Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (355 KB)

Versione HTML base



Legislatura 16ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 672 del 08/02/2012


Ripresa della discussione delle mozioni nn.
519, 528, 541, 544 e 549
(ore 17,48)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Tedesco per illustrare la mozione n. 544.

TEDESCO (Misto). Signor Presidente, colleghi senatori, è una singolare coincidenza quella che vede impegnate le forze rappresentative dei Gruppi senatoriali e l'intero Senato su mozioni concernenti una problematica che va rivestendo veri e propri caratteri di emergenza sociale, quella dei crediti vantati dal sistema dell'impresa italiana nei confronti della pubblica amministrazione e in particolare delle conseguenze che ricadono sul sistema delle piccole e medie imprese da questi ritardi impressionanti.

Devo dire, soprattutto al Governo, che immaginare di partire con una zavorra come questa a carico del sistema delle imprese italiane nel momento in cui si pensa e si lavora in funzione della cosiddetta fase 2, quella della ripresa, è come pensare di riuscire a far spiccare il volo ad un volatile con le ali piene di piombo. È quello che rischia di accadere in questo Paese se non si affronterà in maniera immediata questa emergenza.

Pur condividendo e apprezzando gli sforzi richiamati dai colleghi che mi hanno preceduto, che il Governo ha già compiuto con un primo provvedimento inserito nella normativa sulle liberalizzazioni, vorrei evidenziare che stiamo parlando quasi di una goccia d'acqua in un oceano, se teniamo conto delle dimensioni finanziarie del fenomeno sull'intero territorio nazionale, che, come è stato ricordato, ammontano a circa 70 miliardi di euro di crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione (a non voler considerare i crediti che il sistema economico del Paese vanta al proprio interno nei confronti delle attività poste in essere tra privati). Lo ha recentemente riconfermato l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, offrendo un quadro desolante della condizione italiana, soprattutto se osservato nell'ottica della crescente gravità degli anni che ci lasciamo alle spalle: siamo passati da tempi di pagamento attorno ai 240 giorni, per arrivare al dato più recente, che è stato testé fornito, dei 940 giorni di amministrazioni regionali come la Calabria, passando per i 600 giorni di amministrazioni come la Campania o i 400 giorni circa di amministrazioni come quella pugliese.

Dunque, siamo di fronte ad un fenomeno generalizzato che vede peraltro delle manifestazioni preoccupanti in un drammatico epilogo che spesso segna la sorte di queste imprese, allorquando gli imprenditori, quelli più avvertiti, quelli che hanno sostanzialmente costruito con i propri sacrifici l'impresa, si trovano nelle condizioni essi stessi di non poter onorare i propri debiti e preferiscono - vi sono episodi ripetuti nel Nord come nel Sud del Paese - piuttosto che affrontare l'onta dell'insolvenza togliersi la vita come estremo atto di protesta o se si vuole di coerenza.

Questo dato non può essere ignorato dal Governo e non deve essere ignorato dal Parlamento. Ritengo che con la determinazione e soprattutto l'intelligenza che questo contesto può mettere a disposizione, si possano, in tempi brevi (perché in questo contesto il fattore tempo non è indipendente, se non si vuole che il sistema esploda), individuare quelle misure in grado di alleggerire oggi questa situazione e portarla gradualmente alla normalità.

Si possono e si devono prevedere ulteriori norme di semplificazione ed eliminazione di passaggi burocratici inutili e ridondanti, al fine di giungere a tempi di liquidazione dei debiti delle pubbliche amministrazioni in linea con quelli medi dell'Unione europea. Parliamo di 60-65 giorni di ritardo nei pagamenti, a fronte dei tempi che abbiamo citato nella maggior parte delle realtà del Paese.

Occorre introdurre norme che ripristinino il principio della compensazione dei crediti da parte dei soggetti privati nei riguardi della pubblica amministrazione; introdurre un fondo di rotazione per il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni che può essere attivato proprio presso quella Cassa depositi e prestiti che in altri Paesi, in quelli che, ad esempio, sentono meno i morsi della crisi che stiamo vivendo continentalmente - penso alla Germania - svolge anche questa funzione.

Dunque concludo, signor Presidente, onorevoli senatori, con un appello affinché si possa allertare anche la sensibilità del sistema del credito, del sistema bancario. Questa mattina abbiamo letto tutti l'appello del presidente Monti che, considerando sufficientemente positiva l'azione del sistema bancario nella contingenza difficile del Paese, lo invitava ad essere più coraggioso nella sottoscrizione dei BTP. Credo che questo invito vada nella direzione opposta alla soluzione di questo problema. L'invito dovrebbe invece essere quello di utilizzare la infusione di risorse della quale hanno goduto il sistema creditizio e il sistema bancario nel nostro Paese per metterle a disposizione del sistema produttivo, nella fattispecie del sistema produttivo più in sofferenza, non accentuando, naturalmente, i costi della provviste, e non scaricandoli su un sistema di imprese che, da questo punto di vista, è già ridotto in una condizione di premorienza.

Sono convinto - voglio formulare un auspicio al riguardo - che, proprio per la mobilitazione delle sensibilità diverse ma convergenti del Senato, il Governo voglia apprezzare con la necessaria attenzione e disponibilità l'intendimento che le cinque mozioni presentate, che ora stiamo illustrando, vogliono conseguire. (Applausi del senatore Strano).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Ranucci per illustrare la mozione n. 549.

RANUCCI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, già dalla metà del 2008 le aziende italiane soffrivano del ritardato pagamento della pubblica amministrazione per i servizi resi. Il Partito Democratico fece già all'epoca una serie di azioni per sollecitare il Governo al fine di porre un freno ad una problematica che stava realmente mettendo in ginocchio le aziende. Nel secondo semestre del 2008 vi è stata la grande crisi, la quale ha acuito il problema. Nel 2008 i crediti delle piccole e medie imprese nei confronti della pubblica amministrazione ammontavano a 58-60 miliardi di euro. Nel 2009 è intervenuta anche l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture (AVCP) affermando testualmente che queste imprese, "in misura ancor più forte rispetto alle aziende che operano con committenze private, sono da sempre soggette al gravame di un onere aggiuntivo rappresentato dall'ulteriore costo..." (per ulteriore costo si intende quello relativo agli oneri da pagare agli istituti bancari, cui esse si devono rivolgere a causa del ritardato pagamento).

Dal 2008 è cambiato completamente il mondo: le aziende si sono ritrovate non soltanto ad avere oneri aggiuntivi, ma anche in situazioni per cui hanno dovuto arretrare. Abbiamo verificato un fatto molto grave in questo Paese, cioè l'arretramento di imprese sane, cioè con strutture sane, ma in difficoltà finanziarie, a fronte di un avanzamento della malavita organizzata che ha messo a disposizione di tali aziende risorse provenienti dal riciclaggio; tali risorse sono state investite sempre più nel nostro Paese, dal Sud al Nord. Si tratta di un problema che dobbiamo porci, perché un'azienda privata e sana che non riesce più ad accedere al credito diventa un'immediata preda della malavita organizzata e di coloro che vogliono crearsi un "abito pulito" per agire nel mondo dell'imprenditoria.

