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Legislatura 16 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 676 del 21/02/2012


Interrogazioni

CAFORIO - Al Ministro della difesa - Premesso che con decreto ministeriale del 23 novembre 2007 è stato costituito il Comitato per la prevenzione per il controllo delle malattie (CPCM) presso il Ministero della difesa. Nato dall'esigenza di istituire un polo per lo studio delle conseguenze sulla salute dei militari impiegati nei teatri operativi o in poligoni, opera in collaborazione con Istituti di ricerca nazionali ed internazionali, civili e militari e con alcuni Dicasteri, fra cui l'ambiente e la salute. La durata del mandato del CPCM è stata prorogata con il decreto ministeriale del 4 novembre 2010 e successivamente con il decreto ministeriale del 9 giugno 2011. Nonostante le suddette proroghe il CPCM ha tenuto sei riunioni nel corso del 2010 e tre riunioni nel corso del 2011;

considerato che:

l'attività di tale organismo ha inciso poco o nulla sulla complessa e corposa problematica della prevenzione delle malattie del personale militare;

le recenti audizioni tenutesi presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito in data 23 e 30 novembre 2011 hanno evidenziato come l'iniziativa più significativa adottata dal Comitato sia stata l'adozione di un bando di concorso per il finanziamento di progetti di ricerca. Tale bando è stato pubblicato sul sito web del Ministero il 15 luglio 2010, a quasi tre anni dalla data di costituzione del Comitato. I progetti presentati sono stati valutati da una commissione tecnica composta da due membri del CPCM, non coinvolti in alcuno dei progetti proposti e dal direttore generale della sanità militare. Sulla base della selezione effettuata dalla sopra citata commissione, sono stati finanziati sette progetti, per un costo totale di 2.828.500 euro;

due dei sette progetti finanziati fanno capo a membri del Comitato: sono quelli del professor Massimo Zucchetti, inerente ad "un nuovo modello per la tossicità dell'uranio impoverito. Nuovi sviluppi e conseguenze sulle valutazioni per gli eventuali soldati esposti" e quello della dottoressa Antonietta Gatti, riguardante la "Valutazione dell'esposizione a nano particelle ambientali in modelli vegetali" (VENAM);

un terzo progetto fa capo al generale D'Amelio, che dalla costituzione del Comitato svolge la funzione di coordinatore delle strutture operative di ricerca che agiscono su impulso e per conto del Comitato. Pertanto, lo stesso alto ufficiale si trova a svolgere contemporaneamente la funzione di coordinatore e di coordinato;

considerato inoltre che:

il professor Cocco, medico competente per il Poligono interforze di Salto di Quirra (PISQ), ha ottenuto un finanziamento per una ricerca inerente al follow up della patologia incidente sul personale militare e civile del PISQ, materia che dovrebbe rientrare nell'assolvimento dei propri compiti istituzionali di medico competente del poligono stesso;

si ritiene assolutamente necessario che i progetti finanziati ed i risultati provvisori conseguiti siano sottoposti ad una verifica da parte di soggetti esterni, pubblici e privati, italiani o stranieri, adeguatamente qualificati ed in grado di fornire idonea validazione, per ottenere una verifica della validità scientifica e dell'utilità dei progetti stessi al fine della prevenzione, subordinando la prosecuzione dell'erogazione dei finanziamenti all'esito positivo della predetta verifica,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga inadeguato e scarsamente trasparente un procedimento di assegnazione di finanziamenti per progetti di ricerca reso pubblico solo sul sito web del Ministero della difesa e nel quale la selezione dei progetti medesimi è effettuata nell'ambito del CPCM e della Direzione generale della sanità militare, senza l'intervento di soggetti esterni, pubblici e privati, italiani o stranieri, adeguatamente qualificati, ed in grado di fornire idonea validazione scientifica ai progetti proposti;

se non ritenga opportuno, sulla base dell'esigua attività svolta e degli scarsi risultati raggiunti, evitare ulteriori proroghe della durata del CPCM oltre la scadenza del 30 giugno 2012, di cui al decreto ministeriale del 9 giugno 2011;

se non si ritenga invece necessario procedere alla predisposizione di un piano per la verifica dell'efficacia del sistema di prevenzione e sicurezza nell'ambito dell'Amministrazione della difesa, con particolare riferimento all'adeguatezza ed alla completezza della valutazione dei rischi per la salute, derivanti dall'impiego nei teatri operativi esteri e nelle principali installazioni ed impianti, a partire dai poligoni di tiro, come previsto dagli articoli 255 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, recante "Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, a norma dell'articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246".

(3-02653)

GHEDINI - Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

i lavoratori soci di cooperative e di organismi associativi, anche di fatto, che svolgono attività di facchinaggio sono assicurati presso l'Inail con il sistema del "premio speciale unitario", trimestrale e a persona, con onere della contribuzione a carico delle cooperative e degli enti associativi di fatto per conto dei quali i soci svolgono le attività;

in base a quanto disposto dal decreto legislativo n. 423 del 2001, fino al 31 dicembre 2006 il premio speciale unitario veniva calcolato in relazione ai cosiddetti salari convenzionali, mentre a decorrere dal 1° gennaio 2007 la retribuzione imponibile anche per questa tipologia di lavoratori è la retribuzione effettiva determinata secondo le norme previste per la generalità dei lavoratori dipendenti;

di conseguenza le cooperative, ai fini della regolazione del premio, avrebbero dovuto a partire dal 1° gennaio 2007 comunicare con cadenza trimestrale all'Inail, secondo modalità indicate dall'Istituto, l'elenco dei soci lavoratori del trimestre e le relative retribuzioni effettive;

l'Inail, dopo aver avviato negli anni 2007 e 2008, un confronto con le associazioni cooperative, non ha mai proceduto ad indicare alle imprese le modalità da utilizzare per comunicare le nuove retribuzioni imponibili, continuando, fino a tutto l'anno 2011, a riscuotere i premi unitari sulla base dei salari convenzionali;

nel mese di gennaio 2012 l'Istituto ha comunicato alle associazioni cooperative di aver predisposto una procedura per la rilevazione delle retribuzioni reali, e invitato le stesse ad un incontro per prendere visione della procedura predisposta e per confrontarsi sugli eventuali problemi;

