi particolarmente sensibile, e per non ripetermi condivido quanto ha testé detto il collega Amato nel suo intervento.

Il Capo II del decreto-legge in esame, reca, invece, gli interventi di cooperazione allo sviluppo e al sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione.

Ci tengo a sottolineare che siamo tra i Paesi più avanzati al mondo. Siamo una grande democrazia e le nostre Forze armate risultano essere tra le più moderne e meglio organizzate e siamo in grado di operare con efficienza in qualsiasi teatro strategico. La partecipazione alle missioni di pace, inoltre, consente all'Italia di rimanere parte attiva nei centri decisionali e rappresentare con fermezza le potenzialità dell'Italia stessa.

Nello specifico, il comma 1 del primo articolo del decreto in esame reca iniziative in favore dell'Afghanistan. Sulla presenza del contingente italiano in questo Paese così problematico si è parlato e si parla molto. Purtroppo questo tema appare sulle prime pagine dei quotidiani e sui titoli dei programmi televisivi quasi esclusivamente quando vi sono caduti o feriti; un tributo di vite umane che, dall'inizio della missione ad oggi, ha raggiunto le 49 unità. Colgo l'occasione per fare le nostre condoglianze alle famiglie dei tre militari del 66° Reggimento fanteria «Trieste», deceduti ieri a causa di un incidente stradale in Afghanistan. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Amato).

Non possiamo, comunque, mettere in discussione un obbiettivo strategico nazionale con l'impegno della NATO nella missione in Afghanistan ogni volta che c'è un incidente a livello tattico, soprattutto per rispetto nei confronti dei nostri militari che tanto hanno fatto e tuttora stanno facendo per quel Paese. L'impegno dei nostri militari, sostenuto dalle misure e dalle iniziative presentate nel decreto che stiamo discutendo, ha l'intento di consegnare ai cittadini afghani uno Stato democratico ed ordinato, ove uomini e donne possano godere degli stessi diritti e doveri. Nonostante i progressi compiuti grazie all'impegno internazionale a partire dal 2001, infatti, l'Afghanistan rimane un Paese fragile - voglio sottolineare fragile - dove la legittimità del Governo in alcune province meridionali e orientali è ancora oggi del tutto assente.

Le iniziative saranno rivolte principalmente al sostegno al settore sanitario ed educativo, a quello istituzionale e tecnico, a quello della piccola e media impresa e ai mezzi di comunicazione locali non solo dell'Afghanistan ma anche di altre zone come, ad esempio il Pakistan. Il Ministero degli affari esteri sosterrà l'operato delle organizzazioni non governative ed è autorizzato a inviare o reclutare in loco personale destinato alla sede della cooperazione italiana ad Herat.

Come ben sappiamo, colleghi, l'impegno dei nostri militari non si limita solo all'Afghanistan, ma è rivolto anche ad altri Paesi quali l'Iraq, il Libano, il Myanmar, il Pakistan, la Somalia, il Sudan e la Libia. Nel Capo II del presente decreto-legge vengono promossi degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione.

Per quanto riguarda gli aspetti di competenza della Difesa, il presente decreto, all'articolo 5, reca alcune disposizioni per l'Amministrazione stessa. Tali disposizioni non erano presenti nei precedenti decreti-legge di proroga delle missioni internazionali e sono molto importanti poiché sono finalizzate al miglioramento dell'operatività dello strumento militare, per le esigenze connesse all'impiego del personale militare nelle missioni internazionali e nelle attività istituzionali svolte sul territorio nazionale, sia dal punto di vista organizzativo che da quello finanziario.

Il decreto prevede inoltre risorse stanziate per le missioni in Bosnia, ad Hebron, a Rafah, in Sudan, a Cipro, in Iraq e in Kosovo.

Di particolare importanza è da notare nel decreto in discussione la normativa che prevede l'impiego di militari o di contractor privati sulle navi italiane, per scoraggiare e per difendersi dal pericolo della pirateria sulle coste africane e nell'Oceano indiano. Qui mi corre l'obbligo di ricordare, come ha fatto in precedenza il senatore Castelli, il recente fatto di cronaca che ha interessato due nostri marò, Latorre e Girone, vittime di un fermo da parte delle istituzioni indiane. Fermo peraltro illegittimo, secondo le norme internazionali, e per il quale auspico che il Governo si attivi a chiedere ed imporre la doverosa restituzione dei nostri rappresentanti.

Concludo, signor Presidente, dicendo che, grazie a questo decreto, si possono soddisfare due fondamentali esigenze: il mantenimento degli impegni internazionali e una riduzione dei costi. Infatti, il decreto riduce complessivamente di 100 milioni di euro gli stanziamenti rispetto all'anno scorso.

Mi consenta, signor Presidente, di ringraziare i colleghi Cabras e Gamba per l'ottimo lavoro da loro svolto sia in Commissione che in Aula. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Contini. Ne ha facoltà.

CONTINI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, questa sera anche noi, come Gruppo, naturalmente rivogliamo il nostro saluto di grande solidarietà e cordoglio alle famiglie e anche a tutte le Forze armate per i nostri tre militari deceduti del 66° reggimento «Trieste» con base a Forlì. Ieri a Shindand, a 150 chilometri da Herat, è successo quanto potrebbe succedere in qualsiasi altro momento, in qualsiasi altra azione di guerriglia, anche di una Task Force 45.

Non esiste differenza tra come si muore. Quando si decide e si muore, lo si fa solo in una missione di pace, e questo non ha nulla a che vedere con la misura e il modo con cui lo si fa. Quindi, onore e rispetto ai nostri militari.

Intanto, questa sera dobbiamo discutere di una materia più generale, che è, giustamente, la proroga delle nostre missioni internazionali, che arrivano finalmente all'approvazione del nostro Parlamento in una fase per certi versi molto delicata e, per ore e giorni, delicatissima. In primo luogo, per quanto riguarda l'assetto degli equilibri geopolitici mondiali in continua evoluzione, come vediamo tutti i giorni, anche per effetto della crisi economica internazionale, che non ha mancato certo di esercitare il proprio impatto anche su questo fronte. In secondo luogo, perché per la prima volta questo provvedimento viene proposto su iniziativa di un Governo di tecnici, come quello guidato dal presidente Monti.

Su questo secondo fronte, registriamo molto positivamente che si è continuato a perseguire il più ampio confronto con tutti i Gruppi parlamentari da parte dei rappresentanti del Governo. Va sottolineato, anche, secondo noi, in modo positivo, il riscadenzamento annuale della proroga, che conferisce una maggiore certezza alle missioni e che abbiamo chiesto per molto tempo, per due o tre anni, in Commissione, senza diversità di partito, di sinistra o di destra, ma assolutamente in maniera bipartisan, consentendo quindi a chi è impegnato sul campo di poter programmare con più ampio respiro e di poter operare con maggiore serenità. Anche se questo richiede, naturalmente, un impegno finanziario più consistente, visto l'ammontare complessivo di un miliardo e mezzo di euro, ma che comunque non va oltre le reali ed effettive esigenze delle varie missioni italiane.

Con il passaggio allo scadenzamento annuale del rifinanziamento si è stabilito (e anche questo aspetto viene visto con favore) che, con la cadenza quadrimestrale che abbiamo deciso nelle Commissioni, i Ministri degli affari esteri e della difesa renderanno comunicazioni alle competenti Commissioni parlamentari circa lo stato delle missioni in corso con riferimento sia agli interventi militari sia agli interventi di cooperazione e di sostegno allo sviluppo, naturalmente in modo diverso. Vogliamo sottolineare, avendo chiesto l'introduzione di questa novità per molto tempo, in passato, che questo Governo ci permette di affrontare questo passaggio da ora in poi.

Va infine positivamente rilevato il maggior coordinamento che il decreto ha voluto introdurre proprio tra gli interventi di cooperazione e quelli più strettamente militari, e ciò anche riequilibrando gli impegni finanziari sui due fronti: un po' di più alla cooperazione, un po' di meno agli interventi militari. Ciò anche a voler sottolineare che nelle missioni internazionali dell'Italia la cooperazione e l'intervento militare di peace-keeping sono due facce della stessa medaglia, cioè quella politica estera che il nostro Paese mostra ancora una volta di voler perseguire con continuità nel rispetto degli impegni assunti in campo internazionale.