Vi è un altro punto veramente incredibile: spesso oggi le imprese non sono in condizione di pagare l'INPS; non pagando i contributi, tali aziende non possono più partecipare alle gare perché non hanno la possibilità di presentare il Documento unico di regolarità contributiva (DURC). Quindi, oltre al danno c'è la beffa: quelle imprese vengono escluse anche dal circuito imprenditoriale del nostro Paese.

Desidero ricordare alcuni dati (peraltro, già illustrati dai colleghi che mi hanno preceduto) resi noti dall'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, i quali evidenziano che i tempi di pagamento delle pubbliche amministrazioni oscillano da un minimo di 92 giorni ad un massimo di 664 giorni (cioè due anni di tempo per riscuotere i soldi), con una media di 128 giorni. Ad oggi il debito totale della pubblica amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese è pari a 70 miliardi di euro.

Vi è un altro punto che è diventato veramente complicato da spiegare con logicità. Mi riferisco al fatto che tutto ciò non determina un risparmio per la pubblica amministrazione, perché le imprese fornitrici di servizi e di appalti, poiché sanno che verranno pagate in ritardo, aumentano la base dell'asta o il costo della fornitura che devono effettuare. Quindi, lo Stato scarica un debito sulle aziende e, nello stesso tempo, deve pagare di più. Ricordo che l'esposizione debitoria della pubblica amministrazione, pari a 70 miliardi di euro, rappresenta il 4,5 del PIL del nostro Paese.

Credo che il Governo qualcosa abbia fatto mettendo a disposizione 5,7 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 2 miliardi di euro in BOT o titoli, ma è ben poca cosa rispetto - purtroppo - al debito fino ad oggi accumulato, che ammonta, appunto, a 70 miliardi di euro. Chiedo dunque al Governo di adottare le necessarie iniziative tese a consentire un rapido recepimento della direttiva 2011/7/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 febbraio 2011, relativa al contrasto ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

È inoltre necessario prevedere misure alternative al pagamento. Abbiamo parlato di compensazioni. Ebbene, la Ragioneria ha sempre contestato la questione delle compensazioni, anche a livello locale, ma se si è fornitori di un Comune e si è chiamati al pagamento dell'IRAP comunale o regionale, piuttosto che dell'IMU, sarebbe auspicabile poter compensare le somme che si devono ricevere con i pagamenti dovuti al Comune, alla Regione o all'ente locale.

Sarebbe inoltre opportuno attuare politiche di maggior rigore nei confronti della pubblica amministrazione. Parliamo spesso di spending review. Ebbene, vorrei che in tale ambito si parlasse anche della rigidità nei pagamenti e del rispetto degli impegni assunti.

Infine, sappiamo che recentemente la BCE ha messo a disposizione degli istituti di credito internazionali ed italiani un'enorme quantità di denaro ad un tasso dell'1 per cento, e si dice che per fine febbraio-fine marzo forse ci sarà un'ennesima immissione di liquidità. La richiesta che avanzo al Governo è che questa nuova liquidità venga tempestivamente immessa nel sistema economico nazionale per consentire un allentamento della stretta creditizia che frena le imprese economiche del Paese e rischia di condurre al vero collasso settori dell'industria dei servizi.

È stato fatto un decreto «salva Italia», uno «cresci Italia»: propongo di predisporne uno «mettiamo benzina all'Italia», altrimenti non partiremo mai. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare la senatrice Poretti per illustrare l'ordine del giorno G1.

PORETTI (PD). Signor Presidente, la drammatica situazione in cui versano i 4,5 milioni di piccole e medie imprese a causa del ritardo nei pagamenti è tristemente nota. Forse però non tutti sanno che, secondo una ricerca effettuata dall'Unione europea, in Italia i ritardi di pagamento imputabili alle grandi imprese si verificano con una frequenza doppia rispetto a quelli addebitabili alle piccole imprese. Inoltre, la durata delle dilazioni è doppia nel caso di pagamenti effettuati dalle grandi imprese alle piccole e medie imprese rispetto a quelli effettuati da queste ultime alle grandi imprese. Tale situazione, diffusissima in Italia, costringe molte aziende a ricorrere a prestiti bancari per finanziare l'attività produttiva ed il mancato pagamento dei crediti costa alle imprese intorno ai 10 miliardi di euro l'anno, un importo di cui le imprese, soprattutto quelle piccole, devono farsi carico per far fronte alla mancanza di liquidità provocata dal ritardo nell'incasso delle fatture.

Questa situazione diffusissima in Italia dunque costringe molte aziende - come già detto - a ricorrere a prestiti bancari per finanziare l'attività. A questo extra onere sono da aggiungere anche i costi delle risorse umane impegnate nel sollecito dei pagamenti o quelli da sostenere quando si è costretti a rivolgersi ad un legale o a una società di recupero crediti.

Per non parlare delle inefficienze del nostro sistema giudiziario che, nel campo delle cause civili, raggiunge tempi di soluzione delle controversie biblici, costando addirittura un punto di PIL. La Banca mondiale, nel fresco rapporto «Doing Business» del 2012, colloca la nostra giustizia civile in fondo alla classifica planetaria: su 183 Stati, l'Italia occupa il 158° posto. Il metro è la sentenza standard, che punisce l'inadempimento di un contratto e che in Italia arriva dopo 1.210 giorni, contro 394 in Germania, 389 in Gran Bretagna, 360 in Giappone, 331 in Francia, 300 negli Stati Uniti. Ci battono alla grande anche il Ghana, con 487 giorni, il Gambia con 434, la Mongolia con 314 ed il Vietnam con 295.

In compenso, i costi legali in Italia sono altissimi, e così il 29,9 per cento del valore della causa è il costo italiano, contro il 14,4 della Germania e il 9,9 della Norvegia. In pratica, le aziende straniere incassano i danni nel giro di un anno, mentre l'impresa made in Italy deve aspettare 40 mesi ed intanto chiedere i prestiti, quindi in un caso su tre, secondo uno studio di Bankitalia, evita il processo accettando accordi al ribasso.

È davvero anche in questo senso che, come rappresentanti della componente radicale del Gruppo del Partito Democratico, non perdiamo occasione per ricordare un intervento che sarebbe davvero fondamentale e necessario all'Italia quale l'amnistia, anche per affrontare questi nodi e per una riforma veramente strutturale.