durante tale incontro le associazioni cooperative hanno evidenziato che il ritardo dell'Istituto nell'individuare le soluzioni applicative relative al nuovo sistema di calcolo e ai nuovi importi del premio ha determinato il formarsi di un onere complessivo in capo alle cooperative, al quale le medesime sono impossibilitate a far fronte in un'unica soluzione. Si tratta, infatti, di importi relativi a 5 anni (2007-2011) di differenziali di premio - che mediamente possono essere calcolati in 500 euro annui per ogni singolo lavoratore - che concorrono a formare un onere finanziario complessivo impossibile da fronteggiare, in particolare in questa fase in cui il settore sta attraversando gravi difficoltà. Inoltre, nel medesimo incontro, è stata rappresentata l'irragionevolezza della richiesta di procedere nel giro di poche settimane alla raccolta ed alla trasmissione dei dati relativi ai 5 anni trascorsi;

considerato che:

in data 30 gennaio 2012, la Direzione centrale Inail, interrompendo bruscamente il confronto con le associazioni cooperative, ha emanato una circolare nella quale si indicano le procedure e le modalità per le comunicazioni future e si impone l'obbligo di comunicazione, con le medesime, di tutti gli elenchi e dati riferiti al quinquennio 2007-2011, entro il 31 marzo 2012, con la pena dell'applicazione delle sanzioni previste dall'articolo 116, comma 8, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, per le omissioni contributive;

nella circolare medesima, si afferma che "alle somme dovute a titolo di conguaglio si applica la vigente normativa in tema di rateazione ordinaria (legge n. 389 del 1989)", con ciò imponendo la liquidazione di tutte le somme dovute in 12 mesi, con gli effetti precedentemente richiamati,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa e quali siano le sue valutazioni in merito alla situazione;

se e come intenda procedere al fine di evitare che il ritardo procedurale dell'Inail nell'individuazione delle modalità applicative delle disposizioni di legge risalenti al 2001 determini condizioni di grave criticità per il settore interessato, incidendo negativamente sul già precario equilibrio economico delle imprese del settore, con gravi rischi per la continuità aziendale e per l'occupazione garantita dalle cooperative interessate a 150.000 soci-lavoratori delle cooperative medesime.

(3-02654)

VIMERCATI, ADAMO, BASSOLI, D'AMBROSIO, DONAGGIO, FILIPPI Marco, ICHINO, MAGISTRELLI, MAZZUCONI, MONACO, MORRI, PAPANIA, ROILO, SIRCANA - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

l'esposizione universale che si terrà a Milano nel 2015 costituisce una fondamentale occasione per il rilancio e lo sviluppo non solo del capoluogo lombardo e della sua area metropolitana, ma di tutto il Paese;

il dossier di candidatura di Expo 2015 prevede investimenti pari a 1.854 milioni di euro per la realizzazione delle opere infrastrutturali considerate "essenziali" e 11,8 miliardi di euro per la realizzazione di 17 opere "connesse". Queste ultime, inserite in piani e programmi infrastrutturali a prescindere dall'Expo, risultano fondamentali per garantire la piena accessibilità del sito espositivo alle reti regionali e nazionali;

dalla documentazione presentata da Assolombarda in occasione della Mobility Conference del 6 febbraio 2011 si apprende che lo stato di avanzamento degli interventi relativi a molteplici opere appare in netto ritardo;

in particolare, tra le opere essenziali: i lavori relativi al collegamento tra la strada statale 11 da Molino dorino all'autostrada dei Laghi, del costo di 156,7 milioni di euro, assegnato tramite gara dopo un lungo contenzioso, dovrebbe iniziare solo ad aprile 2012; il collegamento tra la strada statale 11 e la statale 233 deve ancora essere approvato; i 4 parcheggi previsti per l'area non sono ancora coperti a livello finanziario e non è ancora stata identificata l'area dove realizzarli; la nuova linea di metropolitana M4, del costo di 1.699 milioni di euro, con un'estensione di 15 chilometri e 21 fermate che avrebbero dovuto collegare direttamente l'aeroporto di Linate con la città, è stata ridimensionata nella sua lunghezza e, allo stato attuale, persino la sola realizzazione della prima tratta, che collega Milano a San Babila, è seriamente a rischio, al punto che potrebbero essere realizzate in tempo solo le prime 3 fermate del progetto iniziale;

emergono notevoli criticità e ritardi anche tra le opere definite connesse all'Expo: il potenziamento della linea ferroviaria Rho-Gallarate, opera fondamentale per arrivare all'aeroporto internazionale del costo di 401,8 milioni di euro, non partirà prima del maggio 2012; la linea ferroviaria che consentirà la connessione dal terminal 1 al terminal 2 di Malpensa è ancora in fase preliminare a livello progettuale; i lavori della strada provinciale Rho-Monza non partiranno prima di dicembre 2012 mentre per il terzo lotto della stessa opera non è ancora stato effettuato il bando di gara; sulla strada statale 233 Varesina è ancora in corso la valutazione di impatto ambientale e la gara per i lavori non verrà effettuata prima della fine del 2012;

particolare preoccupazione desta il reperimento dei capitali necessari al completamento delle opere secondo il meccanismo del project financing, considerato anche lo stato di crisi del sistema delle banche italiane;

la Pedemontana lombarda Bergamo-Malpensa rischia di essere ultimata soltanto relativamente alla prima tratta Cassano Magnano-Lomazzo alla data di inizio dell'esposizione universale, poiché dispone al momento di appena 1,445 miliardi a fronte di un costo complessivo previsto pari a 5 miliardi di euro;

la tangenziale est di Milano, un investimento da 1,7 miliardi di cui risultano attualmente disponibili appena 100 milioni, e dunque con circa 1,6 miliardi da reperire sul mercato, attende il via libera della Corte dei conti dopo che il Cipe, nell'agosto 2011, ha approvato il progetto definitivo; è ormai certo che l'opera non verrà portata a termine in tempo per l'Expo;

la via d'acqua e la via di terra, del costo di 537,6 milioni di euro, sono state dismesse a livello amministrativo dal "Tavolo Lombardia" e verranno definanziate per circa 300 milioni;

le risorse necessarie alla realizzazione della connessione dal terminal 1 al terminal 2 di Malpensa, pari a 140 milioni di euro, sono ancora interamente da finanziare;

complessivamente, sul totale delle nuove autostrade, sono stati finanziati appena 2065 milioni rispetto ai 9.160 milioni necessari al loro completamento;