Il numero complessivo dei nostri militari impegnati all'estero come sappiamo, colleghi, si è sensibilmente ridotto nel corso del 2011, passando dagli oltre 9.000 dell'inizio dello scorso anno ai circa 6.500 a fine 2011. E questo ultimo livello di contingente dovrebbe restare invariato per tutto il corso del 2012. Si deve considerare che solo pochi anni fa i militari italiani schierati all'estero in missioni di pace erano - lo ricorderete - più di 12.000. Ad oggi il loro numero si è quasi dimezzato, ma come ha avuto modo di sottolineare anche il Ministro della difesa in Parlamento, la riduzione del contingente sotto l'aspetto numerico non incide sulla valenza qualitativa degli interventi e dell'impegno che il nostro Paese svolge e si è assunto nelle missioni all'estero, qualunque esse siano.

L'intervento italiano, quindi, signori colleghi, giusto per riepilogare, si articola oggi in principal modo sui quattro maggiori teatri. Il primo, che sappiamo anche essere il più importante impegno numerico per risorse, continua ad essere l'Afghanistan, dove il mantenimento di un nutrito contingente militare è ampiamente giustificato dalla gestione di una complessa fase di transizione. Transizione che, secondo i programmi, continuerà fino al 2014. Solo superata tale fase, infatti, si spera positivamente e secondo la tempistica prevista nei programmi, gli sforzi della comunità internazionale potranno finalmente concentrarsi sul consolidamento delle istituzioni governative e pubbliche afghane, e quindi sullo sviluppo economico e sociale di quel Paese. Per il momento la parola d'ordine continua ad essere «sicurezza». Quindi è importante che i nostri militari siano dotati - come lo sono - di tutti i mezzi necessari ed abbiano le regole d'ingaggio più idonee ad operare in condizioni di sicurezza.

Un secondo importante teatro di intervento è il Libano, dove la contiguità territoriale con la crisi siriana di questi mesi ha fatto naturalmente risalire il livello di impegno e di allerta, soprattutto per quanto riguarda la situazione nei campi profughi. Avevamo sperato, anche nei mesi passati, nelle Commissioni, di eliminare ancor di più il numero dei nostri soldati, ma evidentemente quello che sta accadendo in Siria, con l'autorizzazione e la verifica delle Nazioni Unite, è molto importante. Altrettanto importante è che i nostri uomini siano lì, in prima persona, esattamente come quando c'era (tre anni fa) il generale Graziano e come oggi, con un altro generale al comando del nostro contingente in missione in Libano.

Vi è infine l'ultimo teatro di grande rilevanza, che, proprio a causa del grave incidente diplomatico di questi ultimi giorni e ore, è stato portato all'attenzione dei media e della stampa di tutto il mondo. Si tratta di quell'area di mare che più o meno va dal Corno d'Africa alla parte settentrionale dell'oceano Indiano, dove il nostro personale militare è impegnato nella prevenzione degli atti di pirateria che sempre più di frequente prendono di mira le nostre navi mercantili e gli equipaggi civili.

Per quanto riguarda il tema della lotta alla pirateria, l'anno scorso ho lavorato molto, assieme al senatore Amato e alla senatrice Pinotti, in maniera bipartisan, affinché ci fosse una risoluzione importante. Adesso è invece molto importante che il Senato e la Camera approvino il disegno di legge che stiamo esaminando, lavorando con il sottosegretario Magri.

Tutto questo è stato tenuto un po' in ombra in passato. Mi preme dirlo perché personalmente quattro anni fa presentai ai vertici della maggioranza di allora due importantissimi disegni di legge e, in maniera incredibile, uno era rivolto alla pirateria e l'altro ai rapiti. Queste due cose, che ho vissuto personalmente, appartengono alla realtà di tutti i giorni nell'odierno mondo internazionale; io su di esse avevo presentato tre anni fa dei disegni di legge con possibili soluzioni. Se noi non avessimo aspettato questi quattro anni, probabilmente non mi sarei solamente vista sorridere quando proposi quattro anni fa quei provvedimenti e non saremmo qui a dire tante cose oggi.

Oggi diventa naturalmente un'irrinunciabile priorità e, come tale, ora deve essere affrontata. Perciò, è essenziale procedere in tempi rapidi alla definizione in modo condiviso tra tutte le forze politiche di un'adeguata disciplina.

Il punto chiave è rendere molto più efficace l'azione di contrasto alla pirateria. E in questo senso è forse arrivato il momento di ragionare con molta pacatezza e molto buon senso sull'eventualità di permettere l'impiego dei famosi contractor privati oltre che delle forze militari. Insieme valuteremo positivamente l'impegno del Governo, come dicevamo in Commissione sta già facendo il sottosegretario Magri da tempo, nel definire un protocollo condiviso, bipartisan (perché lavoreremo insieme su questo), in ordine all'impiego di nuclei di protezione delle navi che vedano la partecipazione anche di operatori privati della sicurezza. Attendiamo dunque sviluppi su questo fronte. Sappiamo che ci saranno nelle prossime settimane e ci auguriamo che questo avvenga al più presto possibile per evitare problemi diplomatici, come quelli che stanno accadendo in India.

A tale proposito, vorrei sottolineare che l'ambasciatore indiano, che ho incontrato con una piccola delegazione di colleghi questa mattina, ci è stato estremamente vicino, e noi lo siamo stati a lui, parlando dei nostri militari del «San Marco» ed esprimendo vicinanza ai nostri due cristiani cattolici morti. È un caso incredibile infatti che il Kerala (il Sottosegretario lo sa sicuramente) è il primo degli Stati indiani a maggioranza cattolica: è come se stessimo parlando di una Città del Vaticano trasportata in India. La seconda grande e importante opportunità, che non deve essere vista come un problema, ma come una grande opportunità, è il fatto che il Ministro della difesa dell'India che si trova a Nuova Delhi è dello Stato del Kerala. È un importante plus che può aggiungere sicuramente una comprensione e un'unione di forza diplomatica e non solo legale, perché questo tipo di lavoro si deve fare on the shadow, da dietro le quinte, in modo pacato e serio, vicino alla gente locale per quanto è accaduto, ma anche e soprattutto vicino ai nostri uomini che, come diceva prima il senatore Mantica, ritengo abbiano avuto un ordine di scendere estremamente errato. Il fatto di aver fatto scendere ed essere approdati in porto è stato un errore fondamentale, che noi dobbiamo portare a casa e non dobbiamo permetterci di ripetere. Comunque sia, noi dobbiamo pensare che non si tratta dei nostri soliti civili che lavorano per la cooperazione, ma di militari che rappresentano pertanto lo Stato, in un momento in cui lo Stato è nella foresteria di uno degli enti della polizia indiana del Kerala. Personalmente non ritengo che questo possa essere accettato da uno dei Paesi del G8, nonostante l'India sia una potenza nucleare e nonostante io conosca bene, quale membro del gruppo parlamentare di amicizia Italia-India, con quale forza e con quale tenacia l'India sta lavorando per far fronte a tutto quello che sta accadendo nel Paese, oltre che per diventare ancora più forte economicamente e a livello politico mondiale, dimostrando peraltro di riuscirci. Il fatto di dimostrare però la forza con un Paese amico - stante la profonda amicizia che intercorre da sempre tra la diplomazia indiana e quella italiana - non può voler dire che non si debbano portare a casa immediatamente i nostri uomini.

Sono certa che il sottosegretario per gli affari esteri De Mistura farà un ottimo lavoro, così come sono certa che lo stesso ministro Terzi di Sant'Agata nei prossimi giorni compirà un importante viaggio in India. È importante però ricordare che per una volta in Italia bisogna iniziare a pensare che qualcuno deve pagare, e a pagare deve essere la persona che ha acconsentito a far scendere dalla nave i nostri marinai. È una richiesta che mi permetto di fare, non solo a livello personale, ma anche a nome di altri colleghi.

Come ha detto giustamente il senatore Mantica, anch'io so come funzionano le cose nei due Ministeri e anch'io posso immaginare quello che è accaduto: sicuramente non è qualcosa legato al Ministro o alla Difesa in generale, ma un fatto del genere non deve mai più ripetersi, a tutela dell'onore del nostro Paese, oltre che per evitare il rischio di una rottura degli importantissimi rapporti diplomatici ed economici che abbiamo con lo Stato indiano.