Nell'ordine del giorno ovviamente ci limitiamo ad affrontare argomenti più alla portata di un intervento immediato del Governo e si chiedono, in attesa del recepimento della direttiva dell'Unione europea sui ritardi dei pagamenti, due misure specifiche. La prima è l'ampliamento della certificazione dei crediti vantati dai privati verso la pubblica amministrazione: l'istituto già esiste ed è utilizzato soprattutto mediante intese regionali per fare fronte alla mancanza di liquidità che interessa i settori produttivi. Enti pubblici e settore bancario possono andare in soccorso alle imprese che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione siglando dei protocolli d'intesa ad esempio con l'ABI o con le associazioni che rappresentano gli interessi degli imprenditori e per ottenere la certificazione dei crediti vantati dalle imprese per un successivo smobilizzo delle somme certamente dovute loro dalla pubblica amministrazione presso il sistema bancario.

La seconda misura è l'istituzione del regime dell'IVA per cassa fino a due milioni di euro di fatturato nel regime ordinario dell'IVA. Oggi, infatti, vige l'obbligo di emettere la fattura e quindi di liquidare l'imposta dovuta all'erario al momento in cui si forniscono beni e servizi. Ciò causa oltre al danno la beffa, perché la legge, non appena si consegna un bene alla pubblica amministrazione, obbliga a versare l'IVA che però non si è mai ricevuta in pagamento proprio a causa dei ritardi. L'ex ministro Tremonti ha consentito alle imprese di utilizzare il sistema dell'IVA per cassa solo per fatturati fino a 200.000 euro, ma se si sceglie tale strada non si può fatturare oltre quella cifra. Recependo la direttiva dell'Unione europea, come l'ordine del giorno impegna il Governo a fare, ogni imprenditore potrà pagare l'IVA all'erario solo quando effettivamente versata dal proprio debitore e potrà farlo fino ad un fatturato di due milioni di euro, passando poi, per gli eventuali importi superiori, al regime detto dell'IVA per competenza. In tal modo sia le grandi imprese, sia le piccole e medie imprese sarebbero agevolate nel regime dell'IVA almeno per i primi due milioni di fatturato.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Baldassarri per illustrare l'ordine del giorno G2.

BALDASSARRI (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è con qualche imbarazzo che illustrerò questo ordine del giorno, perché fra mozioni e ordini del giorno rischiamo di fare una commedia all'italiana di fronte a una tragedia prossima ventura. Commedia all'italiana, perché io ricordo che da oltre tre anni, in più occasioni, quasi in ogni provvedimento all'attenzione di questa Aula, mi sono permesso, insieme ad altri colleghi e in varie posizioni politiche (in maggioranza a sostegno del Governo Berlusconi, poi all'opposizione, e oggi in maggioranza a sostegno del Governo Monti), di sollevare questo specifico argomento, che è parte di quel gioco delle tre carte sulla finanza pubblica che ci ha portato alle condizioni tragiche di novembre e dicembre, e ancora oggi difficili e pericolose.

Lo definisco gioco delle tre carte perché non pagare per cassa i debiti significa far finta di contenere il fabbisogno di cassa della pubblica amministrazione, che è quello che incide sul debito pubblico. Ovviamente, però, si accumulano debiti in competenza. Io mi sono permesso di proporre qualche soluzione, anche tecnicamente avveduta, e parlo sì come senatore, ma, se permettete, anche come persona informata della materia, e non dei fatti, perché fatti finora non ce ne sono stati, e neanche queste mozioni e questi ordini del giorno li produrranno.

Mi spiego sul gioco delle tre carte. Ci si è detto che, ovviamente, pagare questi 70 miliardi di debiti delle pubbliche amministrazioni significa evidenziare all'improvviso un salto nel debito pubblico e quindi informare i mercati che il debito pubblico italiano non è pari a circa 1.900 miliardi di euro, ma a 1.970 miliardi, cioè a quattro o cinque punti di PIL in più.

Cari colleghi, signor Presidente, questo dato circola da anni in tutti i mercati finanziari internazionali, che non hanno l'anello al naso e che sanno perfettamente che l'Italia ha un debito pubblico che comprende i 70 miliardi di mancati pagamenti. Non gliela diamo certo a bere. Questi 70 miliardi stanno già dentro lo spread, che esprime appunto le valutazioni dei mercati. (Applausi del senatore Sangalli).

Allora ci si è detti che però un conto è che i mercati lo sappiano, e un conto è che tale dato risulti nelle statistiche ufficiali. Ma, signor Presidente, onorevoli colleghi, se da quattro anni una istituzione importante della nostra Repubblica, che si chiama Corte dei conti, scrive ogni anno nella sua relazione annuale la cifra dei debiti delle pubbliche amministrazioni, questo è già un dato ufficiale, a meno che non diciamo che la Corte dei conti non ha niente a che vedere con la Repubblica italiana.

In secondo luogo, dobbiamo tener presente che negli ultimi 30 anni un terzo del debito pubblico italiano, un terzo di quei 1.900 miliardi, non è mai passato per il conto economico delle pubbliche amministrazioni, perché, come qualche collega più o meno coetaneo rispetto a me ricorderà, ogni quattro o cinque anni si compivano le operazioni dei cosiddetti debiti pregressi. Si accumulavano i debiti sotto il tappeto, poi si evidenziavano ogni quattro o cinque anni e, con un'operazione di debito pregresso, quella voce di debito andava sotto la linea, perché nessun Parlamento aveva certificato nel bilancio annuale quella posta.

Un terzo del debito pubblico italiano non è mai passato per le Aule parlamentari nell'approvazione del bilancio delle pubbliche amministrazioni, ma è passato attraverso questo escamotage dei debiti pregressi, che apparivano, per regola contabile, sotto la linea.

Mi sono dunque adoperato a proporre di tenere ferme le carte formali, ma di dare alle imprese la possibilità di rendere liquide quelle fatture, tant'è che più volte, insieme a tanti altri colleghi, ho proposto semplicemente l'accettazione delle fatture da parte delle pubbliche amministrazioni per distinguere quelle vere da quelle eventualmente false. In questo modo, il rapporto debito-credito non cambierebbe giuridicamente di una virgola, ma l'impresa, con la fattura accettata, potrebbe andare da qualunque banca, che sarebbe libera di decidere se fare factoring (ossia l'anticipazione della fattura). Se una quota modesta di quei 70 miliardi (anche solo 10 o 15) potesse o avesse potuto - già l'anno scorso - essere resa liquida alle imprese attraverso quest'operazione finanziaria (che riguarda il rapporto tra impresa e banca, nel quale non c'entra affatto la pubblica amministrazione), forse avremmo realizzato la più grande manovra di sostegno alle imprese e alla crescita, al di là di tutti i bla bla su tassinari, farmacisti e quant'altro. Queste ultime sono cose che pure condivido e giudico positive, ma che sulla crescita avrebbero di certo un impatto enormemente minore dei suddetti 10 o 20 miliardi di liquidità dati alle imprese.