secondo Assolombarda non realizzare queste opere in tempo per Expo 2015 è un'occasione mancata e il segnale di quanto iter procedurali farraginosi, sovrapposizioni di competenze decisionali e carenze di risorse rappresentino ancora nodi irrisolti;

premesso inoltre che:

il Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e il Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, nel corso delle audizioni tenute presso l'Ufficio di presidenza dell'8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni) del Senato in data 5 ottobre 2011, hanno richiesto una deroga al patto di stabilità per il superamento dell'attuale criticità in ordine ai lavori per le opere infrastrutturali e all'attività della società Expo;

la legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità per il 2012) ha disposto un alleggerimento delle sanzioni previste in caso di mancato rispetto del patto di stabilità nel 2011, permettendo inoltre alla città di Milano di accendere mutui specifici legati alla manifestazione Expo 2015 anche in caso di sforamento del patto medesimo;

nel decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, sulle semplificazioni è stato alzato dal 4 all'11 per cento sul totale dei finanziamenti pubblici il tetto annuale delle spese per il funzionamento della società organizzatrice dell'evento;

considerato inoltre che:

alla luce dei fatti riportati dagli interroganti e secondo quanto dichiarato dal presidente Formigoni e dal sindaco Pisapia, solo derogando al patto di stabilità sarà possibile garantire il successo dell'esposizione universale di Milano;

il potenziamento della rete metropolitana milanese prescinde dall'evento espositivo data la posizione strategica cittadina, collocata all'incrocio tra i due corridoi europei Lisbona-Kiev e Genova-Rotterdam; di conseguenza, il mancato completamento della rete ferroviaria e viaria verso i grandi assi di trasporto rischia di tagliare fuori l'intera regione urbana milanese, con i suoi 7 milioni di abitanti, da queste grandi vie di comunicazione, vanificando i rilevanti benefici potenziali,

si chiede di sapere:

quali iniziative intenda intraprendere il Governo per garantire che le opere previste nel dossier consegnato al Bureau international des expositions di Parigi vengano realizzate nei tempi utili per l'apertura della manifestazione milanese;

quali iniziative intenda prendere per favorire il reperimento di capitali nelle operazioni di project financing;

quali risposte intenda dare alla richiesta del Presidente della Regione Lombardia Formigoni, al Sindaco di Milano Pisapia e al Presidente della Provincia Podestà in ordine all'esclusione delle opere infrastrutturali di Expo dal patto di stabilità.

(3-02655)

DI GIOVAN PAOLO - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

il microcredito è un istituto atto a combattere la lotta alla povertà estrema, tradizionalmente utilizzato in favore dei Paesi in via di sviluppo e nato dalle proposte ed azioni del premio Nobel M. Yunus;

tali proposte ed azioni concrete costituiscono il fulcro dell'impegno di molta parte del terzo settore economico e del volontariato;

al Comitato nazionale italiano permanente per il microcredito fu attribuito l'obiettivo di definire e promuovere una "via italiana al microcredito"; in particolare a tale ente sono attribuiti i seguenti compiti: promuovere la conoscenza del microcredito come strumento di aiuto per lo sradicamento della povertà; individuare misure per stimolare lo sviluppo delle iniziative dei sistemi finanziati a favore dei soggetti in stato di povertà, al fine di incentivare la costituzione di microimprese in campo nazionale ed internazionale; promuovere la capacità e l'efficienza dei fornitori di servizi di microcredito e di microfinanziamento nel rispondere alle necessità dei soggetti in stato di povertà, al fine di promuovere innovazione e partenariati nel settore; agevolare l'esecuzione tecnica dei progetti di cooperazione a favore dei Paesi in via di sviluppo, nel rispetto delle competenze istituzionali del Ministero degli affari esteri;

l'Italia realizza poco più del 20 per cento dei programmi di microfinanza attivati in Europa e nei Paesi in transizione, in termini di beneficiari a malapena l'1 per cento dei beneficiari raggiunti dalla totalità dei programmi di microfinanza europei;

il nostro Paese sembra avere uno dei tassi più alti (25 per cento) di esclusione finanziaria,

si chiede di sapere:

quale strategia il Governo intenda adottare per promuovere gli obiettivi posti a base delle attività di tale istituto;

quali siano i criteri di nomina indicati per la scelta dei dirigenti e se essi siano di pubblico dominio permettendo a tutti i potenziali interessati di concorrere alle cariche direttive ed ai posti dirigenziali dell'istituto;

se sia previsto, in caso di nomina di persone già titolari di incarico pubblico, funzionale od istituzionale, l'obbligo di rinuncia, in parte o del tutto, all'emolumento previsto.

(3-02656)

MASCITELLI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

ormai da diversi mesi CAI-Alitalia avrebbe chiuso il centro d'eccellenza di manutenzione Air One Technic dell'aeroporto d'Abruzzo, trasferendo una cospicua parte manutentiva all'azienda Atitech di Napoli, lasciando così senza lavoro e prospettive 80 lavoratori con un'età media di 33 anni, nonostante i costi manutentivi di Air One Technic siano tra i più competitivi d'Europa, viste anche le molteplici certificazioni aeronautiche acquisite negli anni rispetto a più tipi di aeromobili;

è sembrato si potesse trovare una soluzione per i lavoratori quando una cordata di imprenditori abruzzesi, capitanata dal vice presidente di Confindustria Abruzzo, il dottor Paolo Primavera, si è offerta di rilevare l'azienda già chiusa dal 1° maggio 2011;

una delegazione di operai, di propria iniziativa, ha occupato il tetto di un edificio all'interno del sedime aeroportuale, rimanendo lì per una settimana, per ottenere un primo incontro tra la dirigenza CAI, imprenditori e rappresentanti istituzionali locali;

l'esito di quel tavolo, a giudizio dell'interrogante e dei lavoratori, sarebbe stato negativo, con tentativi da parte dei vertici di Alitalia di scoraggiare l'intervento della cordata per rilevare l'azienda;

successivamente il silenzio calato sulla vicenda e l'arenarsi di ogni trattativa hanno portato i lavoratori a mettere in campo altre iniziative grazie alle quali è stato organizzato un nuovo incontro con la compagnia aerea, questa volta in presenza del Presidente della Regione Abruzzo;

nel nuovo incontro si è parlato della possibilità che CAI potesse cedere l'azienda garantendo alla cordata di imprenditori abruzzesi alcune commesse per 2 anni: per questo gli stessi imprenditori hanno tempestivamente trasmesso il piano industriale, richiesto da CAI;