Annunciamo dunque sin d'ora il nostro voto a favore della proroga delle missioni internazionali, che riteniamo sia importantissima, con la speranza di poter rivedere, insieme a tutti i colleghi dell'opposizione e a tutto coloro che sono vicini a questo Governo tecnico in maniera bipartisan, il provvedimento sulla cooperazione allo sviluppo. Ricordo che nella passata legislatura abbiamo avuto la possibilità di portare a termine l'iter di quel provvedimento in soli tre mesi, salvo poi il fatto che per qualche piccolo disguido non si è arrivati all'approvazione della riforma della cooperazione. Oggi non possiamo trovare scuse: abbiamo un anno e siamo certi che su questo potremo lavorare insieme. (Applausi dai Gruppi Per il Terzo Polo:ApI-FLI, PD e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Davico. Ne ha facoltà.

DAVICO (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori membri del Governo, per una triste coincidenza, come è già stato accennato da altri colleghi, questo nostro dibattito inizia proprio mentre un evento luttuoso ci ricorda una volta di più gli alti costi umani connessi a queste nostre scelte.

Vogliamo dunque approfittare di questa terribile congiuntura per stringerci alle famiglie che hanno appena perso in Afghanistan i loro congiunti e ricordando qui, nel luogo della rappresentanza del popolo, i loro nomi e il loro impegno: si tratta del caporal maggiore capo Francesco Currò, il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo e il primo caporal maggiore Luca Valente.

Un primo elemento del provvedimento sul quale vogliamo attirare l'attenzione del Senato riguarda il periodo per il quale è stata autorizzata la prosecuzione delle operazioni, che non è il primo semestre dell'anno, come accaduto nel recente passato, ma l'intero anno in corso, il 2012.

Per noi, colleghi senatori, non è stata una sorpresa in senso stretto. Avevamo infatti capito, già nello scorso autunno, come la presenza nella manovra Monti di una disposizione che incrementava da 700 milioni ad 1,4 miliardi di euro il fondo per le missioni militari all'estero preannunciasse l'intenzione del Governo di regolare la questione con un unico provvedimento per tutto l'anno. Eravamo anche intervenuti in Aula, come Lega Nord Padania, per esprimere i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni riguardo ad una tale prevedibile quanto discutibile scelta.

Come altre volte, il provvedimento al nostro esame contempla anche misure concernenti le attività della cooperazione allo sviluppo sui teatri di crisi, nonché norme relative al personale ed all'organizzazione dell'Amministrazione della difesa, incluse alcune previsioni sulla proroga di alcuni contratti dell'Agenzia industrie difesa e sulla semplificazione delle procedure di realizzazione dei programmi di investimento pluriennali d'interesse delle Forze armate.

L'impressione che se ne trae è quella di un provvedimento forte, dunque, di grande valenza politica, rispetto al quale, tuttavia, non mancano ai nostri occhi elementi di forte perplessità che alcune scelte fatte nell'altro ramo del Parlamento hanno, se possibile, persino accentuato.

Voglio qui precisare che noi della Lega non siamo pregiudizialmente contrari ad un impiego oculato dello strumento militare all'estero (interviene anche una storicità legata al precedente Governo). Comprendiamo infatti come in talune circostanze utilizzare la forza possa essere addirittura necessario ai fini del perseguimento degli interessi legittimi del nostro Paese: chi di noi non aspira alla sicurezza del proprio territorio, alla crescita e alla prosperità assicurata da un ambiente internazionale stabile?

Non siamo qui a rivolgere critiche, in particolare, alle missioni e agli interventi con i quali, tanto per ricordare un solo esempio emblematico e di contingente attualità, la nostra Marina protegge con le sue navi e i suoi uomini il traffico mercantile in transito nelle acque internazionali, sempre più infestate dalla pirateria, anche se le vicende indiane di queste ore - come è stato sottolineato prima da altri colleghi - dai contorni ancora non perfettamente delineati, provano che qualcosa non funziona e che anche quel contesto va rivisto in maniera seria e con la determinazione di chi intende avere un quadro chiaro delle relazioni tra Paesi.

Così come non daremo una valutazione aprioristicamente critica di quegli interventi finalizzati ad attestare la lealtà del nostro Paese nei confronti dell'Occidente, e lo dico qui soprattutto in riferimento alle missioni in Afghanistan. Questo non esclude che su alcuni punti in particolare riteniamo, anche con il nostro voto contrario e attraverso gli emendamenti che abbiamo presentato, di dover stimolare un dibattito d'alto profilo, in quest'Aula come tra la nostra gente, di cui siamo rispettosi rappresentanti.

Intanto, parliamo dei costi di questo provvedimento. Il bilancio dello Stato è sotto pressione e, come è noto, importanti sacrifici vengono ormai imposti a milioni di cittadini e anche a funzioni pubbliche di più alta rilevanza, come i servizi erogati dagli enti locali dai quali si leva sempre più spesso un grido di dolore e di allarme per ciò che, primi testimoni i sindaci, avviene sui loro territori a causa di questa gravissima crisi che colpisce le fasce più deboli. Eppure - eppure - negli stanziamenti governativi per le missioni internazionali delle Forze armate si riscontra una sostanziale invarianza delle spese coperte: 1,4 miliardi di euro, che significa, a conti fatti, appena 100 milioni di euro in meno dello scorso anno, durante il quale però, giova sottolinearlo, l'Italia ha partecipato ad un conflitto protrattosi dal 20 marzo al 31 ottobre. Noi riteniamo - e di seguito spiegheremo su quali basi - che qualcosa si potesse e si possa tagliare.

Cominciamo proprio dall'Afghanistan, l'intervento più importante e costoso di tutti. Per la nostra missione nel settore occidentale di quel Paese sono infatti stanziati più di 750 milioni di euro che equivarranno ad una presenza media di oltre 4.000 uomini in quel teatro. Oggi ne abbiamo, di stanza, all'incirca 4.200. Ma davvero ne occorrono così tanti, e proprio mentre anche in quell'area, come in altre, i settori rimessi all'esclusiva competenza degli afghani stanno, come era previsto nel programma, via via aumentando? Ce lo chiediamo; ve lo chiediamo, colleghi, e vi sottoponiamo, laicamente vorremmo dire, la questione, e ve la sottoponiamo raccomandandovi di tener conto anche di altri due fattori. Il primo: mentre noi riduciamo forse di 100-150 effettivi il nostro apporto, cioè del 3 per cento, l'Amministrazione Obama riporterà a casa, secondo i programmi, entro il prossimo settembre ben 23.000 uomini, dopo averne rimpatriati nei mesi scorsi 10.000, per un taglio complessivo pari ad un terzo della forza nell'arco di appena 12 mesi.

Tornando in ambito europeo, guardiamo i vicini francesi: essi hanno deliberato riduzioni della medesima consistenza, malgrado operino in un settore comparativamente più turbolento di quello in cui sono impegnati i nostri militari. Allo stesso modo, pure i tedeschi e gli inglesi si avviano a riduzioni non proprio simboliche. Abbiamo quindi l'impressione che noi si voglia oggi essere più realisti del re. Se ne ravvisa l'effettivo bisogno? È per questo che noi abbiamo proposto, come Lega, un taglio alla missione afghana proporzionale a quello deciso dagli Stati Uniti. Noi non intendiamo rompere il fronte, ma neanche rimanere indietro rispetto a ciò che hanno deciso di fare i nostri alleati.

Il secondo. Apprendiamo dalla stampa internazionale, soprattutto da quella statunitense, che è ormai alle porte l'avvio di un negoziato tra gli americani e gli emissari dei talebani, che a questo scopo hanno aperto una loro rappresentanza a Doha, in Qatar. A nostro avviso, questa evoluzione della situazione merita di essere attentamente monitorata, allo scopo di evitare ai nostri soldati e al nostro Paese di rimanere ingaggiati nel conflitto oltre il necessario, magari solo sulla base di una burocrazia poco flessibile quando si tratta di prendere decisioni di tale portata.

