BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è con qualche imbarazzo che illustrerò questo ordine del giorno, perché fra mozioni e ordini del giorno rischiamo di fare una commedia all'italiana di fronte a una tragedia prossima ventura. Commedia all'italiana, perché io ricordo che da oltre tre anni, in più occasioni, quasi in ogni provvedimento all'attenzione di questa Aula, mi sono permesso, insieme ad altri colleghi e in varie posizioni politiche (in maggioranza a sostegno del Governo Berlusconi, poi all'opposizione, e oggi in maggioranza a sostegno del Governo Monti), di sollevare questo specifico argomento, che è parte di quel gioco delle tre carte sulla finanza pubblica che ci ha portato alle condizioni tragiche di novembre e dicembre, e ancora oggi difficili e pericolose.
Lo definisco gioco delle tre carte perché non pagare per cassa i debiti significa far finta di contenere il fabbisogno di cassa della pubblica amministrazione, che è quello che incide sul debito pubblico. Ovviamente, però, si accumulano debiti in competenza. Io mi sono permesso di proporre qualche soluzione, anche tecnicamente avveduta, e parlo sì come senatore, ma, se permettete, anche come persona informata della materia, e non dei fatti, perché fatti finora non ce ne sono stati, e neanche queste mozioni e questi ordini del giorno li produrranno.
Mi spiego sul gioco delle tre carte. Ci si è detto che, ovviamente, pagare questi 70 miliardi di debiti delle pubbliche amministrazioni significa evidenziare all'improvviso un salto nel debito pubblico e quindi informare i mercati che il debito pubblico italiano non è pari a circa 1.900 miliardi di euro, ma a 1.970 miliardi, cioè a quattro o cinque punti di PIL in più.
Cari colleghi, signor Presidente, questo dato circola da anni in tutti i mercati finanziari internazionali, che non hanno l'anello al naso e che sanno perfettamente che l'Italia ha un debito pubblico che comprende i 70 miliardi di mancati pagamenti. Non gliela diamo certo a bere. Questi 70 miliardi stanno già dentro lo spread, che esprime appunto le valutazioni dei mercati. (Applausi del senatore Sangalli).
Allora ci si è detti che però un conto è che i mercati lo sappiano, e un conto è che tale dato risulti nelle statistiche ufficiali. Ma, signor Presidente, onorevoli colleghi, se da quattro anni una istituzione importante della nostra Repubblica, che si chiama Corte dei conti, scrive ogni anno nella sua relazione annuale la cifra dei debiti delle pubbliche amministrazioni, questo è già un dato ufficiale, a meno che non diciamo che la Corte dei conti non ha niente a che vedere con la Repubblica italiana.
In secondo luogo, dobbiamo tener presente che negli ultimi 30 anni un terzo del debito pubblico italiano, un terzo di quei 1.900 miliardi, non è mai passato per il conto economico delle pubbliche amministrazioni, perché, come qualche collega più o meno coetaneo rispetto a me ricorderà, ogni quattro o cinque anni si compivano le operazioni dei cosiddetti debiti pregressi. Si accumulavano i debiti sotto il tappeto, poi si evidenziavano ogni quattro o cinque anni e, con un'operazione di debito pregresso, quella voce di debito andava sotto la linea, perché nessun Parlamento aveva certificato nel bilancio annuale quella posta.
Un terzo del debito pubblico italiano non è mai passato per le Aule parlamentari nell'approvazione del bilancio delle pubbliche amministrazioni, ma è passato attraverso questo escamotage dei debiti pregressi, che apparivano, per regola contabile, sotto la linea.
Mi sono dunque adoperato a proporre di tenere ferme le carte formali, ma di dare alle imprese la possibilità di rendere liquide quelle fatture, tant'è che più volte, insieme a tanti altri colleghi, ho proposto semplicemente l'accettazione delle fatture da parte delle pubbliche amministrazioni per distinguere quelle vere da quelle eventualmente false. In questo modo, il rapporto debito-credito non cambierebbe giuridicamente di una virgola, ma l'impresa, con la fattura accettata, potrebbe andare da qualunque banca, che sarebbe libera di decidere se fare factoring (ossia l'anticipazione della fattura). Se una quota modesta di quei 70 miliardi (anche solo 10 o 15) potesse o avesse potuto - già l'anno scorso - essere resa liquida alle imprese attraverso quest'operazione finanziaria (che riguarda il rapporto tra impresa e banca, nel quale non c'entra affatto la pubblica amministrazione), forse avremmo realizzato la più grande manovra di sostegno alle imprese e alla crescita, al di là di tutti i bla bla su tassinari, farmacisti e quant'altro. Queste ultime sono cose che pure condivido e giudico positive, ma che sulla crescita avrebbero di certo un impatto enormemente minore dei suddetti 10 o 20 miliardi di liquidità dati alle imprese.