i nuovi potenziali acquirenti, dopo aver inviato a CAI il piano industriale, non hanno più ricevuto risposta nonostante vari interventi nei confronti della compagnia. Vista però l'intenzione di andare avanti nell'acquisto, per facilitare ulteriormente la trattativa, hanno fatto sapere che avrebbero rinunciato anche alle commesse inizialmente garantite da CAI, purché CAI liberasse in tempi strettissimi gli hangar, operazione non molto difficoltosa ma indispensabile per l'avvio della nuova società;

risulta che a questa richiesta CAI abbia risposto positivamente, ma successivamente avrebbe inviato una lettera alla società che gestisce l'aeroporto, Saga SpA, chiedendo oltre 2 milioni di euro per liberare gli hangar; la Saga, dopo aver analizzato attentamente i documenti in suo possesso, comunicava a CAI la non legittimità della richiesta, portando la questione degli hangar in una fase di stallo nella quale versa tuttora,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo intenda accertare i fatti che hanno portato alla situazione di stallo e favorire l'attuazione degli interventi organizzativi necessari all'avvio della nuova società, in modo da tutelare il diritto al lavoro degli 80 operai coinvolti.

(3-02657)

VITA - Ai Ministri per i beni e le attività culturali e del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

la Società italiana degli autori ed editori (SIAE), ente pubblico economico a base associativa, conta oltre 100.000 autori ed editori fra i propri associati;

fino alla fine del 2011 elargiva a coloro che avevano maturato i requisiti necessari un assegno di professionalità mensile e vitalizio di 615 euro a partire dai 60 anni di età;

inoltre metteva a disposizione di tutti coloro che avessero maturato almeno un centesimo di diritti d'autore nel corso dell'anno precedente una polizza infortuni e un'assicurazione malattia;

con delibera del commissario straordinario Gian Luigi Rondi, in data 15 novembre 2011, è stata improvvisamente abolita l'erogazione dell'assegno di professionalità, costituito esclusivamente con i soldi degli associati, mediante la trattenuta del 4 per cento dai diritti degli autori e il 2 per cento degli editori, e dal 1° marzo 2012 sono state anche soppresse le polizze assicurative;

la delibera è stata resa pubblica il 13 gennaio 2012, con valore retroattivo al 1° gennaio 2012, non rispettando le legittime aspettative di tutti i percettori e nemmeno attuando un regime di moratoria, per dar modo ai fruitori di provvedere alla mancata erogazione di un assegno, per molti essenziale, per tutti un diritto, basato sul vigente regolamento;

il nuovo regolamento del fondo di solidarietà vorrebbe trasformare i diritti in beneficenza e non necessariamente a favore di coloro a cui è stato trattenuto il contributo, per cui chi aveva maturato il diritto per raggiunta anzianità dovrà attendere i 65 anni di età e dimostrare una vera povertà, ovvero non superare gli 8.000 euro annui di reddito, per ricevere un mensile largamente inferiore;

gli autori hanno reagito con sbalordimento e indignazione. In 200 hanno già firmato un appello (tra questi Dacia Maraini, Carlo Lizzani, Ettore Scola, Diego Cugia);

molti associati non si sono preoccupati di stipulare assicurazioni private perché sapevano di poter contare su quelle previste dal loro fondo, quindi ora si trovano, anche dal punto di vista sanitario, completamente scoperti;

considerato che centinaia di autori anziani e a fine carriera si trovano senza alcuna possibilità di beneficiare di altri contributi per il loro mantenimento, mentre il capitale accantonato del fondo ammonta a ben 87 milioni di euro, i cui interessi si vorrebbero destinare a scopi diversi, violando un vincolo di destinazione e l'affidamento di tutti gli associati,

si chiede di conoscere quali misure i Ministri in indirizzo intendano adottare per evitare la sospensione delle erogazioni e delle assicurazioni, giuste e dovute, sulle quali gli autori anziani facevano da molti anni affidamento e che consideravano un diritto non sostituibile da un assegno di povertà.

(3-02658)

FASANO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e delle politiche agricole alimentari e forestali - Premesso che:

con riferimento al decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, è rimasta disattesa la regolamentazione della posizione degli addetti alla vigilanza delle corse presso l'Agenzia per lo sviluppo del settore ippico - Assi (ex Unione nazionale incremento razze equine, Unire), ancorché, in sede di audizione alla 9ª Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare) del Senato, in data 9 marzo 2011, il Commissario straordinario dell'Agenzia, professor Claudio Varrone, avesse assunto formale impegno a superare le criticità, tra le quali vi era quella degli addetti alla vigilanza delle corse;

il personale, allo stato, si trova nella posizione di funzionario onorario, con regolamento previdenziale di cui ai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (Co.Co.Co.), che non è riferibile all'ipotesi di collaborazione costante e finalizzata ad attività ordinariamente ed istituzionalmente programmate dall'Agenzia;

in tale situazione mancano dei criteri guida per la nomina degli addetti alla vigilanza che garantiscano trasparenza e realizzino, per quanto possibile, la fidelizzazione degli addetti verso l'Agenzia;

considerato che:

il personale di vigilanza alle corse attualmente non è utilizzato, in via assolutamente prioritaria, tenendo conto di coloro che hanno superato selezioni con idoneità agli incarichi e solo per la posizione professionale acquisita;

detti collaboratori, per le opportunità di fidelizzazione di diretto riferimento esclusivo all'Agenzia, non sono, allo stato, nominati dando assoluta priorità a coloro che svolgono la funzione come unica attività;

tenuto conto che:

la stabilizzazione degli addetti verso l'Agenzia contribuirebbe a dare efficienza alla pubblica amministrazione, a maggior ragione in un settore che si regge su attività sportive e scommesse che devono garantire il pubblico e gli scommettitori relativamente alla più assoluta trasparenza nello sviluppo delle gare presso gli ippodromi, sia per il settore del galoppo che per quello del trotto;

la stabilizzazione garantirebbe anche un livello economico adeguato agli addetti, economia di spesa e crescita professionale per il maggiore utilizzo di coloro che dedicano le loro energie lavorative solo al rapporto con l'Agenzia ed eviterebbe che pochi fortunati possano aggiungere i compensi dell'Agenzia a posizioni professionali e lavorative già sufficientemente garantite,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza, ciascuno per quanto di competenza, della situazione e se e quali azioni intendano promuovere affinché sia dato un definitivo inquadramento, previa valutazione del Dipartimento della funzione pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, sulla posizione giuridica di detto personale.