Sullo scenario libanese, poi, il nostro movimento ha espresso da sempre perplessità, che la situazione attuale non fa che accrescere. I soldati offerti all'UNIFIL 2 avrebbero dovuto separare Hezbollah da Israele e favorire indirettamente il consolidamento dell'esperimento democratico promosso da Fuad Siniora e da tutto il movimento legato agli Hariri. E cosa è accaduto? Oggi Hezbollah è forza di Governo a Beirut e la sua vicinanza agli Assad lascia intravedere il pericolo che l'UNIFIL possa essere in qualche modo trascinata nell'esplosione di un eventuale conflitto con la Siria, evenienza che ci preoccupa non poco, per ragioni geopolitiche che non vi sfuggiranno.

Quanto alla Libia, è tempo di archiviare le polemiche sull'intervento militare italiano dei mesi scorsi, ma non possiamo non rilevare, anche in questa sede, come la decisione di inviare un contingente di 100 istruttori militari a Tripoli sollevi tuttora pesanti dubbi, sia con riguardo alle modalità prescelte per comunicarla che nel merito della missione stessa.

Veniamo alle modalità. Esiste una risoluzione, la risoluzione Ruffino, che dal 2001 regola il procedimento di autorizzazione all'effettuazione di un intervento militare all'estero. Essa prevede che il decreto sia l'ultimo passo al quale il Governo si risolve, solo dopo aver constatato, anche informalmente, la sussistenza di una maggioranza in Parlamento disposta a sostenere la scelta. Evidentemente tale risoluzione non era il frutto di un capriccio e la sua validità è dimostrata dal fatto che a questa procedura si sono, non a caso, attenuti tutti i Governi degli ultimi 11 anni, pur nell'alternanza di essi, che fossero dunque di centrodestra o di centrosinistra. Oggi, con l'arrivo del Governo tecnico (sarebbe meglio dire "dei tecnici"), si è cambiato registro, con il Parlamento informato solo a cose fatte e spogliato anch'esso, come troppo spesso sta avvenendo nei più disparati ambiti, del potere di rappresentanza. Davvero, cari colleghi, è un brutto segnale per la democrazia quando i processi democratici vengono abbreviati e i passaggi costituzionali saltati a piè pari.

Quanto al merito, è chiaro che anche noi vorremmo una Libia ricostruita e stabilizzata (ci mancherebbe altro!), ma constatiamo che la situazione non è rosea e che ormai molte autorevoli testate italiane e straniere ammettono che lo scenario non è quello che ci si era promesso, ma somiglia invece a quello che proprio noi paventavamo nel marzo scorso. A Tripoli ci sono milizie islamiste che dettano legge nella capitale, mentre il Consiglio nazionale di transizione è diviso ed oggetto di forti contestazioni. A Bani Walid si è registrata una rivolta dei lealisti fedeli al vecchio regime, insorti solo per un torto fatto ad un anziano della tribù dei Warfalla. Non immaginiamo cosa potrà accadere qualora i libici decidano, come è probabile, di giustiziare il figlio superstite di Gheddafi.

Sulla base anche di queste considerazioni, alla portata di tutti, sollecitiamo il Parlamento a scongiurare la possibilità che si finisca, anche noi, in un cul de sac da cui sarebbe farraginoso, lungo e costoso - in termini di vite umane e di quattrini - uscire. È per questo che proponiamo, con un nostro emendamento, di rinunciare ad un intervento in quel teatro così incerto.

Constatiamo anche che gli interventi rimangono troppi, frammentari e spesso ingiustificati rispetto alla legittima ambizione di trarre dei dividendi politici per il nostro Paese sulla scena internazionale.

Il provvedimento non ci piace anche per alcune disposizioni contenute nella parte dedicata alle misure concernenti l'Amministrazione della difesa, perché alla Camera dei deputati, con alcuni emendamenti, sono state introdotte norme che generano gravi dubbi circa il fatto che la Difesa possa e voglia onorare i debiti che ha con i propri fornitori. I fondi istituiti per pagarli sono stati posti al riparo da qualsiasi azione avviata nei confronti dell'Amministrazione militare. Guardiamo, colleghi, a ciò che avviene fuori da quest'Aula: è questo un momento in cui le nostre imprese sono in sofferenza ed hanno difficoltà ad inseguire il pagamento di tasse sempre più elevante e balzelli sempre più numerosi. Nel frattempo, però, lo stesso ministro Di Paola informa il Parlamento dell'indisponibilità, da parte dell'Amministrazione militare, a soddisfare i creditori che non siano perfettamente in regola con il fisco. Così non si va da nessuna parte!

Colleghi senatori, se così stanno le cose, ci chiediamo dunque perché le piccole e medie imprese italiane debbano ancora accettare commesse dall'Amministrazione militare. È una situazione che va assolutamente corretta e il meccanismo trasformato in virtuoso. Con tale convinzione, vi invitiamo a votare gli emendamenti che abbiamo proposto al decreto per cancellare queste odiose disposizioni.

Abbiamo infine osservazioni anche sulla parte esteri del provvedimento. Per quanto riguarda la cooperazione allo sviluppo, prima ancora di valutare il merito delle iniziative autorizzate dal decreto-legge in conversione, contestiamo la natura stessa dello strumento prescelto. Da molti anni segnaliamo e stigmatizziamo questa triste abitudine di immergere ed esaurire la pianificazione degli interventi di cooperazione del nostro Paese nel calderone del rinnovo delle missioni militari. È un metodo sbagliato sia in termini di principio che in termini di risultato. La cooperazione allo sviluppo dovrebbe infatti rappresentare una categoria principe della politica estera di un Paese; invece, continuiamo a dare il messaggio che essa è solo lo strumento riparatore dei disastri civili e sociali conseguenti ad azioni militari.

La cooperazione non può e non dovrebbe essere l'appendice consolatoria di un intervento armato. Dovrebbe invece venire prima perché è forse l'unico strumento per prevenire le cause di molti conflitti, e non solo. Bisognerebbe evitare di pianificare la cooperazione allo sviluppo per decreto e con orizzonti temporali di corto respiro, dipendenti solo dai cicli di bilancio, riducendola - come capita oggi - ad una questione di mera spesa.

Abbiamo sempre sostenuto che l'aiuto ai Paesi in difficoltà per favorirne lo sviluppo autonomo è il vero strumento di prevenzione delle carestie, della povertà che porta alla disperazione, in molti casi all'esodo migratorio, in altri purtroppo alla violenza o al terrorismo. Per questo motivo, gli interventi di aiuto dovrebbero essere pianificati su un orizzonte temporale lungo, funzionale alla politica estera complessiva del nostro Paese, e pensati in maniera del tutto indipendente rispetto alle missioni internazionali. La ricostruzione post missione è certamente necessaria ed in una certa misura anche inevitabile, ma non può esaurire l'orizzonte della nostra politica di aiuto, perché questo tipo di interventi non ferma la spirale di povertà e disperde gli sforzi.

Colleghi senatori, signori rappresentanti del Governo, da molte legislature ormai la Lega chiede una legge di riforma della cooperazione allo sviluppo che tenga conto di questi principi e che presupponga, a monte della programmazione degli interventi, una precisa riflessione sulle aree e le popolazioni su cui intervenire, per non disperdere le risorse e presentare l'immagine di un Paese coerente, efficace ed affidabile nel lungo periodo, requisito indispensabile allo sviluppo.

Sottolineiamo questi concetti per l'ennesima volta, ben consapevoli che nemmeno questo Governo dei professori sarà in grado di imprimere la svolta di buon senso che auspichiamo (e, trattandosi di aiuto ai più poveri, diremmo anche di buon cuore).

Proprio su questo tema, seppure ostracizzati da una stampa troppo spesso condiscendente e supina, stiamo infatti contemplando gli effetti della ben poco edificante lotta interna tra un Ministro degli esteri ed un Ministro della cooperazione internazionale che si contendono, a suon di scambi epistolari, il portafoglio economicamente importante della cooperazione in una ottusa contrapposizione di potere degna della peggiore politica degli anni che furono e che noi, francamente, non rimpiangiamo.

Per queste ragioni, la Lega assumerà un comportamento conseguente, in piena coerenza con la sua mission, rifiutando il proprio sostegno al provvedimento. (Applausi dal Gruppo LNP).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Sono presenti in tribuna gli studenti e gli insegnanti dell'Istituto di istruzione superiore «Giuseppe Ferro» di Alcamo, in provincia di Trapani, cui rivolgo il saluto del Senato e gli auguri per la loro attività di studio. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 3128 (ore 19,41)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tonini. Ne ha facoltà.