Mi fu detto che la cosa non era possibile, perché, nel momento in cui la pubblica amministrazione dovesse accettare la fattura, questo statisticamente rientrerebbe non nel debito pubblico - che, lo ribadisco, è per cassa - ma nell'indebitamento netto di competenza. Ho sentito per parecchie notti fra' Luca Pacioli, l'inventore della partita doppia, rivoltarsi dentro la tomba, perché ciò significa confondere il conto economico con lo stato patrimoniale. Dire che l'emersione, attraverso la certificazione di un debito, va messa nel conto economico annuale e registrata sotto un improvviso balzo dell'indebitamento netto di competenza (cioè quel famoso deficit che dovremmo azzerare l'anno prossimo), significa smentire cinque secoli di regole della partita doppia. Qualunque piccolo studente - non di università, ma di ragioneria in un istituto tecnico - che mettesse una posta di debito nel conto profitti e perdite verrebbe immediatamente bocciato. Questo è quello che mi sono sentito dire.

Rispetto quindi alle mozioni e ai nostri ordini del giorno, compreso quello a mia prima firma, mi sembra di vivere una scena alla Catalano: è ovvio che voteremo tutti in favore di tutte queste mozioni e di tutti questi ordini del giorno, ma la responsabilità politica che dovremmo assumerci, insieme al Governo, non sta nella mozione o nell'ordine del giorno, bensì nel pagamento dei debiti della pubblica amministrazione effettivamente a favore delle imprese.

È un'emergenza tragica - lo sottolineo - quella che aspetta le nostre imprese e le nostre famiglie nei prossimi sei o sette mesi: è un appello accorato il mio, anche al Governo. Il nostro ordine del giorno tenta, quindi, di andare un po' più in là, al fine di impegnare il Governo non ad una generica promessa di pagamento, ma a creare un fondo specifico, nel quale far confluire quantomeno tutte le entrate derivanti da lotta all'evasione. Viviamo infatti questo paradosso. Sappiamo - da un lato - che ci sono evasori che non pagano le tasse e - dall'altro lato - per tenere i conti in ordine, non paghiamo i debiti a coloro che legittimamente dovrebbero pretenderli da parte di forniture alle varie pubbliche amministrazioni.

Allora - concludo davvero, signor Presidente - per non essere una pura perdita di tempo o anche una pura presa in giro nei confronti delle nostre piccole e medie imprese, questa seduta dovrebbe portare all'impegno corale di Parlamento e Governo, e non a generiche promesse del tipo "vedremo che cosa fare". L'impegno deve consistere nel pagare in tempi certi, magari diluendo i 70 miliardi, anche se, facendo ciò, non si otterrebbe un grande cambiamento. I mercati infatti - lo ripeto - non sono cretini e sanno già dell'esistenza di tale debito. Dobbiamo poi tenere conto di un altro elemento: neanche le nostre famiglie e imprese sono cretine e, purtroppo per loro, nei prossimi 6 o 7 mesi rischiano di vivere una crisi sociale profonda.

Ho già avuto modo di dire che siamo di fronte a Scilla e Cariddi: Scilla è la risposta che dobbiamo dare ai mercati finanziari in termini di equilibrio dei conti pubblici; Cariddi è la risposta che dobbiamo invece dare alle nostre famiglie, ai nostri lavoratori e alle nostre imprese, per non creare una situazione di disagio sociale che rischia di trasformarsi in pochi mesi in una reazione di piazza poco controllabile. Quando i cittadini sono costretti a protestare in piazza per rivendicare diritti sacrosanti, è la fine della politica, perché rischiano di essere soggetti ai capi popoli, ai demagoghi di turno che magari non hanno bene in testa il necessario equilibrio tra risanamento dei conti pubblici e andamento dell'economia reale. Allora sono inutili mille provvedimenti di sostegno alla crescita se, innanzitutto, il primo sostegno alla crescita, anche dal punto di vista di etica politica, è pagare i debiti delle pubbliche amministrazioni. Non si devono raccontare le tecnicalità della contabilità pubblica. Francamente posso sostenere confronti di ore e ore spiegando ciò che fra' Luca Pacioli ha insegnato oltre quattro secoli fa. (Applausi dal Gruppo Per il Terzo Polo:ApI-FLI).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Massimo Garavaglia per illustrare l'ordine del giorno G3.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signor Presidente, illustro questo ordine del giorno, nella certezza che verrà accolto e votato già nella seduta di oggi, facendo una piccola premessa. Quando facevo il sindaco - ho avuto l'onore di farlo per dieci anni - alla mia capo ufficio di ragioneria davo il premio di produttività sui tempi di pagamento alle imprese. Per un Comune avere soldi che fanno - per così dire - la muffa è perfettamente inutile, mentre alle aziende quei soldi servono assolutamente.

Prima di illustrare l'ordine del giorno, svolgo due brevi considerazioni sulle mozioni che condividiamo in larga parte. Una considerazione è necessaria nell'ottica del decreto sulle liberalizzazioni che stiamo già discutendo in 10a Commissione e che andremo a valutare e ad approvare in tempi veloci. In quasi tutte le mozioni presentate si fa riferimento all'istituto della compensazione dei crediti verso la pubblica amministrazione con i crediti fiscali. Si tratta di un ottimo principio. Peccato, però, che nel decreto sulle liberalizzazioni si prevede di pagare con 2 miliardi e 700.000 euro i crediti delle aziende verso la pubblica amministrazione - solo delle amministrazioni centrali e non dei Comuni - e, per il finanziamento, si riduce il fondo per i rimborsi fiscali alle aziende.

Allora facendo questo, a parte il fatto che si tratta di una enorme presa in giro e di una partita di giro, si compie una enorme ingiustizia. Come ben sapete, infatti, i crediti fiscali vengono rimborsati in ordine temporale. In tal modo, provochiamo danni ad aziende che magari vantano crediti IVA da una decina di anni. Ho in questo momento presente - giusto per fare un esempio chiaro - il Consorzio Latte Milano il quale, non ricevendo un rimborso IVA di un paio di decine di milioni di euro, sta per fallire. Non diamo questi soldi e andiamo invece a pagare grandi aziende che hanno debiti nei confronti delle amministrazioni centrali, niente verso i Comuni, e quindi si fa un bel danno.

Un'altra piccola osservazione. In tanti hanno fatto riferimento alla Cassa depositi e prestiti come veicolo. Attenzione, si rischia di mettere a repentaglio il risparmio postale e quindi di fare danni anche dove non si vogliono fare. È pertanto un intervento da valutare con la massima attenzione.