(3-02659)

BERTUZZI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che:

i recenti eventi calamitosi verificatisi con eccezionali precipitazioni nevose, accaduti diffusamente su quasi tutto il territorio nazionale, in particolare al Centro-Nord, oltre a provocare disagi alle popolazioni colpite, hanno evidenziato l'inadeguatezza del sistema infrastrutturale e organizzativo della rete ferroviaria italiana, che non riesce a supportare e gestire le difficoltà sviluppatesi a causa del maltempo;

a causa dell'abbondante nevicata e del ghiaccio che si è formato sui binari, cui si sono aggiunti crolli di alberi e rami, numerosi convogli ferroviari hanno subito ritardi e blocchi creando molti disagi ai viaggiatori, alcuni dei quali hanno raccontato sui social network le loro interminabili ore di viaggio, spesso trascorse al gelo a causa del malfunzionamento del riscaldamento;

alcune carenze organizzative e di mezzi sono state solo parzialmente compensate da un oggettivo e diffuso impegno da parte di molti cittadini, amministratori locali, volontari della protezione civile;

fin dalle prime ore di nevicate si sono registrati e segnalati ritardi negli orari di partenza e arrivo dei convogli, cancellazioni, congestioni al traffico dovuti alla mancata gestione della neve presente in molte parti dei binari, e progressivamente si è arrivati ad una situazione di estrema difficoltà;

considerato che:

in data 1° febbraio 2012, i passeggeri del treno 615 Intercity Bologna-Taranto, già toccato dai tagli del dicembre 2011, hanno vissuto una vera odissea. Partito da Bologna verso le ore 14,40, il treno si è fermato poco più tardi tra Forlì e Cesena, nei pressi dello scalo merci in località Villa Selva, e vi è fino alle 21,30 di sera, vale a dire per 7 ore. Il treno, diretto a Taranto, a causa del collegamento di un cavo di alimentazione e dell'impianto frenante del convoglio, non è mai arrivato nemmeno a Cesena. Trenitalia, che aveva parlato di 600 passeggeri a bordo, anziché 2.000, comprese due scolaresche, come si è appreso in seguito, oltre ai disagi provocati da ore di ritardi, da vagoni con i finestrini rotti e dal ghiaccio all'interno, è riuscita a far ripartire l'Intercity solo al terzo tentativo, lasciando per ore i passeggeri senza riscaldamento e con luce elettrica ad intermittenza;

ancora, il treno regionale veloce 2127, che da Bologna porta nelle terre del Nevone, sarebbe dovuto partire alle ore 12,35 e portare in un'ora i passeggeri a destinazione in Romagna, fra Forlì e Cesena, dove nelle città ci sono 80 centimetri di neve e sulle colline anche un metro e mezzo. Si annuncia ai viaggiatori che il treno regionale per Ancona, causa precipitazioni nevose, viaggia con 30 minuti di ritardo: alle 13,40 i minuti sono 85, alle 13,50 sono 100 e 115 alle 14,15. Alle ore 14,25 l'annuncio dell'arrivo del treno al binario, atteso per almeno il doppio del tempo di percorrenza dell'intera tratta;

gravi disagi anche sulla linea ferroviaria Bologna-Poggio Rusco/Verona che, nella provincia di Modena, ha fermate a Camposanto, San Felice e Mirandola. In data 1° e 2 febbraio, su questo tratto di strada ferrata solamente tre treni hanno viaggiato in orario, mentre un quarto dei convogli è stato cancellato e il restante ha sofferto ritardi fino a 328 minuti all'arrivo nella città felsinea, 116 invece in quella scaligera;

a Bologna si sono registrate le criticità maggiori: riduzione del numero dei convogli, stazione presa d'assalto, passeggeri intirizziti, accampati per ore in terra in attesa di partire e raggiungere le località di destinazione. Un regionale nella mattinata del 2 febbraio è rimasto bloccato per 4 ore tra Fossato di Vico e Gualdo Tadino; mentre per un Intercity lungo l'Adriatica, rimasto fermo per un'ora e mezzo tra Forlì e Cesena, si è ripetuta l'odissea del giovedì precedente; e tanta paura a Vernio, dove la linea ferroviaria Prato-Bologna è stata interrotta a causa della caduta di pali della linea elettrica per la neve e il ghiaccio. La cancellazione di 13 treni su 21, con solamente due convogli in orario, ha lasciato i passeggeri alla stazione di Bologna ad aspettare per oltre 4 ore, tra le 16 e le 20, nella speranza di prendere un treno verso Verona. Ancora peggio è andata ai pendolari in attesa nelle stazioni intermedie: cancellati quasi tutti i treni Fer (Ferrovie Emilia-Romagna), si parla addirittura del 60 per cento. Sebbene nella giornata del 1° febbraio Trenitalia abbia comunicato che era in funzione il 70 per cento dei treni regionali, 54 treni ad alta velocità passanti per Bologna sono stati cancellati;

l'Assessore regionale alla mobilità Alfredo Peri si dice insoddisfatto per come sono andate le cose sulle ferrovie emiliane e romagnole e denuncia la mancanza di comunicazione da parte del gruppo Ferrovie dello Stato verso le istituzioni locali e la Protezione civile;

i consiglieri regionali del Partito democratico dell'Emilia-Romagna, Damiano Zoffoli e Thomas Casadei, affermano che, nonostante la situazione fosse stata preannunciata, Trenitalia non è stata assolutamente capace di gestire l'emergenza maltempo che, di fondo, ha creato disservizi non solo a causa del ghiaccio sui binari, ma anche per via di una serie di rotture del materiale rotabile che testimonia la vetustà del parco treni utilizzato, oltre alla straordinaria carenza di personale dedicato;

rilevato che:

il trasporto pubblico locale è un servizio indispensabile, che coniuga diversi importanti vantaggi: un minor inquinamento ambientale, un minor congestionamento delle strade, una mobilità più sostenibile: in sintesi, un miglioramento della qualità della vita;

i cittadini emiliano-romagnoli, anche attraverso gli impegni finanziari della Regione (oltre 117 milioni di euro all'anno per il contratto di servizio con CTI), pagano un servizio che, per definirsi tale, dovrebbe almeno garantirli dal blocco del traffico ferroviario a causa del maltempo;