TONINI (PD). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi senatori, le vicende drammatiche dell'India e poi il tragico incidente occorso al nostro Lince in Afghanistan ci ricordano che la scadenza periodica che il Parlamento deve affrontare, cioè la proroga delle missioni militari all'estero contenuta nel decreto-legge e l'esame dei provvedimenti in materia di cooperazione allo sviluppo non è un appuntamento di routine, ma qualcosa che ha a che fare con la vita delle persone. Dobbiamo perciò essere consapevoli che, votando la proroga di queste missioni, mandiamo dei professionisti, delle persone che hanno operato una scelta, non i ragazzi della leva di un tempo, ma che tuttavia, nonostante la loro professionalità, dedizione e passione, rischiano la vita in contesti che restano difficili ed ostili sotto molti profili.

Dobbiamo vivere questo passaggio con la consapevolezza che non è uno dei tanti provvedimenti presentati in Parlamento, ma un provvedimento che ha a che fare con qualcosa di più profondo e radicale.

Del resto, il tema delle missioni militari internazionali da sempre suscita discussioni e sentimenti contrastanti e ha a che fare con i principi fondamentali della Repubblica, con quel famoso e celebrato articolo 11 che, senza distinzione in commi, né addirittura periodi chiusi da un punto, ma con periodi intervallati semplicemente da un punto e virgola, lega in maniera assolutamente indissolubile il ripudio della guerra come smezzo di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali all'accettazione da parte dell'Italia delle limitazioni di sovranità in un quadro multilaterale su base di parità con gli altri Stati, visto come strumento essenziale per la promozione di un ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla pace.

Queste due dimensioni sono assolutamente coessenziali: proprio perché ripudiamo la guerra, siamo impegnati a costruire la pace attraverso organizzazioni multilaterali e, ove necessario, insieme a queste organizzazioni multilaterali e sotto la legittimazione delle Nazioni Unite, prevediamo anche l'uso limitato, misurato e regolato della forza.

Naturalmente quando si parla di rinnovo delle missioni vengono al pettine i nodi legati alle scelte di fondo della nostra politica estera. Tali scelte, che restano immutate dal dopoguerra e che forse ebbero in Alcide De Gasperi l'architetto fondamentale, sono ancora oggi, pur nel variare delle situazioni e nell'alternarsi di Governi diversi alla guida del nostro Paese, degli elementi di assoluta certezza e continuità. Si tratta, ovviamente, della scelta del multilateralismo, a cominciare dall'appartenenza convinta alle Nazioni Unite, e poi la scelta europeista, l'Alleanza Atlantica e una forte apertura, un forte impegno nell'area mediterranea e più in generale mediorientale, con sviluppi verso l'Africa e verso l'Asia; quindi, una politica dell'Italia verso queste aree così importanti del mondo.

Credo che le vicende dei giorni scorsi debbano trovare - come è stato chiesto da molti colleghi - un riscontro parlamentare. Sarebbe utile (mi permetto di rivolgermi al sottosegretario Magri, di cui conosco tutta l'attenzione e il rispetto per il Parlamento), nell'intervento del Governo, fornire anche qualche elemento di ragguaglio sulla vicenda in Afghanistan. Sappiamo invece, per quanto riguarda l'India, che il sottosegretario Staffan De Mistura è stato inviato in quel grande Paese amico, mentre domani interverrà il ministro Terzi di Sant'Agata in 3a Commissione: contiamo di avere da lui un aggiornamento e, speriamo, notizie positive rispetto agli sviluppi di questa delicata vicenda.

Tornando al decreto, esso si svolge in una linea di continuità. Francamente sorprende che alcune forze che sono state al Governo fino a poco tempo fa (mi riferisco, con tutto il rispetto, ai colleghi della Lega Nord) possano passare con disinvoltura da un appoggio, che è sempre stato un appoggio dialettico, con elementi anche critici, tuttavia un appoggio chiaro e netto ai decreti concernenti le missioni internazionali ad un voto contrario. Questo non depone a favore della serietà della politica italiana: non si può essere a favore di queste scelte di lungo periodo quando si è al Governo e non esserlo quando si è all'opposizione.

Da questo punto di vista, il nostro Gruppo credo che possa vantare come un elemento essenziale di dignità politica l'aver sostenuto sempre, anche in momenti difficili, quando il clima nei rapporti tra maggioranza ed opposizione era assolutamente aspro, la continuità di questa scelta fondamentale della nostra politica estera.

Dentro questa continuità ci sono tre importanti novità che meritano di essere segnalate in questo provvedimento. La prima è l'allungarsi del respiro temporale: dopo tanto tempo siamo tornati ad un decreto annuale. È un dettaglio apparentemente, ma è qualcosa di importante dal punto di vista anche del messaggio simbolico oltre che della realtà dei fatti. Infatti, la possibilità di avere un bilancio disteso su un anno dà un senso di minore precarietà rispetto ai decreti trimestrali a cui eravamo arrivati qualche tempo fa.

La seconda novità è una riduzione significativa del nostro impegno militare, in particolare concentrata in alcune aree, che dà il senso di un ridimensionamento di alcuni interventi anche a causa di un positivo riscontro, di un successo possiamo dire (per quanto si possa misurare il successo in queste vicende), di molte nostre missioni, e parallelamente un incremento, sia pur modesto, della cifra di stanziamento a favore della cooperazione civile.

Il terzo elemento che a me pare importante è che, con la presenza in Commissione sia del ministro Terzi di Sant'Agata che del ministro Di Paola, abbiamo avuto nelle scorse settimane dei momenti importanti di valutazione dell'efficacia delle nostre missioni, momenti che speriamo, ci auguriamo e chiediamo al Governo che possano essere ripetuti. Ho visto che la Camera ha addirittura introdotto nel decreto-legge una norma che prevede relazioni quadrimestrali; può darsi che sia un eccesso di zelo parlamentare, forse una scadenza quadrimestrale è perfino eccessiva. Tuttavia, indubbiamente, un'attenzione del Parlamento su queste missioni credo sia importante, come anche l'impegno del Governo in questo senso.

Vengo rapidamente a tre grandi dossier aperti. Il primo, ovviamente, è quello dell'Afghanistan, che resta la missione di gran lunga più importante: 750 milioni su un miliardo e 400 milioni, quindi più della metà degli stanziamenti ha a che fare con l'Afganistan. Questo è anche il Paese nel quale l'Italia ha l'impegno più forte dal punto di vista della cooperazione bilaterale, cioè è il primo Paese in quanto a destinazione di risorse della cooperazione italiana. Credo che siamo inseriti in questo percorso di progressivo disimpegno e che nei prossimi mesi e nell'anno successivo si avrà una riduzione significativa dell'impegno militare. Questo ritengo sia il risultato del lavoro di tutte le forze alleate all'interno di una missione che, in particolare grazie alla nuova linea strategica adottata dal presidente Obama, ha dato dei frutti particolarmente significativi nell'ultimo periodo.

Il secondo dossier ha a che fare con la missione in Libano. Al riguardo i colleghi della Lega mi consentano un elemento di dissenso. La missione in Libano è davvero un fiore all'occhiello del nostro Paese e, al di là di ciò che sta emergendo sul piano politico in quella zona (per questo rimando alle riflessioni del collega Marcenaro, che ovviamente condivido, sulla necessità di un rilancio dell'iniziativa politica), l'Italia ha tuttavia goduto di un bonus di prestigio per la professionalità, l'intelligenza politica, il senso di umanità con cui il nostro contingente ha operato in Libano, tant'è vero che è stato chiesto dall'Organizzazione delle Nazioni Unite che il comando fosse nuovamente affidato a un generale italiano. Questo è un elemento da non trascurare nella credibilità del nostro Paese a livello internazionale.

Infine, la questione della Libia. Molti colleghi hanno espresso preoccupazione in merito alla situazione del rispetto dei diritti umani in quel Paese. Proprio perché il nostro impegno in Libia è stato di tutto rispetto e siamo stati assolutamente in prima linea nel sostenere la lotta del popolo libico contro la dittatura di Gheddafi, credo che abbiamo tutti i titoli per poter in questo momento esercitare una vigilanza severa rispetto agli episodi che sono stati denunciati e che destano assoluta preoccupazione.