Mi fu detto che la cosa non era possibile, perché, nel momento in cui la pubblica amministrazione dovesse accettare la fattura, questo statisticamente rientrerebbe non nel debito pubblico - che, lo ribadisco, è per cassa - ma nell'indebitamento netto di competenza. Ho sentito per parecchie notti fra' Luca Pacioli, l'inventore della partita doppia, rivoltarsi dentro la tomba, perché ciò significa confondere il conto economico con lo stato patrimoniale. Dire che l'emersione, attraverso la certificazione di un debito, va messa nel conto economico annuale e registrata sotto un improvviso balzo dell'indebitamento netto di competenza (cioè quel famoso deficit che dovremmo azzerare l'anno prossimo), significa smentire cinque secoli di regole della partita doppia. Qualunque piccolo studente - non di università, ma di ragioneria in un istituto tecnico - che mettesse una posta di debito nel conto profitti e perdite verrebbe immediatamente bocciato. Questo è quello che mi sono sentito dire.
Rispetto quindi alle mozioni e ai nostri ordini del giorno, compreso quello a mia prima firma, mi sembra di vivere una scena alla Catalano: è ovvio che voteremo tutti in favore di tutte queste mozioni e di tutti questi ordini del giorno, ma la responsabilità politica che dovremmo assumerci, insieme al Governo, non sta nella mozione o nell'ordine del giorno, bensì nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione effettivamente a favore delle imprese.
È un'emergenza tragica - lo sottolineo - quella che aspetta le nostre imprese e le nostre famiglie nei prossimi sei o sette mesi: è un appello accorato il mio, anche al Governo. Il nostro ordine del giorno tenta, quindi, di andare un po' più in là, al fine di impegnare il Governo non ad una generica promessa di pagamento, ma a creare un fondo specifico, nel quale far confluire quantomeno tutte le entrate derivanti da lotta all'evasione. Viviamo infatti questo paradosso. Sappiamo - da un lato - che ci sono evasori che non pagano le tasse e - dall'altro lato - per tenere i conti in ordine, non paghiamo i debiti a coloro che legittimamente dovrebbero pretenderli da parte di forniture alle varie pubbliche amministrazioni.
Allora - concludo davvero, signor Presidente - per non essere una pura perdita di tempo o anche una pura presa in giro nei confronti delle nostre piccole e medie imprese, questa seduta dovrebbe portare all'impegno corale di Parlamento e Governo, e non a generiche promesse del tipo "vedremo che cosa fare". L'impegno deve consistere nel pagare in tempi certi, magari diluendo i 70 miliardi, anche se, facendo ciò, non si otterrebbe un grande cambiamento. I mercati infatti - lo ripeto - non sono cretini e sanno già dell'esistenza di tale debito. Dobbiamo poi tenere conto di un altro elemento: neanche le nostre famiglie e imprese sono cretine e, purtroppo per loro, nei prossimi 6 o 7 mesi rischiano di vivere una crisi sociale profonda.
Ho già avuto modo di dire che siamo di fronte a Scilla e Cariddi: Scilla è la risposta che dobbiamo dare ai mercati finanziari in termini di equilibrio dei conti pubblici; Cariddi è la risposta che dobbiamo invece dare alle nostre famiglie, ai nostri lavoratori e alle nostre imprese, per non creare una situazione di disagio sociale che rischia di trasformarsi in pochi mesi in una reazione di piazza poco controllabile. Quando i cittadini sono costretti a protestare in piazza per rivendicare diritti sacrosanti, è la fine della politica, perché rischiano di essere soggetti ai capi popoli, ai demagoghi di turno che magari non hanno bene in testa il necessario equilibrio tra risanamento dei conti pubblici e andamento dell'economia reale. Allora sono inutili mille provvedimenti di sostegno alla crescita se, innanzitutto, il primo sostegno alla crescita, anche dal punto di vista di etica politica, è pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni. Non si devono raccontare le tecnicalità della contabilità pubblica. Francamente posso sostenere confronti di ore e ore spiegando ciò che fra' Luca Pacioli ha insegnato oltre quattro secoli fa. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).