i viaggiatori hanno denunciato la scarsa assistenza fornita da Trenitalia, che non è stata in grado di liberare i tratti di ferrovia ghiacciati, e sono già numerosi gli utenti che intendono organizzare una class action nei confronti di Trenitalia;

al di là degli aspetti legati a questa vicenda, che pure continuano tutt'oggi con ritardi e soppressioni, sono comunque ormai quotidiane le difficoltà e le criticità che portano alla luce l'inefficienza complessiva di buona parte del servizio di trasporto ferroviario nazionale, che raggiunge standard di efficienza qualitativa non paragonabile a quella della media dei restanti Stati europei, arrecando forti difficoltà anche ai pendolari che utilizzano questo mezzo di trasporto pubblico quotidianamente per recarsi a lavoro;

i disagi non sono da addebitare esclusivamente alla portata eccezionale del fenomeno meteorologico che, in certi casi, ha solo aggravato lo stato di manutenzione e gestione delle linee ferroviarie esistenti, costituendo così una concausa aggravante dei disagi provocati dal maltempo. Le cause principali di quanto accaduto, infatti, sono piuttosto da imputare alla mancata organizzazione nella gestione dell'emergenza da parte di Trenitalia, all'inadeguatezza e arretratezza di buona parte delle reti infrastrutturali ferroviarie del Paese - non dotate dei sistemi di scongelamento degli scambi e delle linee di alimentazione elettrica - e alla vetustà del materiale rotabile, oltre che delle carrozze non dotate di sistemi di riscaldamento e di comfort,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti riportati in premessa e quali siano le sue valutazioni in merito alla situazione;

quale sia in dettaglio il quadro delle soppressioni e dei ritardi verificatisi sulle linee reggio-emiliane nei mesi di gennaio e febbraio 2012 e quale sia lo stato del materiale rotabile sulle stesse linee;

se non reputi opportuno effettuare una verifica del piano messo in atto da Trenitalia per fronteggiare l'emergenza neve, al fine di valutare le criticità emerse nelle misure intraprese e le cause dell'inefficacia del piano stesso, così da poter scongiurare il verificarsi di situazioni analoghe nel futuro e da fornire ai cittadini un servizio di qualità;

se non intenda attivarsi per promuovere, di concerto con gli organi preposti per competenza, un piano di intervento straordinario finalizzato alla destinazione di risorse adeguate per realizzare gli investimenti necessari al recupero e all'ammodernamento delle infrastrutture ferroviarie al fine di garantire ai cittadini un'adeguata offerta del servizio e il mantenimento di elevati standard di qualità ed efficienza che scongiurino il ripetersi delle drammatiche situazioni avvenute durante i recenti fenomeni meteorologici.

(3-02661)

GHEDINI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro del lavoro e delle politiche sociali - Premesso che:

in data 31 marzo 2011 è stato presentato dall'interrogante e altri senatori l'atto di sindacato ispettivo 3-02036, che qui si intende integralmente richiamato, relativo alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro;

in risposta a tale atto, l'allora Sottosegretario di Stato Luca Bellotti, in data 23 giugno 2011, illustrando un repertorio di misure riconducibili a norme previgenti varate dal Governo Prodi per la promozione dell'occupazione femminile, non ha espresso alcuna indicazione circa gli interventi che il Governo Berlusconi ed il ministro Sacconi intendessero adottare per attuare e finanziare gli impegni assunti con le parti sociali, attraverso la sottoscrizione dell'avviso comune "Azioni a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro", il 7 marzo 2011;

l'occupazione femminile e la rete di protezione sociale ed economica per le lavoratrici donne rappresenta un elemento fondante per lo sviluppo e la crescita economica del sistema produttivo nazionale e locale;

il nostro Paese appare in grave ritardo con riferimento all'adozione delle misure necessarie in materia di conciliazione familiare, asili nido, incentivi al lavoro femminile, superamento delle discriminazioni e degli ostacoli, sia per quanto concerne l'accesso al mondo del lavoro delle donne, sia per quanto riguarda la loro crescita professionale e l'avanzamento in carriera. Inoltre, nel contesto degli orientamenti sull'occupazione e della valutazione delle politiche nazionali per l'occupazione, a livello comunitario è stata recentemente ribadita l'importanza di adottare politiche nazionali finalizzate a migliorare la parità di genere sul mercato del lavoro, l'inclusione sociale delle donne e la promozione dell'imprenditorialità e del lavoro autonomo delle donne, tanto è vero che, nella risoluzione adottata l'8 marzo 2011 sugli aspetti della povertà femminile nell'Unione europea, il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri programmi specifici per promuovere l'inclusione attiva o il reinserimento delle donne nel mercato del lavoro e opportunità specifiche di apprendimento permanente mirate a fornire le competenze e le qualifiche necessarie;

la situazione si inserisce in un quadro che vede la forza lavoro femminile fortemente penalizzata dalla crisi economica in atto. L'Istat ha recentemente comunicato dati allarmanti sul numero delle donne occupate che rimane fermo al 46,4 per cento, contro il 60 per cento che si sarebbe dovuto raggiungere ben due anni fa, secondo gli obiettivi stabiliti dall'Unione europea a Lisbona, mentre l'occupazione degli uomini è pari al 68,6 per cento. Inoltre, l'Istat evidenzia che il carico di lavoro di cura continua a essere particolarmente elevato e le politiche di conciliazione lavoro-famiglia non hanno ancora realizzato la necessaria flessibilità organizzativa caratteristica di molti altri Paesi europei;

elemento fondamentale per aumentare l'occupazione femminile è l'ampliamento ai servizi per la prima infanzia, la condivisione del lavoro di cura dei figli, il sostegno agli anziani e ai non autosufficienti;

ancora da un recentissimo studio dell'Istat, pubblicato a fine 2011, su "Conciliazione tra lavoro e famiglia", si rileva l'entità del fenomeno: sono circa 15.182.000 (il 38,4 per cento della popolazione di riferimento) le persone che nel 2010 dichiarano di prendersi regolarmente cura di figli coabitanti minori di 15 anni, oppure di altri bambini, di adulti malati, disabili o di anziani;