Questo non ci deve distogliere dalla fiducia nei confronti della Primavera araba. Vorrei dirlo al collega Mantica, con il quale c'è una discussione da lungo tempo su questo argomento: la Primavera araba resta un elemento di grande speranza. Naturalmente la strada verso la libertà, verso la democrazia, non è mai un'autostrada in pianura; è piuttosto una strada di montagna che spesso incontra momenti di grande difficoltà. Tuttavia questa strada è stata intrapresa dal mondo arabo e islamico, e credo che debba trovare un convinto sostegno da parte nostra, da parte dell'Occidente, da parte dell'Europa, in particolare da parte dell'Italia che, per ragioni storiche e per ragioni geografiche, è così protesa all'interno del bacino del Mediterraneo. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bettamio. Ne ha facoltà.

BETTAMIO (PdL). Signor Presidente, gli ultimi interventi, soprattutto quello del collega della Lega, mi inducono a iniziare queste poche riflessioni sottolineando il contrasto esistente tra le opzioni tra le quali ci troviamo a dover scegliere. Infatti, la crisi economica e finanziaria, ormai in un contesto globale, fa diminuire la possibilità di destinare finanziamenti più cospicui alle missioni internazionali: nello stesso tempo questa stessa crisi economica e finanziaria alimenta in alcuni Paesi, che purtroppo aumentano sempre di più di numero, delle tensioni politiche e sociali gravi, da cui emergono ancora fortemente rischi di instabilità anche ai confini del nostro Paese.

Quindi, non dobbiamo dimenticare che, se da un lato è difficile, per la situazione economica e finanziaria che stiamo vivendo, destinare alle missioni internazionali fondi più cospicui, dall'altro dobbiamo tener conto che, se non lo facciamo, vi saranno delle conseguenze nel settore delle politiche tout court e delle politiche sociali tali da rappresentare un rischio di instabilità anche per noi. Ne consegue che, nonostante la carenza di fondi causata dalla crisi che stiamo vivendo, occorre, assicurare il nostro apporto alle missioni delle organizzazioni internazionali - dell'ONU, della NATO e dell'Unione europea - anche nell'interesse del nostro Paese e, soprattutto, per la sua credibilità a livello internazionale.

Certo, non è senza aver riflettuto su questi due aspetti che il Governo con il provvedimento che stiamo esaminando, ha voluto dare comunque un segnale importante, incrementando in modo significativo - è stato già detto - i finanziamenti per la parte della cooperazione civile e allo sviluppo in termini sia assoluti che relativi, nonché dando un rilievo importante alla destinazione di fondi complessivi, per un ammontare di 120 milioni. Ripeto, si è trattato di una scelta che ha dovuto tener conto di due aspetti contraddittori: l'utilità del farlo e la necessità di tenere le briglie più serrate possibili.

Abbiamo sostenuto questo sforzo guardando contemporaneamente nella direzione sia delle strategie a livello europeo che di quella avviata recentemente dagli Stati Uniti. L'Europa deve puntare certamente a rafforzare il suo ruolo politico di sicurezza e di difesa comune nel contesto delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, contemporaneamente, deve cercare di muoversi nella direzione di quell'obiettivo dal quale è partita e che non è stato ancora raggiunto, ossia creare uno strumento militare comune, una politica di difesa veramente comune, attiva e concreta.

C'è una responsabilità dell'Unione europea nel contesto internazionale e una responsabilità dell'Italia nel contesto europeo. Non possiamo appartarci - come ho sentito affermare nel corso di questo nostro dibattito - né illuderci che altri, a cominciare dagli Stati Uniti, possano continuare a sostenere in maniera così marcata l'onere della nostra sicurezza nazionale. Il multilateralismo dell'amministrazione Obama - lo ha ricordato recentemente il ministro Terzi di Sant'Agata alla Camera - si fonda su un coinvolgimento ampio e paritario dei Paesi alleati, ripeto ampio ma paritario dei Paesi alleati.

Desidero sottolineare che la nuova strategia americana di difesa, che solo pochi giorni fa è stata annunciata dal Presidente degli Stati Uniti, prevede una riduzione significativa delle forze di manovra, soprattutto in Europa, a favore di altri teatri di impiego, in particolare nel Pacifico. Tutto questo va nel senso di evidenziare l'esigenza di una strategia europea nel settore della sicurezza. Come ha detto di recente il Ministro, la discussione di oggi riguarda lo strumento militare e l'aumento della cooperazione civile, al quale si collega direttamente la promozione dei diritti umani. Noi dobbiamo continuare un'azione - lo dico per coloro i quali non l'hanno ancora rilevato nel corso del nostro odierno dibattito - ispirata su più fronti, basata innanzitutto sulla constatazione che le minacce di oggi originano da fattori molto complessi, i quali investono le aspettative di sviluppo di benessere di molte popolazioni e la necessità di consolidare istituzioni democratiche e di far crescere sistemi economici in via di sviluppo. Ebbene, la risposta viene da missioni realmente integrate che uniscono allo stesso tempo le componenti militari e civili dello sviluppo economico e della promozione dei diritti umani.

A proposito di diritti umani, non vi è soltanto un imperativo etico che ci obbliga a guardare in quella direzione, ma vi è anche un'esigenza di sicurezza. Ed è un'esigenza non astratta, ma del nostro Paese, dei Paesi europei. Nei Balcani, nel Mediterraneo, in Afghanistan e in Africa abbiamo assistito a violazioni delle libertà fondamentali da cui conseguono destabilizzazione e conflitti.

L'Italia è sempre stata in prima linea nel promuovere alcuni aspetti dei diritti umani, non solo nella loro complessità, nel loro insieme, ma anche alcuni aspetti specifici riguardanti i bambini, le minoranze, e soprattutto la tutela della libertà religiosa. D'altronde, siamo consapevoli, come ha detto il ministro Di Paola, che gli oneri che noi dobbiamo sopportare sono oneri che diretti a questi obiettivi, e non ad alimentare conflittualità o guerre.

Per tutti questi aspetti, che coinvolgono sicurezza e diritti di chi soffre, economia ed etica, autorevolezza internazionale e valutazione realistica delle nostre possibilità, stimo positivo il provvedimento che stiamo esaminando e che domani approveremo. (Applausi dal Gruppo PdL).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Cabras.

CABRAS, relatore. Signor Presidente, penso che la qualità e la profondità della discussione che abbiamo ascoltato abbiano sviluppato considerazioni che vanno assai oltre il contenuto del provvedimento al nostro esame. D'altra parte, vi siamo ormai abituati, e anche nelle precedenti occasioni così è stato. Tuttavia, faccio alcune brevissime considerazioni in conclusione di questa interessante e approfondita discussione generale.

La missione di cui, come sempre, discutiamo di più, nonostante questo provvedimento riguardi l'insieme delle missioni, è quella in Afghanistan. E non perché sia quella che impegna più risorse e abbia impegnato più mezzi (e, ahimè, ha anche fatto registrare più caduti nel corso della sua durata), ma perché la missione in Afghanistan ha delle caratteristiche particolari.

É nata in un modo, si è trasformata nel corso degli anni, è forse la missione più importante di questa dimensione nella quale siamo impegnati e, quindi, ha richiamato considerazioni e valutazioni, in virtù delle quali in coloro che avevano fin dall'inizio una opinione ostile l'ostilità si è ulteriormente rafforzata. Debbo dire che, invece, tra coloro che l'hanno sempre sostenuta (come sappiamo, questa missione ha sempre avuto largo consenso in Parlamento), oggi discutiamo delle modalità con le quali andremo via dall'Afghanistan, e siamo più preoccupati di come gli aspetti civili, che sono in atto, si svilupperanno nel corso degli anni a partire dal 2014, nonché di quale sarà il ruolo che dovremo svolgere, insieme agli altri Paesi della coalizione che finora sono stati impegnati in quel teatro, per aiutare, sempre più e sempre meglio, non con un'azione militare diretta, ma con un supporto che vada a sostegno delle azioni civili necessarie, la stabilizzazione nel corso del futuro di questo Paese, così importante per la posizione geografica e per le implicazioni di stabilità che può suscitare in quella Regione.

Questo provvedimento incrementa notevolmente le risorse finalizzate all'azione civile. Questo è un segno importante, che consolida questa prospettiva e che cambia radicalmente il nostro impegno in quel teatro. Io vorrei richiamare questo elemento che, in qualche modo, dovrebbe ridurre la tensione dialettica della discussione verso la ragione per la quale noi siamo presenti in quel teatro.