Venendo all'ordine del giorno G3, poiché intendimento di tutti è favorire enti locali e pubbliche amministrazioni, con il nostro ordine del giorno chiediamo due cose che vanno esattamente in tale direzione. La prima, è che ogni quattrino che riusciamo a recuperare dall'evasione fiscale venga dato ai Comuni per consentire loro di pagare i debiti. I cittadini non lo sanno, ma i Comuni hanno i soldi in cassa ma non li possono spendere perché detti soldi vengono messi nel calderone del debito romano. La seconda, ancora più importante, consiste nel rivedere la norma inserita nel decreto liberalizzazioni sulla tesoreria unica. Mi chiedo come, in un periodo come quello attuale, si possa ritenere intelligente sottrarre circa 9 miliardi di euro dal territorio, ovvero dalle tesorerie degli oltre 8.100 Comuni d'Italia, Province e Regioni, per metterli nel calderone centrale perché siamo allo stremo. È qualcosa che andrebbe valutato con la massima attenzione. Questa operazione, infatti, ha nettamente più costi dei potenziali benefici. Ne spiego le ragioni. In primo luogo, si allungano i tempi di pagamento. È evidente a tutti, anche ad un bambino dell'asilo, che se si toglie la disponibilità immediata dei soldi alla tesoreria del Comune rendendo necessario chiederli ogni volta alla tesoreria centrale, si allungano la burocrazia, i tempi e quant'altro. È evidente a tutti, inoltre, che si crea un'ulteriore, forte restrizione del credito, perché se andiamo a togliere 9 miliardi di euro alle banche, che facendo circolare questi soldi danno credito a famiglie e imprese, in tre anni togliamo circa 30 miliardi di liquidità proprio alle famiglie e alle imprese.

Fosse finita qui. C'é poi il problema dei problemi. Facendo questa operazione saltano i contratti di tesoreria che gli enti locali hanno sottoscritto con le banche. Il contratto di tesoreria esiste perché la banca concede condizioni di favore al Comune a fronte della disponibilità di liquidità lasciata in cassa. Se si toglie tale disponibilità, il contratto viene meno. La conseguenza è che il Comune perde le condizioni di favore. Il mio piccolo Comune oggi si finanzia per le anticipazioni di cassa ad Euribor più 8, quindi a meno del 2 per cento. Domani, secondo voi, deve andare sul mercato a finanziarsi al 4,5-5 per cento, quindi pagando ben di più. Altro che risparmio, buttiamo via davvero tanti soldi.

Ma il problema vero non è neanche questo - lasciamo stare la perdita degli interessi attivi sulla giacenza -, il problema è che non tutti gli enti saranno in grado di finanziarsi. Infatti, se il Comune magari non ha problemi perché la banca gli anticipa comunque le somme richieste, chi è disposto, sul mercato, a finanziare le università, che si finanziano in anticipazione per tutto l'anno e a fine anno fanno registrare ancora un bilancio in rosso? Le banche, del resto, prima di fare un finanziamento valutano il rating. Prendiamo un esempio a caso. Chi darà i quattrini al Comune di Napoli - senza nulla togliere a quella città - che sicuramente non ha un rating dei migliori, visto che non c'è più l'anticipazione, come previsto dal contratto di tesoreria? I finanziamenti dovrà cercarli sul mercato.

Per tutti questi motivi, a nostro avviso, il Governo ha fatto un errore di valutazione e non ha considerato che i costi di questa operazione sono maggiori dei benefici.

Riteniamo che il nostro ordine del giorno possa essere accolto senza problemi, signor Sottosegretario - sarà sicuramente d'accordo con noi e con tutte le autonomie locali del Paese -, per cui lo possiamo votare velocemente anche questa sera. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Baldassarri).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il rappresentante del Governo. Ne ha facoltà.

POLILLO, sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, ho seguito con molta attenzione e interesse il dibattito svolto in Aula, e dagli interventi che si sono succeduti posso desumere che abbiamo di fronte tre distinti problemi che si intrecciano tra loro e rischiano di determinare un circolo vizioso di carattere cumulativo. Il primo problema concerne la riduzione della liquidità del sistema bancario, che ha un effetto diretto sull'erogazione del credito a favore del settore reale dell'economia. Ci sono poi i ritardi nei pagamenti, che attengono sia alla pubblica amministrazione che al settore privato. È un po' la crisi che determina una sorta di Beggar-My-Neighbour, come si diceva durante la crisi del 1929, e che determina effetti cumulativi di vasta portata.

Elenco brevemente gli atti compiuti dal Governo. In primo luogo, è stato accolto un ordine del giorno presentato in occasione della discussione sulla legge comunitaria, in cui il Governo si è impegnato a fare una ricognizione del debito effettivo, poiché le cifre citate anche in questa sede devono avere ancora il crisma della verifica e dell'expertise, in quanto possono non corrispondere alla reale natura del fenomeno. Anche se mi rendo conto che possono essere perfezionate e che possono essere oggetto di critica, sono state prese alcune disposizioni come, ad esempio, quella contenuta nel decreto-legge sulle liberalizzazioni, che mette a disposizione dei fondi per cominciare ad affrontare il problema. Certo, si tratta di una goccia d'acqua, come è stato detto, se le cifre effettive sono quelle citate: 70 miliardi di euro, che prendo con il beneficio di inventario. Ma, se si considera lo stato della finanza pubblica, sono comunque cifre importanti.

Tutto questo per dimostrare che c'è la volontà del Governo di affrontare un problema così complesso e difficile. Vi chiedo soltanto di avere la compiacenza di poter rinviare il seguito della discussione ad una prossima seduta, da calendarizzare quanto prima, al fine di consentirci di impostare meglio una risposta che non vuole essere una delle generiche promesse a cui alludeva prima il senatore Baldassarri.

PRESIDENTE. La richiesta del Governo di rinviare la discussione delle mozioni presentate a un'altra seduta equivale alla proposta di una questione sospensiva. Pertanto, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, nella discussione sulla questione incidentale può prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo. Ciascun intervento non può superare i dieci minuti.

BUGNANO (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BUGNANO (IdV). Signor Presidente, ho ascoltato le parole del rappresentante del Governo e devo dire che mi preoccupano non poco, perché pensare di venire oggi in Aula senza avere un'idea su cosa fare in ordine a questo gravoso ed annoso problema è preoccupante. Mi rammarico che questo Governo del fare, dell'emergenza, su una tematica come questa che attanaglia l'80 per cento del nostro tessuto economico, che è fatto da piccole e medie imprese, non si senta in dovere di consentire una discussione pacata, sicuramente collaborativa che però deve vedere necessariamente nella giornata di oggi una soluzione definitiva, quanto meno nell'impegno del Governo.

Se oggi siamo in Assemblea a discutere di tale argomento, e tutte le forze politiche hanno presentato un loro documento che su molti punti è anche convergente, è perché la politica tutta sente forte il problema e ha ritenuto con la discussione odierna di farsene carico. Un problema che, come ho già detto nel mio intervento precedente e molti altri colleghi hanno ripetuto, non è di ieri ma si trascina da moltissimo tempo.