secondo i dati riportati negli atti del convegno "Stati generali sul lavoro delle donne in Italia", Cnel, 2 febbraio 2012, nel 2010 solo il 18 per cento dei bambini sotto i due anni si sono avvalsi di almeno uno dei servizi socio educativi, con squilibri territoriali rilevanti (sotto il 10 per cento in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno e circa il 30 per cento in altre regioni del Centro-Nord). Il rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del Paese sottolinea che la quota di domanda soddisfatta è ancora molto limitata: nel 2009, la percentuale di bambini tra zero e due anni iscritti a nidi pubblici è pari appena all'11,3, mentre il 40 per cento dei bambini che vanno al nido frequenta una struttura privata;

la situazione delle donne sul mercato del lavoro è peggiorata con la crisi, al punto che non è più procrastinabile la riforma del welfare e la predisposizione di politiche volte allo sviluppo di una rete di servizi ampia e funzionante e di forme di lavoro flessibili nell'ottica della conciliazione, facilitando anche la crescita dell'occupazione femminile nel settore dei servizi;

nella sua audizione in 1a Commissione permanente (Affari costituzionali, affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno, ordinamento generale dello Stato e della Pubblica amministrazione) del Senato, il Ministro del lavoro, in data 24 gennaio 2012, in merito alla questione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, sottolinea come non si tratti una problematica esclusivamente femminile: si tratta di affermare progressivamente una mentalità nuova che già da tempo ispira le politiche di altri Paesi europei, per cui la cura dei figli e i conseguenti congedi parentali/genitoriali sono profili condivisi all'interno della coppia, in una scelta che può essere pertanto anche maschile;

considerato che:

la legge 24 dicembre 2007, n. 247 ("Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l'equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale"), delegava il Governo ad adottare, entro 12 mesi, misure finalizzate all'incremento dell'occupazione femminile;

tra le altre cose, i decreti legislativi attuativi della delega dovrebbero prevedere «incentivi e sgravi contributivi mirati a sostenere i regimi di orari flessibili legati alle necessità della conciliazione tra lavoro e vita familiare, nonché a favorire l'aumento dell'occupazione femminile», non soltanto mediante una revisione della vigente normativa in materia di congedi parentali nel senso di una maggiore durata e sostegno economico, ma anche con il rafforzamento di istituti di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (tempo parziale e telelavoro) e della rete dei servizi per l'infanzia e agli anziani non autosufficienti, in funzione di sostegno dell'esercizio della libertà di scelta da parte delle donne nel campo del lavoro;

i termini di esercizio della delega sono stati ripetutamente prorogati, senza che ad essa sia stata data attuazione;

da ultimo, con l'articolo 46 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (cosiddetto collegato lavoro), è stato riaperto il termine per l'esercizio della delega al Governo, con un differimento di ulteriori 24 mesi (scadenza novembre 2012);

nell'ambito del piano Italia 2020 per l'occupabilità, il 7 marzo 2011, è stato sottoscritto il citato avviso comune con le parti sociali per individuare e condividere una serie di strumenti utili nell'ambito del mercato del lavoro, per favorire la flessibilità lavoro/famiglia e quindi la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro;

nel testo dell'avviso comune si legge che le parti "condividono il valore di una flessibilità family friendly come elemento organizzativo positivo e l'importanza di una modulazione flessibile degli orari di lavoro" e ancora "si impegnano, fermi restando gli assetti della contrattazione collettiva, a valorizzare le buone pratiche di flessibilità family friendly e di conciliazione esistenti";

inoltre, l'unico impegno concretamente riferibile al Governo è quello a dare piena attuazione all'articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53, che prevede incentivi a sostegno delle misure volte a conciliare i tempi di vita e di lavoro;

rilevato che:

di tali interventi era prevista copertura nell'ambito del Fondo per le politiche per la famiglia di cui all'articolo 19 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, e lo stanziamento di detto Fondo è stato ridotto dal Governo Berlusconi per l'anno 2010 a 174 milioni di euro e successivamente a 25 milioni per il 2011;

le somme iscritte ad oggi al bilancio dello Stato per le politiche di sostegno alla famiglia risultano pari a 31 milioni di euro per il 2012, 21 milioni di euro per il 2013 e 23 milioni di euro per il 2014;

di tali somme risultano disponibili, alla data odierna, solo 9 milioni di euro sui 31 del finanziamento per l'anno 2012,

si chiede di sapere:

quali siano in dettaglio gli impieghi e/o le destinazioni di cui sono stati oggetto i 22 milioni di euro in cui consiste il differenziale tra la dotazione originaria del 2012 e la sua attuale consistenza;

con quali risorse il Governo abbia fatto e/o intenda far fronte agli impegni assunti con le parti sociali con la sottoscrizione dell'avviso comune "Azioni a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro";

in quali tempi e con quali misure intenda dare fattivamente attuazione alla delega in materia di occupazione femminile contenuta da ultimo nella legge n. 183 del 2010;

se, conseguentemente, abbia già stabilito un percorso istruttorio e una tempistica attuativa della delega medesima, atteso che essa viene in scadenza prima della fine del 2012.

(3-02663)

DIVINA, FRANCO Paolo, STIFFONI, CASTELLI - Al Ministro dello sviluppo economico - Premesso che:

in questi giorni le imprese, gli studi professionali, le società stanno ricevendo una lettera da parte della Rai in cui si chiede il pagamento del canone speciale per la detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive al di fuori dall'ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall'uso al quale gli stessi vengono adibiti;

il decreto-legge n. 201 del 2011, cosiddetto salva Italia, all'articolo 17, prevede che le società e le imprese, nella relativa dichiarazione dei redditi, debbano indicare il numero di abbonamento speciale alla radio o alla televisione e la categoria di appartenenza, ai fini della verifica del pagamento del canone di abbonamento radiotelevisivo speciale, ma non si fa in alcun modo riferimento ai computer collegati in rete;

la cifra da versare può variare da un minimo di 200 ad un massimo di 6.000 euro, a seconda della tipologia dell'impresa;

secondo una prima stima, il balzello potrebbe colpire circa 2 milioni di liberi professionisti che rischiano di dover versare alla televisione pubblica oltre 400 milioni di euro all'anno senza per questo utilizzare il mezzo per ricevere i canali Rai. Questa cifra, sommata ai 980 milioni che dovrebbero pagare le imprese, la Rai andrebbe ad incassare circa 1,4 miliardi di euro;