Affronto poi rapidamente alcuni argomenti che sono stati oggetto della discussione, a partire dalla vicenda dei due marò italiani che in questo momento si trovano in una condizione di privazione della libertà. Essi sono infatti sottoposti ad uno stato di detenzione, seppur ancora non del tutto chiaro, da parte delle autorità indiane. Ciò richiama alla nostra attenzione tutte le perplessità e le discussioni che abbiamo sviluppato in questa sede, e che si sviluppano anche nei livelli multilaterali sul tema di come contrastare la pirateria e di quali strumenti giuridici, di azione, anche militari, possono essere impiegati.

Io penso che questa vicenda, con tutte le ombre, metta in luce alcune riserve, che sono state sollevate anche nel dibattito che abbiamo sviluppato in Parlamento, su quale sia la catena di comando dei militari che si trovino impegnati in una nave mercantile, che non sono quindi gerarchicamente dipendenti dai loro ufficiali di comando, ma dal comandante della nave, che risponde spesso e decide in stretto collegamento con il suo armatore. Può essere che in questa vicenda alcuni elementi di incertezza, che approfondiremo anche domani nelle comunicazioni che renderà il Ministro nella prevista riunione delle Commissioni riunite di Camera e Senato, riemergeranno. Cito solo questo aspetto per non dilungarmi ulteriormente, perché l'argomento è stato trattato da molti colleghi, sollevando interrogativi anche importanti che devono avere una rapida risposta per mettere questi nostri militari nelle condizioni di tornare il prima possibile a casa. Il Governo è impegnato e un Sottosegretario è partito proprio oggi in missione: questo segna la sensibilità e l'impegno con cui il Paese ed il Governo seguono questa vicenda.

Quanto poi alle questioni poste della Siria e dell'Iran e agli altri elementi che sono stati richiamati discutendo degli elementi della geografia della instabilità, penso che dovremo ulteriormente tornarci, ma fuori dalla discussione caratterizzata dal rifinanziamento delle missioni militari. È difficile parlare di azioni militari senza avere ben chiaro quale sia il contesto multilaterale, compreso il mutamento, che si sta determinando, in particolare, per scelte assunte da Paesi che hanno un ruolo, non voglio dire più importante degli altri, ma che determina le decisioni degli altri. In questa circostanza mi riferisco in particolare agli Stati Uniti. Abbiamo discusso del budget militare. Abbiamo discusso di come stiamo affrontando il tema della riduzione delle spese militari. Mi verrebbe da ricordare che alcuni di noi sostengono che, siccome gli Stati Uniti d'America stanno riducendo il loro budget militare, automaticamente dovremo ridurlo anche noi. Peccato che, se guardiamo alla discussione che si sviluppa in quel Paese intorno a questa decisione, notiamo che gli Stati Uniti riducono il loro budget militare pensando che i Paesi alleati, in particolare noi e altri, dovrebbero svolgere il ruolo che hanno svolto loro fino a questo momento. Quindi, mi verrebbe da dire che forse dovremmo aumentare il nostro impegno militare e non, esattamente in parallelo, ridurlo come fanno loro. Ma su questo avremo certamente occasione di discutere e di fare degli approfondimenti.

Strettamente connesso è il tema, emerso anche oggi nella discussione - ma il collega Gamba ne parlerà più propriamente di me - dell'annunciato programma di riduzione della spesa o, meglio, della sua riqualificazione. Penso che non ci sia da questo punto di vista una grandissima contraddizione con il fatto che noi puntiamo a migliorare la tecnologia e tentiamo di fare delle economie sul versante degli uomini impegnati. È una strada che stanno seguendo, o hanno seguito prima di noi, tutti i Paesi nostri alleati. Questo è anche il terreno sul quale probabilmente, sempre discutendone in sede multilaterale, possiamo trattare le difficoltà che finora abbiamo affrontato in sede di politica europea di sicurezza e di difesa, e in rapporto a questa politica e in rapporto al ruolo e alla funzione che svolge e può svolgere in futuro la NATO, sempre sotto l'ombrello delle Nazioni Unite. Da questo punto di vista, lo sottolineava anche il collega Tonini nel suo intervento parlando della missione in Libano, l'Italia ha una caratteristica: è impegnata contemporaneamente sotto l'ombrello europeo e sotto l'ombrello della NATO.

Non considero questa caratteristica un punto di debolezza, ma semmai un punto di forza che può aiutare in sede multilaterale quei Paesi che spingono perché le forze vengano più equamente divise e razionalizzate, in modo tale da ridurre il peso della spesa, così come si è determinato. Se sommiamo infatti la spesa della difesa dei singoli Paesi europei, otteniamo cifre che se fossero destinate in maniera più razionale ad intervenire, determinerebbero sicuramente situazioni di efficienza e il raggiungimento di obiettivi superiori a quelli che siamo riusciti a registrare finora.

Penso insomma che la strada sia quella che hanno percorso la Francia e il Regno Unito quando hanno deciso di mettere insieme alcune forze, cosa che in passato sarebbe stata assolutamente impensabile da realizzare. Per esempio, il Regno Unito ha rinunciato ad avere delle portaerei, facendo una scelta assolutamente impensabile in altri tempi. Questo è un esempio che possiamo utilizzare, guardando con fiducia alla possibilità di raggiungere quel coordinamento di forze nella difesa europea, che in Italia auspichiamo e che finora non si è realizzato non perché noi non abbiamo spinto in quella direzione, ma perché altri, in qualche misura più forti di noi sul piano della difesa, hanno impedito che si realizzasse.

Considero questi episodi, questi avvenimenti e cambiamenti, che si sono determinati nel corso dei giorni e dei mesi che ci lasciamo alle spalle, di buon auspicio perché possano raggiungersi quegli obiettivi che in Italia abbiamo sempre tentato di raggiungere e che finora non siamo riusciti a cogliere non certo per nostra responsabilità, ma perché abbiamo trovato delle difficoltà insormontabili in sede multilaterale. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Gamba, al quale faccio presente che, trattandosi di un decreto-legge, i tempi sono contingentati e quelli dei relatori sarebbero esauriti.

GAMBA, relatore. Signor Presidente, come ha già indicato il collega Cabras, in questa occasione si è parlato in parte del contenuto del decreto e molto di altre questioni di politica internazionale e, segnatamente, di politica della difesa, ognuna delle quali che certamente meriterebbe un approfondimento, ed è anche un po' fatale che così sia avvenuto.

Accogliendo la sollecitazione del Presidente, mi limito a qualche battuta sui pochi rilievi che sono stati fatti da qualche collega in merito alle disposizioni del decreto, proprio perché la larga condivisione generale non ha posto in discussione quello che è successo già in molte altre occasioni precedenti, in questo e nell'altro ramo del Parlamento, in ordine alla bontà e all'approvazione generale della scelta di proseguire gli impegni italiani nell'ambito delle missioni internazionali militari all'estero.

È piuttosto singolare ascoltare, per esempio, il senatore Caforio lamentarsi delle disposizioni contenute nell'articolo 5, poste a favore degli arsenali militari e degli stabilimenti militari: proprio lui, più volte, giustamente, ha sensibilizzato l'intera Commissione difesa riguardo alla necessità di interventi a favore dell'arsenale militare navale di La Spezia e, quindi, in questo senso dovrebbe essere soddisfatto di queste iniziative contenute nel decreto, e non farne invece, un motivo di doglianza. Per fortuna, opportunamente il Governo ha inserito anche queste norme di carattere più generale, che hanno una connessione con le disposizioni sulle missioni internazionali, ma che innanzitutto rivestono carattere urgente proprio per l'Amministrazione della difesa. Non si può quindi che concordare sull'opportunità che anche queste vengano approvate.

Allo stesso modo, il collega Davico del Gruppo della Lega Nord ha espresso tutta una serie di censure e di argomentazioni critiche riguardo all'impegno prioritario in Afghanistan, individuando nelle missioni che fanno riferimento all'Afghanistan la parte preponderante dell'impegno dei nostri contingenti, anche in termini numerici. Certo, è così: sono 4.200, rispetto a un totale pari a poco più di un terzo di quel numero, di militari complessivamente oggi impegnati nelle circa 20 missioni di cui abbiamo parlato, ma questo è stato deciso nell'ambito degli accordi internazionali, e quindi in perfetta sintonia con gli alleati, proprio dal Governo precedente.