Il rappresentante del Governo ci ha ricordato l'intervento contenuto nel provvedimento sulle liberalizzazioni. Anche su questo ho già avuto modo di dire che, pur consapevole della necessità della tenuta dei conti pubblici, del fatto che siamo in un momento di difficoltà economiche, io credo che possiamo però valutare questo provvedimento contenuto nel decreto liberalizzazioni una goccia nel mare dei debiti della pubblica amministrazione. È per questo motivo che, come Gruppo dell'Italia dei Valori, siamo contrari alla richiesta di sospensiva formulata dal Governo.

CASTRO (PdL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CASTRO (PdL). Signor Presidente, credo che le parole del sottosegretario Polillo possano essere interpretate per la loro nitidezza in una sola direzione ed in un solo senso: il Governo, lungi dal sottovalutare la straordinaria rilevanza e gravità dei temi che il Parlamento ha scelto di mettere nella propria agenda con tanta urgenza, ritiene necessario un po' di tempo per evitare di sdrucciolare in risposte meramente retoriche, sedative, ottative.

Se dunque il tempo è funzionale a dare risposte tecnicamente consistenti ed economicamente propulsive rispetto a un problema che si sta configurando come una vera e propria ablazione di capacità competitive per il nostro sistema economico, con pesanti ed inquietanti ricadute persino sul versante sociale; se dunque questa è l'intenzione del Governo (e tale intenzione, signor Sottosegretario, dovrebbe essere confermata dalla celerità con la quale il Governo accederà all'avvio della discussione e al voto delle mozioni), in questa direzione il Gruppo del Popolo della Libertà non può non dare la propria adesione alla richiesta di sospensiva avanzata dal Governo.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VIESPOLI (CN:GS-SI-PID-IB). Signor Presidente, concordo con il senatore Castro sull'atteggiamento del Governo. Peraltro, per correttezza bisogna riconoscere che era già stato preannunciato in sede di Conferenza dei Capigruppo, dove il ministro Giarda, con grande correttezza, aveva annunciato la richiesta del Governo di avere più tempo per approfondire le questioni poste e dichiarato che il Senato comunque aveva il dovere, non solo perché calendarizzate, di dibattere, discutere ed approfondire. Questo si è verificato in sede di illustrazione.

Il sottosegretario Polillo chiede un rinvio per dare operatività a scelte e decisioni del Governo, anche in raccordo rispetto alle iniziative normative e ai provvedimenti in itinere, in modo da tentare di dare delle risposte che oggettivamente sono complesse e non possono essere addebitate esclusivamente al Governo in carica, e che certo non possono trovare una risposta esaustiva nel solo provvedimento sulle liberalizzazioni, vista la dimensione finanziaria del problema che abbiamo di fronte e la complessità tecnica per cercare di individuare delle risposte e delle soluzioni.

Nel frattempo, qualche segnale in direzione della bancabilità dei crediti attraverso la certificazione si è già determinato. Forse si potrebbe anche pensare ad un meccanismo di premialità per quegli istituti di credito che sono più disponibili sul terreno dell'accompagnamento in questa fase di criticità e di difficoltà delle piccole e medie imprese, in particolare in crisi di liquidità. Insomma, si può affrontare una questione con grande senso di responsabilità, serietà e con la ricerca delle soluzioni.

Da questo punto di vista ne approfitto, signor Sottosegretario, per porle una questione, perché non sempre nel dibattito istituzionale non emergono proposte. Poichè si dice che il salto di qualità che la politica e le istituzioni debbono compiere è quello di cercare di collocare il confronto ed anche la diversità attraverso la competizione sulla soluzione dei problemi, io credo che quando qualche soluzione o qualche proposta di soluzione emerge anche sul terreno istituzionale sia dovere del Governo approfondirla. Mi riferisco, signor Sottosegretario, ad una questione che le è nota, per essersene occupato attraverso il dibattito giornalistico: la proposta, che può essere condivisibile o meno, del governatore della Regione Campania Caldoro, che si è posto il problema di come determinare una condizione di regia nazionale della liquidità che c'è e che non viene utilizzata o per problemi di tetto o per problemi di Patto di stabilità, e che egli ha definito un fondo di garanzia nazionale per la gestione centralizzata del debito delle Regioni e degli enti locali in crisi di liquidità. Si tratta di una proposta che ha anche il suo approfondimento di ordine tecnico e che si inquadra non in una dimensione regionalistica o tale da guardare soltanto all'area meridionale, ma che ha una dimensione di carattere nazionale. Essa punta infatti a determinare sul piano nazionale un luogo nel quale le risorse affluiscono o possono affluire e, sulla base delle priorità indicate a partire dalle obbligazioni giuridicamente già determinate, definite e perfezionate, determini un elenco che metta in moto una liquidità che altrimenti qualcuno ha nel cassetto, ma che non riesce a spendere, quando invece si può tentare di individuare soluzioni di ordine tecnico, alle quali ho accennato in maniera molto raffazzonata, per dire che comunque c'è un'indicazione.

Credo che il Governo abbia il dovere di aprire un tavolo in tal senso, un confronto con le Regioni, per cercare di dare delle risposte affinché tutte le voci che concorrono ad individuare una proposta, a dare delle indicazioni, a fornire e prospettare soluzioni, soprattutto quando vengono da Regioni che hanno una difficoltà e che non fanno una scelta di rivendicazione, siano ascoltate. La Regione Campania, infatti, avrebbe potuto fare una rivendicazione, proponendo la restituzione dei soldi del FAS, che sono stati sottratti e destinati a tutt'altra direzione rispetto alla finalizzazione prevista delle aree dell'obiettivo convergenza, perché servivano le risorse per gli ammortizzatori sociali e gli ammortizzatori sociali non sono andati in direzione del Centro-Sud, ma più giustamente in direzione del Nord a tutela del sistema produttivo. Si potrebbe proporre allora di ragionare su quante risorse sono state sottratte alla destinazione e alla finalizzazione di legge, ma invece di fare questa rivendicazione che non avrebbe spirito e capacità di visione nazionale, non si pone la questione sul terreno della rivendicazione, cercando piuttosto di trovare delle soluzioni attraverso un fondo di garanzia che recuperi al Governo la capacità di fare e compiere scelte di carattere nazionale.

Credo che solo per questo, per una visione nazionale rispetto all'egoismo che è prevalente invece sul piano territoriale, da destra a sinistra, questa proposta di per sé meriterebbe di essere approfondita e discussa, attraverso la capacità del Governo di indicare un tavolo, contribuendo così alle soluzioni che anche il Parlamento e il Senato, in particolare questa sera, ha cercato di prospettare e che sicuramente troveranno non la cultura del rinvio, attraverso la posizione del Sottosegretario, ma la cultura della responsabilità e dell'approfondimento che diano risposte serie ad un tema che riguarda la crescita e la sostenibilità della competitività del nostro sistema produttivo. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Castiglione).