non è chiara la ratio secondo cui la Rai, ente sicuramente non competente nel fornire interpretazioni autentiche di norme di legge, senza previa comunicazione ufficiale del Ministero dello sviluppo economico, abbia identificato nei computer collegati in rete gli apparecchi soggetti al pagamento, mentre abbia deciso che i computer non collegati non siano assoggettati al pagamento, visto che la legge istitutiva del canone (regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246) prevede il pagamento per tutti gli apparecchi "atti o adattabili" alla ricezione del segnale;

per quanto riguarda l'individuazione della tipologia di apparecchi che determinano l'obbligo del pagamento del canone Rai, l'Agenzia delle entrate, con nota del 15 marzo 2008, prot. n. 954-38963, ha avuto modo di affermare che "spetta al Ministero delle comunicazioni procedere a tale individuazione", ed in effetti l'Agenzia ha poi proceduto a chiedere al Ministero di fornire precisazioni riguardo la problematica, senza peraltro ottenere mai risposta;

mentre il Governo precedente ha sostenuto il processo di informatizzazione della pubblica amministrazione, che ha reso necessario l'utilizzo di strumenti informatici da parte di tutte le aziende ai fini dell'espletamento delle pratiche burocratiche e fiscali, l'attuale Governo ha scelto di tassare quegli stessi strumenti informatici, presumibilmente sulla base di un'ipotetica visione di programmi in streaming, inserendo quindi, nei fatti, una tassa sull'innovazione, sullo sviluppo tecnologico e sul lavoro, al quanto inopportuna per i tempi correnti,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno, nelle more dell'adozione degli atti successivi necessari alla risoluzione della questione, attivarsi affinché siano sospesi gli effetti delle richieste di pagamento inviate dalla RAI Radiotelevisione italiana SpA per la corresponsione del canone speciale di abbonamento e conseguentemente l'applicazione delle disposizioni di cui all'art. 17 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214;

se non ritenga opportuno identificare con chiarezza ed urgenza quali sono gli apparecchi per i quali è dovuto il pagamento del canone Rai, escludendo specificatamente quegli strumenti che normalmente sono utilizzati come strumenti di lavoro quotidiano nelle imprese, nelle società e negli studi professionali.

(3-02667)

GRANAIOLA, BASSOLI, BIONDELLI, BOSONE, COSENTINO, CHIAROMONTE, DONAGGIO - Al Ministro della salute - Premesso che:

la fibrosi cistica è una malattia genetica progressiva e mortale per la quale non esiste ad oggi una cura, mentre la ricerca va avanti, ci si sforza di combatterne i sintomi e la speranza di vita è passata da meno di 6 anni degli anni '60 ai quasi 40 odierni;

la legge 23 dicembre 1993, n. 548, recante: "Disposizioni per la prevenzione e la cura della fibrosi cistica", ha costituito il modello per tante altre patologie croniche o rare ed è tuttora attuale e molto avanzata;

essa attribuisce una serie di compiti alle Regioni, tra i quali la ricerca, l'inserimento sociale, scolastico e lavorativo, la formazione di personale qualificato, l'organizzazione di un servizio di ospedalizzazione domiciliare e molti altri, oltre alle competenze in materia di cura e riabilitazione;

le persone affette da fibrosi cistica, che lottano ogni giorno contro una malattia mortale ad oggi senza cura, grazie a questa legge lungimirante e all'alleanza con la ricerca e con gli operatori sanitari, stanno vincendo una battaglia dopo l'altra e allungando la loro speranza di vita;

la legge è finanziata, in misura insufficiente, con complessivi 4.390.000 euro a valere sul Fondo sanitario nazionale, dei quali 3.100.000 per l'assistenza e 1.290.000 per la ricerca, ripartiti tra le Regioni in base al numero dei malati e degli abitanti e le già esigue risorse non sono mai state rivalutate, mentre i pazienti sono raddoppiati;

per consentire un'adeguata assistenza le associazioni di volontariato contribuiscono con borse di studio, contratti ed altre attività per circa 1.600.000 euro, pari ad oltre il 50 per cento di quanto erogato dallo Stato per la sola assistenza;

questo stato di cose, anche se imperfetto, ha portato l'Italia a ottimizzare le risorse riducendo i costi e ad essere il Paese in Europa con la migliore sopravvivenza (età media 21,13 anni, contro 15,71 della Francia, 18,71 dell'Inghilterra, 17,63 della Germania, 12,4 della Grecia, secondo dati forniti dal Registro europeo dei pazienti con fibrosi cistica);

nei prossimi giorni la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano discuterà il patto per la salute 2013-2015, discussione all'interno della quale si introduce la possibilità di abolire la quota di finanziamento del Fondo sanitario nazionale finalizzato a fibrosi cistica, AIDS, eccetera, con relativa messa a disposizione delle Regioni delle risorse dedicate a tali patologie nel fondo indistinto;

il finanziamento dello Stato con i fondi finalizzati rappresenta una parte inferiore al 40 per cento di quanto la maggioranza delle Regioni spendono per la fibrosi cistica e che dovranno comunque continuare a spendere, anche se in misura ridotta per i tagli che verranno introdotti;

per una piccola minoranza di Regioni tali fondi rappresentano invece una quota sotto la quale è impossibile scendere per offrire un minimo di assistenza, comunque inadeguata, ai pazienti affetti da fibrosi cistica;

senza un finanziamento specifico una normativa avanzata come quella recata dalla legge 23 dicembre 1993, n. 548, che non ha ancora trovato piena applicazione ma che ha comunque portato in Italia enormi benefici sia in termini di organizzazione, che di risparmi, e non ultimo in termini di prolungamento della durata della vita dei pazienti, sarà di fatto svuotata di significato;

negli anni le associazioni di volontariato hanno sostenuto con tutte le energie possibili, soprattutto economiche, i centri di cura di riferimento, ma nel caso si dovesse attuare la citata proposta, per i pazienti affetti da fibrosi cistica il tanto auspicato diritto alla salute verrebbe meno,

si chiede di sapere:

quali misure intenda assumere il Ministro in indirizzo affinché si scongiuri, nella discussione sul patto per la salute 2013-2015, la possibilità che la quota di finanziamento del Fondo sanitario nazionale finalizzata alla fibrosi cistica sia cancellata, finendo nel fondo indistinto;

se intenda provvedere al rifinanziamento, in misura sufficiente, delle risorse destinate alla cura dei pazienti affetti da fibrosi cistica e alla ricerca finalizzata a sconfiggere questa malattia.

(3-02669)