Ricordo che fu infatti il ministro La Russa, anche in adesione alle richieste dei Paesi alleati e con il consenso quasi unanime del Parlamento - a cominciare ovviamente dalla Lega - ad individuare la necessità di intensificare la presenza dei nostri militari in Afghanistan, proprio in vista del periodo di transizione che avrebbe portato entro il 2014 al disimpegno, almeno della fase di combattimento, di contrasto e di garanzia della sicurezza, proprio per consentire l'affidamento dei territori alle autorità afghane - a cominciare dalla provincia di Herat, una di quella sotto il controllo militare italiano - sia per quanto riguarda la sicurezza che l'amministrazione civile.

È quindi singolare e non condivisibile che si censuri un impegno prioritario, anche in termini numerici, quale quello sull'Afghanistan, proprio perché la decisione in questo senso è stata assunta dalla maggioranza precedente che sosteneva il Governo Berlusconi.

Allo stesso modo, è singolare che si invochi o si lamenti un eccesso di presenza in UNIFIL per una presunta mancanza di risultati quando, com'è stato ricordato anche da altri colleghi, sono state entrambe le parti - non soltanto quella libanese, ma anche quella israeliana - ad invocare il ritorno al comando dell'intera missione di un generale italiano, così come era stato al momento in cui quel comando era passato dal generale Graziano ad un generale spagnolo. Questo è un sintomo chiaro della bontà di questo intervento e non può che riempire di orgoglio tutti coloro che credono, invece, nella bontà della nostra partecipazione alle missioni internazionali.

Alla senatrice Negri, che lamenta un problema relativo al finanziamento di alcuni programmi per così dire impellenti, a fronte di una diminuzione o di una sottrazione di risorse per altri impegni, credo che non si possa che replicare che starà al Parlamento e al Governo trovare le ulteriori risorse per fare in modo che non siano depotenziati gli altri programmi, a cominciare da quello dell'Eurofighter, perché sono tutti assolutamente necessari, proprio nell'ottica ricordata anche dal senatore Cabras di una rimodulazione del nostro sistema di difesa, con un aumento della tecnologia a fronte di una riduzione delle spese fisse relative principalmente al personale.

Concludo dicendo che di tutti i temi che sono stati sollevati sarà necessario che quest'Aula torni a discutere. Non c'è dubbio che la sede più appropriata debba essere individuata nell'esame che sarà prossimamente previsto in questo ramo del Parlamento sulle diverse questioni.

Avrei ovviamente voluto poter dire alcune cose anche in ordine alle questioni che sono state sollevate sul problema generale della pirateria: concordo pienamente con il senatore Cabras e credo che la stessa vicenda dei nostri marò dovrà imporre una riflessione in questo senso, proprio in ordine alla presenza dei militari e della cosiddetta catena di comando, quando questi si trovano sottratti alla loro normale sottoposizione alle autorità militari italiane centrali e periferiche. (Applausi dei senatori Amato e D'Ambrosio Lettieri).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Sulla morte di tre militari italiani in Afghanistan

D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Signor Presidente, la qualità e l'ampiezza del dibattito di questo pomeriggio credo vadano sottolineate, se mi permette, perché ritengo siano la conferma del fatto che abbiamo reso onore allo scritto che la Presidenza ha alle spalle. Nel pomeriggio di oggi, infatti, la profondità delle argomentazioni che sono state esposte non soltanto rende onore al principio del riconoscimento della Patria nei nostri pensieri ma rispetta anche il fatto che qui, in questo luogo, tutto ci ricorda i nostri doveri e ci chiama alle responsabilità.

L'argomento che voglio sollevare è di una delicatezza straordinaria. Abbiamo parlato non soltanto di impegni politici, ma anche di valori che ispirano e sostengono il nostro impegno politico su un versante particolarmente delicato qual è quello delle missioni militari internazionali, missioni umanitarie dentro cui si inscrivono i principi di libertà e di democrazia che fanno rimanere molto alto il nostro tricolore.

Presidente, mi perdonerà se io desidero rendere onore e merito a chi, sulle proprie gambe, sulla propria pelle, ci ha consentito di mantenere ancora una volta fede alla coerenza e al rispetto di questi principi.

Francesco Currò, Paolo Messineo e Luca Valente, con il tributo massimo, con la propria vita, hanno reso possibile che questi valori rimanessero ancora una volta la più preziosa conferma della democrazia italiana, che intendiamo testimoniare anche nei Paesi in cui la democrazia non c'è.

Ma allo stesso tempo, signor Presidente, desidero ricordare Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, entrambi figli della mia splendida Regione, la Puglia, le cui sorti creano angoscia a loro stessi, alle loro famiglie, ai loro cari, e credo a tutti noi. E di questo desidero ringraziare, signor Presidente, quest'Assemblea, il Parlamento tutto e anche il tempestivo impegno del Governo che, attraverso una tenace opera di mediazione diplomatica internazionale posta in essere dal ministro Terzi di Sant'Agata, e attraverso l'immediata presenza del sottosegretario De Mistura sui luoghi ove i fatti sono accorsi, rappresenta l'elemento più tangibile di rassicurazione sul fatto che la politica c'è, che il Governo c'è, che il Parlamento c'è e condivide non soltanto l'ansia per le vite di questi due marò, ma anche l'impegno concreto a riportarli subito in libertà.

PRESIDENTE. Naturalmente la Presidenza condivide i toni del suo intervento e del ricordo da parte sua dei tre ragazzi morti ieri in Afghanistan.

Per la risposta scritta ad un'interrogazione

BLAZINA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BLAZINA (PD). Signor Presidente, ho chiesto di intervenire per sollecitare la risposta scritta all'interrogazione 4-04755 che ho presentato in data 10 marzo 2011, anche perché il tema che ho trattato in questo atto di sindacato ispettivo è nuovamente attuale. Spiego brevemente di cosa si tratta.

L'anno scorso, il 10 febbraio, in occasione del Giorno del ricordo delle foibe e dell'esodo di massa degli italiani dall'Istria e dalla Dalmazia, il Comune di Bastia Umbria, vicino Perugia, ha stampato un manifesto per simboleggiare in qualche modo gli eccidi delle foibe. La foto riportata in quel manifesto, però, non riproduce l'eccidio delle foibe, bensì un fatto realmente accaduto nel 1942 nella località di Dane, ora slovena: rappresenta, infatti, i soldati del Regio esercito mentre fucilano civili sloveni nella Slovenia occupata dall'Italia fascista a seguito dell'aggressione dell'aprile 1941. Basterebbe guardare con attenzione le uniformi, per capire che si tratta di questo; c'è poi tutta la documentazione storica, con i nomi delle vittime.

Il problema è che quest'anno questo grossolano errore si è ripetuto, sia con i manifesti di alcuni Comuni, come anche con la messa in Internet da parte di alcune associazioni; inoltre, questa foto è stata utilizzata anche nella trasmissione televisiva «Porta a Porta». Questo fatto, come è logico, ha provocato un grande rammarico nella popolazione locale in Slovenia, perché ci sembra che non sia questo il modo migliore per onorare le vittime. Chiedo pertanto al Governo che ci dia qualche rassicurazione, affinché questo fatto non si ripeta il prossimo anno. Mi sembra che dovremmo onorare questa Giornata all'insegna delle parole che anche quest'anno ha voluto pronunciare il presidente Napolitano: «Le diverse memorie di frontiera cominciano a conoscersi e a rispettarsi. Anche così si salda una frattura storica, ci si incontra nel comune destino europeo». Mi auguro che questa foto venga rimossa e non venga più utilizzata in questa occasione.

PRESIDENTE. La Presidenza si attiverà con il Governo, senatrice Blazina. È con rammarico che prendiamo atto di quello che lei ha detto: non soltanto un Comune sbaglia, ma si moltiplicano gli errori, addirittura ripresi da trasmissioni televisive. Io sono stato al Quirinale quest'anno in rappresentanza del Senato e mi è sembrato che il taglio generale e l'impostazione con cui noi ricordiamo la vergogna delle foibe siano quelli che ha dato il Presidente della Repubblica, come lei ha ricordato in conclusione. Questa deve essere la linea che c'è in Italia per ricordare queste tristissime e gravi vicende.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 22 febbraio 2012

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 20,30).