TEDESCO (Misto). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TEDESCO (Misto). Signor Presidente, signor Sottosegretario, è difficile immaginare che la vera ragione del rinvio richiesto sia legata all'approfondimento delle posizioni che sono emerse dalle mozioni illustrate. Questo infatti significherebbe che il Governo non si è autonomamente posto il problema di una situazione emergenziale come quella di cui stiamo discutendo, alla quale credo il collega Baldassarri, in coerenza con i ragionamenti fatti in quest'Aula, almeno per quello che mi riguarda, negli ultimi tre anni, ha dato le dimensioni effettive.

Io immagino che il Governo, fin dal suo insediamento, si sia posto il problema di come dare risposte concrete e tempestive a tale questione. Sicché immagino che la richiesta di rinvio tenda appunto a individuare i percorsi compatibili, per un verso, con le generali difficoltà del bilancio e l'esigenza di tenere sotto controllo il debito, per altro verso, con la necessità di impedire che la situazione deflagri e metta a nudo condizioni di insostenibilità (perché di questo si tratta) non solo del sistema di impresa ma dell'intero sistema sociale del Paese.

Quindi, aderiamo come Gruppo Misto a tale richiesta di rinvio, facendo però una raccomandazione al Governo: che non si tratti di un rinvio sine die, ma che sia finalizzato già nei provvedimenti all'esame del Parlamento, a cominciare da quello sulle liberalizzazioni, ad individuare strumenti e soluzioni più efficaci, pur rispetto alle meritorie dimostrazioni di attenzione che già in quel decreto sono presenti. Immagino quindi che con l'assenso che diamo a questa richiesta del Governo si possa ulteriormente sostenere questo sforzo di approfondimento e soprattutto una successiva condivisione con il Parlamento di scelte che devono avere, signor Sottosegretario, proprio nella tempestività uno dei fattori di efficacia delle misure e delle manovre che verranno messe in campo. (Applausi del senatore Pistorio).

LEDDI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LEDDI (PD). Signor Presidente, devo dire che la richiesta del Governo, a differenza delle valutazioni di altri colleghi, mi rassicura: su un argomento di questa natura credo tutti abbiamo capito, visto che è l'ennesima volta che lo affrontiamo anche in quest'Aula, che non abbiamo bisogno di ampie condivisioni ma siamo arrivati al punto che abbiamo bisogno di soluzioni. Infatti, e credo non sia un mio solo convincimento, le malattie trascurate diventano croniche, ed è noto che queste non guariscono più.

Della questione dei ritardati pagamenti della pubblica amministrazione possiamo celebrare quest'anno il decennale: sono dieci anni che nella nostra normativa arrivano provvedimenti per porre freno, per non dire fine, al problema dei ritardati pagamenti. È dal decreto legislativo n. 231 del 2002 che abbiamo cominciato a scrivere in legge cosa si deve fare per porre rimedio al fenomeno del ritardato pagamento delle pubbliche amministrazioni. La tutela del fornitore creditore ritorna in tutte le finanziarie; potete starne certi; andatevi a rileggere i vari provvedimenti: c'è comunque un articolo o un comma che ribadisce quale sia la soluzione del problema. Per certo, arrivando ad oggi, abbiamo un problema che si è incancrenito e che negli ultimi mesi, dopo averlo tante volte affrontato e tante volte esserci trovati d'accordo sulla necessità di dare priorità alla sua soluzione, ben lungi dall'essere risolto, è divenuto drammatico, come si può constatare dai dati forniti anche dai colleghi intervenuti e dagli studi più recenti che troviamo sui siti della Confindustria. Mi ha veramente stupito che ormai la media del ritardato pagamento si sia attestata sui 159 giorni; ma soprattutto mi ha stupito e preoccupato che in cinque mesi i ritardati pagamenti siano cresciuti in termini temporali del 40 per cento. Il che vuole dire che tutto ciò che è stato posto in essere fino a questo momento per contrastare il problema non ha funzionato; e ciò è accaduto perché c'è un vizio di fondo nell'affrontare il problema: cioè, tutti chiediamo di trovare la soluzione al tardivo pagamento della pubblica amministrazione. Il vizio è qui, non c'è soluzione al ritardato pagamento della pubblica amministrazione perché è molto complesso verificare da che cosa è generato. Ci sono almeno nove fattispecie diverse, con gradazioni evidentemente diverse, ma tutte da rilevare nella loro gravità, che generano un ritardo nel pagamento della pubblica amministrazione.

Al primo posto c'è il Patto di stabilità (e questo dovrà essere trattato in un certo modo). Al secondo posto c'è la mancanza di risorse di cassa nell'ente (e non si può dare la risposta che si dà con la soluzione del Patto di stabilità). C'è il ritardo nei trasferimenti dei fondi dalle altre amministrazioni. Ci sono i tempi lunghi di emissione dei certificati di pagamento dalla stazione appaltante e i tempi lunghi per l'emissione del mandato di pagamento da parte della stazione appaltante. Ci sono poi la vischiosità burocratica nella stazione appaltante, i fondi perenti, il contenzioso e il dissesto finanziario dell'ente.

Tutto ciò significa che fino ad oggi abbiamo affrontato questo problema in modo superficiale e che, se vogliamo arrivare alla sua soluzione, è indispensabile andare ai nodi del problema, proponendo dieci tipologie diverse di soluzione. Infatti, probabilmente decodificando il problema e banalmente srotolando la matassa si riuscirà ad evitare di includere in un solo contenitore un problema che deve essere letto - il che non è stato ancora fatto - e decodificato di conseguenza nelle risposte in modo diverso.

Non è irrilevante che il 40 per cento delle imprese che sono state interpellate per aver subito i ritardati pagamenti rispondano che il problema grande c'è nelle inefficienze della pubblica amministrazione. E allora, il problema dell'inefficienza nel pagamento non è un problema di Patto di stabilità (che verrà trattato a parte e sarà complesso), è piuttosto un problema di efficientamento. Vogliamo cercare di capire che tipo di risposta dare a questo?

Vogliamo anche dire che le nostre norme in ordine al contenzioso sono particolarmente vessatorie e che l'azienda che va in contenzioso per vedersi riconosciuto il pagamento del dovuto secondo norme che nel nostro Stato sono particolarmente gravose deve attendere, se tutto va bene, se non c'è opposizione, dai 320 ai 340 giorni, che arrivano a 460 giorni se l'ente creditore va in opposizione? Siamo noi, infatti, e non altri ordinamenti ad avere addirittura l'obbligo di rinotificare al debitore (facendo partire 120 giorni da quel momento) prima di avviare l'azione esecutiva.

Senza tacere che molte volte noi stessi come legislatori non sappiamo con la mano destra cosa fa la sinistra e quindi, mentre inseriamo norme nelle finanziarie per accelerare i pagamenti delle pubbliche amministrazioni, dall'altra parte introduciamo il blocco dei pagamenti degli interessi per quelle imprese dei settori sanitari che devono riscuotere nei confronti di aziende che appartengono a Regioni in fase di dissesto: di conseguenza, queste subiscono un danno nei loro pagamenti, non solo in termini di ritardato pagamento, ma anche sotto il profilo degli interessi che sono stati per legge - io dico anche di dubbia costituzionalità - in qualche modo arenati.

Dunque, ben venga la richiesta di rinvio del prosieguo della discussione, perché penso che di fronte a un problema di questo genere, per le ragioni che sinteticamente ho provato ad enucleare, si richieda una risposta complessa. E questa deve venire da un tavolo interistituzionale, perché il problema riguarda lo Stato, le Regioni, i Comuni, le Province, le Ferrovie dello Stato e una complessità di soggetti e di dipartimenti. Quindi, mi chiedo perché fino ad oggi non sia stato istituito un tavolo interistituzionale e interdipartimentale che ci dia in tempo certo - ciò è possibile - le soluzioni ai problemi, riferendo quali sono le strade ragionevolmente percorribili. Tutti i rappresentanti di queste aziende che si stanno rivolgendo a noi e che ci stanno guardando in questo momento aggiungono a questi problemi il fatto di essere costretti a ricorrere al settore del credito e quindi non solo a cercare di ottenere finanziamenti e a farsi anticipare risorse, ma, oltre a non avere il dovuto da parte dello Stato, a pagare interessi che ormai - diciamoci la verità - sono nell'ordine del 7 per cento per ottenere finanziamenti aggiuntivi e per riuscire a mantenere le loro imprese.

Allora, imprese moriranno non per colpa loro, ma per la nostra incapacità di affrontare il problema perché lo abbiamo sempre fatto in modo frettoloso, accontentandoci di sottolineare che eravamo tutti d'accordo sul fatto che si trattasse di un vero problema, ma poi individuando solo risposte parziali ad una questione complessa. Cerchiamo, dunque, di salvare il malato. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Bonfrisco e Fistarol).

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SERRA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, intervengo brevemente per dichiarare che aderiamo alla richiesta avanzata dal rappresentante del Governo per le ragioni esposte puntualmente da chi mi ha preceduto.

Al riguardo sono state svolte riflessioni puntuali e complesse. Quindi, credo che la richiesta del Governo meriti grande attenzione e noi ad essa aderiamo. (Applausi dei senatori Musso, Astore e Garavaglia Mariapia).

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GARAVAGLIA Massimo (LNP). Signor Presidente, visto che tutti siamo d'accordo sull'importanza del tema, saremo tutti d'accordo anche nell'affrontarlo senza prenderci in giro per la centesima volta.

Sinceramente ne stiamo vedendo di tutti i colori: al di là della maggioranza "bulgara", che va dagli ex esponenti di Alleanza Nazionale agli ex esponenti del Partito Comunista Italiano, sottolineo che il Governo degli ottimati non è in grado di valutare le mozioni al suo esame da parecchi giorni (perché sono state calendarizzate e i documenti sono stati stampati): doveva semplicemente leggere i testi, dire sì e no, eliminare questo, aggiungere quello e riformulare qualcos'altro. Non ci sembra un lavoro così difficile per la crème dell'intelligenza del nostro Paese!

Evidentemente non è questo il problema. Si tratta piuttosto del fatto che non si ha il coraggio di dire la verità.

La verità si sostanzia in due cose. In primo luogo, siamo veramente «alla canna del gas». Ma allora lo si dica: chiudiamo «baracca e burattini» e risparmiamo anche la luce; il Governo rimanga chiuso nel suo Palazzo e faccia tutto, senza che il Parlamento possa dire niente su un tema che trova tutti d'accordo. In secondo luogo, c'è assoluta incongruenza (il Governo dovrebbe ammettere almeno questo) tra le mozioni presentate da tutti i Gruppi parlamentari e le norme di legge. Cerchiamo di comprenderci: le mozioni sono atti di indirizzo, e noi vogliamo dare indirizzi su cui siamo tutti d'accordo; il Governo, però, ha presentato un decreto-legge sulle liberalizzazioni che è norma di legge e va esattamente nella direzione opposta alle mozioni che vogliono tutti. (Applausi dal Gruppo LNP).

Allora, la finiamo di prenderci in giro? Il Governo abbia il coraggio di dire che i pagamenti delle pubbliche amministrazioni non si possono fare né ora né mai perché siamo sull'orlo del fallimento: lo affermi una volta per tutte, ma non ci venga a prendere in giro prevedendo 2,7 miliardi e poi togliendone altri 2,7 dai crediti fiscali che le aziende avanzano da anni nei confronti dello Stato; non ci venga a dire che è d'accordo a risolvere il problema di questo Stato, salvo poi «ammazzare» definitivamente le amministrazioni locali.

Adesso i sindaci cominciano a capirlo: non stanno tutto il giorno in ufficio a leggere la Gazzetta Ufficiale, però leggono i giornali, nonostante la lobotomia generale dei media, che non dicono nulla di quanto accade in quest'Aula, così come non diranno nulla dell'ennesima figuraccia del Governo, che non sa esprimere il parere sulle mozioni. Parleranno positivamente del decreto-legge sulle liberalizzazioni, dei 10, 15 o addirittura 100 punti di PIL, ma non evidenzieranno l'aspetto principale, vale a dire che con quel provvedimento si «ammazzeranno» definitivamente le finanze locali. Dov'è l'Associazione nazionale comuni italiani? Dov'è l'Istituto per la finanza e l'economia locale? Dove sono tutti questi Soloni che ogni giorno tormentavano il Governo precedente perché si tentava di risolvere il problema senza «ammazzare il cavallo»? Il problema, però, è che con le norme già esistenti, contenute nel decreto-legge sulle liberalizzazioni, voi cavallo lo ammazzate senza avere neanche il coraggio di far esprimere il Parlamento.

Caro Sottosegretario, era molto facile: lei avrebbe dovuto esprimere il parere contrario sulle mozioni, e poi i singoli Gruppi avrebbero votato in coscienza. Invece, avete paura di quel semplice esercizio di democrazia che in Europa inizia a dare parecchio fastidio. (Applausi dal Gruppo LNP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione sospensiva, avanzata dal Governo.

È approvata.

BELISARIO (IdV). Chiediamo la controprova.

PRESIDENTE. Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.

È approvata.

A questo punto, colleghi, sarà la Conferenza dei Capigruppo a stabilire la data in cui si riprenderà la trattazione di questo argomento.

STRANO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STRANO (Per il Terzo Polo:ApI-FLI). Mi scusi, signor Presidente, ho votato a favore, ma evidentemente il sistema non ha funzionato. Volevo soltanto farlo rilevare.

PRESIDENTE. Ne prendo atto, senatore Strano.